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	<title>CHICAGO BLOG &#187; wall street journal</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Libertà economica. Italia meglio, ma sempre male</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 08:17:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[heritage foundation]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ai tempi del liceo, nulla era più crudele che veder la propria versione di greco valutata &#8220;3+&#8221;. Passi il 3: sapevi fin da principio che l&#8217;avevi fatta male. Ma quel benedetto &#8220;+&#8221; ti dava la sensazione della beffa. Ecco: l&#8217;Indice della libertà economica 2010, <a href="http://www.heritage.org/index">pubblicato oggi</a> a cura di Heritage Foundation e <em>Wall Street Journal</em> in collaborazione, tra gli altri, con l&#8217;IBL, ricorda quel tipo di sensazione. Col 62,7 per cento, l&#8217;Italia migliora sia in valore assoluto (1,3 punti percentuali in più dell&#8217;anno scorso), sia in graduatoria (siamo settantaquattresimi, due posti avanti rispetto al 2009). Ma, appunto, restiamo <a href="http://www.heritage.org/index/Ranking.aspx">classificati</a> come &#8220;moderatamente liberi&#8221;, e davanti a noi stanno altri 73 paesi. Dietro di noi, in Europa, solo la Bulgaria.</p>
<p><span id="more-4846"></span></p>
<p>La testa della classifica resta saldamente in mano a quattro paesi dell&#8217;Asia e del Pacifico &#8211; Hong Kong, Singapore, Australia e Nuova Zelanda &#8211; mentre i cambiamenti più clamorosi riguardano il mondo anglosassone: Stati Uniti e Gran Bretagna sono i due paesi che, in assoluto, vedono la propria libertà economica flettere in misura più significativa (-2,7 e -2,5 per cento, rispettivamente), in conseguenza del keynesismo anticrisi. Come conseguenza, gli Usa scendono all&#8217;ottavo posto, la Gb addirittura esce dalla top ten (assestandosi in undicesima posizione). All&#8217;altro estremo, spiccano la Polonia (+2,9 per cento) e il Messico (+2,5 per cento). Il fenomeno più importante, dunque, quest&#8217;anno sta nel radicale rimescolamento delle carte, specie nel gruppo dei paesi più liberi, che diventa sempre più europeo: nove dei primi venti paesi sono europei, e sette (Irlanda, Danimarca, Uk, Lussemburgo, Paesi Bassi, Estonia, Finlandia) stanno nell&#8217;Unione europea. Come europei questo ci riempie di orgoglio e di fiducia: come italiani, è deprimente, visto che noi restiamo fanalino di coda (è una scarsa consolazione che la Francia, 64,2 per cento, non se la passi molto meglio).</p>
<p><a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000002257">Torniamo, dunque, all&#8217;Italia</a>. Il nostro paese soffre dei mali di sempre: una scarsa libertà fiscale (55,2 per cento, in discesa), una pervasiva corruzione (48 per cento, in discesa), una spesa pubblica disastrosa (31,2 per cento, in salita), e un&#8217;insufficiente tutela dei diritti di proprietà (55 per cento, in salita). Il miglioramento di 1,3 punti percentuali è attribuibile soprattutto ai modesti, ma significativi, progressi nella libertà di scambio e in quella di investimento: l&#8217;una è attribuibile largamente a politiche comunitarie, e quindi godiamo di un merito non interamente nostro; più o meno lo stesso vale per la libertà di investire, che risente positivamente del rigetto delle <em>golden share</em> imposto da Bruxelles.</p>
<p>Oltre a questo, vale la pena sottolineare un progresso relativo che l&#8217;Italia compie, anche se non si vede: mentre molte delle economie più libere arretravano, noi abbiamo tenuto grazie alla scelta di non cedere alle sirene degli &#8220;stimoli&#8221;. Come ha <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8806">commentato</a> Alberto Mingardi:</p>
<blockquote><p>Siamo oggi un Paese più economicamente libero non per nostra virtù ma per vizio altrui. Viene premiato, con un piccolo segnale positivo, il buon senso di non aver messo in atto costosi piani di stimolo, ritornando a insostenibili posizioni keynesiane. Ma non è certo possibile accontentarsi. C&#8217;è una lunga china, tutta da risalire. E investire oggi sulla libertà economica è fondamentale per potere finalmente uscire dalla spirale del declino.</p></blockquote>
<p>Quanto meno, dunque, possiamo vantare il successo di non aver perso terreno, quando molti altri &#8211; compresi quelli a cui guardavamo e guardiamo come <em>shining cities atop a hill </em>- hanno percorso la via lastricata di buone intenzioni. La consolazione, però, finisce qui: in valore assoluto restiamo molto meno liberi, e dunque quelle realtà, nonostante il degrado post-crisi, restano più attrattive e più libere. Vale la pena ricordare, va da sé, che quello che stiamo misurando qui è la libertà economica, non la ricchezza o la qualità della vita, che possono essere ancora maggiori in Italia rispetto ad altre realtà. Tuttavia, è nostra convinzione che vi sia un nesso molto forte tra la libertà economica (intesa come contesto) e la ricchezza e la qualità della vita (intese come risultato di quel contesto). Lo confermano le <a href="http://www.heritage.org/index/PDF/2010/Index2010_ExecutiveHighlights.pdf">correlazioni</a>, che restano molto alte anche nel 2010, tra la libertà economica e il Pil pro capite, la qualità della vita, la &#8220;felicità&#8221;. Ed è un monito importante quello che viene dalla correlazione, pure meno significativa nel breve termine, tra gli aumenti della spesa pubblica e la riduzione della crescita.</p>
<p>Queste dinamiche non vanno perse di vista, perché è probabile che nei prossimi anni si aggravino. Dal che può venire un vantaggio comparato per chi, come l&#8217;Italia, ha resistito. Ma solo se sapremo cogliere l&#8217;occasione per avviare quelle riforme, a partire da quelle fiscali, che possono curare le nostre malattie. Le ragioni, <a href="http://online.wsj.com/article/SB40001424052748704541004575011684172064228.html#mod=todays_europe_opinion">le spiega molto bene</a> Terry Miller, curatore dell&#8217;Index, sul <em>Wall Street Journal </em>di oggi:</p>
<blockquote><p>These trends are important because study after study shows a strong correlation between economic freedom and prosperity. Citizens of economically freer countries enjoy much higher per-capita incomes on average than those who live in less free economies. Economic freedom also has positive impacts on overall quality of life, political and social conditions, and even on protection of the environment. Perhaps of most significance in these hard times, Index data indicate that freer economies do a much better job of reducing poverty than more highly regulated economies.</p></blockquote>
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		<title>Sì, quindi no</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 05:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
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		<description><![CDATA[Spettacolare sputtanamento dell&#8217;Obamacare e di Barack Obama, sul Wall Street Journal di oggi. Parola di Presidente.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Spettacolare sputtanamento dell&#8217;Obamacare e di Barack Obama, sul <em>Wall Street Journal </em>di oggi. <a href="http://online.wsj.com/article/SB40001424052970203550604574360541357223298.html#mod=todays_europe_opinion">Parola di Presidente</a>.</p>
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		<title>Fiat-Chrysler, chapeau all&#8217;avvocato Lauria</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2009 18:34:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Wall Street Journal oggi &#8211; leggete qui &#8211;  ha fatto scoppiare una bella bombetta sul caso Fiat-Chrysler, pubblicando il fitto scambio di mail tra manager della Chrysler, consulenti della stessa e funzionari della car-task force dell&#8217;Amministrazione Usa. Nel carteggio si avanzano reiterati e seri dubbi sulla sostenibilità finanziaria del matrimonio da parte di Fiat, di lamenta che la casa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Wall Street Journal oggi &#8211; leggete <a href="http://online.wsj.com/article/SB124424451815990495.html" target="_blank">qui</a> &#8211;  ha fatto scoppiare una bella bombetta sul caso Fiat-Chrysler, pubblicando il fitto scambio di mail tra manager della Chrysler, consulenti della stessa e funzionari della car-task force dell&#8217;Amministrazione Usa. Nel carteggio si avanzano reiterati e seri dubbi sulla sostenibilità finanziaria del matrimonio da parte di Fiat, di lamenta che la casa torinese elude le richieste di chiarimenti, si rilancia l&#8217;ipotesi di abbinare Chrysler a GM. Ma, alla fine, la prima fila della Chrysler si piega e batte i tacchi alla politica, che ha scelto essa, molto più di Bob Nardelli, che Fiat è il meglio.</p>
<p>Non è una rivelazione. Era chiaro che le cose erano andate esattamente così. Anche se, naturalmente, è tutt&#8217;altra cosa poter leggere le mail originarie degli scambi d&#8217;opinione, i loro toni sopra le righe, le perplessità affannosamente senza risposta della prima linea di Chrysler man mano che si avvicina la deadline  posta dall&#8217;Amministrazione per il chapter 11. Vediamo domani come la stampa italiana tratterà la faccenda. Personalmente, su qualunque giornale scrivessi o facessi scrivere altri, avrei predisposto un bell&#8217;editoriale dal titolo &#8220;pari e patta&#8221;: chi lamenta &#8211; anch&#8217;io  &#8211; l&#8217;improprio ruolo esercitato dalla politica tedesca per escludere Fiat da Opel,  ricordi bene che è la politica americana ad aver scelto la casa torinese per Chrysler, e che l&#8217;ha fatto a mo&#8217; di monito verso GM, più grande e ancora da &#8220;ammansire&#8221;, all&#8217;epoca.</p>
<p>Qui, aggiungo solo due cose. Ottimo il WSJ, come al solito. Ma letteralmente giù il cappello di fronte alla giustizia americana, alla Corte del Southern District di New York che ha ammesso tali mail quali prove documentali, e soprattutto all&#8217;immenso avvocato Thomas Lauria, che nel procedimento si oppone alla soluzione escogitata dalla politica a nome del calpestato diritto di alcuni fondi d&#8217;investimento e fondi pensione. Lauria è riuscito a procurarsi le mail &#8211; alcune di pochissimi giorni fa &#8211; in nome dalla full disclosure  che il debitore deve al creditore, e le ha spiattellate nel fascicolo. Ha tempo fino alle 16 di lunedì ora di New York per presentare appello alla Corte Suprema.  Dalle aziende e dalle banche italiane non esce un fiato, quando s&#8217;incappa nei guai, nemmeno a distanza di anni. Figuriamoci le mail &#8220;apicali&#8221; a distanza di una settimana dalle decisioni assunte. Viva la differenza&#8230; sempre che Obama non &#8220;europeizzi&#8221; gli Usa anche in questo.</p>
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		<title>Il futuro dei giornali</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 21:45:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Trovato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due interessanti prospettive, dai due lati dell&#8217;Atlantico: European Journalism Observatory [via Marcello Foa] e Wall Street Journal. Con un denominatore comune: il no ai finanziamenti pubblici.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due interessanti prospettive, dai due lati dell&#8217;Atlantico: <a href="http://www.ejo.ch/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1891&amp;Itemid=168">European Journalism Observatory</a> [via <a href="http://blog.ilgiornale.it/foa/2009/05/20/ma-i-giornalisti-e-i-lettori-sapranno-cambiare/">Marcello Foa</a>] e <a href="http://online.wsj.com/article/SB124242512977025161.html#mod=djemEditorialPage">Wall Street Journal</a>. Con un denominatore comune: il no ai finanziamenti pubblici.</p>
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		<title>Il meraviglioso mondo dell&#8217;Antitrust</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 07:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul Wall Street Journal di oggi, Alberto Mingardi spiega perché da contribuenti pagheremo le imprese troppo grandi per fallire, mentre da consumatori quelle troppo piccole per competere.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul <em>Wall Street Journal </em>di oggi, <a href="http://online.wsj.com/article/SB124276467355136035.html#mod=todays_europe_opinion">Alberto Mingardi spiega</a> perché da contribuenti pagheremo le imprese troppo grandi per fallire, mentre da consumatori quelle troppo piccole per competere.</p>
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