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	<title>CHICAGO BLOG &#187; parassitismo</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>I politici non lavorano? Paghiamoli di più!</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 13:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Mura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scendete per strada, fermate – con molto garbo, s’intende – la prima persona che vi passa davanti e chiedete qual è la sua opinione sulla classe politica e i suoi esponenti. È molto probabile che il profilo tratteggiato sia quello di un uomo meschino, privo di scrupoli, sempre presente quando si tratta di curarsi del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scendete per strada, fermate – con molto garbo, s’intende – la prima persona che vi passa davanti e chiedete qual è la sua opinione sulla classe politica e i suoi esponenti. È molto probabile che il profilo tratteggiato sia quello di un uomo meschino, privo di scrupoli, sempre presente quando si tratta di curarsi del proprio tornaconto, sempre indifferente e assente quando si tratta di risolvere i problemi del Paese. Già, perché l’uomo della strada sembra particolarmente disturbato e indispettito dalle immagini dei deserti emicicli romani viste di sfuggita alla televisione in un noioso pomeriggio di interrogazioni parlamentari.<br />
Se per caso il vostro nuovo amico non andava di fretta, potete stare quasi certo che si fermerà qualche momento in più per illustrarvi il suo piano per mettere a posto le cose. E anche in questo caso è facile immaginare come i primi rimedi proposti sarebbero il dimezzamento dello stipendio dei politici e l’azzeramento dei loro privilegi …<em>le auto blu! </em><br />
Ma esistono altre soluzioni, concrete, possibilmente elaborate da qualcuno che abbia un’idea seria della composizione del bilancio statale e delle leggi che governano la politica?<span id="more-5438"></span><br />
Un’idea sicuramente da discutere, che a prima vista si presenta parecchio bizzarra, è quella proposta in <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1567436">questo</a> paper da Stefano Gagliarducci dell’Università Tor Vergata e Tommaso Nannicini dell’Università Bocconi i quali indagano in che modo l’ammontare degli stipendi dei politici incide sulla scelta dei cittadini di concorrere per le cariche pubbliche e sul loro operato una volta passati dall’altro lato della staccionata. Per come presentati, i risultati dello studio sembrano dimostrare che «uno stipendio più alto attrae candidati meglio istruiti e che politici meglio pagati ridimensionano l’apparato di governo migliorandone l’efficienza».<br />
<img class="alignleft" src="http://www.buxr.com/blog/wp-content/uploads/2009/07/monkey_money.gif" alt="" width="184" height="216" />A livello teorico, la tesi poggia sull’assunto che un salario elevato possa fare aumentare la “qualità” degli aspiranti lavoratori, aumentando il costo della perdita del lavoro e quindi l’impegno profuso per evitare che ciò accada, oltre che migliorare le motivazioni e il lavoro di gruppo.<br />
Se la politica offrisse stipendi meno distanti da quelli del settore privato, non potrebbe che giovarsi dell’interessamento di quegli individui dotati di grandi capacità manageriali e fiuto imprenditoriale che al momento si tengono lontani dalla professione, giudicandola non sufficientemente remunerativa.<br />
Sul perché del miglioramento del morale è inutile stare a spiegare, mentre l’affiatamento lavoro di gruppo, e il compattamento degli aspiranti politici ispirati dalla stesse idee (che, data l’istruzione e la verosimile esperienza di come funziona l’economia nel mondo reale di quanti si avvicinerebbero alla politica, potrebbero essere molto più favorevoli al mercato di quanto non sia ora) è spiegata dalle minori chances di elezione su cui potrebbero contare gli appartenenti ai gruppi minoritari.<br />
Forse il ragionamento eccede nel fare affidamento su una visione un po’ troppo incline a vedere i politici come tecnici. Nondimeno, è interessante leggere le conclusioni dello studio empirico che gli autori del paper hanno condotto sulle performance dei sindaci italiani dei comuni con più di 5mila abitanti nel periodo dal 1993 al 2001. La scelta del campione è stata determinata oltre che dalla disponibilità dei dati, dal fatto che com’è noto gli stipendi degli amministratori locali variano in virtù del totale della popolazione residente, classificata in nove scaglioni dalla <a href="http://gazzette.comune.jesi.an.it/2000/110/pag6.pdf">tabella A</a> del Decreto del Ministero dell’Interno n. 119 del 4 Aprile 2000, emanato in applicazione della “legge Bassanini”. Le fasce al di sopra dei 5mila abitanti, e gli stipendi originariamente previsti vanno dai 5.400.000 lire ai 15.100.000 delle città con oltre 500mila abitanti.<br />
I risultati, sorprendenti, dicono che maggiore è il peso della busta paga, maggiori sono le probabilità che il primo cittadino governi virtuosamente, a tutto vantaggio dei cittadini: abbassamento delle imposte (-13%) e delle tariffe dei tanti servizi – dalla fornitura d’acqua allo smaltimento dei rifiuti, passando per i “servizi” di polizia locale – di cui le municipalità si occupano (-86%), riduzione del personale (-11%) e delle spese correnti (-22%).<br />
Purtroppo la ricerca non specifica se, e in quale misura, queste amministrazioni abbiano eventualmente dovuto ricorrere alle risorse statali. Ci piace credere – magari evitando di metterci la mano sul fuoco – che ciò non sia avvenuto e salutare. Un meccanismo in grado di selezionare una classe politica in che non ritragga la mano dinnanzi a quella corona spinata di deficit e sprechi che è la spesa corrente del nostro Paese, non può non meritare di essere indagato.<br />
C’è da riflettere anche sul tema della rielezione, dal momento che secondo il paper uno stipendio elevato sarebbe un ottimo incentivo affinché il politico in carica lavori bene al fine di evitare di perdere la propria redditizia occupazione.<br />
L’opinione secondo cui la protratta occupazione di cariche pubbliche sarebbe intrinsecamente fonte di conseguenze indesiderabili è talmente radicata che proprio per questa ragione esistono norme che vietano la rielezione per più di tre mandati. Pur non dimenticando che il potere ha la tendenza alla corruzione degli animi, qualche ragione in favore della sua durata sembra esserci.<br />
Oggi, uno degli elementi che rendere allettanti le cariche pubbliche sta nella possibilità di capitalizzare tutto ciò che deriva dalla privilegiata posizione – conoscenza e, soprattutto, conoscenze – una volta terminato il mandato. Nel privato o sempre in politica, ma in quest’ultimo caso i pioli della scala non sono infiniti.<br />
La possibilità di un orizzonte temporale politico più vasto, invece, rendendo virtualmente possibile la permanenza in carica per un lungo tempo, favorirebbe un ridimensionamento di quella smodata preferenza temporale che affligge la politica, nella quale si verrebbero così a creare spazi per l’inserimento di criteri di valutazione economica di tipo privato.<br />
Male che vada, così come suggeriscono gli esempi del paper, ci si orienterebbe maggiormente alla spesa in conto capitale, destinata a finanziare gli investimenti, piuttosto che a quella corrente.<br />
Senza contare che in tale contesto esisterebbero anche le condizioni necessarie all’attuazione di quelle politiche – tra cui l’abbassamento delle imposte – che pur implicando qualche costo nel momento in cui sono decise sono in grado di produrre grandi benefici ma solamente nel medio termine.<br />
Va aggiunto che nel paper è presente anche qualche passaggio più scoraggiante, come il richiamo a uno studio indipendente del 2009 che analizza gli effetti di un emendamento costituzionale brasiliano, da cui emerge una proporzionalità diretta tra l’ammontare degli stipendi e la produzione legislativa misurata in termini di progetti di legge presentati e approvati.<br />
Un’ipotesi da far rizzare i capelli ai più consapevoli delle conseguenze indesiderabili che un parlamento iperattivo comporta, molti dei quali, al contrario, hanno ipotizzato sistemi normativi finalizzati a penalizzare un dinamismo che, quando riscontrato, ha immancabilmente portato alla compressione delle libertà economiche e del sacrificio degli spazi di autonomia privati, all’altare dell’elefantiaco Stato assistenzialista.<br />
Purtroppo però, per il nostro uomo della strada è difficile, se non impossibile, capire che i <em>veri</em> danni causati dalla politica non sono i costi necessari a sostenerla: sono quelli imposti alle imprese e ai consumatori dalla cattiva legislazione, dalla regolamentazione asfissiante, dalla tassazione iniqua, dall’enorme dedalo della burocrazia, dai mille e mille divieti…<br />
Se poi la conversazione si protrae ancora e c’è tempo per una breve retrospettiva, scoprirete che il nostro amico – <em>evidentemente un tipo con le idee chiare</em> – addita con disprezzo quei politici trafficoni di vent’anni fa da quei politici, molti dei quali finiti – <em>giustamente!</em> – nel tritacarne delle inchieste milanesi, colpevoli di avere rimpinguato i propri impenetrabili conti correnti a furia di oleose tangenti in barba alla gente perbene.<br />
Non di avere creato quell’abnorme debito pubblico che continuerà a schiacciare la schiena dei nostri discendenti per chissà quante generazioni. <em>No. Quei  milioni spariti in qualche valigetta.</em><br />
Le drammatiche voragini del bilancio statale non sono quelle create dai conti in rosso della previdenza, della sanità e dell’istruzione. <em>No. La rovina dell’Italia sono gli stipendi dei parlamentari e le loro auto blu.</em><br />
Dal momento che al nostro amico, la visione degli scranni vuoti sembra causare la stesso effetto che fa al poppante affamato la visione della madre che si allontana portandosi dietro il biberon, potrebbe essere utile – o almeno divertente – rassicurarlo facendogli presente che un modo per cancellare questa immagine così disturbante esisterebbe pure.<br />
<em>Orrore, orrore!</em> Già. Ma se funzionasse per davvero?</p>
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		<title>Lo Stato asociale e l&#8217;industria della povertà</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/02/03/lo-stato-asociale-e-lindustria-della-poverta/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 23:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nell’immaginario collettivo di tanti italiani la Germania è il paese che per eccellenza funziona bene. C’è un bello Stato sociale, un’economia florida, nessuno evade il fisco e sentendosi parte di una comunità tutti vivono felici e contenti. Un simile quadretto idilliaco è spesso e volentieri conseguenza della barriera virtuale che si erge tra noi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’immaginario collettivo di tanti italiani la Germania è il paese che per eccellenza funziona bene. C’è un bello Stato sociale, un’economia florida, nessuno evade il fisco e sentendosi parte di una comunità tutti vivono felici e contenti. Un simile quadretto idilliaco è spesso e volentieri conseguenza della barriera virtuale che si erge tra noi e una realtà straniera. A dire il vero non basta nemmeno conoscere la lingua per poter comprendere la diversa realtà che ci circonda, bisogna in qualche modo divenirne culturalmente parte. Solo così si incominceranno ad intravedere le falle del sistema, al di là di ogni feticismo dei dati e delle statistiche. Solo in tal modo, magari, eviteremo ancora di parlare della Repubblica federale come un esempio virtuoso in termini di spesa sociale.<span id="more-5029"></span></p>
<p>L’occasione per questo post ci viene dal recente dibattito scaturito qui in Germania dalla proposta del governatore democristiano del <em>Land</em> dell’Assia, Roland Koch, secondo il quale sarebbe possibile battere la piaga dei parassiti percettori di sussidi sociali, obbligandoli a svolgere una qualsiasi attività di cosiddetta “pubblica utilità”. Beninteso, il problema esiste. Si calcola che nella sola regione di Berlino (sì, quella che vive alle spalle degli altri, essendo <a href="http://www.morgenpost.de/berlin/article1135758/Berlin_hat_jetzt_60_Milliarden_Euro_Schulden.html">tecnicamente in bancarotta da anni</a>) il 60% ottenga il sussidio proditoriamente. Così come è congegnato Hartz IV, erogato a disoccupati e a lavoratori con entrate molto basse, è d’altra parte un formidabile strumento di disincentivo al lavoro, tanto che l’ipotesi che l&#8217;entità dei contributi ad oggi in vigore venga tra qualche settimana aumentata <em>ope iudicis</em> dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe è uno scenario da film dell’orrore. <a href="http://www.insm-oekonomenblog.de/allgemein/hartz-ist-zu-teuer/">Come scriveva</a> Frank Schäffler (FDP) qualche tempo fa sul blog della <em>Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft</em> tale riforma degli ammortizzatori sociali voluta da Gerhard Schröder, pur partendo da obiettivi condivisibili, ossia la razionalizzazione del moloch welfaristico di stampo bismarckiano, ha prodotto un aumento delle uscite e non una sua diminuzione. E questo persino a fronte di un calo dei disoccupati nel biennio 2007-2008.</p>
<p>Tornando a Koch, la proposta in questione è tutto fuorché innovativa. Queste persone esistono già, sono circa un milione e seicentomila e ufficialmente non appaiono nelle statistiche quotidiane sul tasso di disoccupazione: nel gergo quotidiano si chiamano <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Working_opportunities_with_additional_expenses_compensation"><em>1-Euro-Jobber</em></a>. Al riguardo l’emittente televisiva ARD ha prodotto un eccellente reportage, dal titolo “<em>Die</em> <em>Armutsindustrie</em>”, l’industria della povertà. Per chi sa il tedesco qui il link alle tre parti (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=9XFFV9rb5w8">uno</a>, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=6G42fU8Vsn4">due</a> e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=MtLqFUj-nGw">tre</a>).</p>
<p>In poche parole, dal momento che in passato troppe imprese tedesche hanno delocalizzato in Cina o nell’Est europeo e dal momento che lo Stato tedesco non si può politicamente permettere riforme che consentano una riduzione del costo del lavoro pena una guerra civile scatenata dai sindacati, si è deciso di utilizzare uno schema geniale. A pagare il conto è ovviamente colui che- per dirla con Bastiat- <em>non si vede</em>, ossia il contribuente. L’Agenzia federale per il lavoro manda il disoccupato da un’impresa convenzionata con lo Stato affinché costui possa compiere una sorta di attività di reinserimento o stage di formazione (sic) dai tre ad un massimo di dodici mesi, evitando così che rimanga con le mani in mano. Il disoccupato, già percettore di sussidio sociale, non instaura formalmente alcun rapporto di lavoro con l’impresa, ma di fatto è come se venisse assunto. In questo modo migliaia di società possono godere di manodopera a buon mercato pagata dallo Stato. Solo l’anno scorso l’Agenzia federale per il lavoro ha sborsato circa 7 miliardi per il pagamento di tali minime indennità (tra parentesi: chi è che contribuisce al <em>dumping </em>dei salari?) da versare ai malcapitati. Malcapitati che, come vedrete nel servizio, realizzano perfettamente l’assoluto <em>nonsense</em> insito in questo sistema. Molti non riescono neppure a capacitarsi del motivo per cui, se si manda un normale curriculum con la richiesta di essere impiegati si riceve un due di picche, mentre se si procede attraverso l’Agenzia federale il medesimo datore di lavoro è pronto a farti entrare in azienda&#8230;ma come &#8220;praticante&#8221;. Tutto ciò per dire che se questa è l’alternativa al tanto vituperato “modello mediterraneo”, ebbene no, noi davvero non ci stiamo.</p>
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		<title>Il posto fisso è orrendo. Ma non è in primo luogo un confronto tra Eraclito e Parmenide&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 10:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
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		<description><![CDATA[La minuscola pattuglia dei liberisti (che nel clima culturale in cui viviamo pare ormai quasi pronta a suicidi a ripetizione, sul modello dei dipendenti della France Telecom) ha giustamente reagito inorridita dinanzi all’ennesima esternazione del ministro Giulio Tremonti, ormai uso a farsi più comunista dei comunisti, e solo per tagliare l’erba sotto i piedi dell’opposizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La minuscola pattuglia dei liberisti (che nel clima culturale in cui viviamo pare ormai quasi pronta a suicidi a ripetizione, sul modello dei dipendenti della France Telecom) ha giustamente reagito inorridita dinanzi all’ennesima esternazione del ministro Giulio Tremonti, ormai uso a farsi più comunista dei comunisti, e solo per tagliare l’erba sotto i piedi dell’opposizione o di ciò che ne  resta. E molti miei amici difensori del mercato hanno reagito sottolineando in primo luogo – l&#8217;hanno fatto <a href="../2009/10/19/mioddio-il-posto-fisso-proprio-no/">Oscar Giannino</a> e  <a href="../2009/10/20/io-non-voglio-il-posto-fisso-ma-tremonti/">Piercamillo Falasca su questo blog</a>, e quest&#8217;ultimo anche <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/3615">intervistato dal <em>Foglio</em></a>, ad esempio, e pure <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8384">Alberto Mingardi intervistato sul <em>Giornale</em> da Vittorio Macioce</a> o Carlo Stagnaro su <em>Libero</em> e sul <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/3617"><em>Foglio</em>,</a> e altri ancora – come la vita sia dinamismo e cambiamento, come una società aperta implichi anche e soprattutto mobilità sociale, e infine come sia antistorico e infine del tutto “novecentesco” – per usare <a href="http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/occupazione/no-brunetta/no-brunetta.html">espressioni impiegate da Renato Brunetta</a> – questo tentativo di rigettare l’aleatorietà e l’incertezza che caratterizzano ogni società.<span id="more-3370"></span></p>
<p>Sono argomenti che sottoscrivo interamente, e che mostrano quanto la mentalità comune e lo statalismo intellettuale siano in rivolta contro la vita stessa e la sua complessità. Tutti i dibattiti degli ultimi decenni sul “principio di precauzione” e sull’idea di un’esistenza senza rischi (e quindi, ma questo pochi lo capiscono, senza opportunità) rinviano a schemi difensivi: il <em>welfare State</em> ha prodotto una società chiusa, pessimista, che teme ogni novità perché è persuasa che sarà quasi certamente di segno negativo.</p>
<p>Tutto questo è giusto, ma forse non tocca la questione centrale. Perché in fondo, se non si pretende di costruire su ciò una filosofia politica e una teoria della giustizia che incarichi lo Stato di ingessarci tutti, si può anche prediligere l’Essere al Divenire. Io vivo in una città in cui un anziano professore di filosofia teoretica è fermamente persuaso che nulla muti, mai, e che in realtà la sola idea che qualcosa appaia e scompaia è una fatale manifestazione di nichilismo. Essere parmenidei potrà anche essere bizzarro e certamente espone a molteplici critiche di natura filosofica, ma è del tutto legittimo. A qualcuno piace il movimento, ad altri la stasi: punto e a capo.</p>
<p>La questione del posto fisso è però un’altra, perché l’idea del nostro ministro è che chi oggi ha un posto debba mantenerlo indipendentemente dal fatto che quel posto sia accompagnato ad un servizio. In un mercato libero, un’azienda che avesse deciso di produrre <em>floppy disk</em> o qualche altro prodotto ora uscito di mercato si troverebbe ora di fronte a un bivio: chiudere o fare altro. In un mercato libero, i posti permangono nel tempo se sono “produttivi”, cioè se sono associati a un lavoro che altre persone apprezzano e gradiscono. Sopravvivono se sono “sociali”. Se rispondono a domande e quindi ad esigenze altrui.</p>
<p>Il tremontismo non è tanto una teoria della stasi o della conservazione, e neppure una semplice preferenza (in fondo anch’essa legittima) per i bei tempi andati (le stufe a legna, la famiglia patriarcale, le case senza televisione ma con la toilette all&#8217;aperto, e via rammentando), ma semmai è una <strong>teoria del parassitismo</strong>. È una concezione intimamente violenta dei rapporti sociali, in cui chi ha conquistato una posizione – quale essa sia – pretende di detenerla a scapito degli altri: usando la cogenza della forza pubblica e della redistribuzione economica per sottrarre “valore-lavoro” &#8211; usiamo un vocabolo che sta nel linguaggio marxiano: chissà che qualcuno capisca &#8211; ad altre persone. (Sulla questione del parassitismo politico si veda questa <a href="http://www.heos.it/file-pdf_liberi/Cidas_A_Vitale.pdf">bella lezione di Alessandro Vitale</a> tenuta di recente a Torino per il Cidas.)</p>
<p>Non è allora questione di stabilità vs. movimento, perché va anche detto che ci sono buone cose anche nella stabilità: purché essa non sia il risultato di procedure aggressive. In linea di massima, gli imprenditori temono moltissimo – ad esempio – la mobilità dei loro dipendenti, perché se uno di loro se ne va, con lui si perde anche un insieme di conoscenze e garanzie. Si deve selezionare e assumere un nuovo dipendente, formarlo, aspettare che cresca. Gli imprenditori che amano la stabilità, però, non possono pretendere di incatenare il dipendente alla propria azienda: sul libero mercato questo non può avvenire.</p>
<p>Nel suo populismo, invece, Tremonti propone qualcosa di simile. Se volesse davvero realizzare la propria utopia statocentrica, dovrebbe costringere chiunque a lavorare perpetuamente  per la collettività, affinché chi ha solo un posto, e non svolge alcun servizio al prossimo, rimanga dove è ora. E certo a poco gli servono psicologismi e sociologismi per mascherare la vera natura delle sue tesi.</p>
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