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	<title>CHICAGO BLOG &#187; rent seeking</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Pani, pesci e moltiplicatori – di Silvano Fait</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 15:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[Una caratteristica più o meno comune a tutti i modelli macroeconomici è quella di assumere gli elementi istituzionali come neutrali. Sia il governo che la banca centrale vengono solitamente incorporati come degli enti tecnocratici, i quali si limitano ad implementare delle date o ipotizzate regole di condotta in maniera del tutto asettica. Sulla base di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una caratteristica più o meno comune a tutti i modelli macroeconomici è quella di assumere gli elementi istituzionali come neutrali. Sia il governo che la banca centrale vengono solitamente incorporati come degli enti tecnocratici, i quali si limitano ad implementare delle date o ipotizzate regole di condotta in maniera del tutto asettica. Sulla base di queste vengono analizzati uno o più scenari ed alla fine si procede a trarre delle conclusioni. Croce e delizia di ogni dibattito sono gli effetti macroeconomici degli interventi pubblici (sia monetari che fiscali) e di particolare attualità sono le valutazioni circa gli effetti delle politiche di stimolo intraprese a seguito dell’ultima recessione.</p>
<p><span id="more-7942"></span>Circa gli effetti del moltiplicatore della spesa vi è una ampia letteratura di modelli dsge sintetizzabile come segue:</p>
<ul>
<li>Nei modelli neoclassici di RBC e privi di frizioni questo è solitamente inferiore a uno;</li>
<li>Nei modelli standard neo Keynesiani questo ruota attorno all’unità: a volte leggermente inferiore, altre volte leggermente superiore, a seconda di come sono specificate le funzioni di preferenza degli agenti (aspettative future derivate dai comportamenti passati e propensione al consumo costante spingono in alto il moltiplicatore e viceversa).</li>
</ul>
<p>Sulla base di quanto sopra l’idea di un moltiplicatore superiore all’unità trova uno scarso riscontro.</p>
<p>Solitamente nessun modello DSGE è accompagnato o posto in relazione ad analisi micro fondate delle decisioni di spesa da parte del governo e dei relativi processi decisionale. Ciò porta ad ignorare la massimizzazione dell’utilità da parte dei soggetti aventi pubblici poteri e le relative ripercussioni (elementi questi indagati invece dalla Public Choice School e dalla Constitutional Economics). Indubbiamente incorporare questi aspetti nei tradizionali aggregati – anche a livello sezionale – risulta particolarmente complesso e per certi aspetti improprio, ma tuttavia escludere la possibilità che la scelta di un insieme di decisioni sia ininfluente sulla natura e sull’evoluzione dell’istituzione che la effettua o che parimenti i caratteri dell’istituzione siano neutrali ed ispirati a meri criteri di ottimizzazione del benessere generale finisce per fornire un quadro incompleto ed ingenuo della situazione (specie quando il decisore è un soggetto pubblico e/o politico).</p>
<p>Sotto il profilo operativo è necessario valutare quindi anche in che modi variazioni della spesa pubblica influiscano sui processi di “rent seeking”. Questo tipo di considerazioni sono opportune sia nel caso di mutamenti qualitativi (a saldi invariati) che nel caso di mutamenti quantitativi –  a maggior ragione quando si tratta di cospicui incrementi. Per quanto superficialmente possa apparire una problematica politica, un’affermazione in tal senso è difficilmente sostenibile poiché si tratta di valutare come la componente fiscale possa influire sull’efficienza dinamica del sistema economico e quindi sulla capacità dello stesso di crescere nel tempo.</p>
<p>Partendo dalla constatazione che l’applicazione effettiva della normativa tributaria non è omogenea e che differenti norme hanno differenti costi di applicazione, controllo e sanzione, ne consegue che l’offerta di fondi pubblici è condizionata da una base imponibile plasmata sul livello di resistenza marginale all’imposizione dei potenziali contribuenti, sia attuali che futuri e futuribili (come nel caso del debito pubblico piuttosto rispetto alla tassazione ordinaria). Viceversa la domanda di fondi pubblici da parte degli attori esterni al processo decisionale di allocazione delle risorse si concentrerà su spese di carattere sub marginale (in quanto ogni individuo o impresa tende già di per sé ad allocare le risorse o a scegliere i corsi di azione a cui attribuisce un valore maggiore), oppure sull’ottenimento di extra profitti da attività che verrebbero comunque portate a compimento. Teoricamente il decisore pubblico, dovrebbe assegnare le risorse ai migliori progetti tra quelli che non verrebbero altrimenti intrapresi dal settore privato. Questo criterio guida, espresso anche in termini politicamente neutri, è tanto facile a dirsi quanto difficile ad implementarsi e del resto “migliore” è un concetto operativo piuttosto vago anche quando limitato alla sola redditività prospettica. A partire da Buchanan e Tullock esiste infatti ormai una ampia e documenta letteratura di come gli interventi pubblici attivino la ricerca di posizioni di rendita e sussidi volti a coprire mere perdite imprenditoriali. Ad esempio, gli incentivi al settore auto erogati da numerosi governi hanno consentito lo smaltimento di eccedenze produttive ed una socializzazione delle perdite derivanti da impianti sovradimensionati senza per questo risolvere le problematiche strutturali del settore. Altrettanto facilmente documentabile è il legame tra spesa sociale corrente e consenso politico, sia che riguardi ambiti eticamente ed empaticamente sensibili (ex. riduzione della povertà) che l’assistenzialismo puro. Del resto Olson (1965) ha mostrato come sia più probabile che il decisore pubblico persegua gli interessi di gruppi portatori di interessi particolari e marginalmente molto influenti, spalmandone i costi sulla collettività – anche a danno dell’interesse generale – che il caso opposto.</p>
<p>Seguendo la stessa logica risulta facile comprendere come viceversa sia più difficoltoso invertire i processi di spesa: quando i vantaggi di una minor pressione fiscale ricadono su soggetti che oppongono poca resistenza all’imposizione e la riduzione dei trasferimenti colpisce soggetti per i quali il valore marginale è elevato, in assenza di insormontabili vincoli di bilancio esterni, la decisione diventa onerosa in termini di razionalità politica.</p>
<p>Spostando la prospettiva sotto un profilo dinamico, ovvero legando l’analisi economica non alla risoluzione di problematiche note con risorse definite ma alle modalità attraverso le quali gli individui possono rendere meno gravosi i vincoli di scarsità e migliorare le proprie condizioni future (vedi Hayek, Alchyan, North), risulta ancor meno comprensibile perché un processo fortemente connesso a fenomeni di <em>rent seeking</em>, <em>moral hazard</em> e socializzazione delle perdite private, quale l’incremento indiscriminato della spesa pubblica, debba necessariamente comportare degli effetti moltiplicativi sul benessere generale. Al di là dei modelli macroeconomici o delle considerazioni sul ruolo dell’intervento statale nell’economia, ciò che presenta criticità rilevanti in una analisi costi-benefici a livello operativo, contiene già in sé una forte dose di buoni motivi per essere dubitare che abbia effetti “moltiplicativi” sul benessere generale. Questo vale sia per la spesa corrente che per gli investimenti pubblici: se, ad esempio, il connotato principale delle crisi latino americane è spesso stato una gestione allegra della finanza e della moneta, viceversa le crisi asiatiche hanno visto più volte un eccesso di investimenti sia privati che pubblici nei settori più disparati (Reinhart e Rogoff).</p>
<p>Alla luce dei contributi della Public Choice e della Constitutional Economics, significativi e invasivi interventi governativi all’interno di realtà sociali complesse necessitano di essere ponderati con molta attenzione e non semplicemente sulla base delle evoluzioni riportate nei modelli dsge, per quanto sofisticati o apparentemente convincenti questi possano essere. E questo senza considerare il fatto che, sotto il profilo teorico e accademico, dopo la recente crisi finanziaria, alcuni dei tradizionali pilastri del mainstream macroeconomico quali ad ex. la teoria dei mercati efficienti, la nozione di agente rappresentativo, l’utilizzo forte ed estensivo dei DSGE a fini previsionali e prescrittivi sono stati messi fortemente sotto pressione e probabilmente necessitano quanto meno di un radicale ripensamento (vedi a proposito tra gli altri Zingales, Solow, etc.).</p>
<p>Alcuni recenti paper, ad ex. Christiano et al. (2009), inferiscono moltiplicatori ampiamente superiori al’unità in assenza di risposta da parte della banca centrale (i tassi nominali rimangono invariati come nel modello IS-LM). Ne deriverebbe quindi un argomento a sostegno del deficit spending in particolare nel momento in cui ulteriori riduzioni del tasso di interesse, in applicazione della regola di politica monetaria, non sono possibili poiché è già stato raggiunto lo zero. Con tutti i caveat del caso, credo sia possibile affermare che la logica sottostante non si discosti molto da quella Teoria Generale del 1936. Keynes – in breve – considerava neutrali o comunque secondari gli effetti di una espansione fiscale su prezzi e salari in assenza di pieno impiego. In termini moderni lo stesso può essere riformulato, in forma indubbiamente più elegante sotto il profilo matematico, sulla scorta di un DSGE in cui – stante l’impossibilità operativa di tassi negativi nel caso in cui questi dovessero risultare come ottimali sulla scorta di una predefinita regola di politica monetaria (fatto che implica tassi reali positivi o crescenti in caso di deflazione) -  ogni intervento di stimolo diventa ottimale fino a chiusura dell’outuput gap. Lo “zero bound scenario” è in pratica una riaffermazione del paradosso della liquidità all’interno di una cornice “neo wickselliana” suscettibile di critiche simili circa il mancato ruolo del risparmio, l’idiosincrasia verso ogni minima forma di deflazione dei prezzi al consumo, nonché la sensazione di essere una costruzione ad hoc.</p>
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		<title>Quando la politica procura strani compagni di letto: il caso del taglia-incentivi</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 17:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[cip6]]></category>
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		<description><![CDATA[Ricevo da una persona che segue molto da vicino il dibattito parlamentare sui temi energetici e, per ragioni professionali, non può esporsi col suo nome proprio. Credo però che queste riflessioni siano assai utili a capire le bizzarrie del momento, e del paese, in cui viviamo. (cs)
La semplice notizia di un emendamento taglia-incentivi al Cip6 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ricevo da una persona che segue molto da vicino il dibattito parlamentare sui temi energetici e, per ragioni professionali, non può esporsi col suo nome proprio. Credo però che queste riflessioni siano assai utili a capire le bizzarrie del momento, e del paese, in cui viviamo. (cs)</em></p>
<p>La semplice notizia di un emendamento taglia-incentivi al Cip6 e alle rinnovabili (<a href="http://www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/200911261704-eco-rt11155-finanziaria_rinnovabili_ritirato_emendamento_taglia_incentivi">appena ritirato</a>) è bastata a far divampare un nuovo incendio in Confindustria. L&#8217;allarme lo han lanciato martedì i produttori di energia da fonti alternative e gli ambientalisti. A stretto giro sono seguite le voci preoccupate di viale dell&#8217;Astronimia e dei grandi produttori elettrici. Nel frattempo il ministro Calderoli, sospettato di sponsorizzare la proposta per conto di Antonio Costato (bestia nera degli energetici in Confindustria) denuncia adirittura di aver subito minacce di morte.</p>
<p><span id="more-3979"></span></p>
<p>Chiunque abbia veramente scritto l&#8217;emendamento, però, non si è reso conto di un effetto boomerang, che era dietro l&#8217;angolo. E che puntualmente è scattato.</p>
<p>Mettere insieme cose diverse, come ha fatto l&#8217;incauto estensore della norma fantasma, lo ha indotto nell&#8217;errore peggiore per un aspirante giustiziere di incentivi-vergogna. Grazie a lui, infatti, per la prima volta nella storia del Cip6 l&#8217;intero fronte delle fonti rinnovabili si è levato compatto in difesa della più vituperata (almeno fino a ieri) delle fonti incentivate: la produzione di elettricità dagli scarti di raffineria.</p>
<p>Difficile capire se Anev (eolici), Aper (rinnovabili), Assosolare (fotovoltaico) ma anche ambientalisti della prima ora come Greenpeace e Legambiente se ne siano avveduti. A chiedergli in queste ore se la cosa gli procuri imbarazzo tendono a cambiare discorso.</p>
<p>Intanto però, nel cercare di affossare le rendite principesche (e garantite per legge) di petrolieri e cogeneratori vari, il misterioso vendicatore gli ha schierato involontariamete a difesa il più puro degli eserciti. Di certo nessuno spin doctor o ufficio stampa avrebbe saputo fare meglio. </p>
<p>Invece qualche sana distinzione andrebbe fatta. Un conto sono gli incentivi alle rinnovabili e i Certificati Verdi. E&#8217; vero che lo stesso presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia Ortis ha più volte denunciato che costano troppo. E le cifre  in effetti fanno abbastanza paura &#8211; a regime si parla di 7 miliardi l&#8217;anno con i meccanismi di incentivazione vigenti, almeno se si vogliono raggiungere gli obiettivi europei al 2020.</p>
<p>Tutta un&#8217;altra cosa, però, sono gli incentivi Cip6 alle assimilate, che hanno la macchia di essere un meccanismo nato già discutibile e divenuto alla fine un&#8217;incomprensibile (a parte per i beneficiari e i loro creditori, s&#8217;intende) rendita di posizione &#8211; per di più blindata da una legge dello Stato.</p>
<p>In questo senso il percorso indicato dalla <a href="http://www.parlamento.it/parlam/leggi/09099l.htm">Legge Sviluppo 99/09</a>, oggi presentato come soluzione &#8220;equilibrata&#8221; su cui si abbatte alla cieca la scure del barbaro Costato, non è detto che sia ottimale.</p>
<p>In pratica si tratta di una liquidazione subito, per chi la vuole. Dietro la porta, intanto, già aspetta un nuovo sistema di incentivi, che è tutto da vedere se sarà migliore o peggiore del primo. Il rischio di un nuovo Cip6 è sempre dietro l&#8217;angolo.<span id="_marker"> </span></p>
<p><span><em>Lex Willer</em></span></p>
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		<title>La meglio oil company del reame</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 10:19:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sberla del Financial Times, via Lex, a ConocoPhillips, la settima compagnia petrolifera al mondo per capitalizzazione di borsa (sesta, se si esclude Petrochina). Il gruppo guidato da James Mulva &#8211; le cui origini si possono far risalire alla fase eroica del greggio americano, nella seconda metà dell&#8217;800, e che ha assunto la sua struttura attuale tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sberla del <em>Financial Times</em>, <a href="http://www.ft.com/cms/s/3/9348d894-b413-11de-98ec-00144feab49a.html">via Lex</a>, a ConocoPhillips, la <a href="http://biz.yahoo.com/ic/ll/120mkt.html">settima</a> compagnia petrolifera al mondo per capitalizzazione di borsa (sesta, se si esclude Petrochina). Il gruppo guidato da James Mulva &#8211; le cui origini si possono <a href="http://www.conocophillips.com/EN/about/who_we_are/history/Pages/index.aspx">far risalire</a> alla fase eroica del greggio americano, nella seconda metà dell&#8217;800, e che ha assunto la sua struttura attuale tra il 2002 (merger tra Conoco e Phillips) e il 2006 (acquisizione di Burlington) &#8211; ha <a href="http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601103&amp;sid=aKD4zvp7lScs">recentemente annunciato</a>, assieme a un aumento del dividendo (la carota), la vendita di asset per un totale di circa 10 miliardi di dollari e un importante piano di contenimento dei costi (il bastone), allo scopo di puntellare il debito (circa 30 miliardi di dollari, contro una capitalizzazione di quasi 74). La mossa, pur apprezzata dai mercati, è il punto di caduta di una strategia discutibile. ConocoPhillips è anche una delle oil companies americane più sensibili (credo si dica così) ai temi ambientali, tanto da essere stata la prima in assoluto ad aderire alla <a href="http://www.us-cap.org/">Climate Action Partnership</a>, un gruppo di aziende che chiedono agli Stati Uniti di adottare un piano di <em>cap and trade</em> per il controllo delle emissioni (vedi alla voce: <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Rent_seeking">rent seeking</a></em>).</p>
<p><span id="more-3188"></span></p>
<p>Il quotidiano britannico rileva come il piano di ristrutturazione interna faccia seguito a una condotta scriteriata, che ha estremizzato la pratica comunemente adottata da quasi tutte le altre <em>oil companies</em>. Cioè, concentrare la sua forza di fuoco finanziario su una politica spregiudicata di acquisizioni, a qualunque prezzo. Come racconta Lex,</p>
<blockquote><p>In other words, it is trying to emulate the capital discipline of <strong><a href="http://markets.ft.com/tearsheets/performance.asp?s=us:XOM">ExxonMobil</a></strong>, the company Mr Buffett probably should have bought. Exxon paid 2.4 times as much cash through dividends and buy-backs as it spent on capital investment over the past three years, a ratio four times as high as Conoco.</p></blockquote>
<p>(Il riferimento a Warren Buffett rimanda all&#8217;<a href="http://www.gurufocus.com/news.php?id=50143">investimento</a> dell&#8217;Oracolo di Omaha nell&#8217;azienda, di cui ha acquistato tra il 2006 e il 2008 una mole considerevole di azioni, a un prezzo di carico medio attorno agli 80 dollari, lasciando sul terreno circa 4 miliardi di dollari in seguito al dimezzamento del valore del titolo). Ora che la crisi ha abbattuto il valore degli asset, paradossalmente la strategia si rovescia: le compagnie come Conoco vendono, quelle come Exxon comprano. Le prime hanno pagato molto quello che oggi cedono per poco, le secondo fanno il contrario.</p>
<p>Non so se ci sia una relazione tra le posizioni su temi come l&#8217;ambiente e la <em>corporate social responsibility</em> e la condotta finanziaria delle imprese. Osservo però, con una certa regolarità, che chi fa molto fumo coi propositi &#8220;sociali&#8221;, sovente ha poco arrosto. Non è un caso che altre compagnie che, con Conoco, si sono distinte per le loro posizioni &#8220;politicamente corrette&#8221;, come Bp e Shell, entrambe membri della Climate Action Partnership, tendono a faticare maggiormente sulla china dei dividendi. Altre ancora, come Enron, che assieme a Lehman Brothers è stata tra i pionieri del mercato delle quote di emissione negli Stati Uniti, sono addirittura scomparse, morte entrambe di morte violenta (il nome di Enron è addirittura divenuto sinonimo di scandalo finanziario, <em>et pour cause</em>). Su questo tema, ha svolto tempo fa un&#8217;<a href="http://masterresource.org/?p=3302">interessante riflessione</a> Rob Bradley (anche <a href="http://masterresource.org/?p=3015">qui</a>), secondo cui</p>
<blockquote><p>In fact, Exxon Mobil is the <em>anti-Enron</em> of corporate America, a rebuff to Ken Lay, who once worked at Exxon, and Jeff Skilling, who declared in 2000: “You will see the collapse and demise of the integrated energy companies around the world. They are going to break up into thousands and thousands of pieces.”</p></blockquote>
<p>La previsione di Lay e Skilling si rivelano ancor più beffarde se lette oggi, quando non solo Exxon si conferma come la più solida compagnia sulla piazza, ma addirittura quelle che hanno perseguito modelli di <em>business </em>alternativi stanno affrontando un serio ripensamento (si veda la Bp del tanto santificato Lord Browne, che ha <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/6612703.stm">abbandonato</a> la poltrona più alta del gruppo nel mezzo di una tempesta finanziaria condita da un mezzo scandalo sessuale).</p>
<p>PS Per gli appassionati del gioco &#8220;mi si nota di più se ci sono o se non ci sono&#8221;, segnalo che la Lex Column di oggi cita, come <em>benchmark</em> per Conoco, ExxonMobil, Total, Bp, Shell e Chevron, <em>ma non l&#8217;Eni</em>. Sulla quale fonti bene informate suggeriscono di tenere gli occhi puntati, perché la <em>performance</em> 2009 potrebbe cadere ben sotto le aspettative: e non solo per effetto della recessione. Sarà anche per questo se il gruppo di San Donato ha fatto finta di <a href="http://www.borsaitaliana.it/borsa/area-news/news/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=655802&amp;lang=it">non sentire</a> le aperte <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2009092313759471-1">pressioni</a> del governo perché entrasse a far parte della giostra nucleare?</p>
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