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	<title>CHICAGO BLOG &#187; unione europea</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Ryanair, l’Unione Europea e le tasse italiane</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quale è la seconda compagnia italiana, ormai grande quasi quanto Alitalia? L’irlandese Ryanair. Che sia irlandese vi sono pochi dubbi, dato che la società ha la propria sede in Irlanda, a Dublino precisamente.
Non la pensa così lo Stato italiano che ha intimato la compagnia guidata da Micheal O’Leary di pagare 12 milioni di euro perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quale è la seconda compagnia italiana, ormai grande quasi quanto Alitalia? L’irlandese Ryanair. Che sia irlandese vi sono pochi dubbi, dato che la società ha la propria sede in Irlanda, a Dublino precisamente.</p>
<p>Non la pensa così lo Stato italiano che ha intimato la compagnia guidata da Micheal O’Leary di pagare 12 milioni di euro perché i dipendenti sarebbero a tutti gli effetti da considerarsi italiani, nonostante abbiano firmato un contratto a Dublino alle condizioni salariali irlandesi.</p>
<p>Era già successo in passato alla compagnia irlandese di doversi scontrare con qualche Stato. Lo scontro più famoso è quello con la Francia per l’aeroporto di Marsiglia, dove i francesi volevano che i dipendenti Ryanair avessero il contratto di lavoro ai costi e i diritti del paese transalpino.</p>
<p><span id="more-11557"></span></p>
<p>In quel caso O’Leary minacciò di andarsene dal sud della Francia e non è un caso che Ryanair in Francia abbia una presenza abbastanza limitata. Così non è in Italia, dove trasporta oltre 22 milioni di passeggeri l’anno e nello scalo di Bergamo i clienti sono più di 7 milioni.</p>
<p>I dubbi su questo episodio sono molti dato che una compagnia aerea ha sempre avuto la propria sede a Dublino e che opera ormai da oltre un decennio nel nostro Paese. A Bergamo, città dello scontro, è dal 2003 che il vettore low cost più importante d’Europa ha aperto la sua base.</p>
<p>Se l’Italia vuole diventare come la  Francia nel trasporto aereo forse è bene ricordare alcuni dati:</p>
<p>- l’Italia dal momento della liberalizzazione ha quasi colmato il gap di passeggeri nei confronti della Francia che storicamente ha sempre avuto.</p>
<p>- Il numero di passeggeri internazionali intra-UE (mercato liberalizzato) dell’Italia è ormai superiore a quello della Francia.</p>
<p>- Il campione nazionale AirFrance incontra gravi difficoltà e chiuderà con oltre 1 miliardo di euro di perdita.</p>
<p>Il “problema” relativo ai contratti di lavoro è che in Irlanda la tassazione è molto meno elevata, meno della metà di quella italiana e i contratti di lavoro sono molto più flessibili.</p>
<p>Se la compagnia è da considerarsi irlandese a tutti gli effetti è normale che i propri dipendenti abbiano condizioni irlandesi. Oltretutto molti dipendenti Ryanair hanno una mobilità molto elevata e che passano poco tempo in Italia, per poi andare verso altre basi europee. Le basi sono ormai 50 e Ryanair è una vera compagnia europea che ha saputo svilupparsi grazie alla sua flessibilità.</p>
<p>Flessibilità che ad esempio ha permesso di aprire oltre una trentina di rotte dall’aeroporto di Budapest in solo 2 settimane dal fallimento dell’operatore di bandiera Malev.</p>
<p>Un record di velocità per organizzare personale, aeromobili, offerte commerciali e slot aeroportuali che solo la compagnia irlandese sembra essere in grado di avere. Il prossimo anno è previsto che da e per Budapest Ryanair trasporterà 2 milioni di passeggeri.</p>
<p>È indubbio che Ryanair sia una spina nel fianco di molti Governi europei perché ha sempre messo in crisi l’idea di “politica dei trasporti”.</p>
<p>A Bergamo nessun politico aveva previsto che lo scalo di Orio al Serio diventasse il quarto per importanza in Italia nel giro di meno di 10 anni dall’entrata impetuosa delle low cost. Molto spesso i politici amano fare piani “aeroportuali” o di “trasporto” che non hanno nulla che vedere con il mercato.</p>
<p>Ryanair è una compagnia di mercato che cerca di sfruttare le occasioni laddove si presentano. Come nel caso dei sussidi da parte degli aeroporti regionali.</p>
<p>Detto che il problema non si presenterebbe se gli aeroporti non fossero in mani pubbliche, quando è controllato da azionisti pubblici bisogna distinguere se la società di gestione aeroportuale è profittevole o meno.</p>
<p>Se è profittevole, fare una scontistica è del tutto legittimo perché rientra nel <em>range</em> delle azioni commerciali: questo è il caso di Bergamo ad esempio. Se l’aeroporto pubblico produce perdite e la compagnia riceve aiuti per lo sviluppo di nuove rotte, è un aiuto di stato vero e proprio e come tale deve eliminato. L’errore è tuttavia solo politico.</p>
<p>Sembra quasi che l’Unione Europea funzioni a fasi alterne; quando c’è da far pagare le tasse non esiste un minimo di competizione fiscale.</p>
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		<title>Il passato è il problema per il futuro dell&#8217;Euro</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 20:21:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Moody’s e le Borse confermano i dubbi sull’Euro Vertice sollevati qui lo scorso fine settimana. Troppo poco è stato deciso circa il futuro dell’Unione Europea ed in particolare sull’Euro. Non è tanto la non adesione della Gran Bretagna al nuovo Trattato che non convince i mercati, quanto le mancate decisioni sul futuro dell’Europa.
I problemi dell’Euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Moody’s e le Borse confermano i dubbi sull’Euro Vertice <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/09/leuroscelta-che-obbliga-allo-scetticismo-miracoli-in-tre-mesi-dopo-anni-di-vizi/">sollevati qui </a>lo scorso fine settimana. Troppo poco è stato deciso circa il futuro dell’Unione Europea ed in particolare sull’Euro. Non è tanto la non adesione della Gran Bretagna al nuovo Trattato che non convince i mercati, quanto le mancate decisioni sul futuro dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify">I problemi dell’Euro non verranno risolti con una golden rule dello 0,5 per cento di deficit sul prodotto interno lordo o con sanzioni automatiche per i paesi che sforeranno i vincoli dei Trattati. Il problema per l’Euro è il passato ed in particolare tutte le promesse non mantenute da parte di tutti i Paesi dell’Eurozona e dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-10969"></span></p>
<p style="text-align: justify">La Grecia è solo l’ultimo esempio di come la Commissione Europea non sia in grado di controllare l’introduzione di determinate misure in uno dei Paesi membri. Da maggio 2010 ad oggi non sono serviti tre salvataggi ed innumerevoli miliardi di euro per alleggerire la crisi greca e circoscriverla.</p>
<p style="text-align: justify">Il Governo socialista di Papandreou non ha mantenuto le promesse di fare le liberalizzazioni e le privatizzazioni necessarie per fare ripartire l’economia ellenica, ma con l’inasprimento della tassazione (l’IVA è stata aumentata di dieci punti percentuali) si è approfondita la recessione.</p>
<p style="text-align: justify">Tale situazione ricorda molto quella italiana, dove nelle ultime manovra finanziarie, Tremonti prima e Monti dopo, si introducono essenzialmente nuove tasse che deprimeranno un’economia già in recessione. La previsione di meno 0,5 per cento del PIL per il 2012 è già accettata a livello italiano e dell’OECD, ma come giustamente sostengono Giavazzi ed Alesina è prevedibile che con tale manovra la caduta sarà ben maggiore.</p>
<p style="text-align: justify">C’è il concreto rischio che con la manovra Monti la recessione sarà molto dura per il 2012 e per questo motivo è urgente che il neo-Ministro Passera agisca in direzione dell’apertura dei mercati.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro evento che Moody’s così come il mercato non dimenticano è il vertice di luglio di questo anno. Doveva essere quello risolutivo di tutti i problemi dell’Euro, con il salvataggio definitivo della Grecia e la stabilizzazione anche quella definitiva della crisi. Di definitivo non c’è stato un bel niente, anzi. Proprio da inizio agosto è cominciato l’attacco contro i Paesi più deboli dell’Euro non ancora caduti, Italia e Spagna. Lo spread è schizzato a livelli mai toccati dalla nascita dell’Euro e i tassi d’interesse hanno sfondato l’8 per cento.</p>
<p style="text-align: justify">La Banca dei Regolamenti Internazionali ha sottolineato proprio ieri che se anche i tassi dovessero ritornare ai quei massimi, l’impatto sul deficit sarebbe limitato per l’Italia: “solo” lo 0,95 del PIL. Ma cosa significa lo 0,95 per cento del PIL?Sono oltre 15 miliardi di euro, vale a dire mezza manovra finanziaria di Monti. Un impatto notevole, che di limitato non ha proprio nulla.</p>
<p style="text-align: justify">Un terzo elemento che crea sfiducia nell’Euro e che di fatto rischia di essere la pietra tombale della moneta unica è il rispetto dei Trattati.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, se anche i nuovi Trattati dovessero essere approvati nei prossimi tre mesi da un’Unione Europea risvegliata dal suo torpore, perché non c’è il rischio che questi non vengano violati? Per la golden rule o per le sanzioni automatiche?</p>
<p style="text-align: justify">A parte che le sanzioni automatiche possono essere “abolite” con l’85 per cento dei voti dei Paesi membri, perché questa volta, al contratto del Trattato di Maastricht, verrà rispettato?</p>
<p style="text-align: justify">Si ricorda che proprio la Francia e la Germania violarono il “sacro” principio del 3 per cento del deficit sul PIL a metà degli anni 2000 e da quel momento il Trattato di Maastricht perse il suo valore.</p>
<p style="text-align: justify">La memoria del passato ha un diverso orizzonte temporale per i politici ed i mercati: a breve termine per i primi, a lungo termine per i secondi.</p>
<p style="text-align: justify">Il passato dunque non gioca a favore dell’Euro.</p>
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		<title>In ricordo dell’Euro</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 11:16:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Euro Vertice ha partorito un accordo. Debole, come giustamente ritiene anche Oscar Giannino su queste colonne. La domanda da porsi è: perché i mercati dovrebbero credere questa volta a quegli stessi leader che da due anni fanno promesse e non le rispettano?
Se l’Unione Europea saprà rispondere con convinzione a questa domanda, l’Euro potrebbe salvarsi, altrimenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’Euro Vertice ha partorito un accordo. Debole, come giustamente ritiene anche <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/09/leuroscelta-che-obbliga-allo-scetticismo-miracoli-in-tre-mesi-dopo-anni-di-vizi/">Oscar Giannino su queste colonne</a>. La domanda da porsi è: perché i mercati dovrebbero credere questa volta a quegli stessi leader che da due anni fanno promesse e non le rispettano?</p>
<p style="text-align: justify;">Se l’Unione Europea saprà rispondere con convinzione a questa domanda, l’Euro potrebbe salvarsi, altrimenti la moneta unica rischia di diventare un ricordo lungo solo dieci anni. <span id="more-10943"></span></p>
<p style="text-align: justify;">I vincoli di bilancio introdotti nelle differenti Costituzioni dei 26 Paesi, tutti ad eccezione della Gran Bretagna, dato che anche l’Ungheria sembra aver fatto un passo indietro rispetto alle iniziali reticenze, dovrebbero entrare in vigore a breve.</p>
<p style="text-align: justify;">Riusciranno Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e gli altri capi di Governo Europeo a rispettare questa data? I mercati non perdonano le incertezze, come ha dimostrato l’andamento dello spread da fine luglio in poi. Proprio in quel mese estivo l’ultimo Euro Vertice, preceduto come al solito dal direttorio franco-tedesco, aveva fatto delle promesse che poi non vennero rispettate.</p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo l’ampliamento del Fondo di Salvataggio, che non è stato ratificato da tutti i Parlamenti nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda promessa non rispettata era legata all’incapacità di controllare il risanamento della Grecia e il rispetto delle condizioni del paese ellenico di fronte ai prestiti internazionali dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo clima d’incertezza continuo ed irrisolto ha portato sull’orlo del fallimento l’Euro stesso, con i tassi d’interesse d’Italia e Spagna, rispettivamente la terza e la quarta economia dell’Eurozona e con un debito di oltre 2500 miliardi di euro, che avevano sforato l’otto per cento.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inversione della curva dei tassi indicava una sfiducia totale nella capacità dell’Euro di risollevarsi, ma nell’ultimo periodo parte delle tensioni si sono allentate. Per quanto? Certo la Manovra Monti e l’arrivo di Mariano Rajoy al Governo in Spagna hanno dato una temporanea fiducia. Certo è anche che la Manovra di Monti è fortemente recessiva e se non si attuerà in fretta in direzione delle privatizzazioni e delle riforme, i mercati ricominceranno a riprendere di mira l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">La Spagna ha un problema differente, anche se ugualmente grave e si chiama “cajas”, in profonda crisi. Queste istituzioni finanziarie sono piene di attivi da svalutare ed hanno cominciato a “saltare in aria”. La CAM è stata appena venduta al Banco Sabadell, che si farà carico di almeno 300 milioni di euro di perdite, mentre i restanti 5,2  miliardi di euro di perdite della cassa alicantina verranno “presi” dal Fondo di Garanzia dei Depositi.</p>
<p style="text-align: justify;">Caixa Catalunya è già stata nazionalizzata, mentre altre entità dovranno accedere ai fondi pubblici per salvarsi. Una situazione delicatissima che Mariano Rajoy dovrà risolvere in fretta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa si fronteggia dunque a casi particolari, come quelli di Grecia, Italia e Spagna, ma anche se si risolvessero i problemi nazionali, rimarrebbe il problema generale legato all’Euro.</p>
<p style="text-align: justify;">La differenza di produttività è uno dei punti irrisolti del trattato. Si parla di deficit, ma non di riforme che alcuni paesi dovrebbero attuare necessariamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il costo del lavoro per unità produttiva è così differente tra i paesi dell’Euro, come farà a sopravvivere l’Euro? Non a caso, molti analisti scommettono sul fallimento dell’Euro, perché la svalutazione è l’arma ultima per la “sopravvivenza” di certe economie.</p>
<p style="text-align: justify;">I leader che hanno trovato un accordo a 26 riusciranno a mantenere le promesse e rendere più unita in termini economici l’Unione Europea? Se non sarà così, l’Euro resterà solo un ricordo da raccontare ai nostri figli.</p>
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		<title>L&#8217;euroscelta che obbliga allo scetticismo: miracoli in tre mesi dopo anni di vizi?</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 20:09:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Unione europea distinta dall&#8217;euroarea non c&#8217;è più, dopo l&#8217;accordo della notte scorsa. Nove Paesi dell&#8217;Ue dei 10 che non aderiscono alla moneta unica hanno accolto la proposta tedesca di impegnarsi duramente insieme ai 17 dell&#8217;eurozona per far nascere insieme entro pochi mesi l&#8217;abbozzo di una vera Unione Fiscale Europea. Il Regno Unito è rimasto fuori. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Unione europea distinta dall&#8217;euroarea non c&#8217;è più, dopo l&#8217;accordo della notte scorsa. Nove Paesi dell&#8217;Ue dei 10 che non aderiscono alla moneta unica hanno accolto la proposta tedesca di impegnarsi duramente insieme ai 17 dell&#8217;eurozona per far nascere insieme entro pochi mesi l&#8217;abbozzo di una vera Unione Fiscale Europea. Il Regno Unito è rimasto fuori. Non è stato l&#8217;accordo che salva l&#8217;euro una volta e per sempre. Restano delusi sia i sostenitori degli eurobond per dar corpo immediatamente a politiche comuni, sia coloro che invocavano subito una BCE pronta a monetizzare i debiti pubblici. L&#8217;accordo prevede esattamente quanto Angela Merkel aveva illustrato con chiarezza a tutti gli altri governi. La Germania non ha ceduto di un millimetro. In 10 anni di euro, troppi governi hanno approfittato dei bassi tassi garantiti dalla moneta comune per rinviare riforme incisive e necessarie, sia per mettere in equilibrio e sicurezza la finanza pubblica sia per accrescere la produttività dell&#8217;economia reale. Ora, per la Germania credibilità ed esistenza stessa dell&#8217;euro si salvaguardano solo imparando la lezione. E la lezione si impara facendo in fretta e con procedure ferree le riforme mancate da ciascuno in ambito nazionale. E&#8217; una scelta molto rischiosa, giusta ma rischiosa. Non so quanto davvero la politica nazionale europea ne sia in grado. A me, pare di no. In quel caso l&#8217;euro salta.<span id="more-10935"></span>In ogni caso,invece, probabilmente scommettendo per l&#8217;ennesima volta che si tratti di comprare tempo con mere dichiarazioni d&#8217;intenzioni, i 26 governi aderenti all&#8217;impostazione tedesca prendono impegno a mettere in Costituzione il divieto di deficit pubblico superiore allo 0,5% di Pil, a procedure di bilancio verificate ex ante e sottoposte al controllo ex post, a sanzioni automatiche e al giudizio della Corte europea di giustizia.</p>
<p>Il difetto è che tali intenzioni dovranno essere tradotte in una forma giuridica cogente entro tre soli mesi, e che tale accordo o non sarà un nuovo Trattato ma in quel caso non dovrà confliggere con quello dell&#8217;Unione, e allora al regno Unito resterà aperta la possibilità di sollevare molti problemi, oltre al fatto che una mera cornice di accordi bilaterali avrà efficacia minore agli occhi dei mercati. Oppure sarà un nuovo Trattato vero e proprio, aperto però a ratifiche naziomali e referendum dall&#8217;esito assai incerto.</p>
<p>La posizione tedesca è stata condivisa anche sul no ad aumenti di dotazione rispetto agli attuali 500 miliardi dell&#8217;attuale Efsf, lo strumento salvabanche e salvaStati varato per la Grecia, e che non ha funzionato. Se ne riparlerà a marzo, quando si prenderanno gli ultimi accordi per sostituire all&#8217;Efsf un più solido Esm, il Meccanismo di Stabilizzazione Europea che viene anticipato a metà 2012. Sarà gestito dalla Bce, ma non potrà essere una banca. Cioè non avrà un&#8217;autonomia d&#8217;intervento propria, resterà soggetto al vincolo del consenso all&#8217;85% dei consensi dei Paesi membri invece che all&#8217;unanimità come accadeva all&#8217;Efsf.</p>
<p>Un accordo siffatto continuerà deliberatamente a esporre al morso di mercati e spread i Paesi a maggior debito e deficit e a bassa produttività. Solo così i governi, la politica e le opinioni pubbliche capiranno che le riforme vanno fatte in fretta, che d&#8217;ora in poi contano i fatti e non le promesse. Per gli interventi d&#8217;emergenza di ristrutturazione del debito pubblico che dovessero rendersi necessari a seguito di spread insostenibili, l&#8217;Unione Fiscale finanzierà con 200 miliardi aggiuntivi il Fondo Monetario Internazionale, che a quel punto potrà intervenire con le sue tradizionali procedure d&#8217;emergenza. Innanzitutto alla politica italiana deve essere chiaro che il rischio di intervento rapido del Fmi resta aperto innanzitutto per noi, perché il nostro spread continuerà a ballare se non procediamo spediti sul pacchetto Monti, e poi a riformare il mercato del lavoro, ad abbattere il debito con dismissioni pubbliche invece che con nuove stangate fiscali, a crescere di più con meno imposte su lavoro e imprese.</p>
<p>Londra ha detto no scommettendo che le regole comuni su banche e investimenti finanziari – si varerà una tassa europea sulle transazioni – sarebbero un danno intollerabile per la City, mentre attualmente malgrado l&#8217;alto deficit e debito il Regno Unito paga un premio al rischio inferiore a quello tedesco. Fossi britannico, ragionerei anch&#8217;io così. Senza nascondermi che è comunque un azzardo, perché se l&#8217;Unione Fiscale Europea dovesse invece funzionare malgrado i mille ostacoli formali e sostanziali che avrà di fronte, a quel punto a Londra starne fuori costerebbe caro.</p>
<p>Il fatto sostanziale è che l&#8217;accordo di ieri rifiuta che debiti pubblici nazionali possano essere salvati da una Banca Centrale che stampa moneta. Per chi la pensa come me, è un bene. Bestemmia, per chi pensa invece che alla politica spetti decidere quel che vuole, e che le banche centrali debbano stare alla cavezza. La Bce di Mario Draghi non salverà gli Stati a malpartito per colpa dei loro politici, ma farà altre due cose. Abbasserà i tassi, e farà tutto il necessario per mettere in sicurezza e salvare le banche. Ha già cominciato entrambe le cose. Le banche saranno le più esposte, nelle prossime settimane, e potrebbero occorrere misure anche eccezionali.</p>
<p>Ma il rischio terribile è che la rapidità e l&#8217;intensità del deterioramento dell&#8217;economia reale, con molti euromembri a crescita zero o in recessione come l&#8217;Italia, renda imperseguibile intanto politiche restrittive di finanza pubblica troppo a lungo rinviate. C&#8217;è il rischio che si ripeta l&#8217;errore compiuto nel 1931 e 1932 da Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, che sboccò in un 1929 bis e da cui nacquero le premesse del secondo conflitto mondiale. Vedi l&#8217;articolo in proposito dell&#8217;Economist, sul numero in edicola oggi.</p>
<p>E&#8217; un rischio ben chiaro, si spera, a tutti i governi europei. Washington per questo avrebbe preferito più crescita e meno ortodossia subito. Ed è la stessa cosa che continueranno a chiedere molti politici europei, indisponibili a dire la verità ai propri elettori, e convinti che eurobond e torchio monetario subito siano l&#8217;unica risposta per reggere. L&#8217;eurocompromesso di ieri ha invece un altro segno. Se l&#8217;euro reggerà, sarà solo se la politica nei fatti aprirà all&#8217;unificazioe dei mercati dei beni e dei servizi che oggi restano separati, se accetterà diminuzioni reali di sovranità nei deficit, se promuoverà produttività e crescita del valore aggiunto. Dopo e solo dopo, arriveremo a una BCE che sostiene il debito pubblico comune. Se non si seguirà questa strada l&#8217;euro salterà, o meglio resterà strumento comune solo dei Paesi disposti a fare quella scelta. E&#8217; una scommessa molto ambiziosa. Soprattutto per Paesi in forte ritardo di crescita ed efficienza e già ipertassati, come l&#8217;Italia. Messa in questi termini, con le prove che abbiamo dato nel recnete passato, lo scetticismo mi embra più che dovuto. necessario.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’intervento del FMI aiuta l’Italia, ma non risolve i problemi europei</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/27/l%e2%80%99intervento-del-fmi-aiuta-l%e2%80%99italia-ma-non-risolve-i-problema-europei/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 18:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perchè l’Italia non dovrebbe accettare l’eventuale aiuto del Fondo Monetario Internazionale per 400-600 miliardi di euro, come anticipato oggi da “La Stampa”? Più di tre settimane fa, il direttore Oscar Giannino su queste colonne annunciava “arriva pure il FMI, il Governo non lo sa”.
Si parlava in quel caso del monitoraggio da parte dell’Istituzione creata a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Perchè l’Italia non dovrebbe accettare l’eventuale aiuto del Fondo Monetario Internazionale per 400-600 miliardi di euro, come anticipato oggi da “La Stampa”? Più di tre settimane fa, il direttore Oscar Giannino su queste colonne annunciava “<a href="http://www.chicago-blog.it/2011/11/04/arriva-pure-il-fmi-il-governo-non-lo-sa-anche-a-noi-tocca-decidere/#more-10471">arriva pure il FMI, il Governo non lo sa</a>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parlava in quel caso del monitoraggio da parte dell’Istituzione creata a Bretton Woods, mentre oggi si parla ormai di un intervento diretto con denaro sonante.</p>
<p><span id="more-10600"></span></p>
<p>Tali finanziamenti sarebbero estremamente importanti per il Governo Monti che attualmente riesce a trovare crediti dal mercato a dei tassi intorno al 7 per cento, sia per i buoni a due anni, che per quelli a dieci anni. Come si è piú volte ripetuto, si è ormai invertita la curva dei rendimenti dei tassi, con dei tassi a due anni addirittura superiori a quelli a dieci anni.</p>
<p>Si parla di tassi d’interesse da parte del Fondo Monetario intorno al 4-5 per cento, vale a dire almeno due punti percentuali dei tassi pagati ora dal nostro Paese.</p>
<p>Tenendo conto che entro la fine del 2012 sono in scadenza circa 400 miliardi di euro di buoni del Tesoro Italiano, il risparmio potrebbe essere molto importante.</p>
<p>Una stima molto semplice: se i tassi d’interesse del mercato non dovessero scendere dai livelli attuali, l’intervento del FMI porterebbe ad un risparmio di spesa per interessi di circa 8 miliardi di euro. La durata media del debito è di poco piú di sette anni e dunque l’intervento del FMI porterebbe ad un risparmio complessivo di quasi 60 miliardi di euro di interessi.</p>
<p>L’intervento del Fondo Monetario Italiano potrebbe essere dunque un sospiro di sollievo per le casse pubbliche italiane ormai esauste.</p>
<p>Certo l’immagine dell’Italia, nel caso di un eventuale salvataggio, ne verrebbe compromessa, ma ormai non è più tempo di pensare all’immagine, dato che si è sull’orlo del fallimento di tutto il sistema Euro.</p>
<p>L’Italia in cambio del prestito dovrebbe fare delle riforme molto dure, ma in definitiva queste riforme sono quelle che la stessa Banca Centrale Europea ci aveva chiesto nella ormai famosa lettera di agosto al Governo Berlusconi.</p>
<p>Mettere dei vincoli esterni alla manovra potrebbe aiutare il Governo Monti a prendere delle decisioni impopolari, come quella riguardo <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/11/25/e-se-abbassassimo-gli-stipendi-pubblici/">la diminuzione dei salari pubblici</a>. Una manovra impopolare che tuttavia è stata fatta da un Governo di sinistra in Spagna (Zapatero).</p>
<p>L’intervento del FMI potrebbe tuttavia non essere abbastanza, non tanto per quanto riguarda il caso specifico italiano, ma inteso per l’intera zona Euro. La crisi del debito sovrano è ormai estesa alla Spagna e si sta estendendo rapidamente verso Belgio e Francia.</p>
<p>Non basta più il solo salvataggio di un singolo Stato, come è stato dimostrato anche dai precedenti interventi nei confronti della Grecia.</p>
<p>La sfiducia è totale nei confronti dell’Euro e dell’Unione Europea. I leader sono considerati incapaci dai mercati; ogni volta che si riunivano per “non prendere decisioni” le Borse cadevano e gli spread dei PIIGS nei confronti dei <em>bund</em> tedeschi aumentavano.</p>
<p>Una riforma dell’Unione Europea è necessaria, così come una maggiore coordinazione delle politiche economiche.</p>
<p>L’intervento del FMI può dunque aiutare l’Italia in termini di spesa per interessi da pagare in meno, ma non risolverá certo i problemi enormi dell’Unione Europea.</p>
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		<title>L’Europa allo sbando</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/24/l%e2%80%99europa-allo-sbando/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 17:18:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
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		<description><![CDATA[Le elezioni spagnole, tenutesi lo scorso weekend hanno stabilizzato la situazione spagnola. La vittoria di Mariano Rajoy, con una schiacciante maggioranza assoluta, era prevista e prevedibile, dopo i grandi problemi economici irrisolti dal Governo Zapatero. Nonostante questo lo spread spagnolo rimane molto elevato nelle ultime settimane.
E non solo dalla Spagna arrivano grandi preoccupazioni. Il contagio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le elezioni spagnole, tenutesi lo scorso weekend hanno stabilizzato la situazione spagnola. La vittoria di Mariano Rajoy, con una schiacciante maggioranza assoluta, era prevista e prevedibile, dopo i grandi problemi economici irrisolti dal Governo Zapatero. Nonostante questo lo spread spagnolo rimane molto elevato nelle ultime settimane.</p>
<p style="text-align: justify;">E non solo dalla Spagna arrivano grandi preoccupazioni. Il contagio della crisi del debito sovrano è ormai una questione europea. Il Belgio e la Francia hanno visto il loro spread esplodere nella scorsa settimana in un clima di sfiducia totale nei confronti dell’Euro e dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-10583"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Proprio l’Unione Europea è l’anello debole dell’euro. Mentre la Banca Centrale Europea  fa il possibile per immettere liquidità sul mercato, acquistando il debito di Italia e Spagna, le istituzioni europee non riescono a trovare un accordo sul fondo salva Stati, o almeno sul suo rifinanziamento, e su una politica economica più coordinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Che sia chiaro: più coordinazione non significa avere una politica economica unica dove si aumentano le tasse, ma si può pensare ad un modello di federalismo competitivo come accade negli Stati Uniti d’America o Svizzera dove esiste un’unica moneta.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stato attuale in Europa si dibatte solo di eurobond, come se questi potessero risolvere tutti i mali dell’Unione Europea. Ovviamente la Germania si oppone. Giustamente perché la cancelliera Angela Merkel difficilmente può accettare un accordo per il quale il paese teutonico si accolla a pagare maggiori interessi sul debito a causa del cattivo comportamento dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi dell’euro è dunque molto forte e di difficile soluzione, ma non sembra che questi leader europei abbiano le capacità di risolvere le problematiche; anche perché sono gli stessi leader che hanno creato un enorme debito pubblico con spese keynesiane assurde per cercare di fare uscire inutilmente dalla recessione i loro rispettivi Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esito è stato scontato e tragico al contempo. I Paesi europei si sono trovati sul “groppone” un enorme debito pubblico che adesso devono cercare di ripagare aumentando le tasse e di fatto andando verso ad una distruzione dell’Euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spread dunque, così come il declassamento del debito da parte delle agenzie di valutazione internazionali, non è dunque un accanimento della speculazione finanziaria internazionale, ma una giusta conseguenza di politiche economiche molto allegre, per non dire folli.</p>
<p style="text-align: justify;">E proprio sullo spread vi è un’analisi interessante riguardo gli ultimi mesi fatta da Tito Boeri per lavoce.info.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/SPREAD.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10584" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/SPREAD-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>Si può effettivamente notare che il differenziale dello spread rispetto ai bund tedeschi di Italia e Spagna ha avuto dei cambiamenti molto repentini negli ultimi mesi. Fino all’agosto di questo anno la Spagna scontava una situazione peggiore rispetto al nostro paese, ma proprio durante l’estate la situazione è cambiata repentinamente. Mentre in Spagna si andava verso le elezioni e la scontata vittoria del Partito Popolare che si impegnava a  fare i tagli necessari, in Italia, la situazione politica diventava sempre più incerta.</p>
<p style="text-align: justify;">Le continue manovre finanziarie non venivano prese sul serio dal mercato, che le puniva continuamente con un peggioramento dello spread sui <em>bund</em> tedeschi. L’apice è stato raggiunto ad inizio novembre, quando poi si è arrivato al cambio di Governo e ad una maggiore stabilità politica dell’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane la crisi si è allargata a quasi tutta l’Europa, fino a raggiungere ieri, con l’asta deserta dei <em>bund</em> tedeschi anche la Germania. D’altronde i tassi d’interesse pagati erano estremamente bassi e l’eventuale fallimento dell’euro avrebbe molte conseguenze negative anche sul paese guidato da Angela Merkel.</p>
<p style="text-align: justify;">I problemi europei sono dunque enormi e non sembra che la classe dirigente attuale sia in grado di risolverli.</p>
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		<title>Attenti a ciò che rischiamo! Già 50 miliardi di oneri e sarà peggio</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 10:48:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli spread stanno impazzendo, tra poche ore rischiamo di essere a quota 600, l&#8217;intera curva dei rendimenti per ogni scadenza è sopra il 7%. L&#8217;Italia rischia non la misisone ordinaria di monitoraggio del Fmi entro fine mese, ma dopodomani una squadra speciale del Fondo che sbarchi dagli elicotteri e ci imponga la secessione temporanea dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli spread stanno impazzendo, tra poche ore rischiamo di essere a quota 600, l&#8217;intera curva dei rendimenti per ogni scadenza è sopra il 7%. L&#8217;Italia rischia non la misisone ordinaria di monitoraggio del Fmi entro fine mese, ma dopodomani una squadra speciale del Fondo che sbarchi dagli elicotteri e ci imponga la secessione temporanea dai mercati, vincoli di capitale obbligatori e sanguinose manovre di ripresa di contatto con la realtà reale: il mondo non intende farsi coinvolgere nella follia di un&#8217;Italia che non è la Grecia ma non per quello che crede la sua classe politica, cioè troppo grande per fallire, ma non lo è appunto perché siccome siamo una fonte di contagio enorme il mondo interverrà con la cavalleria aerea per sbatterci alle corde, finché cambiamo marcia e disinnestiamo il pedale dell&#8217;irresponsabilità. Forse è bene porsi una domanda precisa. Quanto costa all&#8217;Italia, la drastica accelerazione del rischio di insolvenza pubblica che i mercati hanno iniziato a stimare da luglio ad oggi? E&#8217; un esercizio contabile che vale la pena di fare, anche se pone rilevanti problemi economico-statistici, visto che le cifre su cui si può lavorare sono per lo più da stimare per approssimazione. Tuttavia dovrebbe rappresentare un esercizio obbligato per tutti i cittadini italiani, lavoratori e imprenditori, risparmiatori e contribuenti, in modo da sottoporre a un preciso rendiconto le responsabilità politiche di ieri, oggi e domani. E&#8217; comprensibile che vasta parte degli italiani tenda a graduare le proprie valutazioni riferendosi al tradizionale asse valoriale destra-centro-sinistra. Ma non è male tentare anche di appoggiare il proprio ragionamento a qualche numero che si riferisca anche ai valori economici. Ieri sera  ci ho provato, quando lo spread era a 495 e non a 563 dove svetta ora che posto.<span id="more-10493"></span></p>
<p>Cominciamo dal contribuente. Il voto di ieri a Montecitorio è stato letto dai mercati come un aggravamento ulteriore dell&#8217;instabilità politica italiana, e della distanza da ciò che i mercati, Europa e Fondo Monetario ci chiedono per abbattere il debito pubblico più rapidamente che con il solo avanzo primario, per crescere di più, per mettere in ulteriore sicurezza spesa pubblica e pressione fiscale troppo alte per un&#8217;economia sana. Per questo abbiamo toccato quota 500 di spread tra Btp e Bund. Oltre 300 punti base in più rispetto a dove eravamo partiti a fine giugno, quando il differenziale era inferiore ai 200 punti.</p>
<p>Per calcolarne l&#8217;onere sui più alti interessi pubblici da pagare, bisogna ricordare che il debito di Stato attuale è oltre i 1900 miliardi di euro, ha una quota nel 2012 in scadenza compreso il disavanzo pari a circa il 23,5% dell&#8217;ammontare, superiore a quella di ogni altro Paese dell&#8217;euroarea (Grecia 16,5%, Spagna 20,6%, Portogallo 22,3%). La durata media del nostro debito è però la più alta e questo riequilibra, è pari a 7,2 anni rispetto ai 6,9 della Grecia. E la quota detenuta da stranieri è la più bassa, solo al 42%. (Grecia 55%). Tenuto conto di ciò, cento punti base di rendimenti in più significano nei tre anni successivi maggiori interessi sul debito pubblico pari a 1,2 punti di Pil, se incorporati per tre trimestri come media. Nell&#8217;ultimo quadrimestre, bisogna contare non tutti i 300 punti base in più a ieri, ma la media della maggiorazione rispetto alle aste di titoli effettivamente svolte. Siamo a circa 200 punti base in più nella media del quadrimestre. L&#8217;effetto di maggior spesa pubblica per interessi è pari a circa 2,7 punti di Pil nel triennio, circa 47 miliardi di euro. Ma poiché non voglio fare il menagramo, e mi auguro che per miracoloso sussulto di responsabilità questo o qualunque altro governo riesca in due settimane a varare tutti i provvedimenti necessari a riportare lo spread dov&#8217;era – non ci credo, ma formulo questo auspicio – allora ecco il conto di ciò che è intanto avvenuto nei 4 mesi alle nostre spalle: cioè un aggravio già determinatosi e certo intanto pari a 1 punto di Pil, pari cioè a circa 15 miliardi in più. Se li dividiamo per tre anni, ecco che l&#8217;intero piano di dismissioni pubbliche – miserello a mio giudizio &#8211; presentato dal governo nella lettera al Consiglio europeo della settimana scorsa è già andato in fumo, mangiato dagli accresciuti interessi.</p>
<p>Viene poi il conto per le banche. I 300 punti di spread vengono integralmente inglobati nel maggior costo a carico delle banche per la provvista di capitale a breve liquida, e su quella obbligazionaria nel mercato all&#8217;ingrosso. L&#8217;aumento del rischio sovrano genera perdite sul portafoglio finanziario, indebolendone i bilanci e aumentandone la rischiosità. Inoltre i titoli pubblici utilizzati dalle banche perdono valore come collaterale per le operazioni pronti contro termine o presso la BCE. In più, diminuiscono le garanzie pubbliche sulle passività bancarie. Infine, l&#8217;abbassamento del rating pubblico determina un abbattimento del rating delle stesse banche. E&#8217; per questo che nei Paesi sin qui più colpiti dalla crisi, Grecia Irlanda e Portogallo, i depositi in conto corrente di famiglie e imprese sono in forte calo, mentre la remunerazione media sui depositi è aumentata dall&#8217;inizio della loro crisi, un anno e mezzo fa, di un punto mezzo percentuale, cosa che per le banche è una ulteriore compressione del margine di intermediazione.</p>
<p>Sommando tutte queste componenti, per le banche italiane direi che siamo nell&#8217;ordine di grandezza tra 4 e 5 punti di Pil nel biennio, cioè tra 60 e 75 miliardi di maggiori oneri e minori utili e dividendi a tutti gli effetti, se i 300 punti di spread dovessero confermarsi nel tempo diciamo per un altro quadrimestre. Intanto, un punto di Pil in più di maggior capitalizzazione è stato appena comminato dall&#8217;EBA, l&#8217;autorità bancaria europea. Tra giugno e settembre sono venuto meno con certezza già 48 miliardi di raccolta complessiva effettuata attraverso certificati di deposito e carta commerciale dagli intermediari bancari nei Paesi avanzati, siamo in presenza di un vero e  proprio inaridimento dei mercati all&#8217;ingrosso, simile a quello post Lehman.</p>
<p>Per finire il conto approssimativo, bisogna stimare infine il costo per i prenditori a cui i maggiori interessi e la restrizione degli impieghi viene naturalmente traslata dalle banche. Cioè sui bilanci delle famiglie, per i mutui e prestiti al consumo,e su quelli delle imprese. E infine ancora aggiungere l&#8217;abbattimento che lo spread esercita sui titolari di redditi immobiliari, visto che più lo spread sale più indici e capitalizzazione della Borsa scendono. Troppo lungo spiegare le metodologie per un calcolo approssimativo. Diciamo che per l&#8217;ultimo quadrimestre c&#8217;è da aggiungere un altro punto di Pil almeno, nell&#8217;anno a venire, e che l&#8217;elasticità è ben superiore all&#8217;unità se la cosa perdura, cioè il punto si raddoppia se dal quadrimestre giungiamo al semestre.</p>
<p>Come si vede, lo spread non riguarda solo le aste pubbliche ma colpisce tutti, e in tempo reale. Se sommiamo gli effetti del solo quadrimestre ultimo per i contribuenti, per le banche e i loro clienti e su chi ha investito in Borsa, siamo già ben oltre i 3 punti pieni di Pil nel 2012, intorno a 50 miliardi di euro. Tutto ciò avviene in un contesto economico complessivo di forte rallentamento delle economie reali. Ieri il centro Studi di Banca Intesa ha stimato che per questo solo effetto reale nei mesi tra giugno e settembre il fatturato delle imprese italiane perde 94 miliardi di euro nel prossimo biennio. E attenti che il conto sale ogni giorno. Ce n&#8217;è abbastanza, per chiedere alla politica un sussulto di responsabilità? E agli italiani per aprire gli occhi, e per un po&#8217; smetterla di dividersi in tribù pensando invece a come evitare di finire ancor più sputtanati e impoveriti ora che siamo alle corde? O no?</p>
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		<title>Arriva pure il Fmi, il governo non lo sa. Anche a noi tocca decidere</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 15:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi sono astenuto dal seguire sul blog giorno per giorno l&#8217;andamento &#8220;obbligato&#8221; della perdita di credibilità italiana, l&#8217;ho fatto ogni giorno su radio24. Alla componente di credibilità soggettiva &#8211; che riguarda personalmente Berlusconi in maniera crescente da due anni a questa parte, ed è irreversibile a mio giudizio da tempo &#8211; si è aggiunta in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono astenuto dal seguire sul blog giorno per giorno l&#8217;andamento &#8220;obbligato&#8221; della perdita di credibilità italiana, l&#8217;ho fatto ogni giorno su radio24. Alla componente di credibilità soggettiva &#8211; che riguarda personalmente Berlusconi in maniera crescente da due anni a questa parte, ed è irreversibile a mio giudizio da tempo &#8211; si è aggiunta in sede internazionale e in maniera conclamata da luglio quella oggettiva, che riguarda la politica economica del governo. E&#8217; una perdita di credibilità che investe Berlusconi e Tremonti insieme, anzi aben guardare dovrebbe riguardare  più il secondo del primo.</p>
<p><span id="more-10471"></span>Perché è il ministro dell&#8217;Economia da solo regista e motore immobile come della positiva astensione da deficit eccessivi, così del negativo mancato taglio a spesa e tasse, della mancata riforma fiscale, e della mancata cessione di quote rilevanti dell&#8217;attivo patrimoniale pubblico per abbattere quote consistenti di debito. C0n l&#8217;avanzo primario &#8211; virtuoso &#8211; che possiamo vantare da questo 2011 a costo dello strangolamento fiscale del Paese, comunque la riduzione del debito pubblico sarà troppo lenta, e a propria volta minacciata da una probabile decrescita del Pil che alla fine non potrà che rispecchiarsi in minor entrate ordinarie, per quanto dura e repressiva sia l&#8217;amministrazione tributaria nel perseguire l&#8217;evasione e innalzare l&#8217;ammontare del riscosso sull&#8217;effettivamente accertato.  Non ho aggiornato i giudizi sulla caduta di credibilità perché il suo esito mi appare scontato. Ma che si arrivasse addirittura a un G20 all&#8217;indomani del quale il governo italiano non sa, non dice e invece disdice intorno a un punto così delicato come il monitoraggio sull&#8217;Italia da parte del Fondo Monetario Internazionale, questa come figuraccia mondiale vale milioni di risatine di monsieur Sarkò. E&#8217; una figura da Paese che ha perso ogni standship, da Paese operetta. Il lungo tramonto pubblico di Berlusconi lascia senza parole perché non avviene su scelte sbagliate &#8211; quelle hanno riguardato la sua vita e la confusione demenziale tra privato e  istutuzionale  -  bensì sull&#8217;assenza di scelte, sulla furbesca confusione di parole, sull&#8217;autosuggestione che sfocia in narcosi. E&#8217; tanto suonato il vecchio campione del ring, che Tremonti saltellandogli intorno ed evitando ogni incrocio di guantoni ed  emissione di voce in pubblico sta riuscendo nella notevole impresa di uscirne incolpevole: non solo come se le politiche economiche considerate deficitarie dai mercati non fossero le sue, ma come una vera e propria quinta colonna interna al governo della comprensibile e responsabile strategia del Quirinale di evitare sia un Gotterdammerung ancor più sanguinoso per il Paese, sia una campagna elettorale al buio con spread lanciati verso quota, chissà, 700.</p>
<p>E&#8217; però il momento di qualche sparsa considerazione più di fondo.</p>
<p>Il monitoraggio da parte del Fmi ci è stato &#8211; attestano fonti ufficiose ma autorevoli dal G20 &#8211; calorosamente &#8220;consigliato&#8221; da parte non solo di Germania e Francia, che allontanano così l&#8217;amaro calice di aiuti ulteriori da parte dell&#8217;Efsf che non ne avrebbe dotazione, comporterebbe tempi lunghi, reazioni scomposte e dileggianti da parte dell&#8217; opinione pubblica tedesca e francese e soprattutto impegnerebbe finanzia aggiuntiva da parte di quei Paesi.  Soprattutto per la Francia alle prese con un delicatissimo problema di iperesposizioni bancarie, meglio che sia sin dall&#8217;inizio Washington a fare da badante all&#8217;Italia.</p>
<p>Ci è stato imposto perché al G20 si è capito chiaramente che nessuno dei Paesi emergenti intende al momento contribuire con propri capitali alla leva dell&#8217;Efsf, attraverso il SPV previsto a tale scopo per giungere fino a 1 trilione di euro. Nemmeno la Cina, non l&#8217;India, non il Brasile. La Russia &#8211; la Russia! &#8211; come la Cina si è riservata di capirci prima qualcosa di più, in ordine a regole e condizioni dello SPV. Visto che l&#8217;Efsf stesso la scorsa settimana ha dovuto rinviare l&#8217;emissione di un proprio bond sui mercati vista l&#8217;aria pesante che tirava all&#8217;indomani dell&#8217;annuncio del referendum greco, è l&#8217;intera credibilità del barocco edificio dei salvataggi a Stati e banche europee europee a risultare incomprensibile al resto del mondo. La scarsa credibilità europea ha deciso di non rischiare oltremodo sobbarcandosi alla totale mancanza di credibilità italiana, questa è l&#8217;amara verità.</p>
<p>Mai, in ogni caso, mai nella storia italiana precedente è avvenuto che il monitoraggio da parte del Fmi avvenisse con questo meccanismo di annuncio da parte altrui, visto che sono stati Barroso, van Rompuy e Sarkozy ad annunciarlo, mentre palazzo Chigi emetteva note tra l&#8217;imbarazzo e la smentita. L&#8217;Italia ha &#8211; purtroppo &#8211; una lunga tradizione di aiuti d&#8217;emergenza, chiesti sia al Fondo con Guido Carli nel 1974 e Stammati nel 1976-77, sia direttamente alla Germania come avvenne ancora nel 1993, offrendo quasi sempre a garanzia riserve auree. Ma in nessun caso i governi dell&#8217;epoca scesero così in basso sulla scala della credibilità da far annunciare ad altri il regime speciale  di scrutinio sulla nostra affidabilità che ufficialmente siamo noi stessi a chiedere, anche se ci viene appunto imposto. Evidentemente, a palazzo Chigi e al ministero dell&#8217;Economia credono che nel resto del mondo valga la stessa regola che vale per alcune testate d&#8217;informazione italiane &#8220;amiche&#8221;, far sparire le cose perché non siano mai avvenute e non risultino. Ma il resto del mondo  vede, stravede e provvede. Provvede a declassare sempre più l&#8217;attendibilità dell&#8217;Italia.</p>
<p>Infine, ciò che risulta ancor più amaramente digeribile è che a tutto ciò si arrivi per mancanza assoluta di decisioni rilevanti.  Berlusconi si è arreso da tempo a non forzare né con la Lega sulle pensioni di anzianità, né su Tremonti per la delega fiscale e le privatizzazioni immobiliari come mobiliari. Va a fondo in un sempre più confuso balbettio di centinaia di micromisure mai attuate negli anni e che oggi si accumulano in un grande libro dei desideri incompiuti. Restando prive di decreti attuativi &#8211; per le due sole manovre estive ne occorrono oltre 130 &#8211; e &#8211; quel che è più grave &#8211; ignorando ed eludendo abbattimento rapido del debito pubblico e incentivi a effetto rapido sulla crescita, cioè quelli fiscali visto che tutti gli altri, dalle liberalizzazioni alla flessibilità del mercato del lavoro, sarebbero benedetti ma hanno effetti di medio-lungo. Incentivi alla crescita quali l&#8217;abbattimento del cuneo fiscale &#8211; chiesto anche non casualmente al Portogallo &#8220;monitorato&#8221;  &#8211; che dal solo azzeramento in due anni delle pensioni di anzianità avrebbero potuto ricevere  decine di miliardi di euro di copertura.</p>
<p>L&#8217;unico vero effetto di questa giostra di micromisure è che alla fine, nell&#8217;assenza dei decreti attuativi, è l&#8217;Economia a restare titolare ancor più unica e indiscussa dei rubinetti pubblici e dunque dell&#8217;unico strumento messo all&#8217;opera in questi anni a fianco del giro di vite fiscale, cioè al centralizzazione assoluta dei mandati di pagamento e degli stanziamenti di cassa al di là di quanto previsto dalla competenza.</p>
<p>Ma l&#8217;effetto vero, che rischia di essere di lungo periodo, è l&#8217;azzeramento di credibilità per chi sostiene idee liberali e di mercato. Azzeramento di credibilità non culturale, ovviamente, perché la credibilità culturale  quella non ce la può levare nessuna vicenda politica. Ma l&#8217;azzeramento di credibilità nella politica italiana per idee antitassaiole e mercatiste è invece un rischio fortissimo. Più volte ho scritto e molte volte detto per radio, negli ultimi due anni, che per i liberali occorre una drastica modifica bottom up dell&#8217;attuale offerta politica.  Dal basso, non dall&#8217;alto. Se qualche residuo liberale si fosse staccato per tempo in parlamento dall&#8217;obbedienza berlusconiana, potrebbe essere utile. Ma è dal basso, che occorrerà tirarsi su le maniche, faticare, e darsi da fare perché libera persona e libero mercato possano rappresentare un&#8217;alternativa a redistribuzuione massiccia di Stato, ad ancora più tasse, a uno Stato ancor più famelico, giustificato come effetto necessario della colpa di 17 anni di mancate promesse del Cavaliere e dei suoi seguaci, prima ancora che della favola &#8211; iperpopolare in Italia tra media e accademici, ma anche sia a destra sia a sinistra &#8211; della crisi mondiale figlia del neoliberismo.</p>
<p>Rispondete,per favore. Dobbiamo limitarci a fare cultura e approfondimento di idee, sui nostri blog, scrivendo e parlando alla radio e in tv, oltre che con papers e libri come fa ottimamente da anni l&#8217;Istituto Bruno Leoni, in costante guadagno di visibilità e impatto con le sue elaborazioni, proposte e studi,  grazie allo straordinario impegno di amici fuoriclasse come Alberto Mingardi, Carlo Lottieri, Carlo Stagnaro e tanti altri?</p>
<p>Oppure dobbiamo sporcarci le mani, provare a riempire teatri, e vincere la ritrosia profonda a un impegno diretto in quell&#8217;arena assai poco allettante che è la politica, mentre al populismo berlusconiano esecrato se ne propongono oggi successori di altri e diversi idealtipi, chi catodico e chi impiombato su carta, chi ex confindustriale e chi ex pm, chi ex comunista e chi neocomunitarista?</p>
<p>Dite la vostra. Non sono le idee a mancare.  Qualche tempo fa, Alberto Mingardi ve ne chiese di aggiuntive, e ci avete risposto. Ma in una lunga fase politica italiana che si chiude, c&#8217;è una decisione da prendere. Non sulle idee, ma sull&#8217;iniziativa da assumere. Perché ad aver totalmente fallito è l&#8217;offerta concreta messa in piedi sul versante liberale  da un Mr Consenso per sè e i suoi affari incapace di diventare mai Mr Governo per gli altri. Mica è un caso, che a risultare meno coinvolto e più contento sia chi, in fondo e al di là delle apparenze, liberale non è stato mai, come il ministro dell&#8217;Economia. E a me, di dover star zitto per chissà quanto per colpa loro, non sembra una gran bella assicurazione a una serena vecchiaia.</p>
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		<title>Usa, Europa e i balbettii sul debito pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 10:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche la soluzione <em>last minute</em> al problema del debito pubblico federale statunitense appartiene alla categoria <em>too little, too late</em>. Esattamente come per i tre round in venti mesi dedicati dall&#8217;Europa al problema del debito greco. L&#8217;Europa ha pagato la sua miope debolezza estendendo i costi della messa in sicurezza e approfondendo il divario tra le economie reali dei suoi membri. L&#8217;America verrà meno duramente punita per via della forza del dollaro come tallone monetario mondiale, ma resta avviata su un sentiero di spesa e debito pubblico insostenibili, con una ripresa in cospicuo rallentamento e forte disoccupazione, e con un&#8217;Amministrazione che ha perso la sua credibilità. Se dovessimo fare un&#8217;ideale e sintetica graduatoria di chi ha commesso i maggiori errori, i diversi soggetti del mercato, i loro regolatori, oppure la politica?<span id="more-9785"></span></p>
<p>Innanzitutto bisogna diversificare tra Europa e America, perché il punto di partenza è che la crisi dei debiti pubblici ha reso ormai evidente che ogni prospettiva di coordinamento globale in sede di G20 è semplicemente una chiacchiera priva di sostanza. I membri europei del G8 e del G20 non hanno potuto in un anno e mezzo mai chiedere che la crisi incrociata di sostenibilità del debito pubblico sulle due rive dell&#8217;Atlantico fosse affrontata in maniera globale, visti gli effetti durevoli che essa esercita sulla crescita mondiale, per il semplice fatto che non sono mai riusciti a darsi una vera ed efficace linea comune in Europa, fino almeno a due giovedì fa e con tutti i limiti di un accordo che ancora incoraggia al ribasso su Spagna e Italia. In questo, la politica europea ha più colpe di tutti.</p>
<p>E ad uscirne rafforzato è solo l&#8217;asse diretto tra Germania e Cina.</p>
<p>Quanto a quale politica abbia sbagliato di più a casa propria, tra quella europea e quella americana, sono per la seconda. L&#8217;Europa politica non esiste, e i compromessi che inducono a diversificare i premi al rischio, sia sovrani che dei sistemi bancari, rispondono comunque all&#8217;interesse del Paese europeo egemone. Negli States il circuito politico istituzionale capace di interventi e correzioni energiche esiste eccome, e il problema è solo quello di un&#8217;Amministrazione prigioniera della sua impostazione ideale, che non ha dato frutti nella ripresa e che non riesce ad ammettere che comunque l&#8217;ingentissima spesa pubblica aggiuntiva accesa nei comparti non discrezionali, come la sanità, aggiunta alle proiezioni previdenziali rende il livello di tassazione di equilibrio semplicemente impensabile per un&#8217;economia come quella americana.</p>
<p>I regolatori dei mercati sono forse coloro che hanno fatto quello che potevano, per ammonire la politica a desistere dall&#8217;errore. O meglio: lo fatto in Europa la Bce, e per questo i tedeschi l&#8217;hanno tenuta sotto schiaffo obbligandola per un anno e mezzo all&#8217;improprio compito di comprare sul mercato secondario i titoli dei paesi a rischio. La Fed, in America, non leva fiato sulla politica di tassa e spendi, perché a propria volta ha comprato asset pari a più della metà dell&#8217;intero valore attuale dei listini quotati statunitensi.</p>
<p>Poteva fare di più il circuito europeo delle Consob, cioè delle autorità sui mercati finanziari, per limare le unghie alla cosiddetta “speculazione”? E&#8217; un tema che piace molti ai politici che invece di tagliare spesa e tasse preferiscono prendersela con i presunti avvoltoi del mercato, le agenzie di rating, i fondi hedge e tutti coloro che usano legittimamente Cds e vendite allo scoperto. Francamente, è un punto di vista che non condivido. I politici italiani ed europei non capiscono che la risposta alle agenzie di rating che downgradano gettando benzina sul fuoco non è quello di far nascere presunte agenzie di rating pubbliche nazionali e europee, come hanno fatto anni fa i cinesi. Dio ci salvi, da agenzie che diano giudizi sulla base di chi è più o meno amico del governo di riferimento, come puntualmente avviene per l&#8217;agenzia Dagong pechinese. I governi europei dovevano invece impuntarsi col governo americano, ma questo già tre anni fa prima della crisi dell&#8217;eurodebito, al fine che in America non siano più i giudizi delle agenzie di rating a far testo per le valutazioni seguite dalla FED nell&#8217;assunzione di titoli in controparte, nel proprio asset patrimoniale. Finché negli USA le agenzie di rating fanno fede pubblica sugli attivi della FED, chiedere di metter loro la mordacchia su qualunque altro loro giudizio è tempo sprecato, da parte di politici o ignari o in malafede.</p>
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		<title>Un piano B per l&#8217;euro? di D. Valiante</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 08:59:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[european stability mechanism]]></category>
		<category><![CDATA[Financial Stability Board]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Diego Valiante e volentieri pubblichiamo.
Il crollo dei titoli bancari e l&#8217;elevata volatilità che spinge in questi giorni le borse europee in un ciclo ininterrotto di cadute e rimbalzi mette in evidenza lo stato d&#8217;incertezza che guida gli scambi nei giorni in cui la crisi dei debiti sovrani dell&#8217;area Euro s&#8217;intensifica. La manovra finanziaria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Diego Valiante e volentieri pubblichiamo</em>.</p>
<p>Il crollo dei titoli bancari e l&#8217;elevata volatilità che spinge in questi giorni le borse europee in un ciclo ininterrotto di cadute e rimbalzi mette in evidenza lo stato d&#8217;incertezza che guida gli scambi nei giorni in cui la crisi dei debiti sovrani dell&#8217;area Euro s&#8217;intensifica. La manovra finanziaria di questi giorni, con gli emendamenti last minute, è certamente un effetto e non la causa di questa incertezza. I mercati scontano già da molto tempo la mancanza di riforme strutturali in Italia e i problemi di un&#8217;economia sull&#8217;orlo del declino.</p>
<p><span id="more-9770"></span>La causa di questa ventata di paura sui mercati, tuttavia, si fonda sui timori che le implicit guarantees (garanzie implicite) che gli Stati membri più forti offrono ai paesi più deboli dell&#8217;area euro possano venire meno nel caso del debito greco (con un default &#8216;selettivo&#8217;) e creare così un precedente per altri paesi dell&#8217;Eurozona quali l&#8217;Italia, le cui finanze pubbliche non possono permettersi una spirale di tassi d&#8217;interesse crescenti. Lo stress test di questi giorni ha anche evidenziato che, sebbene le banche italiane abbiano un buon livello di capitale, le sofferenze verso il nostro sistema economico sono salite in media al 9% dell&#8217;esposizione totale che il sistema bancario europeo ha verso il Belpaese (circa 140 miliardi di uro), dietro solo a Grecia ed Irlanda nell&#8217;area Euro.</p>
<p>Come noto, in un regime di cambi fissi (moneta unica) si vincolano gli stati più deboli a portare avanti aggiustamenti in termini reali per colmare il gap strutturale di competitività con altre nazioni. Siccome non è più possibile la svalutazione monetaria, questi aggiustamenti reali devono avvenire nel medio/lungo periodo solo tramite incrementi di produttività stimolati da salari più bassi o da investimenti in innovazione e sviluppo. Gli stati più competitivi invece traggono un forte ed immediato vantaggio dalla moneta unica perché possono esportare merci ed importare capitali più facilmente, essendo più competitivi sui prezzi. È questo elemento strutturale che spiega l&#8217;esistenza di garanzie implicite da un lato (per i benefici che traggono le nazioni più competitive) e continua ad allargare il divario tra paesi dell&#8217;Eurozona dall&#8217;altro (per lo svantaggio che questi paesi hanno nel disporre di una moneta molto apprezzata rispetto alle caratteristiche politico-economiche della nazione). Questa situazione rende sempre meno sostenibili i debiti degli stati periferici, imponendo la ricerca di una soluzione politica complementare a quella dell&#8217;armonizzazione delle politiche monetarie. Alla base dell&#8217;impasse politica che tiene i PIIGS sul filo del rasoio da mesi c&#8217;è la scarsa volontà politica di completare questo processo di unificazione delle politiche monetarie, iniziato nel 1998, con la successiva ed almeno parziale armonizzazione delle politiche fiscali e la creazione di un budget federale per l&#8217;Eurozona. Va da sè che tutto ciò richieda la modifica dei trattati ed un accordo su vasta scala che soddisfi i tempi di un importante e duraturo compromesso politico.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;Eurozona non può più tergiversare ma deve dare una risposta convincente ai mercati internazionali. C&#8217;è bisogno di un &#8216;piano B&#8217; che offra all&#8217;area Euro l&#8217;opportunità di rispondere a queste temporanee crisi di liquidità e di pianificare un più ampio progetto politico per ridurre i gap strutturali ed i rischi di insolvenza. Siamo ad un punto di svolta. O si rilancia il progetto europeo oppure le tensioni che stanno dilaniando le economie dei PIIGS s&#8217;intensificheranno ed estenderanno anche ad altri paesi, portando con una lenta agonia all&#8217;implosione dell&#8217;Eurozona. I nuovi poteri dati dal consiglio europeo al nuovo fondo monetario (European Financial Stability Fund) e al meccanismo di stabilità interno (European Stability Mechanism) non offrono tempo e munizioni a sufficienza, essendo limitati nei fini e nei mezzi con cui fronteggiare una probabile escalation della crisi in altri paesi. L&#8217;unica istituzione che potrebbe e, a mio avviso, dovrebbe agire per evitare che crisi di liquidità si trasformino in insolvenza è la banca centrale europea e l&#8217;eurosistema.</p>
<p>Nel breve termine potrebbe agire senza compromettere la stabilità dei prezzi poiché il sistema delle banche centrali detiene più di 400 miliardi di euro di titoli rivendibili sul mercato e quasi 600 miliardi di riserve monetarie ed auree. Inoltre, qualora fosse necessario, gli attuali tassi d&#8217;interesse molto bassi permettono di agire tramite l&#8217;incremento dei tassi di interesse sui conti delle istituzioni finanziarie presso le banche centrali senza che la liquidità utilizzata per l&#8217;acquisto di titoli di stato sul mercato secondario venga necessariamente immessa nel sistema, almeno nel medio termine. Ci sono pertanto ampi margini di manovra per un quantitative easing da parte della BCE, senza influenzare la stabilità dei prezzi. In ogni caso, ci si dovrebbe chiedere nell&#8217;interpretare il trattato e lo statuto delle BCE se venga prima la stabilità dei prezzi o la sopravvivenza dell&#8217;Eurozona stessa. La partecipazione attiva della BCE sul mercato secondario dei titoli di stato pertanto permetterebbe di:</p>
<ul>
<li>calmierare i mercati dando una risposta energica alle ipotesi di speculazione sui titoli degli stati sovrani dell&#8217;area Euro;</li>
<li>ridurre a sua volta l&#8217;impatto pro-ciclico dei meccanismi di rating;</li>
<li>abbattere i tassi di rendimento dei titoli di stato; e</li>
<li>dare alle altre istituzioni europee il tempo necessario per trovare una soluzione politica di lungo respiro, ad esempio l&#8217;istituzione di un budget federale o l&#8217;emissione di Eurobonds che promuovano investimenti in competitività (con contributi anche in funzione del surplus di partite correnti dei paesi più competitivi) per i paesi più deboli, come sostegno alle misure di austerità che guideranno l&#8217;azione di questi governi ancora per molto tempo. Il caso Argentina nel 2001 insegna come l&#8217;implementazione di sole misure di austerità senza investimenti deprima l&#8217;economia e peggiori ancor di più la sostenibilità del debito.</li>
</ul>
<p>L&#8217;intervento della BCE aiuterebbe indubbiamente a spostare l&#8217;attenzione delle istituzioni preposte a definire strategie di lungo periodo dal brevissimo termine (oramai non si va oltre i 3 mesi) al medio termine (3-5 anni). In effetti, un intervento deciso della BCE potrebbe far guadagnare facilmente un paio di anni considerando anche gli accordi già fatti con gli stati membri e con il fondo monetario internazionale, evitando che la crisi si estenda ad altri paesi quali Spagna, Italia e Belgio. L&#8217;intervento della BCE darebbe forte fiducia ai mercati che conoscono il potenziale di fuoco dell&#8217;eurosistema, portando I tassi d&#8217;interesse nell&#8217;alveo della sostenibilità.</p>
<p>I problemi di azzardo morale sono di solito un problema di supervisione. Pertanto, la BCE dovrebbe avere le mani libere di ritirarsi dal mercato qualora attesti che lo stato beneficiario non sta applicando il piano di austerity e nuove emissioni dovranno essere programmate con la supervisione della Commissione Europea e della BCE. L&#8217;azzardo morale delle istituzioni finanziarie è limitato poiché non gestiscono l&#8217;emissione ma detengono titoli solo nel mercato secondario. Gli accordi di questi giorni tra i paesi dell&#8217;area Euro e la reazione flebile dei mercati, con un&#8217;ulteriore caduta dopo il downgrade del debito greco da parte di Fitch e Moody&#8217;s, dimostrano che c&#8217;è bisogno di un intervento più deciso che permetta di trovare una soluzione di lungo periodo e di evitare che crisi di liquidità si trasformino troppo presto in insolvenza. L&#8217;Eurozona non si può permettere che paesi come Italia e Spagna perdano accesso al mercato. Ci sono gli strumenti per disegnare un&#8217;exit strategy, ma manca ad oggi la volontà politica di costruire finalmente un&#8217;Europa più forte per i nostri figli. Se gli stessi leaders europei non credono e si adoperano seriamente per fermare l&#8217;inevitabile effetto cascata di un default anche &#8216;ristretto&#8217; della Grecia, non saranno certo i mercati a credere che questa &#8216;political deadlock&#8217; non porti prima o poi al default di altri ben più grandi debiti dell&#8217;Eurozona.</p>
<p><em>Diego Valiante è research fellow presso il Center for European Policy Studies.</em></p>
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