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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Stati Uniti</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>L&#8217;Europa affonda, l&#8217;Italia pure</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 10:49:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Europa affonda. Questo è quanto si puó comprendere dalla bocciatura da parte di Standard &#38; Poor&#8217;s che ha abbassato il rating sul debito di ben nove Paesi dell&#8217;Unione Europea. Una strage di bocciature che non colpisce solo il Sud dell&#8217;Europa, ma è arrivata fino all&#8217;Austria. Alcuni Paesi che potevano pensare di restare tranquilli, evidentemente non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Europa affonda. Questo è quanto si puó comprendere dalla bocciatura da parte di Standard &amp; Poor&#8217;s che ha abbassato il rating sul debito di ben nove Paesi dell&#8217;Unione Europea. Una strage di bocciature che non colpisce solo il Sud dell&#8217;Europa, ma è arrivata fino all&#8217;Austria. Alcuni Paesi che potevano pensare di restare tranquilli, evidentemente non potranno continuare a beneficiare dell&#8217;&#8221;effetto Germania&#8221;.</p>
<p>Il caso piú forte, mediaticamente parlando, è certamente la perdita della tripla A da parte della Repubblica Francese. A dire il vero, tale bocciatura era ampiamente aspettata dal mercato, poichè erano mesi che si sussurrava di questo downgrading.</p>
<p><span id="more-11207"></span>La Francia ha ormai un rapporto del debito sul prodotto interno lordo superiore alla media europea e nel medio periodo, senza manovre molto dure, questo valore potrebbe sfondare quota 100. Il debito francese rischia dunque di pareggiare il proprio PIL.</p>
<p>Quel che preoccupa i mercati è anche l&#8217;esposizione delle principali banche francesi nei confronti del debito sovrano di molti Paesi del Sud dell&#8217;Unione Europea; e sono proprio questi ultimi Stati a soffrire maggiormente. La bocciatura di S&amp;P è di addirittura due scalini per quanto riguarda Italia, Spagna e Portogallo, oltre a Cipro.</p>
<p>Ma quali sono le principali motivazioni del downgrading? Nelle settimane e mesi scorsi chicago-blog aveva presentato tutte le problematiche irrisolte dell&#8217;Unione Europea. Troppo pessimisti? Evidentemente no. </p>
<p>La mancanza di una risposta seria da parte della UE è il primo problema.</p>
<p>Sinteticamente: troppe promesse e nessuna azione. Sono quasi due anni che è scoppiato il caso Grecia e ancora si parla di sospensione del credito internazionale al Paese Ellenico per mancanza del rispetto delle condizioni da parte del Governo Greco. L&#8217;Unione Europea non sta dimostrando di avere il polso duro per rispondere ad una crisi ormai tutta Europea.</p>
<p>Chi da la colpa agli Stati Uniti per questa crisi, sbaglia. È vero che la crisi dei subprime ha portato ad una recessione quasi globale, ma sono stati soprattutto i Paesi Europei a rispondere con un aumento impressionante del debito.</p>
<p>La maggior parte degli Stati  Europei hanno risposto con politiche keynesiane alla crisi, con la conseguenza di far esplodere il debito. Vi sono casi un po&#8217; diversi, quali ad esempio l&#8217;Irlanda, dove la crisi è fortemente legata al settore bancario ed è molto piú legata alla crisi subprime; tuttavia la crisi del debito è ormai un problema Europeo.</p>
<p>Guardando al nostro paese, la bocciatura dell&#8217;Italia non può sorprendere gli analisti. Bastava guardare l&#8217;andamento dello spread, stabilmente sopra i 500 punti rispetto ai bund tedeschi. Senza riforme serie e solo con una manovra Monti (quella di dicembre) fortemente recessiva e tassaiola, l&#8217;economia è destinata a precipitare.</p>
<p>È la ragione per cui bisogna agire velocemente e con forza verso un processo di privatizzazioni e liberalizzazioni. Non risolvono tutti i problemi, ma certo potrebbero aiutare l&#8217;Italia ad avere quella spinta all&#8217;economia di cui tanto si sente il bisogno.</p>
<p>È da almeno due decenni che l&#8217;Italia viaggia a ritmi di crescita del PIL di zero virgola qualcosa&#8230;quando è troppo è troppo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Indignados a Wall Street, Tea parties e media con gli occhiali</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 14:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Panorama Economy
I media italiani – in minor misura quelli europei – sono impazziti di gioia all&#8217;idea che gli indignados siano anche a Wall Street. Si sprecano i paragoni tra i protestatari nel distretto finanziario di New York e quelli di piazza Tahrir al Cairo, si inneggia al fatto che il cuore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Panorama Economy</em></p>
<p>I media italiani – in minor misura quelli europei – sono impazziti di gioia all&#8217;idea che gli indignados siano anche a Wall Street. Si sprecano i paragoni tra i protestatari nel distretto finanziario di New York e quelli di piazza Tahrir al Cairo, si inneggia al fatto che il cuore pulsante del malandato capitalismo finanziario mondiale registri finalmente grida come quelle riservate a Mubarak, Assad, Gheddafi o Ben Alì. Lasciamo perdere poi la ventata d&#8217;indignazione quando la polizia di New York, violato l&#8217;impegno da parte dei manifestanti di continuare a stare sui marciapiedi per non intralciare il traffico, ha per ore arrestato tutti coloro che trasgredivano. Manco si trattasse delle botte al G8 di Genova! Mentre a New York in caso di intralcio al traffico si viene fermati sì dalla polizia, ma rilasciati dopo poco con un biglietto pubblico di ammenda, che attesta la tua violazione e che resta nell&#8217;archivio che ti riguarda, dovesse far precedente a reati più seri della mera contestazione amministrativa. Per quel che conosco dell&#8217;America e di Nerw York, mi pare che l&#8217;enfasi di questi echi mediatici italo-europei scambi – capita spesso – ciò che si vede con ciò che si vorrebbe. <span id="more-10202"></span>Magari più avanti verrò smentito. Ma per il momento chiunque abbia girato con telecamere e notes tra i manifestanti a Wall Street ha documentato la classica somma iperindividualista e non coordinata delle fasce estreme di contestazione antisistema, che nel mondo politico americano non trovano praticamente espressione. Sostenitori dell&#8217;aliquota fiscale al 90% per i ricchi, nazionalizzatori di banche e finanziarie, abolizionisti non solo degli hedge fund ma pressoché di qualunque fondo d&#8217;investimento, altre consimili amenità. Naturalmente molti disoccupati vittime della crisi, e su questo c&#8217;è poco da ridere, in America come da noi. Mi è scappato da ridere vedendo nei filmati un manifestante che inalbera fiero il cartello “End the Fed!”: non so quanti capiscano al volo che si tratta senza dubbio di un iperlibertario e non di un comunista, visto che è il titolo del libro-manifesto di quell&#8217;ipermercatista di Ron Paul, che al Congresso presiede il comitato finanziario, sparando a zero contro gli eccessi del pubblico che gli indignados invocano.</p>
<p>Nicholas Kristof, editorialista liberal del New York Times e solidale con la protesta, dopo aver intervistato marciatori e attendati ha dovuto anch&#8217;egli ammettere sconsolato che tra loro non c&#8217;è al momento neanche l&#8217;ombra di un coordinamento rappresentativo, né un obiettivo credibile. Tant&#8217;è che nel videoditoriale  sul sito del giornale ci pensa lui, a dettare le priorità al movimento.La Tobin Taxsulle transazioni finanziarie che la buona Europa lei sì che pensa di introdurre, mentre Obama è contrario. L&#8217;abolizione degli sgravi ai dividendi azionari, che interessano oltre il 50% dei contribuenti americani e sostengono l&#8217;investimento di massa nel mercato finanziario ma sono odiosi a chi ha solo redditi da lavoro. L&#8217;abolizione delle agevolazioni d&#8217;imponibile per i gruppi multinazionali e per i fondi finanziari che operano all&#8217;estero. Più regolazione sul mondo finanziario e  bancario, ma non scritta dai fat cats delle banche d&#8217;affari, ancora una volta determinanti nella riforma approvata sotto Obama.</p>
<p>Lo scrittore Gay Talese ha solluccherato i nostri corrispondenti, dichiarando che lo scandalo vero è che i grandi giornali americani non si mettano alla testa della protesta come invece grazie a Dio capita in Europa, perché negli States sono troppo sensibili alle ragioni della business community.    Ma è anche questa un&#8217;esagerazione, visto che pure qui da noi non è che i grandi giornali siano in mano ai no global.</p>
<p>Le pillole che ricavo della protesta a Wall Street sono tre. Primo: al momento, nulla mette in discussione che la vera reazione di massa alla crisi finanziaria sia stata in America quella dei Tea Parties. Una reazione agli eccessi di mano pubblica come risposta alla crisi, però. E tanto forte e coordinata malgrado fosse popolare e fuori dai partiti da modificare in profondità profilo e fisionomia dei candidati repubblicani. Naturalmente, tutte cose che non esaltano i media europei. Secondo: i guai del modello d&#8217;intermediazione finanziaria “tuttodebito” restano eccome, ed è un segno pauroso dell&#8217;inadeguatezza della govenrance euro-americana, a 50 mesi dall&#8217;inizio della crisi sui mercati a giugno2007, a3 anni dal crac Lehman, a 2 anni dalle elezioni greche. Ma obiettivamente &#8211; terza pillola -  quei guai e i loro rimedi auspicabili son cosa molto diversa dal più tasse e più spesa pubblica invocati dagli ipersemplificatori di tutti i continenti, siano essi militanti politici e sindacali come in Europa, o cani sciolti come in America.</p>
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		<title>L&#8217;Europa che se la prende con gli Usa: ri di co la</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 16:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Panorama Economy
Anche oggi Jean Claude Juncker, presidente dell&#8217;Eurogruppo, ha tuonato : &#8220;no a lezioni che ci vengono da Oltreoceano!&#8221; L&#8217;euroarea se la prende con gli americani. Perché questi sono increduli e imbufaliti, a tre anni da Lehman, che l&#8217;Europa stia regalando una nuova crisi banco-finanziaria al mondo intero. Ma l&#8217;Europa ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Panorama Economy</em></p>
<p>Anche oggi Jean Claude Juncker, presidente dell&#8217;Eurogruppo, ha tuonato : &#8220;no a lezioni che ci vengono da Oltreoceano!&#8221; L&#8217;euroarea se la prende con gli americani. Perché questi sono increduli e imbufaliti, a tre anni da Lehman, che l&#8217;Europa stia regalando una nuova crisi banco-finanziaria al mondo intero. Ma l&#8217;Europa ha torto. Torto marcio. <span id="more-10145"></span>Quando a Marsiglia, al G7, un mese fa il segretario al Tesoro americano Tim Geithner si è duramente rivolto agli europei chiedendo loro se fossero impazziti, a gettarsi a capofitto in una crisi dell&#8217;euro che riaccendeva il contagio bancario mondiale post Lehman, molti in Europa hanno fatto spallucce. Quando Geithner si è presentato furibondo all&#8217;Ecofin due settimane fa, i tedeschi gli hanno risposto con grande durezza, replicando che non prendevano lezione dal Paese che 4 anni fa ha regalato con le sue banche la crisi finanziaria al mondo intero. Quando, nell&#8217;ultimo fine settimana, al Fmi di Washington, Geithner è quasi uscito dai gangheri, e ha usato nei confronti dell&#8217;irresponsabilità e delle divisioni europee parole fuori da ogni convenzione e misura diplomatica, la musica è cambiata. Perché a far eco e coro a Geithner erano tutti i Brics nessuno escluso, non dico Cina India e Brasile ma financo la Russia. E anche lo stesso Fmi di Christine Lagarde cantava la stessa canzone.</p>
<p>Forse è il caso di riflettere, sullo stato dei rapporti tra Stati Uniti ed euroarea. Personalmente rifuggo da ogni stereotipo schimittiano tanto caro invece a moltissimi politici e intellettuali europei. “La storia del mondo è la storia della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime”, scriveva Carl Schmitt nel suo <em>Terra e mare</em>. Il Mare inteso come la negazione della differenza, la Terra come variazione e difformità. La Terra divisa dai confini tracciati dall’uomo. Il Mare permanentemente instabile. Il Mare come caos. La Terra come gerarchia e ordine. Il Mare come il Capitale, la Terra come il Lavoro. Il Lavoro crea, il Capitale distrugge. Molti europei continuano a leggere la crisi finanziaria secondo tale iperconservatore criterio di lettura. Sopo le potenze del Mare, gli Stati Uniti eredi dell&#8217;Impero britannico, ad aver dato origine e sostegno &#8211; fino a imporlo in tutto il mondo &#8211; al modello d&#8217;intermediazione finanziaria ad alta leva e bassa congruità patrimoniale che è esploso, trascinando il mondo intero nella crisi. L&#8217;esasperato <em>greed</em> dei banchieri e finanzieri “modello americano” riproporrebbe la “classica” contrapposizione tra lo spirito comunitario prussiano e l&#8217;individualismo inglese, proposto tanto tempo fa da Oswal Spengler nel suo <em>Tramonto dell&#8217;Occidente</em>. Con la differenza che il presunto “superiore modello di civiltà europeo” &#8211; basato su welfare e diritti, alta spesa pubblica e alto prelievo fiscale – prende il posto della buona vecchia Prussia militarista di un tempo, usata da Spengler come emblema dell&#8217;olismo continentale rispetto allo sfacciato e anomico individualismo anglossasone. Da noi l&#8217;istinto potente a ordinamenti statali e comunitari, da loro l&#8217;istinto predone dei mari, pronto al bottino e mai all&#8217;equa distribuzione.</p>
<p>Sono pure fesserie, s&#8217;intende a modesta opinione di chi scrive. Almeno nel mondo d&#8217;oggi, non più in quello del Terzo Reich. Il modello d&#8217;intermediazione finanziaria “americano” è stato condiviso dalle banche francesi e tedesche, e non solo da loro. La differenza è che nel post Lehman l&#8217;Europa poteva insinuarsi nel rapporto tra Usa e Brics proponendo una riforma decisa del peg tra le due monete, ma non l&#8217;ha fatto. Come non è stata capace di battersi per un riequilibrio delle bilance dei pagamenti e commerciale, come non ha proposto che gli aiuti ai Paesi affetti da squilibrio vedessero il contributo essenziale di quelli in attivo. Non paga di non aver fatto nulla di tutto ciò, l&#8217;euroarea ha anche dimenticato che il 38% dei 16,5 trilioni di dollari impiegati dalla Fed in acquisti e prestiti a tasso zero a istituzioni bancarie di tutto il mondo è stato destinato proprio a banche europee.</p>
<p>Questi errori dipendono dal fatto che gli statisti europei sono divisi tra loro, dunque incapaci di una visione che li accomuni in grandi iniziative di riequilibrio sulla scena mondiale della potenza economica e finanziaria, cioè politica. Alla fine, da due anni l&#8217;Europa ha aggiunto come effetto della propria divisione anche la crisi dell&#8217;eurodebito, sfuggita di mano fino a rialimentare lo spettro del contagio bancario mondiale apparso nel settembre 2008. Non sono affatto convinto che “l&#8217;America ha sempre ragione”. E&#8217; vero che nel selling che deprime l&#8217;euroarea &#8211; a parte questi giorni di euforia per il fondo salva-Stati da 3mila miliardi annunciato a Washington, che però non c&#8217;è! &#8211; opera un enorme deflusso di capitali americani, e che negli Usa si nega la provvista di capitali overnight a istituti europei. Ma l&#8217;Europa non ha titoli per prendersela che con se stessa.</p>
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		<title>Tre buone ragioni di tempesta, e no alla patrimoniale</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 18:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggii, un&#8217;altra botta clamorosa sulle Borse europee. Milano ha perso il 6,6%, ma sia Francoforte sia Parigi sia Madrid hanno perso ben oltre il 5%. Da inizio settimana, sui mercati finanziari europei si è spezzato l&#8217;incantesimo che vedeva i cali concentrati soprattutto sulle piazze eurodeboli. Da inizio anno, alla chiusura di venerdì scorso l&#8217;indice italiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggii, un&#8217;altra botta clamorosa sulle Borse europee. Milano ha perso il 6,6%, ma sia Francoforte sia Parigi sia Madrid hanno perso ben oltre il 5%. Da inizio settimana, sui mercati finanziari europei si è spezzato l&#8217;incantesimo che vedeva i cali concentrati soprattutto sulle piazze eurodeboli. Da inizio anno, alla chiusura di venerdì scorso l&#8217;indice italiano FTSE MIB perdeva il 20%, ma il Dax30 di Francoforte solo il 9%, e il Cac40 di Parigi il 14%. Dopo l&#8217;abbassamento del rating al debito pubblico americano lo scorso fine settimana, i mercati europei hanno solo tirato un momentaneo sospiro di sollievo alla notizia che le banche centrali, FED e BCE d&#8217;accordo, avrebbero preso a comprare i titoli del proprio debito pubblico per sostenerne i corsi. Ma subito dopo, come puntualmente avevamo avvisato i lettori domenica stessa, ecco che i mercati hanno ripreso o a picchiare. E questa volta la novità è che non fanno sconti a nessuno, tedeschi e francesi in testa, oltre naturalmente a Wall Street, che inanella ribassi simili solo a quelli del 2008, subito successivi al crac di Lehman Brothers. Purtroppo, era una facile profezia. Perché a spingere con questa forza al ribasso i mercati – spesso verso quotazioni che da tempo non hanno alcun riscontro nei fondamentali di banche e società quotate, che vedono la propria capitalizzazione scendere verso abissi del tutto ingiustificati &#8211; è la forza congiunta di tre fenomeni oggettivi, la cui importanza è tale da suopravanzare le legittime proteste di chi vede il proprio valore depresso a frazioni dei mezzi propri scritti nei libri patrimoniali.<span id="more-9883"></span> Il primo di questi fenomeni è la radice stessa della crisi nata nell&#8217;estate del 2007 ed esplosa nell&#8217;autunno 2008, e ha a che vedere con il modello di intermediazione finanziaria praticato globalmente. La crisi è nata perché per una ventina d&#8217;anni tecniche e prodotti finanziari sempre più raffinati hanno sostenuto l&#8217;eccesso di debiti privati del mondo anglosassone abbattendo il rischio di solvibilità dell&#8217;emittente indebitato e quello patrimoniale del prenditore-creditore, sostituendolo con rating finanziari elevati dell&#8217;intermediario che rivendeva tranche di debiti rendendo impossibile capire che che cosa davvero si trattasse. E riassicurandosi a propria volta attraverso prodotti finanziari derivati trattatiu fuori dai mercati regolamentati. Esplosa la crisi, si è detto per un bel po&#8217; che occorreva rivedere dalle fondamenta quel modello, e scrivere regole comuni tra America, Europa e Asia, volte a impedire che il sistema bancario si paralizzasse, nell&#8217;incertezza ciascuno di che cosa avesse in pancia l&#8217;altro. Quella riscrittura di regole non è in realtà mai avvenuta. Non è un caso che misuriamo la rischiosità del debito pubblico dei diversi Paesi europei non pesando gli attivi patrimoniali che garantiscono il pagamento dei debiti -nel caso dell&#8217;Italia l&#8217;attivo pubblico supera larghissimamente la consistenza pur ingentissima del debito – bensì attraverso l&#8217;andamento di un contratto derivato di riassicurazione, il Sovereign Credit Default Swap. E la finanza continua allegramente a realizzare i più dei propri proventi con tecniche de tutto analoghe a quelle che ci hanno regalato la crisi. I prodotti derivati valgono da soli almeno sette o otto volte il Pil mondiale, si calcola. E l&#8217;idea che comunque le banche vengono salvate dagli Stati, la via che è stata seguita per quelle “troppo grandi per fallire”, ha finito per incoraggiare l&#8217;azzardo morale invece di sradicarlo. L&#8217;Europa ha una responsabilità pesante: occorreva incalzare molto di più l&#8217;America, che è all&#8217;origine del problema, sfidndo l&#8217;Amministrazione Obama a essere molto meno “catturata” dai grandi istituti finanziari americani, che restano leader mondiali. Il secondo enorme problema è invece l&#8217;esplosione del debito pubblico. Un&#8217;esplosione che è avvenuta tanto sulla riva europea dell&#8217;Atlantico, quanto su quella americana. La politica ha risposto a una crisi assai diversa da quella del 1929 – quella una crisi di liquidità monetaria , questa una crisi di solvibilità fiduciaria – con le armi apprese negli anni Trenta, cioè facendo vertiginosamente salire spese e debiti pubblici. Obama ha portatop la finanza pubblica stastunitnse su tracciati che sono nel prossimo quindicennio incompatibili con la pressione fiscale a cui l&#8217;America è abituata. In Europa, i deficit sono esplosi quasi dovunque. Noi e i tedeschi abbiamo fatto eccezione, ma il guaio italiano era pre esistente, il debito pubblico era già altissimo, e in queste condizioni di pressione fiscale già elevatissima non riusciamo a crescere più. La frustata all&#8217;America con la perdita della sua tripla A a garanzia del debito ha svelato che il re è nudo. E il problema non è solo di medio periodo, perché automaticamente i mercati mandano al ribasso tutte le banche che sono piene di titoli pubblici europei e americani. Se l&#8217;America perde la tripla A è ragionevole che lo stesso debba presto avvenire alla Francia, ed ecco perché ieri Societé Generale ha perso a Parigi fino al 20% e Sarkozy ha dovuto precipitosamente interrompere le proprie vacanze. Il terzo problema, infine, è il rallentamento della ripresa mondiale, in corso dall&#8217;inizio dell&#8217;anno e in via purtroppo di rafforzamento. L&#8217;America stenta e torna a riaffacciarsi l&#8217;incubo recessione perché bisognerà incidere il coltello in migliaia di miliardi di dollari di trasferimenti pubblici. La Cina deve ricalibrare la sua crescita al 10% annuo per evitare surriscaldamenti del suo credito interno e del sistema bancario. L&#8217;Europa da 20 mesi non decidendo un meccanismo comune di sicurezza ha approfondito il divario tra chi cresce di più e chi quasi zero, col risultato che oggi anche il campione tedesco vede diminuire il tasso di crescita del suo export. Certo, non siamo morti dal 2008 a oggi, e anche oggi non siamo a rischio di sopravvivenza. Ma queste tre grossi problemi sono uno spietato atto d&#8217;accusa che i mercati muovono alla grande politica mondiale. Per questo, ai lettori bisogna dire la verità. La tempesta non è finita. E ai politici bisogna chiedere regole nuove per i mercati finanziari, molto meno debito pubblico, e capacità di saper incidere nei troppi miliardi di spesa pubblica che con la crescita non c&#8217;entrano niente, invece di pensare a nuove tasse correnti o patrimoniali.</p>
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		<title>Il debito americano, il declino e la Cina</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 11:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La visita del presidente cinese Hu Jintao a Washington domani non poteva avvenire con una premessa più chiara, visto che in un&#8217;intervista scritta al Wall Street Journal di ieri ha annunciato con tagliente durezza che l&#8217;era di un sistema monetario mondiale dominato dal dollaro “appartiene al passato”. E&#8217; un giudizio che ha seguito  solo di pochi giorni il monito di Moody&#8217;s e Standard&amp;Poor&#8217;s sul fatto che il debito federale Usa possa non solo perdere molto presto la sua “tripla a”, ma avvitarsi in una vera e propria prospettiva di default. E il default non è un timore tanto per dire, visto che ancora pochissimi giorni prima il presidente del Council of Economic Advisors del presidente Obama, Austan Golsbee, ha rivolto alla Camera dei rappresentanti ora a maggioranza repubblicana un&#8217;accorata implorazione ad alzare il più pesto possibile il tetto del debito pubblico federale Usa oltre la soglia attuale, che è a 14.300 miliardi di dollari, visto che il debito corrente è già oltre quota 13.900 e in pochi mesi  la situazione potrebbe evolvere non verso il default sostanziale, ma il default tecnico secondo le leggi contabili degli USA.<span id="more-8042"></span></p>
<p>Tenete conto che il portavoce della Camera, il repubblicano John Boehner, ha risposto che non è affatto sicuro di riuscire a convincere i suoi colleghi di partito. E che il 70% dei cittadini americani, negli ultimi sondaggi, si dichiara fantasticamente favorevole al default tecnico. Dico fantasticamente perché è un giudizio che la dice lunga su che tipo di contribuenti siano gli americani: di fronte a politici che non riescono a fermare la spirale compulsiva del debito e del deficit pubblico, a differenza degli italiani che continuano a credere che il problema a sia l&#8217;evasione fiscale gli americani preferiscono il crac. Almeno ferma l&#8217;orologio del debito, e addossa ai politici la chiara responsabilità del disastro, una volta per tutte nella storia.</p>
<p>Del resto quando si tratta di debito e deficit anche i politici americani non sono poi troppo diversi dai nostri. Tendono a mentire. Golsbee ha detto infatti che il default va evitato perché sarebbe “senza precedenti nell&#8217;intera storia americana”. E ha mentito sapendo di mentire, poiché non è uno sprovveduto. Basta leggere il meraviglioso <em>This Time Is Different</em> scritto dai due bravissimi economisti  Carmen Rheinart e Kenneth Rogoff, che confutano il più delle balle raccontate in questi anni sul fatto che la grande crisi aperta nel 2007 è appunto “senza precedenti”, per ricordare che di default del debito americano ne sono avvenuti nel 1790, e in quel caso fu particolarmente grave perché il debito era detenuto all&#8217;estero sulle maggiori piazze di allora; nel 1933, e in quel caso erano obbligazioni denominate in oro detenute da cittadini e istituzioni finanziarie private americane; nonché nella crisi del 1841-42 fallirono ben 9 Stati dell&#8217;Unione; e in quella del 1873-74 altri 10 (motivo per il quale molti Stati hanno meccanismi automatici frena-debito che tuttavia non evitano esplosioni come quelli della California, per cui il Tesoro federale nella legislazione americana non ha obbligo di ripianare i debiti locali: cosa anch&#8217;essa che sembra a me molto positiva, e che dovrebbe valere per le nostre Autonomie, così i signori politici starebbero ben più attenti).</p>
<p>Né le previsioni così fosche sono esclusive delle agenzie di rating e della Casa Bianca. Il debito pubblico americano era di 425 miliardi di dollari nel 1970, meno del 40% del Pil di allora. Ai 14 mila miliardi di dollari federali attuali vanno per correttezza e completezza aggiunti i circa 7mila miliardi di debiti pubblici statali, delle Contee e delle municipalità americane attualmente in essere, e di conseguenza il debito pubblico statunitense è in realtà nell&#8217;ordine del 130% del PIL. Stiamo parlando di un aggregato sul Pil ben maggiore di quello della Grecia, e anche se naturalmente la forza e gli asset dell&#8217;economia americana sono incommensurabilmente superiori, sta di fatto che la Grecia ha dovuto avviare un piano severissimo di rientro, l&#8217;America non ci pensa nemmeno e Paul Krugman e mezzo partito democratico tutti i giorni ripetono che anzi bisogna indebitarsi di più.</p>
<p>Hu Jintao ha una certa massiccia dose di ragione, a pensare che in tale situazione è consigliabile che il dollaro tenga basse le penne, visto che il maggior creditore degli Usa è la Cina. Immaginando che la Cina continui a crescere non del 10% annuo ma “solo” del 7,5%,e  che gli Usa crescano continuativamente almeno del 2,5% il sorpasso del Pil cinese su quello americano intorno a quota 20 trilioni di dollari avverrà  nel 2019. E se anche gli Usa crescessero di qui ad allora del 5%, avverrebbe comunque nel 2022.  Il 2 gennaio scorso il talentuoso storico britannico dell&#8217;economia trapiantato ad Harvard, Niall Ferguson, ha tenuto per la tv australiana una bombastica <a href="http://fora.tv/2010/07/28/Niall_Ferguson_Empires_on_the_Edge_of_Chaos#Niall_Ferguson_Will_Debt_Trigger_the_Collapse_of_the_US" target="_blank">conferenza </a>sul declino inevitabile della potenza americana: &#8220;la cosa più grave non è il debito galoppante americano,  ma il fatto che nessuna credibile strrategia di sua riduzione sia attualmente in agenda&#8221;. Ed è lo stesso titolo di <a href="http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/01/02/think_again_american_decline?page=0,4" target="_blank">uno</a> dei saggi a forma di Gideon Rachman sull&#8217;ultimo numero di Foreign Policy. Leggete: gli americani sono critici molto più spietati del loro debito di quanto siamo noi a casa nostra.</p>
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		<title>Perché da noi si mistificano i Tea Parties</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 15:55:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Ancora una volta, negli Stati Uniti il pendolo elettorale si è potentemente spostato. E ancora una volta lo ha fatto in una maniera che in Italia e nel più dell&#8217;Europa continentale risulta incomprensibile. Ve ne fornisco una modesta riprova. 
Ho condotto un&#8217;indagine registrando sul mio pc 276 articoli dell&#8217;intero spettro della stampa quotidiana nazionale e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ancora una volta, negli Stati Uniti il pendolo elettorale si è potentemente spostato. E ancora una volta lo ha fatto in una maniera che in Italia e nel più dell&#8217;Europa continentale risulta incomprensibile. Ve ne fornisco una modesta riprova. <span id="more-7534"></span></p>
<p>Ho condotto un&#8217;indagine registrando sul mio pc 276 articoli dell&#8217;intero spettro della stampa quotidiana nazionale e locale italiana dal manifesto a Libero e comprese 15 testate locali più importanti, articoli dedicati alla presentazione delle elezioni di midterm  nella settimana che ha preceduto le consultazioni, e oltre 350 nei tre giorni successivi, a commento del risultato. In queste elezioni la grande novità è rappresentata dalla storia e dalla posizione dei Tea Parties, che hanno invertito la polarità come il Contratto con l&#8217;America di Newt Gingrich fu la base del lunghi anni di Congresso repubblicano, da metà mandato di Clinton fino alla rivincita democratica sotto Bush figlio. Ebbene, su un totale di oltre 600 articoli, circa 480 davano conto dei Tea Parties come una rete potentemente sostenuta dalle grandi corporations, pressoché agli ordini o quanto meno astutamente strumentalizzata da Karl Rove – il mago della mobilitazione repubblicana sotto Bush padre e figlio – nonché come un movimento in cui abbondavano pazzi e spostati, razzisti del Sud armati fino ai denti, antiabortisti visionari e ballisti predicatori di castità  come Christine O&#8217;Donnel, che ha finito per perdere disastrosamente in Delaware. Dettagliate e più corrette – a mio giudizio, naturalmente, non ho alcuna pretesa di parlare a nome di presunte “verità” &#8211; ricostruzioni dei Tea Parties come movimento che nasce si diffonde localmente, come protesta spontanea dal basso innanzitutto contro le politiche stataliste e salvabanche seguite da Bush figlio ben prima ancora che Obama vincesse le elezioni, prima del voto sono state offerte ai lettori italiani a malapena in una cinquantina di articoli, meno cioè del 10%.</p>
<p>Solo all&#8217;indomani  del voto, la percentuale di analisi meno estreme dedicate ai Tea Parties si è leggermente equilibrata, soprattutto grazie a vittorie di personaggi di spicco come Marc Rubio in Florida, comunque descritto come politico di lungo corso abile nel cavalcare la protesta ma estraneo alla vera natura del movimento. Gli accenti già mutavano quando si passava alla descrizione di Rand Paul, il giovane oftalmologo vittorioso grazie soprattutto al fatto di essere figlio di Ron Paul, figura di riferimento dell&#8217;elettorato libertario pronto anche a candidarsi come indipendente nella gara per le ultime presidenziali, con proposte che in Europa lo fanno passare come matto quali l&#8217;abolizione della FED e il ritorno in sua vece al regime del gold standard. Tra parentesi, nella nuova  Camera dei Rappresentanti a nettissima maggioranza repubblicana è proprio Ron Paul, il candidato senior repubblicano numero uno alla carica di presidente del sottocomitato alla politica monetaria che è l&#8217;interfaccia parlamentare al quale la FED di Bernanke risponde direttamente, visto che nell&#8217;ordinamento americano l&#8217;autonomia e l&#8217;indipendenza del regolatore monetario non lo sottrae a  uno stretto regime di audizioni parlamentari, nelle quali i congressmen passano al setaccio le decisioni e gli orientamenti della banca centrale.</p>
<p>Commentando il voto nel mio appuntamento quotidiano con gli ascoltatori di Radio24, ho chiesto esplicitamente al direttore della Stampa, Mario Calabresi, che sul suo giornale insieme al Foglio di Giuliano Ferrara a mio personalissimo giudizio ha dato le informazioni più estese e corrette sui Tea Parties, se non pesasse un pregiudizio tutto italiano e per molti versi europeo, nel leggere i fenomeni spontanei della società americana attraverso lenti deformanti e spesso addirittura caricaturali.  Mi ha risposto di sì, che anche nella sua esperienza di corrispondente dagli USA aveva spesso toccato con mano che questo pregiudizio c&#8217;è eccome.</p>
<p>Non è questione di malafede, o di voler artatamente   leggere la politica americana con l&#8217;occhio italiano ed europeo, che è abituato a considerare i partiti politici come unici veri attori della politica e, di solito, con una forza o un polo a maggioranza moderato-cristiano alla quale si oppone un grande partito o un&#8217;alleanza progressista-socialista.  Un doppio binario che negli States è fuorviante: perché lì la mobilitazione dal basso indipendentemente dai partiti è costitutiva dell&#8217;idea stessa dell&#8217;Unione, il socialismo non c&#8217;è mai stato, e l&#8217;impronta religiosa e cristiana vive e influenza pesantemente entrambe le basi e le dirigenze sia democratiche sia repubblicane, con accenti diversi ma a volte assolutamente trasversali su temi come l&#8217;aborto, la bioetica e la ricerca sulle cellule staminali.</p>
<p>C&#8217;è qualcosa di più profondo ancora del vizio politologico. E&#8217; un difetto culturale, quello che  tanto spesso ci impedisce di capire l&#8217;America profonda. Perché siamo pronti a comprendere l&#8217;America liberal, quella delle élite accademiche, mediatiche e e degli affari della costa orientale come californiana che da sempre costituiscono il bastione del pensiero progressista americano, favorevole all&#8217;intervento pubblico e alle politiche redistribuzioniste, alla forte impronta statalista nella sanità come nel campo ambientale. Sono quelle èlite, sommate a un forte scontento per la guerra in Iraq e in Afghanistan,  che nel 2008 si mobilitarono per una riuscitissima campagna dal basso e di raccolta fondi online che risultò decisiva per la vittoria del primo presidente nero contro l&#8217;accoppiata McCain-Palin. Una vittoria della quale il primo fattore era l&#8217;elevata partecipazione al voto, perché tradizionalmente più si alza l&#8217;afflusso alle urne dei ceti a basso reddito, migliori diventano le chances dei democratici.</p>
<p>Ma come siamo tradizionalmente propensi ad avvertire l&#8217;impegno delle èlite progressiste americane come qualcosa di familiare a quanto avviene nella politica europea,  restiamo invece diffidenti e incapaci di capire una mobilitazione dal basso che non passa affatto dalle élite e che anzi le contesta apertamente, a cominciare dal campo conservatore e da quelle del partito repubblicano. E&#8217; esattamente questo il segno originale dei Tea Parties, che in tutti i sondaggi di cui i lettori italiani hanno letto poco o nulla hanno visto impegnati in maniera crescente elettori che si dichiaravano indipendenti fino a percentuali del 40%, meno lontani dai repubblicani ma comunque per un 16-17% dei casi dichiaratamente ex elettori democratici e non solo alle presidenziali per Obama,  ma tradizionalmente al Congresso o per governatori dello Stato.</p>
<p>Che cos&#8217;è, allora, a impedirci di capire l&#8217;anelito libertario prima che liberista che viene espresso questa volta dai Tea Parties, ma che è una componente permanente e ricorrente dell&#8217;impegno civile  americano fuori dai partiti e dalla lobbies, siano delle grandi banche che da decenni si sono “comprate” il regolatore USA odelle grande compagnie di ogni genere e settore, dal petrolio agli armamenti, dall&#8217;auto a Internet? Essenzialmente tre cose, tre valori, tre princìpi che sono fondanti per decine di milioni di americani nella loro vita quotidiana, prima ancora di ogni giudizio politico sull&#8217;amministrazione temporaneamente in carica. I tre princìpi riguardano la proprietà, la libertà e l&#8217;eguaglianza. Per moltissimi americani, queste tre parole hanno e manterranno un significato profondamente diverso da come suonano ormai a noi italiani ed europei.</p>
<p>Per noi, la libertà non è più minacciata da alcuna tirannide, e la proprietà privata costituisce  non più un bene da affermare come diritto naturale pre esistente a qualuqnue pretesa dell&#8217;ordinamento positivo, dello Srato e della politica. La proprietà privata ormai da tempo, nel nostro Paese e nella generalità dell&#8217;Europa continentale e scandinava, è anzi un limite sempre più pesante al perseguimento dell&#8217;eguaglianza. Per milioni di americani al contrario, anche tra coloro a bassissimo reddito e con le qualifiche più basse nel mondo del lavoro – ce n&#8217;è un&#8217;infinità nei Tea Parties, non sono ricchi avvocati o rancheros texani – la libertà è per sua stessa natura non egualitaria, perché gli esseri umani differiscono tra loro per forza, intelligenza, ambizione, coraggio e per tutti i più essenziali ingredienti che contribuiscono al successo. Come ha scritto Richard Pipes nel suo bellissimo “Proprietà e libertà”, le pari opportunità e l&#8217;eguaglianza di fronte alla legge  &#8211; nel senso enunciato da Mosè nel Levitico 24,22, “ci sarà per voi una sola legge per il forestiero e per il cittadino del Paese, poiché io sono il Signore vostro Dio” &#8211; sono non solo compatibili con la libertà, ma essenziali per la sua sopravvivenza. Ma la parità dei compensi e degli averi – tanto cara a noi &#8211; invece non lo è. Anzi essa è del tutto innaturale e pertanto raggiungibile solo attraverso la coercizione. E non c&#8217;è coercizione buona quando essa è esercitata in mille modi dagli incentivi e disincentivi pubblici o dalla fiscalità progressiva esercitata dallo Stato, perché al contrario tale coercizione stabilita e perseguita da chi esercita il potere per mandato elettorale risulta ancor più dispotica e inaccettabile di quella esercitata con la forza da un tiranno.</p>
<p>Per quei milioni di americani che si sono mobilitati nei Tea Parties gridando basta all&#8217;eccesso di debito pubblico acceso da Obama, ancora insufficiente per i liberals come Paul Krugman  e potentemente monetizzato dalla ossequiente FED di Bernanke, l&#8217;uguaglianza redistributrice  è subdola e inaccettabile perché alzerà ulteriormente le tasse, intaccherà ancor più gravemente le libertà naturali dell&#8217;individuo, attribuirà alle persone incaricate di garantirla una serie di privilegi   che li innalzeranno ancor più al di sopra del popolo.</p>
<p>Un intero filone della storia americana continua a considerare l&#8217;eguaglianza come primo e vero nemico della libertà. E diffida dello Stato e del suo welfare invasivo. Per quegli americani, i diritti economici di libertà indidividuale – cioè la proprietà, e questo spiega anche il diritto a portare armi &#8211; resteranno sempre più forti dei diritti civili a un equo trattamento stabilito dall&#8217;alto.  Per loro, la proprietà privata è l&#8217;essenza stessa della diseguaglianza, e al tempo stesso procurarsi una proprietà col successo personale è la più importante delle libertà.</p>
<p>L&#8217;Europa, dopo il crac della finanza ad alta leva che spingeva milioni di americani a procurarsi proprietà attraverso l&#8217;eccesso di debito, ha pensato che fosse venuto il momento di una vittoria epocale. Finalmente l&#8217;anelito proprietario e libertario americano era spezzato per sempre. Lo Stato e le sue politiche redistribuzioniste erano l&#8217;unica risposta, l&#8217;unica via alla civiltà che tempera l&#8217;individuo nel nome degli interessi generali. Che sciocca illusione roussoiana, questa europea.  I Tea Parties ci dicono il contrario. L&#8217;America profonda sa che crescerà più e meglio di noi con meno Stato o senza Stato tra i piedi. Come è sempre stato. Per questo, del resto, negli USA per ogni cittadino che vive solo del proprio ce n&#8217;è non più di 0,6 che percepiscono un qualche reddito integrato o corrisposto dal settore pubblico, mentre in Europa la percentuale è più che doppia da noi, tripla in Francia e quadrupla in Svezia. NOI Siamo figli dell&#8217;idealismo organicista, in chiave solidarista cristiana o socialista. La maggioranza degli americani ne resta immune.  Quando lo capiremo sarà sempre troppo tardi per noi. Perché, oltre a crescere meno, per questo errore culturale avremo anche subìto  più del giusto gli effetti di un&#8217;egemonia americana che, nel mondo nuovo, è soggetta sì a potenti ridimensionamenti. Ma portati dalla Cina, non dalla vecchia Europa  appesantita dalle sue illusioni.</p>
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		<title>Un tè con Oscar. Liveblogging</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 16:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessia Des Gursky</dc:creator>
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		<category><![CDATA[elezioni mid term]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Le  elezioni di &#8220;mid term&#8221; negli Stati Uniti sembrano destinate a  segnare  il percorso della Presidenza di Barack Obama e da più parti si  cerca di  valutare quale possa essere l&#8217;impatto del movimento dei &#8220;Tea  Party&#8221;: la  rivolta &#8220;grass-roots&#8221; dell&#8217;America &#8220;profonda&#8221;, ricca di  contraddizioni,  ma in linea di massima di spirito libertario e  antistatalista.</p>
<p>A  conta ultimata, &#8220;Chicago-blog&#8221; ha organizzato un evento  speciale  su &#8220;Dopo le elezioni di Mid-Term. Quanto pesano i Tea Party?  Parlano i  protagonisti&#8221;, con Oscar Giannino (Direttore, <em>Chicago-blog</em>), C. Boyden Gray<strong> </strong> (<em>già Ambasciatore americano presso l&#8217;Unione Europea</em>), Matt Kibbe (<em>Presidente, FreedomWorks</em>). Coordina: Alberto Mingardi (<em>Direttore Generale, Istituto Bruno Leoni</em>).</p>
<p>Per l&#8217;occasione seguiremo il confronto in tempo reale. Dal &#8220;Caffè  degli Atellani&#8221; di via della Moscova, 28 a Milano liveblogging  dell&#8217;evento.</p>
<p><strong>18.51. </strong>Il fenomeno Tea Party in Italia? Per Giannino non è importabile. Nella  nostra storia manca la profondità del pensiero liberale. Nel nostro  paese il diritto alla proprietà è ancora un ostacolo all&#8217;eguaglianza.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span id="more-7504"></span></p>
<p><strong>18.48. </strong>Si spiega così, quindi, come i <em>tea parties </em>nel nostro immaginario diventino una mera reazione ad Obama (prima balla) e il popolo degli  stessi un manipolo di individui dalle caratteristiche antropologiche  curiose (seconda balla).</p>
<p><strong>18.45.</strong> Il fenomeno <em>Tea Party</em> difficile da comprendere in Italia dove è  raro che un movimento parta dal basso.</p>
<p><strong>18.41. </strong>Seicento gli articoli scritti prima e dopo il voto del mid-term.  Solo il 10% ha superato il &#8220;test della qualità&#8221;. Le testate italiane più  attendibili: La Stampa e Il Foglio.</p>
<p><strong>18.35.</strong> Possibile movimento Tea Party in Italia? Cosa la stampa ha  riferito sul movimeto americano e come? &#8230;Le &#8220;balle&#8221; più diffuse. Questi i  punti dell&#8217;intervento di Oscar Giannino.</p>
<p><strong>18.32. </strong>Termina l&#8217;intervento di Boyden Gray. Giannino impugna il microfono.<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>18.30. </strong>&#8230;che torna sul punto di forza dei Tea Parties: il  potere dell&#8217;individuo. &#8220;Not big government, not big business, only  individual power!&#8221;<strong>.</strong></p>
<p><strong>18.20.</strong> La parola passa a Boyden Gray<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>18.18.</strong> Termina l&#8217;intervento Matt Kibbe. Arriva Oscar Giannino.<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>18.13. </strong>&#8220;Look at the contract!&#8221;<strong>..</strong>. &#8220;Contract from America&#8221;, s&#8217;intende. L&#8217; &#8220;opa<strong> </strong>dei Tea Party&#8221; sul partito repubblicano.<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>18.06. </strong>Ancora Matt Kibbe sul senso intrinseco al movimento:  mobilitare l&#8217;elettorato, creare un modo nuovo di fare politica,  aggregare il consenso.</p>
<p><strong>18.02. </strong>Quali sono le motivazioni che spingono a fare parte del movimento Tea Party? &#8230;La parola a Matt Kibbe. <strong><br />
</strong></p>
<p><strong>17.54. </strong>Mingardi introduce l&#8217;incontro e i relatori: C.Boyden Gray, <em></em><em>Ambasciatore americano presso l&#8217;Unione Europea e </em>Matt Kibbe, presidente di <em>Freedomworks</em>. Due  attori principali del movimento dei Tea Party che si fa interprete  dello sbigottimento cittadini americani per alcune soluzioni indigeste  di Obama.  Raccoglie chi dice No all&#8217;aumento della spesa pubblica.</p>
<p><strong>17.52.</strong> Gli ospiti si accomodano. Mingardi giustifica il ritardo:  &#8220;&#8230;Minuti utili a spiegare agli ospiti stranieri come funziona  l&#8217;Italia!&#8221;</p>
<p><strong>17:45</strong>. La sala è già gremita. In attesa di Oscar Giannino, lasciamo i filtri a riposo per una concentrazione ottimale&#8230;</p>
<p><strong>17:30</strong>. É l&#8217;ora del tè&#8230; <em>Un tè con Oscar</em>! Caldi i <em>teapots</em>, fervente l&#8217;attesa per l&#8217;incontro&#8230;</p>
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		<title>Il mattone di Stato porta a fondo</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/08/24/il-mattone-di-stato-porta-a-fondo/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 19:35:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[finanza]]></category>
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		<category><![CDATA[statalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mercato americano si attendeva oggi  una vendita mensile di nuove abitazioni pari a 4,6 milioni, e invece quelle davvero avvenute sono state inferiori del 20%, fermandosi a 3,8 milioni. E&#8217; il dato più basso da maggio 1995, una nuova doccia gelata che sposta gli indicatori della crisi immobiliare americana a 12 anni prima dell&#8217;inizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Il mercato americano si attendeva oggi  una vendita mensile di nuove abitazioni pari a 4,6 milioni, e invece quelle davvero avvenute sono state inferiori del 20%, fermandosi a 3,8 milioni. E&#8217; il dato più basso da maggio 1995, una nuova doccia gelata che sposta gli indicatori della crisi immobiliare americana a 12 anni prima dell&#8217;inizio della crisi. La notizia ha portato al ribasso i listini europei, oltre a quelli statunitensi, ma mai come questa volta è l&#8217;America, il problema. Un&#8217;America che sta vedendo il mito di Obama, almeno in economia, squagliarsi come neve al sole.</p>
<p>Eppure la crisi era nata proprio dal sogno americano – sbagliato – di sostenere oltremisura gli acquisti di case da parte di chi aveva pochi dollari ed era già molto indebitato, oltre il proprio reddito disponibile. Tassi d&#8217;interesse troppo bassi  e disinvolte tecniche finanziarie di ripiazzamento dei mutui a bassa sostenibilità  hanno regalato al mondo intero la più grave crisi del dopoguerra. Senonché, a distanza di tre anni, l&#8217;America non ha ancora imparato la lezione.<span id="more-6844"></span></p>
<p>A differenza che da noi, i massicci acquisti di case avvenivano con la garanzia di giganti parapubblici, Freddie Mac e Fannie Mae. A differenza che da noi, l&#8217;errore della loro maxi esposizione è stato curato con un nuovo salvataggio ancora pubblico, garantendo l&#8217;equivalente di 6 trilioni di dollari, l&#8217;equivalente del 50% dell&#8217;intero Pil nordamericano . Si è detto per tre anni che la mano pubblica era necessaria per garantire che il prezzo delle case americane non cadesse troppo, e che dunque milioni di altri mutui ancora non rescissi dai contraenti continuassero ad essere garantiti da un valore adeguato dell&#8217;immobile sui quali erano stati contratti. Ma il mercato non ha creduto alla prima garanzia pubblica, e non crede nemmeno a quest&#8217;ultima. La presenza dilagante della mano pubblica fa solo pensare a tutti  che le cose andranno di male in peggio, e dunque tra i privati nessuno se la sente ancora di rischiare, facendo ripartire il mattone.</p>
<p>Aggiungete a questo che l&#8217;economia privata americana non crede più alla crescita per effetto del debito aggiuntivo per un altro trilione di dollari votato dall&#8217;amministrazione Obama a sostegno dell&#8217;economia. Esauriti gli effetti delle assunzioni pubbliche aggiuntive, che avevano spinto la ripresa USA oltre il 3% annuo, i profitti delle società quotate americane nel secondo trimestre sono andati meglio delle aspettative, ma si devono ancor a tagli dei costi e a licenziamenti, non alla ripresa di ordini. Per questo il ritmo della crescita americana è in caduta, verso il 2% annuo, probabilmente anzi già al di sotto, se anche il terzo trimestre si chiuderà com&#8217;è cominciato..</p>
<p>La lezione è che a crescere di più nel mondo avanzato – la Cina e l&#8217;India e il Brasile sono un mondo a parte &#8211; sono i Paesi in cui si è tagliato di più il deficit pubblico, come Germania e Regno Unito, non quelli come l&#8217;America che continuano a seguire la ricetta deficista keynesiana, si tratti del debito pubblico o dell&#8217;invadente e distorcente presenza  dello Stato nell&#8217;immobiliare. Nei mercati globali, alla vecchia ricetta  di ispessire il ruolo e l&#8217;intervento pubblico nelle crisi, gli attori privati dell&#8217;economia reagiscono dopo un po&#8217; iniziando a far di conto su quante tasse aggiuntive costerà la nuova massa di debito pubblico aggiunta dalla politica a quella precedente.</p>
<p>Il paradosso è che tutto ciò avvenga in America, cioè in un Paese che siamo da sempre abituati a considerare come a bassa presenza pubblica nel mercato. E che la lezione non venga capita malgrado che la crisi sia nata lì, e di lì si sia diffusa in altri parti del mondo, che per carità avevano anch&#8217;esse le loro colpe e i loro squilibri.</p>
<p>All&#8217;immobiliare di Stato e all&#8217;eccesso di deficit pubblico si somma infine un ruolo della FED  e della politica monetaria anch&#8217;esso al traino della prevalenza pubblica, e anch&#8217;esso attualmente sempre più alle corde. La FED aveva iniziato a limitare i suoi acquisti di titoli pubblici e privati sui mercati, la modalità d&#8217;intervento a cui era ricorsa per sostenere il debito federale e per tirare su le Borse.  Ma Obama e le sue politiche in sempre maggiori difficoltà hanno costretto la FED a tornare indietro,   e a riprendere gli acquisti. Il mercato però, a differenza di prima, interpreta questa marcia indietro come un segno di debolezza della FED verso la politica e come un segno di disperazione della politica stessa. I mercati dunque vanno giù. E i  rendimenti dei titoli pubblici USA vanno ancora più giù, mostrando che il mercato ricrede alla minaccia della deflazione.</p>
<p>Ecco spiegata la giornata di ieri. Che colpisce anche i mercati europei perché il dollaro è la moneta mondiale. Ma noi per fortuna non abbiamo lo Stato nel mattone, abbiamo fatto meno deficit pubblico di tanti altri, e mi auguro che presto avremo una BCE che con tassi adeguati spinga la politica a essere ancora più virtuosa.</p>
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		<title>Giavazzi&amp;Giovannini su tassi, FED e BCE: viva Taylor!</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 17:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il comunicato FOMC della FEd di ieri comprensibilmente orienta verso il basso i mercati mondiali, poiché realisticamente prende atto del rapido deterioramento della ripresa americana  &#8211; meditino i deficisti keynesiani! Di qui le decisioni della FED: conferma della valutazione che i bassi tassi resteranno intoccabili a lungo, conferma &#8211; estendendola invece di farla diminuire &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il comunicato FOMC della FEd di ieri comprensibilmente orienta verso il basso i mercati mondiali, poiché realisticamente prende atto del rapido deterioramento della ripresa americana  &#8211; meditino i deficisti keynesiani! Di qui le decisioni della FED: conferma della valutazione che i bassi tassi resteranno intoccabili a lungo, conferma &#8211; estendendola invece di farla diminuire &#8211; della politica eterodossa di <em>quantitative easing</em>, cioè di acquisti di bonds federali e di commercial papers, per sostenere il debito sovrano monetizzandolo e per sostenere la Borsa, da parte della banca centrale che si trova così esposta a rischi di ulteriore deterioramento del suo<em> balance sheet</em> ipertroficamente esteso a livelli record.  La domanda è: c&#8217;è un&#8217;alternativa a questa politica monetaria? se la plolitica continua nel suo deficit tednenmzialmente mostruoso, convinta che sia &#8220;la&#8221; risposta alla crisi quando l&#8217;aggrava, la banca centrale deve tener bordone, oppure può e anzi deve mandare al mercato e alla politica segnali in controtendenza? Sapete qual è la nostra risposta standard: può e anzi deve. Anzi, la crisi triennale è figlia proprio innanzitutto della politica monetaria lasca seguita dalla FED con Greenspan. Mentre noi crediamo che banche centrali indipendenti, seguendo la Taylor rule, abbiano il dovere di tenere i tassi mediamente più su di quanto piace alla politica. Tra il 2002 e il 2005, la distanza dai tassi bassi di Grrenspan e quanto avrebbe prescritto <a href="http://johnbtaylorsblog.blogspot.com/" target="_blank">John Taylor</a> giunse a superare i 400 punti base!   Ma anche limitarsi a chiedere l&#8217;applicazione della<a href="http://www.frbsf.org/education/activities/drecon/9803.html" target="_blank"> formula di Taylor </a>è sbagliato. Perché i modelli devono inglobare la realtà che si modifica. E a questo poposito su questo tema è appena uscito un <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1651413" target="_blank">paper</a> molto interessante di Francesco Giavazzi e Alberto Giovannini. Leggerlo attentamente farebbe molto bene, alla FED come alla BCE. <span id="more-6764"></span>Che cosa propongono, Giavazzi e Giovannini? Trovo la loro considerazione di partenza assai condivisibile. I banchieri centrali dopo questi tre anni non devonmo orientare la loro politica monetaria solo tenendo in considerazione inflazione attesa (aggiugno io: un&#8217;inflazione calcolata senza gli &#8220;alleggerimenti impropri&#8221; adottati dalla FED negli anni Greenspan isolando dall&#8217;inflazione <em>core</em> quella importata, i prezzi energetici etc, in modo da &#8220;far finta&#8221; di rispettare la Taylor rule aggirandola nella sostanza) , differenza tra inflazione attesa e inflazione-obiettivo, ed effetti dei tassi sull&#8217;output potenziale e cioè inanzitutto sul livello dell&#8217;occupazione oltre che in generale delle attività. A questo tre fattori la crisi attuale insegna che occorre aggiungerne almeno un quarto. Poiché una funzionne fondamentale a cui presiedono le banche centrali è assicurare  efficacia ed efficienza del trasferimento di liquidità agli intermediari e dagli intermediari ai prenditori, occorre aggiungere nella valutazione del tasso opttimale l&#8217;effetto che esso esercita su tale circuito: in maniera che agli intermediari bancari sia chiaro NON che la liquidità verrà comuqnue garantita dalla banca centrale attraverso politiche eterodosse di sostegno e salvataggio illimitate, bensì che il mercato sconta un premio al rischio di trasformazione della liquidità, per il quale può avvenire che uin circostanze eccezionali la banca centrale sussidi e sostenga la funzione, ma comunque entro certi limiti.</p>
<p>Il punto è stabilire &#8220;quali&#8221; limiti, e Giavazzi e Giovannini fanno benissimo a sollevare il problema, perché è esattamente la lezione dalla crisi che ancora le banche centrali &#8211; sospinte dall&#8217;emergenza politica che chiede loro solo di non ostacolare una ripresa indebolita negli USA e da sempre gracile in Europa, Germania esclusa &#8211; non mettono a  tema, dopo tre anni. Tre anni in cui, a dire la verità, FED e BCE hanno seguito tecnicamente due sentieri molto diversi, anche se analoghi nei presupposti di estendere i propri interventi ben oltre l&#8217;esaurimento della politica monetaria tradizionale quando il tasso ufficiale diventa zero o negativo.</p>
<p>In ogni caso, al di là dei tecnicismi che appassionano gli addetti ai lavoro (ma sono la sostanza), la sintesi è: i banchieri centrali dovrebbero avere più che mai opggi non solo buoni argomenti, ma sopratttuto determinazione e fegato per deludere i politici, e cominciare ad alzare i tassi.</p>
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		<title>Bankitalia avverte Usa e Ue: serve meno deficit</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 17:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[credito]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre il day by day conferma la decelerazione della crescita americana &#8211; il dato di oggi sulla diminuita produttività si aggiunge alle delusioni sull&#8217;occupazione - e la Cina ha segnato un allentamento della crescita delle importazioni dai Paesi avanzati e una ripresa dell&#8217;export al più 38% su base annua, tornando ad alimentare i timori su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Mentre il day by day conferma la decelerazione della crescita americana &#8211; il dato di oggi sulla diminuita <a href="http://www.zerohedge.com/article/us-productivity-falls-first-time-2008-labor-costs-increase-less-expected" target="_blank">produttività</a> si aggiunge alle delusioni<a href="http://calculatedriskimages.blogspot.com/2010/08/employment-recessions-july-2010.html" target="_blank"> sull&#8217;occupazione </a>- e la Cina ha segnato un allentamento della crescita delle importazioni dai Paesi avanzati e una ripresa dell&#8217;export al più 38% su base annua, tornando ad alimentare i timori su una ripresa troppo accentuata sulla sola costa asiatica del Pacifico, quanto possiamo stare sicuri che non si riproponga il problema dei debiti sovrani? La risposta che viene da due giovani e brillanti economisti della Banca d&#8217;Italia è di quelle che fanno riflettere. No, non possiamo essere affatto certi che la grana dei debiti sovrani sia alle nostre spalle. Al contrario, l&#8217;instabilità finanziaria complessiva resta il segno dominante nel medio periodo, e non c&#8217;è bisogno di un vero e proprio default di uno Stato per accenderne la miccia. A scriverlo in una recente<a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/5384" target="_blank"> ricerca</a> sono Fabio Panetta, capo del Dipartimento addetto alle previsioni economiche e monetarie di Bankitalia, e il suo vice Giuseppe Grande. <span id="more-6751"></span>Si tratta di un aggiornamento   del filone che si ispira alla ricerche di Carmen Reinhart, ex capo della ricerca del FMI dopo un passato in Bear Stearns e oggi all&#8217;Università del Maryland,  e Kenneth Rogoff, oggi ad Harvard alla prestigiosa cattedra Thomas Cabot dopo un passato a Princeton. I due economisti hanno<a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/1067" target="_blank"> rielaborat</a>o le serie storiche dei default sovrani addirittura degli ultimi 800 anni, per focalizzarsi poi sugli ultimi<a href="http://calculatedriskimages.blogspot.com/2010/07/sovereign-defaults-per-year.html" target="_blank"> 200</a>. Ma la tesi dei due economisti di Bankitalia è che nelle attuali condizioni serva molto meno di un rischio-nazione alla greca, per gettare lunghe ombre sui mercati.</p>
<p>Secondo le proiezioni più recenti del Fondo monetario, il debito pubblico continuerùà a crescere in maniera molto significativa. Misure di contenimento del deficit sono state varate solo da alcuni Paesi europei e dal Regno Unito. Ma il debito pubblico americano al ritmo attuale supererà il 100% del GDP USA prima del 2015. Quello dell&#8217;euroarea sarà allora al 95%. E sopra il 90% sarà anche quello del Regno Unito, pur inglobando le energiche misure correttive intanto annunciate dal governo Cameron-Clegg.</p>
<p>In tali condizioni, il rischio è che la sfiducia dei mercati non si limiti più a un novero ristretto di Paesi come è avvenuto nella crisi europea, concentrata su Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda. Ma che si estenda ai Paesi maggiori: con l&#8217;eccezione probabile della Germania. La conseguenza? Un aumento dell&#8217;inflazione attesa o della svalutazione delle monete, con ripercussioni inevitabili sui tassi d&#8217;interesse. Il consenso degli osservatori è che i bassi tassi d&#8217;interesse – che la Fed ha appena confermato necessari nel medio periodo, visto che anzi deve estendere le manovra eterodosse di <em>quantitative easing</em> per sorreggere debito pubblico, debito corporate e corsi azionari – sarebbero messi a rischio da tale scenario. Le serie storiche mostrano che a ogni stabile aumento di 100 punti base pagati al collocamento dal debito pubblico USA quando è in forte aumento tendenziale, corrisponda un aumento dei tassi a lungo termine sul dollaro tra i 300 e i 500 punti base addirittura. L&#8217;effetto sui tassi e valute europee è del tutto analogo, anche se in questo caso le serie storiche sono più recenti e dunque meno attendibili.</p>
<p>Tutto ciò potrebbe portare, se le autorità monetarie dovessero persistere in un atteggiamento lasco invece di ritoccare i tassi verso l&#8217;alto, a un circolo vizioso tra l&#8217;aumento del costo e del livello del debito pubblico, e la pressione aggiuntiva che ciò determinerebbe sul costo dell&#8217;ulteriore deficit in formazione: la relazione tra deficit pubblici e <em>yields</em> di mercato diventerebbe non lineare. A ciò si aggiungerebbe inevitabilmente l&#8217;effetto di <em>crowding out</em>, cioè di spiazzamento che i titoli sovrani eserciterebbero sull&#8217;enorme ammontare di obbligazioni private &#8211; di istituzioni finanziarie e imprese &#8211; che nello stesso orizzonte temporale attende di essere rinnovato a scadenza. Le grandezze in gioco sono molto rilevanti. Nell&#8217;euroarea nel 2011 scadono circa 700 miliardi di corporate bonds di cui i sei settimi non sono di banche, negli USA 610 miliardi di cui un terzo bancari. Nel 2012, l&#8217;ammontare sale a 750 miliardi nell&#8217;euroarea, e a 635 miliardi negli USA. Solo nel 2013 la tendenza è al ribasso, con 590 miliardi in Eurolandia e 440 negli States.</p>
<p>A fronte di tutto questo, i mercati tendono ancora a non orientarsi. Gli <em>yields </em>pubblici decennali statunitensi sono di poco superiori ai 300 punti base, e di circa 350 nel caso britannico. Troppo poco, rispetto a tutto ciò che è nella pipeline. Sino a questo momento è prevalso sui mercati il volo verso il dollaro come moneta -rifugio comunque, il cosiddetto <em>flight to quality</em>. E contano anche i massicci acquisti di bonds pubblici disposti dalle banche centrali e  da molte grandi banche private che danno loro una mano. Ma ci sono alcune conseguenze negative.</p>
<p>Le banche si troveranno ad essere sempre più esposte a un rischio di deterioramento dei titoli pubblici che detengono in portafoglio. Negli USA, per le cinque maggiori banche a fine giugno i titoli pubblici erano pari all&#8217;8% del loro<em> total assets</em> e al 94% del loro <em>equity</em>. I titoli pubblci servono inoltre come collaterali in moltissime operazioni repos e di finanziamento delle banche centrali, e il deterioramento dei bonds sovrani impatterebbe queste operazioni fondamentali per la liquidità dei mercari. Ciò comporterebbe nuove tensioni sul costo medio del<em> funding</em> a lungo e poi a breve delle banche stesse. Oltre alla crisi di molte aziende private che non potrebbero rinnovare la loro raccolta obbligazionaria.</p>
<p>Conclusione. Anche l&#8217;America deve capire che la via al taglio del deficit è necessaria, e l&#8217;Europa deve batterla con ancor più decisione di quanto abbia fatto finora sotto l&#8217;impulso tedesco. Non proprio ciò che i politici amano sentirsi dire.</p>
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