<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>CHICAGO BLOG &#187; relazioni industriali</title>
	<atom:link href="http://www.chicago-blog.it/tag/relazioni-industriali/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.chicago-blog.it</link>
	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Sat, 11 Feb 2012 09:05:08 +0000</lastBuildDate>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=</generator>
		<item>
		<title>Mirafiori ha segnato un punto di non ritorno nelle relazioni industriali? Di Mario Unnia</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/03/02/mirafiori-ha-segnato-un-punto-di-non-ritorno-nelle-relazioni-industriali-di-mario-unnia/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/03/02/mirafiori-ha-segnato-un-punto-di-non-ritorno-nelle-relazioni-industriali-di-mario-unnia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 09:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni industriali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=8451</guid>
		<description><![CDATA[Riceviamo dal Prof. Mario Unnia e volentieri pubblichiamo.
Un sondaggio dei Direttori del personale Associati Gidp sull’evoluzione dei  rapporti tra imprese e sindacati nel prossimo biennio, sponsorizzato da Confindustria Energia –Relazioni Industriali (*).

I risultati possono essere così riassunti. Alla domanda “il nostro Paese è uscito dalla crisi?” ha risposto no il 41%, mentre il 55% ritiene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo dal Prof. Mario Unnia e volentieri pubblichiamo.</em></p>
<p>Un sondaggio dei Direttori del personale Associati Gidp sull’evoluzione dei  rapporti tra imprese e sindacati nel prossimo biennio, sponsorizzato da Confindustria Energia –Relazioni Industriali (*).</p>
<p><span id="more-8451"></span></p>
<p>I risultati possono essere così riassunti. Alla domanda “il nostro Paese è uscito dalla crisi?” ha risposto no il 41%, mentre il 55% ritiene che l’Italia abbia superato solo in parte la congiuntura economica negativa. Anche le previsioni sul prossimo biennio non sono rosee poiché i tempi della ripresa, per il 47% del campione, andranno oltre il biennio; per il 38% bisognerà aspettare la fine del 2012 e solo per il 12% ci riusciremo entro l’anno in corso. Il contesto economico ha inasprito i rapporti  di lavoro: per il 54% la situazione non migliorerà nel prossimo biennio, un 20% ritiene che addirittura peggiorerà e un 23% ha, invece, la convinzione che la situazione è destinata a migliorare. Circa il 50% considera che il protrarsi di condizioni economiche critiche abbia effetti negativi sui rapporti di lavoro, mentre per il 34% le conseguenze potranno essere positive e per il 12% circa non sono rilevanti. In tale contesto si torna a dibattere sul ruolo del libero mercato e della funzione che dovrebbe avere lo stato. Secondo il 60%, seppure con riserva della maggioranza dell’opinione pubblica, al mercato nel prossimo biennio sarà riconosciuta una funzione chiave per lo sviluppo. Per circa il 75% del campione inoltre, le imprese si trovano ad operare in un contesto altamente competitivo che favorirà il recupero di prerogative manageriali ed imprenditoriali.</p>
<p>Circa la metà degli intervistati pensa che nel prossimo biennio il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori si ridurrà rispetto all’attuale 30% attestandosi comunque tra il 25% e il 30%. Un 10% valuta che ci siano le condizioni per raggiungere il 35%. Si ritiene poco probabile una unificazione delle 3 maggiori sigle sindacali, CGIL, CISl e UIL, (86%), anche se il 78% valuterebbe come positivi gli effetti della riconciliazione. Scendendo nel dettaglio, per il 67% del campione le contrapposizioni tra CISL e UIL rispetto alla CGIL sono insanabili. Il ruolo antagonista della CGIL si giustifica a causa di: situazione conseguente alla crisi, componenti minoritarie che ostacolano un processo decisionale coerente, presenza attiva tra gli iscritti della componente ex Rifondazione, la CGIL inverte il processo di subordinazione del sindacato al partito.</p>
<p>Il campione si spacca a metà rispetto al quesito “i sindacati autonomi, nel prossimo biennio potranno diventare concorrenti delle sigle storiche?”, così come risulta diviso a metà rispetto all’ipotesi dell’affermarsi di un sindacalismo professionale non legato alla politica, ma rivolto alla difesa di interessi specifici della libera professione. L’alleanza tra Cisl e Uil è dovuta ad una  visione comune della società come non antagonista e conflittuale e alla volontà di superare la Cgil che ha un maggior numero di iscritti. Per quanto riguarda la contrapposizione tra Cisl e Uil rispetto alla Cgil, il 66,8% del campione ritiene che non è destinata a ricomporsi. La Cgil manterrà, in futuro, il suo ruolo antagonista.</p>
<p>L’idea di regolamentare la presenza sindacale per legge potrebbe contribuire a razionalizzare le relazioni sindacali: ne è convinto circa il 70% del campione poiché creerebbe le condizioni per una maggiore semplificazione e chiarezza, e offrirebbe uno spazio di negoziazione solo a chi ha effettivamente una rappresentanza. Secondo il 60% del campione la contrattazione collettiva nazionale è destinata a diventare, nel prossimo biennio, complementare rispetto a quella aziendale e solo per circa il 14% rimarrà dominante. I rapporti tra le federazioni sindacali che tutelano le nuove identità di lavoro cosiddette atipiche e quelle che rappresentano lavoratori inseriti nell’inquadramento di lavoro strutturato evolveranno in modo convergente per il 43%, parallelo per il 37% e divergente per il 15%.</p>
<p>Alla domanda su quali saranno gli argomenti da valorizzare nel rapporto tra azienda e collaboratori, queste le risposte: la condivisione e la realizzazione della responsabilità sociale d’impresa e il rafforzamento del ruolo del management. Inoltre, tra le forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa, si ritiene che la soluzione con maggiori potenzialità sia l’istituzione di forme di partecipazione dei lavoratori agli utili.</p>
<p>E’ stato chiesto quali potrebbero essere le politiche da attuare in azienda nell’ottica del miglioramento delle condizioni di lavoro pur in un contesto economico che rimane critico. Si registra la quasi l’unanimità dei consensi sull’ipotesi di sviluppare una previdenza complementare, insieme all’assistenza sanitaria integrativa. Da potenziare anche gli asili nido consorziati tra imprese e le mense interne ai luoghi di lavoro. Inoltre, il 90% dei rispondenti ritiene prioritario il passaggio dal sostegno del reddito per la disoccupazione al supporto e orientamento per politiche attive di ricerca di nuova occupazione o ricollocazione. Il campione degli intervistati dimostra di approvare eventuali politiche migliorative di sostegno all’occupazione.</p>
<p>Flessibilità in entrata, ma anche e soprattutto in uscita. Sono queste le parole chiave della futura evoluzione del mercato del lavoro, con eventuali forme alternative all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ipotizzate da oltre l’80% dei rispondenti, convinti che questo possa notevolmente semplificare la vita ai giovani in attesa di occupazione. Accoglienza positiva anche delle ipotesi di incentivazione per la stipula di contratti a tempo indeterminato.</p>
<p><em>di Mario Unnia</em></p>
<p>(*) Il campione d’indagine</p>
<p>Hanno risposto 151 direttori del personale: oltre il 50% opera in aziende multinazionali e solo il 29% opera in aziende a conduzione familiare. Oltre la metà del campione opera in contesti con più di 500 dipendenti; per il 21% i dipendenti sono compresi tra 250 e 499 e per un altro 20% sono compresi tra 50 e 249. Il settore di attività è per il 26% l’industria meccanica ed elettronica, per il 10,60% l’industria chimica e farmaceutica, per l’8,60% il terziario innovativo e i servizi alle imprese, quasi l’8% è rappresentato dal commercio. La parte restante è suddivisa nei settori credito, energia, turismo, alimentare, abbigliamento,telecomunicazioni, editoria, trasporti e assicurazioni.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/03/02/mirafiori-ha-segnato-un-punto-di-non-ritorno-nelle-relazioni-industriali-di-mario-unnia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fiat: mondo nuovo, contratto nuovo, rischi vecchi</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/07/27/fiat-mondo-nuovo-contratto-nuovo/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2010/07/27/fiat-mondo-nuovo-contratto-nuovo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 20:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[auto]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni industriali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=6657</guid>
		<description><![CDATA[Quando nei mesi scorsi abbiamo scritto che il caso di Pomigliano non riguardava solo gli specifici problemi che si sono addensati nello stabilimento Fiat intitolato a Giambattista Vico, in molti hanno replicato che non era così, e che la nuova Fiat di John Elkann e Sergio Marchionne si limitava a porre un problema specifico per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Quando nei mesi scorsi abbiamo scritto che il caso di Pomigliano non riguardava solo gli specifici problemi che si sono addensati nello stabilimento Fiat intitolato a Giambattista Vico, in molti hanno replicato che non era così, e che la nuova Fiat di John Elkann e Sergio Marchionne si limitava a porre un problema specifico per i 18 turni nel solo impianto in cui si concentravano ormai troppi ostacoli, perché si potesse realizzare la necessaria produttività senza esplicite deroghe. Oggi sappiamo che a sbagliare non era chi fin dall&#8217;inizio ha spiegato che il referendum a Pomigliano era solo un primo passo di un nuovo cammino. Certo, il primo passo calca un solo scalino. Ma poi, inevitabilmente, altri ne sarebbero seguiti. Domani e dopodomani saranno giorni decisivi. <span style="font-size: medium;"><span id="more-6657"></span></span>La Fiat spiegherà  ai sindacati e a tutte le imprese italiane, alla politica e al Paese quali siano le intenzioni che ha maturato. Se c&#8217;è un rischio palpabile, e che bisogna augurarsi venga scongiurato attraverso l&#8217;esercizio di un grande senso di responsabilità, è che gli interlocutori politici e  sindacali continuino a non capire. Come hanno sino alla fine sottovalutato la volontà della nuova Fiat di vincere a Pomigliano con il consenso della maggioranza dei lavoratori la sfida dei 18 turni e dello straordinario aggiuntivo contro il quale non sono ammessi scioperi, della lotta all&#8217;assenteismo e ai finti malati. Il rischio oggi è che non prendano sul serio la volontà della Fiat di dare alle nuove regole confermate dal voto la piena dignità di un vero e proprio nuovo contratto di lavoro, che impegni l&#8217;azienda da una parte, e tutti i lavoratori esplicitamente consenzienti dall&#8217;altra.</p>
<p>Si oppongono a questa impostazione una serie di obiezioni di ordine diverso. Alcune ostative per principio. Altre, comunque per sostanza. Altre ancora, infine, su alcuni rilevanti questioni formali che inevitabilmente vengono toccate dalla novità, nel delicato terreno delle relazioni industriali. Cerchiamo di capire e distinguere, distinguendo il grano dal loglio. Poiché è una scelta che potrebbe avere un&#8217;importanza storica non solo nella storia plurisecolare dell&#8217;azienda leader nella manifattura italiana, ma nell&#8217;intero rapporto tra aziende e lavoratori nel nostro Paese, finalmente con l&#8217;occhio fisso al mondo che cambia invece che solo attento a preservare forme e riti di un passato che non regge più all&#8217;impatto dei mercati internazionali.</p>
<p>C&#8217;è chi è stato contrario ai 18 turni di Pomigliano e respinge la libera decisione della Fiat di destinare agli stabilimenti in Serbia la produzione di alcuni modelli precedentemente allocati a Mirafiori, solo perché respinge la logica della globalizzazione. Non è solo la Fiom, a pensarla così. Anche il vescovo di Nola, monsignor Beniamino Di Palma, ieri ha dichiarato che non è eticamente giusto spostare le produzioni laddove si guadagna di più, perché il diritto al lavoro viene prima del diritto a realizzare l&#8217;utile. Si tratta di opinioni verso le quali è inutile riservare scomuniche: ci sono eccome, all&#8217;interno della società italiana. Rispecchiano la lunga illusione di un Paese che ha creduto di poter vivere con la porta chiusa a ciò che avviene nel mondo. Propongono un&#8217;idea della competizione internazionale  limitata alla lotta vincente del capitale ai danni dei lavoratori che guadagnano meno, dimenticando che la storia del mondo va avanti da sempre con Paesi avanzati che restano leader perché sono titolari di migliori tecnologie, capitali, innovazione   e modelli gestionali. E che perciò hanno bisogno anche delle produzioni laddove i mercati emergenti propongono salari più bassi , richiedendo prodotti che saliranno di valore man mano che migliorerà il benessere dei lavoratori. Esattamente com&#8217;è avvenuto all&#8217;Italia del dopoguerra, la Cina di allora. Queste opposizioni ideologiche ci sono e sono pervicaci, ma la grande novità è che sono ormai minoritarie: a Pomigliano come nel resto del Paese.</p>
<p>C&#8217;è poi chi si oppone all&#8217;idea avanzata dalla Fiat – una newco che riassuma stipulando un nuovo contratto – perché difende a ogni costo l&#8217;intoccabilità del contratto nazionale dei metalmeccanici. E&#8217; da sempre in Italia il contratto sul quale  si misura l&#8217;atmosfera politico-sociale delle relazioni industriali. Per questo in altre categorie, dai chimici ai tessili agli alimentaristi, da anni e anni i contratti consentono assai più flessibilità, nell&#8217;interesse di imprese e lavoratori insieme, mentre quello dei meccanici resta più rigido. E&#8217; ovvio che a difendere l&#8217;intoccabilità dei contratti nazioali siano i mandarini delle gerarchie centralizzate che li contrattano, in sede sindacale e &#8211; più in piccolo &#8211; anche confindustrrale. Ma il paradosso è che a difendere a spada tratta l&#8217;intoccabilità del contratto e la sua inderogabilità azienda per azienda con veri e propri contratti alternativi sia proprio la Fiom, che in occasione degli ultimi due rinnovi non ha apposto la propria firma, sotto il contratto che oggi invoca come un&#8217;insuperabile linea Maginot.</p>
<p>C&#8217;è poi, infine, chi comprende e condivide la sfida in cui la nuova Fiat si è lanciata, di giocare un ruolo di prima fila nel consolidamento mondiale dell&#8217;auto, senza più accontentarsi del mercato domestico ed europeo. E&#8217; un campo che comprende grandi sindacati come Cisl e Uil, pezzi di politica di entrambi gli schieramenti, e sicuramente Confindustria a cominciare dal suo vertice, che non a caso due mesi fa ha scelto John Elkann come vicepresidente e instaurato un rapporto diretto con Marchionne, sugli sviluppi aziendali come sui problemi del Paese.  Da queste file, si chiede alla Fiat di valutare insieme con attenzione  i passi da compiere. Per entrare con più forza tutti insieme nel futuro obbligato di una nuova competitività, occorre che la newco e il nuovo contratto non lascino spiragli agli oppositori ideologici che, c&#8217;è da scommetterlo, sono pronti  ad impugnare a raffica nuovi accordi davanti alla magistratura del lavoro. E non solo del lavoro.</p>
<p>La possibilità di realizzare un nuovo contratto di produttività per Fabbrica Italia, il nuovo progetto Fiat, c&#8217;è e non postula affatto né l&#8217;uscita da Confindustria, né   violazioni al diritto del lavoro che alimentino un contenzioso che sarebbe assolutamente devastante per tutti, a cominciare dall&#8217;effetto che avrebbe sugli investimenti esteri in Italia che bisogna incoraggiare e rafforzare. Ma la stessa Fiat in Italia, non solo a Pomigliano, diventerebbe a quel punto una presenza tutta da rivedere. In queste ore decisive il vertice Fiat e di Confindustria da una parte, dei sindacati e della politica dall&#8217;altra, hanno dunque il compito di far funzionare la testa, più della lingua.</p>
<p>Non nascondiamocelo. Inizia il cammino per un obiettivo che in Italia non era mai stato a portata di mano. Quello della libertà, per le imprese e i loro dipendenti, di poter scegliere tra un contratto nazionale al quale fare riferimento, o un contratto aziendale integralmente sostitutivo. Altrettanto garante dei diritti dei lavoratori, ma diversamente aperto alle esigenze di ogni azienda, dei suoi prodotti, dei suoi mercati.   Relazioni industriali da XXI secolo, finalmente. Che postulano una testa diversa da parte di tutti, aziende, sindacati e politica. Ma per raggiungere quell&#8217;obiettivo, oggi è essenziale evitare errori che potrebbero essere rovinosi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2010/07/27/fiat-mondo-nuovo-contratto-nuovo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

