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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Welfare State</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>2012: Benvenuti nella fattoria degli animali – di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 08:54:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
Si osservino i grafici riportati sotto,elaborati dalla società di ricerca macrotrend Gavekal. Entrambi offrono una rappresentazione efficace dell’andamento dell’economia italiana.

Il primo descrive l’andamento della produzione (linea rossa) rispetto al PIL(linea grigia).
Dal primo grafico emerge che dal 2000 la produzione italiana cresceva parallelamente al reddito nazionale. Dopo il 2000, cioè [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p>Si osservino i grafici riportati sotto,elaborati dalla società di ricerca macrotrend Gavekal. Entrambi offrono una rappresentazione efficace dell’andamento dell’economia italiana.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/12/111223-Coco-01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-11073" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/12/111223-Coco-01.jpg" alt="" width="469" height="227" /></a><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/12/111223-Coco-02.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-11074" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/12/111223-Coco-02.jpg" alt="" width="477" height="254" /></a></p>
<p><span id="more-11072"></span>Il primo descrive l’andamento della produzione (linea rossa) rispetto al PIL(linea grigia).</p>
<p>Dal primo grafico emerge che dal 2000 la produzione italiana cresceva parallelamente al reddito nazionale. Dopo il 2000, cioè da quando l’euro è entrato in funzione ha cominciato a ristagnare. Dopo il 2008 l’indice è crollato più velocemente del PIL scendendo al di sotto del livello degli anni precedenti.</p>
<p>Il secondo grafico mostra il tasso di espansione della spesa del governo rispetto al PIL.</p>
<p>Per ragioni di spazio abbiamo omesso i grafici dell’andamento delle altre economie dell’eurozona ma presentano tutte lo stesso andamento, Germania inclusa: E’ in atto un declino industriale in tutti i paesi dell’eurozona ed in alcuni una deindustrializzione accelerata. Stime OCSE e FMI confermano gli stessi andamenti. La spesa dei governi dopo la crisi è cresciuta dappertutto a scapito dei sistemi industriali.</p>
<p>Ciò conferma un fatto che ha il valore di un teorema: o cresce lo stato o l’economia. Entrambi non possono crescere allo stesso tempo.</p>
<p>Ricordiamo, per inciso, che l’eurosistema era stato pensato e costruito come area in grado di riparare da shock esterni. In realtà li ha assecondati (la BCE attraverso il sistema bancario ha indirettamente finanziato la bolla americana) e ha prodotto contemporaneamente shock interni da spesa e debito incontrollato.</p>
<p>I leader europei affermano perentoriamente che la ripresa, deve passare per l’Europa. Ma ci dovrebbero spiegare come, sommando aree che contemporaneamente si impoveriscono si ottengano aree che miracolosamente si arricchiscono. La “soluzione europea” è imperniata su maggiore integrazione fiscale, maggior accentramento dei poteri statali per ricostituire una nuova capacità di indebitamento e, allo scopo, si servirà di maggiore tassazione aggravando il declino industriale. Questo sarà il terzo shock che l’eurosistema ci regalerà.</p>
<p>Rendere i governi sempre più forti e gli individui sempre più deboli, ecco l’essenza della scienza economica europea.</p>
<p>In Italia l’antica lotta tra il principio del governo o di autorità e il principio di libertà ha raggiunto il suo acme. L’eccessiva imposizione sta divorando con rapidità spaventosa redditi e capitali e la spoliazione collettiva al limite del diritto ormai vieta che si possa seminare per raccogliere fra qualche anno. Essa ha creato artificialmente le condizioni dell’esaurimento delle energie lavorative ed imprenditoriali senza le quali nessuna risorsa può essere valorizzata ed accresciuta. I sicari dell’economia, anno dopo anno, mese dopo mese, hanno annientato piccole e medie imprese, cioè il sistema industriale e la competitività del paese. Al regime fiscale più punitivo del mondo si accompagnano tutti gli altri fattori dello scenario del distruttivismo: le istituzioni inaffidabili, l’incertezza del diritto, la lentezza della giustizia amministrativa, l’elevato grado di conflittualità di un paese di fazioni in perenne guerra civile. I capitali esteri se ne stanno alla larga e quelli interni emigrano.</p>
<p>La prosperità delle nazioni e degli individui dovrebbero crescere in un solo e medesimo modo. Maggior produzione significa maggior reddito e crescita del capitale. Il capitale di un paese, al pari di quello di un individuo non è che uno strumento messo in mano alla sua industria per abilitarla a cavarne ricchezza. Senza capitali, zero produzione e zero crescita.</p>
<p>Putin nel 2000 attuò un ampio programma di riduzione della pressione fiscale e seguendo i dettami di Milton Friedman  introdusse una <em>flat tax</em> del 13% sui redditi, la più bassa nel mondo, e ridusse il reddito delle società private. Questa riforma stabilizzò il corso del rublo e stanò tutta l’economia sommersa, decriminalizzandola. La borsa esplose e capitali affluirono dall’estero. L’economia crebbe lo stesso anno dell’8% dando luogo miracolo economico definito <em>post cold miracle economy</em> simile a quello goduto dalla Germania negli anni 50.</p>
<p>In Italia, l’ignoranza economica, le remore ideologiche e il nanismo intellettuale della attuale nomenclatura tecnico-politica che si è degradata con quella misura da miserabili pitocchi sulla tracciabilità dei pagamenti sopra i 1000 euro (neppure Stalin sarebbe arrivato a tanta mediocrità) vorrebbero salvare l’Italia! Perfino “l’antidemocratico” Putin potrebbe rappresentare un modello di eccellenza economica e democratica, per loro e per l’intero paese dove il divario fra Nord e Sud è lo stesso di quello di 50 anni fa.</p>
<p>La stampa ha ragione a condannare i privilegi delle caste ma rischia di alzare il grado di conflittualità sociale e distogliere l’attenzione dal problema cruciale: la gigantesca mattanza industriale in atto e la catastrofe che ne seguirà. E non vorremmo più sentire dire che se tutti pagassero le tasse, tutti pagherebbero meno tasse. Ma: se le tasse fossero basse le pagherebbero tutti. Le invocate liberalizzazioni non servono a nulla se poi i capitali sono divorati dal fisco.<strong> </strong>La prima vera grande liberalizzazione la si fa liberando i capitali dal peso da cui sono gravati.</p>
<p><strong>La forma a “D” dell’economia europea </strong></p>
<p>Dall’inizio della Grande Crisi gli economisti ci hanno spiegato gli scenari futuri dell’economia perfino con le lettere dell’alfabeto. Chi diceva che l’andamento economico sarebbe stato a “L”, una lunga recessione con ritorno allo sviluppo dopo diversi anni. Chi diceva che sarebbe stata a “V” (un breve declino seguito da un rapido sviluppo; chi una “U” (una recessione più lunga seguita da sviluppo come avvenne nel 1973-1975) ed infine chi ha ipotizzato un andamento a forma a “W”, cioè una economia che cala e entra in recessione per poi risollevarsi e infine ripiombare in recessione.</p>
<p>A noi invece, più semplicemente sembra che la lettera che esprima meglio lo stato dell’economia, sia una grande lettera “D”.</p>
<p>D come Depressione. Il commentariato economico evita di usare questo termine per non urtare le persone non insensibili alla drammatica iconografia della Grande Depressione e usano quello più mite di recessione inventato nel 1937 dal responsabile della comunicazione dell’amministrazione Roosevelt.</p>
<p>Ma cambiando le parole non si cambia la realtà. Siamo entrati in questa fase che, purtroppo, non indebolirà il ruolo dei governi ma lo rafforzerà regalandoci quel tipo di ordine sociale intuito più di 170 anni fa dal politologo Alexis de Tocqueville.</p>
<p>Vale la pena di riportarne un ampio brano:</p>
<blockquote><p><strong>“</strong>Credo che la forma di oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che le hanno precedute nel mondo.</p>
<p>Le antiche parole, dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla poiché non è possibile indicarla con un nome… Al di sopra degli uomini si eleva un potere immenso e tutelare … è assoluto e particolareggiato, regolare, previdente e mite. Lavora volentieri al loro benessere ma vuole essere l’unico agente e regolatore. Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in un più piccolo spazio e toglie a poco a poco ad ogni cittadino persino l’uso di se stesso. Così dopo aver preso volta a volta nelle mani sue potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il “sovrano” estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa: esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi della quale il governo è il pastore.</p>
<p>Ho sempre creduto che questa servitù regolata e tranquilla possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo<strong>”</strong> (Alexis de Tocqueville<em>, Democrazia in America) </em></p></blockquote>
<p>Sostituite la parola “sovrano” del testo a piacere o con Europa o con <em>establishment</em> politico e il significato del brano è attualizzato alla situazione che si prepara: i governi europei hanno ormai ripreso ovunque gli attributi naturali del potere del sovrano assoluto. Stiamo scivolando verso una brutta situazione senza nemmeno accorgercene. La generale incapacità dell’opinione pubblica di percepire questa evoluzione o di sottovalutarla potrebbe farle accettare passivamente l’accentramento estremo del potere politico che l’emergenza richiede cioè la forma stabile e perenne di tutte le economie dirigiste e liberticide.</p>
<p>Nel 1947 George Orwell nel racconto <em>La Fattoria degli Animali</em> aveva espresso concetti simili a quelli di Tocqueville, in chiave satirica ma non meno inquietante. I Maiali (politici e burocrati), più ricchi di risorse organizzative, in apparenza lavorano per ristabilire l’ordine, la crescita ed il bene comune ma in realtà assumono il controllo della situazione togliendo la libertà a tutti gli altri animali. Il romanzo, come è noto, è una allegoria del socialismo.</p>
<p>Una sfida attende i popoli europei: lottare contro questo tipo di servitù e rovesciarla per evitare di diventare “mandrie di animali timidi”. Altrimenti per loro si spalancheranno le porte della fattoria degli animali.</p>
<p>Buon Natale</p>
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		<title>Vite imprevidenti, esistenze amministrate (ossia, sui paradossi pensionistici)</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 11:07:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
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		<description><![CDATA[Un paradosso. Nel mio ambiente di lavoro, l’università, quando incontro qualcuno non più giovane e con l’aria triste ci sono buone probabilità che sia lì lì per lasciare l&#8217;accademia. I ricercatori a 65 anni e i professori a 70 ormai sono costretti ad andarsene a casa, e in genere lo fanno con la morte nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un paradosso. Nel mio ambiente di lavoro, l’università, quando incontro qualcuno non più giovane e con l’aria triste ci sono buone probabilità che sia lì lì per lasciare l&#8217;accademia. I ricercatori a 65 anni e i professori a 70 ormai sono costretti ad andarsene a casa, e in genere lo fanno con la morte nel cuore. Leggo sulla stampa di oggi che anche un luminare in malattie infettive dell’ospedale di Brescia, professor Giampiero Carosi,  è costretto ad andare in pensione (è nato nel 1941) e ad abbandonare l’Istituto universitario che dirige.</p>
<p>Poi c’è il “resto del mondo”, ossia il nuovo leader del sindacalismo tricolore, Umberto Bossi, quotidianamente in trincea per difendere il diritto ad andare in pensione prima dei 65 anni, mentre l’Europa, Angela Merkel, gli opinionisti illuminati, le agenzie di rating, il Fondo monetario internazionale e – chi lo sa? – forse anche l’Uefa e i mormoni dello Utah spingono per una riforma che ritardi quanto più sia possibile l’età del pensionamento.<span id="more-10367"></span></p>
<p>La contraddizione (in parte apparente) è presto detta: un professore anziano costa ai conti pubblici assai più di un professore pensionato, e poiché si spera che non verrà sostituito l’operazione – sul piano contabile – è conveniente. Se invece un operaio smette di lavorare, non vivrà più con i soldi che prima riceveva dall’impresa in cambio del suo lavoro, ma con il denaro che l’Inps avrebbe dovuto accantonare e investire (e che invece sono spariti nel buco nero della previdenza di Stato).</p>
<p>Tutto discende dal fatto che il mondo, da tempo, è a testa in giù. La gente non ha la possibilità di gestire da sé il proprio risparmio previdenziale, costruendosi una pensione per la vecchiaia. No: la statizzazione della previdenza fa sì che siamo tutti immersi in logiche collettiviste. Si paga tanto (di sicuro) e si riceverà qualcosa (forse). Le pensioni di Stato hanno riscritto Karl Marx in questi  termini: “da ciascuno secondo le sue possibilità, e quanto più può; e a ciascuno secondo la sua capacità di strappare benefici e privilegi”.</p>
<p>Lo Stato, che un tempo era essenzialmente guerre e conquiste, oggi è divenuto buono. Lo Stato, oggi, è in primo luogo la Previdenza che si prende cura di noi. Possiamo anche diventare più stupidi di quanto non siamo già, possiamo anche giocare tutti i nostri soldi alle slot-machine del bara sotto casa. Che importa? Lo Stato pensa ai noi e amministra la nostra vita. Perché mai dovremmo lamentarsi?</p>
<p>P.S. Sempre sui giornali di oggi si può leggere che tra meno di venti mesi potranno ottenere il diritto al vitalizio pensionistico i quarantacinquenni Italo Bocchino e Alberto Giorgetti, e molti altri (magari meno noti) che sono nella loro situazione. Ma il vero problema non è tanto la Casta. Il nemico da sconfiggere è il socialismo.</p>
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		<title>Educazione e profitto: l’esempio della Svezia – di Flavio Stanchi</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 07:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Flavio Stanchi.
Sebbene la riforma dell&#8217;istruzione sia sulle bocche di tutti da ormai lungo tempo, in pochi tra i suoi detrattori hanno saputo presentare un&#8217;alternativa concreta che non fosse il consolidamento dello status quo. Eppure, qualche esempio non troppo lontano da cui poter trarre ispirazione ci sarebbe.In questo senso, vorrei segnalare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Flavio Stanchi</em>.</p>
<p>Sebbene la riforma dell&#8217;istruzione sia sulle bocche di tutti da ormai lungo tempo, in pochi tra i suoi detrattori hanno saputo presentare un&#8217;alternativa concreta che non fosse il consolidamento dello status quo. Eppure, qualche esempio non troppo lontano da cui poter trarre ispirazione ci sarebbe.<span id="more-7986"></span>In questo senso, vorrei segnalare l&#8217;analisi dell&#8217;economista Gabriel H. Sahlgren (<a href="http://www.iea.org.uk/sites/default/files/publications/files/Schooling%20for%20money.pdf" target="_blank">PDF</a>), pubblicata dall&#8217;Institute of Economic Affairs, a proposito della riforma approvata e messa in pratica già nel 1992 in un paese come la Svezia, da molti considerato la patria del welfare state.</p>
<p>La riforma ha fatto sì che venissero finanziate dallo stato non le scuole, ma le famiglie, tramite un sistema di voucher. Le famiglie possono poi scegliere tra scuole pubbliche (gestite a livello municipale) e scuole private, a loro volta divise in istituti for-profit e istituti non-profit. Queste scuole possono essere fondate da chiunque, ma devono essere approvate dalla National Agency for Education, devono rispettare il programma nazionale e non possono fare distinzione tra gli studenti basandosi su abilità, etnia o status socio-economico. Inoltre, non è loro consentita l&#8217;applicazione di rette che superino il valore del voucher.</p>
<p>Prima della riforma, in Svezia vi erano poche scuole private (meno dell&#8217;1% degli studenti frequentava questo tipo di istituto). Oggi, circa il 10% degli studenti in età da scuola dell&#8217;obbligo le frequenta, e la percentuale complessiva risulta maggiore del 30% guardando anche all&#8217;istruzione superiore.</p>
<p>L&#8217;obiettivo della riforma era una gestione cost-effective dell&#8217;istruzione, realizzata tramite l&#8217;incremento della concorrenza. Il principale argomento di critica dei detrattori riguardava la possibilità che questo sistema potesse portare detrimento alle scuole pubbliche, le quali avrebbero visto i fondi a propria disposizione ridursi e la qualità peggiorare. Per smentire questa ipotesi, Sahlgren cita i risultati di numerosi studi svolti tra il 2001 e il 2010, i quali mostrano come l&#8217;introduzione della riforma abbia portato a un generale miglioramento nella qualità dell&#8217;insegnamento, che si riflette in voti medi più elevati. In particolare, andando ad analizzare i risultati del GPA del nono anno (un esame nazionale standardizzato) nel 2006, Tegle (2010) trova che un aumento del 10% nella percentuale delle scuole private rispetto al totale delle scuole provocherebbe un aumento del 2% nel punteggio GPA relativo alle scuole pubbliche, incrementando il punteggio del test di matematica del 5,9%. Egli mostra anche come frequentare una scuola indipendente porti in media a un punteggio GPA più alto del 21%, con un ancor più stupefacente miglioramento del 33% nel punteggio di matematica rispetto alle scuole pubbliche. Un altro importante dato che emerge dagli studi è quello relativo alla soddisfazione dei genitori e dei professori, che risulta in media maggiore per le scuole private rispetto a quelle pubbliche. Inoltre, il salario degli insegnanti in aree dove è presente concorrenza tra gli istituti è di circa il 2% più elevato rispetto alle aree prive di concorrenza.</p>
<p>Questi risultati possono essere spiegati in due modi. Primo, le scuole private potrebbero essere semplicemente migliori di quelle pubbliche; in questo caso, la riallocazione (volontaria) degli studenti dalle seconde alle prime porta a un miglioramento nell&#8217;efficienza. Secondo, la competizione produce un incentivo per le scuole pubbliche a migliorarsi.</p>
<p>Per verificare tali risultati, Sahlgren propone un suo modello, basato sui database di NAE e Statistic Sweden, utilizzando come campione tutte le scuole svedesi con più di 15 studenti. Per isolare l&#8217;effetto delle diverse strutture di proprietà sui voti degli studenti, egli utilizza come variabili indipendenti il numero di insegnanti ogni 100 studenti, il livello di istruzione dei genitori, la percentuale di maschi, la percentuale di immigrati, il numero di alunni. In un secondo modello inserisce poi alcune variabili di comodo per segnalare l&#8217;effetto di altri particolari fattori influenzanti il risultato (queste riducono la generalità dei risultati del modello, adattandolo maggiormente al caso specifico).</p>
<p>L&#8217;autore osserva che la presenza di scuole private dopo la riforma ha un effetto positivo sul voto medio del GPA di quasi 6 punti nel primo modello e di circa 5,5 nel secondo. Le scuole private ottengono risultati migliori rispetto a quelle pubbliche, e quelle non-profit ottengono in media punteggi maggiori rispetto a quelle for-profit. Tuttavia, la presenza di scuole private for-profit ha un effetto maggiore sul punteggio laddove vi sia un livello socio-economico non elevato. Il motivo di profitto, dunque, non solo è un incentivo all&#8217;entrata nel mercato e dunque uno stimolo alla concorrenza, ma risulta in questo caso essere anche un buono strumento per la riduzione delle differenze sociali.</p>
<p>Tenuto conto che si riferiscono a periodi di relativa instabilità economica, questi risultati appaiono ancor più interessanti; sebbene non si possa considerare il sistema a voucher come la panacea di tutti i mali, esso può rappresentare uno strumento affidabile ed efficiente, e dunque una possibilità da non trascurare.</p>
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		<title>Il crepuscolo del welfare</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/06/02/il-crepuscolo-del-welfare/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 13:35:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo da Silvano Fait (IHC) e volentieri pubblichiamo.
“La dottrina della necessità di una rete di sicurezza per raccogliere chi cade è svuotata di significato dalla dottrina che attribuisce una giusta partecipazione anche a coloro che sanno benissimo sostenersi da soli.” (The Economist, 15 marzo 1958)
Il Welfare State, nei termini in cui è stato concepito fino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Silvano Fait (IHC) e volentieri pubblichiamo.</em></p>
<p>“La dottrina della necessità di una rete di sicurezza per raccogliere chi cade è svuotata di significato dalla dottrina che attribuisce una giusta partecipazione anche a coloro che sanno benissimo sostenersi da soli.” (The Economist, 15 marzo 1958)</p>
<p>Il Welfare State, nei termini in cui è stato concepito fino ad ora, sta rapidamente raggiungendo il traguardo oltrepassato il quale non sarà più in grado di fronteggiare gli impegni presi con i cittadini e, volente o nolente, sarà costretto a ridiscutere i termini dei benefici già accordati. Questo sia in fatto di pensioni, di sanità che di istruzione (cfr. W. Buiter circa le Unfunded Social Securities Liabilities). Il processo di costruzione dello stato sociale si è sempre basato sul presupposto che qualsiasi intervento da parte dello stato all’interno dell’ordine sociale spontaneo abbia delle ripercussioni di carattere economico senza per questo arrivare ad intaccare quegli aspetti di ordine morale che stanno alla base del progresso di una popolazione. Purtroppo invece, <span id="more-6143"></span>generazione dopo generazione, il sentimento di solidarietà umana che ha spinto alla creazione delle prime reti di protezione, si è trasformato in un grande cumulo di pretese che spesso ognuno di noi rivolge nei confronti della società in relazione a bisogni ritenuti non adeguatamente soddisfatti. Paradossalmente l’incremento del benessere, delle opportunità e degli stili di vita possibili hanno ampliato a dismisura la casistica in cui si ritiene necessario l’intervento “riparatore” da parte di un organismo centrale. Il welfare state induce una fetta non trascurabile della popolazione ad aspirare a ruoli meramente burocratici, ma dotati di ampio potere discrezionale, e a competere non per il miglioramento della propria posizione ma per l’accaparramento di benefici e sussidi in modo quasi clientelare. Questa enorme distrazione di sforzi, oltre ad essere un costo, è il sintomo di un mutamento nei modi di pensare e di agire. Intendiamoci: per molti secoli, anzi forse durante tutta la storia, la vita dei “clientes” e dei lacchè di corte è stata e continuerà ad essere più agiata rispetto a quella della maggior parte degli uomini liberi. Bisogna però essere altrettanto decisi nell’affermare che è stata la mentalità borghese ed imprenditoriale di questi ultimi ad aver consentito l’avanzamento dell’umanità a livelli di benessere senza pari.</p>
<p>La fallacia dei processi redistributivi delle odierne forme di welfare è insita nella concezione statica della società che li sottintende, nella visione circolare delle dinamiche economiche, nella concezione di un agire umano ritmato e prevedibile come il succedersi del giorno e della notte o l’alternarsi delle stagioni. Per questo è possibile considerare il matrimonio tra l’ingegneria sociale e le dottrine socialiste e/o keynesiane come predestinato e inevitabile. La decadenza derivante dalla ripetuta introduzione e modifica di processi redistributivi non è il frutto di una loro eventuale cattiva amministrazione. Viene dal sistematico rifiuto di comprendere che siamo quello che siamo come conseguenza di ciò che siamo stati e che per tanto dirigere coattivamente tutte le nostre energie per la realizzazione di un obiettivo sociale o morale, per lodevole che sia, ci impedirà di declinare per noi stessi il verbo essere al futuro. Ogni avanzamento richiede come prerequisito la possibilità che anche soltanto alcuni individui siano in condizione di tentare di scoprire nuove vie, sopportandone i costi e traendone per sé i massimi benefici, per quanto sproporzionati essi possano apparire agli occhi degli altri.</p>
<p>Potrà sembrare cinico, ma non è grazie alle lotte sindacali se la vostra azienda vi fornisce un’assicurazione sanitaria integrativa, o alle competenze statistiche degli attuari dell’Inail se disponete di un’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. In ultima istanza, è grazie all’avidità di noti e ignoti armatori navali i quali, secoli or sono, pagavano dei “premi” ai comandanti che riuscivano a condurre delle bagnarole di legno da una parte all’altra del Mediterraneo. Costoro, senza né saperlo né volerlo essere, furono i pionieri dei meccanismi assicurativi che consentono oggi di ripartire i rischi e soddisfare bisogni di natura sociale e previdenziale. Ed è altamente probabile che all’epoca questi individui rimanessero antipatici né più né meno come oggi generano forme di risentimento le persone che accumulano fortune con successo. L’imprenditore, nell’accezione che la scuola liberale viennese dà a questo termine, vede. Il burocrate, nel migliore dei casi, guarda e imita. Per natura e per mancanza di stimoli, non è votato all’innovazione.</p>
<p>Spesso alcuni citano la Svezia e i paesi scandinavi come modelli. E spesso chi cita la Svezia ha una pessima opinione, ad esempio, della tranquilla e benestante Svizzera, assimilandola ad un rifugio di pirati. Una specie di Tortuga con le Alpi intorno. Pochi però si soffermano sul fatto che la Svezia e gli altri paesi nordici erano già tra i più ricchi al mondo prima che Lord Beveridge concepisse l’idea di uno Stato che assiste gli individui dalla culla alla tomba. E lo erano diventati grazie ad un lungo periodo di pace, libero commercio, e infrastrutture giuridiche idonee a tutelare la proprietà ed i contratti. Tutti i sistemi di protezione sociale hanno necessariamente bisogno di un’economia sottostante forte e dinamica da cui estrarre le risorse. Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia sono nazioni che spesso primeggiano in fatto di libertà economica, burocrazia snella, efficienza nell’amministrazione della giustizia civile e commerciale, trasparenza, bassa corruzione. Fattori non sempre rintracciabili all’interno di macroagreggati come il prodotto interno lordo, ma in grado di compensare il gap fiscale che li separa dai maggiori paesi dell’Europa continentale e mediterranea. Per un approfondimento sui paesi scandinavi invito a leggere alcuni articoli del Mises Institute: The Scandinavian-Welfare Myth Revisited (http://mises.org/daily/4146), The Sweden Myth (http://mises.org/daily/2259), How The Welfare State corrupted Sweden (http://mises.org/daily/2190).</p>
<p>Se la crisi dei debiti sovrani non sarà l’occasione per ridimensionare e riconfigurare il ruolo dello Stato nell’economia, rimettendo gli individui sulla retta via dell’autoresponsabilizzazione, l’Occidente, con il suoi futuro ipotecato, finirà per apparire al resto del mondo (paesi emergenti in testa) come Versailles appariva al resto della Francia: parassita e rentier. Le proteste greche, caratterizzate da una certa dose di violenza urbana, sono riuscite nel giro di pochi mesi a mandare a picco il fatturato dell’unico settore, quello turistico, immediatamente offribile sul mercato. Senza nulla togliere al diritto di rimostrare contro la propria classe politica, spiace constatare come chi non debba mai fronteggiare costi, ricavi e clienti perché paga pantalone, abbia difficoltà a capire il danno che l’estremismo barricadiero ha inferto alla società greca e che potrebbe inferire al resto d’Europa. Parallelamente a questi eventi, i processi di negoziazione interni alla Unione Europea legati al bail out dei debiti sovrani cominciano a far emergere in maniera strisciante piccole forme di miope ed incivile nazionalismo che altrettanto ingenuamente si pensa di sconfiggere conferendo maggiori poteri decisionali alle strutture centrali dell’Unione. L’Europa non ha certo bisogno di cominciare a coltivare nuovamente discutibili “sentimenti collettivi” di natura pseudo sciovinista, la cui origine deriva da una scarsa definizione e percezione delle proprie responsabilità e dei propri doveri individuali. La totale incapacità di reinventarsi o di immaginare un futuro che non consista semplicemente in una lenta agonia dello status quo è un danno peggiore, per le nuove generazioni, rispetto a quello derivante da qualsiasi dissesto delle casse pubbliche. E questa rischia di essere l’amara eredità di una società al tempo stesso timorosa dei mutamenti necessari a rinvigorirne la crescita ed incapace di reimpostare le proprie reti di protezione sociale.</p>
<p>Shumpeter e Hayek prefigurano la fine del capitalismo a causa del suo stesso successo. La ricchezza da questo prodotta incrementa le istanze redistributive ed egualitarie fino al punto in cui il sistema si sclerotizza e poi collassa. Agli individui non resta che combattere per dividersi le fette di una torta che diventa via via più piccola. Perché ciò non si verifichi è necessario cominciare ad immaginare una società più libera, fatta di uomini, donne e famiglie che collaborando e competendo tra loro soddisfano, nei limiti della natura umana, i rispettivi bisogni. Dalla culla alla tomba.</p>
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		<title>Il crollo annunciato dell’Europa, di Philippe Simonnot</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 09:04:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo intervento è stato pubblicato originariamente sul sito dell’Institut Turgot, che ringraziamo per la cortese concessione alla pubblicazione su chicago-blog. Philippe Simonnot è Direttore dell’Atelier de l’éeconomie contemporaine e Direttore del séminaire monétaire dell’Institut Turgot.
Vent’anni fa il blocco sovietico crollava, non già sotto i colpi di un attacco militare dell’imperialismo capitalista, ma schiacciato dal peso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo intervento è stato <a href="http://blog.turgot.org/index.php?post/L-effondrement-annonc%C3%A9-de-l-Europe" target="_blank">pubblicato</a> originariamente sul sito dell’Institut Turgot, che ringraziamo per la cortese concessione alla pubblicazione su chicago-blog. Philippe Simonnot è Direttore dell’Atelier de l’éeconomie contemporaine e Direttore del séminaire monétaire dell’Institut Turgot.</em></p>
<p>Vent’anni fa il blocco sovietico crollava, non già sotto i colpi di un attacco militare dell’imperialismo capitalista, ma schiacciato dal peso delle proprie “contraddizioni economiche”, come avrebbe detto lo stesso Karl Marx.</p>
<p><span id="more-6122"></span>Quest’avvenimento, inevitabile nell’arco di due o tre generazioni, non era stato previsto da nessuno, eccezion fatta per un piccolo gruppo di economisti imperturbabili, i quali davano fiducia alle leggi del libero mercato. Oggi le stesse leggi permettono di annunciare quel crollo dell’Europa di cui la crisi dell’euro rappresenta il segnale precursore.</p>
<p>Si rimprovera spesso ai mercati la loro vista a corto termine, la loro visione “short-termista”, per impiegare il gergo borsistico. Ma questo significa conoscere assai male ciò che è un prezzo di mercato, fosse anche speculativo – e soprattutto se speculativo. Sul libero mercato, un prezzo concentra in sé tutte le informazioni disponibili non solo per il presente, ma anche per il passato e il futuro. In altre parole, meno sofisticate, si dirà che quelli che hanno del denaro, i “ricchi”, che si tratti di buoni o cattivi ricchi, si preoccupano di un futuro assai più lontano di quello che sta a cuore ai politici, essenzialmente attenti alla loro rielezione. Il celebre “muro del denaro” è un muro su cui si scrive il futuro – come quello di Baldassar (<em>Daniele</em>, 5:25)!</p>
<p>In questo senso oggi i mercati anticipano non solo le conseguenze disastrose dei rimedi che giorno dopo giorno vengono individuati per agevolare la fine di quella crisi finanziaria scatenata negli Stati Uniti due anni fa, ma anche e soprattutto l’incapacità dell’Europa di affrontare il mercato mondiale, dato che si trova bloccata dal gravame di quei debiti pubblici che hanno conosciuto un enorme incremento grazie ai suddetti rimedi.</p>
<p>I “tremendi speculatori” hanno pure inserito nei loro programmi informatici i debiti complessivi causati dal sistema pensionistico a ripartizione, debiti sempre più grandi e sempre meno finanziati, dal momento che la riforma del sistema è rinviata nel tempo o rifiutata. <em>L’autodistruzione di uno Stato sociale che comporta sempre meno bambini e sempre più disoccupati, meno risparmio e più imposte, è tanto prevedibile nell’arco di due o tre generazioni quanto lo fu il fallimento del sistema sovietico</em>, e se i politici lo negano e continuano a negarlo, da parte loro i mercati lo sanno molto bene e ne tengono conto.</p>
<p>A dire il vero, i politici hanno una qualche consapevolezza di questa scadenza che s’avvicina, e che rappresenterà un autentico crollo. Se il presidente della Repubblica francese si precipita al capezzale della Grecia, se spinge verso l’instaurazione di un improbabile governo economico europeo, se al tempo stesso s’affretta a portare a termine l’ultima riforma pensionistica, quale che sia il prezzo elettorale, è per tentare di evitare un umiliante <em>downgrade</em> del giudizio riservato alla Francia sui mercati finanziari, che si tradurrebbe in un supplementare aggravio del debito e in un tremendo schiaffo sul piano politico e personale. Si tratta di una battaglia di retroguardia, spalle il muro: è il caso di dirlo. A meno di un miracolo sul “fronte sociale” (pensioni, mercato del lavoro, sanità) che niente però autorizza ad attendersi, oppure a meno che non si rompa il termometro delle agenzie di rating, il <em>downgrade</em> dello Stato francese è ineluttabile dal momento che il debito pubblico, semplicemente, non è sostenibile.<br />
Ciò che qui viene dello della Francia può qui essere detto per la maggior parte degli Stati europei, impantanati nelle stesse difficoltà.</p>
<p>Il più delle volte i grandi avvenimenti storici coniugano il caso e la necessità: una piccola miccia conduce il fuoco fino al barile pieno di polvere. La miccia è stata la vicenda americana dei subprime (ancora un frutto dello Stato sociale). Il barile sono i debiti pubblici accumulati durante trent’anni. L’esplosione la viviamo in questo stesso momento, che è destinato a porre l’Europa al di fuori della competizione mondiale.</p>
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		<title>Lo Stato asociale e l&#8217;industria della povertà</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 23:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nell’immaginario collettivo di tanti italiani la Germania è il paese che per eccellenza funziona bene. C’è un bello Stato sociale, un’economia florida, nessuno evade il fisco e sentendosi parte di una comunità tutti vivono felici e contenti. Un simile quadretto idilliaco è spesso e volentieri conseguenza della barriera virtuale che si erge tra noi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’immaginario collettivo di tanti italiani la Germania è il paese che per eccellenza funziona bene. C’è un bello Stato sociale, un’economia florida, nessuno evade il fisco e sentendosi parte di una comunità tutti vivono felici e contenti. Un simile quadretto idilliaco è spesso e volentieri conseguenza della barriera virtuale che si erge tra noi e una realtà straniera. A dire il vero non basta nemmeno conoscere la lingua per poter comprendere la diversa realtà che ci circonda, bisogna in qualche modo divenirne culturalmente parte. Solo così si incominceranno ad intravedere le falle del sistema, al di là di ogni feticismo dei dati e delle statistiche. Solo in tal modo, magari, eviteremo ancora di parlare della Repubblica federale come un esempio virtuoso in termini di spesa sociale.<span id="more-5029"></span></p>
<p>L’occasione per questo post ci viene dal recente dibattito scaturito qui in Germania dalla proposta del governatore democristiano del <em>Land</em> dell’Assia, Roland Koch, secondo il quale sarebbe possibile battere la piaga dei parassiti percettori di sussidi sociali, obbligandoli a svolgere una qualsiasi attività di cosiddetta “pubblica utilità”. Beninteso, il problema esiste. Si calcola che nella sola regione di Berlino (sì, quella che vive alle spalle degli altri, essendo <a href="http://www.morgenpost.de/berlin/article1135758/Berlin_hat_jetzt_60_Milliarden_Euro_Schulden.html">tecnicamente in bancarotta da anni</a>) il 60% ottenga il sussidio proditoriamente. Così come è congegnato Hartz IV, erogato a disoccupati e a lavoratori con entrate molto basse, è d’altra parte un formidabile strumento di disincentivo al lavoro, tanto che l’ipotesi che l&#8217;entità dei contributi ad oggi in vigore venga tra qualche settimana aumentata <em>ope iudicis</em> dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe è uno scenario da film dell’orrore. <a href="http://www.insm-oekonomenblog.de/allgemein/hartz-ist-zu-teuer/">Come scriveva</a> Frank Schäffler (FDP) qualche tempo fa sul blog della <em>Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft</em> tale riforma degli ammortizzatori sociali voluta da Gerhard Schröder, pur partendo da obiettivi condivisibili, ossia la razionalizzazione del moloch welfaristico di stampo bismarckiano, ha prodotto un aumento delle uscite e non una sua diminuzione. E questo persino a fronte di un calo dei disoccupati nel biennio 2007-2008.</p>
<p>Tornando a Koch, la proposta in questione è tutto fuorché innovativa. Queste persone esistono già, sono circa un milione e seicentomila e ufficialmente non appaiono nelle statistiche quotidiane sul tasso di disoccupazione: nel gergo quotidiano si chiamano <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Working_opportunities_with_additional_expenses_compensation"><em>1-Euro-Jobber</em></a>. Al riguardo l’emittente televisiva ARD ha prodotto un eccellente reportage, dal titolo “<em>Die</em> <em>Armutsindustrie</em>”, l’industria della povertà. Per chi sa il tedesco qui il link alle tre parti (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=9XFFV9rb5w8">uno</a>, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=6G42fU8Vsn4">due</a> e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=MtLqFUj-nGw">tre</a>).</p>
<p>In poche parole, dal momento che in passato troppe imprese tedesche hanno delocalizzato in Cina o nell’Est europeo e dal momento che lo Stato tedesco non si può politicamente permettere riforme che consentano una riduzione del costo del lavoro pena una guerra civile scatenata dai sindacati, si è deciso di utilizzare uno schema geniale. A pagare il conto è ovviamente colui che- per dirla con Bastiat- <em>non si vede</em>, ossia il contribuente. L’Agenzia federale per il lavoro manda il disoccupato da un’impresa convenzionata con lo Stato affinché costui possa compiere una sorta di attività di reinserimento o stage di formazione (sic) dai tre ad un massimo di dodici mesi, evitando così che rimanga con le mani in mano. Il disoccupato, già percettore di sussidio sociale, non instaura formalmente alcun rapporto di lavoro con l’impresa, ma di fatto è come se venisse assunto. In questo modo migliaia di società possono godere di manodopera a buon mercato pagata dallo Stato. Solo l’anno scorso l’Agenzia federale per il lavoro ha sborsato circa 7 miliardi per il pagamento di tali minime indennità (tra parentesi: chi è che contribuisce al <em>dumping </em>dei salari?) da versare ai malcapitati. Malcapitati che, come vedrete nel servizio, realizzano perfettamente l’assoluto <em>nonsense</em> insito in questo sistema. Molti non riescono neppure a capacitarsi del motivo per cui, se si manda un normale curriculum con la richiesta di essere impiegati si riceve un due di picche, mentre se si procede attraverso l’Agenzia federale il medesimo datore di lavoro è pronto a farti entrare in azienda&#8230;ma come &#8220;praticante&#8221;. Tutto ciò per dire che se questa è l’alternativa al tanto vituperato “modello mediterraneo”, ebbene no, noi davvero non ci stiamo.</p>
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		<title>Il posto fisso è orrendo. Ma non è in primo luogo un confronto tra Eraclito e Parmenide&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 10:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La minuscola pattuglia dei liberisti (che nel clima culturale in cui viviamo pare ormai quasi pronta a suicidi a ripetizione, sul modello dei dipendenti della France Telecom) ha giustamente reagito inorridita dinanzi all’ennesima esternazione del ministro Giulio Tremonti, ormai uso a farsi più comunista dei comunisti, e solo per tagliare l’erba sotto i piedi dell’opposizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La minuscola pattuglia dei liberisti (che nel clima culturale in cui viviamo pare ormai quasi pronta a suicidi a ripetizione, sul modello dei dipendenti della France Telecom) ha giustamente reagito inorridita dinanzi all’ennesima esternazione del ministro Giulio Tremonti, ormai uso a farsi più comunista dei comunisti, e solo per tagliare l’erba sotto i piedi dell’opposizione o di ciò che ne  resta. E molti miei amici difensori del mercato hanno reagito sottolineando in primo luogo – l&#8217;hanno fatto <a href="../2009/10/19/mioddio-il-posto-fisso-proprio-no/">Oscar Giannino</a> e  <a href="../2009/10/20/io-non-voglio-il-posto-fisso-ma-tremonti/">Piercamillo Falasca su questo blog</a>, e quest&#8217;ultimo anche <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/3615">intervistato dal <em>Foglio</em></a>, ad esempio, e pure <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8384">Alberto Mingardi intervistato sul <em>Giornale</em> da Vittorio Macioce</a> o Carlo Stagnaro su <em>Libero</em> e sul <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/3617"><em>Foglio</em>,</a> e altri ancora – come la vita sia dinamismo e cambiamento, come una società aperta implichi anche e soprattutto mobilità sociale, e infine come sia antistorico e infine del tutto “novecentesco” – per usare <a href="http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/occupazione/no-brunetta/no-brunetta.html">espressioni impiegate da Renato Brunetta</a> – questo tentativo di rigettare l’aleatorietà e l’incertezza che caratterizzano ogni società.<span id="more-3370"></span></p>
<p>Sono argomenti che sottoscrivo interamente, e che mostrano quanto la mentalità comune e lo statalismo intellettuale siano in rivolta contro la vita stessa e la sua complessità. Tutti i dibattiti degli ultimi decenni sul “principio di precauzione” e sull’idea di un’esistenza senza rischi (e quindi, ma questo pochi lo capiscono, senza opportunità) rinviano a schemi difensivi: il <em>welfare State</em> ha prodotto una società chiusa, pessimista, che teme ogni novità perché è persuasa che sarà quasi certamente di segno negativo.</p>
<p>Tutto questo è giusto, ma forse non tocca la questione centrale. Perché in fondo, se non si pretende di costruire su ciò una filosofia politica e una teoria della giustizia che incarichi lo Stato di ingessarci tutti, si può anche prediligere l’Essere al Divenire. Io vivo in una città in cui un anziano professore di filosofia teoretica è fermamente persuaso che nulla muti, mai, e che in realtà la sola idea che qualcosa appaia e scompaia è una fatale manifestazione di nichilismo. Essere parmenidei potrà anche essere bizzarro e certamente espone a molteplici critiche di natura filosofica, ma è del tutto legittimo. A qualcuno piace il movimento, ad altri la stasi: punto e a capo.</p>
<p>La questione del posto fisso è però un’altra, perché l’idea del nostro ministro è che chi oggi ha un posto debba mantenerlo indipendentemente dal fatto che quel posto sia accompagnato ad un servizio. In un mercato libero, un’azienda che avesse deciso di produrre <em>floppy disk</em> o qualche altro prodotto ora uscito di mercato si troverebbe ora di fronte a un bivio: chiudere o fare altro. In un mercato libero, i posti permangono nel tempo se sono “produttivi”, cioè se sono associati a un lavoro che altre persone apprezzano e gradiscono. Sopravvivono se sono “sociali”. Se rispondono a domande e quindi ad esigenze altrui.</p>
<p>Il tremontismo non è tanto una teoria della stasi o della conservazione, e neppure una semplice preferenza (in fondo anch’essa legittima) per i bei tempi andati (le stufe a legna, la famiglia patriarcale, le case senza televisione ma con la toilette all&#8217;aperto, e via rammentando), ma semmai è una <strong>teoria del parassitismo</strong>. È una concezione intimamente violenta dei rapporti sociali, in cui chi ha conquistato una posizione – quale essa sia – pretende di detenerla a scapito degli altri: usando la cogenza della forza pubblica e della redistribuzione economica per sottrarre “valore-lavoro” &#8211; usiamo un vocabolo che sta nel linguaggio marxiano: chissà che qualcuno capisca &#8211; ad altre persone. (Sulla questione del parassitismo politico si veda questa <a href="http://www.heos.it/file-pdf_liberi/Cidas_A_Vitale.pdf">bella lezione di Alessandro Vitale</a> tenuta di recente a Torino per il Cidas.)</p>
<p>Non è allora questione di stabilità vs. movimento, perché va anche detto che ci sono buone cose anche nella stabilità: purché essa non sia il risultato di procedure aggressive. In linea di massima, gli imprenditori temono moltissimo – ad esempio – la mobilità dei loro dipendenti, perché se uno di loro se ne va, con lui si perde anche un insieme di conoscenze e garanzie. Si deve selezionare e assumere un nuovo dipendente, formarlo, aspettare che cresca. Gli imprenditori che amano la stabilità, però, non possono pretendere di incatenare il dipendente alla propria azienda: sul libero mercato questo non può avvenire.</p>
<p>Nel suo populismo, invece, Tremonti propone qualcosa di simile. Se volesse davvero realizzare la propria utopia statocentrica, dovrebbe costringere chiunque a lavorare perpetuamente  per la collettività, affinché chi ha solo un posto, e non svolge alcun servizio al prossimo, rimanga dove è ora. E certo a poco gli servono psicologismi e sociologismi per mascherare la vera natura delle sue tesi.</p>
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		<title>GermaniaFutura</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 07:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Cavazzoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri e oggi grande spazio sui media per la nuova associazione di Montezemolo, &#8220;ItaliaFutura&#8221;. Il Corsera dedicava ieri una pagina intera al rapporto sulla mobilità sociale presentato a Roma. Il Foglio riporta oggi il testo integrale del discorso dell&#8217;ex presidente di Confindustria tenuto nella medesima occasione. Nel corso della presentazione di &#8220;ItaliaFutura&#8221;, tre proposte sono state [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri e oggi grande spazio sui media per la nuova associazione di Montezemolo, &#8220;ItaliaFutura&#8221;. Il <em>Corsera</em> dedicava ieri una pagina intera al rapporto sulla mobilità sociale presentato a Roma. <em>Il Foglio</em> riporta oggi il testo integrale del discorso dell&#8217;ex presidente di Confindustria tenuto nella medesima occasione. Nel corso della presentazione di &#8220;ItaliaFutura&#8221;, tre proposte sono state avanzate per togliere il gesso al paese. Non avendo intenzione di analizzarle una per una mi concedo un brevissimo commento sulla prima: non era più semplice intervenire direttamente sulle borse di studio? <span id="more-3170"></span>Ovvero, se il problema per molti giovani (bravi e intelligenti) è quello di non avere mezzi economici per iscriversi e frequentare per 5 anni l&#8217;università, qual è il rimedio? Premesso che le tasse universitarie in Italia sono particolarmente basse, e discriminano troppo poco tra chi potrebbe pagare rette più alte (perchè proveniente da una famiglia benestante) e chi invece dimostra difficoltà dovute a situazioni economiche più modeste, come permettere ai giovani meritevoli di giungere ad una laurea? &#8220;ItaliaFutura&#8221; propone di creare una sorta di &#8220;fondo opportunità&#8221;, attivato alla nascita di ogni bimbo. Praticamente, ogni nuovo nato si troverà un conto corrente con 1.000 euro, che sarà integrato nel tempo rispettando diverse condizioni. La proposta sembra alquanto macchinosa e viene da chiedersi se la via più semplice non sia un&#8217;altra. Come accennato in precedenza, basterebbero rette più alte per finaziare borse di studio più sostanziose. Ad ogni modo, le proposte più interessanti, in questi giorni, non sono arrivate da Palazzo Colonna (dove si presentava il rapporto sulla mobilità sociale) ma dalla Germania. Naturalmente, &#8220;più interessanti&#8221; dal nostro punto di vista. Merkel e Westerwelle sono alle prese con la scrittura del programma per i prossimi anni di governo giallo-nero (Cdu-Liberali). Il leader dell&#8217;Fdp avrebbe proposto l&#8217;azzeramente di tutto il sistema bizantino di welfare con la sostituzione del &#8220;solo&#8221; reddito minimo di friedmaniana memoria. Di cosa si tratta? Prima di tutto, si tratta di fare tabula rasa di tutti i sussidi che vengono concessi per gli scopi più disparati. Fatto questo, il governo interverrebbe per garantire a tutti un salario minimo. Friedman chiamava questa alternativa radicale all&#8217;attuale sistema: &#8220;imposta negativa sul reddito&#8221;. Antonio Martino la spiega così:</p>
<blockquote><p>Supponiamo che il livello di reddito individuale al di sopra del quale si cominciano a pagare imposte sia di 10 milioni di lire: questo è il primo elemento, quello che Friedman chiama &#8220;break-even point&#8221;. Nel sistema attuale, chi ha un reddito inferiore al minimo non paga imposte, e tutto finisce lì. Sulla base della proposta, invece, coloro che hanno un reddito inferiore al minimo riceverebbero dallo stato una percentuale della differenza fra reddito minimo e reddito percepito. Se tale percentuale fosse, per esempio, del 50%, un individuo con un reddito di 2 milioni riceverebbe dallo Stato 4 milioni (il 50% della differenza fra reddito minimo e reddito percepito). Questo è il secondo elemento, &#8220;l&#8217;aliquota di imposta negativa&#8221; (il 50% nel nostro caso ipotetico). E&#8217; evidente che, dati i primi due elementi del nostro esempio, un sistema siffatto equivarrebbe a garantire un reddito di 5 milioni a coloro che non hanno percepito alcun reddito (il 50% della differenza fra reddito minimo e zero). Questo è il terzo elemento, cioè il &#8220;reddito garantito&#8221;.</p></blockquote>
<p>Perchè un sistema del genere sarebbe preferibile? Innanzitutto permetterebbe a tutte le persone di scegliere direttamente come utilizzare il reddito minimo garantito, corrisposto in denaro. Secondariamente, renderebbe più trasparente e razionale il sistema degli aiuti ai cittadini bisognosi, togliendo di mezzo una quantità sterminata di burocrazia. Le risorse sarebbero destinate direttamente ai beneficiari e non all&#8217;apparato burocratica preposto alla loro amministrazione. La difficoltà starebbe nel quantificare correttamente i tre elementi prima richiamati: &#8220;break-even point&#8221;, aliquota e reddito garantito. Il rischio, come in tutti sistemi di welfare, è quello di disincentivare il lavoro. La proposta in sè è radicale, il modo in cui Westerwelle voglia attuarla non è ben chiaro. Ancora meno chiara è la possibilità che un progetto così ambizioso possa essere accettato nel paese diBismarck, ovvero l&#8217;ideatore dello Stato sociale. In un panorama come quello attuale dove i partiti di destra sembrerebbero avere perso il loro piglio liberale, l&#8217;idea dell&#8217;Fdp è senza dubbio lodevole. E se poi dovesse anche essere attuata&#8230; beh, vorrebbe dire che la GermaniaFutura ci piacerebbe di più dell&#8217;ItaliaFutura.</p>
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		<title>Le idee hanno delle conseguenze. Una nota su Irving.</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2009 18:19:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale Annicchino</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sarebbe molto da scrivere in merito al lascito intellettuale e politico di Irving Kristol. Non è questa la sede opportuna, Oscar Giannino ci ha già dato un contributo sostanziale.
Quello che i lettori di questo blog possono trovare interessante è il rapporto dei neoconservatori con i principi del libertarismo.  Molte analisi di Kristol e dei neoconservatori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sarebbe molto da scrivere in merito al lascito intellettuale e politico di Irving Kristol. Non è questa la sede opportuna, Oscar Giannino ci ha già dato <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/09/19/ciao-irving-un-grande-che-se-ne-va/">un contributo sostanziale.</a></p>
<p>Quello che i lettori di questo blog possono trovare interessante è il rapporto dei neoconservatori con i principi del libertarismo.  Molte analisi di Kristol e dei neoconservatori, sebbene critiche nei confronti del <em>welfare state,</em> non arrivano mai a negarne la necessità.  Certo c’è modo e modo. Quello che i <em>neocon </em>cercano è una riforma radicale e non una negazione di principio.</p>
<p>Non è una cosa da poco.</p>
<p>Dal punto di vista delle politiche interne l&#8217;analisi <em>neocon</em> ha influito molto nell&#8217;elaborazione delle politiche dell&#8217;amministrazione Bush. Esempio primario ne è stata la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/White_House_Office_of_Faith-Based_and_Neighborhood_Partnerships">Faith Based and Community Initiative</a> voluta dal Presidente Bush.</p>
<p>Quello che è incontestabile, utilizzando una distinzione cara a Lon Fuller, è che per molti neocon le istituzioni pubbliche siano responsabili per la promozione di una &#8220;<em><a href="http://www.law.harvard.edu/students/orgs/jlpp/Vol31_No1_Coleonline.pdf">morality of aspiration</a></em>&#8220;. Questo si è tradotto nell&#8217;ambito delle <em>policies </em>pubbliche in una devoluzione di numerose competenze, prima affidate allo Stato centrale, ai gruppi intermedi della società civile. <em>In primis</em> i gruppi religiosi.</p>
<p>Se infatti le strutture statali sono viste come un ostacolo rispetto al processo di responsabilizzazione personale, i gruppi religiosi sono visti come fondamentali rispetto a questo fine ed a quello di &#8220;moralizzazione della società&#8221;.  Era infatti il nichilismo uno dei nemici fondamentali che Kristol vedeva prefigurarsi per il capitalismo in Occidente</p>
<blockquote><p>The enemy of liberal capitalism today is not so much socialism as nihilism.</p></blockquote>
<p>Ma le idee  di Kristol hanno fatto proseliti.</p>
<blockquote><p>What rules the world is idea, because ideas define the way reality is perceived</p></blockquote>
<p>Lew Daly (ora fellow a Demos, NY)  era stato molto critico delle iniziative di Bush (<a href="http://mitpress.mit.edu/catalog/item/default.asp?ttype=2&amp;tid=10940">God and the Welfare State</a>, MIT Press) (<a href="http://www.bancatoscana.it/NR/rdonlyres/103A7927-FCF9-4272-A76D-A408DC1368CA/19091/Recensioni.pdf">qui </a>una mia breve recensione), ma la sua prossima pubblicazione, (<a href="http://www.press.uchicago.edu/presssite/metadata.epl?mode=synopsis&amp;bookkey=1884834">God&#8217;s Economy</a>, Chicago University Press) in uscita a dicembre 2009, sembra essere molto meno critica della svolta inaugurata da Bush e continuata con alcune modifiche da Obama.</p>
<p>Irriducibili rispetto ad ogni schematismo le idee di Kristol continuano ad influenzare la politica e le politiche. Difficile giudicare se siano giuste o sbagliate, ma hanno avuto le loro &#8230; conseguenze.</p>
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		<title>Tirannia totale</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 17:17:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale Annicchino</dc:creator>
				<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[telecomunicazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>
		<category><![CDATA[Welfare State]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo Stato che avanza. Quello con la &#8220;S&#8221; maiuscola, e vuole sempre di più. Non pensiate sia un divertimento per attivisti ed ultra-fan dei diritti civili. Il &#8220;Nuovo Stato nazionale di Sorveglianza&#8221;, così ben descritto da Jack Balkin avrà un impatto profondo anche sulle vicende economiche: &#8220;This new kind of State uses surveillance, data collection, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo Stato che avanza. Quello con la &#8220;S&#8221; maiuscola, e vuole sempre di più. Non pensiate sia un divertimento per attivisti ed ultra-fan dei diritti civili. Il <a href="http://blogs.law.harvard.edu/infolaw/2006/10/10/balkin-on-the-national-surveillance-state/">&#8220;Nuovo Stato nazionale di Sorveglianza&#8221;,</a> così ben descritto da Jack Balkin avrà un impatto profondo anche sulle vicende economiche: &#8220;This new kind of State uses surveillance, data collection, collation and analysis to identify problems, to head off potential threats, to govern populations, and to deliver valuable social services”.</p>
<p>Avevo tempo fa già indicato un prezioso articolo di Tony Buyan <a href="http://www.uclshrp.com/exchange/follow_the_white_rabbit/print/">pubblicato dal Guardian.</a>  <a href="http://www.statewatch.org/"><em>Statewatch</em> </a>ora torna alla carica e con <a href="http://www.statewatch.org/analyses/no-83-remote-computer-access.pdf">questo report</a> ci dice come la buona Unione Europea entra dritta dritta nei nostri pc. C&#8217;e&#8217; ben poco da ridere, altro che  Tavaroli.</p>
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