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Posts Tagged ‘SPD’

Bastiat e il deficit tedesco

27 maggio 2009

Se c’è una persona che nella ormai imminente campagna elettorale per la Cancelleria dovrebbe farsi vedere il meno possibile, questo è proprio Peer Steinbrück. Nella mattinata di oggi, infatti, il gabinetto di Große Koalition, formatosi nell’ottobre del 2005, con lo scopo conclamato di risanare una volta per tutti i conti pubblici, ha annunciato un deficit record, da far rabbrividire persino Theo Waigel. L’esecutivo calcola che per il 2009 il deficit di bilancio si aggirerà intorno agli 80-90 miliardi, più del doppio rispetto al rosso fatto registrare nel lontano 1996. Il partito socialdemocratico non sembra affatto preoccupato da questa pericolosa spirale. Ancora questa mattina il Ministro delle Finanze ha promesso aiuti per Opel e Arcandor, colosso della grande distribuzione prossimo al fallimento. In realtà secondo la Süddeutsche Zeitung le società pronte ad attingere dal pozzo creato ad hoc dal governo tedesco nel febbraio scorso sarebbero circa un migliaio. Questa curiosa forma di clochardisme industriale mi fa tornare alla mente una celebre battuta dell’economista francese Frédéric Bastiat:

“Siccome ciascuno sfrutta la legge a proprio profitto, allora anche noi vogliamo sfruttarla. Per questo occorre che siamo elettori e legislatori, affinché organizziamo in grande l’Elemosina per la nostra classe, come voi avete organizzato in grande la Protezione per la vostra”.

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Liberali teutonici contro le tasse

21 maggio 2009

Di recente i liberali tedeschi sono andati a congresso. L’assemblea riunita ad Hannover ha licenziato il programma elettorale da sottoporre alla “ratifica” degli elettori il prossimo 27 settembre. Si tratta di un elenco di proposte estremamente poco dettagliate quanto a modalità e tempi di attuazione, ma che ha comunque il pregio della chiarezza. Se dovesse approdare all’esecutivo, su un punto siamo certi che l’FDP darà battaglia: le tasse. Il ministro delle Finanze in pectore, Hermann Otto Solms, un distinto ed equilibrato signore sulla sessantina, ha già illustrato il suo progetto: tre aliquote, 10% fino a 20.000 Euro, 25% tra 20.000 e 50.000 e 35% oltre i 50.000. La no tax area verrebbe ulteriormente ampliata con il risultato che una famiglia composta da padre, madre e due figli incomincerebbe a pagare le tasse a partire dai 40.000 euro. E non finisce qui: l’FDP propone un ulteriore abbattimento delle aliquote sulla tassazione di impresa con l’eliminazione della Gewerbesteuer (la tassa sull’esercizio dell’attività). Va infatti detto che già dal 1 gennaio 2008 il governo ha portato il carico fiscale complessivo (composto da un’omologa dell’Ires nostrana, da un’imposta comunale sul commercio – la Gewerbesteuer appunto – e da una tassa di solidarietà) dal 38,6% sotto la soglia fatidica del 30%. Solms propone ora due aliquote, del 10% per profitti sotto i 15.000 euro e del 25% al di sopra. L’idea è quella di creare un ambiente attrattivo per le imprese straniere e ad un tempo impedire (usando la leva fiscale e non i poliziotti) a quelle tedesche di rifugiarsi altrove. Il programma è stato aspramente criticato da socialdemocratici, verdi ed estrema sinistra. Non sono mancate voci di distinguo nemmeno nella CDU/CSU, impegnata a difendere il proprio profilo sociale. L’obiezione più ripetuta in questi giorni è la seguente: l’FDP vende fumo perché l’idea non è affatto finanziabile. In realtà lo è eccome. Basta chiudere i rubinetti della spesa pubblica. Il Ministro delle Finanze Steinbrück intende iscrivere a bilancio per il 2009 circa 298 miliardi di euro di uscite. Si tratta esattamente di 38 miliardi in più rispetto all’inizio della legislatura (2005). Alla faccia del Ministro del rigore! La riforma di Solms ne costerebbe, a quanto pare, 33. L’SPD si conferma il partito del tassa e spendi.

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Il fardello (tedesco) delle pensioni

16 maggio 2009

La notizia è totalmente passata sotto silenzio in Italia. Ma la Germania ha appena compiuto una involuzione socialisteggiante non da poco. L’editoriale di Pietro Garibaldi apparso questa mattina sulle colonne del quotidiano La Stampa mi offre il destro per discuterne. In questa legislatura di unità nazionale (2005-2009) le entrate fiscali tedesche sono copiosamente cresciute, trainate un po’ dalla crescita economica, un po’ dagli aumenti di tassazione introdotti a macchia di leopardo dall’epigono di Visco, Peer Steinbrück. Il “tesoretto” accumulatosi non è tuttavia servito per tagliare finalmente le tasse al ceto medio, ma è piuttosto andato a foraggiare un generoso aumento di spesa pubblica. Ora, complice la crisi finanziaria, il Ministro delle Finanze piange miseria e, in un comunicato reso pubblico ieri, ci dice che dovrà rinunciare a circa 316 miliardi fino al 2013. Ergo, la soluzione proposta dall’SPD è questa: prendiamo i soldi dai ricchi (ma non erano i socialdemocratici ad averli sgravati?) e sferriamo l’offensiva contro i paradisi fiscali. Con l’approssimarsi della campagna elettorale, l’ipotesi di stringere i cordoni della borsa è sicuramente la più impopolare. Ecco perché il Ministro del Lavoro Scholz ha pensato – e ottenuto – che con un bel tratto di penna, d’ora in poi, le pensioni di 20 milioni di tedeschi non possano mai più diminuire. E così, mentre Garibaldi va suggerendo modelli per controllare l’esplosione della spesa previdenziale, in Germania si va esattamente nella direzione opposta, svincolando l’erogazione delle pensioni dai redditi dei lavoratori e mettendo una bella ipoteca sul futuro del Sozialstaat. E questo dopo che i pensionati tedeschi hanno già beneficiato di generosi aumenti negli anni passati. Si dirà: in Germania la riforma delle riforme – la pensione a 67 anni – è già stata licenziata. Vero. Ciò non toglie che, però, almeno nel medio periodo, vi saranno sempre più pensionati e sempre meno persone che pagano i contributi assicurativi. Già ora lo Stato tedesco è costretto a prelevare denaro dalle tasse dei cittadini per sopperire alla carenza di risorse delle casse pensionistiche. Insomma ancora una volta tocca alle generazioni più giovani farsi carico di un’ipertrofia previdenziale che, presto o tardi, diverrà insostenibile.

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Una Thatcher per la Germania? Difficile

5 maggio 2009

Quando l’Inghilterra scoprì la signora Thatcher, in quel di Bonn alla tolda di comando stava ormai da un lustro un certo Helmut Schmidt. Socialdemocratico di ampie vedute e mai schierato su posizioni massimaliste, Schmidt diede vita al secondo governo liberalsocialista nella storia della Repubblica federale dopo quello di Willy Brandt. Inutile dire che in quegli anni la Germania non visse alcuno shock liberista. Anzi, il governo di Schmidt è ricordato ancora oggi per la spasmodica ricerca di una concertazione un po’ all’italiana e per aver raddoppiato l’indebitamento dal 20 al 40% del Pil. E questo è tanto più singolare quanto più si pone attenzione al fatto che al governo stavano per l’appunto anche i liberali dell’FDP. In realtà non bisogna farsi ingannare dai simboli o dalle sigle. Il partito liberale tedesco, dalla sua nascita nel 1948 sino ad oggi, è il partito che più di ogni altro è rimasto al potere, ma è anche quello che più di ogni altro rimane afflitto da gravi paradossi, primo fra i quali quello di esistere, ma di non aver mai preso coscienza di sé stesso. Fino al 1982 l’FDP fu infatti alle prese con spinte centrifughe di segno opposto: keynesiani moderati da una parte e liberalconservatori dall’altra. Solo con il voto di sfiducia a Schmidt e l’ascesa di Helmut Kohl si posero le premesse per un parziale cambiamento. L’ala sinistra del partito abbandonò in blocco l’FDP, accasandosi un po’ presso l’SPD e un po’ presso i nascenti Verdi. Da quel momento in poi i liberali divennero gli alleati più stretti dei democristiani, anche se nei diciassette anni di alleanza con la CDU/CSU non furono in grado di realizzare un mutamento radicale di tipo thatcheriano. Anzi, se si eccettua la politica di parziale semplificazione del mercato del lavoro, ci fu una certa continuità con l’era Schmidt, incrinata solo dalle pressioni  all’apertura dei mercati (mai pienamente accettate e condivise) provenienti della Comunità europea. Tutto ciò per dire che, trent’anni dopo, la Germania attende ancora  oggi la sua Maggie. Nel 2005, quando Angela Merkel arruolò nella sua squadra il professor Paul Kirchhof, ex giudice della Corte Costituzionale e grande sponsor della flat-tax, la CDU precipitò nei sondaggi e per un soffio rischiò di perdere il treno per la Cancelleria. Il vocabolo “Neo-liberal” (come tutti i termini che in tedesco incominciano con “Neo”) incute ancora molta paura in Germania, e questo perché evoca lo spettro di una società profondamente estranea al comune sentire dei tedeschi, i quali dalla Repubblica di Weimar in poi- nazismo compreso-hanno sempre creduto fermamente (e talvolta ciecamente) nelle virtù benefiche del Sozialstaat. Questo è accaduto anche dopo la Wende, ossia dopo il crollo del Muro e la riunificazione, cui purtroppo o per fortuna  (a seconda dei punti di vista), non si è accompagnato alcun trionfo del liberalismo. Ecco perché sapere che nei sondaggi più recenti l’FDP è dato in forte ripresa non ci regala grandi illusioni. Westerwelle è certamente più thatcheriano del suo predecessore, il nazional-liberale e inguaribile anti-semita Möllemann, ma con una Angie così drammaticamente compromessa con l’ala più conservatrice e keynesiana del suo partito, le possibilità di una rivoluzione liberale anche in Germania si assottigliano ogni giorno di più.

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