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	<title>CHICAGO BLOG &#187; spesa pubblica</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Che fine ha fatto la delega fiscale? C&#8217;è qualche liberale?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 09:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal numero odierno di  Panorama
Appello ai liberali in Parlamento, e &#8211; se tra loro esistono, anche a eventuali liberisti antistatalisti (non sto parlando di Antonio Martino, ovvio). Fate la cortesia, non fatevi prendere per l’ennesima volta di sorpresa. Cercate di capire che dopo le quattro manovre triennali approvate nel 2011 per  81,4 miliardi di euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal numero odierno di  Panorama</em></p>
<p>Appello ai liberali in Parlamento, e &#8211; se tra loro esistono, anche a eventuali liberisti antistatalisti (non sto parlando di Antonio Martino, ovvio). Fate la cortesia, non fatevi prendere per l’ennesima volta di sorpresa. Cercate di capire che dopo le quattro manovre triennali approvate nel 2011 per  81,4 miliardi di euro di cui quasi all’80% solo da nuove tasse, c’è un&#8217;unica vera grande occasione per ribaltare il vampirismo fiscale. E’ l’esercizio della delega fiscale che questo governo eredita dal governo precedente. <span id="more-11550"></span>Doveva sfoltire e abbattere i 720 bonus dai quali lo Stato incassa 253 miliardi in meno l’anno.  83 miliardi sono stati &#8220;blindati&#8221; dai tecnici, perché eviterebbero doppie imposizioni, garantirebbero l&#8217;ordinamento comunitario, o ancora i principi costituzionali. Su questo, liberali in Parlamento, fossi in voi andrei bene a controllare: in molti casi non mi pare proprio.</p>
<p>Il lavoro tecnico è stato compiuto dalla commissione che Tremonti affidò  a Vieri Ceriani della Banca d’Italia. Oggi è sottosegretario all’Economia. A lui Monti ha affidato l’intera partita della delega. Ma ne è stata annunciata un’altra, tre settimane fa: non ho capito su che base, visto che la delega ereditata è la più colossale occasione per ridisegnare l’intero complesso del welfare e degli aiuti pubblici agli “amici degli amici”. Quel che ho capito della nuova delega non mi è piaciuto,  “equità” e “perequazione”, il mantra di chi crede allo Stato distributore. Noi vogliamo invece non ostacoli la crescita.</p>
<p>Il Parlamento aveva promesso lavori preparatori sul tema in pochi mesi, altrimenti a ottobre sarebbero scattati tagli lineari di finanza pubblica. Monti ha sostituito ai tagli lineari l’aumento dell’IVA dal 21% al 23% e dal 10 al 12%, sempre da ottobre, se i 170 miliardi di detrazioni e deduzioni non coprono il gettito equivalente. I tecnici attuali sono keynesiani e statalisti, vogliono solo recuperare altro gettito allo Stato. Le sovrapposizioni tra fisco e stato sociale, su cui ha lavorato la commissione presieduta da Mauro Marè, sembra non interessare più nessuno. E il governo con il decreto salva-Italia si è data anche la facoltà di indicare entro maggio il  nuovo ISEE, l’indicatore di capacità del contribuente che dà diritto a tariffe agevolate e sconti.</p>
<p>State attenti, residui liberali. O siete capaci di incalzare da subito il governo, avete pronta in parallelo una spending review che abbatta spesa pubblica e tasse di 5-6 punti di Pil in un quinquennio come ha fatto la Germania tra 2002 e 2008, e vi affiancate  una proposta secca di riarticolazione di bonus fiscali solo a favore di famiglia, lavoro e impresa. Oppure i tecnici statalisti e keynesiani vi uccelleranno ancora una volta e definitivamente in questa legislatura. E avremo ancora più Stato e più gettito per lui.</p>
<p>“Quando gli scopi del governo sono snaturati e la libertà pubblica è manifestamente posta in pericolo, e tutti gli altri mezzi di correzione sono inutili e vani, il popolo può e di diritto deve riformare il vecchio governo o stabilirne uno nuovo. La non resistenza contro il potere arbitrario e contro l’oppressione è assurda, da schiavi e distruttiva del bene e della felicità dell’umanità”. Costituzione del New Hampshire, articolo 10. Sante parole!</p>
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		<title>Sbaglia chi accusa l&#8217;Europa, la rapina di Stato è italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:03:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di &#8220;Tempi&#8221;
Alcuni chiedono: poiché il fiscal compact sul quale hanno trovato convergenza 25 su 27 governi dell&#8217;Unione europea &#8211; l&#8217;opting out è stato scelto da Londra e Praga – conformerà per anni a venire la politica di bilancio di ogni singolo Paese membro, non sarebbe  non solo utile ma fors&#8217;anche necessario sottoporlo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di &#8220;Tempi&#8221;</em></p>
<p>Alcuni chiedono: poiché il fiscal compact sul quale hanno trovato convergenza 25 su 27 governi dell&#8217;Unione europea &#8211; l&#8217;opting out è stato scelto da Londra e Praga – conformerà per anni a venire la politica di bilancio di ogni singolo Paese membro, non sarebbe  non solo utile ma fors&#8217;anche necessario sottoporlo a referendum nazionale? Ebbene la mia risposta è secca: no. Per una serie di ragioni diverse. Alcune sono di ordine giuridico-formale. Altre, di carattere politico-sostanziale. Quelle giuridico-formali affondano le proprie radici nell&#8217;interpretazione sin qui totalmente univoca che l&#8217;ordinamento italiano ha dato dell&#8217;adesione dell&#8217;Italia ai diversi ordinamenti europei succedutisi nel tempo. Quelle sostanziali e politiche si riassumono in una frase: non è l&#8217;Europa ma è la politica italiana &#8211; in buona compagnia di quella greca etc etc &#8211; a ciurlare nel manico e spaccirea per colpe europee responsabilità che sono nazionali e sue; non è l&#8217;Europa ma la politica italiana a procurarsi con la forza la droga crescente della spesa pubblica, rapinando sempre di più le nostre tasche.</p>
<p><span id="more-11546"></span>L&#8217;adesione agli accordi europei nella dottrina e nella giurisprudenza costituzionale italiana è considerata pienamente conforme all&#8217;anelito sovranazionale di cessione contrattata di sovranità indicato nella nostra Costituzione: è adesione affidata ai governi e per questo, in reiterati dibattiti parlamentari nell&#8217;adesione al Trattato di Roma e a quelli ad esso successivi nei decenni, sottoposta all&#8217;ordinario processo di vaglio e legittimazione  da parte di Camera e Senato. La nostra tradizione e giurisprudenza costituzionale considera altresì il recepimento diretto delle fonti primarie di diritto europeo un naturale compimento della vocazione sovranazionale europea che ispirò i Padri Costituenti.</p>
<p>Altre tradizioni costituzionali continuano nell&#8217;Unione europea ad essere ancorate ad un fondamento ancora “nazionale”: di qui sono venuti referendum, dalla Francia alla Danimarca all&#8217;Irlanda, che hanno visto negli anni le opinioni pubbliche rigettare Trattati e infiggere severi colpi a quella necessità di una nuova governance  che contemperasse insieme più ampia rappresentanza – con l&#8217;apertura ad est dell&#8217;Unione – a princìpi di efficienza e decisionalità.</p>
<p>Vi sono poi Nazioni, come quella tedesca, che hanno sin dall&#8217;inizio aderito a un&#8217;interpretazione della propria Carta Fondamentale del tutto analoga a quella italiana, però con un grande “ma”. All&#8217;atto del recepimento dei Trattati di Maastricht e di Lisbona, tanto il Bundestag quanto la Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale tedesca, hanno esplicitamente richiamato che in nessun caso i nuovi impegni europei potevano chiamare i cittadini tedeschi a una violazione degli articoli 38, 115 e 14 della Legge fondamentale tedesca, il Grundgesetz. L’art. 38 attribuisce ai cittadini tedeschi il diritto di partecipare all’esercizio dei poteri pubblici tramite il Bundestag. L&#8217;articolo 115 prescrive che solo il Bundestag possa determinare il bilancio pubblico.  Mentre  l&#8217;articolo 14 ancora nella Costituzione tedesca l&#8217;obiettivo fondamentale di preservare la stabilità dei prezzi.</p>
<p>Di qui la serie successiva di ricorsi che sono fioriti in questi anni alla Corte costituzionale germanica, nella scorsa estate anche contro l&#8217;adesione del governo Merkel alla nascita dell&#8217;EFSF e agli aiuti alla Grecia. Secondo i ricorrenti tali atti del governo Merkel erano in violazione non solo della discplina di bilancio pubblico che deve restare esclusivamente nelle mani del Parlamento tedesco, unico organo al quale possano direttamente partecipare candidandosi e con il loro voto i cittadini germanici. Ma erano altresì in violazione  degli stessi articoli dei Trattati europei di Maastricht e Lisbona, e in particolare della clausola del <em>no bail-out </em>prevista all&#8217;articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), che vieta qualsiasi forma di aiuto. Nonché dell&#8217;articolo 122 del Tfue, che invece  ammette bensì finanziamenti ad uno Stato membro, ma solo per il caso di gravi difficoltà al di fuori di ogni controllo. E tali non potevano qualificarsi difficoltà conseguenti alla politica finanziaria di uno Stato, secondo i ricorrenti.  Di qui l&#8217;avversione tanto forte nel dibattito pubblico tedesco  alla cosiddetta <em>Haftungs-und Transferunion</em>, cioè al trasformarsi inevitabile dell&#8217;Unione europea in un&#8217;Unione dei trasferimenti, un’unione di tipo mutualistico dalla quale discendano automaticamente obblighi di spesa pubblica a carico del contribuente tedesco che non passino per il Parlamento nazionale.</p>
<p>La Corte costituzionale tedesca ha rigettato sin qui i ricorsi. Ma, ripeto, quelli erano ricorsi dettati dal tentativo di porre limiti ad aiuti automatici ai Paesi eurodeboli. Da noi, l&#8217;appello alle urne referendarie non mette in questione la solidarietà a chi è in difficoltà, verrebbe invece da chi pensa che il fiscal compact sia un limite intollerabile alla libera capacità del Parlamento italiano di spendere in deficit, continuando a indebitarsi, e dunque respingendo l&#8217;idea che proprio l&#8217;ammontare tanto ingente del nostro debito pubblico abbia finito non solo per farci crescere così poco da un quindicennio, ma abbia altresì anche costituito “il” detonatore potenziale dell&#8217;intera euroarea.</p>
<p>Non ci sono però solo considerazioni giuridiche e formali, per essere di tuttì&#8217;altra idea. La sostanza politica è un&#8217;altra. L&#8217;azzeramento del deficit e l&#8217;abbattimento del debito pubblico per ogni anno nella misura almeno di un ventesimo della parte eccedente il 60% del Pil sono ottime cose per l&#8217;Italia. Anche se la nostra Costituzione è assai meno rigorosa di quella tedesca, figlia della doppia sconfitta del nazismo prima, e prim&#8217;ancora del disastro di Weimar e della cecità europea nel richiedere danni di guerra impossibili all&#8217;ex Impero guglielmino a sua volta sconfitto, da cui il nazismo nacque e trovò consenso.</p>
<p>Il problema è che nel fiscal compact non è affatto scritto che quegli obiettivi &#8211; necessari e salutari &#8211; si debbano raggiungere con sanguinosi avanzi primari nell&#8217;ordine di 5-6 punti di Pil l&#8217;anno, realizzati attraverso ulteriori aggravi fiscali. E che solo così, procedendo per decenni con pressione fiscale oltre il 505 del Pil, abbasseremo a poco a poco il debito. Questa interpretazione del fiscal compact oggi e del vincolo dell&#8217;euro ieri la dà la politica italiana: sotto destra, sinistra e sotto i tecnici. Ma è una scelta demenziale della politica italiana, non dell&#8217;Europa, continuare a far crescere la spesa pubblica e alzare la tasse, e non abbattere il debito attraverso massicce dismissioni pubbliche. Chi sogna il referendum vorrebbe un bel plebiscito a favore di altra spesa pubblica e  altre tasse. Invece è proprio questa strategia ammazza-Paese, che bisogna mettere nel mirino e abbattere. L&#8217;Europa coi suoi vincoli non c&#8217;entra un fico secco.</p>
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		<title>Uno Stato meno ladro: paghi i suoi debiti come pretende le nostre tasse</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 19:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<category><![CDATA[fisco]]></category>
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		<description><![CDATA[Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione invece non ti paga a discrezione, per mesi e per anni. E tu non puoi farci niente. La dimensione dei ritardati pagamenti non ha una sola stima attendibile, perché la PA si guarda bene dal dare numeri sui propri debiti commerciali. Ma si pensa non sia ormai inferiore ai 70 miliardi di euro. Cinque punti di Pil. Poiché si tratta di una cifra che non solo ammazza imprese a centinaia, ma ha anche un impatto diretto sul totale del debito pubblico, è ovvio che la risposta al problema impone una strategia duplice. Da una parte, si tratta di risolvere l’oscena asimmetria nei rapporti tra creditori e debitori, se uno dei due è pubblico. Dall’altra, di cambiare strada nella gestione del debito pubblico in quanto tale, il peggior nemico della solvibilità e della crescita per l’intero sistema-Italia. Si può fare? Certo che sì.<span id="more-11530"></span></p>
<p>Cominciamo dal primo capitolo. Tra le tante misure previste nel decreto liberalizzazioni enfaticamente denominato cresci-Italia, è stato compiuto anche un primo passo per l’accelerazione del pagamento dei debiti pubblici a privati.  E’ un passo parzialissimo e insoddisfacente, ma almeno è la rottura dell’omertà di Stato a proprio vantaggio, intollerabile mentre la crisi ha aggravato le condizioni delle imprese proprio in una fase in cui il credito scarseggia e la liquidità rappresenta un’urgenza quotidiana. Al fine di favorire il pagamento dei crediti commerciali &#8211; certi, liquidi ed esigibili &#8211; vantati  dalle imprese nei confronti delle amministrazioni statali sono stati resi disponibili 5,7 miliardi, almeno 2 dei quali mediante assegnazione di titoli di Stato. Bene? No.  Intanto,  le disposizioni contenute nel decreto sono riferite alle sole amministrazioni statali, mentre la gran parte dei debiti fa capo alle amministrazioni locali. Poi è contraddittoria con la finalità generale della norma la scelta di attingere le maggior parte delle risorse per il pagamento dei debiti pregressi da quelle disponibili per rimborsi e compensazioni di crediti d’imposta. Infine, viene rinviata a un successivo decreto MEF la definizione delle caratteristiche dei titoli che saranno utilizzati per il pagamento dei crediti: tali caratteristiche sono però fondamentali ai fini della valutazione dell’intervento.</p>
<p>In altre parole, siamo ancora mille miglia lontani dal recepimento della Direttiva Comunitaria “Late Payments” &#8211; approvata a marzo 2011 &#8211; che fissa in 60 giorni il termine massimo di pagamento nei rapporti commerciali fra PA ed imprese. Mancano infatti del tutto i necessari interventi sull’assetto organizzativo e sull’ordinamento contabile della pubblica amministrazione, così da renderli coerenti con le finalità della Direttiva e in particolare con l’obiettivo di assicurare il pagamento dei debiti entro 60 giorni. Mancano le norme per la certificazione dei crediti che pure sono state previste dalla Legge di Stabilità 2012, finalizzate a favorire lo smobilizzo degli stessi crediti presso il sistema bancario. A differenza di quanto previsto dalla stessa legge, occorre  estendere la piena certificazione e lo smobilizzo bancario  anche al settore della sanità che, sebbene sia tra i più colpiti dal fenomeno dei ritardati pagamenti, è sino a oggi rimasto escluso dalla possibilità di avvalersi della certificazione. Occorre ancora modificare le regole sul patto di stabilità interno in modo tale che gli enti locali virtuosi, con i conti in regola e che abbiano disponibilità di cassa possano pagare i propri debiti commerciali e quelli relativi agli investimenti. Bisogna rimuovere il blocco delle azioni esecutive relative ai debiti commerciali nei confronti delle aziende sanitarie operanti nelle Regioni firmatarie dei piani di rientro e/o commissariate, previsto, per il 2012, dal DL 98/2011. Bisogna prevedere la possibilità per le imprese di compensare i crediti verso la PA con i debiti iscritti a ruolo, indicata da u,a legge del 2010 puntualmente mai attuata, e che va semmai estesa  per assicurare alle imprese la più ampia possibilità di compensare i crediti con debiti verso il settore pubblico di qualsiasi natura.</p>
<p>Ma parliamoci chiaro. Senza un deciso cambi di marcia sulla gestione del debito pubblico, lo Stato avrà sempre buon gioco nel sostenere che far emergere altri  70 miliardi di euro di debito non è esattamente una decisione da considerare priorità nazionale. Anche per questo, infatti, bisogna abbandonare la strada sin qui seguita con assoluta continuità,  da 20 anni a questa parte, dalle manovre del governo Amato a quelle di Ciampi per entrare nell’euro, da quelle di Visco e Padoa Schioppa per abbattere il deficit a quelle di Tremonti della scorsa estate quando l’Italia è diventata il possibile detonatore dell’euro, sino al cosiddetto decreto salva-Italia del governo Monti, nello scorso dicembre.</p>
<p>La strada seguita è stata sempre la stessa, ad onta del variare dei governi, di sinistra, di destra o dei tecnici. Quella di proporsi come unica soluzione la via di un graduale abbattimento del debito, attraverso sanguinosi avanzi primari nell’ordine di 5-6 punti di Pil l’anno, da realizzare pressoché esclusivamente attraverso aggravi fiscali. E’ una strada che ha inchiodato il Paese a tassi di crescita sempre più bassi. Che ci ha regalato una pressione fiscale record, e che avvelena il Paese nella diuturna polemica tra chi sono i veri evasori.</p>
<p>Le quattro manovre triennali 2012-2014 susseguitesi nel 2011 hanno disegnato un orizzonte complessivo di miglioramento dei saldi pubblici fatto di 48,3 miliardi nel 2012, 75,6 nel 2013, 81,2 miliardi nel 2013. Per il 74% il miglioramento complessivo è stato deliberato da Berlusconi-Tremonti, per un quarto da Monti. Ma entrambi i governi condividono la via della sberla fiscale. Nel 2012, l’80% del miglioramento dei saldi si deve a più tasse. Con una pressione fiscale che supererà nel 2013 il 46% del Pil, e levando il 17% di Pil “nero” inglobatovi dall’Istat ecco che siamo al record mondiale del 54%.</p>
<p>Una via alternativa c’è. C’è eccome. Si tratta di decidersi ad abbattimenti del debito non lavorando sui flussi, ma sullo stock. Per decine di punti insieme, e senza effetti recessivi. La sola cessione dei mattoni della PA,  costituendoli in dotazione patrimoniale di un fondo chiuso immobiliare, da far gestire da attori di mercato e secondo procedure e con tempi di di mercato, è operazione che vale secondo le stime degli attivi patrimoniali del Tesoro dai 400 ai 500 miliardi. Un’azione di tal genere può diventare ancor più incisiva estendendola a tante delle 7mila società pubbliche a controllo pubblico locale, se proprio non si vogliono toccare quelle a controllo statale. Ed è un’azione che va accompagnata da interventi sempre sugli stock  e non più sui flussi estesi anche alla spesa pubblica: la spending review promessa dal governo non deve riguardare i 5 o al più 10 miliardi di euro di cui si vocifera, cioè briciole, ma 6-7 punti di Pil entro 6 anni come realizzato in Germania negli anni 2002-2007.</p>
<p>Chi dice “non si può fare” lavora solo per la permanenza del peggiore ostacolo alla crescita italiana. Cioè lo Stato come attualmente si presenta ai nostri occhi. Ipertrofico, inefficiente, guardiano di interessi per soli amici degli amici. E ladro, per di più. Ladro! Ladro!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Buon 2012!!!!</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 12:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[governo Monti]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 2012 Nicolò compirà il primo anno di vita. Attende quindi il nuovo anno con grande trepidazione: sente dire al parco dagli amichetti più grandi  che potrà finalmente assaggiare la cioccolata e addirittura, di nascosto dalla mamma, la Nutella. Confida che la Apple, nonostante la dipartita di Steve Jobs, sia in grado di produrre nuove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2012 Nicolò compirà il primo anno di vita. Attende quindi il nuovo anno con grande trepidazione: sente dire al parco dagli amichetti più grandi  che potrà finalmente assaggiare la cioccolata e addirittura, di nascosto dalla mamma, la Nutella. Confida che la Apple, nonostante la dipartita di Steve Jobs, sia in grado di produrre nuove applicazioni divertenti per il suo Ipad. Spera che il governo dei tecnici abbia impiegato le ferie estive per studiare un po&#8217; di più e non ripetere gli errori che &#8211; come direbbe il prof. Monti se ancora scrivesse sui giornali &#8211; lo hanno portato a fare una manovra finanziaria tutta tasse e niente tagli di spesa. Soprattutto spera che l&#8217;inevitabile recessione aiuti gli italiani a riscoprire quello spirito di libertà che &#8211; Nicolò ne è certo &#8211; alberga in fondo ai loro cuori.<span id="more-11106"></span></p>
<p>E quindi è certo che gli italiani costringeranno chi li governa</p>
<p>- a privatizzare gli aeroporti milanesi, appena la scorsa settimana statalizzati attraverso l&#8217;acquisto da parte di un fondo posseduto dalla Cassa Depositi e Prestiti;</p>
<p>- a vendere sul mercato gli impianti di generazione ex-ENEL che sono appena stati comprati da un gruppo di aziende municipalizzate nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione Edison;</p>
<p>- in generale, a fare un semplice conto, di cui è capace anche un bambino di un anno (e a maggior ragione dovrebbero esserne capaci quegli uomini di finanza chiamati a responsabilità di governo, il cui <em>core business</em> nell&#8217;attività passata era ovviamente l<em>&#8216;asset and liabilitiy management</em>): se lo Stato si indebita a un tasso reale del 5%, sarebbe conveniente cedere tutta quella parte del patrimonio che rende meno del 5% reale; a partire da tutti gli alloggi posseduti dagli enti pubblici, il cui rendimento è ben sotto questa soglia;</p>
<p>- a far seguire alle parole i fatti: se il Governo afferma che in un paio di anni scarsi metterà a posto i conti, e quindi i mercati chiederanno tassi di interesse sui suoi titoli più bassi di quelli di oggi, anche un bambino comprende che non ha senso continuare ad emettere titoli a dieci o più anni, pagando un interesse del 7% all&#8217;anno, quando ci si potrebbe indebitare a scadenze più brevi, pagando addirittura la metà; se per primo il Governo mostra di non credere alla propria previsione di riduzione dei tassi d&#8217;interesse, perché dovrebbe crederci il mercato?</p>
<p>- a smettere di pensare che il modo per far pagare le tasse consista nello stato di polizia, in cui le burocrazie pubbliche possono andare a guardare nei pagamenti fatti da ciascun cittadino; anche Nicolò, che ancora non maneggia denaro, sa bene che la moneta è stata inventata per facilitare gli scambi; e che se invece li si ostacola, per esempio vietando l&#8217;uso del contante,  non ne verrà nulla di buono;</p>
<p>- a cominciare invece a ridurre lea spesa pubblica, per poter ridurre livello e progressività della pressione fiscale; con un infantile (e, come si può immaginare, qui l&#8217;aggettivo non è affatto spregiativo) ragionamento economico Nicolò si è convinto che questo è il modo migliore anche per combattere l&#8217;evasione fiscale.</p>
<p>In fondo, soprattutto al principio del nuovo anno, Nicolò è ottimista. E crede che i suoi concittadini, che tanto tempo fa seppero inventare i liberi comuni, ricomincino a convincersi del fatto che &#8211; come ripeteva una signora di cui si occupa un film che anche in Italia sta per andare nelle sale &#8211; lo Stato non è la soluzione ma è invece il problema. Oggi, quando qui da noi la spesa dello Stato assorbe la metà del prodotto nazionale, è davvero un grande problema. L&#8217;augurio a tutti di Nicolò è che nel 2012 questo grande problema si faccia un po&#8217; più piccolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La manovra del governo dei tecnici</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 14:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A otto mesi di vita, buona parte del tempo viene impiegato a tentare di associare alle parole il loro significato. Nicolò si sta dedicando a questo sforzo con grande impegno. Il suo spirito analitico lo ha dapprincipio condotto ad affrontare la questione attraverso lo studio. Gli sembrava di aver trovato molte risposte nel <em>Tractatuss logico-philosophicus  </em>di<em> Ludwig Wittgenstein<strong>; </strong></em>è rimasto molto deluso quando ha scoperto che lo stesso L.W. aveva demolito il <em>tractatus</em> nelle sue <em>Philosophical Investigations. </em>Nicolò è quindi tornato a un metodo schiettamente popperiano: lui assume che, se gli indicano un affare verde pieno di lucine intermittenti e di palline colorate e lo chiamano albero di Natale, ebbene quello deve essere un albero di Natale; salvo che successive osservazioni non falsifichino l&#8217;assunto. Così diviene abbastanza facile comprendere cosa sia un albero di Natale. Ma Nicolò sta trovando molto più difficile scoprire cosa sia un <em>governo tecnico</em> e cosa lo distingua da un <em>governo politico</em>.<span id="more-11037"></span></p>
<p>Soprattutto perché chi sia un <em>politico</em> gli sembra piuttosto oscuro. Pensava però Nicolò di aver ben compreso cosa fosse un tecnico. Uno che, di quella specifica materia, se ne intende, perché la ha studiata, ovvero perché comunque se ne è occupato professionalmente. Nella sua semplicità di infante, a Nicolò non dispiaceva affatto il governo dei tecnici: un po&#8217; di competenza, pensava Nicolò, non potrà che far bene a questa disastrata Italia in cui mi è capitato di nascere.</p>
<p>Ma la cosa si è complicata quando la semplice mente di Nicolò si è trovata di fronte alla manovra finanziaria del governo dei tecnici. Nella sua, appunto, semplicità, Nicolò pensava che il governo dei tecnici avrebbe usato le specifiche competenze dei suoi componenti per migliorare &#8211; sente dire la parola ottimizzare &#8211; l&#8217;utilizzazione delle risorse. Non gli sfugge che ciò potrebbe dire produrre di più con le stesse risorse, ovvero produrre le stesse quantità con risorse minori. Nella situazione italiana, teme però Nicolò che non ci possiamo permettere la prima strada (incombe su tutti noi l&#8217;orologio del debito dell&#8217;IBL), e che quindi sia necessario scegliere la seconda: produrre la stessa quantità di beni pubblici con una quantità minore di risorse. Ecco quindi che Nicolò si sarebbe atteso dai tecnici quelli che ha imparato a chiamare &#8220;tagli&#8221; alla spesa pubblica; e non già i &#8220;tagli lineari&#8221; praticati quando c&#8217;erano tre monti, ma i tagli selettivi, accompagnati da una riorganizzazione degli apparati pubblici, che a Nicolò sembravano ovvi dopo la semplificazione orografica.</p>
<p>Ma quanto è faticoso il metodo di <em>trials an errors</em>! E Nicolò ha dovuto velocemente concludere che la sua tesi riguardo al significato del governo dei tecnici era falsificata dai fatti. La manovra del governo tecnico infatti, rinunciando praticamente a ogni possibile taglio &#8211; più o meno lineare &#8211; della spesa pubblica, ha pensato bene di aumentare le risorse a disposizione dello Stato; in altre parole, ha alzato le tasse. E addirittura le ha alzate di più di quanto sarebbe stato semplicemente necessario per ridurre il deficit; perché ha pensato che fosse necessario aggiungere ancora un po&#8217; di spesa. Della &#8220;ottimizzazione&#8221; nell&#8217;uso delle risorse, della riorganizzazione dell&#8217;apparato pubblico, se ne parlerà un&#8217;altra volta.</p>
<p>Quindi, il tentativo di Nicolò di comprendere cosa sia un governo dei tecnici a partire da quel che il governo fa, si è rivelata fallace. Ma forse la ricerca non è stata inutile. Non sarà che a Nicolò è riuscito quel che non riuscì a Cristoforo Colombo, cioè di buscare il levante per il ponente? E, mentre cercava di capire cosa fosse il governo dei tecnici, si è trovato invece a capire cosa sia il governo dei politici?</p>
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		<title>Manovra Monti: non mi piace quel che non c&#8217;è, e molto di quel che c&#8217;è è raffica statalista, rapina di libertà e crescita</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 12:31:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La manovra varata dal governo Monti trova la sua giustificazione nella formidabile pressione alla quale è sottoposta l&#8217;Italia. Una pressione che il premier ha fatto bene a sottolineare ancora una volta, evocando la necessità he l&#8217;Italia non sia mai più il detonatore del possibile inabissamento dell&#8217;euro: la politica queste parole dolorose continua a non volerle sentire, perché coincidono con l&#8217;ammissione del proprio fallimento, scaricando su altri le proprie responsabilità. Non è passato giorno dacché il professor Monti ha ricevuto l&#8217;incarico, che Angela Merkel da Berlino non abbia  ripetuto, esplicitamente e ancor più chiaramente in via riservata, che solo se l&#8217;Italia assumeva decisioni durissime rispetto alle misure troppo a lungo rinviate e troppo insufficienti nel merito prese a luglio e agosto, solo in quel caso Berlino il prossimo 9 dicembre dirà sì a ciò che serve per difendere l&#8217;euro: procedure di bilancio blindate ex ante, e ampio margine agli interventi illimitati della Bce a sostegno dell&#8217;euroarea.  Questo spiega perché la manovra contiene misure che al lordo pesano per 30 miliardi, due punti di Pil. E ha fatto ancora bene Monti a far capire chiaramente ieri che non è affatto detto che basti. Probabilmente, infatti, non basterà. Ma la botta dura con la nuova manovra c&#8217;è. C&#8217;è eccome. E questo è un bene. Come che scontenti un po&#8217; tutti, così che nessuno possa cantar vittoria sugli altri. Venendo al merito, però, è piena di cose che non piacciono al mio palato.Una raffica statalista rapinatrice di libertà e crescita.</p>
<p><span id="more-10766"></span></p>
<p>Cominciamo dalla crescita. Nella manovra c&#8217;è un blocco di misure importanti, dal rilancio delle liberalizzazioni &#8211; per i farmaci C non è male &#8211; alla volontà seria di sbloccare gli investimenti in infrastrutture per 40 miliardi, agevolando il capitale privato che oggi resta lontano da opere e cantieri i cui progetti sono impugnabili a ripetizione. Sul ritorno della Dit, sono contrario perché  in passato è stata più un&#8217;agevolazione ai grandi gruppi – che se la sono vista poi sottrarre – che un incentivo ai piccoli, che pagano 30 punti di tax rate in più sul reddito lordo. E&#8217; un bene invece il rifinanziamento del fondi di garanzia per le Pmi. Comprensibile la garanzia data ai bonds bancari, e che la Cdp diventi prestatrice di ultima istanza per le fondazioni, perché tra poco qualche banca italian potrebbe saltare eccome. Tuttavia manca ASSOLUTAMENTE quel cambio di passo drastico a favore della crescita, che sarebbe potuto avvenire rimodulando da subito energicamente il prelievo oggi troppo asfissiante per lavoro e impresa, puntando invece a più imposte indirette o anche alla patrimoniale ordinaria che aveva richiesto l&#8217;intero fronte delle imprese italiane. Su questo, il governo non ha osato. Ma così la crescita resterà troppo asfittica. A maggior ragione per gli aggravi fiscali contenuti nella manovra. Una diminuzione dell&#8217;Irap alle imprese per la componente lavoro tradotta in deducibilità per chi non ha Ires negativa non appare come una vera priorità.</p>
<p>Seconda delusione per me assoluta:l&#8217;abbattimento del debito pubblico. Non c&#8217;è. Non siamo mai stati tra coloro che a questo scopo indicano una superpatrimoniale, che si tradurrebbe in fuga di capitali ed effetti iper recessivi. Ma non si compie invece la scelta di drastiche cessioni del patrimonio immobiliare pubblico, affidandone valori per almeno 20 punti di Pil a un fondo immobiliare chiuso, volto a cessioni vincolate all&#8217;abbattimento del debito. E&#8217; una questione molto seria, perché di soli avanzi primari fatti da strette fiscali depressive il debito non scenderà abbastanza, e resteremo esposti alla speculazione.   Se neanche i governi d&#8217;emergenza di professori e  banchieri fanno dimagrire lo Stato, chi ci deve pensare? Noi, impugnando libri inascoltati e fucili scarichi?</p>
<p>Veniamo ai punti positivi.</p>
<p>Primo, i costi della poltica. E&#8217; positivo il cambio di passo su questa materia, il no alle doppie retribuzioni del personale di governo, lo sfoltimento radicale dei membri delle Autorità indipendenti, la riconduzione all&#8217;Inps di Inpdap ed Enpals, la misura assunta nei confronti delle Province. Quest&#8217;ultima risponde a una generale propensione maturata tra gli italiani, e smentita dai passi del gambero degli ultimi mesi. Se le Province ricorreranno alla Corte costituzionale si renderanno ancora più impopolari, mentre il trasferimento a unioni di Comuni e Regioni delle loro funzioni è ormai necessario. Al contempo, i tagli dei costi alla politica sono troppo pochi. I professori devono affondare il coltello. Il mancato stipendio di Monti ministro è polvere negli occhi: ha due laute pensioni e un vitalizio.</p>
<p>Secondo, la previdenza. Il governo Berlusconi non potè intervenire per via del veto della Lega a favore dei trattamenti di anzianità. E&#8217; positiva oggi invece la sparizione delle anzianità, con il contributivo per tutti che a distanza di troppi anni diminuisce il privilegio degli “esentati” dalla riforma Dini, e che è una misura di equità intergenerazionale. Come lo è anche la fortissima accelerazione della parità di vecchiaia per le donne tra settore pubblico e privato, mentre l&#8217;aumento di fatto dei requisiti anagrafici di vecchiaia per gli uomini risponde alle aumentate attese di vita prima del meccanismo automatico varato dal precedente governo. Non mi persuade invece la sospensione dell&#8217;indicizzazione per le pensioni tranne le minime – resta al 100% &#8211; e quelle entro il doppio delle minime – al 50% &#8211; perché in un&#8217;economia che entra in recessione, anche se l&#8217;ha chiesto l&#8217;Europa, resta una carognata, se mi si passa il termine un po&#8217; forte. Io avrei esentato solo i trattamenti da 2000 euro in su, accelerando ulteriormente l&#8217;innalzamento dei requisiti pensionabili. Capisco che dunque Elsa Fornero abbia versato lacrime. Tra parentesi, ricorrere a una sovratassazione dei capitali scudati per finanziare l&#8217;indicizzazione residua è una furbata politica – sono misure chieste dalla sinistra – ma non cancella il vulnus.</p>
<p>Terzo, il ritorno dell&#8217;Ici. Visto che qui di tagli incisivi alla spesa non se ne parla se non per sopressione di enti inutuili &#8211; vedremo la lista completa, ancora manca dal provvedimento, e vedremo soprattutto chi sopravviverà grazie alla difesa più che prevedibile in Parlamento, come sempre &#8211; è positivo anche se a molti non piacerà  che l&#8217;Imu entri in vigore subito con un&#8217;aliquota dello 0,4 % per la prima casa e dello 0,7% per la seconda con facoltà dei Comuni di abbassare o alzare l&#8217;aliquota entro una forbice contenuta, e  con una rivalutazione delle rendite catastali contenuta nel 5% come precedentemente stabilito per la prima casa, ma un aumento da 100 a 160 del coefficiente per calcolare l&#8217;imponibile UIci.  Anche se è una misura che genererà forte scontento sociale, l&#8217;abrogazione dell&#8217;Ici sulla prima casa in questa legislatura è risultato sia un lusso che non potevamo più permetterci, sia una ferita aperta per i Comuni che restavano scoperti di risorse proprie per troppi anni, col federalismo. Certo, la botta sulla casa frutta 11 miliardi, gli italiani spero vengano disincentivati all&#8217;eccesso di mattone che si mettono in pancia, ma la botta è clamorosa.</p>
<p>Quarto, no a  più Iperf. E&#8217; positivo che il governo non abbia aumentato le aliquote sul reddito personale, visto che si sarebbe risolto  nel far pagare di più chi già strapaga, mentre è bene assumere sovrattasse su beni di iperlusso che, effettivamente, non riguardano il ceto medio. E&#8217; un bene anche che i limiti alla tracciabilità non siano scesi sotto i mille euro. Scendere sotto, è solo compiacere una facile demagogia. Resta sospeso invece il giudizio sull&#8217;aumento di due punti dell&#8217;aliquota generale IVA dal 21 al 23% entro il 2012, annunciato a copertura dei 4 miliardi appostati dal governo precedente in caso di mancato esercizio della delega in materia di riduzioni delle deduzioni e detrazioni fiscali del nostro ordinamento. In questo modo, infatti, si procede con più IVA meramente a copertura dei saldi. Mentre, al contrario, alzare l&#8217;Iva può servire energicamente se lo si fa in una strategia concertata di sostegno alle aziende che esportano, ma a quel punto rimodulando energicamente al ribasso il prelievo sui reddito delle persone fisiche e giuridiche. Resto invece deluso e scandalizzato, alla nuova batteria di aggravi su bolli e conti bancari &#8211; l&#8217;estensione della minipatrimoniale-titlio di Tremonti -  accise e addizionali per le autonomie. Una raffica statalista e rapinatrice di libertà e crescita.</p>
<p>In intesi: il decreto è una botta forte, per esser nato in 18 giorni. E&#8217; abbastanza perché i tedeschi non abbiano alibi. Ma su crescita e debito ancora non ci siamo. Mentre la protesta sociale sarà forte. Facile prevedere che la politica non ingoierà la pillola molto facilmente. Se poi il 9 dicembre l&#8217;eurovertice dovesse andar male, Dio ci salvi tutti perché entriamo in un mare ignoto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Pareggio di bilancio, si parte malissimo&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:09:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;onorevole Giorgio Stracquadanio ci scrive da Montecitorio
Ieri è iniziata alla Camera la discussione sulla riforma dell&#8217;articolo 81 e l&#8217;introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Ed è iniziata nel peggiore dei modi. Intanto perché il testo che le due commissioni competenti – Affari Costituzionali e Bilancio – hanno adottato come testo base non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em></em><em></em><em>L&#8217;onorevole Giorgio Stracquadanio ci scrive da Montecitorio</em></p>
<p>Ieri è iniziata alla Camera la discussione sulla riforma dell&#8217;articolo 81 e l&#8217;introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Ed è iniziata nel peggiore dei modi. Intanto perché il testo che le due commissioni competenti – Affari Costituzionali e Bilancio – hanno adottato come testo base non contiene nemmeno l&#8217;espressione pareggio di bilancio. Secondo la proposta delle commissioni approvata con il voto pressoché unanime dei partiti, la Costituzione dovrebbe fissare l&#8217;obbligo per il Parlamento all&#8217;equilibrio di bilancio, un concetto ignoto alla dottrina economica e al diritto.</p>
<p>Come spesso accade lo Stato, il potere pubblico, riserva a se stesso quello che vieta a cittadini ed imprese. Provate a depositare in tribunale un bilancio di impresa in equilibrio come quello dello Stato italiano e vedete se non vi troverete dritti dritti alla sezione fallimentare.<br />
<span id="more-10580"></span>Eppure questa discussione era iniziata il 14 agosto, con la convocazione straordinaria delle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio di Camera e Senato, alle quali l&#8217;allora ministro Tremonti aveva annunciato l&#8217;esistenza della lettera della Bce al governo italiano e la necessità di mettere mano immediatamente alla Costituzione per adempiere al patto Europlus approvato dai Capi di Stato e di Governo della zona euro nella riunione dell&#8217;11 marzo scorso, su impulso franco-tedesco, e condiviso dal Consiglio europeo del 24-25 marzo.</p>
<p>La straordinarietà degli eventi e della convocazione parlamentare poteva illudere sul fatto che il sistema dei partiti acquisisse consapevolezza del fatto che il fallimento politico rappresentato dall&#8217;enorme debito pubblico fosse innanzitutto conseguenza della scientifica elusione della disciplina di bilancio fissata dalla Costituzione, dove è scritto qualcosa che da più di quarant&#8217;anni non avviene, e cioè che “con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese” e che “ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.</p>
<p>Bastava sentire l&#8217;intervento di Peppino Calderisi per rendersi conto del fatto che il parlamento non ignora la propria responsabilità storica: “È indubbio che nelle intenzioni dei nostri padri costituenti l&#8217;articolo 81 avrebbe dovuto assicurare la naturale tendenza al pareggio di bilancio. Così, del resto, si espressero testualmente sia Ezio Vanoni, firmatario dell&#8217;emendamento che sarebbe poi diventato norma costituzionale, sia Luigi Einaudi. Peraltro, se assai rigorose furono le intenzioni dei costituenti, affatto diversi furono gli esiti dell&#8217;applicazione della previsione costituzionale. […] Tanti sono i modi con i quali sono stati aggirati i vincoli dell&#8217;articolo 81 della Costituzione: copertura delle leggi di spesa solo per il primo anno; l&#8217;indebitamento considerato come una forma legittima di copertura, legittimità sancita da una sentenza della Corte costituzionale, la n. 1 del 1966; sentenze della Corte peraltro che, in applicazione del principio uguaglianza, hanno esteso benefici ad una platea enorme di cittadini senza nessuna copertura finanziaria; finanziarie con deficit a doppia cifra negli anni Ottanta, anche superiori al 20 per cento del PIL, con le relazioni di minoranza dell&#8217;allora Partito Comunista Italiano che dicevano che queste finanziarie erano recessive; finanziarie modificate con i meccanismi degli emendamenti vol au vent di Cirino Pomicino, ma questa è già altra questione; finanziarie per le quali ogni navetta parlamentare costava dai mille ai duemila miliardi di lire, con emendamenti votati a scrutinio segreto”.</p>
<p>Eppure nella discussione di ieri questa ricostruzione storica veniva letta con tutt&#8217;altro giudizio di valore dal deputato del Pd, costituzionalista prodiano, Gianclaudio Bressa, che ha sostenuto la tesi sociale della sinistra (e non solo): “L&#8217;articolo 81 è stato scritto da Mortati e Vanoni con l&#8217;importante tutoraggio di Luigi Einaudi. Mortati e Vanoni erano due costituenti favorevoli all&#8217;introduzione in Costituzione dei diritti sociali, ma erano anche preoccupati per programmi realistici di attuazione degli stessi […] La definitiva riplasmazione dei principi dell&#8217;articolo 81 della Costituzione è stata opera, sul piano della dottrina negli anni Sessanta, di Valerio Onida, nel suo fondamentale libro Le leggi di spesa nella Costituzione. È cambiato il tempo e la cultura politico-economica. L&#8217;articolo 81 della Costituzione non intendeva incorporare il principio del pareggio di bilancio e nemmeno quello della tendenza al pareggio. La sua logica è rivolta a permettere una gestione della politica finanziaria statale, impostata dal Governo e consentita dal Parlamento, ma condotta in maniera ordinata secondo un piano prestabilito. La legge di bilancio ha un valore sostanziale, può disporre provvedimenti nuovi, incisivi sugli sviluppi futuri della finanza, e può prestabilire fondi speciali in previsione dell&#8217;approvazione di future leggi. I fondi non cadono sotto il divieto del terzo comma dell&#8217;articolo 81 della Costituzione di nuove spese, perché non predispongono una spesa attuale. Quando la copertura è garantita dai fondi speciali il quarto comma è rispettato. La copertura si fa sul disavanzo legittimamente. La sentenza n. 1 del 1966 della Corte costituzionale conferma la tesi di Onida. Questa diventa la lettura ortodossa dell&#8217;articolo 81 della Costituzione. Qui nasce il problema che porterà, alla fine degli anni Settanta, allo sfondamento sistematico del bilancio. Nel 1979 più del 40 per cento della spesa era finanziato con il ricorso al debito”.</p>
<p>Non c&#8217;è dibattito politico in cui non si affermi che il problema dei problemi è la dimensione del debito pubblico e la sua apparentemente inarrestabile tendenza a crescere. Il contatore del debito presente sulla home page di questo blog cerca di ricordarlo a tutti.</p>
<p>Eppure quando si tratta di predisporre una regola elementare di bilancio, quella del pareggio, il sistema politico cerca di scrivere norme di facile elusione. Come ha ben documentato Serena Sileoni nella audizione parlamentare e in un recente focus IBL (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_193_Sileoni.pdf">PDF</a>), solo le proposte firmate da Nicola Rossi al Senato e Antonio Martino alla Camera sono in grado di determinare una effettiva disciplina di bilancio, con cui almeno stabilire criterio restrittivi e straordinari per contrarre debito. Esse inoltre hanno l&#8217;ardire di volere stabilire un limite alla dimensione della spesa pubblica in rapporto al Pil.</p>
<p>Oggi la Repubblica Italiana fagocita più del 50% della ricchezza prodotta dai suoi cittadini, con il risultato che si produce sempre meno ricchezza. Nicola Rossi e Antonio Martino hanno proposto di ridurre del 5% questo gigantesco importo, fissando al 45% (una percentuale comunque enorme) il limite alla spessa pubblica. Ma questa idea di ragionevole salute pubblica è stata del tutto espulsa – per ora – dalla discussione sull&#8217;equilibrio di bilancio.</p>
<p>Nelle prossime settimane si dovrà dare battaglia sugli emendamenti, per evitare che una riforma gattopardesca venga approvata, con il solo scopo di somministrare narcotici al popolo inquieto. Un piccolo drappello ha firmato la proposta di Antonio Martino, lo stesso piccolo drappello può avviare una battaglia parlamentare. E se non sarà possibile introdurre il principio del pareggio di bilancio e il limite alla voracità della Repubblica, allora è meglio non toccare nulla, altrimenti il debito potrebbe crescere più velocemente.</p>
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		<title>Eurobang, ragioni tedesche e letture &#8220;austriache&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul prossimo Panorama Economy
Considerazioni al volo in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione Europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da “spifferate” a giornali britannici e tedeschi, naturalmente &#8211; tenta un&#8217;impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato dacché esiste l&#8217;euro, cioè le misure straordinarie da assumere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sul prossimo Panorama Economy</em></p>
<p>Considerazioni al volo in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione Europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da “spifferate” a giornali britannici e tedeschi, naturalmente &#8211; tenta un&#8217;impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato dacché esiste l&#8217;euro, cioè le misure straordinarie da assumere prima che il rapidissimo deterioramento di fiducia verso l&#8217;euroarea in quanto tale sfoci in una crisi epocale. Tentativo impervio per il semplice fatto che la Commissione Barroso conta pochissimo in questi anni di leadership germanica travestita da finzione di co-leadership franco-tedesca. Dipendesse da me formulare una scelta sulla base delle minori improbabilità, direi che delle tre ipotesi avanzate dalla Commissione quella forse meno impossibile coniuga insieme la persistente responsabilità solo nazionale di ciascun euromembro verso il proprio debito pubblico, con l&#8217;intervento congiunto di Efsf – una mascherata, viste le sue residue scarne munizioni -  e FMI – preponderante – a garanzia e sostegno di un conferimento di quote di debito pubblico di ciascun euromembro eccedente una certa – elevata, ben superiore al 60% indicato come obiettivo – quota di sicurezza. Anche tale soluzione appare tuttavia ben lungi dalla portata attuale delle intenzioni reali della politica europea. Il tempo incalza, però.  Occore augurarsi che il ritorno di Roma all&#8217;eurotavolo dal quale Berlino e Parigi l&#8217;avevano esclusa   spinga verso una soluzione comunque condivisa. Altrimenti, a questi ritmo di drenaggio dei capitali  dall&#8217;euroarea e di totale inaridimento dell&#8217;interbancario, il big bang è certo. ed è a breve. Al di là di tale funebri considerazioni, un&#8217;osservazione e un consiglio.<span id="more-10572"></span></p>
<p>L&#8217;osservazione nasce dalla contestazione di un caro amico, da molti anni corrispondente del più prestigioso quotidiano germanico. Quanto siete insopportabili voi italiani ed eurolatini, mi scrive.  Sapevate benissimo sin dall&#8217;inizio che l&#8217;euroedificio nasceva dalla rigorosa separazione tra torchio monetario e debiti pubblici, perché alla Bundesbank  avevamo imparato a nostre spese a diffidare dei politici e della loro tendenza disinvolta a far spesa pubblica elettorale: dei nostri politici tedeschi come dei vostri, in generale, perché i politici mentono senza limiti se i limiti non vengono loro posti. Eppure per dieci anni i vostri politici &#8211; continua il mio amico tedesco &#8211; hanno disinvoltamente ignorato che l&#8217;euro avrebbe funzionato nell&#8217;interesse di ciascuno solo autoimponendosi virtù nei conti pubblici e produttività nell&#8217;economia reale. Ve ne siete fregati, e ora tutti a frignare come il vostro Giuliano Ferrara contro i tedeschi contrari a monetizzare il vostro debito pubblico attraverso la Bce. Troppo comodo, non vi pare? Dov&#8217;era Ferarra, quando i 7 punti di Pil di minori interessi sul debito pubblico grazie ai bassi tassi dell&#8217;euro, anche in tutti gli anni sotto Berlusconi e Tremonti, sono diventati più spesa corrente invece di meno tasse e più crescita?</p>
<p>Diciamola tutta, per quanto impopolare sia: i tedeschi che s&#8217;inalberano così hanno ra-gio-ne. E non possiamo convincerli dicendo che è tutta colpa dei magistrati, di De Benedetti e della Cgil, come tentano alcuni nel centrodestra italiano. Il bipolarismo italiano è stato selvaggio e tribale, ma spesa tasse e debito non li hanno decisi i pm. Almeno secondo il mio modestissimo parere.</p>
<p>Che poi abbiano ragione, ma al contempo si debba ora decidere come affrontare il guaio che incombe e sia meglio farlo di comune accordo per evitare un big bang epocale, sono due dati di fatto che devono cercare di andare insieme. Altrimenti, sarà peggio per tutti.</p>
<p>Vengo al consiglio. Da testardo non keynesiano quale sono e resto. Se volete capire perché non è tanto la mancanza di un <em>lender of last resort</em> a condannare oggi l&#8217;euro agli occhi dei mercati, date una letta a due papers illuminanti, a tal proposito. Il primo è <a href="http://www.bis.org/publ/work346.pdf"><em>Global imbalances and the financial crisis: Link or no link?</em></a>, il working paper n.346 che potete scaricare dal sito della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, di Claudio Borio and Piti Disyatat. Il secondo è <a href="http://www.princeton.edu/~hsshin/www/mundell_fleming_lecture.pdf"><em>Global Banking Glut and Loan Risk Premium</em></a>, di Hyun Song Shin della Princeton University, presentato alla Fmi Annual Conference dello scorso 10 e 11 novembre. Sono l&#8217;uno complementare all&#8217;altro, e presentano una disarmante analisi di come il sistema bancario europeo si sia straordinariamente prestato al finanziamento ad alta leva dell&#8217;eccesso di consumi a debito americano. Lo dimostrano con un&#8217;analisi del flusso lordo dei captali euro-atlantico, non netto come siamo abituati a fare nel computo dele bilance dei pagamenti pareggiando claims e liabilities. Le banche europee hanno affiancato le shadow banks americane venute meno nel 2008 e pareggiate dal QE della Fed. Oggi che la Fed ha le armi scariche, il rientro dei capitali in patria è massiccio, ma perché le banche europee hanno colpe maggiori di quelle che ammettono. Una spiegazione da scuola austriaca, quella che non piace ai politici spendisti e mentitori che abbondano nella nostra Europa. Anche se, bisogna ammetterlo, non solo qui da noi.</p>
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		<title>Contro il censimento</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 22:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche Nicolò ha ricevuto il suo bravo modulo per il censimento. Dapprincipio si è messo di buona lena a compilarlo; pensando: se lo Stato spende un po&#8217; dei miei soldi per chiedermi alcune informazioni, ce ne sarà una buona ragione. Man mano che andava avanti con le domande, si è convinto che si tratta solo di un altro modo &#8211; fra i tanti a disposizione &#8211; per sperperare i soldi dei contribuenti; e perdipiù molestandoli e minacciandoli con &#8220;l&#8217;applicazione delle sanzioni previste dagli artt. 7 e 11 del d.lgs n. 322/1989&#8243;.</p>
<p><span id="more-10334"></span></p>
<p>Già le prime domande stupiscono. Si chiedono a Nicolò sesso, luogo e data di nascita, comune nel quale è iscritto. Nicolò ha già protestato su questo blog contro l&#8217;obbligo di iscrizione all&#8217;anagrafe; ma, visto che l&#8217;obbligo c&#8217;è, anche il più ottuso dei burocrati avrebbe potuto comprendere che per avere le &#8220;notizie anagrafiche&#8221; (così è intitolata questa sezione del modulo), anziché importunare i cittadini e minacciarli di sanzioni, sarebbe stato per l&#8217;appunto sufficiente interrogare l&#8217;anagrafe.</p>
<p>La sezione seguente  è dedicata a &#8220;stato civile e matrimonio&#8221;. Anche qui, tutto sostituibile con una semplice occhiata alla scheda anagrafica.</p>
<p>Si passa poi a note più dolenti. La domanda che può essere imbarazzante, e si badi bene che non rientra fra quelle alle quali ci si può legittimamente rifiutare di rispondere, chiede di sapere dove Nicolò si trovava il 9 ottobre 2011. A dire il vero, Nicolò non ha ancora avuto occasione di trovarsi in luoghi che preferirebbe non fossero noti. Ma già sa che potrebbe capitargli. Anzi, ha cominciato a vagheggiare di romantiche, e riservate, fughe con una simpatica bimba bionda conosciuta in vacanza. Non gli è ancora capitato; ma se gli capitasse forse preferirebbe dire alla sua mamma &#8211; della cui gelosia comincia ad avere contezza &#8211; che si trovava a casa di un amico, piuttosto che confessare un trasgressivo soggiorno in un romatico agriturismo in Val d&#8217;Orcia. Sennonché lo Stato gli chiede di sapere dove ha trascorso quella determinata notte; e gli chiede di comunicarlo nell&#8217;ambito di un potenzialmente imbarazzante modulo comune a tutta la famiglia. C&#8217;è da farne una questione di principio o no?</p>
<p>L&#8217;unica domanda che riguarda Nicolò nella parte dedicata all&#8217;istruzione è quella relativa alla eventuale frequentazione di un asilo nido. Nicolò la trova provocatoria, considerato che, come ha già raccontato, non è stato ammesso all&#8217;asilo nido in quanto i suoi genitori pagano troppe tasse.</p>
<p>Così, per curiosità, Nicolò ha dato una scorsa anche alle altre domande di questa sezione; e ha trovato un po&#8217; ridicolo che nel paese degli &#8220;esami di stato&#8221; lo Stato chieda ai cittadini che diploma hanno!</p>
<p>Neanche le domande relative al lavoro interessano direttamente Nicolò. Ma, nel paese dei contributi previdenziali obbligatori anche per i cosiddetti liberi professionisti, non basterebbe chiedere all&#8217;INPS?</p>
<p>A Nicolò vengono anche risparmiate le domande sulla sua abitazione; che vengono però rivolte ai suoi genitori; ma anche qui: se la casa è di loro proprietà o no, quanto è grande, se ha uno o più bagni, non dovrebbe risultare dal catasto? E se il catasto non è aggiornato, piuttosto che spendere soldi per importunare i cittadini non sarebbe meglio dedicarli ad aggiornare il catasto?</p>
<p>Infine ci sono le domande su come Nicolò si sposta; e qui il limite del ridicolo è abbondantemente superato: piuttosto che chiedere a 60 milioni di italiani se prendono il treno o l&#8217;autobus, non sarebbe più facile chiedere ai pochi, pochi perché monopolisti, gestori di ferrovie e trasporti urbani quanti biglietti hanno venduto?</p>
<p>Infine le domande cosiddette sensibili; alle quali ciascuno può legittimamente rifiutarsi di rispondere. Leggendole Nicolò ha avuto l&#8217;impressione che, essendo facoltative, non si è perso molto tempo a cercare formulazioni che dessere informazioni di qualche utilità. Nicolò non è ancora molto ferrato in metodologia delle scienze sociali o in epidemiologia; ma gli risulta piuttosto oscura l&#8217;utilizzabilità a fini scientifici del numero relativo alle persone che ammettono di avere qualche difficoltà nel ricordare o nel concentrarsi.</p>
<p>Alla fine, Nicolò ha l&#8217;impresione che non si tratti altro che di soldi e di tempo buttati via. Non saranno tanto tempo nè tanti soldi, ma sono proprio buttati via. Con l&#8217;aggiunta perfida di uno Stato che sperpera i tuoi soldi e il tuo tempo e in più ti minaccia con &#8220;l&#8217;applicazioni delle sanzioni previste dagli artt&#8230;..&#8221;.</p>
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		<title>Gli indignados hanno ragione?</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 19:58:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[statalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi la città in cui Nicolò vive è stata teatro di una grande manifestazione di giovani indignados. Sono successi gravi incidenti, proprio nella zona dove Nicolò vive. L&#8217;odore dei lacrimogeni e della gomma bruciata gli è entrato fin dentro casa. Nicolò ne è rimasto colpito. Ha visto in TV ragazzi con caschi e passamontagna sfasciare tutto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi la città in cui Nicolò vive è stata teatro di una grande manifestazione di giovani <em>indignados</em>. Sono successi gravi incidenti, proprio nella zona dove Nicolò vive. L&#8217;odore dei lacrimogeni e della gomma bruciata gli è entrato fin dentro casa. Nicolò ne è rimasto colpito. Ha visto in TV ragazzi con caschi e passamontagna sfasciare tutto. Li ha considerati delinquenti, e di loro non ha null&#8217;altro da dire. Ma non lo hanno affatto convinto neanche gli altri manifestanti. Hanno sì il merito &#8211; ma è poi un merito? &#8211; di manifestare pacificamente. Ma in nome di idee in larga misura sbagliate.</p>
<p><span id="more-10270"></span>Nella celere sintesi che ne può fare un bimbo di sei mesi, che certamente non può capire tutto, gli<em> indignados</em>:</p>
<p>- sono contro le banche</p>
<p>- sono per il ripudio del debito</p>
<p>- chiedono allo Stato di spendere più soldi per la scuola, per l&#8217;università, per la ricerca, per i trasporti etc.</p>
<p>- chiedono allo Stato un lavoro stabile, garantito e a tempo indeterminato.</p>
<p>Nicolò non ha ancora concepito alcuna idea trasformabile in una intrapresa economica. Ma ha già capito che, se mai gli verrà un&#8217;idea simile, l&#8217;unica possibilità di realizzarla risiederà in una banca gli conceda credito. Senza le banche, nessuno che non sia ricco di famiglia potrebbe intraprendere alcunché. Nicolò quindi crede che i giovani non dovrebbero prendersela con le banche; semmai dovrebbero sperare che facciano meglio il loro lavoro.</p>
<p>Quanto al ripudio del debito, Nicolò la considera una cosa abbastanza immorale. Se lo Stato per primo non mantiene la parola, e non rimborsa i soldi presi a prestito, di chi ci si potrà mai fidare? Come potrà quello stesso Stato credibilmente assicurare a chi presta dei soldi che li riavrà indietro? Ma allora nessuno presterà più i propri soldi; di nuovo, ai giovani che non siano ricchi di famiglia sarà inibita ogni possibe intrapresa.</p>
<p>Veniamo alla richiesta che lo Stato spenda più soldi. A differenza di Nicolò, gli <em>indignados</em> forse non frequentano il sito dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, e quindi non sanno che lo Stato ha già molti debiti. E altri ne fa continuamente, perché è in deficit. Dove dovrebbe prendere i soldi da spendere a favore delle tante cose buone richieste dagli indignados? Non potrebbe che indebitarsi ulteriormente. Ma se avrà ripudiato il debito, chi volete che gli faccia credito? A Nicolò sembra che ci sia una contraddizione fra ripudio del debito e più spesa pubblica in deficit.</p>
<p>Infine, la questione del lavoro. Nicolò ha presente che circa un terzo dei giovani che cercano un lavoro non lo trova. E gli sembra un serio problema. Gli sembra però difficile immaginare che la soluzione sia dare a tutti questi giovani un lavoro alle poste o all&#8217;anagrafe. Di nuovo: con quali soldi? (e si torna ala contraddizione fra ripudio del debito e ricorso al debito) . Dunque, questo lavoro i giovani lo dovranno avere da imprese private. Che li assumeranno, pensa nella sua semplicità infantile Nicolò, se renderanno più di quanto costeranno. Quanto renderanno dipenderà da cose tipo la tecnologia, l&#8217;organizzazione, troppo complicate perché un bimbo possa dire alcunché. Ma quanto costeranno, questo anche a un bimbo è chiaro, dipende da quanto entrerà nelle loro tasche e da quanto, a titolo di tasse, di contributi previdenziali etc. finirà allo Stato. A Nicolò sembra che questi <em>indignados</em>, se vogliono più lavoro e se non vogliono salari e stipendi più bassi, dovrebbero chiesto di avere meno Stato e non più Stato.</p>
<p>Mentre faceva queste riflessioni, Nicolò ha sentito che il nuovo capo della banca centrale europea diceva che i giovani che protestano hanno ragione. Avranno ragione a protestare, ma dovrebbero ragionare un po&#8217; di più.</p>
<p>&nbsp;</p>
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