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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Thatcher</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Quello che &#8216;The Iron Lady&#8217; non dice – di Antonio Masala</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 08:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
“The Iron lady” non è un brutto film. Non c’è solo l’ottima interpretazione di Meryl Streep, c’è anche una regia accorta, colonna sonora e fotografia ben realizzate, una storia scorre che, a parte qualche momento di fiacca.
Ma nonostante non sia brutto si tratta purtroppo di un film “sbagliato”, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala</em>.</p>
<p>“The Iron lady” non è un brutto film. Non c’è solo l’ottima interpretazione di Meryl Streep, c’è anche una regia accorta, colonna sonora e fotografia ben realizzate, una storia scorre che, a parte qualche momento di fiacca.</p>
<p>Ma nonostante non sia brutto si tratta purtroppo di un film “sbagliato”, di un’occasione persa.</p>
<p>Il film è incentrato sulla vita privata, o meglio sulla triste malattia, di un grande personaggio politico, e lascia intravedere qualcosa delle sue idee, delle sue “fissazioni”, della sua vicenda alla guida della Gran Bretagna. Ma Margaret Thatcher non è stata solo il primo premier britannico donna, e la sua vicenda politica non è stata solo la più lunga premiership della politica britannica contemporanea. Margaret Thatcher non è stata un politico importante, è stata molto più.</p>
<p>Che sia amata o disprezzata (solo gli indifferenti non sono ammessi), la sua è stata innanzitutto un’esperienza filosofica straordinaria, una rivoluzione culturale prima che economica. La Thatcher ha cambiato il corso della storia britannica perché ha saputo trasformare le idee in realtà, sino alle loro estreme conseguenze. È stata non la fantasia al potere (se qualcuno capisce cosa voglia dire questa suggestiva ma vuota locuzione) ma il potere delle idee, la trasformazione delle idee in realtà e dunque la trasformazione della realtà stessa.</p>
<p>La sua convinzione profonda era che l’economia andasse male come conseguenza del fatto che qualcosa era andato male dal punto di vista filosofico e spirituale. E la sua intera vicenda politica e umana è stata una battaglia ininterrotta sui principi, un esempio quotidiano di ciò che doveva essere fatto per cambiare lo spirito del paese. Tanto che tutte le sue scelte politiche ed economiche più importanti possono essere lette in virtù dei principi che voleva portare avanti, e mai della convenienza elettorale.</p>
<p>Questo è stato il “thatcherismo”, e non a caso la Thatcher è l’unico politico britannico contemporaneo ad avere un “ismo” che segue il suo cognome, quasi si volesse fare riferimento a una ideologia politica. Questo è ciò che ha reso straordinaria la vicenda della Thatcher, ed è ciò che le si deve riconoscere, anche qualora si ritengano del tutto sbagliate le trasformazioni che seppe operare in undici anni e mezzo di governo. Le grandi rivoluzioni, anche quelle fatte senza armi, rappresentano da sempre un filone importante del cinema mondiale, e anche in questo caso il materiale per un film era più che abbondante – anche a voler lasciare perdere le migliaia di stuzzicanti aneddoti e curiosità che hanno accompagnato la sua storia e la sua personalità. Ma nel film cosa sia stato il thatcherismo affiora appena (si pensi che a ciò che avviene tra la fine della guerra delle Falkland e l’inizio della crisi della sua leadership vengono dedicati si e no un paio di minuti).</p>
<p>Forse si è deciso che non era il caso di affrontare una pagina cruda e controversa, e ancora aperta, della storia britannica recente. O semplicemente, cosa più che lecita, si è voluto fare un film sulla vicenda umana di una donna che è stata straordinaria, ma che come tutti gli esseri umani invecchia, si ammala e soffre. Che questo accada anche ai grandi uomini (e donne non lo aggiungiamo, perché la Thatcher non lo avrebbe voluto) lo sapevamo, e un film per raccontarcelo non era indispensabile. Ma che quella della Thatcher sia stata prima di tutto una grande rivoluzione culturale e filosofica (senza nascondere il carico di incomprensioni e sofferenze che essa si portò dietro) non tutti lo sanno. Se la regista lo avesse raccontato meglio ne sarebbe venuto fuori qualcosa di molto di più di un film ben fatto.</p>
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		<title>Bye Bye Thatcher</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 22:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale Annicchino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Londra soffia un vento nuovo. O no?

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong>A Londra soffia un vento nuovo. O no?</strong></p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/02/state_society.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5051" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/02/state_society-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
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		<title>&#8220;Ad verecundiam&#8221;. Ovvero, prendi l&#8217;arte e mettila da parte</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 17:25:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Marco Paolini]]></category>
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		<description><![CDATA[Marco Paolini è un attore di qualità: forse uno tra i migliori dell’Italia di oggi. Sa occupare la scena e, anche da solo, è capace di mentenere viva l’attenzione del pubblico, usando la mimica e la voce, e soprattutto avendo la capacità di adattare la propria presenza alle diverse situazioni. Da tempo, Paolini predilige un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco Paolini è un attore di qualità: forse uno tra i migliori dell’Italia di oggi. Sa occupare la scena e, anche da solo, è capace di mentenere viva l’attenzione del pubblico, usando la mimica e la voce, e soprattutto avendo la capacità di adattare la propria presenza alle diverse situazioni. Da tempo, Paolini predilige un teatro “civile”: una realtà che ha una lunga tradizione e vanta anche nomi illustri.<span id="more-3647"></span></p>
<p>In questo filone uno dei nomi più significativi è quello di Bertolt Brecht, che fu artista e comunista (ce ne furono molti, nel Novecento), e talmente comunista la scegliere la Germania Est negli anni del più duro regime staliniano. Le idee di Brecht possono spesso rendere sgradevoli le sue opere e i suoi scritti, ma non bastano a togliere valore alle sue creazioni. Lo capì anche Kurt Weill, che invece era un conservatore, ma che per molti anni collaborò con Brecht, quale autore delle musiche. (Poi un giorno non resse più, e si può comprendere.)</p>
<p>Le qualità estetiche di un autore o di un interprete, ad ogni modo, non dipendono in maniera lineare dalla fondatezza delle sue tesi.</p>
<p>D’altra parte, Wilhelm Furtwängler era nazista, come Ernst Jünger, ma questo non basta a farci ritenere che il primo non sia stato un ottimo musicista e il secondo non sia stato un eccezionale scrittore. Più vicino a noi, fu fascista Luigi Pirandello, ma non per questo il suo teatro non è di valore.</p>
<p>Tutto ciò per dire che in fondo conta assai poco che Marco Paolini abbia idee tanto inconsistenti e scontate sulla libertà individuale, e quindi sul mercato, sulla globalizzazione, sul profitto. Insomma, se anche – intervistato da Fare Futuro (<a href="http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=2729&amp;Cat=1&amp;I=immagini/Foto%20O-Q/paolini_int.gif&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=L%27Intervista&amp;Codi_Cate_Arti=39">Marco Paolini: “Miserabile è chi non sceglie il proprio futuro”</a>) – ci dice che “Margaret Thatcher è icona di una visione del mondo che rinuncia alla comunità per cedere il passo all’individuo-acquirente-consumatore” (?) e sembra quasi sognare un’umanità-orda in cui il singolo non esiste (poiché è interamente inglobato dalla comunità), Paolini può restare un bravo attore. Le sue idee sono altra cosa rispetto al suo teatro.</p>
<p>C’è però un’ulteriore considerazione da fare.</p>
<p>Nel dibattito pubblico, per favore, si eviti di scambiare Paolini, o Jovanotti, o Fo, o Bono, o qualche altro più o meno bravo attore e musicista per una persona che è in grado di riflettere sensatamente sulla società. In logica e retorica si chiama <em>argumentum ad verecundiam</em> quell’argomento che cerca di ottenere ragione tramite l’appello ad autorità riconosciute dagli altri. Ma questo anche se nulla hanno a che fare con l’argomento specifico!</p>
<p>Spesso i politici utilizzano i diversi artisti esattamente al fine di rendere un po’ più sexy le loro idee: ma si tratta, appunto, di un imbroglio. Anche nel dibattito delle idee qualcuno può essere tentato da tutto ciò, ma – lo ripeto – non è una cosa seria usare come trappola questo appello ad un’autorità impropria.</p>
<p>Come scrive Stefano Bertea, “incorrerebbe in tale fallacia, ad esempio, colui che adducesse a giustificazione della validità di una propria tesi economica delle osservazioni contenute in una canzone di John Lennon” (Stefano Bertea – Andrea Porciello, <em>Breve introduzione alla logica e alla informatica giuridica</em>, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 19).</p>
<p>Esattamente: Lennon non era un cultore di scienze sociali. Ma è possibile che, paragonato al nostro Paolini, possa anche apparirci un autentico gigante.</p>
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		<title>Un autunno caldo. Speriamo</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 11:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale Annicchino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Older leftish readers should be stunned that the result could be Labour leaving power with higher youth unemployment than in the darkest days of Mrs Thatcher&#8217;s administration&#8230;(continua)
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			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Older leftish readers should be stunned that the result could be Labour leaving power with higher youth unemployment than in the darkest days of Mrs Thatcher&#8217;s administration<a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/aug/23/youth-unemployment-universities">&#8230;(continua)</a></p></blockquote>
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		<title>Una Thatcher per la Germania? Difficile</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2009 08:56:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando l’Inghilterra scoprì la signora Thatcher, in quel di Bonn alla tolda di comando stava ormai da un lustro un certo Helmut Schmidt. Socialdemocratico di ampie vedute e mai schierato su posizioni massimaliste, Schmidt diede vita al secondo governo liberalsocialista nella storia della Repubblica federale dopo quello di Willy Brandt. Inutile dire che in quegli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Quando l’Inghilterra scoprì la signora Thatcher, in quel di Bonn alla tolda di comando stava ormai da un lustro un certo Helmut Schmidt. Socialdemocratico di ampie vedute e mai schierato su posizioni massimaliste, Schmidt diede vita al secondo governo liberalsocialista nella storia della Repubblica federale dopo quello di Willy Brandt. Inutile dire che in quegli anni la Germania non visse alcuno shock liberista. Anzi, il governo di Schmidt è ricordato ancora oggi per la spasmodica ricerca di una concertazione un po’ all’italiana e per aver raddoppiato l&#8217;indebitamento dal 20 al 40% del Pil. E questo è tanto più singolare quanto più si pone attenzione al fatto che al governo stavano per l’appunto anche i liberali dell’FDP. In realtà non bisogna farsi ingannare dai simboli o dalle sigle. Il partito liberale tedesco, dalla sua nascita nel 1948 sino ad oggi, è il partito che più di ogni altro è rimasto al potere, ma è anche quello che più di ogni altro rimane afflitto da gravi paradossi, primo fra i quali quello di esistere, ma di non aver mai preso coscienza di sé stesso. Fino al 1982 l’FDP fu infatti alle prese con spinte centrifughe di segno opposto: keynesiani moderati da una parte e liberalconservatori dall’altra. Solo con il voto di sfiducia a Schmidt e l’ascesa di Helmut Kohl si posero le premesse per un parziale cambiamento. L’ala sinistra del partito abbandonò in blocco l’FDP, accasandosi un po’ presso l’SPD e un po’ presso i nascenti Verdi. Da quel momento in poi i liberali divennero gli alleati più stretti dei democristiani, anche se nei diciassette anni di alleanza con la CDU/CSU non furono in grado di realizzare un mutamento radicale di tipo thatcheriano. Anzi, se si eccettua la politica di parziale semplificazione del mercato del lavoro, ci fu una certa continuità con l’era Schmidt, incrinata solo dalle pressioni  all’apertura dei mercati (mai pienamente accettate e condivise) provenienti della Comunità europea. Tutto ciò per dire che, trent’anni dopo, la Germania attende ancora  oggi la sua Maggie. Nel 2005, quando Angela Merkel arruolò nella sua squadra il professor Paul Kirchhof, ex giudice della Corte Costituzionale e grande sponsor della flat-tax, la CDU precipitò nei sondaggi e per un soffio rischiò di perdere il treno per la Cancelleria. Il vocabolo “<em>Neo-liberal</em>” (come tutti i termini che in tedesco incominciano con “Neo”) incute ancora molta paura in Germania, e questo perché evoca lo spettro di una società profondamente estranea al comune sentire dei tedeschi, i quali dalla Repubblica di Weimar in poi- nazismo compreso-hanno sempre creduto fermamente (e talvolta ciecamente) nelle virtù benefiche del <em>Sozialstaat</em>. Questo è accaduto anche dopo la <em>Wende, </em>ossia dopo il crollo del Muro e la riunificazione, cui purtroppo o per fortuna  (a seconda dei punti di vista), non si è accompagnato alcun trionfo del liberalismo. Ecco perché sapere che nei sondaggi più recenti l’FDP è dato in forte ripresa non ci regala grandi illusioni. Westerwelle è certamente più thatcheriano del suo predecessore, il nazional-liberale e inguaribile anti-semita Möllemann, ma con una Angie così drammaticamente compromessa con l’ala più conservatrice e keynesiana del suo partito, le possibilità di una rivoluzione liberale anche in Germania si assottigliano ogni giorno di più.</p>
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		<title>Non siamo figli della Thatcher, ma del Ventennio</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 21:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nonostante una certa cultura sembri talora dimenticarsene, la storiografia è per definizione revisionista. Non c’è quindi nulla di sorprendente nel fatto che ora, a vent’anni dal concludersi di quell’esperienza, vi sia chi punta il dito contro il decennio reaganiano e thatcheriano e contro l’antistatalismo che aveva animato quelle esperienze politiche. Ovviamente tali giudizi sono in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante una certa cultura sembri talora dimenticarsene, la storiografia è per definizione revisionista. Non c’è quindi nulla di sorprendente nel fatto che ora, a vent’anni dal concludersi di quell’esperienza, vi sia chi punta il dito contro il decennio reaganiano e thatcheriano e contro l’antistatalismo che aveva animato quelle esperienze politiche. Ovviamente tali giudizi sono in larga misura la conseguenza di presupposti culturali: ed in questo senso non è difficile comprendere per quali ragioni i fautori di una società variamente tecnocratica non provino alcuna simpatia per la ventata di libertà che ha segnato il mondo anglosassone durante gli anni Ottanta.</p>
<p><span id="more-429"></span>D’altra parte, affermare che “il thatcherismo è miseramente fallito” manifesta un estremismo che ben pochi, in varie famiglie culturali, sarebbero disposti a sottoscrivere. Perché anche chi ha opzioni ideologiche diverse da quelle dei liberali si rende egualmente conto che è grazie a quella svolta storica che oggi non abbiamo un solo fornitore di energia elettrica e gas, una sola società telefonica, una sola emittente televisiva: e il tutto sotto il controllo dello Stato e dei partiti. L’evidente indisponibilità dei più a ritornare in quell’universo irizzato spiega più di tanti discorsi quanto significativo sia stato il cambiamento che ha avuto luogo in quegli anni.</p>
<p>Sul decennio thatcheriano (e reaganiano) molto si è scritto e detto: e anche taluni liberali hanno sottolineato le incertezze e le prudenze eccessive che hanno ripetutamente segnato quegli anni, in cui sono stati commessi anche molti errori. Il dato se secondo cui sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito perfino negli anni Ottanta il rapporto tra spesa pubblica e prodotto interno è cresciuto, ad esempio, costringe i liberali a moderare il proprio entusiasmo e obbliga gli stessi critici dell’ultraliberalismo di quel decennio a sfumare alquanto la loro analisi.</p>
<p>Ma forse a questo punto bisognerebbe interrogarsi di più e meglio sui due decenni successi. Insomma, sul Ventennio ora chiuso dall’elezione di Barack Obama: l’epoca dei Major e dei Clinton, dei Bush (padre e figlio) e dei Blair. Anche perché se si scoprisse – come è del tutto evidente – che c’è stato ben poco di thatcheriano negli ultimi vent’anni, allora sarebbe difficile continuare a riproporre (anche evitando un’analisi più specifica) quell’atto di accusa per cui la crisi attuale sarebbe figlia del liberismo.</p>
<p>È infatti piuttosto curioso che il neokeynesismo contemporaneo, punto d’incontro tra l’interesse dei politici ad ampliare i loro poteri e il furore ideologico (troppo a lungo represso) di tanti intellettuali cresciuti a Sraffa e Marcuse, debba risalire nel tempo fino al 1979-1989 per ritrovare le radici del presente. Come se niente fosse successo dopo l’uscita di scena di Maggie e Ronnie.</p>
<p>In realtà, negli ultimi due decenni molto cose sono accadute, anche se si è trattato di un periodo al’insegna dell’opportunismo politico e anche se l’Occidente non ha saputo esprimere alcuna figura davvero significativa. In linea di massima, si è assistito al trionfo di un pragmatismo travestito da buon senso, in cui non si è avuto il coraggio di buttare a mare l’eredità del decennio liberista, ma si sono invece elaborati autentici mostri ideologici: dalla terza via post-laburista al conservatorismo compassionevole. Quella a  cui si è assistito è stata una fuga verso il centro che alla fine ha condotto in una terra di nessuno, in cui la politica si è patrimonializzata e l’economia privata ha scoperto (se mai l’aveva dimenticato) quanto sia agevole fare soldi grazie ai favori dello Zar di turno.</p>
<p>In questo senso, l’uomo che forse più incarna lo spirito del Ventennio post-thatcheriano è Vladimir Putin, che pur operando in una Mosca per tanti versi ancora molto remota oggi può apparire l’antesignano delle politiche economiche “militarizzate” che caratterizzano il ritorno in forze dello Stato in larga parte dell’Occidente contemporaneo.</p>
<p>In fondo, il reaganismo e il thatcherismo allo stato puro (al di là dei limiti delle loro realizzazioni) hanno rappresentato qualcosa di paradossale: quell’idea di un Potere che decide di autolimitarsi – attraverso un vasto programma di privatizzazioni, ad esempio – che nessun serio scienziato politico riterrebbe, a ragione, davvero possibile. E non a caso, esauritasi la spinta “ideologica”, quanti sono giunti al potere nel corso del Ventennio hanno utilizzato le privatizzazioni soprattutto per costruire “oligarchi” a cui cedere (o anche solo affidare) pezzi di Stato: imprese, autostrade, banche e via dicendo. A Mosca lo si è fatto senza pudore, ma anche altrove si è spesso tralasciata ogni decenza.</p>
<p>Se nei tempi recenti la politica è stata fatta più nei consigli d’amministrazione delle banche che nei luoghi deputati, molto si deve proprio a questo processo di slittamento costante del potere, grazie al quale lo stesso destino delle banche viene spesso deciso dai maggiorenti della politica. È stata la logica del Ventennio, appunto, ovvero sia di un’età che ha voluto coniugare e fondere in una sintesi praticabile esigenze diverse e anche opposte.</p>
<p>Il dibattito che si è sviluppato in questi giorni sulla crisi dovrebbe allora interrogarsi un po’ di più sulla convergenza di fatto tra l’ex agente del KGB assurto alla guida del Cremlino e gli scialbi leader occidentali dell’epoca. Perché senza dubbio Putin si è tenuto ben lontano da ogni impostazione ideologica, e infatti sarebbe impossibile provare a classificarlo in qualche modo,usando categorie come “socialista”, “conservatore” o “liberale”. Se i leader occidentali hanno ricercato “l’elettore mediano” e il voto dei tiepidi, l’uomo forte della Russia postcomunista si è piuttosto preoccupato di individuare un equilibrio in grado di dargli il massimo del potere e della stabilità.</p>
<p>Da vero politico pragmatico.</p>
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		<title>I politici chissà, ma almeno i banchieri centrali ricordino la Thatcher</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 13:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non prevedo facili ripescaggi a breve da parte di politici italiani, europei ed americani dell&#8217;eredità della Baronessa Thatcher, e di Ronnie Reagan che insieme a lei compone il binomio di riferimento dei migliori statisti del secolo scorso. L&#8217;ebbrezza da panico economico per il ritorno in grande stile dello Stato tende a far dimenticare a tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non prevedo facili ripescaggi a breve da parte di politici italiani, europei ed americani dell&#8217;eredità della Baronessa Thatcher, e di Ronnie Reagan che insieme a lei compone il binomio di riferimento dei migliori statisti del secolo scorso. L&#8217;ebbrezza da panico economico per il ritorno in grande stile dello Stato tende a far dimenticare a tutti che il ruolo pubblico di stabilizzatore del ciclo deve essere intenso quanto si vuole, ma dichiaratamente reversibile con tempi e procedure certe, annunciate all&#8217;atto stesso in cui si adottano le misure di intervento straordinario: esattamente ciò che manca in ogni intervento pubblico deliberato al mondo da ottobre 2008 a oggi, praticamente a qualunque latitudine.  Pretenderlo dalla sinistra sarebbe forse troppo. Ma il problema è la destra, che confonde quasi in ogni Paese la soddisfazione per il &#8220;ritorno della politica&#8221; rispetto ai grandi interessi finanziari transnazionali, con un esanime tuffo nel neostatalismo, identificato come unico ambito residuo di una legittimità misurata alle urne ed esercitata con delega discrezionale, spezzando la maldigerita influenza del precedente cosiddetto Washington Consensus degli oggi tanto famigerati &#8220;mercati&#8221;.<br />
Chi la pensa come noi deve tenere sempre distinta la politica &#8211; il pieno rispetto della legittima sovranità esercitata al voto e conquistata con programmi e soprattutto azioni concrete volte alla crescita e alla miglior libera soddisfazione della persona &#8211; dall&#8217;identificazione della politica nello Stato, nei suoi apparati e nelle sue regolamentazioni. La crisi economica non mi fa cambiare idea. Non mollerò mai la convinzione che in un Paese come il nostro &#8211; per la sua tipologia di piccola impresa diffusa e per la percentuale elevatissima di lavoro autonomo sul totale degli occupati &#8211; tale distinzione possa costituire la più naturale piattaforma di riferimento per un&#8217;azione politica non solo schiettamente liberale e liberista, ma soprattutto votata al successo. Non abbiamo avuto la Magna Charta nel XIII secolo né alcuna Glorious Revolution nel XVII. Lo Stato unitario è prodotto tardivo e recente, subito squassato dall&#8217;insuccesso della minoritaria classe dirigente liberale, a fronte dell&#8217;immissione delle masse nell&#8217;arengo politico veicolata da cattolici e socialisti, mentre fascismo e comunismo praticavano e teorizzavano lo Stato come unico attore della necessitata accelerazione di una storia &#8220;olista&#8221;. Malgrado tutto, però, le condizioni dell&#8217;Italia disegnano un Paese i cui géni restano potentemente antistatalisti: e questo è un bene, checché affermasse la cultura politica eticista nella quale mi sono formato in giovinezza, all&#8217;insegna del lamalfiano e amendoliano (nel senso di Giovanni, naturalmente, non del figlio Giorgio) &#8220;questa Italia non ci piace&#8221;.<br />
Se le basi concrete di policy per un rilancio personalista e liberale oggi appaiono eclissate in Italia e nell&#8217;Occidente, ciò malgrado dovremo insistere. E insisteremo, per tutto il tempo necessario: per quanto mi riguarda, questo è il miglior tributo da rendere al trentennale dell&#8217;ascesa a Downing Street di Lady Thatcher.<br />
Ma se tra i politici Bismarck vince su Adam Smith, almeno tra i regolatori indipendenti, assai meno soggetti se non &#8211; auspicabilmente &#8211; del tutto svincolati dai timori degli elettorati, dovrebbe essere praticata qualche migliore ritenzione delle lezioni del passato. Faccio un esempio concreto. Per noi fa testo la Storia monetaria degli Stati Uniti di Milton Friedman e Anna Schwartz. Ma a differenza dei cattivi neokeynesiani non ne abbiamo tratto solo la lezione che il regolatore monetario e dell&#8217;intermediazione finanziaria deve mettere in atto l&#8217;intera panoplia a sua disposizione, per evitare il collasso bancario e il credit crunch. Ricordiamo bene anche che occorre avere le idee chiare su che cosa in concreto sia, il fantasma tanto temuto della deflazione generale, rispetto invece a riallineamenti di prezzi degli asset che costituiscono autocorrezioni salutari, rispetto a picchi non sorretti da fondamentali.<br />
Tradotto: i neostatalisti inneggiano oggi alla massa monetaria raddoppiata ogni semestre negli Usa mentre il tasso d&#8217;interesse è negativo, e attendono tra pochi giorni esiti degli annunciati stress test nelle 19 maggiori banche Usa che non solo non ne decretino la fine di alcuna, ma auspicabilmente anche che lo Stato entri nel capitale di parecchie di loro a cominciare da Bofa. Noi invece, non dimentichi thatcheriani, pensiamo che proprio l&#8217;uscita dall&#8217;inflazione fu strumento essenziale per debellare la stagflazione. Negli States ci pensò Paul Volcker, che alla Fed sotto Reagan la piantò di dar retta alle lamentazioni sugli effetti di maggior disoccupazione di una stretta monetaria dopo anni di politiche monetarie laschissime,e  lasciò lievitare i tassi fino al 21,5%: ma vinse, perché aveva ragione.<br />
Direte voi: ma che cosa c&#8217;entra questa reminiscenza storica, caro il mio sprovveduto liberista d&#8217;accatto, visto che oggi il main goal del mondo intero è uscire dalla crisi, mentre all&#8217;inflazione ci penseremo comodamente dopo, una volta manifestatasi la ripresa? E senza dimenticare che un po&#8217; d&#8217;inflazione forse alla fine farà pure bene, perché contribuirà a diminuire il valore reale delle perdite accumulate?  Risposta: proprio perché la storia insegna, se la si pensa come noi bisognerebbe chiedere che i regolatori monetari e bancari facessero sfoggio di indipendenza dalla politica. Cioè procedessero pure, se lo ritengono, ad annegare di liquidità i mercati e a tenere su anche per i capelli se necessario il balance sheet bancario. Ma accompagnando ciascuna delle decisioni in materia a un esplicito timing in cui si procederà a decisioni di segno esattamente contrario.<br />
La ripresa dichiarata in anticipo dei tassi anti-inflazione doterebbe il governo dell&#8217;intera curva temporale dei rendimenti finanziari di strumenti mai sperimentati prima, più che mai necessari oggi proprio perché la crisi ha bisogno di interventi straordinari non solo &#8220;in entrata&#8221;, ma anche &#8220;in uscita&#8221;, se non vogliamo dimenticarci dei guai stagflattivi che rappresentarono per decenni l&#8217;eredità dei tardivi interventi di stabilizzazione che posero termine alla Grande Depressione (secondo conflitto mondiale in primis).<br />
Idem dicasi per gli ingressi straordinari dello Stato in banche e imprese. Senza uscite stabilite sin dall&#8217;inizio, non solo si pongono le basi per nuove IRI: più semplicemente, al di là della bontà delle future decisioni di manager promossi per designazione o gradimento pubblico-sindacale, si pongono soprattutto le basi per un aumento asintotico della tassazione pubblica, per sostenere i costi crescenti di tanta subitanea espansione della sfera statale. L&#8217;esatto opposto di ciò che serve nel medio termine, per riprendere una crescita sana e il più possibile aperta alla libera scelta di milioni e milioni di consumatori e imprenditori, risparmiatori e investitori.<br />
Come dite? Che negli Usa proprio le statistiche ufficiali dicono che la deflazione c&#8217;è, e dunque la richiesta è capziosa? Non sono d&#8217;accordo. Ha ragione Allan Meltzer. La deflazione non va misurata dagli indici dei prezzi al consumo, da quelli immobiliari e tanto meno da quelli alla produzione (sono col segno meno, negli States). Se si assume il deflatore del Gdp, negli Usa su scala annuale a fine marzo segnava un più 2,3%. La deflazione non c&#8217;è, signori miei. Ma anche se ci fosse, il ragionamento resta e così le richieste, da avanzare a politici e regolatori se non vogliamo venir meno a ciò che di buono è venuto al mondo &#8211; tanto! &#8211; dalla nostra scuola di pensiero. Più che da qualunque altra, nella storia del mondo.</p>
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