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	<title>CHICAGO BLOG &#187; USA</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Eurocrisi, way out o big bang</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 11:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; venuto il momento di allargare il punto di osservazione  sulla crisi in corso, ora che il governo Monti con la fiducia parlamentare entra nella pienezza delle sue funzioni, salutato e sostenuto dal consenso esplicito dei vertici europei, di Germania e Francia tanto per sottolineare ancora una volta l&#8217;attenzione tutta particolare riservata al potenziale di instabilità sistemico rappresentato dal debito pubblico e dalla bassa crescita del nostro Paese. Ora che l&#8217;Italia si pone in condizione di rassicurare i mercati- se farà e se farà bene, se la politica non si mette troppo per traverso, sde si conferma dopo mesi il sorpasso al ribasso sullo spread spagnolo di stamane &#8211; è tempo anche da noi di aprire il dossier della crisi vera, rispetto alla quale l&#8217;Italia non deve fungere da detonatore, ma che rischia comunque di investire tutto il continente. Diciamolo chiaramente. Nel 2012 è l&#8217;euro in quanto tale, a rischiare di saltare. <span id="more-10560"></span></p>
<p>Questo ci dice la tumultuosa vendita da Oltreoceano che ogni giorno si sta realizzando sotto i nostri occhi nei confronti di tutti gli asset europei, a partire dal debito pubblico di tutti i componenti dell&#8217;euroarea ad eccezione della Germania, ed estendendosi ai titoli bancari che portano a sempre nuovi record verso il basso i listini di Borsa dell&#8217;intera Europa, perché le banche sono la cintura più esposta alla crisi di sistema che si sta scatenando.</p>
<p>I segnali sono assai preoccupanti e chiari, per chi li vuole leggere. I differenziali sul Bund che s&#8217;inerpicano verso l&#8217;alto non sono solo quelli greci, e portoghesi e spagnoli.  La Francia stava a 40 punti base di premio sul Bund decennale a fine 2010. Oggi  supera i 200 e da due settimane peggiora ogni giorno, ha di fatto già perso nel giudizio dei mercati la tripla A di cui andava così fiera. Il Belgio è passato da 103 punti a 318. L&#8217;Austria, pur considerata integrata alla Germania euroleader, è salita da 54 a 190. Lo stesso fondo salva-Stati e salva-banche, l&#8217;Efsf, in teoria tripla A anch&#8217;esso, ha dovuto rinviare l&#8217;emissione di una sua obbligazione dopo averne ridotto l&#8217;ammontare, e paga rendimenti in crescita quotidiana allineati a quelli francesi. Tre mesi di incorporazione da parte del sistema bancario di questa stima crescente dei rischi sovrani implicano problemi gravissimi per il credito non più solo dei Paesi sin qui a rischio, ma innanzitutto delle banche francesi, le più esposte al totale di carta pubblica europea.</p>
<p>Perché i mercati scommettono che nel 2012 l&#8217;euro salta, se non si assumono decisioni efficaci e adeguate al rischio a cui l&#8217;euro esposto? Per comprenderlo, è necessario compiere un passo indietro. Diciamo che, con qualche approssimazione tecnica, al mondo esistono due tipi di aree monetarie concepite come ottimali. Una è quella del dollaro. L&#8217;altra quella dell&#8217;euro. Sono due modelli pressoché agli antipodi. Per ragioni serie e storiche però, non per follia o inettitudine come vorrebberom oggi alcuni improvvisatori che gridano soluzioni da bar, anche se hanno nomi e cognomi autorevoli nel giornalismo italiano. E neanche perché i padri dell&#8217;euro ieri e Mario Draghi oggi avrebbero compiuto un golpe a nome delle banche, come strepitano blogger stralunati e cospirazionisti di estrema destra come di sinistra antagonista.</p>
<p>Il modello americano si è evoluto dal 1913 in avanti secondo una concezione per la quale a una valuta comune corrisponde l&#8217;unificazione reale dei mercati sottostanti, dei beni, dei servizi, del lavoro come della relativa regolazione. Lo scopo è quello di consentire che un unico tasso di interesse abbia sì effetti asimmetrici nelle diverse aree dell&#8217;Unione, che sono caratterizzate da tassi di crescita, costi dei fattori produttivi e prezzi degli asset comunque tra loro diversi visto che un continente non ha certo condizioni omogenee. Ma l&#8217;unificazione dei mercati e della regolazione consente che l&#8217;equilibrio a unico tasso d&#8217;interesse tra costi diversi, salari e disoccupazione avvenga per autoregolazione attraverso vasi comunicanti. Ti puoi spostare da uno Stato con più disoccupazione a uno che tira di più, con prezzi diversi, ma senza mettere a rischio risparmio e patrimonio.</p>
<p>In questo modello, quando il ciclo scende e a maggior ragione quando si aprono grandi crisi, la via prescelta è quella di attenuarne i morsi monetizzando il debito – tanto l&#8217;eccesso di debito privato, che delle banche che di quello pubblico – facendo stampare dollari alla FED. Dal 2008 in avanti, la banca centrale americana lo ha fatto per oltre 20 trilioni di dollari per il solo sistema banco-finanziario, praticamente per l&#8217;equivalente dei due terzi del valore attuale di tutti gli asset quotati nelle borse americane. Se si somma il debito pubblico,delle famiglie, delle imprese e delle banche Usa, nel giugno 2011 la quota era pari al 289% del Pil americano. Per fare paragoni, il Regno Unito è a quota 497%. Il Giappone a quota 492%. La Spagna a 388%. La Francia a 341% L&#8217;Italia al 303%.</p>
<p>La differenza tra la sostenibilità del maggior debito americano, britannico e giapponese rispetto al nostro – più basso – dipende dal fatto che le banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito e Giappone monetizzano il debito con il torchio monetario, pressoché illimitatamente (non solo da questo, per essere corretti, conta anche la caratteristica delle economie di ciascuno, la percentuale di debito detenuto dai non residenti, etc etc, ma questo aspetto è comunque fondamentale). Certo, è un sistema che produce bolle nel prezzo degli asset, come quella di Internet prima, dell&#8217;immobiliare poi. E produce inflazione. Ma l&#8217;America, finché il dollaro è la moneta in cui sono denominati i mercati di tutte le commodities mondiali e dunque è riserva prioritaria per tutte le banche centrali, l&#8217;inflazione monetaria l&#8217;esporta verso il resto del mondo, anche grazie alla sua sostenuta produttività domestica. Meglio le bolle ogni tanto di una più alta disoccupazione stabile, pensano in America.</p>
<p>Poi c&#8217;è il secondo modello, quello dell&#8217;euroarea. Vediamo di spiegarlo storicamente, perché questa è la risposta da dare a coloro che non capiscono come mai siamo stati per così dire “commissariati” dai tedeschi, insieme a greci, portoghesi, spagnoli e irlandesi. Il modello BCE nasce dall&#8217;esperienza tragica fatta dalla Germania ai tempi di Weimar. L&#8217;eccesso di torchio monetario e di inflazione, stante l&#8217;enorme debito accumulato nella sconfitta della prima guerra mondiale, portò comunque a disoccupazione di massa e perdita reale e verticale di risparmio. L&#8217;effetto fu il nazismo, la presa sugli strati popolari dei totalitarismi neri e rossi.</p>
<p>Per questo la Germania per decenni, prima della moneta comune, ha affinato il modello su cui l&#8217;euro è poi nato. A differenza degli Usa, nessuna unificazione reale dei mercati sottostanti, del lavoro, dei beni e dei servizi come della regolazione: tranne che nel comparto finanziario. In più, il debito pubblico resta garantito da ciascun Paese membro. Senza un debito comune europeo è come se esso sia denominato in una valuta straniera, rispetto all&#8217;euro. Infine, la BCE non può e non deve monetizzare debiti di alcun tipo, deve solo pensare a tenere bassa l&#8217;inflazione, deve astenersi dal sostenere il ciclo.</p>
<p>Come può reggere un sistema di tal tipo, visto che la curva dei costi come della produttività, e le bilance dei pagamenti tra i diversi paesi dell&#8217;euroarea sono tanto divergenti? Per dire, la Germania è forte perché ha il più grande attivo al mondo di parte corrente dopo la Cina, quasi il 7% del Pil, il Portogallo era in passivo del 14% prima della crisi. Oppure, se consideriamo il costo per unità di lavoro fatto pari a 100 nel 2000,  quello tedesco nel 2008 era a 98 e ora è a 105, quello portoghese  nel 2008 era a 128 e ancora oggi è sceso solo a 125.</p>
<p>Il meccanismo tedesco prevede che, per reggere con queste asimmetrie e avvantaggiarsi tutti dell&#8217;euro, siano le classi politiche dei diversi Paesi a dover tenere la finanza pubblica in equilibrio al più basso livello di spesa pubblica coerente con un welfare decente e la sostenibilità del proprio debito pubblico, e a indurre con adeguate riforme l&#8217;economia reale ad un&#8217;elevata produttività. In caso contrario, con bassa crescita e alto debito e senza torchio monetario della Bce, l&#8217;unico aggiustamento possibile è quello della deflazione interna, cioè del drastico abbassamento in termini di valore reale dei salari e delle pensioni, degli attivi patrimoniali delle banche come delle imprese. Una volta che il conto salato, in termini di disoccupazione e impoverimento reale, cade sulle spalle di lavoratori,  contribuenti e risparmiatori, allora essi richiameranno al dovere i politici mentitori e inadeguati, sostituendoli con politici più virtuosi. E&#8217; un meccanismo kantiano che scommette sulla virtù e sulla saggezza, altrimenti &#8220;il giudice a Berlino&#8221; passa per brutte botte in testa ai popoli.</p>
<p>Siamo esattamente a questo punto. Il conto amaro si abbatte su milioni di portoghesi e spagnoli, italiani e &#8211; tra pochissimo- francesi. Perché i politici mentono e preferiscono dare la colpa al mercato o alle opposizioni, perché i sindacati resistono alle riforme, perché ciascuno dice che la colpa è di un altro. E alla fine a pagare sono imprese e lavoro, coloro che non decidono alcunché ma subiscono.</p>
<p>Perché il mercato scommette che l&#8217;euro salta? Perché, al momento, non ci sono segni che tedeschi e francesi – entrambi sotto elezioni nel 2012 e nel 2013 &#8211; siano pronti ad assumere alcuna delle tre decisioni diverse che ci potrebbero portare fuori dal gorgo. Dico tre non perchè siano davvero tre, il mix può essere molto ampio. Le indico solo per far capire quanto possano essere diverse.</p>
<p>La prima decisione è quella di cambiare con procedura d&#8217;urgenza Trattato e Statuto della Bce, mutandone la natura e inducendola a monetizzare il debito. I tedeschi non si fidano e dal loro punto di vista hanno ragione, con mercati separati è un premio a chi ha accumulato più squilibri traendo a quel punto il massimo vantaggio dall&#8217;euro. Ora molti inneggiano a questa soluzione, Giuliano Ferrara la grida ai quattro venti: la loro ricetta quasi sempre è rimanere padroni a casa propria e lotta senza paura contro il vincolo estero, tranne che poi ci deve pensare la Bce a risolvere il problema degli squilibri insostenibili. Sembrano saggi, e sono matti.  La monetizzazione senza limiti del debito comunque induce i politici ad accumulare debito, tanto ci penserà una banca centrale a evitare il default. Per questo chi la pensa come noi ha sempre pensato che i freni alla monetizzazioen fossero più che giustificati, dagli andamenti della storia e dall&#8217;irresponsabilità crescente dei politici. Ha più titolo per chiedere la monetizzazione chi a quel punto abbraccia l&#8217;armonizzazione fiscale e la cessione ulteriore di sovranità a favore dell&#8217;Unione. Non mi sembra abbondino, tra i nostalgici urlatori del Cavaliere. Diciamo che è una proposta che alberga con maggior titolo a sinistra, che nella destra estrema (altro paio di maniche è la tradizione popolar-cattolica, rispeto alla quale la cessione di sovranità comporta menio problemi fin dai padri fondatori del trattato di Roma).<br />
La seconda è una via intermedia. Senza monetizzazione integrale da parte della Bce,  si potrebbe comunque formare un fondo comune in cui i diversi Paesi membri facessero confluire una quota di debito pubblico eccedente una certa soglia- diciamo il 70% &#8211; chiamandone a garanzia  in parte la Bce, e in parte le stesse riserve accumulate dalla Germania grazie al fatto che tutti comprano solo i suoi Bund vendendo il resto dell&#8217;eurocarta (la fuga dei fondi monetari dalla Francia è ormai massiccia, e i tedeschi se ne avvantaggiano grazie ai loro meriti). E&#8217; una proposta simile a quella avanzata qui in Italia da Paolo Savona. Ha il vantaggio di affriontare l&#8217;emergenza con strumenti comuni, senza pretendere però di varare in due settimane o due mesi uno schema nuovo di unificazione dei mercati e della politica e una Bce &#8220;alla FEd&#8221;: la politica non riuscirebbe mai a farlo, secondo me.</p>
<p>La terza proposta, fuori dai denti, è quella ancora più traumatica. Intavolare un confronto riservato su come uscirne, dall&#8217;euro. In breve &#8211; i problemi tecnici sono immensi &#8211; le ipotesi sono due. Se ad uscirne sono i Paesi eurodeboli, si troverebbero con gli attivi e passività esteri di banche e imprese che restano in euro e dollari, con quelli domestici invece in lire o franchi svalutati tra il 20 e il 40%. L&#8217;effetto sarebbe di fallimenti e disoccupazione di massa. Se invece fossero gli euroforti – Germania, Olanda e Nordeuropea -  allora l&#8217;effetto sarebbe opposto, l&#8217;avvaloramento degli attivi e passivi domestici reggerebbe l&#8217;effetto del maggior valore che il marco o il N-Euro, l&#8217;euro del nord, acquisterebbe sul dollaro rispetto all&#8217;euro attuale, penalizzandone le esportazioni sì, ma non tanto da annullare il vantaggio di competitività tedesco di questi anni. Detta così sembra semplice, non lo è affatto. Ma è anche vero che senza alcuna risposta, l&#8217;esplosione è certa.</p>
<p>I mercati però non vedono i segni, nelle classi politiche tedesche, francesi ed europee, né della consapevolezza del rischio terribile a cui tutti siamo esposti. Né dei rimedi possibili da adottare. La Merkel non passa giorno che non dica no a ciascuna di queste diverse ipotesi. La Germania del resto ha un suo piano B. Ha un suo Lebensraum economico ottimale, che non coincide affatto con l&#8217;euroarea ma si estende all&#8217;est Europa e all&#8217;intera Scandinavia, ha una politica propria e non europea nel braccio di ferro tra yuan e dollaro, in quanto il rapporto di Berlino con la Cina è diretto e  nonpassa certo né per Bruxelles né per Francoforte .Gli altri governi tacciono. I francesi con Sarkozy per grandeur non hanno capito che l&#8217;esposizione del loro sistema bancario pretendeva un rulo diverso dalla fuinzione di essere &#8220;come la Germania&#8221;.</p>
<p>Per questo i mercati scommettono che l&#8217;euro salterà. E per questo l&#8217;Italia deve al più presto recuperare l&#8217;autorevolezza per tornare a sedersi al tavolo europeo, come ha detto ieri Mario Monti.  Non si è mai visto una carrozza trainata da un tiro a quattro in cui il passo debba essere quello del cavallo più veloce. Perché o gli altri tre cavalli crepano oppure, ancor prima, si ribalta la carrozza. Finché siamo in tempo, evitiamolo. Perché di tempo ne è rimasto veramente poco.</p>
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		<title>La Buffett Tax e i suoi ridicoli sostenitori italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 12:36:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia di sinistra si spella le mani nei confronti del nuovo piano Obama di rientro del debito federale, urla e grida gioiosamente all&#8217;indirizzo della Warren Buffet Tax. Paghino i ricchi, l&#8217;America lo dice e chi siamo noi per non adeguarci, intona il peana progressista italiano tra lieti canti, cimbali e tamburi. C&#8217;è da rimanere senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia di sinistra si spella le mani nei confronti del nuovo piano Obama di rientro del debito federale, urla e grida gioiosamente all&#8217;indirizzo della Warren Buffet Tax. Paghino i ricchi, l&#8217;America lo dice e chi siamo noi per non adeguarci, intona il peana progressista italiano tra lieti canti, cimbali e tamburi. C&#8217;è da rimanere senza parole, a volte, di fronte alle vette di mistificazione alle quali può giungere il dibattito pubblico italiano.<span id="more-10105"></span></p>
<p>Prima di venire al dunque, una piccola ma necessaria premessa. L&#8217;Amministrazione americana ha dovuto risolversi alla proposta di maximanovra. Ma con il Congresso attuale per metà controllato dai repubblicani dopo le elezioni di midterm si tratta di pura propaganda, perché non essendo stata concordata preventivamente con il Grand Old Party non ha nessuna possibilità di essere approvata. Ma ha dovuto farlo comunque. Da una parte, è ovvio, per uscire dall&#8217;angolo della caduta verticale nei sondaggi d&#8217;opinione, suffragata da ogni voto suppletivo per seggi vacanti al Congresso. Così continuando, Obama non avrebbe solo confermato la pietra tombale sulla sua presidenza, attualmente giàposata nel giudizio maggioritario degli americani. Avrebbe matematicamente impedito qualunque chanche per chiunque altro si fosse candidato a nome dei democratici.</p>
<p>Per questo, a un mese dal sanguinoso downgrading del debito pubblico americano, Obama ha dovuto ammettere – sia pure implicitamente – la propria responsabilità storica. E lo ha fatto solo in parte. La sua manovra decennale, a regime taglierebbe il deficit di 4mila miliardi di dollari. Eppure non bastano neanche questi a sanare quel che Obama ha fatto. Gli Stati Uniti hanno impiegato la bellezza di 232 anni dalla nascita per accumulare 10mila miliardi di dollari dei debito federale. Ma sono bastati i tre anni di Obama per farlo crescere del 45%, con 4,5 trilioni di dollari aggiuntivi. Dunque Obama non riparerebbe tutti i suoi danni, con la sia manovra correttiva.</p>
<p>Ma lasciamo perdere, la storia è piena di politici che dei propri disastri danno colpa ad altro e altri. Quel che più conta, è il merito delle proposte fiscali che tanti applausi suscitano in Italia. Paghino i ricchi! Per 10 punti in più di Gdp americano (sia pur spalmato in 10 anni )! La risata che provocano questi applausi italiani è ovvia, se dall&#8217;empireo dei princìpi generali scendiamo, piedi a terra, a considerare qualche numero. Tanto per essere meno naif.</p>
<p>Se guardiamo le cose come stanno, occorre ricordare che Mr Warren Buffet ha lamentato come uno scandalo il pagamento di minori imposte sul reddito, in proporzione, rispetto ai suoi dipendenti. E c&#8217;è da credergli, se diamo un occhio alle aliquote. Perché Warren Buffet ha dichiarato infatti di aver pagato al fisco federale il 19%  sul suo reddito,rispetto a una media dei suoi dipendenti pari al 26%. Ora Obama fa la faccia cattiva, e afferma che i multimilionari devono pagare almeno il 35%.  E che cosa hanno da applaudire, a queste cifre, i redistribuzionisti statalisti nostrani? Il sottoscritto, che non è Warren Buffet neanche se si fa la plastica al portafoglio più che alla faccia, paga già il 43% di aliquota Irpef. Anzi, dovrà aggiungere altri punti, grazie alla sovraliquota decisa dal governo attuale. Miseria nera, se qualcuno mi applicasse il 26% o anche il 35% pagherei a mie spese fuochi d&#8217;artificio nelle piazze, e sono sicuro che troverei migliaia di contribuenti italiani disposti allo stesso onere.</p>
<p>Ma vi rendete conto o no, che la maxialiquota  marginale americana, quella che accende cuori e menti della sinistra italiana, è del solo 2% superiore all&#8217;aliquota massima del 33% innumerevoli volte proposta da Berlusconi come il massimo di prelievo naturale accettabile sui redditi, oltre il quale inizia ad essere legittima la resistenza fiscale? E&#8217; chiaro o non è chiaro, che siamo praticamente a quel 33% di aliquota massima indicata dal centrodestra con il suo Libro Bianco sulla riforma fiscale del 1994, che il centrodestra purtroppo per lui e per noi nno ha mai attuato? E&#8217; vero o non è vero, che il 33% di aliquota massima sui redditi delle persone fisiche promesso allora non ha suscitato sin dal primo momento qui da noi che vasto scherno scherno perché impossibile, e ferma  condanna perché incostituzionale, rispetto alla lettura assolutamente filostatalista del combinato disposto delle due nome che presiedono da noi alla capacità tributaria e alla progressività del prelievo, cioè gli articoli 23 e 53 della Costituzione?</p>
<p>Datemi retta. Chi in Italia promette ancora più tasse se vincerà le elezioni non ha alcun titolo, per brindare alla Buffet Tax.</p>
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		<title>L&#8217;Italia è nel fuoco, rispondere si deve: su-bi-to</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 17:13:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo alla chiusura di Borsa di lunedì, ed è stato un nuovo bagno di sangue, con un meno 4% che è il peggio nell&#8217;eurozona. peggiore. Lo spread sui decennali pubblici tedeschi è oggi salito di 70 punti base totali rispetto a dove stava all&#8217;inizio della seduta di venerdì. Intesa e Unicredit si sono alternate tutto il giorno nella sospensione al ribasso. La Spagna ci ha risuperati nel differenziale sui Bund, zompando oltre quota 300 punti base. Ci siamo, c&#8217;è poco da fare. Per un anno e mezzo l&#8217;Italia ci era riuscita, a non  entrare nella lista dei Paesi sfiduciati nell&#8217;euroarea, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna. Tre grandi fattori internazionali, e tre circostanze italiane, in pochi giorni hanno fatto convergere i propri effetti. E&#8217; il quadro è cambiato. Purtroppo per noi. O si risponde subito col massimod ella serietà, o è solo l&#8217;inizio di altri peggiori guai.<span id="more-9553"></span></p>
<p>Quali sono, le ragioni che spiegano l&#8217;accelerazione dello spread italiano sul Bund in pochi giorni, e il crollo dei titoli bancari e a seguire dell&#8217;intero listino? E&#8217; ovvio che non è successo nulla che abbia modificato i fondamentali. Non sono emersi ammanchi pubblici non rivelati al mercato, e restiamo l&#8217;euromembro che ha fatto in questi anni meno deficit pubblico subito dopo la Germania. Le banche italiane non sono state salvate dal denaro del contribuente né due anni fa né oggi, ma stanno ricapitalizzando con risorse dei propri soci. E allora?</p>
<p>Si è ufficialmente aperta una finestra molto succosa per il mercato mondiale: scommettere sulla sostenibilità del quarto debito pubblico al mondo (il terzo è quello della Germania, che per ammontare complessivo ci ha superato nel 2010, ma il suo Pil è ben maggiore del nostro). E&#8217; un&#8217;opzione succosa, perché queste scommesse si vincono – cioè si fanno soldi a palate – giocando al ribasso, cioè con opzioni a breve su una certa soglia di Cds sovrano o bancario (il Cds è il derivato che stima il premio al rischio in caso di default del soggetto interessato, nel caso in cui gli si prestino soldi o gli si sottoscriva un titolo). Ed è un&#8217;opzione succosa per un&#8217;altra ragione.</p>
<p>Il linguaggio del realismo impone di dire e spiegare che la finestra è quasi del tutto indipendente dalla manovra finanziaria italiana appena presentata. Si voti o meno così com&#8217;è, la finestra resta aperta fino al 2013, quando scatterà la nuova cornice per il salvataggio degli euromembri in difficoltà visto che nessuno è riuscito sin qui a smuovere i tedeschi a “veri” interventi d&#8217;emergenza salvaeuro. E dunque, a meno cambio il quadro internazionale, è fino al 2013, che attualmente ritengono di dover essere ribassiste le forze potenti che scommettono sulla crisi dell&#8217;euroarea. Lo penso e lo dico a rpescidnere da quello che penso io, sull&#8217;euro e sulle sue attuali regole, perché non ha alcun rilievo di fronte a forze e processi di tale portata.</p>
<p>La prima grande molla internazionale che gonfia le vele alla volatilità al ribasso è dunque proprio l&#8217;errore europeo. L&#8217;errore franco-tedesco, ma germanico in primis. L&#8217;ho scritto e ripetuto molte volte. E&#8217; una costosa e drammatica sciocchezza non voler dire da 19 mesi agli elettori tedeschi che occorrono strumenti straordinari, non previsti dal Trattato, volti non a salvare non la Grecia cicala o il Portogallo per la sua bilancia dei pagamenti o la Spagna per la sua bolla immobiliare, ma l&#8217;euro in quanto tale. Può essere che da tedesco sarei in prima fila a non volere gli aiuti: ma coerentemente dovrei dire allora che voglio un euro ristretto, insomma un marco rivalutato e travestito. Aver diluito gli aiuti condizionandoli a misure che strangolano i Paesi eurodeboli e rendono ancor meno sostenibile il loro debito può aver aiutato le banche tedesche e francesi a disfarsi della troppa carta pubblica greca che avevano in pancia, ma ha invogliato tutti i ribassisti del mondo a scommettere che entro il 2013 l&#8217;euro salta, se il Consiglio europeo non apre gli occhi. E come abbiamo detto mille volte, l&#8217;Italia vista la dimensione del suo debito pubblico sarebbe finita a lungo andare nel mirino, anche ad onta del suo basso deficit di questi anni.</p>
<p>La seconda potente molla si chiama America. Il 2 agosto si sfonda il tetto di debito pubblico autorizzato dal Congresso, 14,3 mila miliardi di dollari pari grosso modo all&#8217;intero GDP degli Stati Uniti. Manca ancora l&#8217;accordo tra Amministrazione e repubblicani che controllano la Camera dei rappresentanti, su come dosare tra tagli alle spese e tasse i 4 o 4,5 trilioni di dollari in un decennio che bisogna prevedere di minor deficit rispetto alle enormi spese aggiuntive accese dall&#8217;attuale Amministrazione, senza che per questo la disoccupazione americana scenda sotto il 9,2%, e il totale degli scoraggiati al lavoro sotto il 16-17% delle forze di lavoro complessive. E&#8217; ovvio che ai fondi e alle grandi banche d&#8217;affari USA convenga con questi chiari di luna sul proprio mercato drammatizzare sull&#8217;Europa scommettendo sulla sua bassa tenuta, perché gli intermediari e gli investitori Usa sarebbero i primi a pagare invece i maggiori oneri di una crisi di credibilità della propria capacità di sostenere l&#8217;eccesso di debito.</p>
<p>La terza potente molla è quella del sistema bancario internazionale. In attesa venerdì prossimo dei risultati degli stress test europei – tra parentesi dico che questo esercizio è stato tecnicamente compiuto a mio giudizio coi piedi, consentendo alle banche tedesche di fare quello che vogliono o quasi e proiettando su tutte le altre lunghe ombre – l&#8217;interesse convergente del sistema internazionale ma soprattutto delle maggiori banche tedesche, francesi e britanniche – molte di loro in piedi grazie ai denari dei contribuenti – è a spingere verso il basso la capitalizzazione delle maggiori banche italiane. Unicredit e Intesa sono trattate oggi a prezzi ridicoli, rispetto ai fondamentali e ai mezzi propri. Non è leggenda metropolitana ma realtà, che qualcuno di molto forte in Germania pensa che così si spinga per esempio Unicredit &#8211; puliti nel frattempo gli attivi tedeschi e all&#8217;EstEuropa comprati anni fa a caro prezzo per come erano opacamente contabilizzati dai germanici &#8211; a ricederli agli stessi tedeschi a prezzi di saldo.</p>
<p>Attenti per favore. Io non penso e non sto affatto dicendo che l&#8217;Italia è vittima di una congiura. Lascio il complottismo a chi crede che il mercato sia guidato da pochi malefici gnomi. Il mercato è fatto da centinaia di migliaia di operatori che decidono sulle finestre di possibilità che vedono aperte. Ma la politica dovrebbe tenere gli occhi aperti, e sapere che nel mondo globalizzato meccanismi di questo tipo sono pronti a scattare sinergicamente, appena se ne creano le condizioni. Invece, la politica italiana non lo ha fatto.</p>
<p>Ed ecco i tre fattori interni. Si chiamano: dvisione verticale all&#8217;interno del governo dopo un anno e mezzo di polemiche laceranti, con diluizione della manovra originaria prima e durante il Consiglio dei ministri; le vicende giudiziarie di Marco Milanese, che lambiscono il Tesoro, con indebolimento conseguente di Tremonti anche per quanto Berlusocni ha detto su di lui a Repubblica; infine l&#8217;indebolimento ulteriore del premier, e quando dico ulteriore sconto che è di lungo tempo la perdita dells sua faccia nei consessi internazionali, per effetto della sentenza sul lodo Mondadori e del risarcimento di 560 milioni alla Cir.</p>
<p>Conclusione. Per realismo e se conosco i mercati, non basta affatto approvare la manovra com&#8217;è, cioè senza ulteriori diluizioni che erano annunciate,  e il più rapidamente possibile in Parlamento. Onestà e serietà impongono oggi di dire che la danza macabra degli spread si interromperebbe solo per pochi giorni, rispetto all&#8217;attesa dell&#8217;eurocrac comunque entro il 2013. Occorre rafforzarla, la manovra, con almeno una decina di miliardi di euro di tagli aggiuntivi strutturali, e non di più tasse. Subito: per esempio ripristinando il tetto pensionabile a 65 anni per le lavoratrici private a cominciare dal 2012 e a pieno regime entro il 2018, non a cominciare dal 2020m fino al 2032 come hanno corretto la prima stesura.  In più, aggiungendo privatizzazioni immobiliari per un paio di punti di Pil almeno. State attenti. Io vorrei sbagliare. Ma o si ha la forza di far così, subito, oppure di qui alla fine della legislatura sarà un calvario. E alla fine sarà patrimoniale.</p>
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		<title>Tutti giù per terra! Di P. Torazza</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jul 2011 08:44:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[fallimento]]></category>
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		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo da Piero Torazza e volentieri pubblichiamo.
In questi giorni discutiamo tanto di default della Grecia, ma la verità è che quasi tutto l’Occidente è affogato dai debiti, tendenzialmente privati nel mondo anglosassone “liberista”, tendenzialmente pubblici nell’Europa continentale “statalista”.
Dopo la Grecia verrà il turno degli altri Piigs (tra cui l’Italia), ma non è mica finita lì. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Piero Torazza e volentieri pubblichiamo.</em></p>
<p>In questi giorni discutiamo tanto di default della Grecia, ma la verità è che quasi tutto l’Occidente è affogato dai debiti, tendenzialmente privati nel mondo anglosassone “liberista”, tendenzialmente pubblici nell’Europa continentale “statalista”.</p>
<p><span id="more-9479"></span>Dopo la Grecia verrà il turno degli altri Piigs (tra cui l’Italia), ma non è mica finita lì. Anche il Re è nudo: gli Usa sono pieni di debiti. Ormai il primo detentore di Treasury non è più la Cina ma la Fed: essa crea base monetaria, una “partita di giro” che si sfoga sui mercati finanziari e poi nel reale. Il debito pubblico Usa (dopo i salvataggi 2008) è al 100% del Pil se includiamo anche i Federali. Se aggiungessimo anche il debito privato il totale Usa sale a circa 400%.</p>
<p>Il debito pubblico del mitico Giappone è al 200%. La nostra Italia e il Belgio con solo il 120% sembrerebbero meno-malate dei virtuosi americani. Spagna 60% e Portogallo 90% (che sulla stampa son più cattivi di noi) hanno avuto un deficit (velocità di incremento del debito) molto superiore al nostro&#8230; Grazie Tremonti. Grecia ed Irlanda non le analizziamo neppure: sono piccoline rispetto a noi ed alla Spagna. Come reagisce l’opinione pubblica (il famoso ceto medio) di fronte a questa situazione?</p>
<p>In Italia spesso diamo “quasi-tutta” la colpa ai nemici esterni, cito ad esempio:</p>
<ul>
<li>la Merkel, perchè ha le sue banche piene di titoli greci e quindi cerca di spostarne un po’ dentro la Bce</li>
<li>le Agenzie di Rating Usa, perchè ci danno brutti voti e sono in conflitto di interessi (vedi Buffet)</li>
<li>la Speculazione (vedi GS), perchè con futures, cds ed altri derivati si arrichisce sfruttanto le malattie altrui</li>
<li>le grandi banche, perchè scaricano i loro debiti sulla collettività ricattando i governi e facendosi salvare</li>
<li>eccetera eccetera eccetera&#8230; ognuno ne aggiunga quanti vuole&#8230;</li>
</ul>
<p>Questi nemici esterni sono in buona parte reali, non sono solo il frutto di un furbo populismo come qualcuno dice, ma comunque non sono loro il vero fattore fondamentale del declino. I greci danno “tutta” la colpa ai tedeschi: ne hanno molta, ma non esageriamo con gli scaricabarile. Il fattore fondamentale è banale, ma nel nostro <em>inconscio </em>viene spesso rimosso: <em>l’Occidente ha vissuto al di sopra della sua produttività, è giunto il momento di pagare</em><strong>.</strong></p>
<p>Questo dato è ineludibile: non dipende nè dalla volontà della gente nè dai governi nè dalle lobby finanziarie. E non è neppure una questione di Liberismo Usa vs Statalismo Europeo: <em>entrambi</em> hanno fatto debiti perchè non volevano ridurre il proprio livello di vita. Privati in un caso, pubblici nell’altro.</p>
<p>Un potente club di economisti internazionali anni or sono (preveggenti?) discusse il seguente tema: “è preferibile che in Occidente il livello di vita si riduca rapidamente per adeguarci agli standard di produttività imposti dalla globalizzazione, oppure è meglio pilotare un lento declino?”. To be or not to be, this is the question. Non è importante sapere cosa abbiano deciso questi signori, le forze in gioco non sono controllabili.</p>
<p>Oscar Giannino ci ricorda ogni tanto che il mondo corre al 4% annuo: quella è la media del pollo tra la Cina e noi.</p>
<p>Tra chi deve ancora crescere e chi è già cresciuto ed ora stà invecchiando. Il baby boom degli anni ’60 è in fase pre-senile. Una primaria banca di investimento svizzera ha rilasciato per i suoi clienti un report “privato” in cui dice: “i Piigs in Europa hanno solo due possibilità: attuare manovre fiscali recessive oppure default”. Col termine manovre fiscali si intendono sia le tasse che la spesa pubblica.</p>
<p>Dall’altra parte dell’oceano, in questo momento, il dibattito finanziario verte su questo punto: la Fed farà o non farà il QE3<strong>? </strong>Traduzione: la Fed per la terzavolta nel giro di 3 soli anni stamperà o non stamperà altra Base Monetaria? Se non lo farà questo è l’inizio del Double Dip in Occidente (doppia recessione). Se lo farà rinvieranno l’Amaro Calice di uno/due anni, ma poi sarà ancora peggio. Di mezzo c’è pure la lotta politica tra Obama che vuol essere rieletto ed i suoi rivali che vogliono sostituirlo. Ricordiamoci la dichiarazione di Obama quando le Agenzie comunicarono che pure la AAA degli Usa potrebbe un giorno essere “downgradata”: “questa è una intromissione nella politica”.</p>
<p>Di seguito la Base Monetaria (stock di Liquidità nel sistema) degli Usa (bilancio Fed):</p>
<p>1990 = 400</p>
<p>2000 = 700</p>
<p>2008 = 800 (crack Lehman)</p>
<p>2009 = 1700</p>
<p>2011 = 2700</p>
<p>Negli ultimi 20 anni mano a mano che la produttività Usa non cresceva più “naturalmente”, il sistema politico/finanziario ha drogato l’economia con una iniezione “artificiale” di liquidità (= Inflazione = Signoraggio = Debito Pubblico Occulto) pari al +600%!!! Secondo la teoria monetarista (la moneta deve rimanere neutrale) spannometricamente potrei stimare che un +100% in 20 anni è “naturale” : il +500% in eccesso si chiama bolla.</p>
<p>La stessa BCE, storicamente prudente, ripulendo un po’ di bilanci bancari e finanziando più o meno indirettamente alcuni stati ora si trova con un bilancio che scricchiola (forse l’abolizione del principio contabile Mark To Market fa comodo pure a lei!). Pare che all’estero un suo componente (chi sa chi è&#8230;) abbia dichiarato: “per ora la questione del salvataggio della Bce non si pone perchè può tenere i titoli sino a scadenza prima di evidenziare eventuali perdite”. Ognuno di noi scelga liberamente se ridere o piangere. A luglio 2011 pare che la Bce aumenterà i tassi: vedremo, se non lo farà li pretenderà il mercato.</p>
<p>Questo momento storico è molto peggiore del quasi-default italiano del 1992 (prelievo forzoso di Amato), del crack russo del 1998 o dell’Argentina nel 2001: all’epoca gli altri stati erano ancora in condizioni di metterci delle toppe, ed i fallimenti mirati non generavano contagio, potevano essere riassorbiti. Oggi quasi tutti gli stati son mal messi: l’effetto domino è una realtà dietro l’angolo. Quelle soluzioni oggi non funzionerebbero più.</p>
<p>Ma veniamo all’Italia che corre seri pericoli. Infatti il 120% di debito pubblico non include:</p>
<ul>
<li>Enti Locali</li>
<li>Società Pubbliche tipo Trenitalia/Poste e Trasporti Locali</li>
<li>Derivati  (autorizzati anni fa da Tremonti, abusati furbescamente da molti amministratori locali di tutti i colori)</li>
<li>Debito pensionistico (non quotato direttamente sui mercati)</li>
</ul>
<p><strong> </strong></p>
<p>Se ci mettessimo tutto sarebbe probabilmente al 300%. Come attenuanti citiamo: il 55% del debito pubblico si chiama risparmio privato degli italiani, e la duration media (allungata furbamente sia da Padoa-Schioppa che da Tremonti) è di circa 7 anni (quindi meno elastica all’aumento dei tassi = “il cerino rimarrà in mano ai creditori”).</p>
<p>E’ pure interessante notare che circa 150 miliardi (il 9% del totale) è in mano al nostro sistema bancario-assicurativo: anche questo ci aiuta a capire come mai l’avvertimento sul nostro rating nazionale si sia poi propagato al rating di quasi tutte le banche italiane, con il conseguente crollo in borsa delle loro quotazioni.</p>
<p>Venerdì 24 giugno 2011 una nostra grande banca è stata pure sospesa per ecceso di ribasso, ed un crack violentissimo delle quotazioni intra-day (flash crash) è stato quasi giustificato come un “errore tecnico dei computer” : della serie “gli asini volano con le sveglie al collo”. Nelle altre borse non è successo. Strano?</p>
<p><strong>Un mito da sfatare</strong></p>
<p>Non è vero come spesso si dice che il debito pubblico si è “gradualmente” formato nel corso di 60 anni: numeri alla mano il debito è raddoppiato dal 60% al 120% in soli 10 anni, erano i dorati anni ’80 gestiti dal Caf, con l’entusiasmo della maggioranza della gente che vedeva crescere la propria ricchezza. Poi cadde il Muro, scoppiò Tangentopoli, quasi-default nel 1992, privatizzazioni forzate, l’euro, Silvio.</p>
<p>L’euro (o meglio: “la furbizia di molti agenti economici”) ci ha portato un bel po’ di inflazione durante la sua introduzione, ma ha bloccato la possibilità di svalutare il cambio (= inflazione importata) e ci ha costretti a ristrutturazioni nel settore manifatturiero ed in “alcuni” servizi “aperti” alla concorrenza (non il pubblico). Dall’atra parte le violente turbolenze finanziarie del 2008 avrebbero già fatto fallire l’Italia se avesse avuto ancora la vecchia lira: ma questo la gente non lo “vuole” capire (per ragioni ideologiche o di pancia od altro). Oggi spero che la gravità della situazione italiana sia ormai chiara alla maggior parte degli italiani.</p>
<ul>
<li>La spesa pubblica è continuata a crescere nonostante i tagli lineari.</li>
<li>La pressione fiscale è troppo alta (il sito è pieno di articoli su questo punto).</li>
<li>L’evasione fiscale è enorme ed è aumentata in valore assoluto ed in percentuale (con Pil reale quasi stagnante).</li>
<li>La corruzione/concussione ha ormai superato i livelli/costi di Tangentopoli.</li>
<li>L’aumento dei tassi e del costo degli interessi aumenteranno il deficit prospettico.</li>
<li>La prevedibile recessione diminuirà il denominatore del rapporto Debito/Pil.</li>
<li>Il debito è a forte rischio di andare fuori controllo in breve tempo.</li>
</ul>
<p><strong>Che fare?</strong></p>
<p>Nessuno vorrà pagare. All’inizio ci scaglieremo contro i nemici esterni<strong> </strong>che elencavamo ad inizio articolo? Poi si scanneranno i vari gruppi di nemici interni:</p>
<ul>
<li>Pensionati + dipendenti pubblici tutti fannulloni vs Partite Iva tutti evasori ?</li>
<li>Dipendenti privati a tempo indeterminato vs precari ?</li>
<li>Sindacati vs Confindustria?</li>
<li>Grande impresa vs Pmi /Artigianato / Commercianti?</li>
<li>Industrie vs Banche?</li>
<li>Nord vs Sud?</li>
<li>Tizio contro Caio?</li>
</ul>
<p>La Marcegaglia, per cui in verità non nutro una grande simpatia, dice spesso una cosa che condivido: “Senza crescita la società si incattivisce”. Io sono da tempo profondamente convinto che alla fine “quasi” tutti saranno “costretti” a bere l’amaro calice. L’unico dubbio che “razionalmente” possiamo avere è “come” lo pagheremo:</p>
<ul>
<li>sotto forma di default (e cacciata dall’euro&#8230; ammesso e non concesso che resista)?</li>
<li>di restrizioni fiscali recessive?</li>
<li>oppure una bella iper-inflazione che dimezza il valore reale del debito e dei risparmi privati?</li>
</ul>
<p>Magari sarà un mix di tutte queste cose. La soluzione magica della crescita del Pil reale (in cui a parole spera la Marcegaglia) che crea gettito e rimette le cose apposto è ragionevolmente impossibile dato il contesto. Naturalmente se ci decidessimo a fare un po’ di liberalizzazioni (vincendo le corporazioni, atavica mentalità nata all’epoca dei comuni) la produttività migliorerebbe e questo sarebbe un bel vantaggio per il Pil. Ma numeri alla mano questo non basterebbe al bilancio ed ai mercati.  Sorry: ci vuole molto di più e molto più velocemente.</p>
<p>Negli ultimi anni, per gioco e per esperimento, ogni tanto dico ad un po’ di gente che incontro per la strada che stiamo rischiando il fallimento, quindi verranno tagliate pensioni ed introdotti nuovi balzelli, e molti mi rispondono così: “se ci provano faremo la rivoluzione nelle strade”. Spesso per quieto vivere non rispondo, ma tra me e me penso (ed oggi scrivo): contro chi? Quanti soldi recupereremo con la rivoluzione? E poi il resto chi lo pagherà?</p>
<p>I politici in Tv mentono, e ci dicono che si son tagliati gli emolumenti del 10%. Oscar l’altro giorno su Radio24 ha fatto una bella trasmissione sul tema. I costi della politica centrale+locale son stimati in circa 25 miliardi di euro (50.000 miliardi di lire). Se l’opinione pubblica sarà furba pretenderà un forte taglio di questi costi (es. le province!). Se sarà ingenua si farà distrarre dai finti litigi mediatici e pagheremo “tutto” noi.</p>
<p>Comunque sia, le cifre in gioco vanno ben oltre questi 25 miliardi di euro. Anche i 47 miliardi in 3 anni sono una favoletta: il conto sarà molto ma molto più salato. Il debito pubblico “formale” è di 1.900 miliardi di euro (il famoso 120%). Se azzerassimo tutta la politica avremmo un risparmio dell’ 1,3% annuo (25 / 1900). Poi però ci troveremmo con una plutocrazia: rimembro Benito che di queste cose se ne intendeva. La conclusione a cui sono giunto è che :le <em>élite</em> politico/finanziarie occidentali dapprima non hanno avuto il coraggio (per ragioni di consenso e di tenuta democratica) di dire alla gente che la festa era finita, ed ora non hanno il coraggio di dirgli che questo è solo l’inizio di un lungo doloroso processo di ristrutturazione, che colpirà quasi tutti.</p>
<p>Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà. Let it be.</p>
<p><em>PS The nation&#8217;s highest ranking fiscal official Friday reaffirmed the Aug. 2 deadline for raising the U.S. debt ceiling &#8212; urging Congress to act soon. In a statement, U.S. Treasury Secretary Timothy Geithner implored Congress to act &#8220;to avoid the catastrophic economic and market consequences of a default crisis by raising the statutory debt limit in timely manner.&#8221;</em></p>
<p><em>di Piero Torazza</em></p>
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		<item>
		<title>Nel mondo, un&#8217;Era d&#8217;Oro e 9 ninja. E noi?</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 10:19:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[commercio mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[export]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
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		<description><![CDATA[Abbiamo eliminato  Osama e le commodities da aprile scendono di prezzo, dopo mesi di segno contrario. Negli Usa l&#8217;economia cresce meno del 2%, poco per riassorbire i disoccupati. L&#8217;Europa continua a interrogarsi sull&#8217;eurodebito da ristrutturare e sul ruolo delle banche che scommettono sui CDS e così alzano gli spreads dei titoli pubblici. Nel mondo avanzato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Abbiamo eliminato  Osama e le commodities da aprile scendono di prezzo, dopo mesi di segno contrario. Negli Usa l&#8217;economia cresce meno del 2%, poco per riassorbire i disoccupati. L&#8217;Europa continua a interrogarsi sull&#8217;eurodebito da ristrutturare e sul ruolo delle banche che scommettono sui CDS e così alzano gli spreads dei titoli pubblici. Nel mondo avanzato, le opinioni pubbliche continuano a rispondere con pessimismo ai sondaggi: non ritengono finita la crisi. Molti continuano a incolpare la globalizzazione. Ecco perché è salutare, che studiosi seri con metodica analisi sgombrino molti dei fumi che aleggiano. Nel mondo, non solo non c&#8217;è crisi ma si afferma un&#8217;Epoca d&#8217;Oro. Durerà decenni. Non ne siamo noi i protagonisti, ma  impegnandoci ne saremo beneficiari eccome.<span id="more-8928"></span></p>
<p>E&#8217; il merito dell&#8217;ultima ricerca sui <em>global growth generators</em> nei prossimi decenni di Willem Buiter, il brillante olandese  che, dopo anni di insegnamento alla London School, Cambridge Uk e a Yale, e uno dei più noti blogger di economia quando non era di moda, l&#8217;anno scorso è inopinatamente diventato capo del servizio studi di Citigroup, dopo un 2009 passato a dire tutto il male possibile delle grandi banche  generatrici impunite della crisi. Lo studio di Buiter è elaborato con criteri rigorosi, sulla base di un data set di 58 Paesi che oggi realizzano l&#8217;85% del GDP mondiale. In base a sei classi di maggiori elementi da considerare per la crescita – investimenti fissi lordi, risparmio lordo, capitale umano e demografia, qualità delle istituzioni, apertura al commercio, reddito procapite di partenza &#8211;  Buiter individua  9 Paesi come 3G, grandi generatori di crescita.</p>
<p>Sono, in ordine alfabetico: Bangladesh, Cina, Egitto, Filippine, India, Indonesia, Iraq, Mongolia, Nigeria, Sri Lanka e Vietnam. Tutti avranno di qui al 2040 tassi di crescita media di Pil procapite superiori al 5% annuo (le cifre sono elaborate a PPP, depurandole dal fattore cambio).  Per la spallata di lungo periodo di questi 9 Paesi, la crescita mondiale annuale sarà del 4,6% di qui al 2030, e di un 3,8% nel ventennio successivo. Il GDP globale, dai 78 trilioni di dollari del 2010, salirà a 180 nel 2030, a 380 nel 2050.</p>
<p>Tutte le 9 locomotive sono in Asia. Si sommano Russia e Brasile ma con un contributo minore dovuto a minor capacità di formazione di capitale interno, al fatto che hanno già alzato di parecchio in questi anni il reddito procapite, e a una peggiore stima di miglioramento delle proprie istituzioni e mercato. Dei 9 ninja, 4 sono ricchi di materie prime e oggi molto poveri – Nigeria. Indonesia, Mongolia e Iraq – per questo hanno spettacolari possibilità di migliorare. Ma in realtà tutti e 9 sono poveri, oggi, visto che è la Cina ad avere il reddito procapite più elevato. Tutti hanno una demografia futura favorevole, tranne la Cina la cui popolazione in età di lavoro dopo il picco attuale comincia a scendere dal 2030: la Cina sarà prima vecchia che ricca. Se il suo Gdp supererà quello USA nel 2020 (col criterio PPP depurato del tasso di cambio, a tassi di mercato serviranno 8 o 9 anni in più ma il dato è fuorviante ai fini della capacità d&#8217;acquisto di beni analoghi). Anche dopo 40 anni di crescita molto sostenuta il prodotto procapite cinese sarà nel 2050 a malapena il 50% di quello medio americano.  C&#8217;è una categoria aggiuntiva di “sorprese possibili”, che potrebbero venire da Paesi che hanno enormi possibilità di crescita partendo da livelli bassissimi di reddito, se solo le loro politiche avessero discontinuità forti e aperture al mercato: dalla Corea del Nord a Cuba, dall&#8217;Iran a Myanmar (ma anche Venezuela e Argentina).</p>
<p>Naturalmente, le previsioni sono corredate di una serie lunga di caveat: a cominciare dall&#8217;intensità energetica che non può essere quella del mondo avanzato attuale, serve un&#8217;economia più verde; continuando coi prezzi delle derrate agricole; e coi rischi che si verifichino crisi di sostenibilità finanziaria estera e sbilanci eccessivi nelle partire correnti, come avvenne nel 97-2000 per alcuni Paesi asiatici e Russia. Ma la tendenza di fondo è chiara. Una bella serie di Paesi oggi poveri e giovani, aperti al commercio e agli invesvtimenti mondiali, con una ragionevole stabilità e almeno un approssimativo libero mercato, a forte boom di risparmio e d&#8217;investimenti, con un capitale umano in forte miglioramento e buona capacità di generare infrastrutture, se non sono toccati dal cigno nero garantiscono al mondo una crescita più lunga e e incredibilmente maggiore di quella dei Paesi avanzati tra il 1953 e il 1975. Scusate se è poco. Cifre che danno torto ai nemici della globalizzazione. Cifre che danno ragion a chi pensa che o noi europei e italiani siamo capaci di correre, oppure è chiaro chi ci farà assaggiare la polvere.</p>
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		<title>Auto, che cosa insegna Shanghai a Fiat-Chrysler</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 10:51:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>I Saloni Internazionali dell&#8217;Auto a New York e Shanghai in contemporanea offrono una una nuova efficace istantanea del mondo nuovo disegnato dalla crisi mondiale.  Il mercato americano ha perso il primato mondiale ma ne ha almeno approfittato per una colossale – e rapida, per i tempi industriali, grazie ai miliardi del contribuente già sulla via del ritorno nelle casse pubbliche &#8211; ristrutturazione del suo eccesso di capacità produttiva. Ma con tutto il rispetto per lui è a Shanghai il focus dell&#8217;attenzione e del meglio delle proposte delle case mondiali. Non solo perché New York ha sempre un po&#8217; stentato, di fronte all&#8217;ovvio primato in America del Salone di Detroit. Ma, con tutto il rispetto per la Bibbia del giornalismo automobilistico cioè Automotive News per la quale è come se si tenessero in contemporanea la 24 ore di Le Mans e le 500 miglia di Indianapolis, non è affatto così. E&#8217; la Cina e non l&#8217;America la Mecca dell&#8217;auto, dalla crisi e per gli anni a venire. L&#8217;Europa, beh, è solo una sigla in crisi tranne la forza delle case tedesche. Dovremmo aver chiaro in mente questo mondo nuovo, per comprendere &#8211; e tifare &#8211; invece di ostacolare il tentativo Fiat-Chrysler di Marchionne. Con tutti i difetti di unire insieme due aziende che erano &#8211; e restano &#8211; short di modelli e investimenti e sono assenti da Cina (e India e Russia), è l&#8217;unica possibilità per tentare di stare in scia e rilanciare, invece di chiudere.  <span id="more-8890"></span></p>
<p>Semmai, nei trend in corso come li abbiamo visti al salone di Ginevra un mese e mezzo fa, la differenza viene dagli effetti del megasisma e del maxitsunami abbattutisi sulla costa nordorientale del Giappone. Effetti maggiori di quelli delle prime stime. A marzo, la produzione di auto e veicoli leggeri in Giappone ha segnato un terribile -63% per Toyota e la controllata Dahiatsu come per Honda, -54% per Mazda, -53% per Nissan.  Ma il problema non riguarda solo il riavvio alla produzione degli stabilimenti colpiti. E&#8217; l&#8217;intera catena della fornitura automotive giapponese – a partire dall&#8217;elettronica – messa alle corde, con effetti di shortage nell&#8217;assemblaggio mondiale di tutte le maggiori case. Come si osserva nel taglio delle stime di produzione per il secondo trimestre anche nel mercato americano, con un meno 3% complessivo sullo stesso trimestre 2010: GM che taglia del&#8217;1% e Ford sale dell&#8217;1%, Chrysler-Fiat che sale dell&#8217; 8% ma Toyota precipita del 22%, Honda del 20%.</p>
<p>Ecco da dove nasce il rischio per Toyota di perdere più rapidamente del previsto la corona di prima casa mondiale. Nel 2010, degli 8,42 milioni di auto e veicoli leggeri venduti da Toyota nel mondo  &#8211; seconda Gm con 7,56 milioni, terza Volkswagen con 7,14 – 1,5 milioni sono stati prodotti negli USA e 780mila in Cina. Poiché dal sisma a oggi Toyota non ha realizzato circa 300 mila auto previste, di cui circa l&#8217;85% in Giappone e il resto tra Usa e Cina i cui impianti girano non oltre il 50% per mancanza di piattaforme e input intermedi dalla madrepatria, l&#8217;effetto a catena della minor capacità di soddisfazione della domanda in Usa e Cina potrebbe portare Gm a scavalcare la casa giapponese tra fine 2010 e inizio 2011.</p>
<p>Analizzando però con attenzione gli andamenti del mercato, solo in parte è frutto dello tsunami. E&#8217; la strategia di sviluppo dei modelli e la minor intensità di investimenti rispetto ai concorrenti, a giocare contro Toyota. In Cina nel 2011 Toyota puntava a passare da un venduto di 845mila unità del 2010 a 900mila, perdendo cioè quote rispetto a un mercato complessivo di quasi 18milioni di unità annue in crescita nel 2011 di un ulteriore 10%. Entro il 2020, tutti i maggiori osservatori non prevedono anno per anno crescite minori.  In altre parole a fine decennio solo in Cina si venderanno una quarantina di milioni di auto e veicoli leggeri l&#8217;anno. Sono numeri abbastanza significativi, per capire perché Shanghai pesa più di New York?</p>
<p>General Motors punta a incrementare il proprio vantaggio su Toyota sul mercato cinese passando dai 2,35 milioni di unità vendute nel 2010 ad almeno 5 milioni nel 2015. E per questo obiettivo dispiega un strategia di fortissimo attacco. Al Salone di Shanghai lancia il SUV Buick Envision in versione ibrida con spina plug in di carica, e le versioni ibride proseguono con il lancio in Cina della Chevrolet Volt come della Buick LaCrosse. La Cina è già il maggior mercato per GM, visto che negli Usa nel 2010 ha venduto 2,2 milioni di unità. Per questo entro fine anno potrebbe tornare a riappropriarsi della palma mondiale strappatale dai giapponesi nel 2008. Trovandosi però entro il quinquennio ad affrontare la sfida all&#8217;Ok Corral vera, quella con Volkswagen che tra 2015 e 2018 al massimo dichiara che sarà numero uno.</p>
<p>VW in Cina ha venduto più di 1,9 milioni di unità l&#8217;anno scorso cioè più che in Germania ed Europa Occidentale , e punta a guadagnare quote di mercato. I dati sembrano confermarlo, visto che nel primo trimestre VW ha venduto in Cina 549mila unità, con un aumento sul 2010 del 19,9%. Anche qui, un paragone per capire che cos&#8217;è il nuovo mondo: l&#8217;Europa occidentale sta sotto, sono nel primo trimestre 532mila unità consegnate per VW, mentre tutta l&#8217;Europa Centrale e dell&#8217;Est arrivano a malapena a 109mila. Per rafforzare ulteriormente la propria posizione, VW sta deliberando di aggiungere in Cina un undicesimo proprio brand ai dieci che costituiscono oggi il mix più completo in ogni segmento di mercato, da Skoda e Seat a Porsche, tra tutti i produttori mondiali. Poiché infatti quasi  i due terzi dei 20 milioni di acquirenti annui cinesi restano nel prossimo futuro automobilisti di prima motorizzazione, per tutte le grandi case occidentali presenti in Cina si pone il problema di creare un brand aggiuntivo locale, per risultare concorrenziali nella fascia bassa cinese che è inferiore a quella occidentale ma vale da sola il 20% del mercato cinese cioè 4-5 milioni di unità l&#8217;anno.</p>
<p>Anche GM e Ford hanno annunciato un proprio brand locale, ma VW ha migliori prodotti ed esperienza rispetto agli americani nel settore delle “piccole di successo”: diciamo che era il ruolo che avrebbe dovuto giocare d&#8217;elezione Fiat-Chrysler, se solo la casa italiana non le avesse sbagliate proprio tutte per un decennio in Cina, dove è assente e dunque a oggi tagliata fuori dalla corsa all&#8217;oro dell&#8217;auto mondiale.</p>
<p>E&#8217; in vista di questo nuovo suo brand locale, che VW ha pianificato a inizio 2010 due nuovi stabilimenti in Cina in aggiunta ai suoi 7 che già producono a pieno regime, con l&#8217;obiettivo di passare dai 2 milioni di unità prodotti dalla casa di Wolfsburg in Cina l&#8217;anno scorso a 4 milioni entro il 2018. Una stima di copertura da solo di un quarto dell&#8217;intero mercato cinese, che dovrà fare i conti non solo con l&#8217;agguerrita concorrenza di GM e Ford, ma altresì con il rapido miglioramento della qualità da parte dei produttori cinesi che entro il 2015 o 2016 tutti calcolano ormai in grado di equiparare efficienza e tecnologia americana, restano i tedeschi in vantaggio in segmenti come il lusso di Audi e Mercedes (Lexus di Toyota perderà il primato del lusso sul mercato Usa, a vantaggio di Daimler) e le sportive di BMW e nella “qualità percepita” dallo stesso consumatore cinese. La velocità di convergenza dei gruppi cinesi è del tutto analoga a quella giapponese dei ruggenti anni Sessanta. Dieci anni fa per ogni 100 veicoli di segmento paragonabile prodotti in Cina e Usa i primi avevano 389 problemi in più di quelli a stelle e strisce. Cinque anni fa erano ancora  260. Nel 2010 siamo scesi a 80.</p>
<p>In ogni caso, non c&#8217; da stupirsi se VW riservi a Shanghai e non a New York l&#8217;anticipazione del nuovo Compact Q3 Suv Audi, come la presentazione della terza serie del Maggiolino, riservata ai cinesi. Né fa più impressione che BMW riservi alla Cina comunista la presentazione del nuovo &#8211; fantastico, per me -  coupé serie6, e la versione rinnovata dei modelli corsaioli della serie M5. In America possono giustamente gloriarsi dei profitti di Ford e Gm tornati stellari, come 10 e più anni fa. Ma fa una certa impressione paragonare le masturbazioni che in questa parte di mondo riserviamo a elettrico e ibrido, al fatto che in Cina continua a non interessare assolutamente a nessuno, anche  se diverse municipalità di megalopoli a rischio esplosione da fine 2010 offrono fino a 10mila dollari Usa di incentivo a chi compra un auto elettrica. Persino in America, in una riunione la scorsa settimana alla Casa Bianca di tutte le aziende produttrici con il cosiddetto “zar anti CO2” di Obama, l&#8217;Amministrazione ha dovuto ammettere che l&#8217;obiettivo di un milione di auto elettriche e ibridenegli Usa  per il 2015 è pura propaganda, perché con la crisi del debito americana nessuno sta mettendo mano a incentivi statali e municipali per rinnovare in tal senso le flotte pubbliche. Neanche con la benzina a 4 dollari a gallone. Chissà che non conti su questo, la Fiat-Chrysler di Marchionne, che su elettrico e ibrido per mancanza d&#8217;investimenti è sempre stata indietro.</p>
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		<title>Il sisma e l&#8217;impatto sull&#8217;economia mondiale</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Mar 2011 14:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Che impatto può avere nell&#8217;economia mondiale il terribile colpo abbattutosi sulle coste nordorientali del Giappone? Per una stima seria, occorre conoscere le prime valutazioni giapponesi sullo stock di capitale fisico che è andato distrutto o seriamente danneggiato per l&#8217;evento, cioè quante infrastrutture di trasporto e logistiche e impianti produttivi sono fuori uso, e per quanto tempo. In base a una stima geoeconomica che vede tra il 17 e il 22% del potenziale produttivo giapponese nell&#8217;area interessata dalla maggior intensità del sisma e a un effetto conseguente di minor crescita quest&#8217;anno fino a un punto di Pil,  alcune considerazioni possono essere svolte subito. Stiamo parlando della terza economia mondiale, visto che da metà 2010 la Cina l&#8217;ha superata come seconda intorno a quota 5.400 miliardi di dollari di Pil annuo. Per le caratteristiche dell&#8217;interscambio giapponese col resto del mondo, si possono distinguere tre diversi ambiti in cui lo sconvolgimento naturale estenderà le sue conseguenze: quello commerciale, energetico, e monetario.<span id="more-8544"></span></p>
<p>L&#8217;export giapponese è tornato a superare di slancio quota 650 miliardi di dollari nel 2010, dopo il fortissimo rallentamento da 780 a 580 subito nel 2009. Ma andrà probabilmente incontro a un nuovo marcato rallentamento. Nel 2010, per Tokyo il primo Paese sbocco delle sue merci è diventata la Cina, non più gli Stati Uniti come dall&#8217;intero secondo dopoguerra. Per quanto il Giappone per il boom cinese abbia quasi dimezzato la sua quota di manufatti sul totale planetario, dal 15,5% del 2001 a poco più dell8%, il Giappone odierno è ancora guida in 70 diversi settori con oltre 250 imprese leader con fatturati superiori al miliardo di dollari, e una settantina superiori ai 10 miliardi, dall&#8217;auto ai semiconduttori alla componentistica meccanica. Toyota, Honda e Mitsubishi restano fortissimi. Ma a beneficiare del freno all&#8217;export giapponese verso Cina e Usa saranno innanzitutto gli altri Paesi asiatici, a cominciare dalla Corea del Sud. Insieme alla Cina in America, si avvanteggeranno del colpo subito dal Giappone.</p>
<p>Stante la fortissima crescita in corso sull&#8217;intera sponda pacifica, l&#8217;effetto sul commercio mondiale potrebbe essere di pura traslazione a vantaggio di quei Paesi,  e compensato dal fatto che la necessaria ricostruzione giapponese che si metterà subito in moto abbisognerà di più import. Se andrà così la crescita mondiale sarebbe solo scalfita, dal dramma abbattutosi sul Giappone: un meno 0,1 o 0,2%,  secondo le prime analisi ufficiose in sede WTO e World Bank, rispetto al 4,7% attualmente atteso.</p>
<p>Poiché ad esser colpiti sono circa il 13% della capacità di generazione elettrica giapponese ma a quanto pare oltre il 20% della capacità di raffinazione petrolifera, gli effetti sull&#8217;energia mondiale potrebbero essere più apprezzabili. Stiamo parlando del terzo importatore petrolifero mondiale, e di conseguenza uno stallo di una quota significativa della sua capacità di raffinazione comporta nel breve un  raffreddamento sul prezzo del barile. E&#8217; stata la tendenza subito verificatasi sia sulle quotazioni del petrolio WTI americano, sia sul Brent britannico, venerdì. Vedremo domani sui mercati se verrà confermata, ma sulla carta – cioè speculazione a parte – il sisma dovrebbe sia pur solo in parte equilibrare l&#8217;ascesa del petrolio connessa alle vicende libiche e arabe. Questo nel brevissimo periodo, perché per la ricostruzione e lo stop di sicurezza alle centrali in ogni caso iol Giappone avrà bisogno di più combustibili fossili e dunque contribuire al rialzo del barile. Nerl breve l&#8217;effetto immediato sul gas dovrebbe essere di  innalzarne da subito il costo, perché il Giappone ne ha più bisogno.</p>
<p>Il terzo aspetto di rilievo mondiale è quello monetario. Il Giappone – a parte il rimbalzo del 2010 – era il caso di scuola di un Paese in stagnazione malgrado tassi d&#8217;interesse bassissimi e deficit pubblici elevatissimi, tanto che il debito pubblico sul Pil ha superato quello dell&#8217;Italia. La risposta keynesiana alla crisi non ha funzionato, la stagnazione derivava da una enorme bolla immobiliare nei libri delle banche alla quale per anni si è preferito non dare risposta ristrutturandole, e da una situazione demografica in cui gli anziani in sempre maggior numero fanno esplodere i costi del welfare. Il cataclisma spingerà ulteriormente i tassi d&#8217;interesse in terreno negativo, e la politica di bilancio inevitabilmente a ulteriore deficit.  La lezione di Kobe e del terremoto del 1995, da molti richiamata subito dopo il sisma, è di puntare a un effetto rimbalzo proprio atraverso la leva della spesa pubblica infratrutturale.  Al di là del dramma del Giappone, però, tassi negativi e debito pubblico sono due messaggi sbagliati per il resto del mondo: piacciono oggi all&#8217;America e alla FED, dispiacciono alla BCE e alla Germania.</p>
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		<title>Libia e caro-barile: perché Usa e Ue sono divisi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 15:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli italiani trovano subito, alla pompa di benzina, l&#8217;effetto della crisi libica. Se continuerà il conflitto tribale nell&#8217;ex colonia italiana l&#8217;effetto sarà benedetto dai Paesi Opec, perché stabilizzerà il costo più elevato del barile sui 25 dollari rispetto alle previsioni di inizio anno. E si porrà un immediato problema a chi guida le politiche monetarie, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli italiani trovano subito, alla pompa di benzina, l&#8217;effetto della crisi libica. Se continuerà il conflitto tribale nell&#8217;ex colonia italiana l&#8217;effetto sarà benedetto dai Paesi Opec, perché stabilizzerà il costo più elevato del barile sui 25 dollari rispetto alle previsioni di inizio anno. E si porrà un immediato problema a chi guida le politiche monetarie, cioè alle banche centrali. La BCE ha già risposto per bocca del suo presidente, Jean-Claude Trichet. L&#8217;euroarea potrebbe rialzare già ad aprile di mezzo punto il suo tasso ufficiale, per contenere l&#8217;ondata inflazionistica. Negli Stati Uniti, la FED non ci pensa proprio. In termini di exit strategy, che cosa implica di fronte al caro-barile la divaricazione dei tassi? Distinguiamo il problema teorico da quello pratico. Il primo spiega la posizione lassista americana.  Il secondo, inficia la posizione rigorista dei banchieri centrali europei. <span style="font-size: medium;"><span id="more-8530"></span></span></p>
<p>La FED di Ben Bernanke, che ormai i seguaci della scuola di Chicago in America definiscono la madame Pompadour di Obama-Luigi XV, con il <em>quantitative easing</em> 2.0 non crea più solo base monetaria – estendendo gli attivi della banca centrale con acquisiti sui mercati, attualmente oltre il 3% del GDP rispetto alla frazione di unità nel precrisi &#8211;  che viene però sterilizzata dal divenire liquidità monetaria vera riequilibrando la composizione della riserva obbligatoria delle banche commerciali. Negli States, di fronte alla malaparata del sostegno pubblico alla crescita a maxidebito pubblico  dell&#8217;amministrazione Obama, la Fed crea base monetaria che diventa in effetti integralmente liquidità monetaria aggiuntiva. Dal punto di vista americano, di conseguenza, l&#8217;ondata inflazionistica delle <em>commodities</em> prima agricole e tessili, e ora anche energetiche, “spalma” nel resto del mondo – grazie al fatto che prezzi e mercati relativi sono regolati in dollari – inflazione che diminuisce in termini reali il debito pubblico, <em>corporate</em> e delle famiglie americane. Agli americani, che non hanno nel prezzo della benzina a gallone lo Stato che si pappa il 55%  tra IVA e accise come noi, tutto ciò va benissimo.</p>
<p>L&#8217;effetto è molto diverso dal punto di vista dell&#8217;euroarea.  Per Trichet non è un problema di <em>policy</em>, ma di <em>politics</em>. In altre parole, l&#8217;annuncio del rialzo prossimo non è una risposta – di tempestività immediata, dunque sospetta – all&#8217;andamento del barile, bensì un messaggio ai governi dell&#8217;euroarea. Il 24 e 25 marzo  l&#8217;Ecofin dovrebbe tirare definitivamente le somme del nuovo patto di stabilità, e l&#8217;aria che tira è che la posizione eurorigorosa tedesca – tetti in Costrituzione a spese e tasse, sanzioni automatiche note ex ante &#8211; abbia perso il più delle chanches di essere adottata.</p>
<p>Sarkozy tenta di volgere in chiave di armonizzazione fiscale europea la preoccupazione di Angela Merkel di un bagno elettorale nel Baden-Wüttemberg, dove si vota due giorni dopo, se dovesse risultare attenuta la linea “no all&#8217;inflazione, no al deficit, no ai salvataggi”, ripetuta costantemente ai tedeschi.</p>
<p>In più, Trichet parla di alzare i tassi perché gli eurodeboli si facciano bene i conti. A cominciare dal Portogallo del premier José Sòcrates, in cima attualmente alla lista dei sospettati. In cassa il governo di Lisbona è accreditato di avere non più di 4 miliardi. Ma deve ripagarne di più nel solo mese di aprile, per la scadenza di un bond a lungo termine. E ne avrà bisogno di altri 16 entro fine anno, per gli altri in scadenza, nonché per finanziare il suo deficit  annuale remunerandolo a un tasso del 7%. Le aziende pubbliche portoghesi hanno annunciato ricapitalizzazioni per quasi altri 4 miliardi. E il gestore pubblico della rete ferroviaria  ha appena dovuto ritirare l&#8217;offerta di un bond decennale di 500 milioni, per mancanza di banche interessate a garantirne il piazzamento se non a interessi folli. Ieri, per un bond biennale da un miliardo, il Portogallo ha dovuto accettare di pagare un tasso superiore al 6%, 200 punti base più dell&#8217;ultima emissione di due mesi fa.</p>
<p>Non è colpa ella BCE se i governi continuano a non capire, pensa Trichet. E non è colpa sua se la politica continua a ignorare che un tasso d&#8217;interesse unico per Paesi che hanno competitività e dunque curve di costo tanto divergenti – conta questo, non tasse diverse come pensano gli armonizzatori statalisti – esercita nella crisi shock asimmetrici.Lo capiranno, i politici europei? Si accettano scommesse.</p>
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		<title>L&#8217;auto compie 125 anni e non è morta affatto</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 12:10:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Salone di Ginevra festeggia i 125 anni esatti dell&#8217;automobile, se al di là di pensate e disegni genialoidi ma senza sviluppi concreti prendiamo per buona come data l&#8217;inizio della collaborazione tra Carl Benz e Gottlieb Daimler, due nomi che contano ancora eccome nell&#8217;industria dell&#8217;auto. E l&#8217;auto se li porta proprio bene, i suoi 25 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Salone di Ginevra festeggia i 125 anni esatti dell&#8217;automobile, se al di là di pensate e disegni genialoidi ma senza sviluppi concreti prendiamo per buona come data l&#8217;inizio della collaborazione tra Carl Benz e Gottlieb Daimler, due nomi che contano ancora eccome nell&#8217;industria dell&#8217;auto. E l&#8217;auto se li porta proprio bene, i suoi 25 lustri. Dovessi fare un nome, ad aver più titolo per festeggiare a Ginevra è Martin Winterkorn, un cognome che a noi patiti musicofili evoca lieder schubertiani e mahleriani ma che è quello dell&#8217;amministratore delegato di Volskswagen, l&#8217;azienda che senza timori annuncia il suo obiettivo: diventare in pochi anni numero uno al mondo coi suoi 10 brand e un motto “abbiamo le idee chiare anche per i prossimi 125, di anni”. In sintesi estrema, il bilancio dell&#8217;auto postcrisi è questo.  Ha sbagliato, chi parlava di prodotto maturo. Nel mondo, l&#8217;auto si vende  e si venderà furiosamente e qui non lo capiamo sol perché l&#8217;Europa e soprattutto l&#8217;Italia sono i due gironi in sofferenza: per colpa nostra. L&#8217;auto mondiale parla tedesco, e c&#8217;è un perché. La sfida Fiat, guardando i numeri del contesto globale, va incoraggiata perchè senza alternative, ma è come andare sugli ottomila senza respiratore: c&#8217;è chi ci riesce, ma è un semidio. Altrimenti, se non riesce, bisogna tifare per una &#8220;soluzione Volvo&#8221; e voglio vederli, i miei autorevoli colleghi del Corriere della sera che pontificano di cogestioen alla tedesca senza produttività alla tedesca.<span id="more-8515"></span></p>
<p>Se diamo un&#8217;occhiata al 2010 alle spalle, è andata come vi avevamo detto. Boom in Cina che durerà per anni a venire, America che riprende ma non recupera il precrisi, Europa molto tossicchiante e con segno meno sul 2009. Ma sono i tedeschi, coloro che mietono e mieteranno allori. VW, BMW e Daimler sommate hanno aumentato del 75% la loro capitalizzazione sul mercato di 68 miliardi di euro da fine 2009, avvicinandosi ai 160 miliardi. E nel 2011 batteranno tutte i record di profitti precrisi, grazie a come sono in condizione di beneficiare della domanda cinese e di quella americana. Toyota, la numero uno al mondo,  per via dei milioni di auto richiamate per controlli dai mercati è rimasta praticamente invariata di valore, mentre Ford è l&#8217;unica altra ad aver segnato un esaltante  più 60%.</p>
<p>Daimler supererà nel 2011 il risultato del 1999, quando aveva Chrysler nel suo perimetro, ed è avviata a 8,7 miliardi di euro di profitto secondo le stime. BMW, a 5,6 miliardi. VW a superare anch&#8217;essa gli 8 miliardi, grazie soprattutto ai margini per auto garantiti dal top dei brands, Audi avviata a divenire nel triennio il marchio di lusso più venduto al mondo con 1,5 milioni di auto l&#8217;anno e vendite cinesi che superano quelle tedesche. E per questo aggiunge due stabilimenti in Ungheria e Spagna nel prossimo biennio. E uno negli Usa nel 2015, dove è realistico Audi venda 160 mila auto allora, dopo la crescita record oltre le 100mila unità nel 2010.Tutte e tre le case tedesche sono oggi alle prese con problemi di sottoproduzioe rispetto alla domanda, con tempi di attesa alla consegna che in Cina arrivano a superare i sei mesi e due-tre in Europa. Alla faccia dell&#8217;auto prodotto iper-maturo di cui si è parlato nella crisi. In Cina il problema è la sottoproduzione, così in India e Russia. L?America ha avviato coi dollari pubblici la razionalizzazione dell&#8217;ipercapacità. L&#8217;Europa è spaccata in due, tra chi ha meno prodotto0 che ordini e chi sta come noi. &gt;ma la coplpa, come si vede, non è del mercato e della fine ciclo del prodotto auto.</p>
<p>La Cina ha già moltiplicato per sette i profitti di VW nel 2010, da 960 milioni di euro a 6,8 miliardi, con un aumento del 37% del venduto a 1,9 milioni di unità sui 7,2 milioni totale mondiale della casa. Per comprendere quanto forte e fondata sia l&#8217;ambizione di divenire nei prossimi anni numero uno al mondo grazie all&#8217;ottimo posizionamento su tutti i mercati emergenti, il piano d&#8217;investimenti di VW al 2015 ammonta alla bellezza di 52 miliardi di euro nel resto del mondo, a cui si sommano 10,6 miliardi nella sola joint venture cinese.</p>
<p>Il posizionamento sulla Cina è la differenza sul futuro nell&#8217;auto, per il successo di chi è stato lungimirante da realizzarlo nel precrisi ed ha avuto risorse finanziarie e ampiezza di brand da coprirne la domanda esplosiva. Nel 2010, in Cina i produttori stranieri hanno realizzato circa 12 milioni di vendite su oltre 17. Ma VW da sola pesa il 13% dell&#8217;intero mercato, raddoppiando Toyota, surclassando Hyundai – la casa cresciuta di più tra le asiatiche, nel 2010 – Nissan e Honda tra il 5 e il 6% ciascuna, e a seguire Buick e Chevrolet di GM oltre il 4%,a “storica” presenza americana in Cina che ha consentito al gigante americano di restituire  a Obama nel 2010 i miliardi di dollari del salvataggio. La Audi domina nel lusso cinese, con oltre il 2% del mercato e 240 mila unità vendute. Più di tutta Citroen. Mentre BMW &#8211; all&#8217;1,5% e 15omila unità &#8211; ha superato Peugeot e Mercedes. La sola Porsche, con 13 mila unità, ha venduto poco meno dell&#8217;intera Renault.</p>
<p>Per capire quanto “tirino” i tedeschi nell&#8217;Impero di Mezzo, oggi per mettersi nella sola lista d&#8217;attesa di una VW Tiguan occorre tirar fuori 4.500 dollari sull&#8217;unghia. Per un crossover Audi Q5, bisogna rassegnarsi perché la consegna non è prevista prima di ottobre.</p>
<p>Per PSA/Peugeot, Citroen e Fiat, il destino cinese è ancora fosco. E la debolezza nel 2010 per i marchi francesi e italiani è stimata molto negativamente dagli esperti cinesi. Di qui a un decennio, il consenso è che il mercato cinese passi da 17 a 30 milioni di auto e veicoli leggeri l&#8217;anno. Fiat è  oggi messa peggio di tutti. Nel 2008 si è conclusa in un nulla la partnership di 8 anni con Nanjing Auto, i partner cinesi si sono ritirati. L&#8217;unico concessionario che ancora vendeva Fiat, a Shanghai che ha 17 milioni di abitanti, ha chiuso l&#8217;anno scorso. A fine 2009 Fiat ha firmato una nuova partnership con Guangzhou Auto, che già ha joint profittevoli con Honda e Toyota. Ma la produzione locale, senza di cui ogni vendita cinese è impensabile, non è prevista prima della seconda metà del 2012. PSA ha formato anch&#8217;essa una nuova joint a luglio scorso con Changhan Group, il quarto produttore cinese, in sostituzione di quella con Dongfeng Motors sottoscritta negli anni Novanta. Ma comunque tra Citroen e Peugeot ha difeso il 3,5% del mercato , e punta a passare da 375 mila unità e un milione di venduto in 4 anni. Per Fiat, si tratta di partire da zero.</p>
<p>Né le cose per Fiat vanno particolarmente meglio in Russia. Che punta dopo al ripresa del 2010 con un più 30% grazie agli incentivi putiniani e 1,9 milioni di venduto e decimo mercato al mondo, ad ascendere al quinto posto e 4 milioni di unità entro il 2010. Anche qui, VW ha appena stretto una nuova joint con il gruppo GAZ del tycoon dell&#8217;alluminio Oleg Deripaska, per produrre 100mila unità l&#8217;anno. La stessa GAZ ha un&#8217;intesa per produrre 30mila piccole americane Chevrolet Aveo da inizio 2012. Fiat, all&#8217;ultimo secondo si è visto “soffiare” da Ford il partner russo Sollers, e gli osservatori russi prendono con molto scetticismo l&#8217;obiettivo italiano di produrre comunque e da soli 100mila unità l&#8217;anno entro un triennio.</p>
<p>Nel mondo nuovo definitivamente postcrisi, ha torto chi pensava l&#8217;auto fosse un prodotto ipermaturo. La prospettiva decennale è di passare da 800 milioni di veicoli leggeri più o meno circolanti nel mondo oggi a un numero complessivo tra due e addirittura tre volte tanto. Con l&#8217;Europa che non tornerà – nel migliore dei casi – ai 19.6 milioni di unità sommando le vendite di Ovest ed Est non prima del 2015 (siamo rimasti fermi a 16,4 nel 2010, grazie al rinculo degli incentivi). E il più del mercato in crescita destinato a chi è capital intensive, cioè con ampio portafoglio di brand per piazzare molti modelli nel segmento alto più remunerativo, e molto da investire in elettrico, ibrido e nuove tecnologie connettive, visto che domani garantire auto connesse a banda larga conterà per le nuove generazioni di acquirenti più di sellerie e interni.</p>
<p>Con scenari tanto tumultuosi e ricchi di prospettive, le decine di novità a Ginevra anticipano un  mercato che torna a offrire almeno 100 modelli nuovi ogni 12 mesi. E&#8217; questa, la realtà con cui deve fare i conti l&#8217;ambizioso progetto Chrysler-Fiat di Sergio Marchionne, debole e anzi debolissimo sui mercati emergenti. Ma comunque tale da annunciare l&#8217;aumento del 45% del fatturato, da 66,7 miliardi di euro nel 2010 a 104 al 2014. E un aumento del margine operativo miracoloso, da meno del 2% nel 2010 a più dell&#8217;8% nel 2014. Il più di questo non dipenderà tanto dalla conclamata sommabilità della Fiat nei segmenti bassi e di Chrysler in quelli alti, quanto dal riuscire davvero  a fare di Alfa Romeo e Jeep una sinergia totale di di costi e piattaforme capaci di espanderne volumi – da 100mila a 500miala l&#8217;anno per Alfa, oltre il milione da 400 mila l&#8217;anno per Jeep – margini e profitti.</p>
<p>A maggior ragione, bisognerebbe tifare perché l&#8217;improbabile si realizzi, sotto il polso di Marchionne. Non perché prevalgano gli altri, come molti non si accorgono di tifare in Italia. Anche perché in quel caso, con tutto il rispetto per i miei molto più autorevoli colleghi che pontificano di cogestione alla tedesca senza capitali e produttività e risultati tedeschi, quel che malinconicamente resterebbe sarebbe tifare in un acquisto da parte dei cinesi. Sbagliate a sorridere. I cinesi di Zhejjang Geely che hanno sborsato un miliardo e mezzo di dollari per rilevare la casa svedese l&#8217;anno scorso, ne difendono la base produttiva originaria ma investono anche 11 miliardi entro il 2015 aggiungendo anche due nuovi stabilimenti in Cina, e raddoppiarne le vendite fino a 800 mila unità l&#8217;anno. In Svezia, non se ne lamentano affatto.</p>
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		<title>Il G20 di Sarkò: Tobin tax resta fumo, Cina blandita, ma c&#8217;è un assist all&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Feb 2011 19:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;esordio della presidenza francese del G20, di cui già più volte ci siamo occupati, inizia con un triplice bilancio. Restano chiacchiere,  le proposte di Sarkozy che eccitano coloro che vogliono mettere il bavaglio al mercato cattivo in nome della &#8220;santa lotta alla speculazione&#8221;. La Cina vince su yuan e riserve valutarie. Tremonti porta a casa un bel risultato, ed è più forte nell&#8217;euroarea, al tavolo del nuovo patto di stabilità che dovrebbe chiudersi entro aprile,  dove lo stesso argomento &#8220;italiano&#8221; assunto oggi dal G20 sinora non è passato. Vediamo meglio.<span id="more-8399"></span>Ufficialmente, Sarkozy può sostenere che la presidenza francese del G20 è inziata ottimamente. Con un giorno di lavoro a oltranza, sono state superate le divisioni tra i Paesi avanzati del G7 e quelli emergenti dell&#8217;area BRIC. Il nodo era la nuova lista comprensiva di tutti i maggiori fattori di instabilità su cui valutare ogni Paese. Poiché,  come recita il comunicato finale, il mondo cresce con  una forte ripresa del commercio mondiale trainata da Cina, Asia,India e Brasile, ma i fattori di incertezza sono ancora tanti.</p>
<p>La divergenza era su se considerare le riserve monetarie e la bilancia dei pagamenti come fattori di instabilità. Contraria, la Cina. La sua posizione di maggiore detentrice di riserve valutarie e di surpls di oltre 6 punti di Pil nella bilancia dei pagamenti giustificano la richiesta di rivalutare lo yuan, richiesta americana e con meno vigore anche europea (i tedeschi in realtà sostengono la Cina: anch&#8217;essi hanno partite correnti in un attivo sul Pil di proporzioni cinesi).</p>
<p>Il contrasto è stato superato. Come? Entro aprile si definiranno le linee guida su come misurare gli squilibri, ma essi sono stati individuati. Si tratta del debito pubblico e del deficit di bilancio, dei risparmi privati e del debito privato, della bilancia commerciale e dei flussi netti di investimenti, prendendo in considerazione i tassi di cambio, le politiche fiscali e quelle monetarie. Riserve valutarie e partite correnti &#8211; che la Cina nion voleva- non ci sono. Sono sostituite da bilancia commerciale (la Cina sta riducendo il surplus più rapidamente di quello delle partite correnti) e dagli investimenti esteri. In ogni caso, dicono i francesi,dopo aprile i Paesi in forte surplus potranno essere chiamati ad “aggiustare” la loro crescita in modo che non avvenga a scapito di chi ha squilibri da sanare. Ma gli USA non sono convinti, e restano insoddisfatti. Tim Geithner alla fine del summit ha duramente ribadito &#8220;lo yuan resta deprezzato&#8221;.</p>
<p>Quanto alle proposte francesi in materia di tasse sulle transazioni finanziarie e lotta alla speculazione sulle commodities, per il momento se n&#8217;è parlato ma alla fine gli stessi tedeschi &#8211; che a parole sono favorevoli &#8211; dicono che potrebbe essere la Francia, a dare da sola il buon esempio.  Così facendo,  Parigi si condannerebbe naturalmente a un deflusso secco di transazioni finanziarie, che emigrerebbero laddove le tasse non ci sono.Per il momento, dunque, chiacchiere e distintivo. Ma Sarkozy continuerà. Gli serve per sedurre un po&#8217; di voti antimercato e di sinistra, nel suo Paese.</p>
<p>La terza notizia ci riguarda direttamente. Per la prima volta viene adottato come criterio di stabilità quello da tempo proposto dall&#8217;Italia, fortemente spinto da Giulio Tremonti. Il criterio per il quale non basta considerare il deficit e il debito pubblico, ma occorre comprendere alla stessa stregua il totale dei debiti privati – famiglie, imprese e banche – perché è la somma dei debiti privati e pubblici quella che offre la fotografia più affidabile della solvibilità complessiva di un sistema-Paese.</p>
<p>E&#8217; il criterio del cosiddetto DIL – debito interno lordo – più volte illustrato in primis dal professor Marco Fortis. In Italia alcuni nei msi scorsi hanno pensato che si trattasse di una furbata, sommare debito pubblico e debito privato. Ma sono stati smentiti dalla Banca di Francia, che adotta da un anno lo stesso criterio in un rapporto trimestrale ad hoc. Nonché da studi di grandi banche come quello di Citigroup Global Market dello scorso autunno, nati per spiegare come mai ad essere sfiduciati dai mercati siano Paesi come Spagna e Irlanda, che non avevano mai preoccupato per il rapporto tra debito pubblico e Pil visto che al 2009 lo avevano di 9 e 20 punti inferiore a quello tedesco.</p>
<p>La risposta sta nel debito privato, soprattutto nella ricchezza lorda e finanziaria netta delle famiglie. Parametri sui quali l&#8217;Italia sta benissimo: gli italiani sono da sempre formiche, non cicale. Il nostro debito pubblico tocca il 118% del Pil ed è il quarto al mondo per ammontare (il terzo è quello tedesco, dall&#8217;anno scorso). Ma se lo valutiamo alla ricchezza finanziaria netta delle famiglie italiane, ammonta al 67% rispetto al 70% in Francia, al 94% in Spagna, al 195% in Irlanda, al 260% in Grecia. Se lo pesiamo sulla ricchezza lorda delle famiglie, comprendendovi cioè anche gli asset immobiliari, allora l&#8217;Italia ha un debito pubblico di poco superiore al 30%, Portogallo e Spagna stanno al 60%, Irlanda e Grecia sono oltre il 100 e il 200%.</p>
<p>Non è una furbata, comprendere il debito privato tra i parametri di stabilità. A patto però che non significchi prendere sottogamba il nostro pesante  debito pubblico, i cinque punti di Pil che ci costa l&#8217;onere del debito, punti che crescono anche a basso deficit visto che gli spread salgono e i tassi ufficiali pure dovranno salire. Il buon DIL italiano dovrebbe spingere ad abbattere spesa pubblica e tasse, non all&#8217;inerzia in nome del tuitto va bene. Per Tremonti però è una bella vittotria. Ora che lo ha riconosciuto il maggiore foro planetario di coordinamento economico, a maggior ragione anche l&#8217;euroarea deve porre il DIL al centro dei parametri del nuovo patto di stabilità su cui è aperta la discussione. Finora, i tedeschi nicchiavano.</p>
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