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	<title>CHICAGO BLOG &#187; posto fisso</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Il TREM-Posto e le ragioni di Tremonti</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 10:19:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Arrigo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Confindustria]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Confesso di avere un pregiudizio che mi induce istintivamente a reagire in maniera negativa alle proposte e alle analisi di Giulio Tremonti, siano esse la Banca del sud o la difesa del posto fisso: <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/10/19/mioddio-il-posto-fisso-proprio-no/">“Mioddio, il posto fisso proprio no…”, </a>come ha titolato su questo blog Oscar Giannino. Subito dopo subentra però il dubbio. Nella controversia specifica chi ha ragione: noi di Chicago-blog che difendiamo a spada tratta la mobilità o Tremonti? In realtà la nostra analisi è normativa: mobilità secondo il merito e ascensore sociale sono strumenti irrinunciabili di qualsiasi società voglia essere equa ed efficiente. L’analisi di Tremonti mi sembra di tipo positivo/descrittivo: qui ed ora (Italia, 2009) il posto fisso è meglio.<br />
Se la mia interpretazione è corretta noi e Tremonti stiamo tuttavia dicendo cose diverse. Perché il posto fisso è meglio? Non è forse nell’interesse delle persone innovative e meritevoli cercare posizioni più elevate di quelle detenute? Si, se le posizioni più elevate sono contendibili, se l’ascensore sociale funziona (e l’olio che gli serve per lubrificare gli ingranaggi si chiama competizione o concorrenza); no, invece, se è stato boicottato degli incompetenti che desiderano rimanere saldamente al loro posto e hanno pertanto necessità di ostacolare i meritevoli che potrebbero sostituirli. Sono loro i più grandi difensori del <strong>TREM-Posto</strong> (<strong>T</strong>engo saldamente <strong>R</strong>iservato il mio <strong>EM</strong>erito Posto) e rendono di fatto la mobilità possibile solo in senso orizzontale, impedendo quella verticale. Ma la mobilità orizzontale è priva di senso: perché un agente razionale dovrebbe accettare costi di transizione per ambire a un posto che, nella migliore delle ipotesi, è altrettanto peggio di quello che ha lasciato? Non è sufficiente la propensione al rischio, dovrebbe anche essere masochista (e non poco). Questa è la dimostrazione che, nel caso specifico e in antitesi ai nostri pregiudizi, Giulio Tremonti ha ragione al 100% e che in Italia l’unica mobilità che funziona è quella dei meritevoli verso impieghi in società meritocratiche, cioè verso l’estero.<br />
Tuttavia il Ministro dell’Economia ci ha raccontato solo metà della storia. Se l’avesse raccontata per intero avrebbe dovuto dire “<strong><em>In una società non meritocratica</em></strong> il posto fisso è meglio”. Quindi, in realtà, ha ragione solo al 50%. Poi ci saremmo anche aspettati che aggiungesse: “Una società non meritocratica è inaccettabile per ragioni sia di equità che di efficienza”. Una società non meritocratica diventa immobile e una società immobile perde posizioni relative rispetto alle altre, declina. Purtroppo non solo non la ha detto lui, e quindi in un&#8217;ottica normativa ha torto al 100%, ma non lo ha detto neppure nessun altro.<br />
L’Italia è piena di fautori del TREM-Posto e più si sale di livello più se ne trovano: benzinai (un tempo si sarebbe iniziato con i camalli del porto di Genova), taxisti, farmacisti, liberi professionisti, baroni universitari, leader della sinistra e politici in generale, manager, banche, assicurazioni e grandi aziende, meglio se a controllo pubblico (ma rivestite dei panni della SpA e magari anche quotate in borsa). Il massimo risultato ottenibile al livello più elevato da questi fautori del TREM-Posto, personale o aziendale, si chiama monopolio. E i più bravi nel conservarlo si chiamano Poste e Ferrovie (Alitalia non è brava neanche in questo). Ma Poste e Ferrovie sono anche i maggiori soci (per quote contributive) di Confindustria che a parole difende la mobilità (quella solo orizzontale?) ma se la accettasse davvero non ammetterebbe monopolisti tra i suoi soci.</p>
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		<title>Il posto fisso è orrendo. Ma non è in primo luogo un confronto tra Eraclito e Parmenide&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 10:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[giulio tremonti]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[La minuscola pattuglia dei liberisti (che nel clima culturale in cui viviamo pare ormai quasi pronta a suicidi a ripetizione, sul modello dei dipendenti della France Telecom) ha giustamente reagito inorridita dinanzi all’ennesima esternazione del ministro Giulio Tremonti, ormai uso a farsi più comunista dei comunisti, e solo per tagliare l’erba sotto i piedi dell’opposizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La minuscola pattuglia dei liberisti (che nel clima culturale in cui viviamo pare ormai quasi pronta a suicidi a ripetizione, sul modello dei dipendenti della France Telecom) ha giustamente reagito inorridita dinanzi all’ennesima esternazione del ministro Giulio Tremonti, ormai uso a farsi più comunista dei comunisti, e solo per tagliare l’erba sotto i piedi dell’opposizione o di ciò che ne  resta. E molti miei amici difensori del mercato hanno reagito sottolineando in primo luogo – l&#8217;hanno fatto <a href="../2009/10/19/mioddio-il-posto-fisso-proprio-no/">Oscar Giannino</a> e  <a href="../2009/10/20/io-non-voglio-il-posto-fisso-ma-tremonti/">Piercamillo Falasca su questo blog</a>, e quest&#8217;ultimo anche <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/3615">intervistato dal <em>Foglio</em></a>, ad esempio, e pure <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8384">Alberto Mingardi intervistato sul <em>Giornale</em> da Vittorio Macioce</a> o Carlo Stagnaro su <em>Libero</em> e sul <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/3617"><em>Foglio</em>,</a> e altri ancora – come la vita sia dinamismo e cambiamento, come una società aperta implichi anche e soprattutto mobilità sociale, e infine come sia antistorico e infine del tutto “novecentesco” – per usare <a href="http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/occupazione/no-brunetta/no-brunetta.html">espressioni impiegate da Renato Brunetta</a> – questo tentativo di rigettare l’aleatorietà e l’incertezza che caratterizzano ogni società.<span id="more-3370"></span></p>
<p>Sono argomenti che sottoscrivo interamente, e che mostrano quanto la mentalità comune e lo statalismo intellettuale siano in rivolta contro la vita stessa e la sua complessità. Tutti i dibattiti degli ultimi decenni sul “principio di precauzione” e sull’idea di un’esistenza senza rischi (e quindi, ma questo pochi lo capiscono, senza opportunità) rinviano a schemi difensivi: il <em>welfare State</em> ha prodotto una società chiusa, pessimista, che teme ogni novità perché è persuasa che sarà quasi certamente di segno negativo.</p>
<p>Tutto questo è giusto, ma forse non tocca la questione centrale. Perché in fondo, se non si pretende di costruire su ciò una filosofia politica e una teoria della giustizia che incarichi lo Stato di ingessarci tutti, si può anche prediligere l’Essere al Divenire. Io vivo in una città in cui un anziano professore di filosofia teoretica è fermamente persuaso che nulla muti, mai, e che in realtà la sola idea che qualcosa appaia e scompaia è una fatale manifestazione di nichilismo. Essere parmenidei potrà anche essere bizzarro e certamente espone a molteplici critiche di natura filosofica, ma è del tutto legittimo. A qualcuno piace il movimento, ad altri la stasi: punto e a capo.</p>
<p>La questione del posto fisso è però un’altra, perché l’idea del nostro ministro è che chi oggi ha un posto debba mantenerlo indipendentemente dal fatto che quel posto sia accompagnato ad un servizio. In un mercato libero, un’azienda che avesse deciso di produrre <em>floppy disk</em> o qualche altro prodotto ora uscito di mercato si troverebbe ora di fronte a un bivio: chiudere o fare altro. In un mercato libero, i posti permangono nel tempo se sono “produttivi”, cioè se sono associati a un lavoro che altre persone apprezzano e gradiscono. Sopravvivono se sono “sociali”. Se rispondono a domande e quindi ad esigenze altrui.</p>
<p>Il tremontismo non è tanto una teoria della stasi o della conservazione, e neppure una semplice preferenza (in fondo anch’essa legittima) per i bei tempi andati (le stufe a legna, la famiglia patriarcale, le case senza televisione ma con la toilette all&#8217;aperto, e via rammentando), ma semmai è una <strong>teoria del parassitismo</strong>. È una concezione intimamente violenta dei rapporti sociali, in cui chi ha conquistato una posizione – quale essa sia – pretende di detenerla a scapito degli altri: usando la cogenza della forza pubblica e della redistribuzione economica per sottrarre “valore-lavoro” &#8211; usiamo un vocabolo che sta nel linguaggio marxiano: chissà che qualcuno capisca &#8211; ad altre persone. (Sulla questione del parassitismo politico si veda questa <a href="http://www.heos.it/file-pdf_liberi/Cidas_A_Vitale.pdf">bella lezione di Alessandro Vitale</a> tenuta di recente a Torino per il Cidas.)</p>
<p>Non è allora questione di stabilità vs. movimento, perché va anche detto che ci sono buone cose anche nella stabilità: purché essa non sia il risultato di procedure aggressive. In linea di massima, gli imprenditori temono moltissimo – ad esempio – la mobilità dei loro dipendenti, perché se uno di loro se ne va, con lui si perde anche un insieme di conoscenze e garanzie. Si deve selezionare e assumere un nuovo dipendente, formarlo, aspettare che cresca. Gli imprenditori che amano la stabilità, però, non possono pretendere di incatenare il dipendente alla propria azienda: sul libero mercato questo non può avvenire.</p>
<p>Nel suo populismo, invece, Tremonti propone qualcosa di simile. Se volesse davvero realizzare la propria utopia statocentrica, dovrebbe costringere chiunque a lavorare perpetuamente  per la collettività, affinché chi ha solo un posto, e non svolge alcun servizio al prossimo, rimanga dove è ora. E certo a poco gli servono psicologismi e sociologismi per mascherare la vera natura delle sue tesi.</p>
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