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	<title>CHICAGO BLOG &#187; stimoli</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Stimolare una reazione antistimolo?</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 15:28:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/985C0uh1HKA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/985C0uh1HKA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<title>Ciò che si vede, ciò che non si vede: ovvero, primo bilancio (disastroso) dello &#8220;stimolo&#8221; Usa</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 12:18:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[demagogia]]></category>
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		<description><![CDATA[Secondo la Casa Bianca (si veda questo articolo del Wall Street Journal), il pacchetto degli “stimoli” economici predisposti dall’amministrazione avrebbe creato 640 mila posti. Tutto bene? Non direi. Bisognerebbe infatti poter valutare – ed è operazione oggettivamente impossibile – quanti posti non sono nati o sono andati perduti a causa dal gigantesco meccanismo redistributivo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo la Casa Bianca (si veda <a href="http://online.wsj.com/article/SB125689799688318277.html">questo articolo del <em>Wall Street Journal</em></a>), il pacchetto degli “stimoli” economici predisposti dall’amministrazione avrebbe creato 640 mila posti. Tutto bene? Non direi. Bisognerebbe infatti poter valutare – ed è operazione oggettivamente impossibile – quanti posti non sono nati o sono andati perduti a causa dal gigantesco meccanismo redistributivo che è stato messo in atto per reperire le risorse necessarie.</p>
<p>Ad ogni modo, affermare trionfalisticamente che l’azione governativo ha “creato” quei posti di lavoro significa imbrogliare la gente, se non indica anche il saldo tra quei nuovi impieghi e quelli “distrutti” dalla stessa azione pubblica. Per giunta, considerato che il costo complessivo degli stimoli è di 787 miliardi di dollari, come ricorda il <em>Wall Street Journal</em>, certamente si può sostenere che ogni posto sia costato più di un milione di dollari. Non pare davvero un affare.<span id="more-3532"></span></p>
<p>D’accordo, siamo solo agli inizi: e infatti le stime (assai ottimistiche) rese note dall’amministrazione stessa anticipano che quando l’azione pubblica avrà espresso appieno tutta la propria forza, i posti difesi (creati e/o salvati) saranno circa 3,5 milioni. A quel punto, però, ogni posto sarà costato ancora la bellezza di 200 mila dollari e rotti. E anchea questo punto non ci si dice quanti posti non sono stati resi possibili da quell’utilizzo alternativo – orientato economicamente, e non politicamente – che le medesime risorse avrebbero avuto se fossero rimaste in mani private.</p>
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		<title>Global Italian Standard</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/09/26/global-italian-standard/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 13:59:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli Stati Uniti applicheranno il concetto di accountability nel suo significato più profondo in lingua italiana. Cioè: sparare cifre a casaccio sapendo che nessuno le potrà smentire (noi siamo andati oltre, nel senso che non spariamo neanche più le cifre, ma date tempo al tempo e Barack Obama ci raggiungerà).

Secondo quanto riferisce il Financial Times, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli Stati Uniti applicheranno il concetto di <em>accountability</em> nel suo significato più profondo in lingua italiana. Cioè: sparare cifre a casaccio sapendo che nessuno le potrà smentire (noi siamo andati oltre, nel senso che non spariamo neanche più le cifre, ma date tempo al tempo e Barack Obama ci raggiungerà).</p>
<p><span id="more-2982"></span></p>
<p>Secondo <a href="http://www.ft.com/cms/s/0/af33272a-a884-11de-9242-00144feabdc0.html">quanto riferisce</a> il <em>Financial Times</em>, dal mese prossimo la Casa Bianca chiederà ai beneficiari del Recovery Act di comunicare quanti posti di lavoro sono stati salvati grazie all&#8217;assistenza pubblica (a oggi, 143 miliardi di dollari). I destinatari di questa richiesta sono in larga misura i governi degli Stati sull&#8217;orlo del fallimento, che dovranno spiegare quali progetti hanno finanziato coi trasferimenti federali &#8211; dai ponti verso il nulla alle cattedrali nel deserto &#8211; e in quale misura ciò ha contribuito a contrastare la disoccupazione. Ora, questa è alchimia pura. Per almeno due ragioni: la prima è che non può esserci alcun <em>double check </em>sui dati forniti. La seconda, cruciale, è che in ogni caso non esiste il controfattuale: se quei soldi non fossero stati offerti agli stati ma fossero stati ri-iniettati nell&#8217;economia (o non prelevati dalle tasse), quante persone sarebbero state occupate e perché?</p>
<p>L&#8217;assoluta inaffidabilità delle cifre che verranno prevedibilmente sparate da Obama come la dimostrazione del suo successo, è tale che la rubrica Lex vi dedica un <a href="http://www.ft.com/cms/s/3/3cab6230-a9b0-11de-a3ce-00144feabdc0.html">gustoso colonnino</a>. Gli autori di Lex sottolineano che questo è un modo inelegante di distrarre l&#8217;opinione pubblica dalle questioni davvero importanti, come l&#8217;incapacità dell&#8217;economia americana di ripartire e il tasso drammatico di sottoutilizzo della capacità industriale a stelle e strisce.</p>
<p>In realtà, comunque, questa idea balzana non è nuova: se ne parla già da mesi. L&#8217;esigenza del governo americano di iniettare fiducia nell&#8217;elettorato è superiore alla sua onestà, evidentemente: e quindi sufficiente a spingere gli economisti del governo a generare dati non importa quanto falsi, ma rassicuranti. Vale oggi, dunque, il <a href="http://gregmankiw.blogspot.com/2009/05/estimating-jobs-created-or-saved.html">commento</a> di Greg Mankiw di qualche mese fa:</p>
<blockquote><p>Here is the question I would have asked: &#8220;Going forward, what macroeconomic data would you have to observe before you concluded that the stimulus bill has been a failure? Or will you conclude, no matter how bad things get, that the economy would have been in even worse shape without the stimulus? And if the latter is the case, aren&#8217;t these quarterly reports just a bit surreal?&#8221;</p></blockquote>
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		<title>Krugman, Reagan e i tagli alle imposte</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 22:27:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche ora fa, sul suo frequentatissimo blog Paul Krugman ha preso per i fondelli i repubblicani e contestato quanti attaccano il piano di stimoli predisposto da Barack Obama poiché non avrebbe prodotto i risultati annunciati, soprattutto in tema di occupazione. Con una certa abilità retorica, Krugman si limita ad esibire un grafico che mostra come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche ora fa, sul suo frequentatissimo blog Paul Krugman ha preso per i fondelli i repubblicani e contestato quanti attaccano il piano di stimoli predisposto da Barack Obama poiché non avrebbe prodotto i risultati annunciati, soprattutto in tema di occupazione. Con una certa abilità retorica, Krugman si limita ad esibire un <a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2009/06/14/stimulus-history-lesson/">grafico</a><a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2009/06/14/stimulus-history-lesson/"></a> che mostra come durante la presidenza Reagan a seguito dei tagli alle imposte per più di un anno si ebbe un incremento del numero dei senza lavoro.</p>
<p>La polemica di Krugman, che da intellettuale &#8220;militante&#8221; ed <em>insider</em> di primo livello è uso a schierarsi con una parte e contro l&#8217;altra, non sarebbe così interessante se non offrisse l&#8217;occasione per considerazioni più generali.</p>
<p>Su un punto l&#8217;economista americano ha sicuramente ragione: e cioè che le buone scelte politiche non si giudicano nell&#8217;arco di pochi mesi. Non a caso il formidabile <a href="http://www.research.stlouisfed.org/fred2/series/UNRATE/">crollo della disoccupazione</a> che caratterizzò in America gli anni Ottanta del reaganismo fu ben successivo alla fase ricordata da Krugman.</p>
<p>C&#8217;è però un altro elemento, assai più meritevole di attenzione. Bisognerebbe cominciare a ragionare su questi temi senza infatti cadere vittima di troppe ingenuità metodologiche. In una realtà complessa quale è quella dell&#8217;economia americana o di qualsiasi altro Paese, non è possibile attribuire ad una scelta politica (sia esso uno &#8220;stimolo&#8221; keynesiano o il taglio delle imposte) ciò che succede successivamente (ad esempio, l&#8217;aumento della disoccupazione). Solo una buona teoria può dirci quale relazione c&#8217;è, <em>ceteris paribus</em>, tra una scelta di politica economica e le sue conseguenze sul sistema della produzione e della distribuzione. L&#8217;empirismo dei puri fatti non porta da nessuna parte.</p>
<p>In secondo luogo, bisognerebbe capire che è davvero molto sbagliato sposare l&#8217;occupazione <em>per se</em>: e che certo questo è tanto più curioso se a farlo sono intellettuali che costantemente dichiarano di farsi ispirare solo dalla realtà, rigettando ogni prospettiva di ordine ideologico e/o morale. D&#8217;altra parte, nella vecchia Ddr o nell&#8217;Urss <em>d&#8217;antan</em> la disoccupazione proprio non esisteva. C&#8217;erano invece i lavori forzati.</p>
<p>Non solo. Chi scrive è tra coloro che sarebbe davvero felice di veder crescere di colpo la disoccupazione in Italia grazie a massicci licenziamenti nel settore pubblico. È un&#8217;ipotesi del tutto irrealistica e certamente sarebbe una medicina amara (molto dolorosa, in particolare, per chi finirebbe per trovarsi sulla strada), ma aiuterebbe la crescita effettiva del Paese, che ha bisogno di più privato e meno spesa pubblica, più imprese e meno uffici parastatali.</p>
<p>Per sviluppare una qualsivoglia analisi sociale, bisogna insomma evitare non soltanto l&#8217;ingenuo positivismo che oggi domina larga parte degli studi economici, ma saper anche includere &#8211; con la massima consapevolezza, e con il coraggio di esporre le proprie tesi alle altrui critiche &#8211; quelle opzioni culturali ed etico-politiche che comunque sorreggono ogni interpretazione della realtà. Anche quelle di economisti avversi &#8211; a parole &#8211; ad ogni ideologia e fedeli sacerdoti di un positivismo che si vorrebbe oggettivo e senza partiti.</p>
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		<title>La fotografia della crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 15:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Due notizie forniscono una interessante fotografia della crisi. Oggi, il ministero dello Sviluppo economico ha comunicato che i consumi petroliferi sono scesi dell&#8217;8,5 per cento. Si tratta dell&#8217;ottavo mese consecutivo di contrazione della domanda nel nostro paese. Punto più, punto meno, la stessa cosa sta accadendo ovunque nel mondo. Sebbene questi dati si riferiscano al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due notizie forniscono una interessante fotografia della crisi. Oggi, il ministero dello Sviluppo economico ha comunicato che <a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=34254">i consumi petroliferi sono scesi</a> dell&#8217;8,5 per cento. Si tratta dell&#8217;ottavo mese consecutivo di contrazione della domanda nel nostro paese. Punto più, punto meno, la stessa cosa sta accadendo ovunque nel mondo. Sebbene questi dati si riferiscano al solo petrolio (e prodotti raffinati), il messaggio che arriva dai consumi di gas ed elettricità sono identici: a testimonianza di un paese in paralisi, nel quale tutte le attività produttive sono in forte rallentamento, quando non in frenata o in retromarcia. Contemporaneamente, però, arriva una prima, buona notizia (anticipata, come spesso accade, dalla ripresa delle quotazioni del barile): dopo otto revisioni al ribasso, <a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=73055">l&#8217;Agenzia internazionale per l&#8217;energia ha corretto al rialzo</a> le stime sulla domanda petrolifera per il 2009. Anche in questo caso, si parla di greggio ma si potrebbe parlare benissimo di gas o elettricità; e si parla del mondo intero ma si potrebbe parlare benissimo dell&#8217;Italia. <span id="more-915"></span>Cosa suggerisce l&#8217;incrocio di questi dati? Da un lato, che la crisi è gravissima. Nonostante il crollo del prezzo del petrolio, i consumi si sono vieppiù ridotti, principalmente perché la domanda è venuta meno. I consumi energetici sono un proxy interessante per valutare la severità della crisi, in quanto attraverso di essi si legge in controluce la sintesi sia delle attività industriali, sia dei comportamenti privati (meno consumi di benzina e gasolio significano che la gente lascia l&#8217;automobile in garage). Essi, dunque, riflettono al contempo la difficile situazione economica e le aspettative buie rispetto al futuro. Tutto ciò nonostante un fortissimo impegno dell&#8217;Opec in generale, e soprattutto dell&#8217;Arabia Saudita, nel rispettare quote di produzione che sono state ridotte in misura considerevole rispetto a quelle precedenti l&#8217;impatto della tempesta finanziaria sull&#8217;economia reale.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato, si è osservata una dinamica dei prezzi molto istruttiva. Dapprima, essi non hanno risentito particolarmente del comportamento del cartello dei paesi produttori. E&#8217; vero che, in assenza di provvedimenti, il greggio sarebbe probabilmente sceso più verso i 20 che sui 30 dollari, come <a href="http://realismoenergetico.blogspot.com/2008/12/petrolio-verso-quota-20.html">credevo</a> sarebbe successo (in realtà non è accaduto, principalmente grazie al <a href="http://www.chicago-blog.it/index.php/2009/05/il-petrolio-torna-bau/">rigore</a> con cui le direttive Opec sono state rispettate, anche se poi, non appena i risultati si sono visti, la tentazione a sgarrare ha prevalso). Ma, insomma, l&#8217;operazione non si può dire non sia riuscita. Poi, dopo un lungo periodo di fluttuazione nella banda 35-50 dollari (<a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/PDF/2009/2009-03-18/2009031812136363.pdf">a mio avviso</a>, già indice di ricupero), finalmente il barile è tornato su valori più realistici, almeno rispetto allo scenario pre-crisi.</p>
<p>A questo punto, era inevitabile e facilmente prevedibile la revisione dell&#8217;Agenzia di Parigi. Inevitabile e prevedibile, ma comunque l&#8217;effetto, anche simbolico, di vederlo scritto nero su bianco non è secondario. A questo punto, direi che si può davvero cominciare a sperare. Che non significa, naturalmente, che si possa tirare un sospiro di sollievo e che tutto sia finito. E&#8217; probabile che per un po&#8217; l&#8217;economia resterà asfittica. Ma i segnali si stanno moltiplicando, su una uscita dal tunnel nel medio termine. La vera questione da affrontare, al momento aperta, è se questa ripresa &#8211; o almeno il rallentamento della caduta &#8211; stia avvenendo grazie, o nonostante, i vari piani di ricupero. Io temo che sia corretto il punto di vista pessimistico: gli stimoli fiscali, in primis quelli erogati con tanta generosità e bipartisan dai governi americani (tanto George W. quando Barack hanno pompato di tutto di più), possono aver gonfiato la domanda, e dunque aver contribuito pro quota al prezzo del barile. Ma, nel medio termine, essi pongono una enorme ipoteca sulle prospettive dell&#8217;economia globale. Per un verso, le generazioni future (cioè, noi&#8230;) dovranno fare i conti, in tutto il mondo industrializzato, con debiti pubblici di dimensioni italiane. Cioè, anziché vedere la Cenerentola italiana che si fa principessa, abbiamo visto le principesse anglosassoni farsi cenerentole. Per l&#8217;altro verso, i governi si sono talmente impastati le mani nell&#8217;economia che non si sa dove andremo a sbattere. Adesso più che mai, è il momento di interrogarsi sulle vie d&#8217;uscita: più a lungo rimaderemo questo dibattito, più soffriremo i postumi della sbornia statalista.</p>
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