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	<title>CHICAGO BLOG &#187; statalismo</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Che fine ha fatto la delega fiscale? C&#8217;è qualche liberale?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 09:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal numero odierno di  Panorama
Appello ai liberali in Parlamento, e &#8211; se tra loro esistono, anche a eventuali liberisti antistatalisti (non sto parlando di Antonio Martino, ovvio). Fate la cortesia, non fatevi prendere per l’ennesima volta di sorpresa. Cercate di capire che dopo le quattro manovre triennali approvate nel 2011 per  81,4 miliardi di euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal numero odierno di  Panorama</em></p>
<p>Appello ai liberali in Parlamento, e &#8211; se tra loro esistono, anche a eventuali liberisti antistatalisti (non sto parlando di Antonio Martino, ovvio). Fate la cortesia, non fatevi prendere per l’ennesima volta di sorpresa. Cercate di capire che dopo le quattro manovre triennali approvate nel 2011 per  81,4 miliardi di euro di cui quasi all’80% solo da nuove tasse, c’è un&#8217;unica vera grande occasione per ribaltare il vampirismo fiscale. E’ l’esercizio della delega fiscale che questo governo eredita dal governo precedente. <span id="more-11550"></span>Doveva sfoltire e abbattere i 720 bonus dai quali lo Stato incassa 253 miliardi in meno l’anno.  83 miliardi sono stati &#8220;blindati&#8221; dai tecnici, perché eviterebbero doppie imposizioni, garantirebbero l&#8217;ordinamento comunitario, o ancora i principi costituzionali. Su questo, liberali in Parlamento, fossi in voi andrei bene a controllare: in molti casi non mi pare proprio.</p>
<p>Il lavoro tecnico è stato compiuto dalla commissione che Tremonti affidò  a Vieri Ceriani della Banca d’Italia. Oggi è sottosegretario all’Economia. A lui Monti ha affidato l’intera partita della delega. Ma ne è stata annunciata un’altra, tre settimane fa: non ho capito su che base, visto che la delega ereditata è la più colossale occasione per ridisegnare l’intero complesso del welfare e degli aiuti pubblici agli “amici degli amici”. Quel che ho capito della nuova delega non mi è piaciuto,  “equità” e “perequazione”, il mantra di chi crede allo Stato distributore. Noi vogliamo invece non ostacoli la crescita.</p>
<p>Il Parlamento aveva promesso lavori preparatori sul tema in pochi mesi, altrimenti a ottobre sarebbero scattati tagli lineari di finanza pubblica. Monti ha sostituito ai tagli lineari l’aumento dell’IVA dal 21% al 23% e dal 10 al 12%, sempre da ottobre, se i 170 miliardi di detrazioni e deduzioni non coprono il gettito equivalente. I tecnici attuali sono keynesiani e statalisti, vogliono solo recuperare altro gettito allo Stato. Le sovrapposizioni tra fisco e stato sociale, su cui ha lavorato la commissione presieduta da Mauro Marè, sembra non interessare più nessuno. E il governo con il decreto salva-Italia si è data anche la facoltà di indicare entro maggio il  nuovo ISEE, l’indicatore di capacità del contribuente che dà diritto a tariffe agevolate e sconti.</p>
<p>State attenti, residui liberali. O siete capaci di incalzare da subito il governo, avete pronta in parallelo una spending review che abbatta spesa pubblica e tasse di 5-6 punti di Pil in un quinquennio come ha fatto la Germania tra 2002 e 2008, e vi affiancate  una proposta secca di riarticolazione di bonus fiscali solo a favore di famiglia, lavoro e impresa. Oppure i tecnici statalisti e keynesiani vi uccelleranno ancora una volta e definitivamente in questa legislatura. E avremo ancora più Stato e più gettito per lui.</p>
<p>“Quando gli scopi del governo sono snaturati e la libertà pubblica è manifestamente posta in pericolo, e tutti gli altri mezzi di correzione sono inutili e vani, il popolo può e di diritto deve riformare il vecchio governo o stabilirne uno nuovo. La non resistenza contro il potere arbitrario e contro l’oppressione è assurda, da schiavi e distruttiva del bene e della felicità dell’umanità”. Costituzione del New Hampshire, articolo 10. Sante parole!</p>
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		<title>Se la crisi è nella testa – di Antonio Masala</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[teoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala</em>.</p>
<p>Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti di Pil ci fa correre il rischio di pensare che l’economia si risolva nella finanza, e che i debiti degli stati siano gli unici componenti rilevanti per l’economia. Rischia insomma di farci dimenticare una verità semplice che gli economisti del passato sapevano, ma che oggi molti sembrano aver dimenticato: l’economia reale, la crescita economica, la fanno le persone. E l’essere umano, per definizione, è una creatura che sa reagire e adattarsi alle opportunità come alle difficoltà. Ecco perché non è inutile guardare all’aspetto umano per leggere le cause e le possibili vie d’uscita dalla crisi.</p>
<p><span id="more-11532"></span>Riguardo le cause. Si è parlato tanto degli speculatori, delle banche che immettono titoli “tossici” ecc.</p>
<p>La solita litania sul mercato senza etica e senza regole, e sulla immancabile necessità di introdurre più regole e più etica. Ma cosa c’è davvero dietro la crisi, in termini di attitudine umana? C’è l’avidità degli operatori economici che deve essere “regolamentata”? Il dato storico innegabile è che il processo di regolamentazione dell’economia cresce ininterrottamente da ben oltre un secolo, e le (rare) parentesi liberali sono state soltanto un rallentamento di quella crescita. Questa economia regolamentata ha indotto a credere che, con lo stato al nostro fianco, il sistema non potesse fallire. Così facendo ha deresponsabilizzato un po’ tutti, inducendo ad esempio le banche a immettere titoli spazzatura e prestare soldi a chi non poteva restituirli. Tanto poi la ricchezza si moltiplica e nessuno se ne accorge, o se malauguratamente qualcuno lo comprende interviene lo stato a salvare la situazione. Pur senza voler negare la cattiva fede di alcuni operatori economici non si può altresì negare che uno stato interventista e iper-regolatore alteri la percezione e il calcolo del rischio, che come si sa è la componente (umana) fondamentale nel processo di crescita economica.</p>
<p>Riguardo le vie d’uscita. È evidente che con la crisi economica c’è pessimismo e meno voglia di rischiare e intraprendere, e dunque la crisi esiste nella testa delle persone prima e più che nei dati economici. Tuttavia gli operatori economici, nonostante la crisi, non hanno dimenticato che un prodotto innovativo può avere successo, o che un miglioramento nel processo produttivo può consentire di fornire lo stesso prodotto a un prezzo più basso. Insomma sanno che, anche in tempi di magra, se fanno bene il loro lavoro, in qualche modo le cose si possono sistemare. Non ci sono solo i macro fattori, ma anche le scelte imprevedibili degli uomini. L’essere umano si sa adattare alle difficoltà, e proprio da questa sua capacità di adattarsi possono venire fuori, imprevedibilmente, i benefici collettivi. Se alle persone si dice in modo chiaro che devono pensare da sole a risolvere i loro problemi personali, e se vengono lasciate libere di farlo perché il fardello statale non è troppo pesante, ci sono ottime possibilità che ci riescano.</p>
<p>Ecco perché per superare la crisi bisogna smettere di pensare solo a come aggiustare i numeri e avere invece più fiducia negli uomini, creando le condizioni perché possano uscirne con le proprie gambe. Cosa che si può fare in un modo soltanto: lasciandoli liberi.</p>
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		<title>L&#8217;Italia ha fatto il necessario? Noi diciamo: no!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 17:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Tempi
E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&#38;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <em>Tempi</em></p>
<p>E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&amp;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona fede e a parecchia malafede. Anche in ambienti culturali e  intellettuali che mi sono assai cari. Monta un mix sempre più stizzoso di accuse ai tedeschi, di inconsapevole miopia o di consapevole volontà di Gotterdammerung, e di teorie della cospirazione per le quali le agenzie di rating sarebbero il braccio armato del capitalismo americano.  Capisco – ma non giustifico – chi si lanci in queste accuse perché spaventato dalle conseguenze di una crisi senza fine e in via di ulteriore peggioramento, ed esacerbato per le manovre su manovre di correzione della finanza pubblica. E questa è la buona fede. Ma respingo e condanno invece la malafede, che allinea in politica chi ieri diceva nel centrodestra che tutto era stato fatto, e chi oggi dal pulpito del governo dei tecnici prende purtroppo a dire la stessa cosa, dopo il decreto enfaticamente battezzato salva-Italia. E in attesa, domani, di quello sulle liberalizzazioni, che commenteremo copiosamente domani a provevdimento approvato, visto che la bozza di ieri sera già molto amaro in bocca ci lascia.<br />
Francamente, da chi  nutre un&#8217;idea sussidiaria e non dirigista della politica economica,  e personalista e non comunitarista o collettivista della filosofia politica, penso di dovermi aspettare tutt&#8217;altro. Ecco perché, quando mi sento ripetere  “ ma i tedeschi con la loro rigida pretesa di rigore non capiscono che si va a sbattere, oppure il loro vero interesse è la rottura dell&#8217;euro, per restare con pochi Paesi intorno a sé mentre noi andiamo a fondo?”; quando  si aggiunge  “perché mai accettare che le agenzie di rating debbano dettare le politiche?”; quando si conclude “ma non è meglio tornare a una banca centrale che obbedisca a parlamento e politica?”, francamente capisco che è inutile farsi cadere le braccia, da parte mia. Occorre semplicemente e umilmente rispiegare come noi &#8211; non sono solo &#8211; la pensiamo. Cerco di andare al punto, senza perdermi in tante considerazioni tecniche. Tre premesse, però. Una sull&#8217;euro e i tedeschi. Una seconda, sulle agenzie di rating. Una terza, sul bivio di fronte a noi. Poi, le conclusioni. <span id="more-11253"></span><br />
Prima premessa. Non è questo il momento per rifare la storia delle storture dell&#8217;euro ab origine. Mi limito a ripetere che tenendo separati da regolamentazioni nazionali – alle quali la politica di qualunque colore non vuole abdicare, in nessuna euronazione  – i diversi mercati dei beni e dei servizi, le diverse curve di costo di aree nazionali e subnazionali dei diversi Paesi a moneta comune restano incapaci di equilibrarsi per il principio dei vasi comunicanti. Poiché i debiti pubblici sono nazionali, fu accettato per definizione da politici e opinione pubbliche che hanno aderito all&#8217;euro il postulato che la convergenza dovesse avvenire attraverso rigore in finanza pubblica cioè poco debito di Stato, e produttività nell&#8217;economia reale cioè poca esposizione sull&#8217;estero nelle partite correnti. Altrimenti l&#8217;euro salta, c&#8217;è poco da fare. Non è che sono i tedeschi a farlo saltare, perché loro sono stati rigorosi in finanza pubblica e hanno riscritto welfare e contratti di produttività per rendere competitiva l&#8217;economia reale.<br />
Seconda premessa. I soci di molte agenzie di rating sono grandi fondi d&#8217;investimento americani e  anglosassoni. Non prendono ordini dalla Cia. Cercate di guarire, dal sospetto autarchico-latino-  machiavellico che vi sia sempre una perfida Albione e uno spregiudicato zio Sam che tentano sistematicamente di disconoscere che l&#8217;Italia e l&#8217;Europa abbiano diritto al loro Impero. I conflitti d&#8217;interesse delle agenzie di rating sono conclamati nell&#8217;esame delle aziende private, perché da loro stesse prendono i soldi. Ma nel caso dei debiti sovrani no, il problema è un altro: quello cioè che Fed e Sec  non diano più automaticamente fede pubblica ai giudizi di S%P. Moody&#8217;s, Fitch eccetera quanto a valutazione dei collaterali offerti da intermediari. Ricordo a tutti che la decisione di riconoscere alle agenzie di rating la fede pubblica fu adottta dalla SEC nel 1975, attribuendo loro la natura di NRSRO, Nationally Recognized Statistical Rating Organization, il che le ha erette e continua a erigerle come cartello monopolistico. La Bce già di fatto non si comporta così. Fine. Che i grandi fondi mondiali e nazionali invece diano retta alle agenzie è invece fisiologico. Rispondete alle seguenti domande. E&#8217; vero o no, che il giorno precedente il downgrading continentale Germania esclusa, la Grecia ha interrotto le trattative con le banche per la loro compartecipazione a tagliare del 50% il debito greco in circolo?  E&#8217; vero o no, che il governo greco ha dichiarato che in caso di mancato accordo è pronto a fregarsene dell&#8217;accordo, e a procedere autonomamente per legge svalutando il debito motu proprio almeno del 70%? E&#8217; vero o no, che questo significherebbe default argentino cioè ritorno alla dracma svalutata ancor più del 70%, e uscita dall&#8217;euro? E&#8217; vero o no, che a quel punto per tutti gli eurodeboli tutto diventerebbe ancor più difficile? E&#8217; vero o no che le difficoltà aumenterebbero anche per noi, con i nostri 440 miliardi di titoli da piazzare nel 2012 per di più con una larga percentuale a lunga durata decennale e settennale, cioè i titoli che meno le banche possono tornare a comprare perché implicano maggior assorbimento di capitale, rispetto a quelli a corta scadenza pur dopo la provvista straordinaria Bce? Poiché a tutte queste domande la risposta è “sì, è vero”, lasciamo allora ai politici l&#8217;attacco a testa bassa alle agenzie di rating che ne giudicano insufficiente ancora l&#8217;operato. E l&#8217;ambizione di creare un&#8217;agenzia pubblica europea come hanno fatto i cinesi, con la loro Dagong che valuta il merito di credito e solvibilità a seconda di quanto si sia amici o nemici della Cina.<br />
Terza premessa. Nessuno può onestamente dire che cosa avverrà della Grecia, né se arriveremo in un paio di mesi a una modifica del cosiddetto “fiscal compact” concordato l&#8217;8 dicembre e in via di stesura tecnica, accordo che in quanto tale i mercati hanno secondo me ragione e non torto a giudicare inadeguato alla risposta a una domanda secca: c&#8217;è un meccanismo cooperativo immediato europeo per salvare gli Stati più a rischio? No che non c&#8217;è, nel fiscal compact. E perché ci sia non è vero che bisogna piegare i tedeschi e convincere la Bce a fare la Fed. Basta anticipare da subito l&#8217;ESM previsto nel 2013, dotato di capitale proprio e non di garanzie nazionale sottoposte a svalutazione di rating, e aprire all&#8217;ESM la possibilità di interfacciarsi con la Bce come una qualunque banca europea. Basterebbe eccome. E se obiettate che i tedeschi non si fanno prendere per il naso perché comunque significherebbe un sostegno centrale per quanto indiretto ai debiti nazionali, io vi rispondo che è quel che già oggi avviene, anche se molti antigermanisti lo dimenticano. Nel sistema Target di finanziamenti tra banche centrali, la Bundesbank è esposta per quasi 700 miliardi di euro verso le banche centrali degli altri euroappartenenti, per lo più verso gli eurodeboli. Vi faccio notare che l&#8217;intero Tarp americano valeva 2,2 trilioni di dollari, dei quali 1,4 destinati a intermediari bancari, il resto a non bancari. Ma 700 miliardi di euro sono 1 trilione di dollari, e poiché la Germania conta 80 milioni di abitanti rispetto a più di tre volte di americani, la conseguenza  da ricordare a chi accusa Berlino è che la Germania si è esposta in aiuto al resto dell&#8217;euroarea assai più di quanto gli Usa abbiano fatto per l&#8217;intero proprio mercato!<br />
Fatte queste tre premesse, in realtà, stante la sua bassissima crescita da 15 anni e il suo altissimo debito pubblico, all&#8217;Italia conviene perseguire la via del rigore e della produttività in entrambi i casi. Sia che l&#8217;euro si salvi con un nuovo accordo. Sia che salti, e in quel caso bisogna sperare di poterne concordare un exit condiviso, per contenerne i costi comunque paurosi, e con tanti drammatici saluti alla leadership germanica di una delle tre macroaree monetarie mondiali.</p>
<p>Veniamo dunque al punto finale. E&#8217; vero o è falso, che l&#8217;Italia ha fatto dopo la manovra Monti tutto quel che doveva fare, e che dunque la colpa ora è degli altri? Qui conta il punto di vista. Il mio è quello richiamato all&#8217;inizio: sussidiario e personalista, non dirigista e collettivista. E la mia risposta – la mia che ho pure sostenuto questa formula di governo emergenziale come necessaria, come sapete -  è: no, non è vero. Non è vero affatto.</p>
<p>La linea adottata dal decreto &#8220;salva Italia&#8221; è infatti di totale continuità rispetto a quella seguita dal centrodestra suo predecessore, e dal centrosinistra prima. Dei 48, 71 e 81 miliardi di miglioramento dei saldi pubblici nel triennio 2012-13-14, i tre quarti quasi si devono ai decreti Tremonti, poco più di un quarto al decreto Monti. Ma quel che conta è che l&#8217;81% del saldo migliorato nel 2012, il 72% e il 76% nei due anni successivi si devono esclusivamente ad aggravi fiscali. In totale continuità, ripeto, con la linea Visco-Tremonti.<br />
Perché avviene questo? Possiamo e dobbiamo cominciare a dirlo. Perché in realtà anche se al governo c&#8217;era il centrosinistra o il centrodestra oppure i tecnici, dai tempi della manovra Amato a oggi tutte le volte in cui siamo andati a un millimetro dal burrone a “comandare” davvero – al di là delle recite politiche &#8211; è stata la medesima impostazione tecnico-culturale. Se dovessi brutalmente sintetizzarla, la somma dei keynesiani “macro” della Cattolica e della Bocconi, come li definisce Francesco Forte, una somma che ha impregnato di sé la Ragioneria generale dello Stato come i vertici della tecnocrazia ministeriale. E&#8217; questo lo zoccolo duro del potere economico pubblico italiano. Persone assolutamente rispettabili e per bene come Grilli e Giarda, lì da 20 anni a cercare di attuare ogni volta quel che Nino Andreatta diceva però più di 20 anni fa, quando le cose stavano ben diversamente, perché oggi certo Nino di fronte a peso di spesa pubblica e pressione fiscale sul Pil avrebbe ben cambiato idea.</p>
<p>L&#8217;idea del continuismo è che il rientro del debito pubblico italiano si persegue operando sui flussi, cioè attraverso sanguinosi avanzi primari nella proporzione di almeno 5 punti di Pil l&#8217;anno, da realizzare soprattutto tramite più tasse visto che la spesa a loro giudizio è comprimibile solo per pochi &#8220;sprechi&#8221; essendo sociale. E pazienza se la conseguenza di consimili avanzi primari per via fiscale è obbligatoriamente minor crescita quando va bene, e recessione quando la congiuntura europea e mondiale come oggi ci spinge ancor più in basso.</p>
<p>Al contrario, l&#8217;esperienza &#8211; non dico la scuola perché in questo caso significa abiurare al &#8220;Keynes all&#8217;italiana idest all&#8217;amatriciana&#8221;, da decenni in voga nell&#8217;accademia e nei media italiani  &#8211; dico almeno l&#8217;esperienza dovrebbe farci cambiare linea. L&#8217;esperienza oggettiva dico di 15 anni di scarsa crescita e di pressione fiscale record mondiale, visto che le manovre del 2011 alzano di oltre 300 punti base la pressione fiscale sul Pil per ognuno dei 3 anni  rispetto alle previsioni pubbliche del giugno 2011. Il che significa sfiorare il 46% nel 2013 e 2014 sul Pil, e depurando il denominatore dal 16,8% aggiunto dall&#8217;Istat per il nero di chi le tasse non le paga siamo ormai al 54% e rotti sul prodotto di chi le tasse le paga. Il che ulteriormente significa che sull&#8217;utile lordo d&#8217;impresa arriveremo dal 68% di pressione del 2010 a circa il 75%, come media tra livelli ancora più elevati per la stragrande maggioranza di imprese micro e piccole (non chiediamoci poi perché in tante provino ad evadere) e 40 e più punti in meno dell&#8217;impresa grande e delle banche.<br />
Rispetto a questa linea, l&#8217;alternativa sussidiaria e personalista rispetto alla linea dirigista e collettivista è lavorare sugli stock, non sui flussi.<br />
Ripeto, viene dalla constatazione che così continuando ammazziamo ulteriormente il Paese. Ma è anche e innanzitutto un&#8217;alternativa di scuola. Perché se abbiamo l&#8217;idea del debito pubblico come NON debito tra noi e noi stessi che è tipica del keynesimo, ma invece passività a carico del futuro taxpayer tanto più distorcente quanto più l&#8217;attore economuico &#8220;incorpora&#8221; da subito diminuendo consumi e investimenti dando per sccntato che tanto sarà affrontata solo o quasi attraverso più tasse &#8211; seguendo le tesi di James Buchanan e di Bob Barro, nonché l&#8217;equivalenza ricardiana applicata alla teoria del ciclo del risparmio vitale su cui Franco Modigliani prese il Nobel &#8211; allora ne discende che DOBBIAMO  affrontare deficit e debito impugnando l&#8217;ascia dei tagli agli stock, non la pompa incrementale ai flussi fiscali.</p>
<p>Ergo: il debito pubblico va abbattuto con dismissione per 30 punti di Pil di attivo pubblico, a partire dal mattone di Stato ma non solo. La spesa pubblica va abbassata in 8-10 anni di almeno 10 punti di Pil, dagli attuali 840 miliardi tendenziali. Della stessa quantità va abbassata la pressione fiscale, sommando imposte e contributi, perché è questo il peggior freno alla crescita.  Come hanno fatto diversi Paesi avanzati nel precrisi, paesi di democrazia welfarista, non parlo della Thatcher. La Germania, l&#8217;Australia, il Canada, la Nuova Zelanda.  Non smantellando i diritti sociali, bensi rivedendo il welfare come in coi pacchetti Hartz a Berlino,  rivedendo dalle fondamenta apparati pubblici, costi e meccanismi di fornitura, livelli sovrapposti di governance, e cedendo al mercato pezzi interi di PA con relativo personale pubblico. Ricordo a tutti che nel Regno Unito  non c&#8217;è un solo treno pubblico da più di 20 anni &#8211; hanno ripubblicizzato la sola rete cioè i binari, anni fa &#8211; e grazie a questo la domanda e l&#8217;offerta sono aumentati entrambi consuiderevolmente dalla privatizzazione, come ci ricorda sempre Ugo Arrigo. Da noi col &#8220;tutto pubblico&#8221; abbiamo sin  qui iperfinanziato   l&#8217;alta velocità – con costi-km per investimenti a carico contribuente talora dai 3 ai 5 volte superiori alla media europea &#8211; che è aperta alla concorrenza e che dunque ha più marginalità, ma il totale dei cui passeggeri non pareggia quello che l&#8217;incumbent ha perso su tutti gli altri segmenti che ha dovuto ridurre. Potrei continuare a iosa, lo sapete benissimo&#8230; Dalle Poste, a molto altro. Sèpero di essere smentito, ma direi che potrei continuare esagttamente con ciò che sembra sparire dall&#8217;ultima bozza di liberalizzazioni annunciate, di cui appunto parleremo solo dopo aver visto ciò che davvero esce dal Consiglio dei ministri.</p>
<p>L&#8217;alternativa c&#8217;è, alla linea macro-keynesista statalista e fiscalista. E&#8217; una linea micro-offertista, sussidiaria e personalista. Che abbassa spesa ed entrate avvicinandole a chi paga per tornare all&#8217;einaudiano principio del beneficio, che libera energie per la crescita invece di drenarle, e che smonta dalle fondamenta l&#8217;opaco consenso tra nicchie protette d&#8217;impresa e 250 mila italiani che campano di politica e amministrazione apicale pubblica (non stupitevi, perché se sommate gli 8mila Comuni e le Province e le Regioni ai 1000 parlamentari e alle 7mila società locali e alle centinaia di società controllate dallo Stato a livello centrale coi loro cda, il conto purtroppo torna come ordine di grandezza).<br />
Non è affatto vero, che a pensarla così siano solo “pittoreschi personaggi che evidentemente difendono gli evasori”, come ha scritto Corrado Augias su Repubblica. La pensano così economisti come Paolo Savona – leggete il suo appena edito “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”- come Nicola Rossi, come Mario Baldassarri, come Alberto Bisin, come Giulio Zanella, come Eugenio Somaini. E tanti, tanti altri. Se avesse avuto testa, il centrodestra avrebbe dovuto dar loro retta, invece di continuare sulla linea dominante. Non bisogna abbandonarla perché è di sinistra, ma perché è sbagliata, perché ci taglia le gambe. Prima di dire che abbiamo fatto tutto il necessario, allotra, direi che è il caso di imboccare la strada giusta.</p>
<p>Voi che dite? E quando dico imboccare, significa una sola cosa. Temo che il governo dei tecnici non la condivida, questa linea. Ma allora  chi la pensa così deve lavorare perchè questa posizione abbia anche rappresentanza alle prossime elezioni politiche. Ci sia l&#8217;euro, o meno. Perché questa è l&#8217;unica strada, per un&#8217;Italia che a testa alta e a portafogli che tornino pieni, conti domani 40 milioni di occupati. Sì, avete letto bene, 40: cioè che dia lavoro a giovani anziani e donne, alzando di 15 punti almeno la partecipazione al mercato del lavoro, e piantandola di dar colpa agli altri dei guai che a casa nostra hanno combinato politica e classi dirigenti italiane.</p>
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		<title>Disobbedienza fiscale: i presupposti dimenticati, è ora di riscoprirli!</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:09:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; tempo di riscoprire i presupposti della disobbedienmza fiscale. Pubblica e organizzata. Befera e l&#8217;Agenzia delle Entrate ed anche Equitalia non c&#8217;entrano. Chi manda bombe e proiettili, è il nostro nemico e deve smetterla al più presto. Perché ci sono cascati tutti o quasi. Per l&#8217;ennesima volta. Ed è anche per questo che nutro una considerazione sempre più elevata per Attilio Befera, il capo dell&#8217;Agenzia delle Entrate e di Equitalia, e per la sua squadra che da anni ha mutato assetto organizzativo, efficacia e risultati concreti della lotta all&#8217;evasione, in perenne crescita. Non è un camaleonte perché confermato da sinistra e destra, come ha titolato<em> La Stampa</em>, perché in un Paese iperammalato di spoil system se Visco e Tremonti gli hanno dato fiducia è solo per i risultati concreti. E non è vero che la lena delle Entrate si è attenuata quando non c&#8217;era Visco, come l&#8217;intemerato deus ex machina fiscale della sinistra ha tuonato in un&#8217;intervista dopo Cortina. Al contrario, Befera coglie nel segno non solo perché il recuperato fiscale è cresciuto sempre e raddoppiato in cinque anni superando gli 11 miliardi in 12 mesi. Va a segno anche perché si è fatto aumentare i poteri sia dalla destra che dal governo dei tecnici. E perché l&#8217;azione delle Entrate si svolge anche con un abile occhio agli echi mediatici delle sue iniziative. Dai vip dello sport alle star dello spettacolo ai vacanzieri di Cortina, l&#8217;incazzatura dei lavoratori dipendenti soggetti senza scampo al sostituto d&#8217;imposta è assicurata. Ma il problema non è Befera e non sono i suoi. Fanno tostamente il loro mestiere.  Il viso dell&#8217;arme è ciò che lo Stato chiede loro.  Servono lo Stato. Il problema è la politica, che dello Stato scrive le leggi fiscali. Anzi i decreti legge, le circolari e i regolamenti, in violazione dell&#8217;articolo 23 della Costituzione che prescrive la riserva di legge assoluta per i nuovi tributi. Il problema è la giustizia, che tanto in Cassazione quanto alla Corte costituzionale ha accumulato una terrificante giurisprudenza a senso unico, per la quale in materia fiscale lo Stato ha praticamente sempre ragione. Ha sempre ragione, anche quando asimmetricamente pretende per sé un rispetto assoluto dei tempi di versamento e del quantum gli si deve, mentre per pagare le fatture dovute ai privati o per il rimborso dei crediti fiscali impiega discrezionalmente anni. Ha sempre ragione, anche quando stabilisce e pretende che per la sola temeraria decisione del contribuente di accedere a contenzioso fiscale, questi debba versare allo Stato subito un terzo di ciò che lo Stato pretende e che i contribuente contesta, con in più oneri e aggi. Ha sempre ragione, anche se nel contenzioso il giudice tributario non è affatto terzo rispetto a contribuente ed Entrate, ma di fatto parte esterna e concomitante dell&#8217;amministrazione tributaria. Ha sempre ragione, anche quando con il governo Monti lo Stato dispone il pieno accesso delle Entrate non solo ai conti bancari con relativi saldi, ma a qualunque operazione bancaria da parte di chiunque. Col che in nome della lotta all&#8217;evasione e al riciclaggio passiamo da una foto statica del patrimonio e dei saldi bancari di noi tutti all&#8217;integrale film comportamentale di qualunque cosa facciamo per ogni singola unità di tempo. In maniera che un pm potrà anche solo da una successione di operazioni bancarie nel tempo incardinare fascicoli identificandoli come ipotesi di reato. E la Costituzione, dove la mettiamo? <span id="more-11168"></span></p>
<p>Gli studi di settore, per anni divenuti strumenti induttivi dai quali far discendere unilateralmente da parte dello Stato cifre d&#8217;affari, basi imponibili e imposte dovute e pretese, prescindendo da ciò che capita davvero in concreto a ciascuna microimpresa artigiana o professionale interessata, non sono forse in violazione dell&#8217;articolo 53 della Costituzione sulla capacità contributiva individuale? E i conti correnti in toto girati allo Stato, non sono violazione dell&#8217;articolo 15 della Carta Fondamentale? Quell&#8217;articolo che testualmente afferma: “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell&#8217;autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”?</p>
<p>Il diritto naturale pre esiste a ogni statuizione dell&#8217;ordinamento positivo, per chi non è hegeliano sostenitore dello Stato etico, e non fa differenza se sia rosso o nero a seconda di quale filone dei discepoli di Fichte abbia fondato le rispettive ideologie politiche. Ma ogni più sacro fondamento del diritto di persone e individui viene da anni sempre più calpestato, in materia fiscale. Perché lo Stato assetato di risorse si dà ragione nel diritto e nella giurisprudenza. Persino l&#8217;abuso di diritto, secondo la Repubblica italiana e i suoi giudici, si configura solo a carico del contribuente contro lo Stato e mai viceversa. Nemmeno quando l&#8217;Agenzia delle Entrate non rimuove i pignoramenti su appartamenti per debiti fiscali contestati inferiori agli 8mila euro, come pure una sentenza di Cassazione avrebbe stabilito nel 2010.</p>
<p>Quando si muovono tali obiezioni una risposta corale viene immediatamente dal fronte statalista, che di fatto ha accomunato negli anni sinistra, destra e oggi governo dei tecnici, tutti uniti nella sacra parola d&#8217;ordine “lotta all&#8217;evasione”, tutti dimentichi e conniventi dello scandalo di una pressione fiscale in perenne crescita, salita di oltre 20 punti di Pil in una sola generazione, al continuo inseguimento di una spesa pubblica superiore a metà del prodotto nazionale, scandalosamente inefficiente e clientelare, al servizio degli interessi di chi protempore amministra lo Stato perennemente, impunemente e sfacciatamente spacciati per interesse generale. La risposta corale del fronte statalista è “vergogna, voi difendete quei criminali abietti che sono gli evasori”.</p>
<p> Le quattro mosche bianche residue liberali ne hanno le tasche piene, di questa accusa. Non serve aver letto e citare de la Boètie e John Locke, sant&#8217;Agostino e san Tommaso, Thomas Jefferson e l&#8217;abate Mably (che pure è fondatore del socialismo utopico, più che liberale), i fondamenti del diritto naturale in materia fiscale che hanno ispirato le grandi evoluzioni liberali della Storia, la testa tagliata di Carlo I e la Glorious Revolution del 1688, la rivolta delle Colonie americane e la nascita egli Stati Uniti. Ti aggrediscono come un nemico del popolo, dicono che vuoi sottrarre risorse ai servizi pubblici. Quando invece è vero il contrario. Loro mandano in tv spot tambureggianti in cui l&#8217;evasore è accusato di rubarmi in tasca, quando invece tutto ciò che lo Stato recupera se lo tiene per sé come spesa aggiuntiva, mica lo retrocede a chi le tasse le paga per premiarlo: ed è colpa suprema del centrodestra, non aver riconosciuto e introdotto tale principio.</p>
<p>E allora, penso io, è tempo che i liberali si organizzino. E che pensino alla disobbedienza fiscale. Quella pubblica e autodichiarata. Esposta a pene che spacchino e facciano discutere l&#8217;opinione pubblica per aprire gli occhi e risvegliare coscienze dormienti. Alla ricerca di magistrati che incardinino presso la Corte costituzionale giudizi incidentali che sollevino il problema dell&#8217;incostituzionalità di una delle tante aberrazioni fiscali che nel nostro Paese ci hanno reso servi di fatto, da cittadini di nome. Ce ne sarà almeno uno, su settemila magistrati, che la pensi così. E che segua la stessa strada per cui la Germania 10 anni fa è tornata a un sacro rispetto di un tetto, aggiornato anno per anno con pubblico voto parlamentare, di reddito personale e familiare intangibile a ogni pretesa dell&#8217;ordinamento. E&#8217; bastato stabilire questo, perché spesa pubblica e imposte siano scesi in equilibrio di quasi 7 punti di Pil, liberando energie potenti per la crescita del Paese e del benessere di ciascuno.</p>
<p>Le basi di diritto, per la disobbedienza civile fiscale? Ci sono eccome. Prendete <em>La giustizia costituzionale</em> di Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte e teso sacro alla sinistra. A pagina 276 dell&#8217;edizione 1988 leggerete: a) la legge incostituzionale non è obbligatoria; b) tuttavia non è neppure obbligatoria la disobbedienza ad essa, tale disobbedienza essendo solo consentita o ammessa; c) la disobbedienza alla legge è invece giuridicamente doverosa nei casi i cui i singoli si rappresentino con piena consapevolezza l&#8217;indiscutibile incostituzionalità della legge.</p>
<p>Alla prima sottocommisione della Costituente, il 3 dicembre 1946, furono tra gli altri Aldo Moro, Meuccio Ruini e Giuseppe Dossetti a difendere una formulazione che così recitava, annessa a quello che divenne poi l&#8217;articolo 54 odierno della Costituzione: “la resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino”. Togliatti, sprezzante, intervenne sostenendo che le rivoluzioni sono tali perché vincono, non perché esistano diritti alla disobbedienza in Costituzione. Naturalmente, la disobbedienza civile liberale non c&#8217;entrava nulla con le rivoluzioni rosse e nere. Ma tanto bastò perché la proposta cadesse, al fine di non dare appigli alla piazza filosovietica. E&#8217; amaro dirlo. Ma gli statalisti che allora vinsero in nome della rivoluzione contro i diritti naturali della persona, oggi continuano a farne strame in nome del fisco e della spesa pubblica. Finché almeno qualcuno non si svegli, in campo liberale. Sve-glia-mo-ci! Non è cosa da far da soplòi. E non è da delegare alle associazioni di categoria e d&#8217;impresa. E&#8217; cosa da uomini liberi, che sappiano misurare le parole agli insulti che riceveranno. Solo ancora ieri, Corrado Augias rispondeva a un lettore di Repubblica caricaturando i &#8220;pittoreschi personaggi&#8221; che vanno in tv e per gionali a dire quel che dico io e che pensiamo noi.  Saremo pure pittoreschi, ma abbiamo letto e studiato abbastanza per sapere che chi difende lo Stato nei suoi vizi e stravizi non può che essere un nemico della libertà. Fosse anche il più grande ideale a indurlo a giustificare una sopesa pubblica e un prelievo pubblico tanto scandalosi, per noui resta un ideale sbagliato. Perché la libertà viene prima.</p>
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		<title>Cortina, tasse, concertazione. E la libertà?</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 16:47:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
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		<description><![CDATA[Da Babbo Natale e dalla Befana Nicolò ha ricevuto diversi mezzi semoventi. Ma non un SUV. Non che la cosa gli dispiaccia. In realtà non li ama. Quando fa la sua passeggiata, e li incontra per strada, li trova troppo imponenti rispetto al suo passeggino. Gli precludono la visuale; in fondo, gli incutono timore. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da Babbo Natale e dalla Befana Nicolò ha ricevuto diversi mezzi semoventi. Ma non un SUV. Non che la cosa gli dispiaccia. In realtà non li ama. Quando fa la sua passeggiata, e li incontra per strada, li trova troppo imponenti rispetto al suo passeggino. Gli precludono la visuale; in fondo, gli incutono timore. Ma certo non di più degli autobus o dei tram, e neanche dei camioncini del carico e scarico.</p>
<p><span id="more-11146"></span>I mezzi più grandi occupano più spazio, ed essendo più pesanti, consumano di più le strade. Ma, pensa Nicolò, pur con le sue modeste competenze tecniche, essendo più pesanti avranno bisogno di più energia per muoversi. In pratica, di più benzina e più gasolio. Entrambi molto tassati. Quindi i SUV pagano più tasse delle auto normali, anche senza bisogno di strane &#8220;tasse sul lusso&#8221;. Se chi può e vuole si compra un SUV, pensa Nicolò, affari suoi. Ad occhio e croce, quelle maggiori &#8220;esternalità negative&#8221; che produce rispetto ad un&#8217;auto normale sono abbondantemente compensate dalle maggiori tasse che paga sul carburante.</p>
<p>Ed allora perché lo Stato si è impegnato nella caccia ai SUV di Cortina? E poi questi SUV non sono iscritti in un apposito registro, dal quale si può risalire al proprietario? E se il proprietario è una persona, non è iscritta anch&#8217;essa nell&#8217;apposito registro di anagrafe, con connesso codice fiscale (di questo Nicolò ha già fatto diretta esperienza)? E se il propritario è un&#8217;impresa, non è anch&#8217;essa iscritta in un apposito registro, dal quale si può risalire alle persone che la possiedono? A cosa serve questa caccia?</p>
<p>Come si sa, i bambini quando cominciano a farsi le domande non la smettono più. E così Nicolò è passato a chiedersi a cosa serve il gigantesco registro nel quale vengono annotati i pagamenti fatti da e a ciascun cittadino. Forse andrebbe bene chiedere questi dati per coloro che sono soggetti a un controllo fiscale. Ma i dati di tutti i cittadini! E dati dai quali non è difficile risalire a quale chiesa si appartiene, quali associazioni si sostengono, dove si comprano i libri e forse anche quali, se si ha o no un&#8217;amante (ebbene sì, anche se ancora piccolo Nicolò pensa sia bene in questa materia esser prudenti fin da subito).Forse, comincia a pensare Nicolò, questo registro dei pagamenti serve ad altro che a fare accertamenti fiscali&#8230;.</p>
<p>Ed infine: Nicolò sente parlare di un ritorno alla concertazione. Non facile da comprendere; sembra si tratti dell&#8217;idea secondo la quale il Governo deve trovare un accordo con le &#8220;parti sociali&#8221; prima di intervenire, ad esempio, sulle leggi che regolano il mercato del lavoro, o il regime delle pensioni, o quant&#8217;altro le parti sociali ritengano di proprio interesse.</p>
<p>Questioni niente affatto facili da affrontare per un infante, con ridotte esperienze delle cose della vita. Nicolò sta però cominciando ad imparare che lo studio può aiutare a porsi le domande e a darsi le risposte, anche compensando la scarsità delle esperienze dirette. E crede di aver trovato una risposta niente meno che ne La Repubblica di Platone:</p>
<blockquote><p>Ti sei dimenticato di nuovo, amico mio &#8230;, che la legge non mira all&#8217;assoluto benessere di una sola classe di cittadini, anzi fa in modo che nello Stato questo si ottenga con la concordia fra tutte le classi, sia mediante la persuasione sia mediante la costrizione, obbligandole tutte a comunicare fra loro il contributo che ciascuna classe è in grado di dare alla collettività; e se la legge rende tali i cittadini, il suo scopo non è di lasciarli liberi di fare ciò che vogliono, bensì di costringere ognuno a collaborare alla concordia dello Stato</p></blockquote>
<p>Quando appena si sta cominciando a parlare, le parole giuste arrivano con difficoltà; e Nicolò ha faticato a trovare la parola giusta per spiegare la cosa. Chissà se quella parola è &#8220;totalitarismo&#8221;?</p>
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		<title>Fisco: lo Stato di Monti non mi piace, l&#8217;ignoranza è schiavitù</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 10:31:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;aliquota maggiorata sugli immobili detenuti all&#8217;estero, evidentemnte in spregio all&#8217;autarchia restaurata mentre dormivo, l&#8217;aumento ulteriore della tassa sui conti correnti: le trovata da supermarket dell&#8217;eterna abilità statale a mettere le mani nelle tasche più facili mi rendono sempre più difficile comprendere il governo di emergenza. Nessuna visione di riordino sistemico del prelievo fiscale, per levare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;aliquota maggiorata sugli immobili detenuti all&#8217;estero, evidentemnte in spregio all&#8217;autarchia restaurata mentre dormivo, l&#8217;aumento ulteriore della tassa sui conti correnti: le trovata da supermarket dell&#8217;eterna abilità statale a mettere le mani nelle tasche più facili mi rendono sempre più difficile comprendere il governo di emergenza. Nessuna visione di riordino sistemico del prelievo fiscale, per levare peso dai redditi in nome della crescita. Nessuna proposta su ciò da cui occorreva partire, la delega fiscale su deduzioni e detrazioni, per dire chiaro dove tagliare risorse e dove concentrarle. Nessuna dismissione pubblica, né di mattone né di altro. In più, esteso peggioramento delle norme in violazione della libertà del contribuente. E per fortuna a Montecitorio i relatori Pd e Pdl della manovra hanno pensato bene di riscrivere la norma secondo la quale bastava sbagliare a dare una risposta alla Guardia di Finanza o all&#8217;Agenzia delle Entrate per commettere automaticamente un reato penale. Se il Parlamento terrà duro resterà reato solo il produrre documenti falsi, non incorrere in mere risposte sbagliate, come il governo si era originariamente vantato indicando nell&#8217;imbarbarimento della norma una delle grandi svolte per rendere finalmente più efficace la lotta all&#8217;evasione fiscale. Uso il termine imbarbarimento non perché mi scappi la penna. Non m&#8217;interessano polemiche politiche. Qui si tratta di difesa della libertà e di filosofia del diritto, non di aride norme tributarie.<span id="more-11002"></span></p>
<p>Come è questione di libertà e difesa del diritto, la ragione che mi ha visto tra i pochi a levare la voce sin dalla prima lettura della manovra apprendendo che  si disponeva il dovere per banche e intermediari finanziari di comunicare all&#8217;amministrazione tributaria no  sollo i saldi dei conti bancari, di deposito e titoli, ma il dettaglio di qualunque operazione superiore ai 1500 euro, cosa che sommata alla tracciabilità piena oltre i mille euro rende l&#8217;amministrazione tributaria finalmente edotta di qualunque nostro atto  e decisione. Siamo stati in pochi a reagire, insieme a Piero Ostellino che più volte è tornato sulla questione. In pochi a reagire al luogocomunismo che ormai su tali questioni impera sovrano, battendo le mani al rimedio delle manette agli evasori e all&#8217;orwelliana spoliazione di ogni ambito di libertà personale all&#8217;occhiuta onnipresenza e onniscienza dello Stato. Su questa norma, le modifiche parlamentari non sono andate oltre l&#8217;indicazione che l&#8217;attuazione della nuova norma dovrà essere predisposta sentendo l&#8217;Abi – visto che alle banche costerà, dunque costerà a noi clienti la perdita della nostra libertà, per doppio paradosso. E il Garante della Privacy, che a questo punto diventa unico eroe al quale chiedere istituzionalmente di alzare lo scudo liberale  a tutela della libertà di noi cittadini. Povero il Paese però che chiede al solo professor Pizzetti, mio ex maestro di diritto costituzionale a Torino, di combattere per la libertà Orazio sol contro l&#8217;Etruria tutta.</p>
<p>C&#8217;è una terza norma, nel decreto, ispirata allo stesso presupposto di queste due. E&#8217; l&#8217;introduzione di un regime di favore fiscale nei confronti di autonomi e microimprese che scelgano non la contabilità semplificata – il forfait del 20% per microimprese è stato praticamente già abolito o quasi da Tremonti, con la giustificazione che tropi cvi avevano fatto ricorso  che lo Stato ci rimetteva troppo – bensì in tutto e per tutto l&#8217;affidamento allo Stato. Girate direttamente all&#8217;amministrazione tributaria fatture emesse e fatture da pagare su cui scalare l&#8217;Iva, ed ecco che lo Stato da oggi si trasformerà nel vostro commercialista e vi farà la sconto. Quando l&#8217;ho illustrata in radio, non è mancato chi ha osservato “conveniente, finalmente potrò abolire il costo del commercialista”. Al che ho dovuto amaramente osservare che lo Stato è temibilmente abile, nel sedurre con le sue trappole il cittadino. Prima accumula una legislazione tributaria incomprensibile, farraginosa, e continuamente mutevole per mezzo di norme d&#8217;attuazione ballerine e circolari a getto continuo. Dopo di che, avendo lo Stato con la sua opacità impedito al contribuente di assolvere da solo al proprio dovere tributario se non al prezzo di incorrere in violazioni gravi dovute a incomprensioni e dunque a successive sanzioni spoliatrici, ecco che lo Stato se ne inventa un&#8217;altra e ti promette un favore se lo eleggi tuo commercialista e amico del cuore.</p>
<p>La fregatura c&#8217;è tutta, ovviamente. Rinunci non al commercialista, ma al fatto di poter opporre qualunque controdeduzione allo Stato che, tue fatture alla mano, ti calcola esso unilateralmente cifra d&#8217;affari, imponibile e imposta. Lo Stato non potrà mai stare dalla tua parte, a quello ci devi pensare tu. Lo Stato affamato ed esoso mira solo al tuo portafoglio.</p>
<p>Personalmente, ho grande stima e ammirazione di Attilio Befera e della sua squadra, l&#8217;uomo e l&#8217;apparato che con grande dedizione e lucidità hanno cambiato dalle fondamenta i connotati organizzativi e strumentali dell&#8217;amministrazione tributaria  e della gestione della riscossione pubblica, non più appaltata concessionari esterni. Ho pochi dubbi che le tre norme in questione derivino, come sempre o quasi sotto destra e sinistra da parecchi anni a questa parte, esattamente   dal vertice dell&#8217;Agenzia delle Entrate, e dalla sua collaborazione ed esperienza con Procure e Guardia di Finanza. Befera ha difeso a spada tratta in interviste la nuova svolta antievasione, e in questo gli do volentieri e pienamente ancora una volta atto che fa per intero il suo mestiere. A maggior ragione glie ne va dato atto quando dei delinquenti imbecilli si fanno venire in mente di mandare pacchi bomba ad Equitalia, con il validissimo direttore generale Marco Cuccagna che ci rimette un pezzo di mano e per questo merita ogni solidarietà, encomio e riconoscenza civile. Aggiungo naturalmente che apprendere che migliaia di vetture potenti sono intestate a contribuenti sotto i 20 mila euro l&#8217;anno di reddito, e idem dicasi per elicotteri ed aerei, non può che far prudere le mani (anche se su questo io ragiono coerente ai miei princìpi, e invece di liste di proscrizione pubbliche spaccaPaese credo che all&#8217;amministrazione spetti accertare caso per caso in silenzio, e con tenacia unita al rispetto).</p>
<p>Non è ai vertici amministrativi della lotta antievasione che va mossa l&#8217;obiezione. E&#8217; ai politici che presentano le norme. Ieri politici di centrodestra, prima di centrosinistra, oggi professori e tecnici. Tutt&#8217;e tre le categorie hanno evidentemente abdicato all&#8217;elementare difesa liberale del cittadino contribuente insegnataci da secoli di lotta dell&#8217;individuo contro le pretese eccessive dello Stato. Non c&#8217;è più, la sensibilità di Luigi Einaudi. La si addita e scambia pubblicamente per riprovevole e stomachevole fiancheggiamento dei nefandi evasori.</p>
<p>E invece no, non è così. La testa del primo re a cadere per una Rivoluzione contro la sua pretesa di tassare a discrezione fu quella di Carlo I.  La Grande Rivoluzione liberale britannica del 1688  pose le basi delle moderne costituzioni, e nacque sulla difesa contro le tasse esose. La Rivoluzione americana vide le Tredici Colonie americane spezzare gloriosamente nel fango le pretese tributarie della Corona Britannica.</p>
<p>Capisco che questi precedenti dicano magari poco alla sinistra, convinta dell&#8217;organicismo etico statuale e della prevalenza sempre e comunque dello Stato sulla persona, e sulla sua libertà. Ma che siano stati sedicenti liberali, ad avere negli anni recenti alle nostre spalle introdotto nel nostro ordinamento la possibilità che lo Stato entri nei miei conti bancari e congeli subito la sua pretesa unilaterale nei miei confronti, mentre per osare entrare in contenzioso nei suoi confronti a me si chiede di pagare subito un terzo della pretesa tributaria e relativi interessi e aggi, che tale rivoltante ribaltamento di ogni elementare tutela del diritto del cittadino nei confronti del rapace fisco pubblico si debba ai governi Berlusconi, personalmente mi è sempre risultato peggio che incomprensibile. Semplicemente una dichiarazione d&#8217;ignoranza. Da sempre premessa e suggello della schiavitù.  E tale resta, anche se tutti o quasi le battono le mani.</p>
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		<title>Manovra-Monti: i liberali a Rep! E quel che bisogna costruire</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 18:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo Panorama
Uno dei più rilevanti effetti del governo d&#8217;emergenza è quello che mi ha provocato un mezzo orgasmo, stamane martedì 6 febbraio. Leggere in prima pagina i due editoriali di punta sulla manovra affidati ad Alberto Bisin e Alessandro de Nicola, due cari amici liberali, liberalissimi e anzi “mercatisti” &#8211; direbbe qualcuno arricciando il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo Panorama</em></p>
<p>Uno dei più rilevanti effetti del governo d&#8217;emergenza è quello che mi ha provocato un mezzo orgasmo, stamane martedì 6 febbraio. Leggere in prima pagina i due editoriali di punta sulla manovra affidati ad Alberto Bisin e Alessandro de Nicola, due cari amici liberali, liberalissimi e anzi “mercatisti” &#8211; direbbe qualcuno arricciando il naso. Il primo in cattedra alla New York University, il secondo alla Bocconi e presidente della Adam Smith Society. Il primo a calar giù fendenti contro la via di inasprire le tasse, quando la pressione fiscale è già così alta e iniqua nella sua raccolta, mentre invece tonnellate di letteratura e verifiche e empiriche ci testimoniano che dalle crisi si esce meglio tagliando la spesa e abbassando le tasse. Il secondo a incalzare Monti sulle liberalizzazioni, che devono essere molto più energiche e in tempi stretti di quelle finora solo annunciate, tranne che per i farmaci di fascia C. Ecco, le critiche di Bisin e De Nicola sono le mie critiche, perché le convinzioni da cui partiamo sono le stesse. Se Repubblica ha deciso di sposare la linea liberale e di mercato, me ne compiaccio e il prode Alessandro Penati, castigatore intemerato di malcostume economico pubblico e privato in nome del mercato, sarà d&#8217;ora in poi finalmente meno solo. E&#8217; da orgasmo vero, leggere sul giornale dell&#8217;Ingegner De Benedetti che bisogna farla finita una volta per tutte con “le favole della lotta all&#8217;evasione e della razionalizzazione e della riforma del settore pubblico, che ci vengono raccontate ormai da decenni, con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi”.<span id="more-10826"></span> Al contempo, a mio modestissimo giudizio sono parole che danno la linea dei liberali veri, sul governo Monti. Ma anche su che cosa dovrebbe dire – dopo non averlo fatto – una grande forza liberale che aspirasse a tirar fuori il Paese dall&#8217;incomoda posizione in cui è invece finito, di potenziale detonatore della fine dell&#8217;euro dopo che la Grecia ne ha fatto miccia per due anni. Quando vedo che intellettuali e giornali vicini al centrodestra rilanciano tesi antieuro e antimercato, sbeffeggiano Monti e Passera come burattini e burattinai di oscure cupole tecnocratiche che ordirebbero crisi dei mercati e guadagni dalle crisi, allora mi prende lo sconforto. Perché quella che stiamo vivendo dall&#8217;estate 2007 è crisi epocale del mondo avanzato illusosi della sostenibilità dell&#8217;eccesso di consumo privato come pubblico finanziato a debito. E in una crisi come questa liberali e mercatisti dovrebbero sguazzare rivendicandone soluzioni e rimedi. Non scimmiottare socialisti e statalisti in nome della tutela dell&#8217;eccezionalità italiana, delle pensioni di anzianità, e di consimili amenità.</p>
<p>Veniamo dunque alla manovra Monti. Se dobbiamo esaminarla dal punto di vista che dovrebbe essere proprio dei liberali, allora i sue difetti essenziali e macroscopici sono due. Due difetti che ne attestano il continuismo rispetto a cattive pratiche precedenti, non la pretesa discontinuità e tanto meno la rottura.</p>
<p>Il primo difetto macroscopico è che manca una proposta per l&#8217;abbattimento in tempi rapidi di una quota considerevole del debito pubblico. Si sceglie di battere con ancora più convinzione la via degli avanzi primari, con un&#8217;ulteriore cospicuissima spremitura fiscale. Senonché a questo livello di pressione fiscale – dal 44,4% con crescita prevista all&#8217;1% l&#8217;anno prossimo, rischiamo di arrivare al 46% con crescita a meno uno nel 2012 – gli avanzi primari comunque non bastano ad abbattere il debito, perché il Pil cioè il denominatore dimagra e rimpicciolisce. Secondo, poiché l&#8217;economia reale è già in recessione, questa non potrà che aggravarsi. Al contrario, dal governo d&#8217;emergenza era e resta giusto attendersi una drastica misura che non ha effetti recessivi, e che contribuisce ad abbassare il rischio-Italia che comunque resterà alto, anche dopo il miglior successo auspicabile dell&#8217;eurovertice salvaeuro del 9 dicembre. Per abbattere presto di 20-30 punti di Pil il debito pubblico le vie sono due. La sinistra sogna, vuole, e predica la superpatrimoniale ammazza-Italia. Non sono di questa idea, ovviamente. I liberali non possono che volere invece una maxidismissione del mattone di Stato, stimato nell&#8217;attivo patrimoniale del Tesoro in almeno 500 miliardi di valore. Si prendano immobili per 300 miliardi e più facendone dotazione patrimoniale di un fondo immobiliare chiuso, realizzato come veicolo di mercato e gestito dopo regolare gara da soggetti di mercat6o, vincolandone le cessioni sin da subito a integrale abbattimento del debito, e offrendo liberamente a tutti coloro che volessero la possibilità di scambiare titoli del debito pubblico con obbligazioni del fondo stesso, garantite dal patrimonio. Si può e si deve fare, perché il mattone di Stato è garanzia di rientro del debito che ha fatto lo Stato, non l&#8217;ho fatto io e non lo avete fatto voi che mi leggete, come invece raccontano i fautori della superpatrimoniale.</p>
<p>Il secondo difetto macroscopico della manovra Monti riguarda la crescita. Le deduzioni dall&#8217;Ires della componente lavoro dell&#8217;Irap finanziata finalmente per miliardi in un triennio è buona cosa, ma avrà un effetto sulla crescita assai limitato, servirà più che altro a diminuire il tax rate delle imprese alle imprese non in perdita e che devono affrontare un ulteriore fortissima stretta. L&#8217;incentivo a breve più efficace per accrescere il Pil potenziale è lo sgravio di imposte e contributi su lavoro e impresa. E per fare questo occorre un energica riforma dell&#8217;intero sistema fiscale, tassando meno i redditi, tagliando molta più spesa di quanto si faccia, ed equilibrando il saldo tributario da garantire su altri cespiti, con l&#8217;imposizione indiretta a fronte di molte meno tasse sul reddito, o persino con la minipatrimoniale ordinaria  che le imprese avevano – tutte insieme &#8211; proposto a settembre al governo Berlusconi. Alla quale resto contrario, perché bisogna tagftliare sussidi alle imprese stesse, ce n&#8217;è a iosa, a pioggia e buoni solo per furbi e nicchie protette.</p>
<p>Ecco le due supermagagne della manovra Monti. Quelle su cui dovrebbero puntare i liberali. Sostenendo la riforma previdenziale – io sulla mancata perequazione delle pensioni alzerei però la soglia almeno a 2 mila euro – e riflettendo sulla sberla che per milioni di italiani verrà dall&#8217;Ici che torna maxirivalutata, dalle accise e dalla patrimoniale dell&#8217;un per mille sui conti bancari e strumenti finanziari. Più il Pdl vola alto e incalza su nuove misure sistemiche abbattidebito e alzacrescita, più da una parte recita il meacupla e dall&#8217;altra prepara il suo futuro. Altrimenti, lo faranno altri. E a questo pensa infatti, scaltramente, l&#8217;Ingegner De Benedetti.</p>
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		<title>Manovra Monti: non mi piace quel che non c&#8217;è, e molto di quel che c&#8217;è è raffica statalista, rapina di libertà e crescita</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 12:31:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La manovra varata dal governo Monti trova la sua giustificazione nella formidabile pressione alla quale è sottoposta l&#8217;Italia. Una pressione che il premier ha fatto bene a sottolineare ancora una volta, evocando la necessità he l&#8217;Italia non sia mai più il detonatore del possibile inabissamento dell&#8217;euro: la politica queste parole dolorose continua a non volerle sentire, perché coincidono con l&#8217;ammissione del proprio fallimento, scaricando su altri le proprie responsabilità. Non è passato giorno dacché il professor Monti ha ricevuto l&#8217;incarico, che Angela Merkel da Berlino non abbia  ripetuto, esplicitamente e ancor più chiaramente in via riservata, che solo se l&#8217;Italia assumeva decisioni durissime rispetto alle misure troppo a lungo rinviate e troppo insufficienti nel merito prese a luglio e agosto, solo in quel caso Berlino il prossimo 9 dicembre dirà sì a ciò che serve per difendere l&#8217;euro: procedure di bilancio blindate ex ante, e ampio margine agli interventi illimitati della Bce a sostegno dell&#8217;euroarea.  Questo spiega perché la manovra contiene misure che al lordo pesano per 30 miliardi, due punti di Pil. E ha fatto ancora bene Monti a far capire chiaramente ieri che non è affatto detto che basti. Probabilmente, infatti, non basterà. Ma la botta dura con la nuova manovra c&#8217;è. C&#8217;è eccome. E questo è un bene. Come che scontenti un po&#8217; tutti, così che nessuno possa cantar vittoria sugli altri. Venendo al merito, però, è piena di cose che non piacciono al mio palato.Una raffica statalista rapinatrice di libertà e crescita.</p>
<p><span id="more-10766"></span></p>
<p>Cominciamo dalla crescita. Nella manovra c&#8217;è un blocco di misure importanti, dal rilancio delle liberalizzazioni &#8211; per i farmaci C non è male &#8211; alla volontà seria di sbloccare gli investimenti in infrastrutture per 40 miliardi, agevolando il capitale privato che oggi resta lontano da opere e cantieri i cui progetti sono impugnabili a ripetizione. Sul ritorno della Dit, sono contrario perché  in passato è stata più un&#8217;agevolazione ai grandi gruppi – che se la sono vista poi sottrarre – che un incentivo ai piccoli, che pagano 30 punti di tax rate in più sul reddito lordo. E&#8217; un bene invece il rifinanziamento del fondi di garanzia per le Pmi. Comprensibile la garanzia data ai bonds bancari, e che la Cdp diventi prestatrice di ultima istanza per le fondazioni, perché tra poco qualche banca italian potrebbe saltare eccome. Tuttavia manca ASSOLUTAMENTE quel cambio di passo drastico a favore della crescita, che sarebbe potuto avvenire rimodulando da subito energicamente il prelievo oggi troppo asfissiante per lavoro e impresa, puntando invece a più imposte indirette o anche alla patrimoniale ordinaria che aveva richiesto l&#8217;intero fronte delle imprese italiane. Su questo, il governo non ha osato. Ma così la crescita resterà troppo asfittica. A maggior ragione per gli aggravi fiscali contenuti nella manovra. Una diminuzione dell&#8217;Irap alle imprese per la componente lavoro tradotta in deducibilità per chi non ha Ires negativa non appare come una vera priorità.</p>
<p>Seconda delusione per me assoluta:l&#8217;abbattimento del debito pubblico. Non c&#8217;è. Non siamo mai stati tra coloro che a questo scopo indicano una superpatrimoniale, che si tradurrebbe in fuga di capitali ed effetti iper recessivi. Ma non si compie invece la scelta di drastiche cessioni del patrimonio immobiliare pubblico, affidandone valori per almeno 20 punti di Pil a un fondo immobiliare chiuso, volto a cessioni vincolate all&#8217;abbattimento del debito. E&#8217; una questione molto seria, perché di soli avanzi primari fatti da strette fiscali depressive il debito non scenderà abbastanza, e resteremo esposti alla speculazione.   Se neanche i governi d&#8217;emergenza di professori e  banchieri fanno dimagrire lo Stato, chi ci deve pensare? Noi, impugnando libri inascoltati e fucili scarichi?</p>
<p>Veniamo ai punti positivi.</p>
<p>Primo, i costi della poltica. E&#8217; positivo il cambio di passo su questa materia, il no alle doppie retribuzioni del personale di governo, lo sfoltimento radicale dei membri delle Autorità indipendenti, la riconduzione all&#8217;Inps di Inpdap ed Enpals, la misura assunta nei confronti delle Province. Quest&#8217;ultima risponde a una generale propensione maturata tra gli italiani, e smentita dai passi del gambero degli ultimi mesi. Se le Province ricorreranno alla Corte costituzionale si renderanno ancora più impopolari, mentre il trasferimento a unioni di Comuni e Regioni delle loro funzioni è ormai necessario. Al contempo, i tagli dei costi alla politica sono troppo pochi. I professori devono affondare il coltello. Il mancato stipendio di Monti ministro è polvere negli occhi: ha due laute pensioni e un vitalizio.</p>
<p>Secondo, la previdenza. Il governo Berlusconi non potè intervenire per via del veto della Lega a favore dei trattamenti di anzianità. E&#8217; positiva oggi invece la sparizione delle anzianità, con il contributivo per tutti che a distanza di troppi anni diminuisce il privilegio degli “esentati” dalla riforma Dini, e che è una misura di equità intergenerazionale. Come lo è anche la fortissima accelerazione della parità di vecchiaia per le donne tra settore pubblico e privato, mentre l&#8217;aumento di fatto dei requisiti anagrafici di vecchiaia per gli uomini risponde alle aumentate attese di vita prima del meccanismo automatico varato dal precedente governo. Non mi persuade invece la sospensione dell&#8217;indicizzazione per le pensioni tranne le minime – resta al 100% &#8211; e quelle entro il doppio delle minime – al 50% &#8211; perché in un&#8217;economia che entra in recessione, anche se l&#8217;ha chiesto l&#8217;Europa, resta una carognata, se mi si passa il termine un po&#8217; forte. Io avrei esentato solo i trattamenti da 2000 euro in su, accelerando ulteriormente l&#8217;innalzamento dei requisiti pensionabili. Capisco che dunque Elsa Fornero abbia versato lacrime. Tra parentesi, ricorrere a una sovratassazione dei capitali scudati per finanziare l&#8217;indicizzazione residua è una furbata politica – sono misure chieste dalla sinistra – ma non cancella il vulnus.</p>
<p>Terzo, il ritorno dell&#8217;Ici. Visto che qui di tagli incisivi alla spesa non se ne parla se non per sopressione di enti inutuili &#8211; vedremo la lista completa, ancora manca dal provvedimento, e vedremo soprattutto chi sopravviverà grazie alla difesa più che prevedibile in Parlamento, come sempre &#8211; è positivo anche se a molti non piacerà  che l&#8217;Imu entri in vigore subito con un&#8217;aliquota dello 0,4 % per la prima casa e dello 0,7% per la seconda con facoltà dei Comuni di abbassare o alzare l&#8217;aliquota entro una forbice contenuta, e  con una rivalutazione delle rendite catastali contenuta nel 5% come precedentemente stabilito per la prima casa, ma un aumento da 100 a 160 del coefficiente per calcolare l&#8217;imponibile UIci.  Anche se è una misura che genererà forte scontento sociale, l&#8217;abrogazione dell&#8217;Ici sulla prima casa in questa legislatura è risultato sia un lusso che non potevamo più permetterci, sia una ferita aperta per i Comuni che restavano scoperti di risorse proprie per troppi anni, col federalismo. Certo, la botta sulla casa frutta 11 miliardi, gli italiani spero vengano disincentivati all&#8217;eccesso di mattone che si mettono in pancia, ma la botta è clamorosa.</p>
<p>Quarto, no a  più Iperf. E&#8217; positivo che il governo non abbia aumentato le aliquote sul reddito personale, visto che si sarebbe risolto  nel far pagare di più chi già strapaga, mentre è bene assumere sovrattasse su beni di iperlusso che, effettivamente, non riguardano il ceto medio. E&#8217; un bene anche che i limiti alla tracciabilità non siano scesi sotto i mille euro. Scendere sotto, è solo compiacere una facile demagogia. Resta sospeso invece il giudizio sull&#8217;aumento di due punti dell&#8217;aliquota generale IVA dal 21 al 23% entro il 2012, annunciato a copertura dei 4 miliardi appostati dal governo precedente in caso di mancato esercizio della delega in materia di riduzioni delle deduzioni e detrazioni fiscali del nostro ordinamento. In questo modo, infatti, si procede con più IVA meramente a copertura dei saldi. Mentre, al contrario, alzare l&#8217;Iva può servire energicamente se lo si fa in una strategia concertata di sostegno alle aziende che esportano, ma a quel punto rimodulando energicamente al ribasso il prelievo sui reddito delle persone fisiche e giuridiche. Resto invece deluso e scandalizzato, alla nuova batteria di aggravi su bolli e conti bancari &#8211; l&#8217;estensione della minipatrimoniale-titlio di Tremonti -  accise e addizionali per le autonomie. Una raffica statalista e rapinatrice di libertà e crescita.</p>
<p>In intesi: il decreto è una botta forte, per esser nato in 18 giorni. E&#8217; abbastanza perché i tedeschi non abbiano alibi. Ma su crescita e debito ancora non ci siamo. Mentre la protesta sociale sarà forte. Facile prevedere che la politica non ingoierà la pillola molto facilmente. Se poi il 9 dicembre l&#8217;eurovertice dovesse andar male, Dio ci salvi tutti perché entriamo in un mare ignoto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sberleffi alla francese – di Angelo Spena</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 09:07:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Angelo Spena.
Ma ve lo immaginate un Mitterrand, un Giscard d’Estaing, un De Villepin dinoccolarsi facendo le boccacce, come le marionette sui palchetti improvvisati per i bambini nel parco del Gianicolo? Fossi un cittadino francese proverei empatia per gli italiani per la semplice ragione che risulta evidente che siamo sulla stessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Angelo Spena</em>.</p>
<p>Ma ve lo immaginate un Mitterrand, un Giscard d’Estaing, un De Villepin dinoccolarsi facendo le boccacce, come le marionette sui palchetti improvvisati per i bambini nel parco del Gianicolo? Fossi un cittadino francese proverei empatia per gli italiani per la semplice ragione che risulta evidente che siamo sulla stessa barca, e non intendo solo quella della crisi economica.<span id="more-10451"></span>Si sa, i francesi con lo stile hanno un rapporto bivalente. Dalla haute couture agli sberleffi. Chi ha un amico francese conosce bene quella pernacchietta soffiata da un angolo della bocca a significare un certo disprezzo; non è il massimo dello charme, ma è trasversale, direi nazionalpopolare. Insomma, la fanno tutti. Per fortuna che il Presidente Sarkozy non ha commisurato l’intensità del gesto al suo livore per il nostro Presidente, altrimenti l’audio dei clip postati in rete sarebbe stato insostenibile.</p>
<p>A volte la forma è anche sostanza. Questi sono i protagonisti di oggi.</p>
<p>Non c’è commentatore politico che non sottolinei la mancanza di statisti. Scriveva Ernesto Galli della Loggia poche settimane fa (“Governanti del nulla”, <em>Corriere della sera</em>, 21 agosto 2011): “Proprio nel momento peggiore della sua storia post-bellica l’Occidente scopre di essere nelle mani di leader privi di temperamento, di coraggio e soprattutto di visione”. Per questo dispiace che sul FT Beppe Severgnini (“How Italy just survives having the class truant as leader”, <em>Financial Times</em>, October 26 2011) pur nell’ambito di una analisi purtroppo anche condivisibile della situazione italiana (“We are remote-controlled from above and micro-regulated from below”) non abbia colto alcunché di questo aspetto della questione, rimarcando soltanto “It was not a great day for Italy”. No, non solo for Italy.</p>
<p>Siamo alle solite? Déja vu? “… e ai francesi ancor gli girano …” canta una ballata di Bruno Lauzi (e con le ballate e gli chansonniers c’è dimestichezza alla Maison). Certo da Alitalia a Parmalat alla Libia al licenziamento senza preavviso del business nucleare (e scusate se è poco) il confronto tra le destre è stato duro: ma tant’è, <em>à la guerre comme à la guerre</em>.<br />
Auguriamoci tempi migliori per tutti e per tutto, cari cugini.</p>
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		<title>Gli indignados hanno ragione?</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 19:58:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[statalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi la città in cui Nicolò vive è stata teatro di una grande manifestazione di giovani indignados. Sono successi gravi incidenti, proprio nella zona dove Nicolò vive. L&#8217;odore dei lacrimogeni e della gomma bruciata gli è entrato fin dentro casa. Nicolò ne è rimasto colpito. Ha visto in TV ragazzi con caschi e passamontagna sfasciare tutto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi la città in cui Nicolò vive è stata teatro di una grande manifestazione di giovani <em>indignados</em>. Sono successi gravi incidenti, proprio nella zona dove Nicolò vive. L&#8217;odore dei lacrimogeni e della gomma bruciata gli è entrato fin dentro casa. Nicolò ne è rimasto colpito. Ha visto in TV ragazzi con caschi e passamontagna sfasciare tutto. Li ha considerati delinquenti, e di loro non ha null&#8217;altro da dire. Ma non lo hanno affatto convinto neanche gli altri manifestanti. Hanno sì il merito &#8211; ma è poi un merito? &#8211; di manifestare pacificamente. Ma in nome di idee in larga misura sbagliate.</p>
<p><span id="more-10270"></span>Nella celere sintesi che ne può fare un bimbo di sei mesi, che certamente non può capire tutto, gli<em> indignados</em>:</p>
<p>- sono contro le banche</p>
<p>- sono per il ripudio del debito</p>
<p>- chiedono allo Stato di spendere più soldi per la scuola, per l&#8217;università, per la ricerca, per i trasporti etc.</p>
<p>- chiedono allo Stato un lavoro stabile, garantito e a tempo indeterminato.</p>
<p>Nicolò non ha ancora concepito alcuna idea trasformabile in una intrapresa economica. Ma ha già capito che, se mai gli verrà un&#8217;idea simile, l&#8217;unica possibilità di realizzarla risiederà in una banca gli conceda credito. Senza le banche, nessuno che non sia ricco di famiglia potrebbe intraprendere alcunché. Nicolò quindi crede che i giovani non dovrebbero prendersela con le banche; semmai dovrebbero sperare che facciano meglio il loro lavoro.</p>
<p>Quanto al ripudio del debito, Nicolò la considera una cosa abbastanza immorale. Se lo Stato per primo non mantiene la parola, e non rimborsa i soldi presi a prestito, di chi ci si potrà mai fidare? Come potrà quello stesso Stato credibilmente assicurare a chi presta dei soldi che li riavrà indietro? Ma allora nessuno presterà più i propri soldi; di nuovo, ai giovani che non siano ricchi di famiglia sarà inibita ogni possibe intrapresa.</p>
<p>Veniamo alla richiesta che lo Stato spenda più soldi. A differenza di Nicolò, gli <em>indignados</em> forse non frequentano il sito dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, e quindi non sanno che lo Stato ha già molti debiti. E altri ne fa continuamente, perché è in deficit. Dove dovrebbe prendere i soldi da spendere a favore delle tante cose buone richieste dagli indignados? Non potrebbe che indebitarsi ulteriormente. Ma se avrà ripudiato il debito, chi volete che gli faccia credito? A Nicolò sembra che ci sia una contraddizione fra ripudio del debito e più spesa pubblica in deficit.</p>
<p>Infine, la questione del lavoro. Nicolò ha presente che circa un terzo dei giovani che cercano un lavoro non lo trova. E gli sembra un serio problema. Gli sembra però difficile immaginare che la soluzione sia dare a tutti questi giovani un lavoro alle poste o all&#8217;anagrafe. Di nuovo: con quali soldi? (e si torna ala contraddizione fra ripudio del debito e ricorso al debito) . Dunque, questo lavoro i giovani lo dovranno avere da imprese private. Che li assumeranno, pensa nella sua semplicità infantile Nicolò, se renderanno più di quanto costeranno. Quanto renderanno dipenderà da cose tipo la tecnologia, l&#8217;organizzazione, troppo complicate perché un bimbo possa dire alcunché. Ma quanto costeranno, questo anche a un bimbo è chiaro, dipende da quanto entrerà nelle loro tasche e da quanto, a titolo di tasse, di contributi previdenziali etc. finirà allo Stato. A Nicolò sembra che questi <em>indignados</em>, se vogliono più lavoro e se non vogliono salari e stipendi più bassi, dovrebbero chiesto di avere meno Stato e non più Stato.</p>
<p>Mentre faceva queste riflessioni, Nicolò ha sentito che il nuovo capo della banca centrale europea diceva che i giovani che protestano hanno ragione. Avranno ragione a protestare, ma dovrebbero ragionare un po&#8217; di più.</p>
<p>&nbsp;</p>
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