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Posts Tagged ‘Sarkozy’

Il G20 di Sarkò: Tobin tax resta fumo, Cina blandita, ma c’è un assist all’Italia

19 febbraio 2011

L’esordio della presidenza francese del G20, di cui già più volte ci siamo occupati, inizia con un triplice bilancio. Restano chiacchiere,  le proposte di Sarkozy che eccitano coloro che vogliono mettere il bavaglio al mercato cattivo in nome della “santa lotta alla speculazione”. La Cina vince su yuan e riserve valutarie. Tremonti porta a casa un bel risultato, ed è più forte nell’euroarea, al tavolo del nuovo patto di stabilità che dovrebbe chiudersi entro aprile,  dove lo stesso argomento “italiano” assunto oggi dal G20 sinora non è passato. Vediamo meglio. Prosegui la lettura…

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Vino, cereali, speculazione: la guerra al mercato di Sarkozy

16 febbraio 2011

Vorrei presentare alcune notizie che mi sembrano dare la misura di ciò che vedremo nel periodo di presidenza francese del G8 e G20 (Oscar Giannino aveva parlato di “colpo di stato”, e non mi sembra una definizione esagerata).

Prima notizia: alla fine di gennaio il presidente francese, in visita nella città alsaziana di Mittelhausen, ha dichiarato senza mezzi termini di essere assolutamente contrario alla liberalizzazione dei diritti di impianto dei vigneti, prevista a livello europeo per il 2014. Di più, ha definito l’ipotesi “une idée qui conduira à la catastrophe“.

Seconda notizia: il ministro dell’agricoltura francese, Bruno Le Maire, ha dichiarato che “se la crisi in atto proseguirà, dovremmo adottare misure per limitare le esportazioni e tenere in Francia le nostre giacenze di grano“, correggendo solo lievemente il tiro alcuni giorni dopo, puntualizzando che una decisione del genere dovrebbe essere presa dalla Commissione Europea.

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Sarkò tenterà a G8 e G20 un colpo di Stato

25 gennaio 2011

A Deauville il 26 e 27 maggio per il G8 e a Cannes a novembre per il G20, la presidenza francese dei due maggiori fori di coordinamento della politica economica mondiale si preannuncia coi fuochi artificiali. Fuochi statalisti, e non solo perché dai tempi di Luigi XIV e di Versailles la grande pirotecnica si è sviluppata per secoli solo perché erano le corti coi soldi dei contribuenti, a poter largheggiare in spese. Fatto è che le presidenziali francesi sono tra 13 mesi, e Sarkozy ha tutte le intenzioni di giocarsi i sei mesi di grande visibilità internazionale per risalire nel gradimento degli elettori, visto che oggi sta sotto la quota per lui molto preoccupante del 30%, una ventina di punti sotto Berlusconi da noi. E per risalire nei cuori dei francesi la parola d’ordine sarkozista è una sola: Stato, Stato, Stato. Prosegui la lettura…

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La Francia di Sarkozy tra proteste (tante) e riforme (poche)

28 ottobre 2010

La protesta francese è alle corde, dopo che per settimane il Paese è stato sull’orlo del blocco totale. Oggi è in programma l’ennesimo sciopero generale, ma Sarkozy sembra aver riportato una vittoria, dopo che la legge della riforma delle pensioni è passata al Senato e ieri all’Assemblea.

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Adieu carbon tax

30 dicembre 2009

La Corte costituzionale francese ha bocciato la carbon tax fortemente voluta dal presidente, Nicolas Sarkozy, come primo passo verso l’adozione di un dazio sulle importazioni di beni ad alta intensità di carbonio. Non è facile valutare le conseguenze, in parte perché la tassa era costruita in un modo molto discutibile, in parte perché ugualmente discutibili sono le modalità e i criteri della bocciatura.

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Sarkozy contro la City, lo Stato dà alla testa

2 dicembre 2009

Nessuna eco in Italia per le incredibili parole pronunciate ieri dal capo dello Stato francese. A Londra, è insorto il governo, i banchieri, l’opinione pubblica. Ma non è affatto la rivincita di Waterloo. Riguarda tutti noi. Sarkozy pensa che la crisi significhi la vittoria dello Stato. Se l’Europa lo segue, si preparano tempi di ferro. Prosegui la lettura…

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Riscaldamento globale e nuovo statalismo: separiamo la scienza dal potere

3 ottobre 2009

Di ritorno da Matera, dove ho partecipato alla Settimana Internazionale della Ricerca ottimamente organizzata da Mauro Maldonato e dove ho avuto occasione di avere scambi di idee assai piacevoli e interessanti con alcuni filosofi della scienza, m’imbatto in una notizia di rilevante interesse, che ho trovato qui e qui. Prosegui la lettura…

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Il falso problema del Pil: creatività keynesista

14 settembre 2009

Oggi mi trovo d’accordo con Joe Stglitz quando dice che tra banca e finanza stiamo messi quasi peggio di un anno fa, visto che considerando gli asset attuali di Bank of America e Citigroup c’è da farsi venire i brividi, e non serve la crescita in Borsa propulsa dalla FED a farseli passare. Disaccordo pieno invece per la solita solfa anti-Pil, rilanciata da Stiglitz insieme a Fitoussi, Amartya Sen, e la pomposa commissione per la miglior misurazione del progresso socio-economica istituita da quella delusione crescente e permanente che si è rivelato sin qui il presidente Sarkozy (taglio delle imposte alle imprese escluso, naturalmente). Da anni e anni, i keynesisti predicano che il Pil è roba superata, troppo quantitativa, insopportabilmente premiante gli Stati Uniti e i Paesi mercatisti, mentre invece a contare dovrebbero essere indicatori di armonia e benessere sociale, minor dispersione dei redditi, tutela ambientale, trattamento dei malati e via almanaccando. Naturalmente, l’Europa finirebbe in testa o quasi, ragionando così. Perché il PIB – il prodotto interno di benessere – inevitabilmente alzerebbe la media di chi ha più Stato nell’economia. Da liberista, faccio presente che anche nel PIL attuale tanto odiato lo Stato è purtroppo iperpremiato, visto che più sono  numerosi i dipendenti pubblici e più sono pagati, più il PIL nominalmente cresce, anche se tutto ciò si risolve quasi sempre in crowding out del risparmio privato e nell’abbassamento generale di produttività. Ma di qui ad adottare un criterio per il quale spesa pubblica=civiltà, posso solo sperare che la comunità degli statistici resista con la forza e le barricate.

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Petrolio indietro tutta. Si torna ai posted price?

26 maggio 2009

Dopo Paolo Scaroni, anche Nicolas Sarkozy chiede un intervento globale per stabilizzare i prezzi petroliferi. Intervenendo lunedì al G8 Energia, il capo dell’Eni aveva sottolineato come l’instabilità delle quotazioni del greggio fosse un elemento di forte preoccupazione, in quanto rende più incerti gli investimenti sia in ricerca e sviluppo di giacimenti di oro nero, sia in tutte le fonti a esso più o meno legate (dal carbone alle rinnovabili fino al nucleare). In uno scenario di alti prezzi, le imprese investono; in uno scenario in cui, invece, si teme che i prezzi possano crollare dall’oggi al domani l’atteggiamento tende a essere più cauto. Per esempio, una cosa che tutti sanno e pochi dicono è che, in genere, in questi anni (a dispetto delle dichiarazioni pubbliche) le principali major hanno valutato la bontà dei loro investimenti prevedendo uno scenario di prezzo tra i 30 e i 50 dollari al barile, in modo da minimizzare gli effetti della “sberla” che avrebbero preso nel caso di una contrazione del valore (come in effetti è puntualmente accaduto). Per questo, Scaroni ha suggerito la creazione di una sorta di “Agenzia mondiale del petrolio” che avesse lo scopo non lo di rendere più trasparenti le transazioni, in modo da discernere meglio il sovrapporsi di una componente speculativa ai fondamentali, ma anche di limitare le fluttuazioni. In particolare, l’amministratore delegato dell’azienda di San Donato ha parlato di un “global stabilization fund”, pronto a intervenire quando il prezzo scende “troppo” (comunque si voglia definire il troppo).

Sul tema torna oggi il presidente francese, che ha promesso (o minacciato?) di portare al G8 dell’Aquila un progetto di accordo

tra paesi produttori e consumatori su un orientamento generale di prezzo da dare al mercato, anche su una forchetta di prezzo che garantirebbe la continuità degli investimenti senza penalizzare le economie consumatrici.

L’idea di Scaroni fa leva su un meccanismo a suo modo di mercato (l’ingresso di un attore in grado di acquistare o rilaciare grandi quantità di greggio, così da influenzare il mercato rallentando le dinamiche “naturali”). E’ ovvio che si tratterebbe di un soggetto pesantemente invadente, ma tutto sommato esso agirebbe secondo logiche trasparentemente speculative (comprare a poco e vendere a tanto). In un certo senso, dunque, Scaroni propone di far emergere un attore speculativo talmente forte da trainare il mercato nel senso ritenuto desiderabile (da chi?). Non è un sistema entusiasmante, ma almeno ne sono chiare logica, funzionamento e scopi, se non altro in termini del tutto generali.

Al contrario, l’idea di Sarkozy è molto più radicale e distorsiva, e potrebbe avere un effetto devastante. Di fatto, il presidente francese propone di costruire una sorta di Opec globale, che includa tutti i maggiori soggetti (paesi produttori e consumatori e aziende) in una sorta di mostro che riassuma in sé tutte le fattispecie anticoncorrenziali note in letteratura. Per di più, non è per nulla chiaro il modo in cui tale mostro dovrebbe muoversi. Qualunque cosa abbia in mente Sarkozy, ricorda da vicino il metodo dei “posted price”, che ha retto i mercati petroliferi dall’inizio degli anni ’50 fino all’epoca degli shock petroliferi. Come spiega Leonardo Maugeri nel suo The Age of Oil (p.58 dell’edizione americana),

Prendendo spunto dell’abitudine delle compagnie petrolifere di pubblicare i prezzi del loro greggio, i paesi produttori chiesero e ottennero un “posted price” stabile come punto di riferimento per il “profit sharing”. Quei prezzi divennero uno strumento artificiale per cementare gli interessi delle compagnie e dei paesi, una sorta di patto che prescindeva dalle reali condizioni del mercato. In verità, per diversi anni le compagnie preferirono ingoiare le perdite quando i prezzi reali scendevano, piuttosto che mettere in discussione i “posted price” su cui si erano accordate coi paesi produttori, allo scopo di non destabilizzare le relazioni reciproche.

Come si vede, i “posted price” furono uno strumento (efficace) di stabilizzazione del mercato in un preciso contesto storico, politico ed economico, che era totalmente diverso da quello attuale. Al di là di altre, pur importanti, differenze, era radicalmente diversa tanto la natura dei soggetti coinvolti quanto la loro forza relativa: le compagnie erano l’intermediario tra i paesi produttori e quelli consumatori, e dunque si trovavano necessariamente nella condizione di trovare un punto di mediazione ragionevole per entrambe le parti. Nel disegno di Sarkozy, invece, le compagnie (tra l’altro oggi più pubbliche che private) di fatto sarebbero destinate a diventare le reggicoda di un gioco tutto politico, fatto di proclami e dettato dalle scadenze elettorali dei leader interessati e dai rispettivi populismi.

Il meccanismo dei “posted price” ha, durante una precisa fase storica, funzionato egregiamente e garantito stabilità (petrolifera) e crescita (economica). Oggi quell’epoca è conclusa, e mutuarne gli strumenti sarebbe come voler risolvere i nostri problemi sanitari tornando alle tecnologie di mezzo secolo fa.

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Leggere l’Economist a via Solferino

10 maggio 2009

L’Economist di questa settimana si conquista una citazione nell’editoriale domenicale del Corriere, entusiasta del “sovvertimento causato dalla crisi nella gerarchia tra i sistemi economico-sociali in Europa” che il giornale diretto da John Micklethwait racconta con una cover accattivante. Se l’illuminato editorialista avesse letto anche l’editoriale dell’Economist, e non si fosse limitato a guardare la copertina, avrebbe “scoperto” che la posizione del settimanale britannico e’ un po’ piu’ complessa (e diversa da quella di chi e’ pronto a invocare la “colbertizzazione” dell’Europa, col paradossale argomento che si tratta dell’unico modo possibile per salvare il mercato unico!). Rispetto a quel “sovvertimento”, l’Economist scrive infatti:

But will it last? The strengths that have made parts of continental Europe relatively resilient in recession could quickly emerge as weaknesses in a recovery. For there is a price to pay for more security and greater job protection: a slowness to adjust and innovate that means, in the long run, less growth. The rules against firing that stave off sharp rises in unemployment may mean that fewer jobs are created in new industries. Those generous welfare states that preserve people’s incomes tend to blunt incentives to take new work. That large state, which helps to sustain demand in hard times, becomes a drag on dynamic new firms when growth resumes. The latest forecasts are that the United States and Britain could rebound from recession faster than most of continental Europe.

Individual countries have specific failings of their own. (…) It may not be long before the fickle Mr Sarkozy is re-reading his Adam Smith.

Al di la’ delle letture da consigliare a Sarkozy, o ai suoi epigoni “corrieristi”, l’Economist di questa settimana contiene un articolo molto interessante ed equilibrato sull’eredita’ della signora Thatcher, oggetto di dibattito sul Financial Times ed altrove. Lo trovate qui. Le tesi di rilievo sono due. La prima e’ che, a dispetto del breve termine, proprio gli interventi emergenziali degli ultimi mesi pongono le basi del successo di una prospettiva thatcheriana, basata su una “stringente disciplina economica”, nel medio e lungo termine. L’altra e’ che se ora vi e’ un “ritorno dello Stato” in alcuni ambiti,  nondimeno l’apertura a soluzioni privatistiche in altri ambiti, nemmeno sfiorati dall’opera della Lady di Ferro (i servizi alla persona, per esempio), e’ ormai parte a pieno titolo del dibattito politico e non se ne puo’ indovinare a breve la scomparsa. Anche perche’ i nuovi pesi che gravano sulle finanze pubbliche potrebbero costringere ad altre, per ora imprevedibili, esternalizzazioni e privatizzazioni.

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