Qualche settimana fa, dalle colonne di Libertiamo manifestavo scetticismo sull’operazione, pur razionale e ammirevole, di mettere un cap all’indebitamento direttamente in Costituzione.
Il sospetto è che, tra una tassa sulle compagnie aeree e un balzello sulle società energetiche, il governo stia facendo puro maquillage e sia pronto a passare la patata bollente del debito al governo successivo, che, viste le indagini demoscopiche più recenti, sarà probabilmente di colore opposto. Non per nulla il Ministro dell’Economia Brüderle ha parlato di un indebitamento zero tra il 2014 e il 2015, quando ormai la legislatura sarà scaduta da un pezzo. Ma se fossimo nel ticket rosso-verde non ci preoccuperemmo troppo. Pur credendo, come Oscar Giannino, che il freno ai debiti sia un pungolo necessario per una classe politica ovunque spendacciona, c’è da essere assai realisti in merito ai suoi effetti sostanziali. Qui, come altrove, vale quanto scriveva Anthony De Jasay, ossia che «una Costituzione è come una cintura di castità di cui il legislatore ha la chiave». E in effetti basta leggere il nuovo comma 2 dell’articolo 115 della Legge fondamentale per comprendere come esso ammetta margini di interpretazione davvero generosi ovvero non inibisca affatto politiche economiche anticicliche. In caso di “catastrofi naturali” o “situazioni di emergenza” è sufficiente una risoluzione della maggioranza dei componenti del Bundestag per derogare alla norma costituzionale.
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Ci risiamo. Proprio come due anni fa, la Germania si trova di fronte all’ennesimo dilemma: comprare o non comprare dati di presunti evasori fiscali in Svizzera da un informatore segreto ? Nel 2008 la spy story ordita dai servizi segreti tedeschi (BND) e partita con il benestare dell’allora Ministro delle Finanze Peer Steinbrück (SPD), si concluse con l’arresto di centinaia di contribuenti tra cui anche Klaus Zumwinkel, capo di Deutsche Post (che poi patteggiò un anno più tardi la pena, senza che vi fossero imponenti manifestazioni di piazza organizzate da questurini alla Travaglio). Di allora riproponiamo questa nostra intervista ad Alberto Mingardi per la rivista Ideazione. Prosegui la lettura…
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Nel corso del dibattito tenutosi al Bundestag per discutere del programma del nuovo governo Merkel, il neocapo dell’opposizione socialdemocratica Frank-Walter Steinmeier ha giocato di sponda con il sindacato (alzi la mano chi pensa ancora che quello tedesco sia migliore di quello italiano), tuonando contro i “regali natalizi alle catene alberghiere”, che l’esecutivo giallo-nero starebbe per apprestarsi a distribuire. Prosegui la lettura…
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Nel silenzio tombale dei media italiani, domani la Germania vota. L’esito si dice sia scontato. La signora Merkel verrà riconfermata Cancelliere. Poco importa con chi governerà. “Keine Experimente”, recitava un antico manifesto elettorale di Adenauer. Anche oggi, nel 2009, i tedeschi non vogliono esperimenti. La crisi è profonda, la signora Merkel è una guida apprezzata e rassicurante, l’incarnazione della “force tranquille“, se dovessimo prendere a prestito un altro celebre slogan del passato. Si continuerà, dunque con la politica dei piccoli passi. Anche sulla scorta di quanto scriveva Dirk Friedrich in un precedente contributo, è infatti probabile che nei prossimi anni la Cancelliera manterrà la barra del timone sempre ben dritta. Riforme epocali o cambiamenti radicali rispetto alla passata legislatura non ve ne saranno. A parte una minuscola sforbiciatina alle tasse e qualche altra operazione gattopardesca, non c’è da aspettarsi nulla di così eclatante da una donna che si è innamorata del consenso e ha sapientemente imparato a controllarlo. Nemmeno se il leader dell’FDP Westerwelle, tradizionalmente additato come pericoloso neoliberista, dovesse riuscire ad entrare nella stanza dei bottoni. Nella notte della crisi tutti i politici sono neri. Gli angoli si smussano, le differenze programmatiche si sfumano e il tasso di liberalismo evapora. Così accade anche in Germania, dove sotto il manto rassicurante dell’economia sociale di mercato si continua in realtà a picconare e tradire la lezione di Erhard e Röpke.
Per chi vorrà seguire in diretta lo spoglio, noi- come al solito- ci saremo.
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A dieci giorni dalle elezioni in Germania, pubblichiamo qui di seguito la traduzione del contributo inviatoci dall’amico Dirk Friedrich, giovane giurista e blogger, redattore della rivista di cultura politica Eigentümlich Frei (EF-Magazin) e membro della corrente libertaria dell’FDP (Libertäre Plattform).
Il prossimo 27 settembre si terranno le elezioni politiche per eleggere il Bundestag numero diciassette nella storia della Repubblica Federale. Ai nuovi deputati toccherà confrontarsi con una mole infinita di vecchi problemi, che anziché essere stati affrontati, sono stati letteralmente rinviati dall’attuale governo di Angela Merkel. A livello di politica interna in agenda c’è da anni il problema del finanziamento delle casse sociali. La critica al contributo assicurativo unico e all’idea stessa del fondo sanitario (Gesundheitsfonds), istituito dal governo è più forte che mai. Medici e pazienti si lamentano di continuo dei bassi salari e degli altissimi costi. L’impronta estremamente anticoncorrenziale della riforma conduce a ciò che è del tutto inevitabile in un sistema socialista, ossia la corruzione. I primi scandali di mazzette non fanno che confermarlo. Prosegui la lettura…
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Nell’opaco duello televisivo di ieri sera tra la signora Merkel e il suo sfidante socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier si è discusso animatamente anche di salario minimo, del quale ci siamo già occupati qui. Sul tema andrebbe fatta ancora qualche breve osservazione. Prosegui la lettura…
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Al nostro post di metà maggio sulle pensioni tedesche ha purtroppo fatto seguito un silenzio assordante. Nessun organo di stampa si è degnato di riportare una notizia così maledettamente importante. Sarà che il nostro paese è leader incontrastato in quanto a debito pensionistico; fatto sta che il blocco all’aggiustamento delle pensioni fissato ope legis dal governo di Große Koalition non ha fatto più di tanto scalpore qui da noi. In questi giorni la Rentengarantie (così si chiama questa trovata pre-elettorale) è però balzata nuovamente agli onori della cronaca per un doppio ordine di questioni.
Innanzitutto il Ministro delle Finanze Peer Steinbrück è ritornato sulla faccenda in maniera un po’ grottesca, definendo la normativa voluta dal collega Olaf Scholz e da lui stesso approvata non più di due mesi fa, irresponsabile e contraddittoria rispetto al nuovo corso di contenimento della spesa pubblica (su quest’ultima affermazione ci sarebbe da sgranare gli occhi e farsi una bella risata..). Sia come sia, Steinbrück, caso mai ce ne fosse stato bisogno, ha contribuito con la sua proverbiale saccenza a mettere in ulteriore difficoltà il partito socialdemocratico ad appena due mesi dalle elezioni federali. Come dire: alla signora Merkel non serve affatto spremersi le meningi per la campagna elettorale, tanto ci pensa l’Spd a fare tutto, maggioranza ed opposizione ad un tempo. Volete mettere che goduria?
Il secondo motivo è da legarsi ad uno studio del think tank INSM che ha calcolato l’aggravio per le casse statali della prebenda elettoralistica. Ai lavoratori che pagano i contributi assicurativi e ai contribuenti la misura costerà la bellezza di 46 miliardi di euro, con aumenti già a partire dall’anno prossimo. Ma il governo non soltanto ha promesso la luna- ovvero che le pensioni -come per magia- non scenderanno più, ma ha altresì giurato che fino al 2020 il contributo assicurativo non supererà quota 20%. Insomma, la botte piena e la moglie ubriaca. Intanto sin dall’anno prossimo la spesa pensionistica comincerà a salire vertiginosamente. Se si mette in conto che una quota sempre minore di occupati dovrà sostenere un numero sempre maggiori di pensionati (vedi figura) e che l’aumento graduale dell’età pensionabile a 67 anni a partire dal 2012 (e a finire nel 2029) è stato di recente nuovamente messo in dubbio dall’Spd, la situazione anche in Germania appare tutt’altro che rosea.
*Aggiungo che i miliardi di aggravio diventano ancora maggiori (ossia circa 73) se si contano i “tricks” degli anni scorsi, primo fra tutti il congelamento temporaneo del cosiddetto “Riester-Faktor”, elemento introdotto nel 2001 per consentire la formazione di pensioni integrative private. A tal proposito linko un articolo tratto sempre dal blog di INSM.
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Mi ricollego a quanto scritto da Carlo Stagnaro sul nostro paese per fare un considerazione riguardante la Germania. Come detto, i regolatori possono servire, ma per funzionare devono essere indipendenti. Se vengono tirati per la giacchetta dalle consorterie politiche, la loro stessa utilità viene meno. In Germania il problema si pone da tempo in tema di controllo dei mercati finanziari e delle banche. Due sono le istituzioni competenti: Bundesbank e BaFin. Al di là del fatto che la ripartizione dei compiti è poco chiara, la lacuna maggiore è l’autonomia della seconda, legata anima ‘e core al Ministero delle Finanze. Se a ciò si aggiunge che più di un terzo del sistema bancario tedesco è in mano pubblica, immaginatevi i conflitti di interesse che ne possono scaturire. Per chi conosce il tedesco, consiglio vivamente di leggere questa ricerca dell’istituto economico di Colonia sulla vigilanza bancaria tedesca e non nei tempi della crisi.
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Frank Schäffler è un parlamentare libertario che milita nelle file dell’FDP. Da tempo denuncia i collateralismi tra politica ed economia entro le mura del gruppo bancario Kfw, istituto che grosso modo potremmo assimilare alla nostra Cassa depositi e prestiti e che funziona un po’ come la banca di fiducia del governo. Per prestiti alle imprese e opere di interesse pubblico, dal 1948 sino ai recenti pacchetti congiunturali del gennaio scorso ci ha sempre pensato questo ente ad erogare il credito necessario. Con una piccola e non trascurabile differenza: rispetto alle altre banche, il Kfw può concedere denaro a pioggia senza essere sottoposto al controllo della Bafin (la Consob tedesca), ma dipendendo solo dal Ministero delle Finanze, ossia dalla politica. Ecco perché chi l’ha guidata, oggi come in passato, era noto ai più per le sue conoscenze nella stanza dei bottoni che non per la sua esperienza nel mondo dell’impresa. Un nome su tutti, quello di Ingrid Matthäus-Maier (Spd), il cui curriculum non le avrebbe mai consentito di diventare presidente di un gruppo bancario privato, ma che le ha invece permesso di diventarlo in quello pubblico per eccellenza. Un sunto dei pasticci da lei combinati nel goffo salvataggio della controllata IKB lo potete leggere in questo bel contributo (in inglese) di Wolfgang Reuter per Der Spiegel. Ma l’apoteosi è stata raggiunta all’indomani del crac di Lehman Brothers, quando il Kfw le versò inavvertitamente la modica cifra di 320 milioni di euro. Di qui l’appellativo affibbiatole dai media di banca più stupida di Germania. Oggi accade però che i responsabili di quel grottesco trasferimento di denaro, licenziati in tronco, abbiano ottenuto dal tribunale del lavoro di Francoforte il diritto al pagamento dello stipendio fino alla scadenza del contratto nel 2013. Il Kfw dovrà perciò sobbarcarsi il peso di un ulteriore milione di euro per retribuire chi commise quell’errore a dir poco stravagante. Ma non eravamo entrati nella “nuova era” della “responsabilità”? Frau Merkel, se è lì, batta un colpo.
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In Germania le elezioni europee sono generalmente poco seguite. Si calcola che circa il 60% degli elettori rimarrà a casa il 6 e 7 giugno prossimi. Lo scetticismo verso il moloch della burocrazia UE, ma soprattutto l’insofferenza verso la presunta attitudine “mercatista” della Commissione (viene da chiedersi se in questi ultimi mesi i tedeschi abbiano o meno assistito all’“insabbiamento” delle pratiche sugli aiuti di Stato riguardanti il loro paese) ha generato una nuova ondata di nazionalismo. E con il Trattato di Lisbona al vaglio della Corte Costituzionale di Karlsruhe (una delle “lamentele costituzionali” proviene da un professore berlinese di estrazione liberale), la Germania è pericolosamente in bilico tra il proseguire sulla strada dell’integrazione e l’avventurarsi su perigliosi sentieri solitari. Finora la Repubblica federale ha mostrato di essere infastidita dallo sguardo vigile di Bruxelles e ha approfittato della crisi per dettare un po’ l’agenda e fare di testa propria. Ce ne ha data prova con la sua invettiva anti-italiana di qualche mese fa anche Günter Verheugen, Commissario tedesco all’Industria, un tempo esponente dell’Fdp (il partito liberale!), poi accasatosi all’Spd. Ora che l’Unione Cdu/Csu sembra prossima a vincere questa tornata di giugno con decine di lunghezze di vantaggio sui colleghi di governo, il Ministro degli Interni ha messo le mani avanti, candidando a prossimo Commissario Friedrich Merz. Per chi non lo conosce, basterà citare il titolo del suo ultimo libro per capire di che pasta sia fatto: “Osare più capitalismo. Vie per una società più giusta”. Ebbene, Merz, a lungo capogruppo al Bundestag per i conservatori, è da ormai qualche tempo nelle retrovie, non incontrando più il favore di una Cancelliera passata in pochi anni dal proporre la flat tax ad un approccio pragmatico (leggasi neostatalista) alla politica economica. Il nome di Merz non è ovviamente andato giù ai socialdemocratici: “La sua candidatura contraddice gli interessi della Germania”, afferma con molto candore il segretario generale dell’Spd Hubertus Heil, che rilancia subito proponendo il nome dell’immarcescibile “Kapò” Martin Schulz. La scelta tra l’uno e l’altro non è secondaria. Almeno dal punto di vista del segnale che la Germania intende dare agli altri paesi membri. Nell’un caso, con Merz, avremmo una Germania più rispettosa ed attenta ai principi del mercato e allo spirito dei Trattati di Roma; con Schulz il rischio è quello di vedere la Germania alla guida della setta “pro-armonizzazione”, così come la intendono i socialdemocratici tedeschi, ovvero con un tocco di teutonico protezionismo. Un assaggio di questi scenari neo-doganali lo abbiamo d’altronde già gustato a fine aprile, quando Berlino ha deciso di prolungare fino al 2011 i termini del periodo transitorio che permette agli Stati membri di porre limitazioni all’ingresso di lavoratori dai nuovi Stati membri dell’Europa dell’Est. A questo punto solo Merz potrebbe aiutare a invertire la rotta. D’altronde per Schulz il nemico numero due da sconfiggere (subito dopo Berlusconi) è “l’ideologia neoliberista”. Fate voi.
Sul tema segnalo poi questo bel post di Beda Romano che risale al settembre scorso e l’editoriale dell’Economist di fine aprile dal titolo “Quei tedeschi egoisti”.
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