Mentre il day by day conferma la decelerazione della crescita americana – il dato di oggi sulla diminuita produttività si aggiunge alle delusioni sull’occupazione - e la Cina ha segnato un allentamento della crescita delle importazioni dai Paesi avanzati e una ripresa dell’export al più 38% su base annua, tornando ad alimentare i timori su una ripresa troppo accentuata sulla sola costa asiatica del Pacifico, quanto possiamo stare sicuri che non si riproponga il problema dei debiti sovrani? La risposta che viene da due giovani e brillanti economisti della Banca d’Italia è di quelle che fanno riflettere. No, non possiamo essere affatto certi che la grana dei debiti sovrani sia alle nostre spalle. Al contrario, l’instabilità finanziaria complessiva resta il segno dominante nel medio periodo, e non c’è bisogno di un vero e proprio default di uno Stato per accenderne la miccia. A scriverlo in una recente ricerca sono Fabio Panetta, capo del Dipartimento addetto alle previsioni economiche e monetarie di Bankitalia, e il suo vice Giuseppe Grande. Prosegui la lettura…
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Negli Stati Uniti è partito il grande dibattito (vedi l‘impostazione che ne dà Morgan Stanley) intorno a se confermare i tagli alle tasse introdotti da Bush e che il Congresso approvò solo “a tempo”, con scadenza al dicembre 2010. E il dibattito si innesta su richieste sempre più corpose di una nuova manovra di finanza pubblica con massiccio debito aggiuntivo, per sostenere l’economia. Non è un confronto che riguarda solo gli USA, ma l’exit strategy mondiale dalla crisi. La scelta americana su fisco e spesa pubblica avrà effetti complessivi. Perché a sua volta si innesta su una ripresa mondiale che nel secondo trimestre 2010 ha cambiato passo rispetto al primo, rivelatosi insostenibile. Tanto è vero che l’indice PMI degli ordini esteri globali è in frenata nella seconda metà 2010 rispetto alla prima, a luglio la previsione era su 54,4 (oltre quota 50 significa espansione) rispetto al 58,1 del primo semestre. E’ l’effetto combinato dell’atterraggio morbido della Cina, e dell’esaurimento progressivo dell’effetto aiuti pubblici negli USA. Il primo fattore merita un voto positivo. Il secondo, no. Prosegui la lettura…
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Riceviamo da Leonardo Baggiani (IHC) e volentieri pubblichiamo
La crisi greca ha risvegliato uno dei cavalli di battaglia degli euro-scettici: l’impossibilità di “svalutazioni competitive”. L’Italia è campata nello SME fino all’euro, grazie (“grazie” si fa per dire) alla possibilità di ridurre periodicamente il valore della lira rispetto alle altre valute. Così come il gioco sul cambio era una spia di certi squilibri interni, riuscire a valutare “quanto” dovremmo svalutare oggi l’euro potrebbe rivelare qualcosa dello stato di salute dei vari Paesi. Prosegui la lettura…
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Venerdì 25 maggio alle 5.40 del mattino ora di Washington, dopo una stressante maratona di 48 ore pressoché in continuata, Camera e Senato degli Stati Uniti hanno chiuso l’accordo per una comune versione del Financial Bill, la riforma delle regole banco-finanziarie attesa da 21 mesi. Passerà alla storia come il Dodd-Frank Act, visto che il più del lavoro di coordinamento e mediazione è stato svolto dal deputato del Massachussetts Barney Frank, e da Chris Dodd capo della commissione Finanze del Senato. Non è un ottimo biglietto da visita. Si tratta infatti di due paladini storici di Fannie Mae e dei mutui facili di Stato, nonché delle grandi banche d’investimento USA, il cui modello di intermediazione ad alta leva e bassa congruità patrimoniale, grazie agli errori dei regolatori, ci ha regalato la più grave crisi dal secondo dopoguerra. Prosegui la lettura…
Oscar Giannino Borsa, credito, finanza, Stati Uniti, ue banche, Barack Obama, Cina, Fed, Stati Uniti, unione europea
Il salone dell’auto di Pechino in questi giorni ha come sfondo notizie da corsa all’oro. L’aumento del 46% di auto e pickup venduti in Cina nel 2009 con l’affermazione come primo mercato mondiale a 13,6 milioni di unità, l’ulteriore crescita di un buon 20% attesa quest’anno e, se il credito cinese tiene, anche negli anni a venire a questi ritmi, producono sviluppi che hanno dell’incredibile. Dietro i numeri da sbornia, il governo cinese con un disegno di pianificazione che promette di essere spietatamente efficiente, e che molti in Europa – noi no – invidiano. Prosegui la lettura…
Oscar Giannino auto, liberismo, mercato auto, Cina, germania, Stati Uniti
Negli scorsi giorni, ha provocato un certo rumore la decisione del supermercato più famoso al mondo, Wal-Mart, che in un suo negozio della Louisiana ha abbassato a 3 dollari il prezzo di Theresa, la versione afro-americana della Barbie, che costa invece 5,93 dollari. L’eco della notizia è rimbalzato fino al nostro paese, trovando spazio anche sul Corriere e su La Stampa, la quale lascia che siano le parole di una attivista a spiegare le – o meglio la – ragione dello scontento di alcuni. Così facendo, si sostiene, Wal-Mart sminuirebbe il valore delle “persone di colore”. È veramente questo il caso? Parrebbe davvero strano che un grande supermercato “calmierasse” i propri prezzi, per esprimere un (di per sé, inopportuno e insostenibile) giudizio di carattere razziale. Prosegui la lettura…
Marco Mura Diritti individuali, mercato, pensiero, Senza categoria, Stati Uniti barbie, razzismo, Stati Uniti, theresa, USA, wal-mart
Qualche giorno fa Paul Krugman sentenziò sulle pagine del New York Times che gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare dall’Europa (“Learning from Europe”), un’economia dinamica quanto quell’americana – a detta dell’economista liberal – che avrebbe dimostrato come “la giustizia sociale ed il progresso possono andare mano nella mano”. Per Krugman è solo un vecchio luogo comune quello che dipingerebbe la socialdemocrazia europea come un modello economico rigido, lento e decadente. Prosegui la lettura…
Piercamillo Falasca liberismo, mercato, welfare Europa, Krugman, Stati Uniti, welfare
Oggi Obama ha presenziato alla consegna del suo Nobel per la Pace. È la prima volta nella storia che si vince un premio di quella importanza prima di aver dimostrato nei fatti di meritarlo. Naturalmente, ha “dovuto” parlare da comandante in capo del più grande Paese del mondo attualmente impegnato in ben due guerre. E il succo a questo proposito sta in questa citazione dal discorso che ha pronunciato:
I face the world as it is, and cannot stand idle in the face of threats to the American people. For make no mistake: evil does exist in the world. A non-violent movement could not have halted Hitler’s armies. Negotiations cannot convince al Qaeda’s leaders to lay down their arms. To say that force is sometimes necessary is not a call to cynicism – it is a recognition of history; the imperfections of man and the limits of reason.
Non so quanto i pacifisti possano dirsene soddisfatti. In ogni caso, a un anno dalla trionfale elezione alla Casa Bianca, il realismo ha preso le sue belle vendette sull’idealismo della campagna elettorale. Per gli interessati, ecco un mio personale bilancio di un anno di Obama in politica estera. Avviso: vista la materia, è un po’ lungo.
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Secondo la Casa Bianca (si veda questo articolo del Wall Street Journal), il pacchetto degli “stimoli” economici predisposti dall’amministrazione avrebbe creato 640 mila posti. Tutto bene? Non direi. Bisognerebbe infatti poter valutare – ed è operazione oggettivamente impossibile – quanti posti non sono nati o sono andati perduti a causa dal gigantesco meccanismo redistributivo che è stato messo in atto per reperire le risorse necessarie.
Ad ogni modo, affermare trionfalisticamente che l’azione governativo ha “creato” quei posti di lavoro significa imbrogliare la gente, se non indica anche il saldo tra quei nuovi impieghi e quelli “distrutti” dalla stessa azione pubblica. Per giunta, considerato che il costo complessivo degli stimoli è di 787 miliardi di dollari, come ricorda il Wall Street Journal, certamente si può sostenere che ogni posto sia costato più di un milione di dollari. Non pare davvero un affare. Prosegui la lettura…
Carlo Lottieri Senza categoria Barack Obama, demagogia, Stati Uniti, stimoli
Con la clamorosa sconfitta della candidatura di Chicago alle olimpiadi del 2016, la coppia Obama (Michelle + Barack) subisce una prima pesante sconfitta simbolica. La cosa va segnalata perché è del tutto evidente che quello obamiano è un fenomeno essenzialmente mediatico-politico, basato quindi su adesioni che esigono il persistere di un’immagine vincente. Ora che il processo di selezione per i giochi olimpici non ha assecondato le attese della coppia più celebre e potente del pianeta, la sensazione è che il clima da idillio possa svanire. Prosegui la lettura…
Carlo Lottieri liberismo, Senza categoria liberismo, Obama, riforma sanitaria, Stati Uniti