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Posts Tagged ‘Pil’

Debito pubblico: it ain’t always been like this

16 luglio 2011

Intervistato da Enrico Marro sul Corriere della sera, il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, dice:

La speculazione ha preso di mira l’unico nostro punto di debolezza, quello del debito pubblico pari al 120% del Pil, che però negli ultimi venti anni è rimasto più o meno lo stesso mentre abbiamo assistito a un incremento dei debiti pubblici di 10-20-30 punti negli altri Paesi.

Non sono sicuro che il debito pubblico sia l’unico nostro punto debole, ma è vero che negli ultimi vent’anni è sempre rimasto più o meno lo stesso?

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Quanto costa la patrimoniale?

5 marzo 2011

Nello (scarno) dibattito sull’introduzione di una imposta patrimoniale per ridurre lo stock del debito pubblico, molti aspetti sono rimasti in ombra. Per esempio, si è riflettuto poco sul fatto che un intervento dal lato delle entrate, senza un corrispettivo (e duro) intervento dal lato della spesa, avrebbe sì ridotto il rapporto tra debito e prodotto interno lordo, ma solo per vederlo ricrescere in funzione della naturale tendenza allo “sbilancio” dei nostri conti pubblici. Un altro fattore che è stato incredibilmente trascurato è il dogma dell’immacolata concezione della patrimoniale: come se fosse possibile sottrarre 560 miliardi di euro al settore privato, senza produrre alcuna reazione da parte degli attori economici.

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Si stava meglio quando si stava peggio?

26 marzo 2010

Così come non esistono più le mezze stagioni, allo stesso modo si stava meglio quando si stava peggio. A forza di ripeterlo, credo si cominci davvero a rimpiangere i “bei” tempi andati. D’altronde, parlare di decrescita vuol dire “tornare indietro”: ritrovarsi a livelli di Pil ormai superati da tempo, quando non ci si scambiava email con il telefonino e i ragazzini non stavano incollati per ore sul divano a giocare con la playstation. In tempi di “crisi”, poi, viene quasi spontaneo rifugiarsi in un “altrove”. Prosegui la lettura…

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L’illusione ottica

30 dicembre 2009

L’Italia paese sano? Non scherziamo: a volte, leggere male i dati può causare gravi fraintendimenti. Sul sito del Wall Street Journal è disponibile una bella e documentata mappa interattiva sui paesi dell’eurozona, nella quale il nostro paese è classificato come “a medio rischio”, mentre figurano “ad alto rischio” nazioni spesso indicate come modelli – quali la Spagna e l’Irlanda. Dove sta il trucco?

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Il falso problema del Pil: creatività keynesista

14 settembre 2009

Oggi mi trovo d’accordo con Joe Stglitz quando dice che tra banca e finanza stiamo messi quasi peggio di un anno fa, visto che considerando gli asset attuali di Bank of America e Citigroup c’è da farsi venire i brividi, e non serve la crescita in Borsa propulsa dalla FED a farseli passare. Disaccordo pieno invece per la solita solfa anti-Pil, rilanciata da Stiglitz insieme a Fitoussi, Amartya Sen, e la pomposa commissione per la miglior misurazione del progresso socio-economica istituita da quella delusione crescente e permanente che si è rivelato sin qui il presidente Sarkozy (taglio delle imposte alle imprese escluso, naturalmente). Da anni e anni, i keynesisti predicano che il Pil è roba superata, troppo quantitativa, insopportabilmente premiante gli Stati Uniti e i Paesi mercatisti, mentre invece a contare dovrebbero essere indicatori di armonia e benessere sociale, minor dispersione dei redditi, tutela ambientale, trattamento dei malati e via almanaccando. Naturalmente, l’Europa finirebbe in testa o quasi, ragionando così. Perché il PIB – il prodotto interno di benessere – inevitabilmente alzerebbe la media di chi ha più Stato nell’economia. Da liberista, faccio presente che anche nel PIL attuale tanto odiato lo Stato è purtroppo iperpremiato, visto che più sono  numerosi i dipendenti pubblici e più sono pagati, più il PIL nominalmente cresce, anche se tutto ciò si risolve quasi sempre in crowding out del risparmio privato e nell’abbassamento generale di produttività. Ma di qui ad adottare un criterio per il quale spesa pubblica=civiltà, posso solo sperare che la comunità degli statistici resista con la forza e le barricate.

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Nuovi dati sulla crisi:prudenza, per favore

10 luglio 2009

Il dato relativo alla produzione del mese di maggio fa subito brindare i più. E’ il primo mese in cui la decrescita si ferma, rispetto al mese precedente. Anno su anno, siamo a un meno 20%. Il più 2% nel comparto energetico e il segno più per i beni durevoli e non durevoli – tradotto: auto e alimentari, farmaci e tabacchi – fanno pensare che a giugno vi potrebbe anche essere un timido segnale di miglioramento su maggio. Di qui a una consistente ripresa, la differenza è fatta dall’andamento che resta gravemente negativo per metallurgia e meccanica, il cuore della manifattura italiana fuori dall’auto.

Il quadro mondiale si presta a una lettura a doppio binario. L’Asia sta andando più forte di quanto si pensasse solo poche settimane fa, come si vede dagli andamenti dell’export cinesi a giugno e degli altri Paesi a maggio, resi noti tra ieri e oggi: dalla Cina alla Sud Corea alle Filippine a Taiwan, la crescita dell’export su base mensile, che ha iniziato a manifestarsi tra marzo e aprile, continua a essere superiore alle attese e si colloca in una forbice tra il 5% generale e il 7% cinese. La Corea del Sud sta realizzando una crescita record: più 2,3% di Pil nel secondo trimestre, dopo che nel primo comunque aveva evitato la recessione crescendo dello 0,1%.  Tradotto in termini più semplici: l’Asia sta ridislocando potentissimamente e rapidissimamente i propri flussi commerciali al proprio interno, in attesa che America e paesi Ocse riprendano a consumare. Non è un processo dal quale Europa e Italia abbiano molto di che aspettarsi, per il traino dei propri dati congiunturali. Solo con politiche filo-cinesi atte a farsi aprire le porte – che Pechino ha chiuso in molti comparti alzando dazi e procedure amministrative, in modo che lo shift verso la domanda interna abbia il più possibile alimentazione da prodotti domestici o comunque asiatici – si riuscirà a garantirsi accessi e proprie crescite di volumi nel medio periodo.

Venendo all’Occidente, per l’export italiano è decisivo il dato tedesco e quello americano. La ripresa inattesa della produzione industriale tedesca a maggio – un più 5% su base mensile – ha fatto stappare molte bottiglie. Ma analizzandola bene si nota che dipende solo dall’avvio a termine del processo di destoccaggio delle scorte, rispetto a domanda per lo più interna. Infatti i dati dell’export e import dello stesso mese, rilasciati ieri, non sono affatto coerenti con un’ipotesi di ripresa del traino della locomotiva tedesca. Quanto agli Usa, dell’interruzione del contenimento delle perdite di posti di lavoro avvenute nell’ultimo mese rispetto alla tendenza dei due precedenti abbiamo già detto, e nel frattempo i nuovi dati su andamento dei prezzi immobiliari – ancora in caduta – e delle foreclosures- i pignoramenti - testimoniano che la caduta della capacità di consumo è ancora potentemente in corso, per riallinearsi a un reddito disponibile in doppia contrazione a motivo della perdita rilevante di base occupazionale e del rapido innalzarsi della propensione al risparmio.  In tali condizioni, fossi un’industriale italiano nel settore dell’export manifatturiero, starei molto attento a credere che il peggio è alle spalle.

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Passera, la crescita e le banche

15 maggio 2009

Leggo dalle agenzie che Corrado Passera ha commentato il peggior dato trimestrale del Pil italiano dal 1980 sostenendo che “per la crescita non si fa abbastanza, ci vuole una politica con la ‘p’ maiuscola”. Sicuramente, è scorretto vedere il dato in proiezione annualizzata,il che ci porterebbe a un meno 5,9% inferiore solo all’oltre 6% in meno della Germania: il drastico calo degli ordinativi esteri e della produzione industriale ha cominciato da fine marzo-aprile a diminuire la propria decelerazione. Ma la domanda è: le banche invece fanno il meglio, per contribuire alla ‘p maiuscola’ della quale lamentano l’assenza?
Facciamo due conti per capirlo, rapidi e dunque come sempre un po’ approssimativi.
L’indice di restrizione del credito alle imprese, pubblicato da Bankitalia e relativo al trimestre precedente la rilevazione (dunque attualmente abbiamo i dati sono febbraio 09) è passato da 0 del luglio 07 a 0,19 del luglio 08 (l’indice va da un minimo di meno 1 a un massimo di restrizione pari all’unità), per poi schizzare a 0,44 nell’ottobre 08 o 0,52 a febbraio scorso. Secondo Bankitalia, nelle risposte ai suoi questionari a lamentare le maggiori difficoltà di accesso al credito sono le imprese esportatrici (il 47%) e produttrici di beni intermedi (il 45,8%), la “spina dorsale” della produzione industriale italiana; ma anche 3 aziende su 10 nel comparto dei servizi, e soprattutto dei servizi alle imprese, lamentano restrizioni. Il rifiuto delle banche agli impieghi è salito dal 4,7% di gennaio al 6,7% di fine febbraio, ed è salita all’1,4% la quota di imprese che rifiutano le troppo onerose condizioni chieste dalle banche.
Tra ottobre 08 e febbraio 09 lo spread tra i tassi sui prestiti pagati da imprese e famiglie e l’Euribor a 3 mesi in discesa è raddoppiato, passando da 1,42 punti a 3,05.
I tassi sui prestiti pagati dalle imprese italiane sono molto più alti di quelli pagati nei principali paesi europei: i dati rilevati da BCE sul marzo scorso attestano in Italia un tasso medio annuo pari al 6,34%, in Spagna al 5,64%, in Germania al 5,52%, in Francia al 5,00%. Sono la bellezza di 82 punti base in più sulla Germania – più disastrata di noi – 70 punti base rispetto alla Spagna – che  ha visto saltare l’immobiliare con disoccupazione al 17% – e ben 134 punti sulla Francia!
I numeri parlano da soli. Se è il prezzo da pagare alla famosa maggior prudenza del sistema bancario italiano, che non parlava inglese come lo stesso Passera ha detto stamane parafrasando Tremonti, la conclusione è paradossale. Si sta meglio dove si sta peggio? E cioè devono essere i clienti italiani a pagare, il fatto che le nostre banche non hanno avuto bisogno dei massicci aiuti di Stato avvenuti in Germania e Francia? Che ne dite?

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