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	<title>CHICAGO BLOG &#187; scienza</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Chicago-blog alla maturità. Il tema tecnico-scientifico</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 13:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sileo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le firme di Chicago-blog scrivono il proprio tema della maturità. Oggi Antonio Sileo svolge la traccia di ambito tecnico-scientifico.  Qui (PDF) la traccia.  Qui le puntate precedenti.
Enrico Fermi, “il Papa”. Questo era il soprannome di Fermi nella scherzosa terminologia, di ispirazione ecclesiastica, che si erano dati i &#8220;ragazzi di via Panisperna&#8221;, di cui proprio il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le firme di Chicago-blog scrivono il proprio tema della maturità. Oggi Antonio Sileo svolge la traccia di ambito tecnico-scientifico.  Qui (<a href="http://media2.corriere.it/corriere/content/2011/pdf/maturita-tecnico-scientifico.pdf" target="_blank">PDF</a>) la traccia.  <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/maturita/" target="_blank">Qui</a> le puntate precedenti.</em></p>
<p>Enrico Fermi, “il Papa”. Questo era il soprannome di Fermi nella scherzosa terminologia, di ispirazione ecclesiastica, che si erano dati i &#8220;ragazzi di via Panisperna&#8221;, di cui proprio il futuro premio Nobel era il capo.</p>
<p><span id="more-9384"></span>Ma chi era Enrico Fermi? Be’, indubbiamente un genio, come avranno sicuramente pensato, o solo sospettato, i professori della commissione della Scuola Normale Superiore di Pisa esaminando l’elaborato per l’ammissione che andava ben al di là delle possibilità di un studente, pur molto dotato. E ancor prima i genitori quando si appassionò alla fisica leggendo i due volumi di un trattato di quasi 900 pagine di fisica-matematica, acquistato da una bancarella del mercatino di Campo dei Fiori, scritto da un gesuita interamente in latino e, da allora, testi universitari di fisica e matematica procurati da un ingegnere amico di famiglia.</p>
<p>Era arrivato in università a 17 anni e nei corsi precede i professori studiando le teorie più nuove, come la meccanica analitica, tanto che dopo soli due anni sono gli stessi docenti ad invitarlo ad illustrare loro gli sviluppi della meccanica quantistica e della relatività.<br />
Le tappe della carriera universitaria sono bruciate da Fermi come quelle scolastiche, e a venticinque anni vince il primo concorso a cattedra di fisica teorica a Roma.</p>
<p>Nell’istituto di via Panisperna, quindi, Fermi era già professore e sicuramente, quello che ora si chiamerebbe, un <em>team leader</em> ma, grazie anche alla sua infallibilità (da cui il nomignolo di papa), Fermi e gli altri componenti del gruppo di ricerca rappresentavano un esempio eccellente e allo stesso tempo unico di quelle che si chiamavano &#8220;scuole&#8221;.</p>
<p>Una squadra molto affiatata che permise all’Italia di recuperare gran parte del ritardo in quella materia nuova che era la fisica teorica della quale Fermi, ancora da studente, fu il primo rappresentante. Prima gli studiosi di fisica erano perlopiù degli sperimentatori, che non conoscevano in profondità le teorie correnti, mentre la teoria classica nelle sue forme più elaborate, come la meccanica analitica o la teoria della relatività, era coltivata principalmente da persone con interessi soprattutto matematici che però non potevano essere molto ricettivi a quella miscela ibrida di teoria e di fatti sperimentali che era la nuova fisica quantistica.</p>
<p>Un’epoca pioneristica dove non servivano ancora grandi laboratori o enormi acceleratori, e naturalmente ingenti fondi, e nella quale Fermi poteva far valere la sua grandezza di fisico teorico, ma anche di sperimentatore e di ingegnere, come, non di rado, abbiamo visto in TV in film, documentari e fiction. In quelle immagini “il Papa” appare – lui che sostanzialmente fu un autodidatta – come un maestro con un grande carisma e una capacità di coinvolgimento fuori dal comune: pranzi, caffè, serate, gite e vacanze insieme, sfide nel calcolo e scherzi. Come molte volte hanno ricordato i componenti del gruppo, Franco Rasetti, Emilio Segrè ed Edoardo Amaldi. L’ultimo a farne parte fu Bruno Pontecorvo, fratello del regista Gillo, unico caso di fuga verso Est, in Unione Sovietica. Vi era anche Ettore Majorana, detto il Grande Inquisitore per il suo spiccato senso critico, ritornato alle cronache proprio nei giorni scorsi per la riapertura delle indagini sulla sua scomparsa. Il solo del gruppo che potesse confrontarsi con Fermi per lo straordinario intuito nell’analisi teorica, e che addirittura lo superva nel calcolo per la sua eccezionale capacità mnemonica.</p>
<p>E proprio la bravura di Fermi come insegnante e guida ha permesso che gli effetti della sua azione siano andati ben oltre l’abbandono dell’Italia e ben al di là della sua morte, continuando a operare quasi fino ad oggi attraverso i suoi allievi, grazie a una mentalità, un modo di operare, un ambiente, una tradizione che egli aveva creato.<br />
Questo talento Fermi lo esporto e lo (di)mostrò negli Stati Uniti, formando équipe affiatate alla Columbia University, dove arrivò direttamente da Stoccolma dopo aver ritirato il Nobel, a Chicago, a Los Alamos e, infine, di nuovo a Chicago.</p>
<p>Proprio in laboratorio specificatamente allestito presso l’Università Chicago progettò e guidò la costruzione della pila (il primo reattore) nucleare a fissione, che produsse la prima reazione nucleare a catena controllata. Subito dopo si trasferì nel centro ultrasegreto di Los Alamos, per partecipare, come direttore tecnico ma senza funzioni specifiche, quindi non a capo ma consulente dei vari gruppi di ricerca, al Progetto Manhattan, che portò alla realizzazione della bomba atomica.</p>
<p>Qui, nel gruppo più importante che sia mai esistito in tutta la storia della scienza, Fermi si confrontò e collaborò con i marziani ungheresi, così detti per le loro capacità, come Leo Szilard del cui aiuto già si era avvalso per studiare un metodo che rendesse più efficaci i reattori nucleari.</p>
<p>E fu proprio Szilard, che dopo essersi adoperarono per convincere Albert Einstein a firmare una lettera per convincere il presidente Franklin Delano Roosevelt ad erogare fondi per costruire una bomba nucleare in modo da prevenire le ricerche dei Tedeschi, implorò il Presidente affinché non si sganciassero le bombe sui centri abitati.<br />
Fermi, invece, insieme al coordinatore del Progetto Manhattan, Robert Oppenheimer non si oppose all’utilizzo reale delle bombe, ammettendo di non poter fornire nessuna dimostrazione della loro potenza distruttiva tanto efficace da far terminare la guerra.<br />
Su questa scelta credo sia evidente come noi non possiamo formulare alcun giudizio, resta però il fatto che di questo vizio di origine l’energia nucleare ne ha pagato per molto tempo le conseguenze in termini di accettazione presso l’opinione pubblica.</p>
<p>Ma, fermo restando il tremendo ruolo che la Scienza può avere nelle cose umane, una grande parte della responsabilità dei suoi utilizzi afferisce alla politica, nel male e nel bene. Circa quest’ultimo, per esempio, se per ben due volte l’Italia ha rifiutato il ricorso alla fissione nucleare per produrre energia elettrica – confermando appieno che nessuno è profeta in patria – credo lo si debba prima di tutto, e in grandissima parte, alla politica.</p>
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		<title>&#8220;The Rational Optimist&#8221; gratis su Amazon. Scaricatelo!</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 08:59:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Mingardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensiero]]></category>
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		<description><![CDATA[The Rational Optimist di Matt Rildey è un libro veramente notevole. L’autore è un apprezzato giornalista scientifico (fra i suoi libri Il gene agile. La nuova alleanza tra eredità e ambiente, edito in Italia da Adelphi, e La regina rossa. Sesso ed evoluzione, edito da Instar), in passato è stato fra i caposervizio dell’Economist, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>The Rational Optimist</em> di Matt Rildey è un libro veramente notevole. L’autore è un apprezzato giornalista scientifico (fra i suoi libri <em>Il gene agile. La nuova alleanza tra eredità e ambiente</em>, edito in Italia da Adelphi, e <em>La regina rossa. Sesso ed evoluzione</em>, edito da Instar), in passato è stato fra i caposervizio dell’<em>Economist</em>, e &#8211; sull’onda del suo interesse per la teoria dell’evoluzione &#8211; ha sviluppato una vera passione per lo studio degli “ordini spontanei”.</p>
<p><span id="more-7053"></span></p>
<p>Ho scritto una <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9316" target="_blank">recensione</a> di <em>The Rational Optimist</em> appena uscito, ne sono uscite di ben più autorevoli, dall’<a href="http://www.economist.com/node/16103826" target="_blank"><em>Economist</em></a> in giù, a suo modo una eccellente testimonianza sul valore del libro è il bilioso commento dell’ex-hayekiano ed ex-thatcherofilo John Gray (sul <a href="http://www.newstatesman.com/books/2010/08/ridley-climate-evolution-ideas" target="_blank"><em>New Statesman</em></a>)</p>
<p>Questo libro straordinario è ora ridisponibile gratis (gratis) in versione Kindle (HT Massimiliano Trovato), lo potete <a href="http://www.amazon.com/The-Rational-Optimist-ebook/dp/B003QP4BJM/ref=tmm_kin_title_0?ie=UTF8&amp;m=A3KSZ402CI2EG1&amp;qid=1284625076&amp;sr=8-1" target="_blank">scaricare qui</a>. I diritti italiani di <em>The Rational Optimist</em> sono stati comprati da Rizzoli, che dovrebbe pubblicarlo l’anno prossimo.</p>
<p>Se avete amato questo libro fantastico, se conoscete i precedenti lavori di Ridley, o se semplicemente in questi tempi bui avete bisogno di una iniezione di “ottimismo razionale” non potete mancare al “<a href="http://mises.brunoleoni.com" target="_blank">Seminario Mises</a>” di quest’anno. Proprio Matt Ridley terrà infatti la “Franco Forlin Lecture”, evento centrale del seminario di Sestri.</p>
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		<title>Cambiategli nome</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 10:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[IPCC]]></category>
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		<description><![CDATA[La pubblicazione del rapporto dell&#8217;InterAcademy Council sul processo dell&#8217;Ipcc &#8211; l&#8217;organizzazione delle Nazioni unite che fa &#8220;il punto&#8221; sulla scienza del clima &#8211; ha generato reazioni eterogenee quanto prevedibili. Gli &#8220;amici&#8221; dell&#8217;Ipcc vi hanno letto una sentenza di assoluzione, i critici una condanna. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma certamente sarebbe sorprendente se la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pubblicazione del <a href="http://reviewipcc.interacademycouncil.net/ReportNewsRelease.html">rapporto</a> dell&#8217;InterAcademy Council sul processo dell&#8217;Ipcc &#8211; l&#8217;organizzazione delle Nazioni unite che fa &#8220;il punto&#8221; sulla scienza del clima &#8211; ha generato reazioni eterogenee quanto prevedibili. Gli &#8220;amici&#8221; dell&#8217;Ipcc vi hanno letto una sentenza di assoluzione, i critici una condanna. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma certamente sarebbe sorprendente se la cosa rimanesse priva di conseguenze. Come invece sarà.</p>
<p><span id="more-6967"></span></p>
<p>Anzitutto, cosa dice il rapporto? Questo il primo paragrafo della presentazione disponibile sul sito Iac:</p>
<blockquote><p>The process used by the Intergovernmental Panel on Climate Change to produce its periodic assessment reports has been successful overall, but IPCC needs to fundamentally reform its management structure and strengthen its procedures to handle ever larger and increasingly complex climate assessments as well as the more intense public scrutiny coming from a world grappling with how best to respond to climate change, says a new report from the InterAcademy Council (IAC), an Amsterdam-based organization of the world’s science academies.</p></blockquote>
<p>(<a href="http://www.ilfoglio.it/cambidistagione/483">Qui</a> l&#8217;efficace sintesi di Piero Vietti,  <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=12449">qui</a> un commento caustico di Fabio Spina).</p>
<p>Fin dalle prime righe, si capisce, appunto, che l&#8217;esito è favorevole all&#8217;Ipcc, ma non tenero. Infatti, il risultato è &#8220;overall&#8221; di successo ma &#8220;richiede cambiamenti fondamentali <em>nella sua struttura di management</em> e il rafforzamento delle sue procedure&#8221;. Non è un giudizio di cui andar troppo lieti, se si tiene alla credibilità dell&#8217;Ipcc e soprattutto se si considera che dalle conclusioni dell&#8217;Ipcc, e dal modo in cui vengono presentate, dipendono scelte politiche destinate a produrre un impatto enorme.</p>
<p>Il Focal point italiano dell&#8217;Ipcc, Sergio Castellari, ha <a href="http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2010/09/01/sui-quotidiani-non-ce/">commentato</a>:</p>
<blockquote><p>Nessuna critica dallo Iac ai contenuti scientifici prodotti dai ricercatori e dagli scienziati dell’Ipcc per delineare lo stato del cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta ma solo osservazioni su alcune procedure adottate dal Panel, osservazioni che io stesso condivido pienamente.</p></blockquote>
<p>Ora, a me pare un commento un po&#8217; pilatesco. Infatti, lo Iac non ha criticato i contenuti scientifici dei rapporti Ipcc <em>perché non era questo il suo mandato</em>. Il mandato era quello di rivedere la catena di costruzione dei rapporti e valutarne l&#8217;efficienza: lo Iac ha dato quello che, tanti anni fa, avremmo chiamato un &#8220;18 politico&#8221; (o, se volete, un 18 non politico, ma pur sempre un 18). Quindi, la sufficienza. &#8220;Sufficiente&#8221; è un giudizio che &#8211; perdonatemi &#8211; è spesso insufficiente. Vi lascereste operare da un chirurgo la cui unica referenza sia la laurea col minimo dei voti? Quando si occupa un ruolo centrale rispetto a un processo decisionale, non basta la &#8220;sufficienza&#8221;: ci vuole uno standard molto più elevato di quello formalmente richiesto, e per buone ragioni. Allora, la scelta di Castellari di minimizzare mi pare un nascondere la testa sotto la sabbia. Anche perché trovo difficile sostenere, alla luce della sentenza Iac, che le conclusioni dell&#8217;Ipcc sono ineccepibili: nel senso che (da profano) tendo a pensare che difficilmente una procedura inefficiente (e sulla sua inefficienza anche Castellari &#8220;condivide pienamente&#8221;, parole sue) possa produrre risultati indiscutibili.</p>
<p>Pensavo a queste cose e mi chiedevo a quali conseguenze potrebbero portare se l&#8217;onestà scientifica fosse la regola. Sicuramente, credo che le dimissioni del capo dell&#8217;Ipcc, Rajendra Pachauri, fossero il minimo sindacale, anche perché una delle osservazioni dello Iac riguarda appunto la durata eccessiva del mandato del presidente. Il quadro paradossale è questo: Pachauri incarica un consulente (che quindi è naturalmente ben predisposto, non lavorando per un ente terzo) di valutare le procedure dell&#8217;ente da lui presieduto; il consulente dice che bisogna stringere i bulloni e che, tra gli altri bulloni, uno riguarda proprio la durata del mandato presidenziale; e l&#8217;eterno presidente se la cava con una pacca sulla spalla, grazie e arrivederci.</p>
<p>Pensavo a queste cose e mi chiedevo come uscire dalle contraddizioni apparentemente insanabili quando, grazie alla <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=12433">segnalazione</a> di Guido Guidi, ho trovato queste illuminanti <a href="http://timesofindia.indiatimes.com/india/I-am-happy-that-truth-has-come-out-Pachauri/articleshow/6482854.cms">parole</a> di Pachauri:</p>
<blockquote><p>we are an intergovernmental body and our strength and acceptability of what we produce is largely because we are owned by governments. If that was not the case, then we would be like any other scientific body that maybe producing first-rate reports but don’t see the light of the day because they don’t matter in policy-making. Now clearly, if it’s an inter-governmental body and we want governments’ ownership of what we produce, obviously they will give us guidance of what direction to follow, what are the questions they want answered. Unfortunately, people have completely missed the original resolution by which IPCC was set up. It clearly says that our assessment should include realistic response strategies. If that is not an assessment of policies, then what does it represent? And I am afraid, we have been, in my view, defensive in coming out with a whole range of policies and I am not saying we prescribe policy A or B or C but on the basis of science, we are looking at realistic response strategies.</p></blockquote>
<p>A quel punto ho capito che l&#8217;errore era mio, ed era di base. Non c&#8217;è alcuna &#8220;contraddizione apparentemente insanabile&#8221;: c&#8217;è, semmai, una &#8220;apparente contraddizione insanabile&#8221;. Infatti, abbiamo sempre sbagliato quando abbiamo voluto illuderci che l&#8217;Ipcc fosse un organo scientifico e che il suo oggetto fosse indagare la <em>scienze </em>per offrire un quadro equo delle conoscenze scientifiche. L&#8217;Ipcc &#8211; per esplicita ammissione del suo presidente, oltre che per la sua <a href="http://www.un.org/documents/ga/res/43/a43r053.htm">missione</a> - non è &#8220;any other scientific body&#8221; ma deve la sua forza e la sua credibilità al fatto che è posseduto, governato e indirizzato dai governi. Il suo obiettivo, <em>a fortiori</em>, non è indagare la scienza, ma giustificare decisioni prese a priori (&#8220;obviously they will give us guidance of what direction to follow, what are the questions they want answered&#8221;, e solo per carità di patria deve essersi morso la lingua prima di dire &#8220;quali risposte desiderano alle domande che suggeriscono&#8221;). Neppure l&#8217;Ipcc suggerisce politiche &#8220;sulla base della scienza&#8221;: esso si limita a &#8220;suggerire strategie di risposta realistiche&#8221;. Realistiche rispetto a cosa? Ma alla politica, naturalmente, che è il dna, l&#8217;essenza e la ragion d&#8217;essere dell&#8217;Ipcc.</p>
<p>Dunque, non servono tante riforme né procedure complicate. Basta una sola riforma. Cambiare il nome all&#8217;Ipcc in modo che esprima quello che è: Intergovernmental Panel on Climate Politics. Insomma, il Porta a porta (qualunque allusione è lecita e incoraggiata) del clima.</p>
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		<title>Il pensiero unico e la difesa del suolo</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 15:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
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		<category><![CDATA[idrogeologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo da Giordano Masini e volentieri pubblichiamo
All’indomani della frana del monte Toc, che il 9 ottobre 1963 precipitò nel lago a monte della diga del Vajont generando un onda che sorvolò la diga stessa e distrusse la città di Longarone (le vittime furono 1917), in pochi furono disposti a riconoscere come all’origine della tragedia ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo da Giordano Masini e volentieri pubblichiamo</p>
<p>All’indomani della frana del monte Toc, che il 9 ottobre 1963 precipitò nel lago a monte della diga del Vajont generando un onda che sorvolò la diga stessa e distrusse la città di Longarone (le vittime furono 1917), in pochi furono disposti a riconoscere come all’origine della tragedia ci fossero pesantissime responsabilità umane. Ci fu bisogno di un lungo processo per accertare, tra mille resistenze e difficoltà, quello che pochi <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/10/01/una-giornalista-aveva-previsto-onda-assassina.html" target="_blank">andavano dicendo</a> da ben prima del disastro:</p>
<p><span id="more-5260"></span>la diga era stata costruita in un posto sbagliato, il lago aveva innescato un processo che avrebbe generato inevitabilmente la frana e i responsabili dell’opera ne erano talmente a conoscenza da aver provveduto a delle contromisure nel caso che uno smottamento avesse riempito parzialmente l’invaso e depotenziato l’impianto.</p>
<p>Eppure i giornalisti che il mattino seguente accorsero sulla desolata spianata di fango che si estendeva al posto di Longarone, tra cui alcune delle penne più prestigiose dell’epoca, come <a href="http://xoomer.virgilio.it/lguarag/vajont/bocca.html" target="_blank">Giorgio Bocca</a> e <a href="http://xoomer.virgilio.it/lguarag/vajont/buzzart.html" target="_blank">Dino Buzzati</a>, unirono nei loro resoconti la commozione per le vittime all’ammirazione per la titanica opera dell’uomo, capace nonostante tutto di resistere a un disastro naturale tanto spaventoso quanto imprevedibile.<br />
Oggi, a quasi 50 anni di distanza, l’approccio dei media di fronte ai disastri naturali è decisamente cambiato. O forse no. L’uomo è inesorabilmente all’origine di ogni disastro, a causa di un non meglio precisato “dissesto idrogeologico”, buono per ogni circostanza, e oggi in sovrappiù anche a causa dei cambiamenti climatici, che non guastano mai. All’indomani della <a href="http://www.youtube.com/watch?v=mL4XBpEg97I&amp;feature=player_embedded" target="_blank">frana</a> che ha colpito nei giorni scorsi Maierato, in provincia di Vibo Valentia, è interessante leggere l’<a href="http://www.climatemonitor.it/?p=7799" target="_blank">articolo del geologo Franco Ortolani</a> su <em>Climate Monitor</em>, in cui analizza la natura dell’evento, evidenziando le differenze con le colate di fango di ottobre a Scaletta Zanclea e Giampillieri e soffermandosi su aspetti meno noti come la ciclicità plurisecolare di certi fenomeni, l’eccezionale piovosità di alcuni inverni, come quello in corso, e l’influenza che su questa piovosità possono avere le macchie solari, più che le emissioni di CO2. Questo non significa ignorare gli effetti di un disboscamento dissennato sull’erosione dei pendii o che si possa tranquillamente costruire sul letto di frane preesistenti. Anzi. Significa però che alle opportune, anzi indispensabili domande si poteva evitare? e quali sono le responsabilità? andrebbero date risposte complete e scientificamente credibili. Chi oggi si appella acriticamente al dissesto idrogeologico, espressione un po’ generica di cui pochi conoscono il significato, o peggio ancora al global warming, non fa che riprodurre in forma uguale e contraria le invocazioni all’ineluttabile fatalità dei giornalisti accorsi ai piedi della diga del Vajont. Ora come allora il pensiero unico fornisce, nella migliore delle ipotesi, alibi e risposte a buon mercato.</p>
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		<title>Il vento del cambiamento soffia sul clima</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/11/27/il-vento-del-cambiamento-soffia-sul-clima/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 15:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spettacolare aggiustamento di rotta da parte dell&#8217;Economist:
This newspaper believes that global warming is a serious threat, and that the world needs to take steps to try to avert it. That is the job of the politicians. But we do not believe that climate change is a certainty. There are no certainties in science. Prevailing theories [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Spettacolare <a href="http://www.economist.com/research/articlesBySubject/PrinterFriendly.cfm?story_id=14966227">aggiustamento di rotta</a> da parte dell&#8217;<em>Economist</em>:</p>
<blockquote><p><span style="font-family: verdana,geneva,arial,sans serif;">This newspaper believes that global warming is a serious threat, and that the world needs to take steps to try to avert it. That is the job of the politicians. But we do not believe that climate change is a certainty. There are no certainties in science. Prevailing theories must be constantly tested against evidence, and refined, and more evidence collected, and the theories tested again. That is the job of the scientists. When they stop questioning orthodoxy, mankind will have given up the search for truth. The sceptics should not be silenced.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Verdana;">Avranno anche loro letto le <a href="http://www.ilfoglio.it/cambidistagione/276">email dei climatologi</a>?</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Clima. E se i buoni fossero i cattivi?</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 14:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[disonestà]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel dibattito sul clima una cosa è certo: i buoni sono loro, i cattivi noi. I buoni sono scienziati disinteressati pronti al sacrificio umano e personale per salvare il mondo, i cattivi sono le industrie e i loro tirapiedi o utili idioti, che negano l&#8217;evidenza. I buoni sono onesti ricercatori, i cattivi parte di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel dibattito sul clima una cosa è certo: i buoni sono loro, i cattivi noi. I buoni sono scienziati disinteressati pronti al sacrificio umano e personale per salvare il mondo, i cattivi sono le industrie e i loro tirapiedi o utili idioti, che negano l&#8217;evidenza. I buoni sono onesti ricercatori, i cattivi parte di un complotto. Le informazi0ni trapelate con la diffusione di una banca dati immensa, zeppa di scambi privati di email tra superstar del clima politicamente corretto, cambia tutto. <a href="http://www.nytimes.com/2009/11/21/science/earth/21climate.html?_r=1&amp;hp">Qui</a> la ricostruzione di Andy Revkin. <a href="http://www.globalwarming.org/2009/11/20/cooler-heads-digest-20-november-2009/">Qui</a> Julie Walsh per la Cooler Heads Coalition. <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=5475">Qui</a> Claudio Gravina e Guido Guidi, e <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=5456">qui</a> Guidi, su Climate Monitor. <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/3890">Qui</a> Piero Vietti sul <em>Foglio</em>.</p>
<p><span id="more-3866"></span></p>
<p>Intendiamoci: la diffusione di scambi privati di email è un fattaccio di cui non possiamo essere contenti. Di questo bisogna tener conto. Così come bisogna tener conto del fatto che il linguaggio colloquiale è diverso da quello formale, ha le sue regole, per cui espressioni che in altri contesti suonerebbero come una &#8220;pistola fumante&#8221;, qui sono più o meno innocenti. Quindi, non cerchiamo e non troviamo <em>smoking guns</em>. Resta però il fatto che diversi scienziati, alcuni tra i più reputati autori dei rapporti Ipcc (*), discutono tranquillamente di quali &#8220;trucchi&#8221; utilizzare e di come &#8220;nascondere i dati&#8221;.</p>
<p>Io non mi scandalizzo. Il mondo è fatto così. Certo, però, tutti quelli che hanno fino a oggi tagliato la realtà in due col coltello, dovrebbero fare un esame di coscienza. Scienziati, giornalisti, politici e semplici cittadini che hanno sempre pensato che la buonafede stesse di là e la malafede fosse di qui, oggi hanno la prova provata che così non è. E soprattutto hanno la prova provata che i documenti che, per convenzione, prendiamo per buoni, sono in realtà opera di esseri umani, con tutte le loro debolezze e tutte le loro tentazioni. Il mondo reale è complesso, e la storia che oggi emerge ricorda la storia, sicuramente più estremizzata, tessuta dal compianto Michael Crichton nel suo splendido <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788811678564/crichton-michael/stato-paura.html">Stato di paura</a></em>.</p>
<p>Tutto questo, va da sé, non mette in dubbio le conoscenze sul clima, né l&#8217;esistenza del &#8220;consensus&#8221;. Mette in dubbio, però, l&#8217;onestà intellettuale di molti generali dell&#8217;esercito allarmista. E quindi, sulla validità dei documenti da essi redatti, come i famosi &#8220;<a href="http://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar4/wg1/ar4-wg1-spm.pdf">Summary for Policymakers</a>&#8221; dell&#8217;Ipcc, che oltre a essere le uniche parti realmente lette da opinion- e policy-makers, non sono opera dei 2500 scienziati che vengono spesso sbandierati, ma di una cinquantina di essi. Quando si vedono le teste d&#8217;uovo lamentarsi del fatto che il clima non segue i loro modelli, e dunque interrogarsi su come far scomparire la realtà tra le pieghe dei loro risultati allo scopo, si presume, di non ridurre la pressione sull&#8217;opinione pubblica, viene da chiedersi su cosa poggino le costose politiche che l&#8217;Unione europea ha adottato, e che altri nel mondo vorrebbero adottare.</p>
<p>Non si tratta di negare il <em>global warming</em> o la sua componente antropogenica. Si tratta di chiedere, agli esperti, onestà e chiarezza, inclusa la necessaria trasparenza rispetto ai punti ancora incerti del dibattito. E poiché l&#8217;incertezza non può essere ignorata, essa pure va considerata nelle politiche. Se le certezze ostentate dagli uomini politici, e la sicumera di certi scienziati che fanno politica, cederanno il passo a un atteggiamento più umile e razionale, anche questa (di per sé brutta) vicenda sarà servita a qualcosa. Dal male, a volte, può sorgere il bene.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Riscaldamento globale e nuovo statalismo: separiamo la scienza dal potere</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 22:46:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[IPCC]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[riscaldamento globale]]></category>
		<category><![CDATA[Sarkozy]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Di ritorno da Matera, dove ho partecipato alla Settimana Internazionale della Ricerca ottimamente organizzata da Mauro Maldonato e dove ho avuto occasione di avere scambi di idee assai piacevoli e interessanti con alcuni filosofi della scienza, m’imbatto in una notizia di rilevante interesse, che ho trovato qui e qui.
A quanto pare, tutta una serie di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di ritorno da Matera, dove ho partecipato alla <a href="http://www.settimanadellaricerca.org/">Settimana Internazionale della Ricerca</a> ottimamente organizzata da Mauro Maldonato e dove ho avuto occasione di avere scambi di idee assai piacevoli e interessanti con alcuni filosofi della scienza, m’imbatto in una notizia di rilevante interesse, che ho trovato <a href="http://www.theregister.co.uk/2009/09/29/yamal_scandal/">qui</a> e <a href="http://www.examiner.com/x-9111-SF-Environmental-Policy-Examiner~y2009m9d29-New-data-questions-claims-of-accelerated-global-warming">qui</a>.<span id="more-3081"></span></p>
<p>A quanto pare, tutta una serie di dati riguardanti il clima che fino a ora sono stati utilizzati dall’IPCC (l’Intergovernmental Panel on Climate Change, l’istituzione internazionale che studia il  mutamento climatico) sarebbero il frutto di rilievi inattendibili. In verità della cosa si parlava da tempo e molti avanzano serie perplessità, ma ora sta montando uno scandalo. O forse no, anche in ragione della straordinaria capacità dell&#8217;<em>establishment</em> di negare pure l&#8217;evidenza.</p>
<p>Come si rilevava in alcuni interventi materani, il sistema attuale della ricerca tende troppo spesso a evitare ogni genere di verifiche. Nel suo intervento in Lucania l’epistemologo Roberto Festa dell’università di Trieste ha evidenziato, tra altre cose, che in genere si pensa alla ricerca scientifica come ad un’attività in qualche modo &#8220;olimpica&#8221;, basata su studi, teorie e prove del tutto immuni da condizionamenti e influenze, che poi si traducono in tesi suffragate da esperimenti sottoposti all’altrui confutazione. Ma in realtà è quasi impossibile, nell’universo attuale della ricerca, che qualcuno trovi risorse per un’attività tanto poco originale come – ad esempio – la ripetizione di esperimenti già descritti da altri all’interno della letteratura scientifica. La conseguenza è che spesso si finisce per “fidarsi”.</p>
<p>Non bastasse ciò, in varie occasioni vi è una viziosa convergenza di interessi tra la maggioranza degli scienziati, dei burocrati e degli uomini politici. Chi paga e chi gestisce finisce insomma per pervertire la vita della ricerca, sottraendola al suo necessario pluralismo, del tutto incompatibile con una società sempre più statizzata. Tutto questo è lampante di fronte a questioni come il riscaldamento globale, l&#8217;Aids o gli Ogm, temi su cui gli scienziati finiscono spesso per esprimersi senza la necessaria serenità.</p>
<p>Gli uomini politici, è vero, non sanno nulla di nulla: <a href="http://www.dailymotion.pl/video/xalft5_sarkozy-confond-couche-dozone-et-ef_news">Nicolas Sarkozy ad esempio ritiene che le tesi ecologiste all’origine di Kyoto</a> dicano che quest’ultimo è un effetto del carbone (e non del CO2!) e che esso buchi la fascia d’ozono (e invece la tesi è che riscaldi la terra!). Ma quel che anche i politici più somari hanno ben compreso è che in tal modo è possibile, per loro, ricollettivizzare al più alto grado l&#8217;economia e la società. In fondo non è che abbiano capito meglio la crisi finanziaria, ma subito hanno intuito che in tale frangente per loro era possibile aumentare regole e nazionalizzare, tornando a dominare la scena.</p>
<p>Per questo motivo è urgente che si affermi l&#8217;esigenza di introdurre una netta separazione tra scienza e Stato, tra la libertà della ricerca e gli interessi del potere. E il punto di partenza dovrebbe essere un processo che conduca ad una progressiva privatizzazione delle università.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il segreto delle pecore ristrette</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/07/03/il-segreto-delle-pecore-ristrette/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 08:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[hirta]]></category>
		<category><![CDATA[luigi mariani]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[superstizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricevo e volentieri pubblico da parte del prof. Luigi Mariani.
Il dato citato dal Corriere non è uno scherzo (si veda per esempio qui). Proviamo comunque a verificare. A St. Kilda non mi risulta l&#8217;esistenza si stazioni meteo. C&#8217;è invece una stazione alle Shetland (500 chilometri a nordest di St. Kilda) che si chiama Lerwick. I dati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricevo e volentieri pubblico da parte del <a href="http://www.diprove.unimi.it/diprove5_12.htm">prof. Luigi Mariani</a>.</p>
<blockquote><p>Il dato <a href="http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Scienze_e_tecnologia/Clima-caldo-fatto-rimpicciolire-pecore/02-07-2009/1-A_000031507.shtml">citato dal Corriere</a> non è uno scherzo (si veda per esempio <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/science/nature/8130907.stm">qui</a>). Proviamo comunque a verificare. A St. Kilda non mi risulta l&#8217;esistenza si stazioni meteo. C&#8217;è invece una stazione alle Shetland (500 chilometri a nordest di St. Kilda) che si chiama Lerwick. I dati giornalieri di precipitazione e temperatura sono liberamente disponibili sul <a href="http://eca.knmi.nl/">sito Ecad</a>. Spero che i dati di Lerwick dicano qualcosa anche per St. Kilda vista l&#8217;omogeneità dell&#8217;ambiente oceanico. Come è possibile verificare osservando le medie annue delle temperature minime/massime e delle precipitazioni in tale stazione, le temperature per il periodo 1931-2000 sono stazionarie e non manifestano trend particolari (lieve calo per le massime, lieve aumento per le minime, e dunque in sintesi minore escursione termica). Ciò concorda con il fatto che le precipitazioni sono in crescita. Deduzione: le pecore dell&#8217;isola di Hirta si sono ristrette non per il caldo ma per la troppa pioggia. Evidentemente non erano di pura lana vergine&#8230;</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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