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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Tremonti</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Il passato è il problema per il futuro dell&#8217;Euro</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 20:21:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Moody’s e le Borse confermano i dubbi sull’Euro Vertice sollevati qui lo scorso fine settimana. Troppo poco è stato deciso circa il futuro dell’Unione Europea ed in particolare sull’Euro. Non è tanto la non adesione della Gran Bretagna al nuovo Trattato che non convince i mercati, quanto le mancate decisioni sul futuro dell’Europa.
I problemi dell’Euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Moody’s e le Borse confermano i dubbi sull’Euro Vertice <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/09/leuroscelta-che-obbliga-allo-scetticismo-miracoli-in-tre-mesi-dopo-anni-di-vizi/">sollevati qui </a>lo scorso fine settimana. Troppo poco è stato deciso circa il futuro dell’Unione Europea ed in particolare sull’Euro. Non è tanto la non adesione della Gran Bretagna al nuovo Trattato che non convince i mercati, quanto le mancate decisioni sul futuro dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify">I problemi dell’Euro non verranno risolti con una golden rule dello 0,5 per cento di deficit sul prodotto interno lordo o con sanzioni automatiche per i paesi che sforeranno i vincoli dei Trattati. Il problema per l’Euro è il passato ed in particolare tutte le promesse non mantenute da parte di tutti i Paesi dell’Eurozona e dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-10969"></span></p>
<p style="text-align: justify">La Grecia è solo l’ultimo esempio di come la Commissione Europea non sia in grado di controllare l’introduzione di determinate misure in uno dei Paesi membri. Da maggio 2010 ad oggi non sono serviti tre salvataggi ed innumerevoli miliardi di euro per alleggerire la crisi greca e circoscriverla.</p>
<p style="text-align: justify">Il Governo socialista di Papandreou non ha mantenuto le promesse di fare le liberalizzazioni e le privatizzazioni necessarie per fare ripartire l’economia ellenica, ma con l’inasprimento della tassazione (l’IVA è stata aumentata di dieci punti percentuali) si è approfondita la recessione.</p>
<p style="text-align: justify">Tale situazione ricorda molto quella italiana, dove nelle ultime manovra finanziarie, Tremonti prima e Monti dopo, si introducono essenzialmente nuove tasse che deprimeranno un’economia già in recessione. La previsione di meno 0,5 per cento del PIL per il 2012 è già accettata a livello italiano e dell’OECD, ma come giustamente sostengono Giavazzi ed Alesina è prevedibile che con tale manovra la caduta sarà ben maggiore.</p>
<p style="text-align: justify">C’è il concreto rischio che con la manovra Monti la recessione sarà molto dura per il 2012 e per questo motivo è urgente che il neo-Ministro Passera agisca in direzione dell’apertura dei mercati.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro evento che Moody’s così come il mercato non dimenticano è il vertice di luglio di questo anno. Doveva essere quello risolutivo di tutti i problemi dell’Euro, con il salvataggio definitivo della Grecia e la stabilizzazione anche quella definitiva della crisi. Di definitivo non c’è stato un bel niente, anzi. Proprio da inizio agosto è cominciato l’attacco contro i Paesi più deboli dell’Euro non ancora caduti, Italia e Spagna. Lo spread è schizzato a livelli mai toccati dalla nascita dell’Euro e i tassi d’interesse hanno sfondato l’8 per cento.</p>
<p style="text-align: justify">La Banca dei Regolamenti Internazionali ha sottolineato proprio ieri che se anche i tassi dovessero ritornare ai quei massimi, l’impatto sul deficit sarebbe limitato per l’Italia: “solo” lo 0,95 del PIL. Ma cosa significa lo 0,95 per cento del PIL?Sono oltre 15 miliardi di euro, vale a dire mezza manovra finanziaria di Monti. Un impatto notevole, che di limitato non ha proprio nulla.</p>
<p style="text-align: justify">Un terzo elemento che crea sfiducia nell’Euro e che di fatto rischia di essere la pietra tombale della moneta unica è il rispetto dei Trattati.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, se anche i nuovi Trattati dovessero essere approvati nei prossimi tre mesi da un’Unione Europea risvegliata dal suo torpore, perché non c’è il rischio che questi non vengano violati? Per la golden rule o per le sanzioni automatiche?</p>
<p style="text-align: justify">A parte che le sanzioni automatiche possono essere “abolite” con l’85 per cento dei voti dei Paesi membri, perché questa volta, al contratto del Trattato di Maastricht, verrà rispettato?</p>
<p style="text-align: justify">Si ricorda che proprio la Francia e la Germania violarono il “sacro” principio del 3 per cento del deficit sul PIL a metà degli anni 2000 e da quel momento il Trattato di Maastricht perse il suo valore.</p>
<p style="text-align: justify">La memoria del passato ha un diverso orizzonte temporale per i politici ed i mercati: a breve termine per i primi, a lungo termine per i secondi.</p>
<p style="text-align: justify">Il passato dunque non gioca a favore dell’Euro.</p>
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		<title>Arriva pure il Fmi, il governo non lo sa. Anche a noi tocca decidere</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 15:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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		<description><![CDATA[Mi sono astenuto dal seguire sul blog giorno per giorno l&#8217;andamento &#8220;obbligato&#8221; della perdita di credibilità italiana, l&#8217;ho fatto ogni giorno su radio24. Alla componente di credibilità soggettiva &#8211; che riguarda personalmente Berlusconi in maniera crescente da due anni a questa parte, ed è irreversibile a mio giudizio da tempo &#8211; si è aggiunta in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono astenuto dal seguire sul blog giorno per giorno l&#8217;andamento &#8220;obbligato&#8221; della perdita di credibilità italiana, l&#8217;ho fatto ogni giorno su radio24. Alla componente di credibilità soggettiva &#8211; che riguarda personalmente Berlusconi in maniera crescente da due anni a questa parte, ed è irreversibile a mio giudizio da tempo &#8211; si è aggiunta in sede internazionale e in maniera conclamata da luglio quella oggettiva, che riguarda la politica economica del governo. E&#8217; una perdita di credibilità che investe Berlusconi e Tremonti insieme, anzi aben guardare dovrebbe riguardare  più il secondo del primo.</p>
<p><span id="more-10471"></span>Perché è il ministro dell&#8217;Economia da solo regista e motore immobile come della positiva astensione da deficit eccessivi, così del negativo mancato taglio a spesa e tasse, della mancata riforma fiscale, e della mancata cessione di quote rilevanti dell&#8217;attivo patrimoniale pubblico per abbattere quote consistenti di debito. C0n l&#8217;avanzo primario &#8211; virtuoso &#8211; che possiamo vantare da questo 2011 a costo dello strangolamento fiscale del Paese, comunque la riduzione del debito pubblico sarà troppo lenta, e a propria volta minacciata da una probabile decrescita del Pil che alla fine non potrà che rispecchiarsi in minor entrate ordinarie, per quanto dura e repressiva sia l&#8217;amministrazione tributaria nel perseguire l&#8217;evasione e innalzare l&#8217;ammontare del riscosso sull&#8217;effettivamente accertato.  Non ho aggiornato i giudizi sulla caduta di credibilità perché il suo esito mi appare scontato. Ma che si arrivasse addirittura a un G20 all&#8217;indomani del quale il governo italiano non sa, non dice e invece disdice intorno a un punto così delicato come il monitoraggio sull&#8217;Italia da parte del Fondo Monetario Internazionale, questa come figuraccia mondiale vale milioni di risatine di monsieur Sarkò. E&#8217; una figura da Paese che ha perso ogni standship, da Paese operetta. Il lungo tramonto pubblico di Berlusconi lascia senza parole perché non avviene su scelte sbagliate &#8211; quelle hanno riguardato la sua vita e la confusione demenziale tra privato e  istutuzionale  -  bensì sull&#8217;assenza di scelte, sulla furbesca confusione di parole, sull&#8217;autosuggestione che sfocia in narcosi. E&#8217; tanto suonato il vecchio campione del ring, che Tremonti saltellandogli intorno ed evitando ogni incrocio di guantoni ed  emissione di voce in pubblico sta riuscendo nella notevole impresa di uscirne incolpevole: non solo come se le politiche economiche considerate deficitarie dai mercati non fossero le sue, ma come una vera e propria quinta colonna interna al governo della comprensibile e responsabile strategia del Quirinale di evitare sia un Gotterdammerung ancor più sanguinoso per il Paese, sia una campagna elettorale al buio con spread lanciati verso quota, chissà, 700.</p>
<p>E&#8217; però il momento di qualche sparsa considerazione più di fondo.</p>
<p>Il monitoraggio da parte del Fmi ci è stato &#8211; attestano fonti ufficiose ma autorevoli dal G20 &#8211; calorosamente &#8220;consigliato&#8221; da parte non solo di Germania e Francia, che allontanano così l&#8217;amaro calice di aiuti ulteriori da parte dell&#8217;Efsf che non ne avrebbe dotazione, comporterebbe tempi lunghi, reazioni scomposte e dileggianti da parte dell&#8217; opinione pubblica tedesca e francese e soprattutto impegnerebbe finanzia aggiuntiva da parte di quei Paesi.  Soprattutto per la Francia alle prese con un delicatissimo problema di iperesposizioni bancarie, meglio che sia sin dall&#8217;inizio Washington a fare da badante all&#8217;Italia.</p>
<p>Ci è stato imposto perché al G20 si è capito chiaramente che nessuno dei Paesi emergenti intende al momento contribuire con propri capitali alla leva dell&#8217;Efsf, attraverso il SPV previsto a tale scopo per giungere fino a 1 trilione di euro. Nemmeno la Cina, non l&#8217;India, non il Brasile. La Russia &#8211; la Russia! &#8211; come la Cina si è riservata di capirci prima qualcosa di più, in ordine a regole e condizioni dello SPV. Visto che l&#8217;Efsf stesso la scorsa settimana ha dovuto rinviare l&#8217;emissione di un proprio bond sui mercati vista l&#8217;aria pesante che tirava all&#8217;indomani dell&#8217;annuncio del referendum greco, è l&#8217;intera credibilità del barocco edificio dei salvataggi a Stati e banche europee europee a risultare incomprensibile al resto del mondo. La scarsa credibilità europea ha deciso di non rischiare oltremodo sobbarcandosi alla totale mancanza di credibilità italiana, questa è l&#8217;amara verità.</p>
<p>Mai, in ogni caso, mai nella storia italiana precedente è avvenuto che il monitoraggio da parte del Fmi avvenisse con questo meccanismo di annuncio da parte altrui, visto che sono stati Barroso, van Rompuy e Sarkozy ad annunciarlo, mentre palazzo Chigi emetteva note tra l&#8217;imbarazzo e la smentita. L&#8217;Italia ha &#8211; purtroppo &#8211; una lunga tradizione di aiuti d&#8217;emergenza, chiesti sia al Fondo con Guido Carli nel 1974 e Stammati nel 1976-77, sia direttamente alla Germania come avvenne ancora nel 1993, offrendo quasi sempre a garanzia riserve auree. Ma in nessun caso i governi dell&#8217;epoca scesero così in basso sulla scala della credibilità da far annunciare ad altri il regime speciale  di scrutinio sulla nostra affidabilità che ufficialmente siamo noi stessi a chiedere, anche se ci viene appunto imposto. Evidentemente, a palazzo Chigi e al ministero dell&#8217;Economia credono che nel resto del mondo valga la stessa regola che vale per alcune testate d&#8217;informazione italiane &#8220;amiche&#8221;, far sparire le cose perché non siano mai avvenute e non risultino. Ma il resto del mondo  vede, stravede e provvede. Provvede a declassare sempre più l&#8217;attendibilità dell&#8217;Italia.</p>
<p>Infine, ciò che risulta ancor più amaramente digeribile è che a tutto ciò si arrivi per mancanza assoluta di decisioni rilevanti.  Berlusconi si è arreso da tempo a non forzare né con la Lega sulle pensioni di anzianità, né su Tremonti per la delega fiscale e le privatizzazioni immobiliari come mobiliari. Va a fondo in un sempre più confuso balbettio di centinaia di micromisure mai attuate negli anni e che oggi si accumulano in un grande libro dei desideri incompiuti. Restando prive di decreti attuativi &#8211; per le due sole manovre estive ne occorrono oltre 130 &#8211; e &#8211; quel che è più grave &#8211; ignorando ed eludendo abbattimento rapido del debito pubblico e incentivi a effetto rapido sulla crescita, cioè quelli fiscali visto che tutti gli altri, dalle liberalizzazioni alla flessibilità del mercato del lavoro, sarebbero benedetti ma hanno effetti di medio-lungo. Incentivi alla crescita quali l&#8217;abbattimento del cuneo fiscale &#8211; chiesto anche non casualmente al Portogallo &#8220;monitorato&#8221;  &#8211; che dal solo azzeramento in due anni delle pensioni di anzianità avrebbero potuto ricevere  decine di miliardi di euro di copertura.</p>
<p>L&#8217;unico vero effetto di questa giostra di micromisure è che alla fine, nell&#8217;assenza dei decreti attuativi, è l&#8217;Economia a restare titolare ancor più unica e indiscussa dei rubinetti pubblici e dunque dell&#8217;unico strumento messo all&#8217;opera in questi anni a fianco del giro di vite fiscale, cioè al centralizzazione assoluta dei mandati di pagamento e degli stanziamenti di cassa al di là di quanto previsto dalla competenza.</p>
<p>Ma l&#8217;effetto vero, che rischia di essere di lungo periodo, è l&#8217;azzeramento di credibilità per chi sostiene idee liberali e di mercato. Azzeramento di credibilità non culturale, ovviamente, perché la credibilità culturale  quella non ce la può levare nessuna vicenda politica. Ma l&#8217;azzeramento di credibilità nella politica italiana per idee antitassaiole e mercatiste è invece un rischio fortissimo. Più volte ho scritto e molte volte detto per radio, negli ultimi due anni, che per i liberali occorre una drastica modifica bottom up dell&#8217;attuale offerta politica.  Dal basso, non dall&#8217;alto. Se qualche residuo liberale si fosse staccato per tempo in parlamento dall&#8217;obbedienza berlusconiana, potrebbe essere utile. Ma è dal basso, che occorrerà tirarsi su le maniche, faticare, e darsi da fare perché libera persona e libero mercato possano rappresentare un&#8217;alternativa a redistribuzuione massiccia di Stato, ad ancora più tasse, a uno Stato ancor più famelico, giustificato come effetto necessario della colpa di 17 anni di mancate promesse del Cavaliere e dei suoi seguaci, prima ancora che della favola &#8211; iperpopolare in Italia tra media e accademici, ma anche sia a destra sia a sinistra &#8211; della crisi mondiale figlia del neoliberismo.</p>
<p>Rispondete,per favore. Dobbiamo limitarci a fare cultura e approfondimento di idee, sui nostri blog, scrivendo e parlando alla radio e in tv, oltre che con papers e libri come fa ottimamente da anni l&#8217;Istituto Bruno Leoni, in costante guadagno di visibilità e impatto con le sue elaborazioni, proposte e studi,  grazie allo straordinario impegno di amici fuoriclasse come Alberto Mingardi, Carlo Lottieri, Carlo Stagnaro e tanti altri?</p>
<p>Oppure dobbiamo sporcarci le mani, provare a riempire teatri, e vincere la ritrosia profonda a un impegno diretto in quell&#8217;arena assai poco allettante che è la politica, mentre al populismo berlusconiano esecrato se ne propongono oggi successori di altri e diversi idealtipi, chi catodico e chi impiombato su carta, chi ex confindustriale e chi ex pm, chi ex comunista e chi neocomunitarista?</p>
<p>Dite la vostra. Non sono le idee a mancare.  Qualche tempo fa, Alberto Mingardi ve ne chiese di aggiuntive, e ci avete risposto. Ma in una lunga fase politica italiana che si chiude, c&#8217;è una decisione da prendere. Non sulle idee, ma sull&#8217;iniziativa da assumere. Perché ad aver totalmente fallito è l&#8217;offerta concreta messa in piedi sul versante liberale  da un Mr Consenso per sè e i suoi affari incapace di diventare mai Mr Governo per gli altri. Mica è un caso, che a risultare meno coinvolto e più contento sia chi, in fondo e al di là delle apparenze, liberale non è stato mai, come il ministro dell&#8217;Economia. E a me, di dover star zitto per chissà quanto per colpa loro, non sembra una gran bella assicurazione a una serena vecchiaia.</p>
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		<title>Edison. Le jeux son fait?</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 16:20:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri notte il gruppo francese Edf e le municipalizzate italiane A2a e Iren hanno raggiunto un accordo sul riassetto di Edison. Chi vince e chi perde?
Nella giornata in cui il gruppo annuncia i risultati dei primi nove mesi dell&#8217;anno (non eccitanti, come per tutto il settore) e la cautela regna ancora sovrana, finalmente la telenovela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri notte il gruppo francese Edf e le municipalizzate italiane A2a e Iren hanno raggiunto un accordo sul riassetto di Edison. Chi vince e chi perde?</p>
<p><span id="more-10379"></span>Nella giornata in cui il gruppo annuncia i <a href="http://www.firstonline.info/a/2011/10/28/edison-ricavi-al-13-ma-la-perdita-e-di-93-milioni-/510c0b3c-aa4c-453c-9a64-7168a88894b8">risultati</a> dei primi nove mesi dell&#8217;anno (non eccitanti, come per tutto il settore) e la <a href="http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Edison-Lescoeur-negoziati-ancora-corso-non-commento-riassetto/28-10-2011/1-A_000267841.shtml">cautela</a> regna ancora sovrana, finalmente la telenovela sembra avviarsi a conclusione. La questione è semplice: Edison paga (e ha pagato) un azionariato costruito col bilancino che, a dispetto della evidente sproporzione finanziaria tra i soci, di fatto ha mantenuto l&#8217;azienda bicefala troppo a lungo. La scadenza dei patti parasociali che legavano i due maggiori azionisti (Edf, che detiene circa la metà del capitale direttamente o indirettamente, e A2a, assieme ad altre municipalizzate) era dunque attesa da tempo come il momento del divorzio. Divorzio che sarebbe andato avanti senza troppi complimenti se non ci avesse messo il becco, le mani e le zampe la politica, sotto forma di Giulio Tremonti. A marzo, infatti, l&#8217;accordo che era stato raggiunto saltò perché il ministro dell&#8217;Economia, originario di Sondrio come il capo di A2a, Giuliano Zuccoli, ne fece una questione di orgoglio nazionale. <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/edison/">Qui</a> gli articoli scritti a suo tempo.</p>
<p>Il colossale scazzo &#8211; che ebbe e ha dimensione sia aziendale, sia nazionale &#8211; ha bloccato non solo Edison, ma l&#8217;intero settore elettrico alle prese da un lato con la caduta della domanda, dall&#8217;altro con i <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/21/il-caos-elettrico/">noti problemi dal lato dell&#8217;offerta</a>, dall&#8217;altro ancora con una royal rumble che coinvolge quattro primari produttori e i loro assetti azionari (Edison, la controllata Edipower, A2a e Iren) oltre ad altri più piccoli.</p>
<p>Dunque, rispetto a marzo sono passati quasi 8 mesi. Cosa è cambiato? <a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=57221">Qui</a> la ricostruzione dei termini dell&#8217;accordo di <em>Quotidiano energia</em>, <a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?id=98618">qui</a> quella di <em>Staffetta quotidiana</em>. Cito dalla <em>Staffetta</em>:</p>
<blockquote><p>L&#8217;accordo consegna, dopo circa un decennio dall&#8217;ingresso nel&#8217;azionariato di Edison, il controllo del gruppo a Edf. Sciolta Transalpina di Energia (Tde), la scatola attraverso cui italiani e francesi controllavano congiuntamente Edison, Edf consoliderà il 30,6% detenuto attraverso Tde al 19,4% detenuto direttamente, riducendo i soci Delmi ad azionisti di minoranza (e a termine). Edf ha già fatto sapere che intende chiedere l&#8217;esenzione dall&#8217;Opa anche se il passaggio del controllo rende difficile per i transalpini schivare l&#8217;obbligo di promuovere un&#8217;offerta sulle quote di minoranza di Edison.</p></blockquote>
<p><em>Qe</em> mette il dito nella piaga:</p>
<blockquote><p>Rispetto alla bozza di marzo, sembra risultare un po’ penalizzata A2A, che dovrà dividere Mese e Udine con Iren (alla quale inizialmente spettava il turbogas di Turbigo, che ora rimane ai francesi) e dovrà tenersi Scandale, salvo improbabile esercizio della call da parte di Edison. Forse sono questi i passaggi più critici, che possono porre qualche ombra sul via libera dei Comuni soci di A2A alla bozza di intesa (tra l’altro da Parigi si fa sapere che è solo un “accordo di principio” e che nulla è stato firmato).</p></blockquote>
<p>In sostanza, Edison diventerà &#8211; come era logico accadesse &#8211; nella sostanza il volto italiano di Edf. Gli ex soci, A2a e Iren, si ritireranno in buon ordine con un indennizzo sufficientemente generoso. Ma, ed è questo il punto, chi ne esce relativamente peggio è proprio il soggetto che ha fatto esplodere i fuochi d&#8217;artificio, tra l&#8217;altro determinando non solo il caos all&#8217;esterno ma anche importanti spaccature interne, col lato milanese &#8220;oltranzista&#8221; e il lato bresciano &#8220;pragmatico&#8221; (a posteriori, avevano ragione quanti facevano riferimento a Graziano Tarantini). Probabilmente l&#8217;esito della faccenda è stato influenzato fortemente da due variabili. Una è l&#8217;indebolimento di Tremonti, che è stato distratto da altre faccende e che, comunque, almeno in termini formali non aveva gli strumenti per fare molto più di quello che ha fatto. L&#8217;altra variabile è la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano e, soprattutto, l&#8217;arrivo di Bruno Tabacci all&#8217;assessorato al Bilancio. Tabacci si è mosso in modo concreto e ha agevolato il raggiungimento di un equilibrio &#8211; probabilmente, dell&#8217;unico equilibrio &#8220;pacifico&#8221; possibile &#8211; ed è plausibile immaginare che, nei tempi debiti, vedremo cambiamenti importanti nel management di A2a. Perché in tutto questo non è ben chiaro chi abbia veramente vinto, ma è chiaro chi ha perso: ha perso Giuliano Zuccoli. Ma Zuccoli non perde (solo) in quanto individuo che ha giocato tutte le sue fiches sul piatto tremontiano, perde anche (e forse soprattutto) come espressione di una cultura aziendale ormai non più adatta al tipo di mercato che si è formato in Italia. Zuccoli perde, cioè, perché ragiona soprattutto in termini di potere, quando le danze sono mosse, almeno in buona parte, dalle ragioni del <em>business</em>.</p>
<p>Restano, ovviamente, ancora tanti se e tanti ma (incluse le posizioni dei sindaci azionisti e della Consob, alla quale Edf chiederà l&#8217;esenzione dall&#8217;opa obbligatoria). Ma penso che i se e i ma si tradurranno più che altro in posizioni negoziali, nel tentativo di ottenere qualcosa di più o cedere qualcosa di meno. Non credo che l&#8217;accordo, nella sua sostanza, possa essere messo seriamente in discussione perché non è nell&#8217;interesse di nessuno farlo. Potrebbe chiudersi così una brutta storia italiana, dove abbiamo visto il peggio del capitalismo relazionale, del socialismo municipale, del nazionalismo straccione e dove il clima generale è stato segnato dalla totale mancanza di rispetto per i modi, le forme e la sostanza del mercato.</p>
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		<title>L&#8217;eurocompromesso minimale</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 12:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Più sono passati i mesi, più abbiamo deciso di mantenere sul wall di Chicago-bog il video che trovate immutato praticamente dalla nostra nascita, dedicato all&#8217;illusione dell&#8217;eurosalvataggio. Non si è trattato di pigrizia, ma del fatto che fossimo ragionevolmente certi che l&#8217;euroarea si avviasse a una lunghissima serie di duifficoltà crescenti. Perché nei grandi Paesi fondatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più sono passati i mesi, più abbiamo deciso di mantenere sul wall di Chicago-bog il video che trovate immutato praticamente dalla nostra nascita, dedicato all&#8217;illusione dell&#8217;eurosalvataggio. Non si è trattato di pigrizia, ma del fatto che fossimo ragionevolmente certi che l&#8217;euroarea si avviasse a una lunghissima serie di duifficoltà crescenti. Perché nei grandi Paesi fondatori &#8211; Germania in primis, l&#8217;euroleader, ma per ragioni diverse anche Francia e, naturalmente, Italia &#8211; la politica avrebbe stentato molto a dire la verità ai propri elettori. Sia a dire verità amare, come nel nostro caso, del tipo &#8220;abbiamo troppo debito, troppa spesa e troppe tasse, dobbiamo energicamente cambiare marcia&#8221;. Sia verità scomode, del tipo &#8220;cari tedeschi, più facciamo passare il tempo senza una decisione chiara in merito alla possibilità di insolvenza sovrana ora che sono i mercati attraverso gli spread e Cds  e non più l&#8217;Ecofin a misurare il rischio-Paese di ogni euromembro, più renderemop traumatica e onerosa sia la possibilità d&#8217;insolvenza, sia quella dei salvataggi&#8221;. E&#8217; andata puntualmente così. Le decisioni di stanotte mutano il quadro? Azzardo una prima risposta: no, comprano tempo. <span id="more-10372"></span></p>
<p>Perché penso che non mutino il quadro? Rispondo senza entrare in dettagli tecnici, che invece in un maxi accordo come quello di stabnotte sono e saranno a loro volta decisivi. Mi limito ad alcune considerazioni generali.</p>
<p>Senza l&#8217;accordo di stanotte, saltava l&#8217;euro in prospettiva. Ok, tedeschi e francesi l&#8217;hanno evitato. per il momento, difficile dire per quanto.</p>
<p>Sostengo tale tesi per le seguenti ragioni. Almeno quattro, ma si potrebbe arrivare senza difficoltà alla dozzina.</p>
<p>Primo, il cap dell&#8217;Efsf. L&#8217;Efsf potenziato e levereggiato per un tetto massimo di 4 rispetto ai mezzi propri resta de-li-be-ra-ta-men-te al di sotto della soglia di capitale necessaria a garantire che possa intervenire per maxi aiuti a un paese della taglia dell&#8217;Italia. In quel caso, il tetto massimo andava spostato verso 2 se non , meglio ancora, 3 trilioni di euro, invece di un trilione come nell&#8217;accordo odierno.  Come tedesco, ne sarei felice. Come italiano, so che questa è la spiegazione dell&#8217;invito di Draghi a non pensare che la Bce possa essere lei a risolverci i problemi. Come operatore del mercato, so che devo a questo punto spostare e concentrare proprio sull&#8217;Italia l&#8217;arbitraggio del selling, e se in Itaia non lo capiscono peggio per loro.</p>
<p>Secondo, il lender of last resort.  L&#8217;Efsf levereggiato attraverso la costituzione di un SPV privatistico capace di attirare capitali pubblici &#8211; fondi sovrani &#8211; e privati nel rafforzamento del proprio capitale fa entrare l&#8217;edificio europeo in una nuova terra incognita. Dire che il leverage è modesto rispetto alle prassi bancarie, come è statod etto stanotte per rassicurare la stampa specializzata, non è una risposta efficace.  Il problema non è che la leva resti al massimo entro 4 volte i mezzi propri, invece di 9 o 10. Il problema è che le banche hanno dietro di sè un garante di ultrima istanza, le banche centrali dei Paesi in cui sono incardinate. E anche la politica, che da anni a questa parte nella grande crisi finanziaria ha messo mano ai soldi dei contribuenti per far fronte alla necessità di salvataggi, nazionalizzazioni e  ricapitalizzazioni forzose. Chi è il lender of last resort dell&#8217;Efsf? La BCE? Secondo Trattati e Statuto, assolutamente no. Lo sarà di fatto? Ma allora estenderemmo ulteriormente i compiti impropri a cui la politica &#8211; riottosa e neghittosa &#8211; sta chiamando sempre più la banca centrale europea. Sempre per mascherare la verità ai propri elettorati, e ancora una volta non solo a quello italiano da parte del governo Berlusconi che pure non scherza.</p>
<p>Terzo, l&#8217;haircut greco. Il compromesso sul 50% comporta molti problemi. Riguarda i privati e le banche, esclude BCE ed EFSF. ma perché mai ilò mercato dovrebeb accettare l&#8217;idea di una valutazione mark-to-market solo dei titoli in pancia ai privati, e non ai soggetti europubblici? E&#8217; un&#8217;illusione, perché allorab il valore reale rispetto al nominale varrà di fatto per tutti, e in un Paese sovrano si risolbverebbe come negli Usa, cioè con una alluvione di nuova moneta. Ma la BCE non può e non deve. Di conseguenza, le ricapitalizzazioni bancarie contenute entro i 106 miliardi e richieste prioritariamente ai privati, secondo me  potrebbero essere larghissimamente ottimistiche. Negli Usa col TARP et suimilia la FED ha esteso per multipli i suoi attivi attraverso una gigantesca operazione di sospensione dal prezzo di intere classi di asset illiquidi, ma garantiva con gli operosi torchi della Zecca di Stato. Da noi no. Significa che saranno le banche e i loro clienti, a pagare asimmetricamente il conto degli sperperi di danaro pubblico. Al mercato non può piacere, per definizione. A me e a chi la pensa come me, tanto meno.</p>
<p>Quarto:  zero sostegni alla crescita. Potrà dare meno fastidio a liberisti come noi, ma sta di fatto che l&#8217;Europa è nata costitutivamente distinguendo sacrifi a breve imposti per la convergenza su virtù di bilancio e produttività nell&#8217;economia reale, e sostegno invee offerto attraverso strumenti a comune finanziamento nel medio periodo ai membri impegnati appunto nella convergenza a breve.  Dacché siamo nell&#8217;eurocrisi del debito pubblico, l&#8217;Euroarea nonn riesce a trovare una modalità per le risorse necessarie ai salvataggi. Figuriamoci se pensa o propone piani di sostegno nel medio periodo ai Paesi obbligati alla convergenza. L&#8217;effetto è la durissima deflazione  greca. Pensare che il 120% entro ics anni di debito pubblico greco sul Pil rispetto al quasi 170% attuale sia un traguardo di stabilità, è una doppia illusione. Sarebbe comunque insostenibile per l&#8217;economia greca precrisi. Lo sarà ancor più per un Paese costretto per anni al segno meno, senza alcun aiuto o incentivo esterno alla sua crescita.</p>
<p>Conclusione. Abbiamo comprato tempo. meglio questo dell&#8217;armageddon. Forse. Ma restiamo in mezzo al guado. Né fallimenti liberi, di cui rispondono i governi di fronte agli elettori visto il deprezzamento verticale di asset che comportano. Né un&#8217;Europa politica, con un abbozzo di proprio debito pubblico e di una propria politica fiscale, nemmeno per le contingenze straordinarie.  Ergo, non stupitevi ma facciamo restare ancora il nostro video sul wall.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il triste derby tra Spagna e Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 18:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
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		<category><![CDATA[euro]]></category>
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		<description><![CDATA[La Spagna è più solida dell’Italia. Questo è quanto sembra emergere dai dati del differenziale tra i buoni decennali italiani, quelli spagnoli e i bund tedeschi. Sono ormai due mesi che l’Italia paga maggiormente il proprio debito rispetto allo Stato iberico, dopo che per diverso tempo il rischio paese italiano era stato inferiore a quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Spagna è più solida dell’Italia. Questo è quanto sembra emergere dai dati del differenziale tra i buoni decennali italiani, quelli spagnoli e i <em>bund</em> tedeschi. Sono ormai due mesi che l’Italia paga maggiormente il proprio debito rispetto allo Stato iberico, dopo che per diverso tempo il rischio paese italiano era stato inferiore a quello spagnolo.<span id="more-10226"></span></p>
<p>Perché tale cambiamento? Una risposta semplice arriva dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha affermato che  “dipende anche dall&#8217; annuncio di nuove elezioni che di per sé è una prospettiva di cambiamento e quindi un&#8217;apertura al futuro”.</p>
<p>La Spagna ha infatti annunciato di andare ad elezioni anticipate, dato che il governo Zapatero si è reso conto di non poter più avere margini di manovra. Il leader del Partito Socialista è stato superato al suo interno dalla corrente del candidato socialista alle prossime elezioni, Alfredo Rubalcaba, e dunque ha deciso di anticipare le elezioni generali. In queste sembra quasi certa la vittoria del Partito Popolare con alla guida Mariano Rajoy e dunque si annuncia una prospettiva di cambiamento.</p>
<p>Il Ministro Tremonti ha poi precisato che  la sua affermazione non si riferiva all’Italia e alla Spagna, ma è difficile in questo momento non pensare ai due paesi che vivono problemi simili e situazione politiche delicate.</p>
<p>Tuttavia la crisi spagnola e quella italiana sono profondamente differenti. La crisi italiana deriva da ormai un ventennio di crescita persa a causa dell’incapacità dei diversi Governi di effettuare le riforme necessarie. Il debito italiano ha superato la barriera del 120 per cento del PIL, il doppio dell’antico limite di Maastricht, ma il deficit è a livelli relativamente contenuti.</p>
<p>La manovra finanziaria si appresta ad aumentare ulteriormente le tasse per cercare di raggiungere il bilancio di pareggio già nel 2013, ma i mercati hanno avuto sfiducia in tale manovra, punendo l’Italia con un incremento molto importante dello <em>spread</em>. Tale manovra avrà effetti recessivi che dovrebbero compromettere il raggiungimento del pareggio di bilancio, oltre a bloccare una crescita economica già inesistente.</p>
<p>In Spagna la crisi deriva dallo scoppio della bolla immobiliare, che ha creato una enorme disoccupazione, oltre 4,2 milioni di disoccupati. Il sistema bancario spagnolo è estremamente fragile, non tanto per i grandi istituti bancari, quanto per la posizione delle casse di risparmio. Queste sono state gestite sempre come strumenti politici e non è un caso che siano le diverse Comunità Autonome a scegliere i vertici delle stesse. Anche nel momento in cui il Governo spagnolo decise di aiutare la concentrazione tra le diverse <em>cajas</em>, queste seguirono criteri politici nell’aggregarsi. Ad esempio Cajas Madrid si unì con la valenciana Bancaja perché entrambe le Comunidades erano sotto la guida del Partito Popolare. In Catalunya molte casse di risparmio si unirono a Caixa Catalunya per creare un polo catalano.</p>
<p>Così facendo, nonostante oltre 20 miliardi di euro immessi tramite il Fondo di ristrutturazione bancaria, i problemi non sono stati risolti; e adesso tutti i nodi vengono al pettine.</p>
<p>La CAM, una cassa di risparmio con base ad Alicante, non ha trovato tre miliardi di euro per ricapitalizzarsi ed è stata nazionalizzata. Si stima che il Governo dovrà immettere altri 5 miliardi di euro per salvarla. E non è finita qui, dato che anche Catalunya Caixa e Unnim saranno nazionalizzate.</p>
<p>Il Governo si appresta a dover immettere diversi miliardi di euro nel settore bancario proprio mentre i dati economici spagnoli stanno peggiorando.</p>
<p>I mercati hanno tuttavia fiducia che la Spagna possa risollevarsi in fretta, ma il rischio rimane molto elevato e difficilmente il paese iberico uscirà da una situazione molto delicata, nonostante le elezioni.</p>
<p>In Italia la situazione è troppo immobile da troppi anni; forse è proprio per questo che i mercati hanno perso la fiducia ed è anche il motivo per il quale Moody’s ha abbassato il livello del rating italiano di tre gradini nelle serata di ieri.</p>
<p>Un triste derby quello tra Italia e Spagna, mentre le banche europee si apprestano a svalutare il debito sovrano tossico dei paesi deboli dell’Euro.</p>
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		<title>Questa sì che è bella / 4. La &#8220;privatizzazione&#8221; delle concessioni</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 17:32:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[autostrade]]></category>
		<category><![CDATA[concessioni]]></category>
		<category><![CDATA[porti]]></category>
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		<description><![CDATA[Come si fa a privatizzare una concessione? Anche di questo si è discusso alcuni giorni fa a un seminario del ministero dell&#8217;Economia.
Quarto e ultimo di una serie di post: qui il primo sulla &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2, qui il secondo sul patrimonio immobiliare, e qui il terzo sulle società partecipate da Via XX Settembre.
Nel tentativo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come si fa a privatizzare una concessione? Anche di questo si è discusso alcuni giorni fa a un <a href="http://www.tesoro.it/primo-piano/primo-piano.asp?ppid=27991">seminario del ministero dell&#8217;Economia</a>.</p>
<p><em>Quarto e ultimo di una serie di post: <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/09/30/questa-si-che-e-bella-1-la-privatizzazione-della-co2/">qui</a> il primo sulla &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/03/questa-si-che-e-bella-2-la-privatizzazione-del-patrimonio-immobiliare/">qui</a> il secondo sul patrimonio immobiliare, e <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/04/questa-si-che-e-bella-3-la-privatizzazione-delle-societa-pubbliche/">qui</a> il terzo sulle società partecipate da Via XX Settembre.</em></p>
<p><span id="more-10222"></span>Nel tentativo di effettuare un censimento degli attivi patrimoniali del Tesoro, da cedere o valorizzare per ridurre il debito pubblico, si è parlato anche di concessioni. Edoardo Reviglio ha stimato il valore delle concessioni esistenti in 50 miliardi di euro, con un rendimento effettivo dello 0,5 per cento a fronte di un rendimento obiettivo del 6,3 per cento. Buona parte delle concessioni sono in capo allo Stato, che ricava un importante flusso di cassa, oltre che dallo spettro delle frequenze, dalle infrastrutture (190 milioni di euro, di cui 130 dalle autostrade) e dalle risorse naturali (140 milioni dal demanio marittimo e 130 dallo sfruttamento minerario). In tutto lo Stato incassa in questo modo 1,8 miliardi di euro l&#8217;anno, mentre regioni ed enti locali ne ottengono un tesoretto annuale di 978 milioni. Il tema è stato ulteriormente approfondito da Stefano Scalera, che si è concentrato soprattutto sulla loro valorizzazione, stimando un possibile aumento di gettito di 2,5 miliardi di euro 1 ricavabile nel breve termine.</p>
<p>Le concessioni fanno parte, secondo Scalera, dei possibili ambiti di investimento del mitologico Fondo nazionale, di cui avevo parlato anche nell&#8217;articolo sul patrimonio immobiliare. Si tratterebbe di una Sgr pubblica incaricata di &#8220;investire in fondi locali impegnati nella realizzazione di infrastrutture che generano flussi di cassa&#8221; quali &#8220;strade a pedaggio, ospedali e scuole, porti e marine&#8221;.</p>
<p>A me pare che questa sia <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Neolingua">neolingua</a> allo stato puro. Quello che Tremonti chiama &#8220;privatizzazione&#8221; è, in verità, investimento pubblico con, al massimo, la partecipazione di capitali privati. La cosa è doppiamente assurda perché, nonostante tutto, il modello di &#8220;build, operate and transfer&#8221; che è alla base, per esempio, delle nostre concessioni autostradali è stato piuttosto efficace, seppure non esente da critiche (Ibl ha pubblicato un <a href="http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=9618&amp;level1=2220">rapporto</a> l&#8217;anno scorso e vi dedica un capitolo dell&#8217;<a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000002140&amp;level1=2166">Indice delle liberalizzazioni</a>, mentre per una prospettiva diversa suggerisco <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000605.html">Giorgio Ragazzi</a> e <a href="http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&amp;ISBNART=13189">Alberto Biancardi</a>). Per di più, il governo ha avuto una politica schizofrenica verso l&#8217;investimento privato in infrastrutture, invocandolo sempre a parole e rintuzzandolo sempre nei fatti (esemplare il modo in cui la matassa è stata <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10438">ingarbugliata</a> nella manovra di giugno). In quel settore, i privati già ci sono e, semmai, soffrono un problema di eccessiva presenza, ed eccessiva interferenza, pubblica. Se il governo vuole far qualcosa, deve togliersi dai piedi e rinunciare a fare il gioco delle tre carte, cioè a continuare a essere il concessionario di se stesso. Le concessioni dell&#8217;Anas, se vogliamo dare nome e cognome al problema, vanno subito messe sul mercato: altro che schierare l&#8217;ennesimo carrozzone parapubblico! Non parliamo dei porti, dove la riforma e l&#8217;agognata autonomia sono sempre più lontane, i gestori privati ostracizzati, e le prospettive del settore sempre più cupe, come ha spiegato su Chicago-blog <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/porti/">Luigi Ceffalo</a>.</p>
<p>Diversa è la faccenda delle spiagge. Al di là dei continui interventi che hanno messo il nostro paese in mora presso l&#8217;Unione europea, è vero che c&#8217;è un problema di morosità da parte dei gestori e che, anche a causa della sostanziale non-contendibilità delle concessioni, le spiagge rendono allo Stato meno di quanto potrebbero. Ma anche qui la soluzione è bandire gare come Dio comanda (e come ci chiede la Commissione europea), non schierare l&#8217;ennesimo intermediario pubblico.</p>
<p>Quanto alle risorse minerarie, le imprese attive in Italia pagano royalties relativamente basse, ma sarebbe difficile attirare investimenti in modo diverso, in un paese povero di risorse, con costi marginali di estrazione piuttosto alti, e con enormi rischi politici e regolatori ogniqualvolta qualcuno chiede di fare un innocuo buco per terra (ricordate il caso di <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_62_Stagnaro.pdf">Noto</a>?).</p>
<p>Questo mi porta al punto conclusivo. Se è vero che le concessioni rendono meno di quanto potrebbero, la causa è una e una soltanto: un quadro giuridico di riferimento irrazionale, caotico e continuamente rimaneggiato, dove lo Stato e le sue appendici giocano tutti i ruoli in commedia. Se vogliamo estrarre più valore dalle concessioni, dobbiamo pretendere una riforma del settore infrastrutturale che lo doti di regole certe e stabili, di un regolatore indipendente (come ha <a href="http://www.corriere.it/economia/corriereconomia/11_settembre_19/puato-catricala-basta-freni-authority-trasporti_8afb666a-e2cf-11e0-9b5b-a429ddb6a554.shtml">chiesto recentemente</a> Antonio Catricalà), e la completa e totale uscita del governo dal mercato.</p>
<p>E&#8217; vero che abbiamo bisogno di infrastrutture e che le infrastrutture possono essere realizzate solo dai privati, data la situazione delle finanze pubbliche (e che, al netto di questa, è comunque meglio che le facciano i privati). Pertanto bisogna sì privatizzare, ma nell&#8217;unico senso del termine: mettere a mercato le concessioni in mano a enti pubblici, non inventarsi un nuovo carrozzone per continuare, con mezzi diversi, a ripetere lo stesso errore di sempre.</p>
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		<title>Questa sì che è bella / 3. La privatizzazione delle società pubbliche</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 10:31:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Alcuni giorni fa, si è svolto al ministero dell&#8217;Economia un seminario da cui, secondo il mito corrente, è uscito un grande piano di privatizzazioni. Siamo finalmente arrivati al momento in cui i colossi pubblici diventano privati?
Terzo di una serie di post: il primo sulla &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2 è disponibile qui, il secondo sugli immobili si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni giorni fa, si è svolto al ministero dell&#8217;Economia un seminario da cui, secondo il mito corrente, è uscito un <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/governo-battuto-camera-mille-120727.shtml?uuid=AaiHGU8D">grande piano di privatizzazioni</a>. Siamo finalmente arrivati al momento in cui i colossi pubblici diventano privati?</p>
<p><em>Terzo di una serie di post: il primo sulla &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2 è disponibile <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/09/30/questa-si-che-e-bella-1-la-privatizzazione-della-co2/">qui</a>, il secondo sugli immobili si trova <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/03/questa-si-che-e-bella-2-la-privatizzazione-del-patrimonio-immobiliare/">qui</a></em>.</p>
<p><span id="more-10196"></span>In un <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf">paper di quest&#8217;estate</a>, l&#8217;Ibl ha azzardato una valutazione della cifra ricavabile della completa dismissione delle società in pancia al Tesoro, e ha spiegato perché le privatizzazioni (se ben fatte) possono avere non solo un effetto immediato sulla riduzione del debito pubblico, ma anche un effetto pro-crescita di lungo termine. Al tempo stesso, non ci siamo nascosti che, in molti casi, prima di privatizzare occorre mettere mano alla struttura societaria delle aziende da cedere (per esempio, l&#8217;Eni o le Ferrovie) e/o aprire i settori economici in cui operano per creare condizioni effettivamente concorrenziali.</p>
<p>Purtroppo, di tutto questo non c&#8217;è traccia nei <a href="http://www.tesoro.it/primo-piano/primo-piano.asp?ppid=27991">documenti del Tesoro</a>. La presentazione di Stefano Scalera parla praticamente solo delle società &#8220;municipalizzate&#8221; (che pure andrebbero cedute, ma per definizione non sono nella disponibilità di Via XX Settembre) mentre Edoardo Reviglio ricorda le partecipazioni del Tesoro (valutandole in circa 50 miliardi di euro, che in realtà sottostimano il totale perché vengono trascurate alcune società &#8211; quali le Ferrovie e l&#8217;Inail &#8211; e vengono ignorate le partecipazioni della Cassa depositi e prestiti) ma, nel fornire indicazioni sulla valorizzazione, si sofferma solo sul capitalismo municipale. Inoltre, alcuni resoconti di stampa (per esempio <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-30/tesoro-studia-maxicedola-gioielli-090203.shtml?uuid=Aaz3vl8D">Carlo Festa sul <em>Sole 24 Ore</em></a>) parlano addirittura di un progetto opposto alla privatizzazione: un dividendo straordinario da parte dei soggetti che hanno liquidità in cassa. Ora, vale la pena evidenziare che la contropartita di un dividendo straordinario, in una congiuntura negativa per tutti, non può che essere la blindatura degli assetti anticoncorrenziali, in modo tale da finanziare l&#8217;elargizione col mantenimento delle rendite monopolistiche o quasi-monopolistiche tuttora esistenti. A completare il quadro, quasi tutti gli osservatori hanno considerato irrealistica la proposta di far uscire lo Stato dalle sue roccaforti aziendali: perfino un privatizzatore senza se e senza ma come Giuliano Ferrara, in una puntata di <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/10582">Qui Radio Londra dedicata al tema</a>, ha esplicitamente escluso &#8220;Eni, Enel e Finmeccanica&#8221; dalla lista della spesa.</p>
<p>Ma perché tanto pudore nel dire che lo Stato dovrebbe uscire da business quali l&#8217;energia, i trasporti, le poste, eccetera? A parte l&#8217;Ibl, ricordo di aver letto proposte in tal senso pochissime volte (tra le poche, <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-07-13/ecco-come-arrivare-subito-082038.shtml?uuid=Aa9UChnD">Roberto Perotti e Luigi Zingales</a> sul <em>Sole 24 Ore </em>e <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Cosa_fare_e_cosa_non_fare">Michele Boldrin</a> su noisefromAmerika). Tipicamente, l&#8217;obiezione che viene rivolta è che le imprese pubbliche non possono essere privatizzate perché sono &#8220;strategiche&#8221; o per questioni di &#8220;sicurezza nazionale&#8221;. Confesso che, sicuramente per mia ignoranza o insensibilità, non ho mai ben capito cosa si intenda: nella maggior parte dei paesi a noi simili, uno o più dei settori che in Italia sono presidiati dallo Stato sono sguarniti dalla presenza pubblica, e non risultano particolari problemi. Per quel che ne so, la posta viene recapitata anche in Olanda, gli inglesi consumano regolarmente elettricità e gas, eccetera. D&#8217;altro canto, con la privatizzazione degli ex monopolisti pubblici perfino in Italia i telefoni continuano a funzionare e le autostrade sono ancora lì senza che nessuno si sia portato via l&#8217;asfalto. Ho insomma la sensazione che chi sostiene l&#8217;impossibilità di privatizzare in nome della strategicità delle imprese pubbliche non abbia ben chiaro cosa tali imprese facciano.</p>
<p>A scopo puramente didattico, prendiamo per esempio quella che, nella vulgata, è la meno privatizzabile delle società del Tesoro: l&#8217;Eni. E guardiamo in cosa consistono le sue attività. Tutte le informazioni necessarie si trovano nel <a href="http://annualreport.eni.com/2010-ita/">bilancio</a>.</p>
<p>Nel 2010, l&#8217;attività principale (in termini di contributo al conto economico del gruppo) dell&#8217;Eni è quella di &#8220;Exploration &amp; Production&#8221;, con un utile netto di 5,6 miliardi di euro. E&amp;P ha <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/exploration-production/exploration-production.shtml">prodotto</a>, l&#8217;anno scorso, 1,815 milioni di barili equivalenti di petrolio al giorno, tra olio e gas. Su un monte riserve di circa 6,84 miliardi di barili di petrolio equivalente, <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/exploration-production/riserve-idrocarburi/riserve-idrocarburi.shtml">solo 724 milioni si trovano in Italia</a>. Quindi, la principale e più lucrosa attività dell&#8217;Eni è perforare il sottosuolo di paesi stranieri. E&#8217;, questo, parte della sicurezza nazionale italiana? In quale senso del termine controllarne le attività è &#8220;strategico&#8221; per il nostro governo?</p>
<p>La seconda più importante attività del gruppo è quella di &#8220;Gas &amp; Power&#8221;, che nel 2010 ha portato un utile netto di 2,9 miliardi di euro. G&amp;P si occupa di trasporto e commercializzazione di gas e generazione e vendita di energia elettrica. Per quel che riguarda il gas, Eni <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/gas-power/approvvigionamenti-gas/approvigionamenti.shtml">si approvvigiona</a> in Italia per 7,29 miliardi di metri cubi (il 9 per cento del totale) e altri 75,20 all&#8217;estero, principalmente in Algeria (20 per cento), Russia (17 per cento), e altri. Che se ne fa, di tutto questo ben di Dio? <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/gas-power/vendite-gas/vendite.shtml">Nel 2010</a>, 34,29 miliardi di metri cubi li ha venduti in Italia, 62,77 miliardi di metri cubi all&#8217;estero (una parte dei quali destinati comunque al nostro paese). Il grosso, comunque, altrove. Eni G&amp;P è anche un produttore elettrico di discrete dimensioni in Italia, con 5,3 GW di <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/gas-power/energia-elettrica-gas/energia-elettrica.shtml">potenza installata</a> al 31/12/2010 e <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/gas-power/energia-elettrica-gas/energia-elettrica.shtml">vendite</a> per quasi 40 TWh, corrispondenti a una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/11/ra11_1_2.pdf">quota di mercato</a> nella generazione elettrica del 9,9 per cento. Occupare una posizione importante ma minoritaria nella produzione di elettricità, detenere contratti di approvvigionamento gas e vendere elettricità e gas sui mercati all&#8217;ingrosso e al dettaglio fa parte della sicurezza nazionale italiana? In quale senso del termine controllare tali attività è &#8220;strategico&#8221; per il nostro governo?</p>
<p>Una minuscola parte del business di G&amp;P è connessa alla gestione di infrastrutture, siano esse monopoli tecnici (le reti di trasporto nazionale e di distribuzione locale) o potenzialmente in concorrenza (gli stoccaggi). Per ragioni di concorrenza, abbiamo più volte spiegato (per esempio <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">qui</a> e <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-03.pdf">qui</a>) che le reti andrebbero separate dagli operatori del mercato. Personalmente non credo che la proprietà pubblica delle reti abbia o possa avere alcun ruolo di garanzia, ma transeat. Diciamo pure che le reti, <em>dopo essere state scorporate</em>, possono restare in mani pubbliche perché sono &#8220;strategiche&#8221; (sebbene mi risulti difficile pensare a un azionista straniero e malevolo che, nottetempo, si porti i tubi al di là della frontiera).</p>
<p>Dopo G&amp;P, viene il contributo di Ingegneria &amp; Costruzioni, che portano all&#8217;azienda un utile netto di 892 milioni di euro. Costruire gasdotti sottomarini, la maggior parte dei quali all&#8217;estero, è una stigmata della sovranità nazionale?</p>
<p>Infine, registrano lievi (ma strutturali) perdite le attività di Refining &amp; Marketing e la Petrolchimica. Perdere soldi vendendo la benzina agli italiani, o perderli mantenendo stabilimenti decotti, sono gioielli della corona italiana? Se lasciassimo ai privati il compito di riempirci il serbatoio, l&#8217;autonomia del nostro paese ne soffrirebbe davvero a morte?</p>
<p>Ecco, queste sono le cose che fa Eni. Ognuno giudichi quali e quanto sono rilevanti per difendere la sicurezza nazionale. Ognuno faccia un elenco. E, dopo aver fatto un elenco, mi spieghi per quale ragione tutto quello che ne sta fuori &#8211; e che, presumibilmente, rappresenta la larga maggioranza del business dell&#8217;Eni &#8211; non può essere venduto. I più volenterosi possono ripetere l&#8217;esercizio per le altre aziende del Tesoro.</p>
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		<title>Questa sì che è bella / 2. La privatizzazione del patrimonio immobiliare</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 08:26:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[immobili]]></category>
		<category><![CDATA[sgr]]></category>
		<category><![CDATA[Tremonti]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulla privatizzazione degli immobili pubblici tutti sono d&#8217;accordo e nessuno, a parole, è contrario. Quindi, ora che il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, ha annunciato un grande piano di privatizzazioni, è giunto il momento del dunque. O no?
Secondo di una serie di post. Il primo, sulla &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2, si trova qui.
Il seminario sulle privatizzazioni che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla privatizzazione degli immobili pubblici tutti sono d&#8217;accordo e nessuno, a parole, è contrario. Quindi, ora che il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/governo-battuto-camera-mille-120727.shtml?uuid=AaiHGU8D">ha annunciato un grande piano di privatizzazioni</a>, è giunto il momento del dunque. O no?</p>
<p><em>Secondo di una serie di post. Il primo, sulla &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2, si trova <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/09/30/questa-si-che-e-bella-1-la-privatizzazione-della-co2/">qui</a></em>.</p>
<p><span id="more-10187"></span>Il seminario sulle privatizzazioni che si è svolto qualche giorno fa al Tesoro aiuta a comprendere meglio la situazione reale in cui ci stiamo muovendo. I numeri non sono nuovi e, sostanzialmente, confermano stime precedenti, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf">compresa la nostra</a>. Dalla privatizzazione degli immobili pubblici in mano allo Stato avevamo stimato di poter ricavare 36 miliardi di euro, leggermente al di sopra dei 25-30 miliardi ricavabili secondo i tecnici del ministero (che ha affidato il censimento del patrimonio e le strategie per metterlo a frutto a Edoardo Reviglio e Stefano Scalera: <a href="http://www.tesoro.it/primo-piano/primo-piano.asp?ppid=27991">qui</a> le rispettive presentazioni). La differenza è che i &#8220;nostri&#8221; 36 miliardi si riferivano al solo patrimonio statale, mentre i 25-30 del Tesoro a tutto il patrimonio di tutte le amministrazioni. Come è possibile?</p>
<p>Per entrare nei numeri bisogna considerare che, dei circa 700 miliardi di euro di valore stimato dell&#8217;intero patrimonio fruttifero delle amministrazioni pubbliche italiane, gli immobili valgono circa 420, dei quali 72 in mano allo Stato e il resto ad altri enti pubblici o a regioni ed enti locali. Sebbene anche il patrimonio locale possa (e debba) essere privatizzato, è su quello statale che bisogna muoversi per primo. Se non altro perché (a) nessuno può vendere quello che non possiede e (b) gran parte dell&#8217;indebitamento pubblico si trova al livello centrale. In più, rispetto a un rendimento teorico stimato del 6 per cento, il rendimento effettivo del patrimonio immobiliare pubblico è risibile: 0,1 per cento (a livello locale, 0,5 per cento).</p>
<p>Purtroppo, per quel che si capisce il ministero non ha in mente un piano di cessioni quanto un piano di valorizzazione, che dovrebbe assumere la forma del conferimento del patrimonio immobiliare più o meno disponibile a una Sgr pubblica incaricata di metterlo a frutto. La parte di cessione vera e propria riguarda una porzione piccola del patrimonio. Questo significa che, per la maggior parte, il ministero &#8211; sotto l&#8217;etichetta &#8220;privatizzazione&#8221; &#8211; ha in mente in realtà l&#8217;ingresso attivo e diretto del governo sul mercato immobiliare.</p>
<p>Tant&#8217;è che il fondo di cui si parla dovrebbe finanziarsi con le &#8220;disponibilità degli enti pubblici&#8221; e, al massimo, cercando risorse da investitori istituzionali, mentre dovrebbe investire su locazioni passive della PA, concessioni di beni e infrastrutture e valorizzazione dei beni. Al di là della confusa e omnicomprensiva missione del fondo, <em>stiamo forse dicendo che lo Stato intende entrare in competizione (attraverso un suo fondo) con gestori di autostrade e stabilimenti balneari, per ottenere beni e servizi in concessione da se stesso? </em>Se stiamo dicendo questo, siamo su una strada completamente sbagliata, che non è quella della privatizzazione ma quella del <em>lifting</em> allo Stato palazzinaro.</p>
<p>Per operare una corretta politica di privatizzazioni, bisogna invece seguire una strada assai diversa, che in comune con quella disegnata da Tremonti ha solo lo strumento del fondo. Attenzione, però: non un maxi-fondo di dimensioni ingovernabili, ma un certo numero di fondo più piccoli ai quali viene data una dotazione di immobili grosso modo omogenei tra di loro (per area geografica e/o per destinazione di utilizzo). Questi immobili devono provenire principalmente dalle amministrazioni centrali e, laddove possibile tecnicamente e politicamente, dalle amministrazioni decentrate, magari <em>swappandoli</em> col loro debito (come ha proposto <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10477">Nicola Rossi</a>). Il gestore del fondo deve essere individuato con gara e deve essere privato, ma la differenza rispetto alla proposta del Tesoro è nel passo successivo: una volta che il fondo sia stato costituito, abbia ottenuto il conferimento degli immobili e sia stato affidato a un gestore, esso deve essere collocato tramite un&#8217;Ipo in modo da passare in mani privati. Lo Stato non deve gestire meglio gli immobili: deve smettere di gestirli.</p>
<p>E questo porta a un&#8217;ulteriore differenza. La cessione degli immobili non deve e non può riguardare unicamente gli edifici &#8220;liberi&#8221; o, al più, funzionare, come si legge nelle slide di Scalera, a &#8220;supporto ai processi di razionalizzazione degli spazi&#8221; delle pubbliche amministrazioni. Deve riguardare anche e soprattutto gli immobili attualmente occupati dalle PA. Infatti il problema (e l&#8217;inefficienza) non sta tanto nelle stamberghe vuote, ma nell&#8217;impiego irrazionale di spazi eccessivi e, spesso, pregiati. In altre parole, gli uffici pubblici non devono essere considerati come un tabù, ma vanno messi essi stessi alla prova del mercato: non è affatto scontato che, per svolgere bene le sue funzioni, l&#8217;ente X debba occupare un palazzo duecentesco in centro; probabilmente può fare altrettanto bene muovendosi in periferia in un palazzone Anni Sessanta. Le PA che occupano immobili eccessivi o troppo di pregio non devono essere tollerate; devono essere indotte a pagare per quel che occupano, esattamente come pagherebbe un qualunque privato, oppure a spostarsi altrove. Anche questo è un modo di indurre risparmi strutturali da un lato, crescita economica dall&#8217;altro.</p>
<p>In conclusione, il piano di privatizzazione degli immobili sembra essere soprattutto un gigantesco rimescolamento delle carte, il cui scopo ultimo è far emergere liquidità attraverso trasferimenti <em>tra </em>le pubbliche amministrazioni e, solo in misura residuale, comporta la effettiva cessione di parte del patrimonio immobiliare. Se le allusioni dicono qualcosa (si veda il continuo riferimento alle caserme), per giunta, Tremonti sembra intenzionato a privatizzare solo quella parte del patrimonio che, in assenza di un intervento pesante, per esempio, sull&#8217;aspetto vincolistico, è sostanzialmente non privatizzabile (per assenza di compratori).</p>
<p>Privatizzare non vuol dire cambiare la natura societaria dell&#8217;ente proprietario dell&#8217;immobile, senza cambiarne però la natura pubblica. Privatizzare vuol dire far passare beni pubblici in mani private. <a href="http://www.corriere.it/economia/10_giugno_22/tremonti-manora-ricreazione_50a20f9e-7e32-11df-a575-00144f02aabe.shtml">Come ha detto un signore importante</a>,</p>
<blockquote><p>In generale in Europa e in Italia, la ricreazione è finita. Non può continuare, deve finire, l&#8217;illusione che la spesa pubblica sia o possa essere una variabile indipendente dal Pil.</p></blockquote>
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		<title>Questa sì che è bella / 1. La &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 08:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[20-20-20]]></category>
		<category><![CDATA[cap and trade]]></category>
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		<description><![CDATA[Ieri il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, ha annunciato: &#8220;con oggi prende avvio una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese&#8221;. Il teatro di un simile annuncio era un seminario sulla privatizzazione degli attivi patrimoniali pubblici. I dati presentati sono disponibili qui. Tra i possibili proventi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/governo-battuto-camera-mille-120727.shtml?uuid=AaiHGU8D">ha annunciato</a>: &#8220;con oggi prende avvio una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese&#8221;. Il teatro di un simile annuncio era un seminario sulla privatizzazione degli attivi patrimoniali pubblici. I dati presentati sono disponibili <a href="http://www.tesoro.it/primo-piano/primo-piano.asp?ppid=27991">qui</a>. Tra i possibili proventi di un grande piano di privatizzazioni &#8211; <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf">di cui IBL si era occupato già quest&#8217;estate suggerendo cosa e come privatizzare</a> &#8211; vengono inclusi 10 miliardi di gettito dalla vendita di permessi di emissioni. Ohibò!</p>
<p><em>Primo di una serie di post</em>.</p>
<p><span id="more-10174"></span>Sono almeno tre le ragioni per cui questa stima è, come minimo, nel posto sbagliato. La prima e più ovvia è che non si tratta di una privatizzazione in nessun senso del termine: per privatizzazione si intende la cessione di un attivo patrimoniale in mani pubbliche. I permessi di emissione non sono in alcun modo un attivo patrimoniale, né, peraltro, sono in mani pubbliche. Si tratta di pezzi di carta il cui acquisto e scambio è reso necessario da scelte politiche. Inoltre, e arriviamo qui al secondo punto, i fantomatici 10 miliardi non sono la tipica entrata &#8220;one shot&#8221; derivante da una privatizzazione, che è per definizione eccezionale (cioè non si ripete nel tempo) e puntuale (cioè, almeno in principio, avviene &#8220;tutta assieme&#8221;). Si tratta di una possibile stima sul gettito cumulato ricavabile nell&#8217;arco del 2013-2020, gettito che verrà attribuito all&#8217;Italia su base, virtualmente, settimanale. Terzo e più importante, se per privatizzazione intendiamo il passaggio di beni pubblici in mani private e se l&#8217;obiettivo di questo passaggio è generare gettito da assegnare alla riduzione del debito, nel caso della CO2 abbiamo invece gettito che in parte è indisponibile e che, soprattutto, è assimilabile piuttosto a un&#8217;entrata parafiscale: è di un aumento delle imposte che stiamo parlando, non di una privatizzazione.</p>
<p>Mi spiego. La <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2009:140:0063:0087:IT:PDF">direttiva 29/2009</a> che riforma l&#8217;Emissions Trading Scheme &#8211; cioè il sistema di scambio dei permessi di emissione finalizzato alla riduzione dei gas climalteranti &#8211; introduce importanti innovazioni rispetto al precedente, e fallimentare, schema. (Nota bene: lo schema &#8220;nuovo&#8221; è destinato a un fallimento altrettanto clamoroso e maggiormente oneroso, come dimostreremo nei prossimi mesi in un paper dell&#8217;IBL).</p>
<p>La principale novità è che i permessi di emissione, in precedenza assegnati a titolo gratuito e poi scambiati su un mercato secondario, verranno invece ceduti a titolo oneroso tramite un processo di aste. Le aste, che avranno inizio nel 2013 (fatta salva la possibilità di una <em>early auction</em> nel 2012) e avranno cadenza settimanale, interesseranno dapprima il solo settore elettrico (che nel 2010 ha assorbito il 63 per cento di tutti i permessi in circolazione) e poi, gradualmente, si estenderanno a tutti i settori industriali non esposti a &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Carbon_leakage">carbon leakage</a>&#8221; in misura crescente dal 20 per cento nel 2013 al 70 per cento nel 2020. Non chiedetemi la ragione di una simile complessità perché è&#8230; troppo complessa. La versione breve della risposta è: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rent_seeking">rent seeking</a> di successo. Le aste saranno centralizzate a livello europeo (tranne che per un ristretto gruppo di paesi, tra cui la Germania, che hanno scelto di gestirle a livello nazionale) e i loro proventi saranno attribuiti agli Stati membri secondo criteri fissati nella direttiva. All&#8217;Italia, in particolare, spetterà il 9,42 per cento. Ora, la stima dei 10 miliardi è compatibile con gli scenari che abbiamo di fronte?</p>
<p>Stime ufficiali non ne esistono, ma qualche conto lo si può fare comunque. Lo ha fatto, per esempio, <a href="http://www.mercatoelettrico.org/Newsletter/20110513Newsletter.pdf">Stefano Clò sulla newsletter del Gme</a>:</p>
<blockquote>
<div>È possibile infatti stimare che al prezzo corrente della CO2, pari a 17€/ton, la vendita all’asta di oltre 1 miliardo di permessi dovrebbe comportare, solo nel 2013, entrate pubbliche a livello comunitario pari ad almeno 17 miliardi di euro.</div>
</blockquote>
<p>Cioè, nell&#8217;arco del 2013 l&#8217;Italia incasserebbe, sotto queste ipotesi, circa 1,6 miliardi di euro. E&#8217; una stima ragionevole? Fino a un certo punto. Infatti, 17 euro a tonnellata appaiono, oggi, un valore estremamente ottimistico (o, se siete dal lato di chi paga, pessimistico). <a href="http://www.pointcarbon.com/">Attualmente</a> stiamo attorno agli 11 euro. Il resto è aritmetica. Guardando più avanti nel tempo, prosegue Clò,</p>
<blockquote>
<div>Considerando in via cautelativa i prezzi degli scenari comunitari post-crisi (PRIMES 2009), l’asta dei permessi emissivi dovrebbe garantire in Europa nel periodo 2013-2020 un’entrata complessiva di 150-190 miliardi di euro.</div>
</blockquote>
<p>Cioè, per l&#8217;Italia, <em>nell&#8217;arco dei sette anni, </em>15-18 miliardi di euro, rispetto ai quali i 10 miliardi enunciati da Tremonti appaiono una stima ragionevole tenuto conto degli andamenti attuali dei prezzi. Tuttavia, come ha ricordato oggi <a href="http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/rassegna_stampa/ocr/2011093019797468.txt">Corrado Clini sul <em>Sole 24 Ore</em></a>, almeno la metà di questo gettito dovrà essere destinato alle fonti rinnovabili. Non sarà neppure possibile fare &#8220;contabilità creativa&#8221;, liberando risorse da altri capitoli di spesa e facendoli finanziare dal gettito delle aste, perché attualmente gran parte del finanziamento alle fonti verdi non avviene a carico delle finanze pubbliche ma a carico di consumatori o produttori elettrici (essenzialmente attraverso certificati verdi e conto energia). Dunque i 15-18 miliardi, ottimistici dato lo scenario macroeconomico, diventano 7,5-9 miliardi, nell&#8217;arco di sette anni e non prima del 2013. Nello scenario &#8220;10 miliardi&#8221; la quota disponibile scende a 5 miliardi nel 2013-2020. Escludo che i 10 miliardi si riferiscano già alla quota disponibile, perché per avere un gettito totale di 20 miliardi bisogna che almeno una delle due seguenti condizioni si verifichi: 1) crescita economica (e, dunque, delle emissioni) sostenuta e/o 2) aumento del tetto di riduzione dal 20 al 30 per cento. Entrambi sono scenari improbabili.</p>
<p>Inoltre, cosa accadrà nel lungo termine di queste entrate? Teoricamente, esse sono soggette a tendenze contrastanti, e molti pensano che siano destinate, fatte le somme, ad aumentare. Ma ciò equivale a certificare il fallimento del meccanismo: se l&#8217;obiettivo di tutto l&#8217;ambaradàn è tagliare <em>strutturalmente</em> le emissioni, allora il meccanismo dovrebbe autodistruggersi, inducendo investimenti che erodono la sua stessa base imponibile. Se crediamo che, nonostante tutto, le emissioni aumenteranno (e dunque crescerà il valore dei permessi a emettere) allora stiamo davvero prendendo in giro gli europei. Avremo un&#8217;Europa che emette di più e che è tassata di più. A meno che, naturalmente, non teniamo conto degli effetti di second&#8217;ordine: il gravame (asimettrico, perché nessun altro al mondo ha adottato sistemi analoghi) potrebbe azzoppare ulteriormente la crescita economica, determinando il prolungarsi della stagnazione europea oltre la crisi. In questo caso le emissioni scenderebbero (e con esse il gettito delle aste, povero Tremonti, e perfino quello delle altre imposte!) e gli orsi polari sarebbero salvi, seppure al costo del benessere europeo. <em>Mission accomplished</em>.</p>
<p>Soprattutto, comunque, e questo Tremonti avrebbe dovuto metterlo in evidenza, siamo su un piano qualitativamente diverso rispetto a quello delle privatizzazioni. Le privatizzazioni dovrebbero essere, nel breve termine, un gioco a somma zero tra pubblico e privato (soldi privati contro asset pubblici) e, nel lungo termine, un gioco a somma positiva (il privato fa fruttare gli asset e realizza un profitto, di cui pro quota gode lo Stato attraverso maggiori entrate fiscali e minori costi di gestione). Invece qui stiamo parlando di una entrata <em>aggiuntiva </em>e ripetuta nel tempo, che ha evidentemente natura parafiscale. Anche se nelle statistiche ufficiali questi proventi non verranno conteggiati tra le entrate fiscali e dunque non andranno ad aumentare il dato sulla pressione fiscale, per chi li paga (in ultima battuta il consumatore elettrico) non ci sarà molta differenza.</p>
<p>Per chiamare &#8220;privatizzazione&#8221; una &#8220;tassa&#8221; ci voleva proprio &#8220;<a href="http://it.wikiquote.org/wiki/Giulio_Tremonti">il ministro europeo più colto che abbiamo</a>&#8220;.</p>
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		<title>Mi spiace, sulla patrimoniale non cambio idea</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 12:46:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Tremonti]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Panorama in edicola giovedì
Il meteo dell&#8217;economia, di questi tempi, varia solo nell&#8217;area delle basse pressioni. L&#8217;opinione pubblica si scoraggia, sotto i colpi della sfiducia. E in tutto questo c&#8217;è qualcosa di singolare davvero, nei sondaggi. In un mesetto, infatti, gli italiani almeno una certezza l&#8217;avrebbero luminosamente conquistata. A stragrande maggioranza, sarebbero diventati convinti sostenitori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da Panorama in edicola giovedì</em></p>
<p>Il meteo dell&#8217;economia, di questi tempi, varia solo nell&#8217;area delle basse pressioni. L&#8217;opinione pubblica si scoraggia, sotto i colpi della sfiducia. E in tutto questo c&#8217;è qualcosa di singolare davvero, nei sondaggi. In un mesetto, infatti, gli italiani almeno una certezza l&#8217;avrebbero luminosamente conquistata. A stragrande maggioranza, sarebbero diventati convinti sostenitori di una bella tassa patrimoniale. Oro alla Repubblica che rolla tra i marosi! Vien quasi da plaudire, all&#8217;idea che nel 150° dell&#8217;Unità d&#8217;Italia i suoi cittadini siano così fervidi di amor patrio. Senonché i conti non tornano, almeno per me.<span id="more-10107"></span></p>
<p>Avrà sicuramente pesato l&#8217;effetto spiazzamento delle successive stesure della manovra. E la famosa “quota 90”. Non il cambio lira-sterlina difeso dal Duce, no.  La versione  napoletana, “90 la paura”. Perché di fronte a un eventuale default quasi qualunque cosa appare a molti preferibile. Eppure, ne sono abbastanza sicuro. Non è stata la facondia dei fautori della prima ora della patrimoniale, i Giuliano Amato e i Carlo De Benedetti, a convincere tanti italiani, a far mutar partito anche a pezzi importanti della società prima contrari, come la Cisl. Non credo neanche sia stato Alessandro Profumo, che ne ha adombrata una addirittura da 400 miliardi.</p>
<p>Temo che tanti italiani dicano sì alla patrimoniale per tutt&#8217;altre ragioni. Spremuti già all&#8217;inverosimile da tasse e contributi, e nella prospettiva di esserlo ancor più nei prossimi anni, moltissimi pensano allora che è meglio siano i ricchi a pagare. Il sì di massa alla patrimoniale diventa così un modo per allontanare da sé l&#8217;amaro calice, per rimbalzarne l&#8217;onere sul vicino, che naturalmente lui sì che mente al fisco. La patrimoniale viene insomma preferita all&#8217;attuale sistema di prelievo, esoso e inconcludente, visto che negli ultimi 15 anni ha estratto dalle tasche degli italiani 500 miliardi di euro (a prezzi correnti 2000) più di quanto si sia speso, come ha scritto Marco Fortis, eppure siamo ancora e anzi più di prima sul ciglio del default Ma viene abbracciata in quanto alternativa senza dettagli, perché tutti s&#8217;illudono così che siano pochi ricchi a pagarla. Dimenticando l&#8217;amara lezione della storia, anche italiana ed anche recente (il prelievo notturno sui conti correnti di tutti, l&#8217;avete dimenticato?).</p>
<p>Quando Stato e politici si convincono a una patrimoniale forzosa, perché valga l&#8217;effetto allora bisogna prendere dove si può, Cioè dove occhi e orecchie dello Stato sanno che c&#8217;è da prendere. Nelle tasche dei più, non dei meno.</p>
<p>Forse è meglio che gli italiani se ne ricordino. E che il centrodestra rifletta, se può, se vuole, veda lui perché la sua causa a me pare perduta da un pezzo. Esser riusciti a far abbracciare agli italiani la soluzione indicata dall&#8217;opposizione non è l&#8217;ultimo dei segnali, di ciò che va messo a posto.</p>
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