Alcuni giorni fa, l’Istituto Bruno Leoni ha pubblicato un suo “Focus” (PDF) che rappresenta ormai una spiritosa e immancabile tradizione annuale: l’hit parade delle iniziative legislative più pazze dell’anno, selezionate dal nostro Silvio Boccalatte. Ne hanno parlato, fra gli altri, La Stampa e Il Sole 24 Ore. Quest’anno, al decimo posto figura in classifica una proposta di legge per la disciplina della musicoterapia e l’istituzione della figura professionale del musicoterapista. “Ringraziando i nostri lungimiranti legislatori per l’attenzione che anche nel futuro riserveranno a questo fondamentale argomento”, scriveva Silvio, “confidiamo che sapranno risolverci un dubbio inter-infra-trans-ortografico: si è scelta la dizione ‘musicoterapista’ per poi poter lasciare lo spazio per un’ulteriore – distinta – specializzazione, quella del ‘musicoterapeuta’?” Apriti cielo. Silvio è stato inondato di commenti poco lusinghieri, provenienti dalla comunità dei musicoterapisti. I quali sono rimasti seccati per l’ironia di Boccalatte. E paiono genuinamente convinti che il loro lavoro abbisogni di appropriata “bollinatura” per via legislativa.
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Alberto Mingardi diritto diritto, legislazione, libertà, statalismo
Si tiene oggi il professional day, la giornata di mobilitazione di tutte le professioni tecniche e che, un tempo, si sarebbero dette “liberali”. E’ stata convocata quando il decreto legge governativo sulle liberalizzazioni si annunciava come un morso profondo contro le troppe esclusive e privative di cui ancora godono, le tante norme che ostacolano l’ingresso di nuovi concorrenti e iper tutelano categorie di atti e fasce di servizio e prodotto che esse sole possono offrire. Ma la giornata odierna avrà un senso molto diverso, rispetto alla protesta iniziale di quando è stata convocata. Sarà la giornata della vittoria. Perché in parlamento le forze politiche che sostengono il governo hanno innestato la retromarcia rispetto a norme che già di fatto erano assai più modeste di quelle attese. In buona sostanza, sono state accolte il più delle richieste avanzate da avvocati, ingegneri, architetti e via proseguendo. Di conseguenza, come su moltissimi altri capitoli di un decreto troppo enfaticamente battezzato cresci-Italia, le buone intenzioni si sono perse per strada. E resta praticamente solo la riuscitissima operazione mediatica, sulla scena italiana e sui quella europea mondiale, che comunque all’immagine dell’Italia male non fa. Ma rende assolutamente lunari le stime di crescita aggiuntiva di un punto di Pil ogni anno per dieci anni, che campeggiavano nella prima pagina della relazione di accompagnamento del decreto.
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Oscar Giannino Antitrust, liberalizzazioni, Monti Concorrenza, Italia, statalismo
La pubblicazione delle retribuzioni dei vertici della tecnocrazia di Stato – sono solo le remunerazioni per l’incarico principale che ricoprono, non i redditi, dunque mancano tutti i proventi da incarichi cumulati – può essere guardata con occhi diversi. L’approccio moralistico. Quello comparativo. E quello economico. Il primo va per la maggiore. Al secondo, molti si grattano ancor più la testa. Ma è il terzo a contare di più, e purtroppo non lo propone quasi nessuno. Se ne deduce una considerazione sullo stato dell’Italia. Prosegui la lettura…
Oscar Giannino Mercato del lavoro mercato, statalismo
Da Panorama Economy
C’è qualcosa di molto significativo, nell’atmosfera diffusa nel confronto pubblico dell’Italia guidata dal governo Monti. No, qui non sto parlando della ripresa di considerazione nei confronti del nostro Paese da parte dell’Europa, di Washington e pressoché del mondo intero. Cosa di cui essere sempre e assolutamente grati all’attuale esecutivo e a chi lo guida. Parlo invece del confronto culturale, economico e politico che ferve a casa nostra, sui media, nelle classi dirigenti e nell’accademia italiana mentre il governo assume le sue scelte. In sintesi estrema, la metto giù dura. Caduto Berlusconi e finita l’era politica del suo diciassettennio e di tutto ciò che l’ha contraddistinto, si torna ad apprezzare meglio ciò da cui ha originato una delle sue debolezze di fondo. Ho detto una, perché ce ne sono state numerose altre. Ma questa “una”, in particolare, è tra le più serie. Perché si tratta dell’assoluta debolezza, del drastico iperminoritarismo, nella società italiana e nelle sue classi dirigenti, di un autentico, sincero e convinto orientamento davvero favorevole all’economia di mercato, ai suoi princìpi, alle sue regole. Tutti dicono viva lo Stato, il Corriere spiega ogni giorno che Cdp ci salverà, Repubblica che il debito pubblico senza berlusconi da problema numero uno è diventato un non problema. Prosegui la lettura…
Oscar Giannino liberismo, mercato, monete, Monti Italia, statalismo
Stamane la versione di oscar è stata “contro” la campagna RAI con la quale l’azienda pubblica da un mese ha iniziato a inondare milòioni di cotnribuenti italiani di una richiesta del tutto impropria. Ad artigiani, commercianti e profesisonisti, medici e veterinari, ingegneri e architettie via proseguendo, si chiedono da 200 a oltre 6mila euro di canone sui pc collegati in server utilizzati aziendalmente, in base al regio decreto del 1939 che stabilisce la tassa di possesso sugli apparecchi audioriceventi, la fattispecie normativa attraverso la quale impropriamente sopravvive nel nostro ordinamento il canone RAI. E’ semplicemente pazzesco che la RAi si intesti la facoltà dell’estensionedi applicazione di una tassa generale, facoltà che spetyta esclusivanmente nell’ordine a parlamento e governo e – purtroppo, nell’evoluzione “delegata” del nostro ordinamento tributario, in violazione dlel’articolo 23 della Costituizione – di fatto all’amministrazione finanziaria. E’ incredibile che invece di incentivare la digitalizzazione delle imprese italiane, la si scoraggi attraverso il canone televisivo. Che i parlamentari del Pd in commisisone di vigilanza rai – certo non sospettabili di essere storicamente insensibili alla tutela del servizio pubblico- abbiano chiesto al governo di smentire subito l’iniziativa Rai, è un’ulteriore conferma della sua abnormità. Il mio appello a tutte le associazioni d’impresa e professionali coinvolte è triplice: interpelli di massa all’Agenzia delle Entrate, respingimenti collettivi delle diffide di pagamento, disobbedienza civile dichiarata e di massa. Non paghe-RAI il canone sul pc con cui lavori! Mettiamo una museruola allo Stato ladro!
Oscar Giannino fisco Italia, statalismo, tasse
Complimenti al Mattino! Oggi pubblica una notizia di quelle che a volte i direttori evitano, perché implica inimicarsi interessi della città in cui si vende il più delle copie. Leggete. Nella cronaca del quotidiano si apprende che a Napoli ci sono in organico 2075 vigili urbani di cui un quarto è dirigente sindacale, mille a vario titolo possono chiedere di essere esentati parzialmente o totalmente dal lavoro e che, a conti fatti, i detentori di qualche legittimo impedimento al lavoro normale sono 2187, ossia un numero superiore rispetto all’organico che è di 2075. I primi commenti che si leggono in pagina sono ostili al giornale, accusato di demagogia. Personalmente dico bravo al direttore Virman Cusenza. Quando a chi la pensa come noi – meno 5-6 punti di Pil di spesa pubblica con altrettanti punti di pressione fiscale si può e si deve fare in pochi anni, ed è questo il minimo a cui dovrebbero puntare la spending review e la delega fiscale che tra poco il governo Monti ha promesso – si replica facendo spallucce, è perché in Italia la spesa pubblica non è affatto costituita solo di denaro nelle tasche della casta e dei suoi diretti amici e parenti. Moltissimi italiani e molte imprese si sono abituati nei decenni a organizzarsi per trarre dal 52% di Pil intermediato dallo Stato il meglio per sé e il peggio per gli altri. Dopodiché, se li tocchi, scoppia il putiferio perché ti dicono che li vuoi rovinare. Ma perché, non rovina forse noi tutti, il loro costo da rapina?
Oscar Giannino Monti, spesa pubblica debito pubblico, Italia, statalismo
Dal numero odierno di Panorama
Appello ai liberali in Parlamento, e – se tra loro esistono, anche a eventuali liberisti antistatalisti (non sto parlando di Antonio Martino, ovvio). Fate la cortesia, non fatevi prendere per l’ennesima volta di sorpresa. Cercate di capire che dopo le quattro manovre triennali approvate nel 2011 per 81,4 miliardi di euro di cui quasi all’80% solo da nuove tasse, c’è un’unica vera grande occasione per ribaltare il vampirismo fiscale. E’ l’esercizio della delega fiscale che questo governo eredita dal governo precedente. Prosegui la lettura…
Oscar Giannino debito pubblico, Diritti individuali, Monti, welfare Italia, spesa pubblica, statalismo, tasse
Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti di Pil ci fa correre il rischio di pensare che l’economia si risolva nella finanza, e che i debiti degli stati siano gli unici componenti rilevanti per l’economia. Rischia insomma di farci dimenticare una verità semplice che gli economisti del passato sapevano, ma che oggi molti sembrano aver dimenticato: l’economia reale, la crescita economica, la fanno le persone. E l’essere umano, per definizione, è una creatura che sa reagire e adattarsi alle opportunità come alle difficoltà. Ecco perché non è inutile guardare all’aspetto umano per leggere le cause e le possibili vie d’uscita dalla crisi.
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Guest finanza, teoria Crisi, debito pubblico, economia, finanza, individualismo metodologico, statalismo
Da Tempi
E’ con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l’ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&Poor’s, declassamento nel quale l’Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona fede e a parecchia malafede. Anche in ambienti culturali e intellettuali che mi sono assai cari. Monta un mix sempre più stizzoso di accuse ai tedeschi, di inconsapevole miopia o di consapevole volontà di Gotterdammerung, e di teorie della cospirazione per le quali le agenzie di rating sarebbero il braccio armato del capitalismo americano. Capisco – ma non giustifico – chi si lanci in queste accuse perché spaventato dalle conseguenze di una crisi senza fine e in via di ulteriore peggioramento, ed esacerbato per le manovre su manovre di correzione della finanza pubblica. E questa è la buona fede. Ma respingo e condanno invece la malafede, che allinea in politica chi ieri diceva nel centrodestra che tutto era stato fatto, e chi oggi dal pulpito del governo dei tecnici prende purtroppo a dire la stessa cosa, dopo il decreto enfaticamente battezzato salva-Italia. E in attesa, domani, di quello sulle liberalizzazioni, che commenteremo copiosamente domani a provevdimento approvato, visto che la bozza di ieri sera già molto amaro in bocca ci lascia.
Francamente, da chi nutre un’idea sussidiaria e non dirigista della politica economica, e personalista e non comunitarista o collettivista della filosofia politica, penso di dovermi aspettare tutt’altro. Ecco perché, quando mi sento ripetere “ ma i tedeschi con la loro rigida pretesa di rigore non capiscono che si va a sbattere, oppure il loro vero interesse è la rottura dell’euro, per restare con pochi Paesi intorno a sé mentre noi andiamo a fondo?”; quando si aggiunge “perché mai accettare che le agenzie di rating debbano dettare le politiche?”; quando si conclude “ma non è meglio tornare a una banca centrale che obbedisca a parlamento e politica?”, francamente capisco che è inutile farsi cadere le braccia, da parte mia. Occorre semplicemente e umilmente rispiegare come noi – non sono solo – la pensiamo. Cerco di andare al punto, senza perdermi in tante considerazioni tecniche. Tre premesse, però. Una sull’euro e i tedeschi. Una seconda, sulle agenzie di rating. Una terza, sul bivio di fronte a noi. Poi, le conclusioni. Prosegui la lettura…
Oscar Giannino debito pubblico, euro, evasione, fisco, liberalizzazioni, privatizzazioni, spesa pubblica, ue fisco, germania, Italia, liberismo, statalismo
E’ tempo di riscoprire i presupposti della disobbedienmza fiscale. Pubblica e organizzata. Befera e l’Agenzia delle Entrate ed anche Equitalia non c’entrano. Chi manda bombe e proiettili, è il nostro nemico e deve smetterla al più presto. Perché ci sono cascati tutti o quasi. Per l’ennesima volta. Ed è anche per questo che nutro una considerazione sempre più elevata per Attilio Befera, il capo dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia, e per la sua squadra che da anni ha mutato assetto organizzativo, efficacia e risultati concreti della lotta all’evasione, in perenne crescita. Non è un camaleonte perché confermato da sinistra e destra, come ha titolato La Stampa, perché in un Paese iperammalato di spoil system se Visco e Tremonti gli hanno dato fiducia è solo per i risultati concreti. E non è vero che la lena delle Entrate si è attenuata quando non c’era Visco, come l’intemerato deus ex machina fiscale della sinistra ha tuonato in un’intervista dopo Cortina. Al contrario, Befera coglie nel segno non solo perché il recuperato fiscale è cresciuto sempre e raddoppiato in cinque anni superando gli 11 miliardi in 12 mesi. Va a segno anche perché si è fatto aumentare i poteri sia dalla destra che dal governo dei tecnici. E perché l’azione delle Entrate si svolge anche con un abile occhio agli echi mediatici delle sue iniziative. Dai vip dello sport alle star dello spettacolo ai vacanzieri di Cortina, l’incazzatura dei lavoratori dipendenti soggetti senza scampo al sostituto d’imposta è assicurata. Ma il problema non è Befera e non sono i suoi. Fanno tostamente il loro mestiere. Il viso dell’arme è ciò che lo Stato chiede loro. Servono lo Stato. Il problema è la politica, che dello Stato scrive le leggi fiscali. Anzi i decreti legge, le circolari e i regolamenti, in violazione dell’articolo 23 della Costituzione che prescrive la riserva di legge assoluta per i nuovi tributi. Il problema è la giustizia, che tanto in Cassazione quanto alla Corte costituzionale ha accumulato una terrificante giurisprudenza a senso unico, per la quale in materia fiscale lo Stato ha praticamente sempre ragione. Ha sempre ragione, anche quando asimmetricamente pretende per sé un rispetto assoluto dei tempi di versamento e del quantum gli si deve, mentre per pagare le fatture dovute ai privati o per il rimborso dei crediti fiscali impiega discrezionalmente anni. Ha sempre ragione, anche quando stabilisce e pretende che per la sola temeraria decisione del contribuente di accedere a contenzioso fiscale, questi debba versare allo Stato subito un terzo di ciò che lo Stato pretende e che i contribuente contesta, con in più oneri e aggi. Ha sempre ragione, anche se nel contenzioso il giudice tributario non è affatto terzo rispetto a contribuente ed Entrate, ma di fatto parte esterna e concomitante dell’amministrazione tributaria. Ha sempre ragione, anche quando con il governo Monti lo Stato dispone il pieno accesso delle Entrate non solo ai conti bancari con relativi saldi, ma a qualunque operazione bancaria da parte di chiunque. Col che in nome della lotta all’evasione e al riciclaggio passiamo da una foto statica del patrimonio e dei saldi bancari di noi tutti all’integrale film comportamentale di qualunque cosa facciamo per ogni singola unità di tempo. In maniera che un pm potrà anche solo da una successione di operazioni bancarie nel tempo incardinare fascicoli identificandoli come ipotesi di reato. E la Costituzione, dove la mettiamo? Prosegui la lettura…
Oscar Giannino Diritti individuali, evasione, fisco Italia, liberismo, statalismo, tasse