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	<title>CHICAGO BLOG &#187; petrolio</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Manovra Monti: Più accise, meno crescita</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 11:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Servono soldi? Prendili agli automobilisti! Potrebbe essere il sottotitolo di una parte consistente della politica fiscale della prima repubblica e anche della seconda, governi tecnici compresi. La manovra approvata ieri dal consiglio dei ministri prevede, all’articolo 15, l’ennesimo aggravio della tassazione sui carburanti per autotrazione, peraltro in un momento di forte tensione sui prezzi: a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Servono soldi? Prendili agli automobilisti! Potrebbe essere il sottotitolo di una parte consistente della politica fiscale della prima repubblica e anche della seconda, governi tecnici compresi. La manovra approvata ieri dal consiglio dei ministri prevede, all’articolo 15, l’ennesimo aggravio della tassazione sui carburanti per autotrazione, peraltro in un momento di forte tensione sui prezzi: a partire dal 1 gennaio 2012, su ogni litro di benzina si dovranno pagare 0,704 euro, mentre sul gasolio l’accisa salirà a 0,593 euro. Al lordo dell’Iva al 21 per cento (che grava pure sulla componente fiscale, oltre che sul prezzo propriamente detto) questo fa lievitare l’imposta effettiva, rispettivamente, a 0,852 e 0,718 euro al litro. Altri aumenti sono attesi dal 1 gennaio 2013, quando si passerà, rispettivamente e al netto dell’Iva, a quasi 0,705 e 0,594 euro / litro (quasi 0,853 e poco più di 0,718 euro / litro).</p>
<p><span id="more-10764"></span>Ci sono varie ragioni per cui questo aumento è una scelta scellerata nel merito e sbagliata nel metodo, oltre che dannosa. La ragione più ovvia – che si estende ovviamente a tutti gli altri interventi in materia di maggiori entrate – è che, in un momento come questo e con la pressione fiscale che già abbiamo, ogni aumento del carico tributario mette un’enorme ipoteca sulle prospettive di crescita del paese. Lo hanno detto <a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_04/alesina_giavazzi-presidente-cosi-non-va_0205d1da-1e50-11e1-b26c-4b15387dad1c.shtml">Alberto Alesina e Francesco Giavazzi</a> sul Corriere della sera di ieri, e c’è poco da aggiungere. Secondo: l’aumento delle accise si prevede produrrà un gettito di oltre un miliardo di euro, che si andrà aggiungere ai quasi 23 miliardi che le solo accise (al netto dell’Iva) su benzina e gasolio <a href="http://www.unionepetrolifera.it/it/show/168/Fiscalit%C3%83">si stima</a> abbiano prodotto nel 2010. Un gettito che tiene, in virtù dei continui inasprimenti fiscali, a dispetto di una dinamica dei consumi piatta o in declino, e che nel 2011 è molto probabilmente aumentato ancora.</p>
<p>Infatti, e questa è la terza ragione per cui si tratta di un intervento scellerato, il 2011 è stato un anno record per la fiscalità sui carburanti: abbiamo assistito ad aumenti incontrollati e, per l’entità complessiva, forse senza precedenti. Facciamo il riassunto, a uso e consumo degli smemorati: dal 6 aprile paghiamo quasi 1 centesimo in più su entrambi i prodotti per garantire il finanziamento del Fus (ce ne siamo occupati <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_99_Cultura_Accise.pdf">qui</a> con Filippo Cavazzoni). Il 28 giugno l’emergenza immigrati ha “giustificato” l’aggiunta di 4 centesimi, ancora una volta sia sulla benzina sia sul gasolio. Il 1 luglio l’ingordo Fus ha preteso altri 1,9 centesimi. L’alluvione di novembre ha portato in eredità un altro centesimo ancora. Complessivamente, fanno quasi 6 centesimi, parte dei quali avrebbero dovuto “scadere” alla fine di quest’anno. Invece, Babbo Natale porterà in dono un’addizionale di oltre 8 centesimi sulla benzina e 11 sul gasolio, sempre al netto dell’Iva (circa 10 e più di 13 includendo l’imposta sul valore aggiunto). Tutto ciò senza considerare, naturalmente, le addizionali regionali sulla benzina: dal 1 gennaio 2012, Toscana e Piemonte si aggiungeranno alle sette regioni che già le hanno (Campania, Molise, Liguria, Marche, Puglia, Calabria, mentre l’Abruzzo la sta cancellando), con valori da un minimo di 2,58 centesimi in Campania, Molise, Puglia e Calabria fino al record di 7,6 centesimi nelle Marche.</p>
<p>Ora, la prima legge dell’economia dice una cosa molto semplice: “più lo tassi, meno lo consumi”. Che è la terza ragione di perplessità, per usare un eufemismo. Costringere gli italiani a rinunciare sempre più all’automobile, in un paese policentrico e dove comunque il trasporto pubblico è quello che è, significa imporre una tara enorme sia agli individui e alle famiglie, sia al sistema produttivo, che vedrà lievitare il costo di tutti quei beni, servizi o fattori di produzione per cui il costo del trasporto è una voce rilevante. Questo non può che avere effetti recessivi.</p>
<p>Quinta e ultima ragione, è che il governo sembra muoversi nella convinzione, che peraltro ha animato l’azione anche di tutti i governi precedenti di destra o di sinistra che fossero, che il settore petrolifero (o, che è lo stesso, i consumatori di prodotti petroliferi) fosse la tasca profonda nella quale è più facile pescare dei soldi. Purtroppo, se mai questo è stato vero, non lo è più, specialmente se si considera che, in Italia, il settore petrolifero è essenzialmente downstream (raffinazione e distribuzione dei prodotti raffinati), non upstream (esplorazione e produzione, dove oggi stanno i “soldi veri”). La raffinazione, in particolare, soffre per una crisi strutturale che ha molte cause, le più importanti delle quali sono l’aumento dei costi dettato dalla regolamentazione (<a href="http://www.agienergia.it/Analisi.aspx?idd=202&amp;id=68&amp;ante=0">qui</a> e <a href="http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=739&amp;id=35&amp;ante=0">qui</a> un quadro generale rispettivamente mio e di Lisa Orlandi, <a href="http://www.agienergia.it/Intervista.aspx?idd=194&amp;id=69&amp;ante=0">qui</a> la posizione delle imprese, <a href="http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=740&amp;id=35&amp;ante=0">qui</a> Lucia Quaglino sul caso particolare della riduzione del tenore di zolfo nei bunkeraggi). Questa crisi – ben visibile negli andamenti preoccupanti dei margini di raffinazione – non è solo italiana ma europea; l’Italia, tuttavia, pur avendo alcuni punti di forza soffre di una fiscalità particolarmente aggressiva sia sui prodotti, sia sulle imprese (taglieggiate dai 10 punti della <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/robin-tax/">Robin Tax</a>). Il risultato è un serio rischio di chiusura di alcune raffinerie nell’immediato, e di prolungata agonia dell’intero settore nel medio termine.</p>
<p>Ora, la domanda è semplicemente questo: ha senso, per un miliardo di euro di maggiori entrate, stringere il cappio attorno al collo di famiglie e imprese che consumano prodotti petroliferi, e condannare all’estinzione un altro pezzo della nostra industria? Si può anche rispondere di sì, ma bisogna avere il coraggio di farlo esplicitamente.</p>
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		<title>Il petrolio e la speculazione pubblica</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 09:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>
		<category><![CDATA[riserve strategiche]]></category>
		<category><![CDATA[Scaroni]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Agenzia internazionale per l’energia ha autorizzato il rilascio di 60 milioni di barili di petrolio (prevalentemente di buona qualità) per controbilanciare l’interruzione della produzione libica. Questa decisione ha scatenato un interessante dibattito tra favorevoli e contrari ma, soprattutto, dà lo spunto per tornare a parlare di petrolio, speculazione, scaronate e tremontate. Ma andiamo con ordine.
Le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Agenzia internazionale per l’energia ha <a href="http://finanza.lastampa.it/Notizie/0,434583/Petrolio_dall_IEA_60_milioni_di_barili_per_un.aspx">autorizzato</a> il rilascio di 60 milioni di barili di petrolio (prevalentemente di buona qualità) per controbilanciare l’interruzione della produzione libica. Questa decisione ha scatenato un interessante dibattito tra favorevoli e contrari ma, soprattutto, dà lo spunto per tornare a parlare di petrolio, speculazione, scaronate e tremontate. Ma andiamo con ordine.</p>
<p><span id="more-9418"></span>Le riserve strategiche sono, per definizione, uno strumento da maneggiare con cautela: dalla loro creazione negli anni <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Strategic_Petroleum_Reserve_(United_States)#History">Settanta</a>, le riserve strategiche americane sono state utilizzate solo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Strategic_Petroleum_Reserve_(United_States)#History">17 volte</a>, sempre in occasione di eventi eccezionali. Prima di oggi, solo in due occasioni è stato deciso un rilascio coordinato da parte delle maggiori economie mondiali. Date le condizioni del mercato – tendenzialmente lungo, ma tale da risentire della rivolta in Libia sia per le sue implicazioni dirette, sia per le conseguenze possibili – è giustificata la scelta di impiegarle per mitigare i prezzi alla vigilia della <em>driving season</em> 2011?</p>
<p>Sul <em>New York Post</em>, <a href="http://www.nypost.com/p/news/opinion/opedcolumnists/desperation_move_Go04PfapAdG0bi4Ab9VU9K">Nicole Gelinas</a> spiega perché non è una buona idea. Da un lato, in questo modo si impedisce al mercato di fare il suo mestiere (cioè prezzare le <em>commodity</em>). Dall’altro, è un sussidio implicito alle banche americane e ai bilanci pubblici europei spaventati dal crack greco. Mantenere i prezzi petroliferi relativamente bassi, infatti, serve a dare un poco di respiro all’economia e dunque rimandare le decisioni più drastiche. In breve,</p>
<blockquote><p>We need to burn up some of that bad debt, and let lenders suffer the free-market consequences of their bad decisions. A brief oil gusher may confuse markets for a while, but Western economies won&#8217;t leave the doldrums till our leaders face reality.</p></blockquote>
<p>Gelinas sembra esprimere un pensiero condiviso da molti nel settore, tanto che <a href="http://www.ogj.com/index/article-display/2101514906/articles/oil-gas-journal/exclusive-online-features/market-journal/20100/july-2011/spr-oil_release__equivalent.html">Sam Fletcher</a>, sul prestigioso <em>Oil &amp; Gas Journal</em>, paragona la decisione di Barack Obama e degli altri leader mondiali al secondo round di “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Quantitative_easing">quantitative easing</a>” – l’arma di distruzione di massa di cui le banche centrali hanno fatto uso e abuso negli ultimi anni di cui si è spesso occupato <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/quantitative-easing/">Oscar Giannino</a> qui su Chicago-blog.</p>
<p>La pensano diversamente Jerry Taylor e Peter Van Doren (autori, in passato, di un bellissimo <a href="http://www.cato.org/pub_display.php?pub_id=5197">studio</a> in cui spiegano perché le reserve strategiche andassero abolite – e su questo siamo perfettamente d’accordo). Nella sostanza, in un articolo su <em>Forbes </em><a href="http://www.forbes.com/2011/06/27/strategic-petroleum-reserve.html">Taylor e Van Doren</a> difende la mossa in termini pragmatici: come dimostra l’escalation dei prezzi siamo in presenza di una emergenza dal lato dell’offerta. Le riserve strategiche servono appunto in questo tipo di evenienza: sarebbe meglio se non ci fossero (perché i loro costi nel lungo termine non giustificano i benefici nelle poche occasioni in cui servono), ma, visto che ci sono, tanto vale usarle. In verità la loro tesi è più radicale: in pratica suggerisce di svuotare le risere ora che i prezzi sono alti (col duplice risultato di far affluire risorse preziose nelle casse pubbliche e calmierare i prezzi) senza riempirle più.</p>
<blockquote><p>So what should we do with this massive reserve of crude oil if its original mission is pointless? Well, we can mindlessly hoard crude oil at the taxpayer&#8217;s expense or start selling it off while the selling is good. We opt for the latter.</p></blockquote>
<p>Intellettualmente si tratta di una posizione onesta e corretta, ma politicamente mi pare ingenua. Infatti, credo che sia al di fuori delle opzioni possibili. La scelta vera è se usare le riserve strategiche (per poi ricostituirle passata la buriana) oppure non usarle. Io sono per la seconda opzione, essenzialmente perché il mercato sa fare una sola cosa (e serve appunto per quella): misurare la scarsità presente e prevedere la scarsità futura. Ogni intervento pubblico per annacquare il suo giudizio si giustifica solo con risultati di breve termine, ma non fa altro che amplificare i problemi di lungo termine. Nel caso specifico, una temporanea riduzione dei prezzi incentiva il sovra-consumo di petrolio e pone le premesse per un disastro più grande nel caso in cui il problema libico dovesse durare più del previsto o trasmettersi ad altri paesi produttori più importanti.</p>
<p>Il che ci porta alla discussione più ampia sulla speculazione. In passato (e su un <a href="http://realismoenergetico.blogspot.com/">altro blog</a>) ho spiegato perché la speculazione (cioè, in sostanza, l’effetto dei mercati finanziari sui prezzi del petrolio) <a href="http://realismoenergetico.blogspot.com/search/label/Petrolio">fa più bene che male</a>. Molti non la pensano così. Il bello è che la soluzione da loro proposta è, generalmente, <em>più speculazione ancora </em>– da parte pubblica, però. Va in questa direzione una proposta (se preferite, un <em>ballon d’essai</em>) lanciato tempo fa dall’amministratore delegato dell’Eni, <a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=200905251156001752&amp;chkAgenzie=PMFNW&amp;sez=news&amp;testo=petrolio&amp;titolo=Petrolio:%20Scaroni,%20serve%20un%20watchdog%20per%20stabilizzare%20prezzi">Paolo Scaroni</a>, che ha riscosso il plauso, tra gli altri, di Giulio “<a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201010articoli/59265girata.asp">la speculazione è ancora a piede libero</a>” Tremonti. Ecco l’idea di Scaroni:</p>
<blockquote><p>La proposta di Eni prevede &#8220;la creazione di un&#8217;agenzia internazionale per il petrolio che rappresenti sia i produttori che i consumatori. Manca oggi &#8211; ha spiegato Scaroni &#8211; un watchdog di tutto il settore petrolifero mondiale&#8221; e in seguito a questa assenza &#8220;mancano gli strumenti per descrivere il mercato e fare previsioni su di esso. Bisogna che il mondo si doti di uno strumento rappresentativo di tutti&#8221;. Eni inoltre propone di &#8220;mutuare dal mondo elettrico il capacity payment&#8221;, per cui &#8220;si remunera chi investe evitando che la capacita&#8217; di riserva si azzeri&#8221;. Scaroni ha poi aggiunto che e&#8217; necessario prevedere &#8220;un fondo che remuneri i Paesi produttori quando i prezzi del petrolio scendono troppo&#8221;. Infine, nella proposta di Eni, figura un &#8220;coordinamento mondiale delle scorte di petrolio e dei prodotti finiti&#8221;.</p></blockquote>
<p>Per capirne la natura, bisogna dare una definizione di speculazione. Come ha ricordato <a href="http://phastidio.net/2008/07/22/quei-due-diversi-significati-della-parola-speculazione/">Mario Seminerio</a> a suo tempo, la speculazione (in senso generale) significa semplicemente comprare a poco, accumulare, e vendere a tanto. Normalmente questo consente allo “speculatore” di fare un sacco di soldi (e lo mette a rischio di perderne altrettanti) ma ha effetti limitati sul mercato. Solo in condizioni particolari un singolo soggetto ha la forza di influenzare l’andamento dei prezzi: in quel caso si dice che il mercato è stato “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cornering_the_market">messo nell’angolo</a>”. In breve, la ricetta di Scaroni e di quelli che la pensano come lui per combattere la speculazione è creare la grande madre di tutti i fondi speculativi. Cioè costituire un fondo, gestito dalla comunità internazionale, capace di muovere così tanto petrolio da far salire i prezzi quando sono “troppo bassi” e farli scendere quando sono “troppo alti”. La domanda a cui né Scaroni né altri possono rispondere è cosa significa “troppo alti” e “troppo bassi”. E anche se queste espressioni potessero avere un significato (diverso da quello che gli dà il mercato, cioè dal prezzo che osserviamo quotidianamente) non si capisce perché questo dovrebbe interessare agli attori pubblici: i quali perseguono obiettivi più prosaici quali favorire gli amici, vincere le elezioni, eccetera.</p>
<p>In conclusione, è davvero paradossale che l’unica alternativa alle “locuste” sia una super-locusta comandata dai politici. Una locusta di cui abbiamo un saggio in questi giorni, attraverso l’intervento coordinato dei governi per inondare il mercato di una quantità di greggio pari a quella che sarebbe stata prodotta dalla Libia. (Peraltro, come documenta <a href="http://www.amazon.it/prezzo-petrolio-Storia-storie-memorie/dp/8874932723/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1309339565&amp;sr=1-1">Massimo Nicolazzi</a> c’è anche un aspetto perverso: proprio perché il ricorso alle riserve strategiche ha i crismi dell’eccezionalità, c’è il rischio che esso scateni il panico, se gli operatori del mercato si convincono che tale decisione deriva da informazioni in mano ai governi, di cui il mercato non è a conoscenza, che fanno temere sviluppi più negativi del previsto). Il problema, comunque, è che l’interruzione della produzione libica non è un avvenimento marziano, ma una vicenda terrena: è uno di quei rischi che il mercato sa, può e deve gestire. Va bene intaccare le riserve strategiche se questa è l’ultima volta. Ma se non lo è – e non lo è – allora lasciamole stare. A ciascuno il suo mestiere. Il mestiere dei politici non è fissare il prezzo del petrolio.</p>
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		<title>Il caro benzina, i petrolieri e la finanza</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 16:17:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli aumenti dei carburanti decisi da alcune compagnie petrolifere continuano a far discutere. Oggi siamo sul prezzo conuigliato della verde tra 1,57 e 1,58 euro al litro.  Al Sud, tre giorni fa la benzina verde è giunta a punte di 1,611 euro al litro. Le oscillazioni inj centesimi di questi giorni si devono all&#8217;altalena della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli aumenti dei carburanti decisi da alcune compagnie petrolifere continuano a far discutere. Oggi siamo sul prezzo conuigliato della verde tra 1,57 e 1,58 euro al litro.  Al Sud, tre giorni fa la benzina verde è giunta a punte di 1,611 euro al litro. Le oscillazioni inj centesimi di questi giorni si devono all&#8217;altalena della controffensiva di Gheddafi rispetto ai primi riconoscimenti agli insorti come oggi quello di sarkozy, l&#8217;incertezza delle azioni militari internazionali, le notizie di pressioni crescenti sull&#8217;Arabia Saudita per un possibile aumento della produzione dell&#8217;Opec. Tra greggio WTI sulla piazza americana e Brent su Londra continua unam forbice sui 12 dollari finio a 14 nei momenti di massima tensione. Ma chi è più colpevole del caro benzina? Gheddafi? La speculazione? Le tasse di Stato? I petrolieri? Per capire come si forma il prezzo alla pompa &#8211; un classico che si deve sempre ripetere, mi scusino gli addetti ai lavori che lo sanno &#8211; e le sue conseguenze sull&#8217;economia,  cominciamo da quest&#8217;ultimo punto. Per l&#8217;Italia, che ha una dipendenza sul totale del suo consumo energetico pari all&#8217;85% fatta soprattutto di petrolio e gas, l&#8217;impatto è maggiore e più rapido nei suoi effetti che per la media degli altri Paesi avanzati. Nel più dei report sulle conseguenze del rincaro petrolifero sulla crescita, la soglia “recessione” per i Paesi avanzati, se vi si dovessero stabilizzare i prezzi per un trimestre o due almeno, è stimata sui 135-140 dollari. Per il nostro Paese, i 17-18 dollari accumulati dal barile in poche settimane, se dovessero stabilizzarsi in caso di crisi libica perdurante, già comportano un peggioramento della bilancia dei pagamenti su base annua pari allo 0,4% del Pil, e una minor crescita pari fino a un terzo di punto. Se sommate i due dati, si arriva allo 0,7% di Pil di cui parla oggi Confindustria. Poiché la nostra crescita è più bassa di quella americana e tedesca –  Berlino ha alzato dal 2 al 2,5% la crescita attesa nel 2011 dopo il più 3,6% del 2010 – è ovvio che noi siamo più esposti a conseguenze negative. Un po&#8217; di pazienza in più occorre invece per capire ciò che fa regolarmente imbestialire i consumatori, convinti che i rapidi rincari alla pompa siano in realtà prova ed espressione della proverbiale avidità delle compagnie. In realtà, non è così anche se a dirlo, per esperienza, si viene facilmente accusati di essere servi dei petrolieri.<span id="more-8533"></span></p>
<p>Il prezzo finale dei carburanti è costituito dalla somma di tre componenti. La prima è la quotazione  dei prodotti per autotrazione “finiti”, cioè raffinati, un prezzo che si forma su una piattaforma privata, la PLATTS, sulla quale liberamente si incrocia domanda e offerta, e che a sua volta è distinta anche in sottopiattaforme per aree geografiche. La nostra è quella europea mediterranea. Ovviamente , sul prezzo PLATTS ha un impatto primario l&#8217;andamento del costo del barile, e nel nostro caso dunque anche il rapporto di cambio tra euro e dollaro, che vede oggi la moneta europea svantaggiata perché più debole, rispetto ai picchi petroliferi della sua quotazione sul dollaro ai tempi di 147 dollari al barile nel 2008.</p>
<p>Senonché in questo meccanismo di libera formazione del prezzo industriale dei carburanti non pesa solo la stima della domanda e dell&#8217;offerta: infatti il totale dell&#8217;intera offerta libica a pieno pompaggio sul mercato superava di poco il 2,3% dell&#8217;offerta quotidiana complessiva sui mercati mondiali. E&#8217; ovvio che per salire di 20 dollari  oltre in poche settimane conti anche l&#8217;allarme sulla possibile estensione della crisi dal Maghreb alle monarchie del Golfo, grandi estrattrici. Ma accanto a queste dinamiche “concrete” c&#8217;è anche pura finanza. Ci sono infatti anche due diversi livelli di interventi di capitali da parte di operatori non commerciali del settore, quelli che abitualmente si usa definire “speculatori”: hedge funds, fondi specializzati in materie prime, arbitraggisti di tutto il mondo, desk finanziari di banche d&#8217;affari e commerciali, broker nonché pool di traders che hanno soglie di capitali da scommettere non troppo basse – qualche milione – con put e call, cioè soglie di prezzo di entrata e uscita dal mercato, che possono durare  da una notte a poche ore.</p>
<p>Come su ogni prezzo, si può scommettere e guadagnare a brevissimo con tali meccanismi sia sui diversi mercati – americano e britannico – in cui si formano i prezzi del petrolio greggio. Sia, in concomitanza, sulle diverse sottopiattaforme PLATTS in cui si forma &#8211; tra gli altri &#8211; anche il prezzo industriale dei prodotti raffinati. Dopo le punte più roventi della crisi finanziaria seguita al record del barile nel 2008, la quantità di “scommesse” non commerciali operanti sui due diversi livelli era fortemente scesa. Eravamo passati da picchi fino a 400 miliardi di dollari nelle ore calde del pre-picco a 147-148 dollari, a poche decine di miliardi nel secondo e terzo trimestre dell&#8217;anno scorso.</p>
<p>E&#8217; ovvio che alla ripresa dei prezzi, avanzando il 2010, la maggior volatilità ha ripreso ad attirare masse crescenti di liquidità. Sul “nostro” PLATTS è ovvio che si concentrino, visto che la Libia sta nel Mediterraneo. Così siamo tornati a medie di 300 miliardi di dollari e oltre, tra &#8220;sopra&#8221; sui mercati swap del barile , e &#8220;sotto&#8221; su quelli swap dei prodotti raffinati. E&#8217; chiaro che si tratta di fenomeni  che spingono verso l&#8217;alto i prezzi industriali. E fanno insieme felice la FED. Con i suoi massicci acquisti sui mercati per sostenere debito pubblico e privato, l&#8217;autorità monetaria americana crea base monetaria che – non più sterilizzata dal sistema bancario come invece avviene in Europa &#8211; diventa subito massa monetaria sui mercati: l&#8217;ingente liquidità prende la via degli impieghi più remunerativi a breve, quelli speculativi, e insieme attraverso i mercati delle commodities trattati i dollari contribuisce a “spalmare” inflazione americana nel resto del mondo. Cosa che agli USA non può che far piacere visto che diminuisce il valore reale dei propri debiti.</p>
<p>Questa lunga spiegazione per dire che non ha tutti i torti, chi dice che oltre alla vicenda libica e maghrebina c&#8217;è “anche” una responsabilità della finanza &#8211; non mi piace il termine speculazione -  nella formazione del prezzo della benzina. Alzare i margini per partecipare a tali mercati – cioè prevedere poste più elevate per sedersi al tavolo, e proporzionate a quel che si scommette – è la classica promessa che si ripete da anni ma non si decide mai, perché chi l&#8217;adottasse da solo perderebbe clienti.</p>
<p>Intendiamoci, per arrivare al prezzo finale bisogna sommare al prezzo PLATTS – che pesa più o meno il 35% &#8211; un 10% di margine industriale ai petrolieri italiani che raffinano, trasportano, e distribuiscono assicurando aggio agli esercenti, nonché un 55% di somma tra accise e IVA. E anche qui c&#8217;è qualche magagna. Perché il nostro 55% di costo della benzina in tasse è un&#8217;enormità, ma in realtà è inferiore al 58%, media dei 17 Paesi dell&#8217;euroarea, come al 58,4% del Francia e al 61,3% della Germania. Eppure sia nella media dei Paesi euro, che in Francia e Germania alla pompa la benzina costa meno. Non solo perché il PLATTS per loro è più basso, perché sono meno dipendenti dall&#8217;estero di noi, ma anche perché in Italia continuiamo ad avere un sistema distributivo dei carburanti inefficiente, troppo disperso e costoso sul territorio, che la politica non riesce mai a toccare, timorosa delle reazioni della categoria. E così, tra Gheddafi e la speculazione, tasse e inefficienza distributiva, alla fine a pagare siamo sempre noi. Ma i petrolieri, nelle serie storiche, guadagnano marginalmente assai più quando i prezzi sono in discesa che quando salgono, come ha innumerevoli volte dimstrato numeri alla mano il nostro impareggiabile carlo Stagnao</p>
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		<title>La Libia abbatterà Alitalia?</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 09:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[AirFrance]]></category>
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		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
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		<description><![CDATA[Il trasporto si ritrova un’altra volta di fronte ad uno shock esterno. La crisi libica e medio orientale in generale, hanno portato ad un’impennata dei prezzi del petrolio, con il brent che è arrivato quasi a 120 euro al barile.
Un tale incremento di prezzo provoca un diretto aumento dei costi. Chiaramente le compagnie aeree sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il trasporto si ritrova un’altra volta di fronte ad uno shock esterno. <a href="http://costruendo.lindro.it/2011/02/23/il-colonnello-affonda-e-l’italia/">La crisi libica </a>e medio orientale in generale, hanno portato ad un’impennata dei prezzi del petrolio, con il brent che è arrivato quasi a 120 euro al barile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tale incremento di prezzo provoca un diretto aumento dei costi. Chiaramente le compagnie aeree sono coperte con le opzioni sui carburanti, ma se tale aumento dovesse protrarsi nel tempo, il settore si ritroverebbe di fronte all’ennesima crisi.</p>
<p><span id="more-8488"></span></p>
<p>Dopo un  2010 ottimo per tutte le compagnie mondiali, con profitti di circa 16  miliardi dollari per la IATA, il 2011 vedrà un calo generalizzato, con  dei benefici pari ad 8,6 miliardi di dollari. Ogni dollaro in più nel  prezzo medio provoca un aumento di costi di quasi 900 milioni di dollari  per i vettori aerei a livello globale.</p>
<p>Questi  costi difficilmente sono scaricabili direttamente alla clientela, poiché  il settore è altamente concorrenziale e ogni qualvolta il prezzo dei  carburanti aumenta, le compagnie vedono esplodere le perdite. È per tale  ragione che la stima IATA rischia di essere fin troppo ottimistica,  tanto che il prezzo del barile è previsto a 96 dollari, un prezzo  inferiore rispetto alle attuali quotazioni. Le previsioni  dell’Associazione delle compagnie vedono inoltre i vettori aerei in  sofferenza, con dei profitti di “solo” 500 milioni di dollari.</p>
<p>Nel  nostro Continente la pressione concorrenziale è sempre maggiore, visto  che ormai Ryanair è diventato il secondo operatore per numero di  passeggeri nel 2010, superando<a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/3/4/IL-CASO-Se-il-caro-petrolio-avvicina-Alitalia-ad-Air-France-/1/154155/"> AirFrance- KLM</a>.</p>
<p>La  compagnia francese ha trasportato 70,5 milioni di passeggeri lo scorso  anno, contro i 71,3 milioni che hanno volato invece con la compagnia  guidata dall’istrionico O’Leary. Un cambio epocale, se si pensa che la  compagnia irlandese, prima della liberalizzazione di 14 anni fa,  trasportava pochi passeggeri solo dall’Irlanda.</p>
<p>La  compagnia low cost ha approfittato dell’apertura del mercato con una  politica tariffaria molto aggressiva ed è diventata la prima vera  compagnia europea, con basi in molti Stati Europei.</p>
<p>Le  compagnie tradizionali hanno risposto con le fusioni e tale processo  continuerà anche in futuro. Lufthansa è diventata leader del mercato  europeo proprio grazie all’incorporazione progressiva di Swiss, Austrian  Airlines e BMI.</p>
<p>L’altra  politica adottata dai vettori full service è stata quella dei tagli. E  proprio quest’ultima azione è stata messa in atto dai vertici di  Alitalia, che hanno previsto una cassa integrazione per circa 600  dipendenti.</p>
<p>La  compagnia italiana guidata da Rocco Sabelli è ancora leader del mercato  italiano con circa il 21 per cento della quota di mercato dei circa 110  milioni di passeggeri che volano nel nostro Paese. Tuttavia la pressione  competitiva delle low cost è sempre maggiore e Ryanair ha registrato  nel 2010 un incremento della propria quota di mercato arrivando a  detenerne il 20 per cento.</p>
<p>Mentre  Ryanair continua a produrre utili per centinaia di milioni di euro, la  compagnia di bandiera, pur ristrutturata, continua a registrare perdite  nette pari a 168 milioni di euro. Il risultato operativo nel 2010 ha  registrato un rosso per 107 milioni di euro e l’azienda si è posta  l’obiettivo di raggiungere il break even point nel 2011.</p>
<p>Il pareggio non è tuttavia facile principalmente per tre motivazioni:</p>
<ul>
<li> L’aumento del prezzo petrolio sopra ai 100 dollari potrebbe avere un  impatto sui costi operativi del 6/7 per cento, pari ad un incremento di  circa 200 milioni di euro. Questi maggiori costi potrebbero essere  compensati da una maggiore domanda e da un aumento dei prezzi dei  biglietti, ma difficilmente sarà cosi.</li>
</ul>
<p>Qui s’innesta infatti il secondo elemento.</p>
<ul>
<li>La pressione competitiva è in continuo aumento in Italia. La crescita  delle low cost non permette di ipotizzare un forte aumento del prezzo  medio del biglietto, se non sulle tratte intercontinentale. Non è un  caso che la compagnia da Rocco Sabelli stia puntando giustamente su  questo segmento, maggiormente remunerativo e chiuso alla concorrenza. In  generale il traffico italiano potrebbe continuare a crescere, ma è  probabile si registri un rallentamento.</li>
</ul>
<ul>
<li>Il terzo punto riguarda la legislazione. Se nel mercato  intercontinentale Alitalia può difendersi con “barriere normative”, lo  stesso ha potuto fare fino ad oggi nel mercato domestico grazie alla  legge 166 del 2008, detta “Salva Alitalia”. Tale norma permette di  chiudere alla concorrenza sui principali aeroporti, ma è temporanea: a  fine anno tale “difesa” scade e Alitalia si ritroverà con una maggiore  concorrenza sul mercato domestico.</li>
</ul>
<p>I prossimi anni non saranno facili per la compagnia di bandiera e se vuole salvarsi, dovrà passare tramite tagli e fusioni.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La Libia e noi / 1. Il petrolio</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2011 19:22:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[petrolio]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi giorni si sono lette cose molto allarmistiche sui potenziali effetti dei disordini libici sul nostro paese. Credo che si siano ampiamente sopravvalutati gli aspetti di “sicurezza energetica” per il nostro paese – che per ragioni in parte strutturali, in parte congiunturali non mi pare debba temere granché – e si siano forse sottovalutate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi giorni si sono lette cose molto allarmistiche sui potenziali effetti dei disordini libici sul nostro paese. Credo che si siano ampiamente sopravvalutati gli aspetti di “sicurezza energetica” per il nostro paese – che per ragioni in parte strutturali, in parte congiunturali non mi pare debba temere granché – e si siano forse sottovalutate le possibili conseguenze di ordine più generale. Su quest’ultimo aspetto rimando a <a href="http://temi.repubblica.it/limes/lequilibrio-dei-bisogni/20764">Massimo Nicolazzi</a>, che è intervenuto sul sito di <em>Limes</em>. Vorrei, invece, soffermarmi sul rapporto tra Italia e Libia, con una precisazione: come <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10099">ho scritto</a> su <em>Quotidiano energia</em>, non mi interessano gli impatti sulle aziende italiane che hanno interessi in Libia. Questi sono affari loro e dei loro azionisti (mi spiace solo di essere costretto, in quanto contribuente, a essere azionista di alcune di loro). Mi interessa, invece, riflettere sulla <a href="http://www.shopping24.ilsole24ore.com/sh4/catalog/Product.jsp;jsessionid=981889B8392142EE1DEC9D18FA032E20?PRODID=SH246116383">sicurezza energetica</a> italiana. Lo farò in due post: in questo, dopo una premessa generale, parlerò del petrolio. Nel <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/02/27/la-libia-e-noi-2-il-gas/">prossimo</a> del gas.</p>
<p><span id="more-8436"></span></p>
<p>Molti di voi avranno visto grafici come questo, da cui sembra di dedurre non solo che siamo il più importante partner commerciale di Tripoli, ma che l’import (circa 10 miliardi di euro nel 2009) ne costituisce la fetta principale:</p>
<p><img class="alignnone" title="Interscambio" src="http://blog.phastidio.netdna-cdn.com/wp-content/2011/02/Interscambio-Libia.png" alt="" width="644" height="342" /></p>
<p>Per capire di cosa stiamo parlando, però, dobbiamo anzitutto capire <a href="http://actea.ice.it/short_stat_view.aspx?TipoReport=1&amp;paese=Libia&amp;anno_fine_periodo=2010&amp;anno_fine_serie=2009&amp;mese_fine=11">cosa c’è dentro</a> quei 10 miliardi di euro. La risposta è perfino banale: 6,7 miliardi di euro di petrolio (più circa 900 milioni di prodotti raffinati) e 2,4 miliardi di euro di gas naturale. Il resto è poca cosa. E’ proprio la differenza nelle quotazioni di greggio e metano che spiega il crollo del valore dell’import rispetto al 2008 (quando la bolletta libica aveva raggiunto l’enorme cifra di 17 miliardi) e il modesto aumento nel 2010 (nei primi undici mesi dell’anno avevamo già superato i 10 miliardi).</p>
<p>Quindi, la didascalia di Bloomberg secondo cui l’Italia è il paese “più esposto” alla crisi del regime di Gheddafi va riformulata, sotto forma di domanda, in questo modo: assumendo che la chiusura dei rubinessi libici vada avanti per un po’, cosa succederà nel nostro paese? Vorrei, anzitutto, distinguere gli effetti specifici sull’Italia da quelli generali. L’instabilità nel paese nordafricano ha un forte effetto sulle quotazioni del petrolio (e quindi sui prezzi di benzina e gasolio mentre, a breve, avrà ripercussioni su luce e gas), che oggi stanno “prezzando” l’incertezza a circa 10 dollari al barile. Questo è spiacevole, ma è un problema di tutti. Quindi non lo considero un extracosto legato alla dipendenza del nostro paese dalla Libia. Quello che mi interessa è capire se, al di là dell’effetto-prezzi, avremo anche un effetto-volumi o, se preferite, se oltre a pagare di più l’energia, faticheremo anche a procurarcela. O, per dirla in modo ancora diverso, se, oltre all’aumento dei costi dettato dai mercati internazionali, pagheremo anche un ulteriore extracosto dovuto a una scarsità di risorse (petrolio o gas) sul nostro mercato.</p>
<p>Per capirlo, bisogna per un attimo dimenticare il valore monetario delle importazioni, e guardare ai volumi. Cominciamo dal petrolio. Secondo i <a href="http://www.unionepetrolifera.it/it/news/171">dati</a> dell’Unione petrolifera, nel 2009 abbiamo importato circa 20,5 milioni di tonnellate di greggio dalla Libia (il 27 per cento di tutte le importazioni), cioè l’equivalente di un po’ più di 400 mila barili al giorno. Complessivamente, la Libia <a href="http://www.eia.doe.gov/countries/country-data.cfm?fips=LY#data">produce</a> 1,8 milioni di barili di greggio al giorno. Questo significa che, se Tripoli vale un quarto del nostro approvvigionamento petrolifero, noi valiamo un po’ più di un quinto dei suoi ricavi petroliferi. La domanda che dobbiamo porci è: questo petrolio è sostituibile oppure no?</p>
<p>In linea teorica, sì: infatti, come <a href="http://www.jstor.org/pss/1148638">diceva</a> il grande Morris Adelman e come ha ricordato Nicolazzi nel pezzo già linkato, “The world market, like the world ocean, is one great pool”. Ciò significa che, per il nostro approvvigionamento, nessuno ci obbliga a rivolgerci alla Libia. Possiamo estrarre i 400 mila barili che ci servono da qualche altra parte. Cioè, non esiste un problema italiano, ma un problema mondiale: non sono i 400 mila barili importati dall’Italia a rappresentare, di per sé, una sfida, ma l’intera produzione di 1,8 milioni di barili (in realtà solo circa la metà della produzione si è fermata). La domanda va, ancora una volta, riformulata: il mondo è in grado di rimpiazzare una tale quantità, pari a poco più del 2 per cento della produzione mondiale nel 2009? Fortunatamente, la risposta è positiva. Lo testimonia l’Agenzia internazionale dell’energia, che in un conciso <a href="http://www.iea.org/index_info.asp?id=1834">comunicato</a> parla di “ampia <em>spare capacity</em>” (cioè capacità produttiva inutilizzata) la quale, nel <a href="http://omrpublic.iea.org/currentissues/full.pdf">rapporto</a> mensile di febbraio, veniva quantificata in 4,7 milioni di barili al giorno. Questo ci porta a due conclusioni provvisorie: 1) se l’incendio nordafricano non si diffonde ulteriormente, il mondo è tranquillamente in grado di assorbire anche la sospensione totale della produzione libica; 2) l’aumento – tutto sommato contenuto – dei prezzi petroliferi riflette più il timore che l’instabilità contagi, uno dopo l’altro, tutti i paesi Opec, che una effettiva scarsità di greggio. Detta brutalmente, ogni scossa tellurica in nordafrica apre qualche piccola crepa a Riad. I mercati temono che queste crepe si allarghino troppo.</p>
<p>Una terza, e meno provvisoria, conclusione è che l’Italia non correrà alcun rischio dal punto di vista della disponibilità di risorse: infatti il “bacino petrolifero” è in grado di sostenere la domanda e di rimpiazzare rapidamente la produzione libica. Pagheremo, però, un prezzo non triviale. Anzitutto perché lo stesso barile di greggio che, fino a due settimane fa, costava meno di 100 dollari, oggi cosa quasi 110. Secondariamente, lunghi anni di consuetudine con le qualità libiche di greggio hanno spinto le compagnie italiane, razionalmente, a tarare le proprie raffinerie sulle sue caratteristiche. In questo senso, la sostituzione del libico con altri greggi potrebbe non essere indolore: è lecito attendersi impatti sulla fase della raffinazione e forse perfino sulla <a href="http://www.unionepetrolifera.it/it/Statistiche2010/menu.html">resa</a> delle raffinerie. Se, mediamente, per ogni unità di greggio venivano cavati un 20 per cento di benzine e un 40 per cento di gasoli (i prodotti più pregiati), tali valori potrebbero ridursi – per quanto poco. Cioè, a parità di benzina e gasolio richiesti, potremmo dover introdurre più greggio negli impianti. La buona notizia è che le raffinerie italiane sono sotto-utilizzate, quindi non ci saranno problemi a servire il mercato. La cattiva notizia è che, assumendo che il problema sia grossomodo condiviso da tutte le compagnie, anche questo extracosto si ribalterebbe sui prezzi alla pompa, specie nelle zone che gravitano attorno a raffinerie che tipicamente si rifornivano di petrolio libico (dunque, soprattutto nel Sud). Immagino che la somma di questi aumenti attuali e potenziali – che manterranno per un bel po’ la benzina sopra l’euro e mezzo al litro, forse anche 1,6 – determinerà una contrazione dei consumi rispetto allo scenario tendenziale. L’aspetto importante, però, è che si tratterà di una riduzione guidata dalla domanda, non dall’offerta; di un problema di elasticità al prezzo, non di indisponibilità fisica del combustibile.</p>
<p>La crisi libica ci renderà un poco più poveri ed è sensato preoccuparci per gli effetti sul nostro portafoglio. Non ci renderà meno sicuri, ed è quindi insensato buttarla in politica energetica, almeno per quel che riguarda il petrolio.</p>
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		<title>Bp. L&#8217;epilogo</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 09:24:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ora che &#8220;quel maledetto buco&#8221; è stato ufficialmente tappato, è il momento di interrogarsi sulle cause dell&#8217;incidente, e sull&#8217;eredità che esso ci lascia. Due post sul mio blog energetico preferito aiutano a porre la questione in una prospettiva &#8220;ampia&#8221;, astraendo per un attimo dal redditizio business delle compensazioni, e guardando alla lezione di Macondo. Dunque, cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che &#8220;<a href="http://www.agi.it/iphone/notizie/201005261448-est-rom0057-marea_nera_obama_tappate_quel_maledetto_buco">quel maledetto buco</a>&#8221; è stato <a href="http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?code=635&amp;dt=2010-09-20&amp;src=TLB">ufficialmente</a> tappato, è il momento di interrogarsi sulle cause dell&#8217;incidente, e sull&#8217;eredità che esso ci lascia. Due post sul mio <a href="http://www.masterresource.org">blog energetico preferito</a> aiutano a porre la questione in una prospettiva &#8220;ampia&#8221;, astraendo per un attimo dal redditizio business delle compensazioni, e guardando alla lezione di Macondo. Dunque, cosa è andato storto?</p>
<p><span id="more-7148"></span></p>
<p>L&#8217;esplosione nella piattaforma Deepwater Horizon ha una serie di cause prossime: la <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/06/04/shit-happens/">sfiga</a> e la <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-08-15/regole-ferisce-mercato-perisce-080031.shtml?uuid=AYWlqyGC">cultura industriale</a> di Bp, anzitutto. Ma ha anche cause remote che hanno creato un humus fertile perché le cause prossime scatenassero il disastro.</p>
<p>Partiamo da due situazioni estreme: nella situazione A la proprietà del sottosuolo (e delle risorse minerarie in esso contenute) è &#8220;pubblica&#8221;, nella situazione B è &#8221;privata&#8221; (non mi interessa definire come e chi ne ha diritto allo sfruttamento, è sufficiente che sia un soggetto privato e che i suoi diritti siano chiari e riconosciuti da tutti). Nella situazione A mi aspetto fenomeni di sovra- o sotto-sfruttamento, dovuti al fatto che il governo ritiene di dover spremere la rendita mineraria oppure, all&#8217;opposto, che pensa che non sia opportuno turbare l&#8217;ecosistema con le trivelle. In entrambi i casi il risultato è socialmente inefficiente. Nella situazione B, invece, mi aspetto che le risorse vengano sfruttate nella misura in cui ciò è conveniente (dati i prezzi relativi delle risorse minerarie e dei beni ambientali, naturali e paesaggistici che, per estrarle, possono essere compromessi). Guillermo Yeatts, già manager di diverse imprese attive nella filiera petrolifera e autore dello splendido <em><a href="http://www.amazon.com/Subsurface-wealth-struggle-privatization-Argentina/dp/157246075X/ref=ntt_at_ep_dpt_5">Subsurface Wealth</a>: The Struggle for Privatization in Argentina</em>, <a href="http://www.masterresource.org/2010/04/subsoil-oil-and-gas-privatization-private-wealth-for-the-common-good-message-for-latin-american/">spiega molto bene</a> i vantaggi di B rispetto ad A. Da un lato, in A la rendita mineraria viene sovente utilizzata per puntellare regimi corrotti e dittatoriali, mentre beneficia poco e/o male le popolazioni direttamente coinvolte dalle attività estrattive. In B, è vero il contrario. Incidentalmente, questa è la ragione per cui la scoperta di un giacimento è un <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200906articoli/44373girata.asp">dramma sociale</a> con tinte da Guerra di Troia nella foresta Amazzonica, mentre è una bella notizia, chessò, in Oklahoma. Dove le risorse minerarie sono di proprietà pubblica, l&#8217;intero beneficio è catturato dal governo e dalle sue clientele (senza contare che i mezzi di produzione sono normalmente inefficienti). Dove invece esso è privato, il benessere tende a estendersi in un clima di relativa pace sociale.</p>
<p>Cosa c&#8217;entra tutto questo con Bp? In fondo, ho appena scritto che gli Usa sono più simili a B che ad A. In realtà, come <a href="http://www.masterresource.org/2010/09/subsoil-privatization-ultimatereform/">spiega</a> Rob Bradley, un po&#8217; perché l&#8217;estensione delle terre di proprietà pubblica è enorme, un po&#8217; perché le aree offshore ricadono sicuramente (attraverso concessioni e altre diavolerie) in questa categoria, un po&#8217; perché la regolamentazione ha fatto il resto, negli stessi Stati Uniti è in atto un processo di surrettizia &#8220;pubblicizzazione delle risorse minerarie&#8221;. In questo contesto, il ruolo del governo centrale e del Bureau of Ocean Energy Management (l&#8217;ex Minerals Management Service) diventa sempre meno di regolazione tecnica, e sempre più di pianificazione centrale. Quel maledetto buco non ci ha lasciato solo un <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/6003">costoso bando</a> sulle trivellazioni <em>offshore</em>: lascia anche una mole di regolamentazione in crescita, che rischia di andare ben oltre la definizione di requisiti di sicurezza più o meno stringenti (che può incentivare o disincentivare l&#8217;assunzione di rischio minerario, aumentando o riducendo i costi di ingresso, ma almeno è relativamente meno distorsiva e relativamente meno arbitraria).</p>
<p>Come spesso accade, insomma, la risposta a un disastro è irrazionale e sbagliata: anziché rimuoverne le cause, essa finisce per ingigantirle. Di fatto, il modo in cui l&#8217;amministrazione Obama (e altri governi in giro per il mondo) sta gestendo la faccenda lascia prevedere che, se nell&#8217;immediato avremo un giro di vite sulla ricerca ed estrazione petrolifera e quindi una produzione subottimale nei paesi Ocse, nel lungo termine potremmo incrementare il disallineamento tra gli incentivi delle compagnie petrolifere e gli interessi &#8220;pubblici&#8221; (comunque definiti). E avremo una maggiore dipendenza delle decisioni di investimento dal parere, variamente definito e variamente raggiunto, degli uffici pubblici, con l&#8217;inevitabile creazione di azzardo morale (se ho tutte le carte bollate a posto, posso fare cose che altrimenti non farei).</p>
<p>Ci troviamo, cioè, di fronte a un doppio effetto Peltzman: c&#8217;è un effetto Peltzman &#8220;di primo ordine&#8221; in virtù del quale imprese e governi reagiranno ai bandi occidentali spostando produzioni e investimenti nei paesi da cui, ogni giorno e ogni ora del giorno, si dice dovremmo dipendere di meno (non lo dico io, che non me ne frega niente: rilevo che quelli che diventano isterici per il petrolio iraniano e il gas russo, non dovrebbero sostenere bandi e vincoli sulle risorse Ocse&#8230;). Poi, c&#8217;è un effetto Peltzman di second&#8217;ordine in virtù del quale chi ottiene permessi si sentirà &#8220;blindato&#8221; e dunque agirà prestando relativamente meno attenzione ai rischi reali, e relativamente più attenzione agli obblighi burocratici (come è in parte successo a Bp, in fondo, seppure con una serie di aggravanti).</p>
<p>In breve, per minimizzare la probabilità di incidenti spiacevoli bisognerebbe privatizzare in senso proprio le risorse minerarie (cioè il sottosuolo), ridurre le regolamentazioni alla mera definizione di standard tecnici operativi, e cancellare ogni norma che possa collettivizzare i rischi (come il <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/05/21/quello-che-deepwater-horizon-insegna-agli-ambientalisti-e-agli-altri/">ridicolo limite</a> alla responsabilità civile delle compagnie petrolifere).</p>
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		<title>BP-Eni, l&#8217;idea non era balzana. Un po&#8217; di charts</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 09:24:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;idea lanciata qualche giorno fa di mandar avanti ENI con offerte per l&#8217;upstream pregiato di BP non era poi così balzana, visto che nel frattempo le prime compagnie petrolifere USA iniziano a farsi sotto strappando il titolo verso l&#8217;alto di 10 punti,  e Abu Dhabi vuole acquistar quote di BP per prenotarne il diritto ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;idea lanciata qualche giorno fa di mandar avanti ENI con offerte per l&#8217;upstream pregiato di BP non era poi così balzana, visto che nel frattempo le prime compagnie petrolifere USA iniziano a farsi sotto strappando il titolo verso l&#8217;alto di 10 punti,  e Abu Dhabi vuole acquistar quote di BP per prenotarne il diritto ad acquisirlo in futuro.  Intanto, tutti sperano che il nuovo &#8220;tappo&#8221; tenga, nelle profondità del Golfo del Messico. Ma in casi come questi, un azionista pubblico di controllo &#8211; il governo italiano, per ENI &#8211; o ha al suo interno o è in grado di procurarsi fini expertises di settore, in grado di vagliare tempi e modi per operazioni straordinarie valutandone l&#8217;impatto sul titolo ENI, il suo debito, i tantissimi primari fondi internazionali presenti nel suo capitale; ed è capace al tempo stesso di decidere nei tempi rapidi imposti dal mercato una volta confrontatosi col management della società; oppure tanto per cambiare si pone &#8211; e pone l&#8217;azienda &#8211; su un piano di assoluta subordinazione rispetto agli sviluppi di mercato, fatti da operatori del mercato con logica di mercato. Una logica che comprende anche  il cinico diritto di prender per sè a buon prezzo il meglio di chi è in grave difficoltà ed esposto ad azioni multipulrimiliardarie come BP. Intanto, <a href="http://www.inspiredm.com/2010/07/07/40-ways-of-visualizing-bps-dark-mess/" target="_blank">qui</a> oltre 50 utili videografiche del caso Deepwater Horizon-BP  rispetto aglia ndamenti e consumi e interessi energetici globali, e <a href="http://www.ritholtz.com/blog/2010/07/50-ways-to-dpeict-the-gulf-oil-spill/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+TheBigPicture+%28The+Big+Picture%29&amp;utm_content=Google+Reader" target="_blank">qui</a> la graduatoria stimata complessiva globale dei più gravi incidenti della storia.</p>
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		<title>Il lento funerale di BP, l&#8217;occasione per ENI</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 09:11:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anticipo uno dei miei pezzi dal prossimo numero di Capo Horn
Penso che, se fossi l&#8217;azionista di controllo dell&#8217;ENI, avrei già fatto da tempo un ragionamento semplice semplice. Argomento: come approfittare del disastro che ha investito BP.  Ma prima di arrivare alla considerazione e alla proposta, serve un bel passo indietro per valutare tutti gli aspetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Anticipo uno dei miei pezzi dal prossimo numero di Capo Horn</em></p>
<p>Penso che, se fossi l&#8217;azionista di controllo dell&#8217;ENI, avrei già fatto da tempo un ragionamento semplice semplice. Argomento: come approfittare del disastro che ha investito BP.  Ma prima di arrivare alla considerazione e alla proposta, serve un bel passo indietro per valutare tutti gli aspetti “epocali” della vicenda. I danni accollati a BP costituiranno un vero benchmark destinato a fare precedente. La compagnia mi pare che assai difficilmente possa sopravvivere. Non com&#8217;era fino a ieri, questo è sicuro.<span id="more-6471"></span></p>
<p>Sono tre mesi che da 4mila metri di profondità, nel Golfo del Messico, fuoriescono ogni giorno nell&#8217;Oceano dapprima si era detto tra i 4 i 6 mila barili di petrolio al giorno, per poi ritoccare la stima fino a vette stellari, da un minimo di 35mila fino addirittura a un massimo di 60mila barili al dì. Il disastro della Deepwater Horizon per British Petroleum appare ormai prossimo a sancire, a tutti gli effetti, la fine di un gigante storico tra le maggiori <em>oil companies</em>. BP ha il 65% della concessione e dunque dell&#8217;impianto ma in pratica ne risponde integralmente, visto che è nei suoi confronti che faranno azione per negligenza i soci di minoranza Mitsui e Anadarko, come tutte le compagnie fornitrici degli impianti collassati, tipo Halliburton, Transocean e Cameron.</p>
<p>Alla chiusura  di Borsa di venerdì 9 luglio scorso, BP era ancora la terza compagnia petrolifera europea per capitalizzazione, a quota 81,8 miliardi di euro rispetto agli 89 di Total, e ai 128,8 miliardi a cui si giunge sommando le azioni di classe A e B di Royal Dutch Shell. Ma, quando è cominciato il disastro nel Golfo BP sfiorava i 195 miliardi di capitalizzazione, apparteneva a pieno diritto alla serie A mondiale come Exxon Mobil, che il 9 luglio capitalizzava 277 miliardi di dollari,ed era ben sopra la Chevron, che ne vale 143,5.</p>
<p>In altre parole, in tre mesi in BP si sono liquefatti oltre 100 miliardi di valore. I suoi CDS sono passati da 55-60 punti base, a oltre 700: a tutti gli effetti, peggio del peggio nella lista internazionale dei candidati al fallimento.</p>
<p>Ma è una stima esagerata, oppure ragionevole, quella del mercato? Perché se fosse esagerata, decadrebbe del tutto ogni idea intono a che cosa potrebbe fare l&#8217;ENI. E invece no, esaminata per benino la questione bisogna proprio concludere che il mercato non esagera. BP può andare in default eccome. Vediamo perché. A tutti gli effetti,il disastro della Deepwater Horizon costituirà infatti il nuovo benchmark di tutte le politiche risarcitorie nella <em>oil industry</em> mondiale. Un punto di riferimento integralmente nuovo, se si pensa che finora il disastro petro-ambientale più grave era  quello della petroliera Exxon Valdez in Alaska, con 250mila barili in mare che fanno quasi sorridere, rispetto al milione e mezzo che ogni mese si riversano nel Golfo del Messico. La stima  di metà maggio, quando sembrava che BP potesse cavarsela con 7 o 8 miliardi di dollari in tutto, è  ormai ridicola per quanto appare sottostimata.</p>
<p>L&#8217;<em>Oil Pollution Act</em>, la legge vigente negli USA che fu approvata proprio a fronte del disastro della Exxon Valdez, prescrive infatti a totale carico dell&#8217;inquinatore le spese per restituire l&#8217;ambiente alla sua condizione precedente. Se ci si basa sul precedente della Exxon, che va matematicamente integrato e modificato come modello previsivo visto che in questo caso lo <em>spillover</em> è continuativo e non concentrato nel tempo e con danni influenzati dalle correnti, al ritmo di un milione e mezzo di barili al mese il conto per la sola “pulizia” è di circa 6 miliardi di dollari per ogni mese di dispersione. Al terzo mese compiuto, siamo già a quota 18 miliardi per questa sola voce.</p>
<p>C&#8217;è poi il capitolo delle sanzioni amministrative e regolatorie, disciplinate dal<em> Clean Water Act</em>.  Nella prassi USA sin qui seguita, le multe vanno da un minimo di 1.100 a un massimo sin qui di 4.300 dollari per ogni barile disperso, ma nulla vieta di credere che la somma potrebbe in questo caso ultimamente salire. In ogni caso, se si applica al milione e mezzo di barili persi ogni mese una stima prudenziale sanzionatoria di 3.500 $ per barrel, siamo a circa 5,2 miliardi di dollari al mese di multa. In tre mesi, siamo già insomma a quota 15,2 miliardi.</p>
<p>C&#8217;è poi una terza voce, quella che riguarda i rimborsi su causa intentata da chiunque possa rivendicare un danno o un lucro cessante, a seguito dell&#8217;inquinamento.  E quando si dice chiunque vale proprio per chiunque, dagli Stati rivieraschi che possono chiedere il rimborso per gli interventi speciali che hanno dovuto sostenere e per gli aggravi di tasse e tariffe che hanno dovuto imporre,  alle municipalità e comunità locali per danni al turismo, a ogni singolo albergo, ristorante, pescatore  che legittimamente ritengano di essere stati danneggiati.  L&#8217;<em>Oil Pollution Act</em> pone un tetto esplicito a 75 milioni di dollari, per tali rimborsi. Ma il presidente Obama, nella seconda settimana di giugno, con un gesto degno del venezuelano bolivarista Chavez ha sbattuto i pugni sul tavolo, sostenendo che il <em>cap</em> posto per legge era inadeguato, e BP avrebbe fatto bene a mettere subito sul tavolo almeno 20 miliardi di dollari. Tanto per cominciare, ha detto il presidente. Con un bel saluto allo Stato di diritto, anche se so che nel dirlo tutti gli ambientalisti mi azzanneranno.</p>
<p>Poiché l&#8217;economia legata a turismo marino e pesca dei quattro Stati rivieraschi -  Alabama, Louisiana, Mississippi e Florida &#8211; si può cifrare intorno ai 30 miliardi di dollari, e il tratto di costa  investito sino a inizio luglio era di circa 120 km, una previsione dei rimborsi ai quali BP può essere obbligata dai tribunali americani può agevolmente raggiungere i 18-20 miliardi.</p>
<p>Se si sommano le stime delle tre voci di costo per BP, siamo sui 75 miliardi. Per i soli primi tre mesi. A prescindere da quanto bisognerà aggiungere, se non ha successo nei prossimi giorni e settimane il nuovo &#8220;tappo&#8221;. 75 miliardi: non tutti in un anno, d&#8217;accordo. Ma le stime finanziarie e di cassa per BP nel 2010, con un barile intorno ai 65-70 $ per barile, parlavano di 30 miliardi di generazione di cassa, di cui 20 da destinare  a investimenti e oneri finanziari, 10 a dividendo per i soci. E&#8217; vero che BP ha circa 14 miliardi tra liquidità e linee di credito inutilizzate, ma c&#8217;erano già 17 miliardi di bonds e prestiti da rimborsare, tra 2010 e 2011.</p>
<p>La domanda a questo punto è duplice. Va bene non distribuire dividendi, come subito l&#8217;Amministrazione Obama ha irritualmente chiesto e ottenuto da BP per il 2010: ma per quanti anni? E inoltre: i tribunali USA seguiranno il principio che occorre sempre porre un limite ragionevole alla responsabilità illimitata di una società per danni catastrofici da eventi estremi, oppure faranno propria la demagogia populista del presidente ?</p>
<p>In ogni caso, nelle condizioni attuali per il board di Bp non c&#8217;è alternativa. A parte la speranza che qualche nuovo marchingegno consenta di mettere uno stop al deflusso, occorre far cassa subito per miliardi, per evitare un nuovo downgrading come quello che Fitch ha già comminato a metà giugno, e che ha fatto schizzare il costo del debito. Secondo le malelingue, in realtà Obama  picchia duro non solo perché, come BP, deve recuperare sull&#8217;impressione popolare che abbia del tutto sottovalutato l&#8217;evento e  la sua portata, per lunghe settimane. Ma anche perché, a questo punto, tanto vale portare BP alla canna del gas il più possibile sotto le elezioni del <em>midterm</em> del prossimo autunno. Magari assicurando alle <em>oil companies</em> americane buona parte di ciò che BP ha in pancia di più prezioso, e cioè moltissimo <em>upstream</em> di grande qualità e in aree non devastate da pericolosa instabilità mondiale.</p>
<p>Ma se è così, perché non arrivare per primi dico io? Per questo dico che, se fossi stato l&#8217;azionista pubblico di controllo italiano dell&#8217;ENI, e cioè il governo, in queste settimane avrei fatto  un bel pensierino. Perché non farsi subito vivi con il <em>board</em> di BP, e fare una bella offerta per 10-15 bn  di <em>uspstream</em> pregiato, prima che le procedure giudiziarie mettano inequivocabilmente BP alla mercé sei suoi creditori? Per conto mio, è un&#8217;operazione che da sola varrebbe la cessione di tutta la filiera nazionale del gas, approvvigionamento stoccaggio e distribuzione, che nessun concorrente  di Eni mantiene altrettanto integrata. Non è un&#8217;idea balzana, perché ne ho parlato con banchieri e <em>oilmen</em> e tutti mi hanno dato ragione. Ma è il governo italiano, che da questo punto di vista non ci sente. Peccato, dico io. Non tutti i mali vengono per nuocere, aggiungo cinicamente. Ma vale solo per chi ne sa approfittare, ovvio.</p>
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		<title>Il governo del vietare</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 10:39:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[UPDATE: Meno male che Saglia c&#8217;è.
Un drammatico incidente all&#8217;estero. L&#8217;Italia che reagisce scompostamente, castrando il suo futuro energetico nonostante le condizioni in cui la tragedia si è verificata in un paese molto lontano non abbiano nulla a che vedere con le tecnologie e le procedure impiegate nel nostro. Non sto parlando dell&#8217;uscita dal nucleare dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>UPDATE: </strong><a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=84367">Meno male che Saglia c&#8217;è</a>.</p>
<p>Un drammatico incidente all&#8217;estero. L&#8217;Italia che reagisce scompostamente, castrando il suo futuro energetico nonostante le condizioni in cui la tragedia si è verificata in un paese molto lontano non abbiano nulla a che vedere con le tecnologie e le procedure impiegate nel nostro. Non sto parlando dell&#8217;<a href="http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_24/scheda_referendum_nucleare_6865d61c-02b2-11de-adb7-00144f02aabc.shtml">uscita</a> dal nucleare dopo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_%C4%8Cernobyl'">Chernobyl</a>. Sto parlando delle reazione, altrettanto scomposta, del ministro dell&#8217;Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che pensa sia cosa saggia rispondere al disastro della <a href="http://www.deepwaterhorizonresponse.com/">Deepwater Horizon</a> imponendo un <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_30/italia-trivellazioni-vietate-cinque-miglia-coste_390a28d2-8443-11df-a860-00144f02aabe.shtml">bando alle estrazioni <em>offshore</em></a> in una fascia di 5 miglia dalle coste nazionali (12 nelle zone marine protette). Greenpeace applaude. Dovrebbe far pensare.</p>
<p><span id="more-6407"></span></p>
<p>Anzitutto qualche informazione di base. La Deepwater Horizon &#8211; <a href="http://www.deepwater.com/fw/main/Deepwater-Horizon-56C17.html?LayoutID=17">qui</a> le specifiche tecniche &#8211; è una piattaforma petrolifera attrezzata per la perforazione in acque fino a circa 2.500 metri di profondità, cioè in quelle che si definiscono acque &#8220;ultra profonde&#8221; (sebbene non vi sia una definizione codificata, generalmente si intendono &#8220;profonde&#8221; le acque oltre i 300 metri, &#8220;ultra profonde&#8221; sotto la soglia &#8211; fino a poco tempo fa economicamente e tecnologicamente impensabile &#8211; dei 1.500 metri, o 5.000 piedi, come <a href="http://www.ft.com/cms/s/0/7b934bb0-56ef-11df-aa89-00144feab49a.html">spiega</a> bene Ed Crooks). La piattaforma estraeva petrolio dal campo denominato &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Macondo_Prospect">Macondo</a>&#8220;, che sta a una profondità di circa 1.500 metri. <a href="http://www.subseaiq.com/Data/Project.aspx?project_Id=562&amp;AspxAutoDetectCookieSupport=1">Qui</a> si trovano maggiori informazioni. Il pozzo &#8211; che sotto la colonna d&#8217;acqua scende ancora per 5 o 6 mila metri attraverso la crosta terrestre &#8211; è così difficile da sistemare proprio per le condizioni estreme di pressione che si vengono a creare nelle profondità oceaniche. Il trovarsi in acque profonde non è, di per sé, una condizione facilitante l&#8217;incidente, ma è sicuramente una delle ragioni per cui aggiustare le cose è così difficile.</p>
<p>Quale relazione ha questo con le avventure esplorative nelle coste italiane? La risposta è semplice: nessuna. Come è facile verificare <a href="http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/piattaforme/piattaforme.asp">dall&#8217;elenco</a> delle piattaforme attualmente esistenti, gran parte delle nostre avventure estrattive si mantiene in acque basse, attorno o sotto i 100 metri di profondità. Solo in un paio di casi si scende significativamente più in basso, cioè attorno ai 1.000 metri, peraltro in entrambi i casi a grande distanza dalla costa (oltre 40 chilometri). Tempo fa qualcuno ha provato a cercare in acque ultra profonde al largo della Puglia, ma senza risultati. Dunque, oggi pochi o nessuno credono vi siano giacimenti abbastanza ricchi in acque così profonde, e pochi o nessuno vanno a cercarli. Ma la vera differenza è un&#8217;altra, e mi spiace non trovare un modo per dirlo con tatto, e dunque senza sconvolgere il ministro Prestigiacomo: l&#8217;Italia galleggia nel mar Mediterraneo. Il Mediterraneo non è il golfo del Messico. Noi non abbiamo giacimenti giganti da sfruttare, e neppure grandi. Abbiamo dei dignitosi reservoir che danno un piccolo &#8211; importante, ma piccolo &#8211; contributo a soddisfare il fabbisogno nazionale.</p>
<p>Basta un numero: da quando c&#8217;è stata l&#8217;esplosione della Deepwater, Macondo rigurgita <a href="http://www.slate.com/id/2257683">qualcosa tra 5.000 e 100.000 barili</a> di greggio al giorno (la verità sta probabilmente attorno alle poche decine di migliaia). L&#8217;<em>intera </em><a href="http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/produzione/mensile/regioni.asp?min=O&amp;anno=2009&amp;agg=2010">produzione</a> quotidiana di tutti i nostri pozzi sottomarini messi assieme è stata, nel 2009, in media di 11.000 barili / giorno. Questo significa che le <em>perdite</em> da Macondo valgono tra la metà e dieci volte la nostra produzione aggregata. Le dimensioni contano.</p>
<p>Insomma. Non è solo che il bilancio tra i costi e i benefici dell&#8217;<em>offshore drilling</em> è ancora, tutto sommato, <a href="http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=498&amp;id=20&amp;ante=0">positivo</a>, nonostante Deepwater Horizon. Non è solo che, almeno negli Usa e almeno in parte, la corsa verso le profondità abissali dipende <em><a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704050804575318591702015252.html">anche</a> </em>da una politica troppo conservativa nel rilasciare concessioni estrattive a terra. Non è solo che l&#8217;incidente è, almeno in parte, figlio della <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/5417">cultura aziendale</a> di Bp, titolare di Deepwater Horizon. Non è solo che, nonostante tutti i nostri tentativi di razionalizzare l&#8217;accaduto, c&#8217;è sempre di mezzo anche la <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/06/04/shit-happens/">sfiga</a> &#8211; cioè, una cosa normalmente buona (l&#8217;estrazione sottomarina) ha avuto, occasionalmente, conseguenze nefaste. E&#8217;, soprattutto, che qualunque cosa sia accaduta nel Golfo del Messico non è neanche parente di qualunque cosa sia accaduta o possa accadere nel nostro paese.</p>
<p>Ovvio che questo implica anche che il danno effettivo di un bando sull&#8217;esplorazione petrolifera in Italia è diverso da quello dello stesso provvedimento, poniamo, negli Usa. Ma ci sono almeno due aspetti rilevanti. Primo: per piccola che sia, la produzione petrolifera italiana è comunque importante. Per sacrificarla, bisogna avere ragioni molto forti, che non mi pare vengano portati da Prestigiacomo e da chi la pensa come lei. Secondo: c&#8217;è un problema di credibilità del paese. Più ci comportiamo in modo isterico, più reagiamo in modo uterino a quello che accade fuori dai nostri confini, e più spaventiamo gli investitori e riduciamo le nostre prospettive di crescita. La chiusura delle centrali atomiche non ha fatto male al paese solo perché ci ha fatto perdere una fonte di energia: ha detto al mondo che l&#8217;Italia è un paese di cui non ci si può fidare. Avanti così, dunque?</p>
<p>Tutti i politici hanno un bisogno patologico di mostrare i muscoli. Prestigiacomo non fa eccezione. Ma in ultima analisi andrebbe presa di petto l&#8217;idea che, di fronte a qualunque problema, da Chernobyl alla marea nera, la reazione giusta sia di nascondere la testa sotto la sabbia e fare un passo indietro verso le caverne. Se si trattasse di un individuo, potrebbe sbrigarsela con lo psichiatra. Trattandosi di diverse generazioni di un&#8217;intera classe politica, forse dovremmo farci delle domande più profonde.</p>
<p>Vietare tutto, vietare subito, vietare sempre non ci renderà più sicuri. Ci renderà solo più poveri e marginali.</p>
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		<title>Obama a picco nel Golfo del Messico, due numeri</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 14:44:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli States e in UK Obama sta letteralmente perdendo la faccia nei sondaggi, dopo che il 28 maggio si era dichiarato generale in capo dell&#8217;operazione &#8220;stop the oil bleeding &#8216;nd make BP pay for it each single dime&#8221;. Da noi, la faccenda scalda per nulla le cronache, al di là delle trombe dei soliti sostenitori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli States e in UK Obama sta letteralmente perdendo la faccia nei sondaggi, dopo che il 28 maggio si era dichiarato generale in capo dell&#8217;operazione &#8220;stop the oil bleeding &#8216;nd make BP pay for it each single dime&#8221;. Da noi, la faccenda scalda per nulla le cronache, al di là delle trombe dei soliti sostenitori della decrescita&#8230;. è utile <a href="http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2010/jun/09/bp-energy-statistics-consumption-reserves-energy#zoomed-picture" target="_blank">questa</a> infografica, sui consumi energetici mondiali e loro andamento nel tempo, in un solo colpo d&#8217;occhio.</p>
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