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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Obama</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Indignados a Wall Street, Tea parties e media con gli occhiali</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 14:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[finanza]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Panorama Economy
I media italiani – in minor misura quelli europei – sono impazziti di gioia all&#8217;idea che gli indignados siano anche a Wall Street. Si sprecano i paragoni tra i protestatari nel distretto finanziario di New York e quelli di piazza Tahrir al Cairo, si inneggia al fatto che il cuore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Panorama Economy</em></p>
<p>I media italiani – in minor misura quelli europei – sono impazziti di gioia all&#8217;idea che gli indignados siano anche a Wall Street. Si sprecano i paragoni tra i protestatari nel distretto finanziario di New York e quelli di piazza Tahrir al Cairo, si inneggia al fatto che il cuore pulsante del malandato capitalismo finanziario mondiale registri finalmente grida come quelle riservate a Mubarak, Assad, Gheddafi o Ben Alì. Lasciamo perdere poi la ventata d&#8217;indignazione quando la polizia di New York, violato l&#8217;impegno da parte dei manifestanti di continuare a stare sui marciapiedi per non intralciare il traffico, ha per ore arrestato tutti coloro che trasgredivano. Manco si trattasse delle botte al G8 di Genova! Mentre a New York in caso di intralcio al traffico si viene fermati sì dalla polizia, ma rilasciati dopo poco con un biglietto pubblico di ammenda, che attesta la tua violazione e che resta nell&#8217;archivio che ti riguarda, dovesse far precedente a reati più seri della mera contestazione amministrativa. Per quel che conosco dell&#8217;America e di Nerw York, mi pare che l&#8217;enfasi di questi echi mediatici italo-europei scambi – capita spesso – ciò che si vede con ciò che si vorrebbe. <span id="more-10202"></span>Magari più avanti verrò smentito. Ma per il momento chiunque abbia girato con telecamere e notes tra i manifestanti a Wall Street ha documentato la classica somma iperindividualista e non coordinata delle fasce estreme di contestazione antisistema, che nel mondo politico americano non trovano praticamente espressione. Sostenitori dell&#8217;aliquota fiscale al 90% per i ricchi, nazionalizzatori di banche e finanziarie, abolizionisti non solo degli hedge fund ma pressoché di qualunque fondo d&#8217;investimento, altre consimili amenità. Naturalmente molti disoccupati vittime della crisi, e su questo c&#8217;è poco da ridere, in America come da noi. Mi è scappato da ridere vedendo nei filmati un manifestante che inalbera fiero il cartello “End the Fed!”: non so quanti capiscano al volo che si tratta senza dubbio di un iperlibertario e non di un comunista, visto che è il titolo del libro-manifesto di quell&#8217;ipermercatista di Ron Paul, che al Congresso presiede il comitato finanziario, sparando a zero contro gli eccessi del pubblico che gli indignados invocano.</p>
<p>Nicholas Kristof, editorialista liberal del New York Times e solidale con la protesta, dopo aver intervistato marciatori e attendati ha dovuto anch&#8217;egli ammettere sconsolato che tra loro non c&#8217;è al momento neanche l&#8217;ombra di un coordinamento rappresentativo, né un obiettivo credibile. Tant&#8217;è che nel videoditoriale  sul sito del giornale ci pensa lui, a dettare le priorità al movimento.La Tobin Taxsulle transazioni finanziarie che la buona Europa lei sì che pensa di introdurre, mentre Obama è contrario. L&#8217;abolizione degli sgravi ai dividendi azionari, che interessano oltre il 50% dei contribuenti americani e sostengono l&#8217;investimento di massa nel mercato finanziario ma sono odiosi a chi ha solo redditi da lavoro. L&#8217;abolizione delle agevolazioni d&#8217;imponibile per i gruppi multinazionali e per i fondi finanziari che operano all&#8217;estero. Più regolazione sul mondo finanziario e  bancario, ma non scritta dai fat cats delle banche d&#8217;affari, ancora una volta determinanti nella riforma approvata sotto Obama.</p>
<p>Lo scrittore Gay Talese ha solluccherato i nostri corrispondenti, dichiarando che lo scandalo vero è che i grandi giornali americani non si mettano alla testa della protesta come invece grazie a Dio capita in Europa, perché negli States sono troppo sensibili alle ragioni della business community.    Ma è anche questa un&#8217;esagerazione, visto che pure qui da noi non è che i grandi giornali siano in mano ai no global.</p>
<p>Le pillole che ricavo della protesta a Wall Street sono tre. Primo: al momento, nulla mette in discussione che la vera reazione di massa alla crisi finanziaria sia stata in America quella dei Tea Parties. Una reazione agli eccessi di mano pubblica come risposta alla crisi, però. E tanto forte e coordinata malgrado fosse popolare e fuori dai partiti da modificare in profondità profilo e fisionomia dei candidati repubblicani. Naturalmente, tutte cose che non esaltano i media europei. Secondo: i guai del modello d&#8217;intermediazione finanziaria “tuttodebito” restano eccome, ed è un segno pauroso dell&#8217;inadeguatezza della govenrance euro-americana, a 50 mesi dall&#8217;inizio della crisi sui mercati a giugno2007, a3 anni dal crac Lehman, a 2 anni dalle elezioni greche. Ma obiettivamente &#8211; terza pillola -  quei guai e i loro rimedi auspicabili son cosa molto diversa dal più tasse e più spesa pubblica invocati dagli ipersemplificatori di tutti i continenti, siano essi militanti politici e sindacali come in Europa, o cani sciolti come in America.</p>
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		<title>Nord e Sud si spaccano, nella Ue e in Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Aug 2011 07:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
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		<description><![CDATA[Si vuole qui parlare del Sud, del Sud per l&#8217;ennesima volta dimenticato come priorità di crescita nazionale.  Ma c&#8217;è una premessa obbligatoria . Purtroppo, la disastrosa giornata di ieri sui mercati europei e americani dimostra l&#8217;esatto opposto di quanto ripetono i politici. A loro giudizio è la globalizzazione a essere colpevole, e occorre mettere la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si vuole qui parlare del Sud, del Sud per l&#8217;ennesima volta dimenticato come priorità di crescita nazionale.  Ma c&#8217;è una premessa obbligatoria . Purtroppo, la disastrosa giornata di ieri sui mercati europei e americani dimostra l&#8217;esatto opposto di quanto ripetono i politici. A loro giudizio è la globalizzazione a essere colpevole, e occorre mettere la mordacchia ai mercati. Di fatto, è vero l&#8217;opposto. Semplicemente, i politici dei Paesi avanzati mostrano mese dopo mese di non avere la minima idea delle conseguenze di ciò che dicono in un&#8217;economia globalizzata, e di ciò che non fanno. E i mercati reagiscono nell&#8217;unico modo in cui chi non capisce e e chi non è d&#8217;accordo sanziona chi tenta di metterti sotto: lo puniscono duramente.<span id="more-9921"></span></p>
<p>Verrebbe da dire che c&#8217;è un mezzo gaudio, nel constatare che mentre la Borsa di Milano perde il 6,6% con le banche nuovamente a picco, anche Francoforte e Parigi perdono il 5%, anche Londra e Wall Street perdono oltre il 4%. In realtà, c&#8217;è da aver semplicemente paura. Perché o la politica cambia marcia, a Washington, a Berlino e a Parigi, oppure diventerà presto drammaticamente vero ciò che ieri per la prima volta ha previsto Morgan Stanley, e cioè che il mondo avanzato a 3 anni di distanza dal crac Lehman Brothers si avvia a riprecipitare nella recessione.</p>
<p>Se la politica dei Paesi avanzati crede di andare avanti con debiti pubblici esplosi, dovrebbe rassicurare i mercati della loro sostenibilità attraverso credibili piani di rientro, commisurati a far crescere anche chi è in difficoltà, e con misure e riforme finanziarie condivise tra America e Stati Uniti. Se invece Sarkozy e la Merkel propongono una tassa sulle transazioni finanziarie, e Obama reagisce al downgrading del debito americano facendo aprire inchieste alla Sec contro le banche europee che si finanziano in America, l&#8217;unica cosa che i mercati capiscono è che i politici hanno perso la trebisonda. E allora i mercati crollano. Perché l&#8217;America dovrebbe cambiare tono e tagliare il proprio eccesso di spesa pubblica senza più credere che il dollaro come valuta mondiale la renda intoccabile. Al contempo, la Merkel dovrebbe capire che la linea sin qui seguita di far andare in deflazione i Paesi eurodeboli è partita da premesse e meriti giusti e condivisibili, ma è stata condotta in una maniera sbagliata, perché anche la Germania si sta piantando. Sarkozy dovrebbe capire che le tasse contro la finanza, in un momento di politica priva di credibilità, mandano solo le banche e il risparmio a tappeto.</p>
<p>Ma non è finita qui. E vengo al Mezzogiorno. Ieri, mi sono letteralmente indignato. Non c&#8217;è solo l&#8217;irrealistica Tobin Tax contro i mercati proposta da Parigi e Berlino, ad aver provocato il collasso dei mercati. La picchiata è avvenuta anche per un&#8217;altra proposta franco-tedesca, ancor più demenziale a mio giudizio. E&#8217; stata la S<span style="font-family: Times New Roman,serif;">ü</span>ddeutsche Zeitung l&#8217;altro ieri a rivelarla. Preferivo pensare fosse una bufala, ma le cancellerie dei due Paesi euroleader non l&#8217;hanno smentita. Di conseguenza, i mercati sono esplosi.</p>
<p>Di che cosa si tratta? Di diminuire o sospendere i fondi strutturali europei ai Paesi che non siano virtuosi sul bilancio. Io da anni scrivo, propongo e mi batto perché in Costituzione approviamo anche in Italia una misura del tutto analoga a quella prevista nella Legge Fondamentale germanica, e cioè l&#8217;azzeramento del deficit pubblico. E aggiungo che vorrei un tetto al prelievo fiscale su persone e famiglie votato ogni anno dal Parlamento, come in Germania. Dunque non sono sospettabile di comprensione alla scarsa virtù. Ma sospendere i fondi strutturali a chi è in difficoltà è una cretinata in termini economici da lasciare senza fiato. Persino per chi, come me, critica sempre l&#8217;euroillusione di aver adottato una moneta unica in mercati che restano separati e con curve di costo diverse. Perché i fondi strutturali, coevi all&#8217;idea stessa di Unione Europea, nascono e si sono nel tempo evoluti per sostenere lo sforzo di convergenza a favore di chi aveva ereditato economie meno avanzate ed efficienti, ponendo come obiettivo la media europea dei redditi delle popolazioni come criterio per dosarli a favore di chi ne era più distante. La politica economica è fatta – almeno per chi ne ha una minima idea &#8211; proprio di misure che distinguono le correzioni anche energiche di breve termine dalla necessità di sostenere la convergenza verso l&#8217;alto a medio e lungo termine. Minacciare il venire meno dei fondi significa dire che l&#8217;Unione europea non c&#8217;è più, perché le popolazioni che si trovano a pagare il maggior costo del loro mancato sviluppo vengono private anche della possibilità di realizzarlo, sia pure in ritardo e a costo di sacrifici, grazie al sostegno europeo. E non perché a Berlino e Parigi siano tenuti alla carità cristiana. Ma perché sini qui almeno a parole è interesse comune dell&#8217;Europa che tutti producano, consumino, guadagnino e risparmino di più.</p>
<p>Per questo avrei voluto ieri che uno statista italiani, sentiti i governi di tutti i Paesi europei alle prese con difficoltà di ordine diverso, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo all&#8217;Irlanda e via continuando, dichiarasse immediatamente che questa proposta franco-tedesca sbagliata e assolutamente da ritirare. Non perché sarebbe solo il Mezzogiono italiano, a essere colpito in maniera sanguinosa nelle sue possibilità di riscatto dalla ghigliottina ai fondi destinatigli per il sessennio 2014-2020, di cui l&#8217;anno prossimo si discuterà a Bruxelles e nei Consigli europei. Ma perché l&#8217;idea stessa di Europa, verrebbe meno.</p>
<p>Purtroppo, il governo italiano ieri non ha levato la sua voce. E&#8217; un errore grave. Non è così, che si riacquista credibilità per le decine e decine di miliardi di euro che ancora non abbiamo speso, per incapacità delle macchine amministrative regionali e centrali, dei fondi assegnatici negli anni 207-2013. Non è così, che si ridiventa virtuosi agli occhi degli altri governi e dei mercati. Anzi, non averlo fatto spiega perché il Sud e la sua crescita &#8211; questione nazionale perché senza ripresa e occupazione giovanile e femminile al Sud non c&#8217;è ripresa del Paese – mancano clamorosamente di essere presenti come priorità nella manovra bis appena varata dal governo. Su chi si abbatterebbe la scure degli accorpamenti di Comuni piccoli, se non al Sud per la diversa storia locale che ha portato a unità amministrative più piccole e col tempo più spopolate? Dove si concentrano, il più delle società partecipate e controllate dalle Autonomie locali da dismettere per ragioni di efficienza, se non nel Mezzogiorno? Molti di voi diranno: colpa del Sud, e anzi finalmente si inizia ad affondare il coltello. E&#8217; vero a metà: se non si adottano al contempoincentivi perché il Sud  possaacrescere occupazione e sviluppo,  Usemplicemente si compiace l&#8217;idea dei politici locali che esso abbia più bisogno di assistenzialismo.</p>
<p>Umberto Bossi l&#8217;ha detto e ripetuto, in questi giorni. Se il governo non mette mano a una correzione dei tetti di età pensionabile per anzianità e vecchiaia, è per continuare a far andare prima in pensione i lavoratori del Nord, entrati nel mercato del lavoro molto prima di quelli meridionali, che comunque ci riescono in percentuali molto più basse. Terremo duro e comunque se l&#8217;Italia andrà in pezzi meglio per noi, ha aggiunto Bossi, che non parlava così da anni. Sia detto senza offesa per nessuno, ma è lo stesso ragionamento che su più vasta scala e con ben altri titoli sta facendola Merkel a nome della Germania “forte”. Apparentemente sembrano ragioni forti. Invece, bisogna avere fegato e intelligenza per dire la verità: sono fesserie. Perché più divisi siamo, più divisi in Europa come più divisi in Italia, più deboli siamo tutti nel mondo della crescita e del risparmio a guida cinese e indiana.</p>
<p>Alcuni di noi &#8211; lo so bene &#8211; sono in realtà convinti da sempe che meglio divisi che uniti nell&#8217;errore.: tanto tra Nord e Sud d&#8217;Europa, che tra Nord e Sud d&#8217;Italia.  Ma la cosa stupefacente è che a dare una mano potente a questa divisione siano politici che dicono, in Europa come a Roma, di volere l&#8217;esatto opposto.</p>
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		<title>Il petrolio e la speculazione pubblica</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 09:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>
		<category><![CDATA[riserve strategiche]]></category>
		<category><![CDATA[Scaroni]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Agenzia internazionale per l’energia ha autorizzato il rilascio di 60 milioni di barili di petrolio (prevalentemente di buona qualità) per controbilanciare l’interruzione della produzione libica. Questa decisione ha scatenato un interessante dibattito tra favorevoli e contrari ma, soprattutto, dà lo spunto per tornare a parlare di petrolio, speculazione, scaronate e tremontate. Ma andiamo con ordine.
Le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Agenzia internazionale per l’energia ha <a href="http://finanza.lastampa.it/Notizie/0,434583/Petrolio_dall_IEA_60_milioni_di_barili_per_un.aspx">autorizzato</a> il rilascio di 60 milioni di barili di petrolio (prevalentemente di buona qualità) per controbilanciare l’interruzione della produzione libica. Questa decisione ha scatenato un interessante dibattito tra favorevoli e contrari ma, soprattutto, dà lo spunto per tornare a parlare di petrolio, speculazione, scaronate e tremontate. Ma andiamo con ordine.</p>
<p><span id="more-9418"></span>Le riserve strategiche sono, per definizione, uno strumento da maneggiare con cautela: dalla loro creazione negli anni <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Strategic_Petroleum_Reserve_(United_States)#History">Settanta</a>, le riserve strategiche americane sono state utilizzate solo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Strategic_Petroleum_Reserve_(United_States)#History">17 volte</a>, sempre in occasione di eventi eccezionali. Prima di oggi, solo in due occasioni è stato deciso un rilascio coordinato da parte delle maggiori economie mondiali. Date le condizioni del mercato – tendenzialmente lungo, ma tale da risentire della rivolta in Libia sia per le sue implicazioni dirette, sia per le conseguenze possibili – è giustificata la scelta di impiegarle per mitigare i prezzi alla vigilia della <em>driving season</em> 2011?</p>
<p>Sul <em>New York Post</em>, <a href="http://www.nypost.com/p/news/opinion/opedcolumnists/desperation_move_Go04PfapAdG0bi4Ab9VU9K">Nicole Gelinas</a> spiega perché non è una buona idea. Da un lato, in questo modo si impedisce al mercato di fare il suo mestiere (cioè prezzare le <em>commodity</em>). Dall’altro, è un sussidio implicito alle banche americane e ai bilanci pubblici europei spaventati dal crack greco. Mantenere i prezzi petroliferi relativamente bassi, infatti, serve a dare un poco di respiro all’economia e dunque rimandare le decisioni più drastiche. In breve,</p>
<blockquote><p>We need to burn up some of that bad debt, and let lenders suffer the free-market consequences of their bad decisions. A brief oil gusher may confuse markets for a while, but Western economies won&#8217;t leave the doldrums till our leaders face reality.</p></blockquote>
<p>Gelinas sembra esprimere un pensiero condiviso da molti nel settore, tanto che <a href="http://www.ogj.com/index/article-display/2101514906/articles/oil-gas-journal/exclusive-online-features/market-journal/20100/july-2011/spr-oil_release__equivalent.html">Sam Fletcher</a>, sul prestigioso <em>Oil &amp; Gas Journal</em>, paragona la decisione di Barack Obama e degli altri leader mondiali al secondo round di “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Quantitative_easing">quantitative easing</a>” – l’arma di distruzione di massa di cui le banche centrali hanno fatto uso e abuso negli ultimi anni di cui si è spesso occupato <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/quantitative-easing/">Oscar Giannino</a> qui su Chicago-blog.</p>
<p>La pensano diversamente Jerry Taylor e Peter Van Doren (autori, in passato, di un bellissimo <a href="http://www.cato.org/pub_display.php?pub_id=5197">studio</a> in cui spiegano perché le reserve strategiche andassero abolite – e su questo siamo perfettamente d’accordo). Nella sostanza, in un articolo su <em>Forbes </em><a href="http://www.forbes.com/2011/06/27/strategic-petroleum-reserve.html">Taylor e Van Doren</a> difende la mossa in termini pragmatici: come dimostra l’escalation dei prezzi siamo in presenza di una emergenza dal lato dell’offerta. Le riserve strategiche servono appunto in questo tipo di evenienza: sarebbe meglio se non ci fossero (perché i loro costi nel lungo termine non giustificano i benefici nelle poche occasioni in cui servono), ma, visto che ci sono, tanto vale usarle. In verità la loro tesi è più radicale: in pratica suggerisce di svuotare le risere ora che i prezzi sono alti (col duplice risultato di far affluire risorse preziose nelle casse pubbliche e calmierare i prezzi) senza riempirle più.</p>
<blockquote><p>So what should we do with this massive reserve of crude oil if its original mission is pointless? Well, we can mindlessly hoard crude oil at the taxpayer&#8217;s expense or start selling it off while the selling is good. We opt for the latter.</p></blockquote>
<p>Intellettualmente si tratta di una posizione onesta e corretta, ma politicamente mi pare ingenua. Infatti, credo che sia al di fuori delle opzioni possibili. La scelta vera è se usare le riserve strategiche (per poi ricostituirle passata la buriana) oppure non usarle. Io sono per la seconda opzione, essenzialmente perché il mercato sa fare una sola cosa (e serve appunto per quella): misurare la scarsità presente e prevedere la scarsità futura. Ogni intervento pubblico per annacquare il suo giudizio si giustifica solo con risultati di breve termine, ma non fa altro che amplificare i problemi di lungo termine. Nel caso specifico, una temporanea riduzione dei prezzi incentiva il sovra-consumo di petrolio e pone le premesse per un disastro più grande nel caso in cui il problema libico dovesse durare più del previsto o trasmettersi ad altri paesi produttori più importanti.</p>
<p>Il che ci porta alla discussione più ampia sulla speculazione. In passato (e su un <a href="http://realismoenergetico.blogspot.com/">altro blog</a>) ho spiegato perché la speculazione (cioè, in sostanza, l’effetto dei mercati finanziari sui prezzi del petrolio) <a href="http://realismoenergetico.blogspot.com/search/label/Petrolio">fa più bene che male</a>. Molti non la pensano così. Il bello è che la soluzione da loro proposta è, generalmente, <em>più speculazione ancora </em>– da parte pubblica, però. Va in questa direzione una proposta (se preferite, un <em>ballon d’essai</em>) lanciato tempo fa dall’amministratore delegato dell’Eni, <a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=200905251156001752&amp;chkAgenzie=PMFNW&amp;sez=news&amp;testo=petrolio&amp;titolo=Petrolio:%20Scaroni,%20serve%20un%20watchdog%20per%20stabilizzare%20prezzi">Paolo Scaroni</a>, che ha riscosso il plauso, tra gli altri, di Giulio “<a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201010articoli/59265girata.asp">la speculazione è ancora a piede libero</a>” Tremonti. Ecco l’idea di Scaroni:</p>
<blockquote><p>La proposta di Eni prevede &#8220;la creazione di un&#8217;agenzia internazionale per il petrolio che rappresenti sia i produttori che i consumatori. Manca oggi &#8211; ha spiegato Scaroni &#8211; un watchdog di tutto il settore petrolifero mondiale&#8221; e in seguito a questa assenza &#8220;mancano gli strumenti per descrivere il mercato e fare previsioni su di esso. Bisogna che il mondo si doti di uno strumento rappresentativo di tutti&#8221;. Eni inoltre propone di &#8220;mutuare dal mondo elettrico il capacity payment&#8221;, per cui &#8220;si remunera chi investe evitando che la capacita&#8217; di riserva si azzeri&#8221;. Scaroni ha poi aggiunto che e&#8217; necessario prevedere &#8220;un fondo che remuneri i Paesi produttori quando i prezzi del petrolio scendono troppo&#8221;. Infine, nella proposta di Eni, figura un &#8220;coordinamento mondiale delle scorte di petrolio e dei prodotti finiti&#8221;.</p></blockquote>
<p>Per capirne la natura, bisogna dare una definizione di speculazione. Come ha ricordato <a href="http://phastidio.net/2008/07/22/quei-due-diversi-significati-della-parola-speculazione/">Mario Seminerio</a> a suo tempo, la speculazione (in senso generale) significa semplicemente comprare a poco, accumulare, e vendere a tanto. Normalmente questo consente allo “speculatore” di fare un sacco di soldi (e lo mette a rischio di perderne altrettanti) ma ha effetti limitati sul mercato. Solo in condizioni particolari un singolo soggetto ha la forza di influenzare l’andamento dei prezzi: in quel caso si dice che il mercato è stato “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cornering_the_market">messo nell’angolo</a>”. In breve, la ricetta di Scaroni e di quelli che la pensano come lui per combattere la speculazione è creare la grande madre di tutti i fondi speculativi. Cioè costituire un fondo, gestito dalla comunità internazionale, capace di muovere così tanto petrolio da far salire i prezzi quando sono “troppo bassi” e farli scendere quando sono “troppo alti”. La domanda a cui né Scaroni né altri possono rispondere è cosa significa “troppo alti” e “troppo bassi”. E anche se queste espressioni potessero avere un significato (diverso da quello che gli dà il mercato, cioè dal prezzo che osserviamo quotidianamente) non si capisce perché questo dovrebbe interessare agli attori pubblici: i quali perseguono obiettivi più prosaici quali favorire gli amici, vincere le elezioni, eccetera.</p>
<p>In conclusione, è davvero paradossale che l’unica alternativa alle “locuste” sia una super-locusta comandata dai politici. Una locusta di cui abbiamo un saggio in questi giorni, attraverso l’intervento coordinato dei governi per inondare il mercato di una quantità di greggio pari a quella che sarebbe stata prodotta dalla Libia. (Peraltro, come documenta <a href="http://www.amazon.it/prezzo-petrolio-Storia-storie-memorie/dp/8874932723/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1309339565&amp;sr=1-1">Massimo Nicolazzi</a> c’è anche un aspetto perverso: proprio perché il ricorso alle riserve strategiche ha i crismi dell’eccezionalità, c’è il rischio che esso scateni il panico, se gli operatori del mercato si convincono che tale decisione deriva da informazioni in mano ai governi, di cui il mercato non è a conoscenza, che fanno temere sviluppi più negativi del previsto). Il problema, comunque, è che l’interruzione della produzione libica non è un avvenimento marziano, ma una vicenda terrena: è uno di quei rischi che il mercato sa, può e deve gestire. Va bene intaccare le riserve strategiche se questa è l’ultima volta. Ma se non lo è – e non lo è – allora lasciamole stare. A ciascuno il suo mestiere. Il mestiere dei politici non è fissare il prezzo del petrolio.</p>
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		<title>Il budget di Obama: perché no, e cosa dice a noi</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 11:09:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; davvero forte e credibile, la proposta di budget avanzata da Obama come mano tesa verso il nuovo Congresso, in cui i repubblicani dopo il midterm controllano saldamente la Camera dei Rappresentanti. Mi piacerebbe poter dire di sì, visto che in termini di exit strategy è molto forte l&#8217;impulso che dagli Usa si propaga nel mondo, quanto a politiche fiscali e monetarie. Devo tuttavia deludere il lettore. Dal mio punto di vista la risposta è no. Per due ordini di ragioni, che non c&#8217;entrano nulla con il giudizio politico ma dipendono dai numeri. La prima ha a che vedere con la scelta tecnica che ha portato ai tanto decantati tagli annunciati di spesa. La seconda, con l&#8217;indicatore essenziale che dovrebbe essere considerato prioritario per orientare le politiche pubbliche.<span id="more-8385"></span></p>
<p>La Casa Bianca concentra 400 degli annunciati 1100 miliardi di dollari di tagli alla spesa nel decennio sulla spesa discrezionale non destinata alla Difesa. Tale aggregato ammonta a circa il 13% del totale della spesa pubblica federale. Già questo basta a far capire che siamo lontanissimi da qualunque seria exit strategy rispetto al riequilibrio del bilancio. Quando il deficit pubblico annuale è intorno all11 e rotti per cento del GDP statunitense quest&#8217;anno e ci si propone di ridurlo alla metà  è inutile girarci intorno, è sul 100% della spesa pubblica che occorre lavorare di accetta dove utile, e di bulino dove necessario, per recuperare credibilmente i margini di un azzeramento del deficit in pochi anni. Su questo hanno ragione i repubblicani: non solo la manovra di Obama resta per un terzo appoggiata su tasse aggiuntive, ma quando bisogna dare un&#8217;energica inversione di rotta di tale portata è inutile concentrarsi solo sugli orpelli, bisogna rivedere gli <em>entitlements</em>, i diritti quesiti del welfare su sanità e pensioni. Temo che sia una lezione che non vale solo per l&#8217;America, se capite di che cosa sto parlando. Per azzerare deficit di questa portata, o come nel caso italiano di invertire energicamente un debito pubblico che sta quasi al 119% del Pil,n se la politica parla di “lotta agli sprechi” vuol dire semplicemente che sta eludendo il problema. Ed è una pessima politica.</p>
<p>Aggiungo: poiché per 5 anni la spesa discrezionale non per la difesa verrebbe semplicemente bloccata ai livelli attuali per poi procedere ai tagli riconducendola al livello del 2008, l&#8217;Amministrazione tiene per buona la base 2010 che ha visto quell&#8217;aggregato elevarsi sino a 614 miliardi di dollari, mentre a fine dicembre i primi tagli portati dai repubblicani l&#8217;hanno ridotta per i mesi dell&#8217;esercizio provvisorio dell&#8217;anno in corso a quota 539 miliardi. La differenza proiettata nel primo quinquennio “mangia” tutti i tagli annunciati in quello successivo. Senza contare che, nella spesa non discrezionale, il budget propone ulteriori aumenti di spesa in deficit largamente sottostimati, visto che per esempio la sola spesa per investimenti  trasportistici sale a 246 miliardi nel decennio, mentre per l&#8217;istruzione si dispone l&#8217;assunzione di altri 100 mila insegnanti di matematica e materie scientifiche.</p>
<p>Infine: mi rendo conto che sia ancora più impopolare, ma a restare sbagliato è l&#8217;indicatore principe che gli USA continuano a indicare a tutti i Paesi colpiti dalla crisi come il faro a cui ancorare le politiche. E&#8217; la disoccupazione, dicono i consiglieri di Obama. Per questo continuano a crededre che per ogni dollaro levato al contribuente e speso per assumere qualcuno che il mercato non occuperebbe di suo se ne generi uno e mezzo, mentre restituendo un dollaro di minori tasse se ne genera meno di uno. I keynesiani sono convinti che i consumi siano il volano di tutto. Ma non è così nemmeno in un Paese in cui generano quasi il 70% del GDP come negli Usa. Sono gli investimenti, il vero indicatore primario al quale dovrebbe guardare il politico., per noi seguaci della scuola austriaca. Nelle grandi crisi si riallinea verso il basso la sovraccapacità generata da investimenti facili aiutati da tassi d&#8217;interesse troppo bassi, e la disoccupazione sale naturalmente. Ma per farla scendere fisiologicamente – non per mero effetto di droga pubblica – occorre che le imprese tornino a giudicare conveniente reinvestire. Il politico e il regolatore devono pensare a tassi d&#8217;interesse non troppo bassi e a basse tasse per incentivarli, mentre per i keynesiani vale l&#8217;opposto. Fatto sta che Obama continua ad accumulare debito pubblico a vagonate ma anche quest&#8217;anno la disoccupazione resterà sopra il 9% per le stesse previsioni della Casa Bianca. Mentre gli investimenti americani da metà del 2010 hanno smesso di riprendere parte di quei 6 punti di Pil in meno accumulati nella grande botta del 2009 – erano passati dal 17% all&#8217;11% del Gdp.  Ricostuite le scorte ed esauriti gli investimenti capital intensive da sempre collegati all&#8217;espulsione della manodopera, le imprese non si fidano né dei consumi interni, né soprattutto delle tante tasse che all&#8217;enorme debito pubblico inevitabilmente si associano. Direi che anche questa, è una lezione che vale anche a casa nostra.</p>
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		<title>Come tagliare il deficit del 9% di Pil: a Londra però</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 16:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è di che riflettere, per i tanti politici italiani che da due anni a questa parte ripetono che tutto sommato ce la passiamo molto meglio dei Paesi anglosassoni, le cui banche all&#8217;aria hanno fatto esplodere il debito pubblico.  E&#8217; verissimo. Ma da Londra è venuta una risposta di segno opposto allo statalismo krugmanista che continua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è di che riflettere, per i tanti politici italiani che da due anni a questa parte ripetono che tutto sommato ce la passiamo molto meglio dei Paesi anglosassoni, le cui banche all&#8217;aria hanno fatto esplodere il debito pubblico.  E&#8217; verissimo. Ma da Londra è venuta una risposta di segno opposto allo statalismo krugmanista che continua a dominare l&#8217;America di Obama, vedremo con quale frenata elettorale nelle ormai vicine elezioni del Midterm. La manovra finanziaria varata ieri dal governo Cameron ha un solo aggettivo per essere compresa: epocale. Come abbattere il defit pubblico dall&#8217;11% di Pil quest&#8217;anno al 2%, entro soli 4 anni. La più grande correzione di finanza pubblica britannica dal secondo dopoguerra, per intensità e concentrazione temporale superiore addirittura per molti versi alla svolta thatcheriana. ben 94 miliardi di euro di tagli alla spesa, 32 miliardi di nuove entrate. In media, ogni ministero subisce un taglio del 19%, ma la logica non è quella lienare adottata in Italia. Il governo cameron sceglie le sue priorità. le lezioni per l&#8217;Italia? Non è vero che le riduzioni in termini reali di spesa pubblica non si possono fare. Non è vero che, facendole, non si debba scegliere che cosa tagliare tantissimo e che cosa tagliare comunque, ma meno o anche per nulla.<span id="more-7347"></span></p>
<p>Le spese per l&#8217;ambiente, ad esempio, e quelle per la cultura incassano i tagli maggiori, del 28%%. La difesa- di cui tanto si parla perché il Regno Unito resta pur sempre al quarta potenza militare mondiale &#8211; fanno strepitare i militari ma sono solo dell&#8217;8%. I tagli degli apparati ministeriali dell&#8217;Interno, della Giustizia e degli Esteri sono del 24%, ma della polizia solo il 16%. I tagli alle Autonomie sono solo del 7%, quelli alla Casa Reale del 14%. L&#8217;etùà pensionabile viene innalzata di 2 anni da 64 a 66 a cominciare dal 2020, cioè 6 anni prima di quanto previsto sino a ieri, ma 30 miliardi di pounds sono riservati a un piano straordinario per le infrastrutture , soprattutto ferroviarie.</p>
<p>C&#8217;è da imprarare anche quanto al metodo: a tutti i ministeri è stato riservatamente chiesto negli ultimi due mesi di rpeparare due bozze di tagli, uno pari al 25% e uno pari al 40% degli stanziamenti a legislazione invariata. Solo il ministero della Salute e quello allo Sviluppo erano esentati. Il risultato è stato non solo il coinviolgimento preventivo di ciascun ministro e del suo apparato nei tagli selettivi, ma soprattutto ha obbligato ciascuno di essi ad incorporare nelle aspettative un taglio che, alla fine, è stato inferiore a quanto il premier e il cancelliere dello Scacc hiere aveva chiesto a ciascuno. L&#8217;esatto opposto di quanto di solito avviene in Italia, dove da decenni non c&#8217;è ministro che non tenti di sottrarsi con polemiche pubbliche in nome dell&#8217;eccezionalità del proprio portafoglio.</p>
<p>Quanto alle reazioni, Telegraph e Times hanno dato ampia eco alle prime valutazioni dell&#8217;Institute for Fiscal Studies, il più autorevole think tank undipendente britannico in materia di conti pubblici, secondo il quale la manovra è ancora insufficiente. Idem ha fatto il Wall Street Journal. Mentre persino il popolarissimo Sun, invece di cavalcare l&#8217;eslosione di malcontento e protesta che sarebbe avvenuta in Italia all&#8217;indomani, ha presentato ai suoi lettori la decisione con un secco titolo &#8220;Son dolori, ma ne vale la pena&#8221;. Ben 490 mila dipendenti pubblici usciranno dal perimetro degli occupati pagati dal contribuente britannico. Ci pensate, a qualcosa di simile in Italia?</p>
<p>Nell&#8217;Unione europea, il compromesso franco-tedesco appena celebrato sul nuovo patto di stabilità è di segno opposto, e come ho scritto su questo blog penso che le serie storiche mostrino con abbondanza di esempi che posso capire un patto non rigido, ma senza sanzioni automatiche non è credibile. Ci credo che Trichet punti i piedi, e che in Germania tutti i media abbiano sparato a zero contro la cancelliera Merkel, per aver dato il via libera al fronte lassista. Ma il segnale che viene da Londra è di grande speranza, per chi la pensa come noi ed è convinto che crescita e libertà si ottengano meglio con meno spesa pubblica e meno tasse. Finalmente qualcuno nel mondo anglosassone risolleva vigorosamente la bandiera dello Stato leggero, unica condizione perchè sia efficace con chi ha davvero meno del necessario invece di dispensare rendite a lobby di ogni tipo. E lo fa malgrado guidi un governo di coalizione coi Lib-Dems, non proprio una manica di liberisti. Cameron e il suo cancelliere Osborne mostrano che la soluzione Obama &#8211; debiti pubblici galoppanti e banche centrali che li monetizzano &#8211; è fatalmente destinata alla sconfitta politica, oltre che alla stagnazione economica</p>
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		<title>La volpe e il tè</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 09:31:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;L&#8217;ottimo post di Alberto Mingardi da Washington sulla giornata Restoring Honor ha suscitato molti commenti. Luca Fusari torna qui con le sue opinioni sulla peculiarità liberataria dei Tea Parties rispetto allo show Dio-Patria-Famiglia messo in piedi dalla Fox e rispetto alla tendenza GOP di &#8216;riprendere il controllo&#8217; del movimento in vista del midterm. Ma Luca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;L&#8217;ottimo post di Alberto Mingardi da Washington sulla giornata Restoring Honor ha suscitato molti commenti. Luca Fusari torna qui con le sue opinioni sulla peculiarità liberataria dei Tea Parties rispetto allo show Dio-Patria-Famiglia messo in piedi dalla Fox e rispetto alla tendenza GOP di &#8216;riprendere il controllo&#8217; del movimento in vista del midterm. Ma Luca affronta anche il tema della possibilità e opportunità di qualcosa di simile in Italia, come aveva chiesto rilanciando ieri Mingardi su Facebook. Spero che altri vorranno contribuire con le loro opinioni. E&#8217; venuto il momento, di dare all&#8217;iniziativa libertaria-liberista un fremito di energico attivismo, fuori dai partiti per me, nella società italiana?&#8221;  O.F.Giannino<span id="more-6895"></span></em></p>
<p><em>Riceviamo da Luca Fusari e volentieri pubblichiamo</em></p>
<p>Leggendo i commenti alla manifestazione di ieri tenutasi a Washington D.C. il giornalismo italiano dimostra di essere essere alquanto lontano dalla società americana e dall&#8217;obbiettività che dovrebbe caratterizzare i propri articoli giornalistici di analisi dei costumi e della società americana.</p>
<p>La manifestazione di Washington trova la solita macchiettistica definizione di “razzista”, “fanatica”, “xenofoba” più per partito preso (contro) che per i suoi veri significati e contenuti espressi, non riuscendo da parte dei suoi tanti commentatori ad essere analizzata e collocata entro i suoi giusti confini politici da un faziosità giornalistica intenta solo a leggere la politica italiana ed estera entro la stereotipia manichea della propria casalinga faziosità.</p>
<p>Unica eccezione l&#8217;articolo controcorrente<em> <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/08/29/la-pianta-del-te/?utm_source=twitterfeed&amp;utm_medium=twitter">La pianta del tè di Alberto Mingardi pubblicato su questo sito</a>, </em>il quale senz&#8217;altro pone interessanti valutazioni e la giusta contestualizzazione sociale, sociologica e politologica dell&#8217;evento andando implicitamente al di là della manifestazione entro una disamina “alla Tocqueville” degli Usa a pochi mesi dalle elezioni del mid-term entro la complessa galassia del conservatorismo statunitense.</p>
<p>L&#8217;autore parte descrivendo lo show di Glenn Beck ma subito ci indirizza verso una giusta lettura molteplice della società americana conservatrice del tè, la quale è sempre più protagonista e vera &#8220;John Galt&#8221; a fronte dei problemi e dei disastri delle amministrazioni presidenziali americane che si succedono come le bolle economiche finanziarie e l&#8217;incremento del debito pubblico.</p>
<p>Il conservatorismo americano è un mondo umano prima ancora che politico a parte, che certo non può venir descritto in termini riduttivi o semplicistici a partire dalla sola presidenza americana (o dal presidente che vi è insediato) e neppure da alcuni media di riferimento come Fox News o dagli stessi Tea Party.</p>
<p>Proprio questi ultimi sono semmai da valutare nella loro influenza e interazione anche concorrenziale per azione e impatto, come elementi certamente sempre più presenti e visibili sulla scena politica americana, ma paradossalmente incompresi per finalità e prospettive anche in Italia.</p>
<p>Inizio allora a narrare questo spaccato di realtà americana usando la rinnovata metafora &#8220;della volpe e del tè&#8221;, dove per &#8220;volpe&#8221; bisogna intendere Fox News e il suo gran cerimoniere, Glenn Beck, lo speaker televisivo fautore dell&#8217;evento di ieri.</p>
<p>Questi è sostanzialmente un giornalista di matrice neocon, una persona certamente opportunista ma abile e certamente sagace, capace di fare il proprio lavoro su tali lunghezze d&#8217;onda assumendosi i rischi del proprio mestiere.</p>
<p>Egli si è riconverso a tale ruolo di front-man del popolo ma in questo caso la vocazione religiosa c&#8217;entra relativamente poco in prima battuta, in quanto in tempi di crisi e con un presidente americano che all&#8217;estero prosegue la dottrina militare di Bush Jr., con un suo ministro della difesa (Gates) al Pentagono ci sarebbe poco da lamentarsi se non si guardasse ogni tanto faziosamente e incoerentemente al debito pubblico nazionale come arma a cui appigliarsi pur condividendo molti capitoli di spesa (estera).</p>
<p>Dibattere di tasse, disoccupazione ed economia è certamente divenuta una priorità obbligata e Beck lo fa talvolta anche certa una certa obbiettiva qualità, ma francamente il personaggio è quanto più lontano ci possa essere dai valori e dai principi di un autentico conservatore americano.</p>
<p>E&#8217; semmai il segno dei tempi, dell&#8217;ecclettismo e per certi versi della &#8220;schizofrenia politica&#8221; che regna nel conservatorismo americano anche nei media, tra tendenze eterogenee e variegate non sempre compatibili o distinguibili politicamente individualmente e politicamente in prima battuta, ma tutte sotto i riflettori e da accontentare e tener in considerazione in vista delle inevitabili scadenze politiche.</p>
<p>Il fusionismo è allora non certo un aspetto spontaneo ma una necessità trasformista se non di convivenza volutamente dettata dagli eventi, ecco che allora Beck da quando è salito alla presidenza Obama si finge mediaticamente il paladino del popolo contro l&#8217;IRS (agenzia delle imposte) e saltuariamente per libertario perché è suo interesse farlo credere ai telespettatori (partecipanti ai suoi raduni) recitando tale ruolo e guadagnando di audience.</p>
<p>Ieri evidentemente non era il giorno dei principi libertari ma quello della riconversione dei Tea Party partecipanti alla manifestazione verso la solita trita e ritrita logica social-conservatrice e patriottarda neoconiana dell&#8217;establishment GOP.</p>
<p>Quella di ieri è stata una manifestazione che se giustamente analizzata cerca di mascherare “alla bene e meglio” le difficoltà della politica rispetto agli uomini comuni della strada.</p>
<p>I secondi sono molto più avanti dei primi, i media conservatori lo sanno e cercano di tamponare il gap tra partito e piazza laddove i politicanti non ci riescono.</p>
<p>I giornali americani ovviamente nelle loro analisi (e faziosità molto simile a quella italiana) non pongono però in evidenza la difficoltà del conservatorismo se non nei suoi aspetti più mistificanti e non a caso anche la disinformazione giornalistica italiana quasi tutta liberal o partigiana per il GOP (in rare eccezioni) tende a sottovalutare tali questioni, ponendo piuttosto in evidenza gli aspetti più graditi o sgraditi dell&#8217;organizzazione dell&#8217;evento a seconda dei casi.</p>
<p>Ma le profonde divergenze tra il GOP e il movimento Tea Party a partire dalla sua essenza anti-fiscale restano nonostante tale manifestazione.</p>
<p>Non a caso Beck dopo l&#8217;appello e il richiamo a Washington si è speso più nell&#8217;elogio delle truppe all&#8217;estero (e ci mancherebbe comunque!, visto che i soldati sono i primi a rischiare sulla loro pelle per scelte da lui stesso palesemente sostenute pubblicamente in favore delle politiche belliciste durante l&#8217;amministrazione Bush Jr!) e della retorica dell&#8217;eccezionalità americana e del suo destino manifesto commistionandolo alla fede e alla rivelazione divina biblica (e su questo punto evito di aggiungere ulteriori sarcastici commenti, visto che tale “eccezionalità americana” è sempre più retoricamente citata a fronte di scelte bipartisan tese ad europeizzarla non solo nei suoi aspetti più materiali&#8230;).</p>
<p>Come giustamente ha sottolineato Mingardi, la manifestazione di ieri di Washington sembrava più una manifestazione politica per fare il punto sulla situazione politica di partito in vista del mid-term quasi il tempo fosse fermato al mid-term del 2006, quasi si fosse rimasti all&#8217;epoca di Bush Jr anzichè a quella di Obama e della crisi economica derivante dalle disastrose scelte di politica economica promosse anche da questi due ultimi presidenti americani.</p>
<p>Lo show milionario della Fox (che certamente non è parsimoniosa nelle spese quando si tratta di scendere nell&#8217;agone politico) sembrava teso più verso una &#8220;dialettica interna&#8221; al centrodestra americano che verso Obama e i Democrats.</p>
<p>Si è quindi cercato di coprire o attutire più il fenomeno dei Tea Party dirottando l&#8217;attenzione dell&#8217;americano medio verso una delle più classiche manifestazioni retoriche di piazza in favore del partito in difficoltà (fenomeno non sconosciuto ormai neppure in Italia) anziché dibattere su tematiche concrete e basilari per molti milioni di americani (tasse, spesa pubblica fuori controllo, svalutazione del dollaro) e le proposte concretamente poste dal Grand Old Party.</p>
<p>Un segnale forse di come anche nell&#8217;opposizione Repubblicana e in particolare nel suo establishment non ci siano molte idee e delle coerenti proposte alternative rispetto a quanto già fatto vedere nel decennio scorso.</p>
<p>E come tra questa e i Tea Party non ci sia quel feeling da molti dato per scontato troppo facilmente.</p>
<p>La manifestazione ha inglobato mediaticamente (per poi neutralizzarla nei temi) le analoghe iniziative Tea party presenti nella capitale in quel giorno; queste erano certo un più insidioso avversario politico per i Repubblicani rispetto alle rimembranti manifestazioni per i diritti delle minoranze afroamericane promosse dal reverendo Al Sharpton in concomitanza con il famoso discorso di Martin Luther King (le quali semmai hanno acuito la delusione afroamericana interna alla comunità sempre più serpeggiante verso il loro presidente di colore).</p>
<p>Cosa c&#8217;entra il &#8220;Dio, Patria e Famiglia&#8221; di Beck con i Tea Party?</p>
<p>Assolutamente nulla visto che i Tea Party si richiamano alla Costituzione americana, alla guerra d&#8217;indipendenza e ai Padri Fondatori (i quali non erano certo dei fanatici religiosi puritani).</p>
<p>Il taglio ultraconservatore che Beck e la Palin hanno dato alla manifestazione sembrava teso più a riprodurre un raduno degli evangelici o di cristiani rinati che di pronipoti di Thomas Jefferson e Thomas Paine.</p>
<p>Non è un caso visto che dietro a Beck non c&#8217;è solo Fox News ma anche e soprattutto Karl Rove (ex nume strategico di Bush Jr e della componente statalista del GOP) e quindi l&#8217;establishment notabilare del Partito Repubblicano.</p>
<p>Rove e l&#8217;establishment GOP (anche RINO) da un anno a questa parte stanno cercando di creare delle manifestazioni mediatiche simil Tea Party che possano incanalare il dissenso anche verso lo statalismo politico congenito in gran parte del GOP e del suo establishment entro un messaggio più politicamente corretto e sostanzialmente gattopardesco, inglobabile e sfruttabile come slogan a costo 0 da parte del partito, come è già accaduto retoricamente nella storia GOP degli ultimi trent&#8217;anni&#8230;</p>
<p>Quella di ieri era manifestazione che non si distaccava da tali mantra retorici, anche se molti tea partier e individui liberamente hanno deciso di assistervi e parteciparvi con le loro Gasden Flag e la propria tenacia anti-governativa nonostante la pensino comunque diversamente su molte questioni da Beck e soci; c&#8217;erano insomma più antistatalisti e conservatori coerenti sotto il palco che sopra.</p>
<p>Rove ha capito come i cristiani rinati di Bush jr siano un fenomeno completamente esaurito ma dato che di idee strategiche non ne ha molte neppure lui, cerca ora di incanalare o riconvertire i Tea Party verso lo stucchevole paternalismo perbenista del nazionalismo standard &#8220;Dio-Patria-Famiglia&#8221; anni &#8217;50 spostando il fuoco di sbarramento più che sulla questione fiscale su questioni puramente fittizie tra Repubblicani e Democratici.</p>
<p>Insomma i soliti ritornelli di partito utili per proseguire con quanto si è visto il decennio scorso.</p>
<p>In molti lo hanno capito da parecchi mesi e il movimento originario del tè nel frattempo si è fratturato in numerosi eventi aventi obbiettivi e richiami ideologici identitari variegati a seconda degli interessi specifici e caratteristici di ciascuna corrente o fazione politica.</p>
<p>Ieri Beck ha svolto per loro il compitino di partito e ha proferito pubblicamente ciò che l&#8217;establishment vuole sentire (e sentirsi) dire, non necessariamente ciò che pensa il partecipante tea partier o il libertario liberista.</p>
<p>Come già è avvenuto con la manifestazione del 12 settembre 2009 a Washington, questi ha cercato di coprire e nascondere la paternità dei Tea Party all&#8217;anima più libertaria e conservatrice fiscale del GOP rappresentata dal dissidente Ron Paul (si veda la sua <a href="http://www.revolutionmarch.com/">R3volution March a Washington nel 2008</a>).</p>
<p>Ron Paul è stato il primo a ricreare e portar in vita il fenomeno della rivolta del tè con i suoi sostenitori durante la campagna elettorale presidenziale del 2008 (ergo i Tea Party sono in origine libertarian),</p>
<p>Non a caso proprio il texano Ron Paul e in seguito suo figlio Rand Paul (candidato al Senato nel Kentucky per il GOP, ed anima dei Tea Party anti-tasse) sono stati in seguito più volte attaccati dai &#8220;Tea party&#8221; made in Fox o vicini ai neoconservatori Repubblicani a causa delle loro posizioni troppo antistataliste e miniarchiche in economia, politica interna ed esteri (i neocon cercano in pratica di soffiare il copyright “Tea Party” alle componenti libertarian e conservatrici costituzionali e fiscali del GOP per adoperarlo nei più svariati e contraddittori usi).</p>
<p>Non a caso questo &#8220;Tea Party&#8221; beckiano era sostanzialmente entro la retorica militarista e non certo anti-interventista e costituzionale come quelli libertarian.</p>
<p>Certamente i Tea Party libertari e conservatori fiscali sono ben altra cosa da quelli della Palin, di Beck o dei neocon e ormai bisogna ammettere come il Tea Party sia termine che in sé per sé si sta sempre più riempiendo di tematiche anche non necessariamente e logicamente propositive a contenere la pressione fiscale e la spesa pubblica interna ed estera.</p>
<p>I Tea Party negli Usa non sono solo le grandi sigle &#8220;di sindacato&#8221; ma anzitutto una galassia composita e frattalica che si autodefinisce su programmi o intenzionalità non sempre compatibili o genericamente legate ai partiti di Washington e alle loro logiche.</p>
<p>I Tea Party nascono con varie finalità a seconda dei cittadini che spontaneamente si organizzano e decidono di rappresentare con tale modalità di organizzazione una data istanza, tant&#8217;è che i Tea Party americani non sono un unico movimento, ma sono migliaia e centinaia di migliaia di movimenti Tea Party racchiusi in alcune sigle e categorie politiche (neocon, RINO, libertari, destra religiosa, social-conservatori, populisti, suprematisti, estremisti militaristi, addirittura alcuni liberal hanno inizialmente organizzato dei Tea Party pro Obama pur di attirare consensi, il che è detto tutto!&#8230;.), non necessariamente legati al solo GOP dato che ormai chiunque può realizzarlo con un paio di amici.</p>
<p>Adesso che si avvicina il mid-term Karl Rove, Beck, Palin e la Fox puntano a coalizzare strumentalmente tali Tea Party nella più machiavellica delle ragion politiche, cercando di usarli come strumenti di propaganda in favore dell&#8217;establishment GOP e dei suoi uomini (come è avvenuto con Lindsay Graham Repubblicano RINO avvezzo alla spesa pubblica “a go go” e guardacaso ex rivale di Rand Paul nelle primarie GOP in KY, il quale pur di non perdere aveva organizzato Tea Party a suo nome pressoché deserti in quanto palesemente fake e statalisti rispetto a quelli autentici del vincitore Rand) con la promessa di un “change” che seppure avverrà in termini di maggioranza congressuale di partito rischia di deludere come è già avvenuto nel 1994 visto che l&#8217;opposizione al di là degli slogans non ha ancora ben chiara cosa fare (e cosa non fare) una volta giunti a Washington.</p>
<p>Non a caso nei mesi scorsi sono circolate molte voci che parlano dell&#8217;intenzione di molti Tea Party americani di intraprendere in futuro la via politica e partitica autonoma e indipendente in proprio in vista del 2012 e certamente qualora i congressisti repubblicani non fossero coerenti con il loro mandato nonostante il loro voto.</p>
<p>Non è da escludere tale eventualità che sconvolgerebbe l&#8217;assetto politico del GOP e il suo elettorato.</p>
<p>Non a caso esistono già oggi vari Tea Party apolitici che invitano al boicottaggio del sistema elettorale e del mid-term, protestando contro i RINO (ovvero i finti Repubblicani centristi ed ex Democrats) o per quei pochi statalisti neocon che sono usciti vincitori dopo le primarie interne delle settimane scorse a danno dei beniamini del tè.</p>
<p>Per evitare la possibile diserzione elettorale laddove i tea partier hanno perso le primarie o laddove si faccia largo l&#8217;opzione dell&#8217;astensione o dei terzi partiti come voto di protesta a fronte della similarità dei due partiti; l&#8217;operazione di Beck al pari di altre (si veda i comitati caucus Tea Party nel GOP come quello di Michele Bachmann nel RLC (caucus libertario nel GOP) alquanto neolibertario a cui però non partecipa Ron Paul) è funzionale ad evitare tale possibile svolta che cambierebbe di colpo il sistema bipartitico americano, imbrigliando per tempo i movimenti verso il partito dell&#8217;elefante.</p>
<p>Tant&#8217;è che Glenn Beck ha un suo seguito ben definito dentro la galassia conservatrice utente anche di Fox News e la sua credibilità e impatto non è certo quella che molti giornali anche italiani affermano oggi.</p>
<p>Stessa cosa si può dire della onnipresente Sarah Palin.</p>
<p>Il personaggio è sempre più una specie di &#8220;Paris Hilton della politica&#8221; (il che la dice lunga sulla sua influenza e importanza) al di là delle cronache giornalistiche italiane che non mancano mai di citarla e di candidarla in pole position per il 2012 più come spauracchio utile per cancellare le incapacità dei vari Democrats o quale esempio di incapacità politica (non senza un fondamento di verità seppur non malizioso quanto i giornalisti italiani vogliono presentare) a fronte dei disastri di Obama.</p>
<p>Tant&#8217;è che solo la stampa liberal e la CBS, CNN, NBC danno risalto a tale personaggio come il Bush Jr dei tempi d&#8217;oro di Micheal Moore&#8230;.</p>
<p>Basti pensare come i comizi della Palin siano quasi sempre politicamente disertati dalle grandi masse per tali ragioni di sua scarsa credibilità e non è un caso se questa è intervenuta in quando collaboratrice Fox News entro l&#8217;evento di massa organizzato ieri; se fosse stata per la sua sola presenza certamente l&#8217;evento non avrebbe richiamato molte persone.</p>
<p>&#8220;Palin is unfit&#8221; e non a caso all&#8217;ultimo <a href="http://www.politico.com/news/stories/0210/33287.html">CPAC</a> (il caucus conservatore del GOP) si è beccata un due di briscola nelle retrovie a fronte del trionfo del libertario Ron Paul, e <a href="http://www.amconmag.com/larison/2010/05/17/palin-has-no-political-future/">la stroncatura su</a> American Conservative magazine, la rivista Old Right più letta tra i conservatori autentici a stelle e strisce è ben più duratura di una comparsata sul palco con Glenn Beck.</p>
<p>La Palin è una statalista neocon in ambito estero e social-conservatore in quello interno, che gioca a fare la finta tea partier per convenienza e ieri addirittura la sacerdotessa della Destra Religiosa riuscendo brillantemente nel ruolo.</p>
<p>Questo suo cangiantismo è il tentativo continuo da parte del personaggio di voler incarnare (e di trovare) una posizione politica (e una propria collocazione gradita) entro la galassia del conservatorismo GOP, dato che non è molto amata dall&#8217;establishment ma al contempo non riesce a sfondare neppure presso il popolo dei Tea Party.</p>
<p>Questa dopo essersi accodata negli endorsement strumentali dietro all&#8217;onda lunga del successo di Rand Paul (un vero coerente tea partier) da vera opportunista qual&#8217;è a giochi praticamente fatti, è solo riuscita a realizzare una serie di gaffe e svarioni con sue ondivaghe proposte in materia di politica interna ed estera scritte letteralmente sul palmo di una mano!&#8230;.</p>
<p>In personaggi come la Palin emergono chiaramente la confusione e i limiti del GOP: si critica Obama ma non si critica il Welfare state compiutamente, si critica la riforma sanitaria di Obama ma non la riforma sanitaria approvata a suo tempo da LBJ la questione social-conservatrice pone in evidenza gli aiuti pubblici all&#8217;infanzia e alle famiglie disagiate come assistenzialismo, si critica il governo di Washington e la sua politica estera ma non in chiave isolazionista o con un minor attivismo neoconiano ma semmai in chiave ancor più interventista e guerrafondaia</p>
<p>La rotta seguita da personaggi come l&#8217;ex governatrice dell&#8217;Alaska non è la direzione giusta verso il meno tasse e meno Stato, tendono semmai a riproporre laddove non sono orientate da forme di populismo verso forme di consenso o di lobbying politico poco coerenti e affidabili, basti pensare al<a href="http://apolides.wordpress.com/2010/07/21/scott-brown-la-grande-bufala/">l&#8217;ex paladino dei Tea Party del Massachussetts, Scott Brown</a>, il pupillo di Mitt Romney dopo aver detronizzato i Democrats dal seggio che fu di Ted Kennedy ha approvato con loro in Senato la riforma finanziaria Dodd-Frank tradendo il suo seguito solo pochi mesi dopo la sua elezione.</p>
<p>Questo la dice lunga sulla coerenza e la lucidità di molti tea partier e di molti candidati aspiranti politici.</p>
<p>I Tea Party libertari e conservatori fiscali sono ben altra cosa anche se ormai questi hanno perso l&#8217;imprimatur sull&#8217;organizzazione del Tea Party.</p>
<p>E&#8217; la democrazia (jacksoniana), bellezza!</p>
<p>Non esiste una piattaforma Tea Party unitaria a parte forse quella delle grosse organizzazioni come i Patriots o quelli di Freedom Works.</p>
<p>I Tea Party Patriots però non sono che una delle sigle ma non &#8220;la&#8221; sigla né una organizzazione unica che detta una linea politica e ideologica a tutte le altre e a tutti gli aderenti o realizzatori dei vari Tea Party che non si riconoscono in tali sigle.</p>
<p>Tutti si possono dare appellativi di “Tea Party”, fatto sta che Tea Party Patriots non viene riconosciuta da molti che la accusano di lobbismo e di vari atteggiamenti politici ed ideologici discutibili sul piano concreto e queste questioni americane sono discusse sui forum e siti web in clamorose risse con insulti e minacce non tanto criptiche</p>
<p>Quindi è sbagliato considerare i Tea Party americani nella loro omogeneità (neppure in termini nominali) dato che negli Usa esistono Tea party contrapposti e fazioni politiche interne al GOP contrapposte e non legate neppure sul dato delle tasse (torno a ripetere come le spese militari e le spese interne denunciate dai tea partier libertarian pauliani e costituzionali non equivalgono per significato e proposte alle manifestazioni per l&#8217;incremento delle spese militari o interne leggermente calmierate della Palin o dei RINO i quali creano tea party al solo scopo elettorale autoreferenziale).</p>
<p>E ogni giorno nascono nuove sigle vicine all&#8217;establishment che sempre più cercano di imbrigliare i tea partier locali in tante sigle &#8220;sindacali&#8221; o lobbistiche di vecchio stampo per facilitare il controllo centrale da parte del partito.</p>
<p>Fox News contribuisce allo sforzo, anche se bisogna riconoscere come le posizioni unitarie non siano nonostante tutto all&#8217;ordine del giorno tra i vari gruppi, almeno sui forum americani.</p>
<p>I Tea Party Usa non sono espressione servile della politica partitica americana, benché Rove, la Fox o Beck vogliano realizzarlo o farlo credere via cavo.</p>
<p>Mingardi nel suo articolo giustamente tende a distinguere e a valutare ciò andando al di là delle questioni politiche meramente fenomeniche del raduno o solamente economiche per porre in conclusione una analisi libertaria di libertà anche individuale e nei diritti negativi all&#8217;interno dell&#8217;ambito civile e sociale, mediante la metafora della &#8220;pianta del tè&#8221; e dei suoi consumatori.</p>
<p>La questione delle libertà economiche e della proprietà è prioritaria heyekianamente per poter giungere a legittimare le libertà individuali e i diritti civili ma nel caso italiano al pari di quello americano (di ieri) l&#8217;anomalia di tali eventi e di molti Tea Party è quella di dar spazio a istanze che non sono certo ben disposte a riconoscere una società aperta e maggiori libertà responsabili sia nelle questioni economiche che dei diritti civili.</p>
<p>Vi è però un eccesso di ottimismo e di fusionismo ideale anche da parte di Alberto Mingardi nel riconoscere o avvalorare in tali eventi e Tea Party una capacità rivoluzionaria e propulsiva laddove purtroppo al di là dei palcoscenici o delle folle oceaniche c&#8217;è poca cosa.</p>
<p>Obama né è un esempio in negativo assodato, i Tea Party potenzialmente potrebbero creare il vero &#8220;change&#8221; oppure seguirne una analoga sorte divenendo un fenomeno di tendenza modaiola e perché no pure di tendenza e di merchandising o di nicchia (come è avvenuto con i cristiani rinati) senza però risolvere nulla entro l&#8217;ambito dei rapporti di forza dei poteri forti del/nel partito e delle lobby a Washington D.C.</p>
<p>Le differenze sono sostanziali e i punti di vista non sono né equivalenti né unitari nel conservatorismo americano tra le sue varie anime, proprio come non lo erano pochi anni fa durante il doppio mandato di Bush Jr.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;ambito italiano le cose per certi versi non sono così differenti né in termini politico-partitici con l&#8217;elettorato né a livello di rapporti tra associazioni e movimenti aventi istanze contrarie al fisco e all&#8217;invadenza dello Stato, eppure l&#8217;Italia non può né può essere gli Stati Uniti (e questo è bene ricordarcelo!).</p>
<p>Basti sottolineare le differenze tra un movimento culturale e di divulgazione di principi e tesi libertarie e liberiste antistataliste come Movimento Libertario di Leonardo Facco e l&#8217;iniziativa (alla quale pure aderisce il ML) dei Tea Party Italia.</p>
<p>Questi ultimi sono una piattaforma per lo più liberaldemocratica o liberalconservatrice tendente alla sola retorica miniarchica a fronte del solo scambio d&#8217;opinione tra personaggi della politica e dei vari think tank e associazioni e fondazioni fuori e dentro il Palazzo.</p>
<p>I Tea Party Italia non hanno ancora ben compreso la situazione complessa politicamente ed economicamente degli Usa, in compenso si pongono pressapoco sulla lunghezza d&#8217;onda di Beck e della Fox come orizzonte di funzione in rapporto con la politica.</p>
<p>Quindi più che sulle istanze anti-fisco basilari e originarie del Movimento Libertario o di Ron Paul e Rand Paul negli Usa, su istanze di endorsismo beckiano politico a ciò che oggi è presente nella politica italiana (il che è tutto dire!).</p>
<p>Il Tea Party Italia è inclusivo e consociato con la politica di palazzo statica e statalista dei partiti e tende ad atteggiamenti se non ambigui certamente poco in linea con quanto promosso dal ML e dalle componenti libertarie e fiscalmente responsabili o indipendenti dalla politica.</p>
<p>Il Tea Party Italia non è un Tea Party americano di protesta, in quanto non valorizza o non ritiene di adeguarsi ad una determinata piattaforma culturale e di azione di Tea Party, ma pone entro/sotto tale etichetta o “brand”, variegate e contraddittorie impostazioni ideologiche e culturali alquanto dissonanti e non compatibili in termini di partecipazione e finalità da conseguire.</p>
<p>I Tea Party Italia sono organizzati come un talk show, con una tipologia di partecipazione fusionista rispetto anche a quelle monotematiche e identitarie degli originali tea Party libertari e conservatori fiscali americani rispetto a quelli RINO e neocon.</p>
<p>Il movimento dei Tea Party Italia deve cambiare passo come hanno già fatto notare molti libertari tra cui lo stesso Leonardo Facco presso il sito del Movimento Libertario (<a href="http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7454:alcune-questioni-da-chiarire-tra-libertari-e-tea-party-italia&amp;catid=1:latest-news&amp;Itemid=1">qui</a> la discussione sul sito ML mentre <a href="http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7494:tea-party-risposta-ai-libertari-qla-battaglia-del-buon-sensoq&amp;catid=1:latest-news&amp;Itemid=1">qui </a>la risposta del responsabile della loro organizzazione David Mazzerelli e le prospettive future da lui prospettate).</p>
<p>Il Tea Party Italia non è un momento né un movimento di protesta fiscale contro il Governo e lo statalismo, su questo bisogna essere chiari ed espliciti cercando di evitare possibili sperequazioni o voli pindarici sull&#8217;onda lunga di quanto è avvenuto in questi anni negli Usa.</p>
<p>E&#8217; semmai un momento di dibattito trasversale tra protagonisti della politica e delle associazioni liberiste e libertarie fuori dalla politica, il quale sempre per le analoghe questioni di mancanza di coerenza formale con l&#8217;impianto originario tenderà a trasformare sempre più il Tea Party Italia in una sorta di meccanismo della politica a proprio uso e consumo, un palcoscenico per i politici e per le loro promesse.</p>
<p>In questo i Tea Party Italia è certamente affine all&#8217;evoluzione (o involuzione politicante dei Tea Party americani 2.0 promossi dalla Fox).</p>
<p>Tant&#8217;è che si inviteranno fin dalle prossime tappe italiane esponenti politici catto-comunisti del PD e si sono invitati esponenti cattosocialisti pidiellini e finiani di Governo con risultati alquanto imbarazzanti e poco inclini alla logica di tali eventi.</p>
<p>Quello che francamente lascia l&#8217;amaro in bocca in queste esperienze italiche di Tea Party è la voluta e sistematica assenza di proteste fiscali e di azioni concrete contro il governo e lo Stato pur avendo a che fare con un esecutivo che è palesemente contrario alla riduzione della spesa pubblica e alla riduzione della pressione fiscale.</p>
<p>Forse non casualmente visti gli sponsor e i personaggi partecipanti a tali manifestazioni&#8230;.</p>
<p>Non è assolutamente naturale che il tea party italiano graviti sulla partitocrazia statalista di governo e opposizione, dato che questi sono soggetti con nessuna prospettiva per i contribuenti nel taglio alla pressione fiscale.</p>
<p>Il PDL  poi non è il GOP, con tutti i problemi che ha il GOP questo è ancora senza dubbio migliore del PDL e della monarchia assolutista di Berlusconi.</p>
<p>Credere che Lega Nord, PDL, FLI o altri soggetti politici siano di centrodestra e libertari-liberisti è già un errore politologico, pensare che i tea party italiani debbano scimmiottare quanto accade recentemente negli Usa come lobbying o partecipazione al gioco elettorale anche laddove non c&#8217;è analogia di contesto e di percorso compiuto è semplicemente assurdo!.</p>
<p>Berlusconi è il vero maestro di Obama per promesse e per comunicazione elettorale, tant&#8217;è che il primo <a href="http://www.corriere.it/politica/10_marzo_22/berlusconi_idv_riforma_obama_2445e1f2-35b5-11df-bb49-00144f02aabe.shtml">si era pure complimentato con lui quando è stata approvata la riforma sanitaria!</a>&#8230;.</p>
<p>Questo per dire come siamo messi oggi per conservatorismo e liberalismo italiano!.</p>
<p>Non basta parlare di centrodestra americano per trovare una condivisione sulle tasse, né basta parlare di sostegno di alcuni tea partier ad alcuni candidati libertari, neocon e dell&#8217;establishment GOP per dichiarare una linea politica/prassi condivisa da tutti quanti (questo è un grossolano errore).</p>
<p>Allo stesso modo non basta invitare un esponente del &#8220;centrodestra&#8221; governativo italiano che si auto-nomina come &#8220;liberale e liberista&#8221; per aver davanti a sé un autentico difensore dei contribuenti e un interlocutore credibile (figuriamoci esponenti della sinistra italiana inneggianti a Obama!&#8230;).</p>
<p>Allo stesso modo pensare che il Tea Party Italia possa affermarsi come piattaforma di consenso o di supporto per candidati politici &#8220;liberali&#8221; nei due partiti italiani è di per sé cosa impossibile, dato che non si comprende quale aiuto potrebbero fornire a tali nominati dalle segreterie politiche, né con quali fatti a loro sostegno (e in favore dei contribuenti) realizzati e compiuti nella legislatura corrente (agli sgoccioli) o antecedenti.</p>
<p>Inoltre non si è ancora compreso come a livello politico in Italia sia impossibile compiere una qualsiasi forma di endorsement presente negli Usa tramite ATR o presso alcuni Tea Party (i quali perlopiù criticano duramente sia il GOP che i Democrats allo stesso tempo, sostenendo solo i candidati realmente liberisti, libertari e conservatori fiscali quando ve ne sono a disposizione).</p>
<p>Il fenomeno Ron Paul in Italia non esiste al momento e non è riproducibile per ragioni congiunturali, strutturali, culturali e politiche intrinseche agli USA (sin dalla loro costituzione e storia americana) rispetto al nostro disastrato Paese.</p>
<p>Ora i Tea Party italiani paiono mirare a riprodurre ciò che non è realizzabile (endorsement e lobbying politico) mentre paiono timorosi (quali sono le prove che dimostrano il contrario?) a inscenare cortei, proteste e manifestazioni di piazza contro il governo, l&#8217;agenzia delle entrate e questo centrodestra (ovvero sono timorosi di realizzare le cose più semplici, popolari e immediatamente comprensibili a largo pubblico).</p>
<p>La questione politica è il significato e non-senso della presenza futura e passata di esponenti del governo (ma in futuro anche di questa opposizione) ai Tea Party.</p>
<p>Esponenti politici italiani che al pari di molti loro colleghi americani non comprendono minimamente le logiche liberiste e che certamente mal comprendono la buona fede degli eventi Tea Party Italia nel loro scopo finale e di organizzazione (dato che poi parliamo di un fenomeno di importazione estera a loro culturalmente sconosciuto) vengono invitati come ospiti e come interlocutori, il rischio della deriva sindacalista dei Tea Party italiani (quali potenziali bacini di voti elettorali da contendersi a suon di fantasiose promesse) è quanto di più concreto e di vecchio che purtroppo potrà compiersi,visti anche gli interlocutori di palazzo ricercati/invitati&#8230;</p>
<p>Appare evidente allora come l&#8217;intenzione da parte degli organizzatori del Tea Party Italia di invitare comunque tali personaggi come ospiti produca dissonanza, malumore e profondo disaccordo presso il pubblico (di cui faccio parte) dei possibili partecipanti e utenti ai Tea party Italia (questo sia che si fosse presenti sia che lo si guardasse da un monitor).</p>
<p>La questione vera da porre è allora la seguente: il Tea Party organizza tali eventi per sé e i suoi organizzatori o per i contribuenti e coloro che pagano troppe tasse?.</p>
<p>La domanda parrebbe provocatoria e forse lo è, ma solo se la leggiamo entro la considerazione di una utilità effettiva, di presenze politicamente incoerenti in un simile contesto.</p>
<p>Forse bisognerebbe tornare a considerare i Tea Party Italia per quello che dovrebbero essere da un punto di vista utilitaristico quale strumento e manifestazione utile per i contribuenti e i cittadini contro le tasse e il governo.</p>
<p>Se in tali assise non si convincono o educano i cittadini sulla giustezza della battaglia anti-fisco e dell&#8217;antistatalismo, accontentandosi piuttosto di riportare i risultati dello scudo fiscale o della lotta al lavoro nero (come enunciato da Capezzone a Forte dei Marmi), tali eventi sono totalmente inutili.</p>
<p>Se non si spiega ai contribuenti questioni fondamentali nei prossimi anni a venire (tipo questione monetaria, federalismo fiscale&#8230;) da un punto di vista economico ed etimologico corretto, si rischia solo di dare assist al teatrino della politica, di cadere in equivoci neolinguistici orvelliani consegnando il ruolo decisionale sulle libertà economiche e sulle vite degli individui direttamente ai politicanti.</p>
<p>Il Tea party deve essere un modo per contenere le fughe dei cittadini dalla politica dei partiti o piuttosto una forma per dare un taglio alla partitocrazia?</p>
<p>Secondo Beck e gli organizzatori dei Tea Party italiani si, secondo i libertari e il Movimento Libertario no.</p>
<p>A quanti Tea Party americani ha partecipato personalmente Nancy Pelosi?.</p>
<p>Che io sappia in nessun evento, Capezzone ed esponenti dell&#8217;esecutivo hanno già presenziato oltre a<a href="http://it.justin.tv/movimentolibertario/b/263990482"> Forte dei Marmi </a>anche in altri eventi del tè italiano parlando solo degli ottimi risultati introdotti dalla lotta all&#8217;evasione fiscale e dallo scudo fiscale realizzato da questo esecutivo e delle altre &#8220;mirabolanti imprese&#8221; berlusconiane di questi 15 anni!.</p>
<p>Non certo quanto coerentemente di liberista e libertario ha detto in quella occasione Oscar Giannino!</p>
<p>Penso che sia chiaro a tutti l&#8217;obiezione che ne consegue a tali affermazioni, senza che debba esplicitarla qua&#8230;.</p>
<p>Il Tea Party italiano non dovrebbe riprendere nessuna istanza politico-partitica italiana come suo riferimento e quale propria rappresentanza (sia essa come ospite sia questa come intermediazione per le proprie richieste).</p>
<p>Non a caso il <a href="http://www.movimentolibertario.it/">Movimento Libertario</a> a differenza del cartello dei <a href="http://www.teapartyitalia.it/">Tea Party Italia</a> a cui aderisce, considera differenti le priorità nella propria azione da compiersi rispetto al movimento italico del tè.</p>
<p>La politica e la sua casta per i libertari sono il vero problema nel nostro Paese, senza porre la questione della protesta fiscale con la disobbedienza civile nonviolenta è impossibile modificare o costringere lo Stato e i suoi protagonisti a retrocedere dalle vite e dai portafogli dei singoli individui contribuenti.</p>
<p>Il Tea Party Italia per dirla come un noto politico “tentenna” alquanto su questo punto, troppo per essere alla lunga un iniziativa credibile e coerente con le sue origini nominali.</p>
<p>Appare evidente come ci sia una profonda differenza di stile e di logica d&#8217;azione umana tra i tea party libertari americani (in particolare liberisti e libertari simili al Movimento Libertario per logica) e i tea party italiani.</p>
<p>Quindi come ci siano differenti priorità tra i libertari del Movimento Libertario e la casta ospitata (e riverita) nei Tea Party italici.</p>
<p>Un Tea Party non dovrebbe appartenere alla casta politica che ci governa e in questo caso l&#8217;esempio americano è senz&#8217;altro calzante (almeno sino al prossimo mid-term), ma non bisognerebbe fermarsi al solo plagio o imitazione del fenomeno, bisognerebbe comprendere che i Tea Party sono nati come fenomeno contro anche una certa politica &#8220;conservatrice&#8221; della destra americana.</p>
<p>Oggi con un presidente come Obama i vari opportunisti e promoter come Palin e Beck possono certamente riprendere fiato e buttarla in retorica a costo 0 illudendo e intrattenendo il pubblico americano partecipante con proclami e invocazioni nell&#8217;alto dei cieli, salvo poi essersi comportati o comportarsi esattamente come i loro bersagli retorici quando si tratta di decidere se spendere o tagliare.</p>
<p>In Italia il problema è la presenza di un governo che si dichiara e si presenta agli elettori come di centrodestra e amico delle partite IVA e dei piccoli e medi imprenditori,  salvo poi ripetere le gesta obamiane della sinistra americana o quantomeno non distinguendosi da una epigonicità di modelli e storia politica italiana già vista in passato.</p>
<p>L&#8217;Italia è davvero un Paese che viaggia all&#8217;incontrario rispetto agli Stati Uniti, il problema è che la classe politica italiana è tutta orientata verso un unica direzione: quella del Big Government.</p>
<p>Purtroppo salvo poche eccezioni come il Movimento Libertario e alcuni think tank come l&#8217;Istituto Bruno Leoni e questo blog non sempre si riesce a cogliere e a riportare tali fenomeni d&#8217;Oltreoceano nella giusta contestualizzazione prendendo da questi gli aspetti più propositivi e favorevoli a far crescere l&#8217;albero della libertà (o la pianta del tè) anche nel nostro Paese.</p>
<p>Piuttosto c&#8217;è una incredibile e congenita tendenza tutta italiana nel voler riportare o imitare anche in casa nostra, gli aspetti più furbescamente o astutamente deleteri o controproducenti di simili eventi o realtà.</p>
<p>In Italia le volpi non sono soltanto i media quanto semmai presenti anche in politica e queste sono come numero di voci in maggioranza (anche quando non lo sono) rispetto a quella dei consumatori del tè, dei libertari-liberisti o dei suoi sedicenti imitatori italiani d&#8217;oltreoceano.</p>
<p>Questa è una condizione su cui bisognerebbe maggiormente riflettere a mente fredda.</p>
<p>E&#8217; già avvenuto in questi decenni con la politica &#8220;del popolo decisionista&#8221; e a “regime maggioritario bipolar-bipartitico” fino alla realizzazione dei partiti persona che si sono introdotti in Italia modelli e proposte politiche che non solo hanno illuso ma anche deluso nella loro risoluzione pratica dei problemi, dato che nel nostro contesto italiano manca quella consapevolezza del senso comune, quella responsabilità e quella storia che invece possiedono molto spesso gli americani come anticorpi al populismo e “all&#8217;egemonia della maggioranza democratica” parafrasando A. Tocqueville.</p>
<p>Da noi tali iniziative di fatto non hanno limitato l&#8217;ingerenza da parte della classe dirigente politica nel persistere a battere strade erronee, anzi le hanno acuite e favorite.</p>
<p>Volendo ora importare e riprodurre i Tea Party in Italia ponendoli sotto l&#8217;ombrello dell&#8217;ennesima modalità di consociato politicismo privo di mordente verso le stanze del potere, si rischia nuovamente di operare uno strabico errore che non solo non sarà in grado di risolvere i problemi irrisolvibili come il debito pubblico e la disoccupazione, ma neppure di far ripartire l&#8217;economia obbligando lo Stato e la politica a retrocedere entro una sensibilizzazione e un opera di divulgazione e informazione alla libertà.</p>
<p>Innestando la pianta del tè nell&#8217;italico terreno delle volpi (della politica) si rinuncia a priori non solo ad una reale operatività al suo esterno contro di esse ma a qualsiasi sua crescita.</p>
<p>Paradossalmente si passerebbe dal rifacimento americano della favola di Esopo della “volpe e l&#8217;uva” a quella più collodiana e italiana di Pinocchio e dell&#8217;episodio del “Gatto e della Volpe” con tutte le conseguenze del caso&#8230;</p>
<p>Nel 1787 Thomas Jefferson scrisse in una lettera a William Stevens Smith come &#8220;<em>L&#8217;albero della libertà deve essere rinvigorito di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni. Esso ne rappresenta il concime naturale</em>&#8220;; ebbene il rischio che incorre l&#8217;esperienza americana e alla lunga anche e sopratutto quella italiana del tè (priva di anticorpi presenti invece negli Usa) è quella di una pianta che rischia di non germogliare né di rinvigorirsi ma di rimanere imprigionata e soffocata dal “concime naturale” in cui viene a trovarsi.</p>
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		<title>La pianta del tè</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 08:10:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Mingardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi Washington è stata letteralmente invasa dagli ammiratori di Glenn Beck, per una manifestazione enfaticamente intitolata “Restoring Honor”, pensata a sostegno delle forze armate Usa ma anche dei valori di &#8220;fede, speranza e carità&#8221; incarnati da figure esemplari della società civile. L&#8217;evento è stato in prima battuta un fund raiser per la Special Operations Warrior [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi Washington è stata letteralmente invasa dagli ammiratori di Glenn Beck, per una manifestazione enfaticamente intitolata “<a href="http://www.glennbeck.com/828/" target="_blank">Restoring Honor</a>”, pensata a sostegno delle forze armate Usa ma anche dei valori di &#8220;fede, speranza e carità&#8221; incarnati da figure esemplari della società civile. L&#8217;evento è stato in prima battuta un fund raiser per la Special Operations Warrior Foundation &#8211; e poi un test per la popolarità del conduttore radiofonico. In diversi hanno associato questa manifestazione ai “Tea Party” ma effettivamente si è trattato di un evento molto diverso da quello che lo scorso 12 settembre ha visto un numero straordinario di americani correre nella capitale per dire il loro “no” alla cultura dei <em>bail-out</em>.</p>
<p><span id="more-6880"></span>L’evento di Beck è stato una manifestazione bella e imponente. Il colpo d’occhio era spaventoso (vedete le foto nel post scattate col cellulare, ma anche e soprattutto <a href="http://www.glennbeck.com/" target="_blank">quelle sul sito ufficiale</a>), ad essere bella era la gente, i partecipanti.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_0042.jpg"></a><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_00421.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6883" title="Beck_IMG_0042" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_00421-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Persone normali, pulite, semplici. Nonne e nonni coi nipotini, mamme coi passeggini, veterani e ragazzine acqua e sapone con una “Liberty Bell” tatuata a pochi centrimetri dall’ombelico. È vero, come hanno scritto i media <em>mainstream</em>, che era a dir poco difficile trovare un partecipante di colore (pur avendo navigato la folla in lungo e in largo, ne avrò visti sì e no una decina, di cui uno con la maglia di Balotelli). Ma è anche vero che c’erano persone diversissime, per età, background, e soprattutto reddito. Gente che per venire a Washington s’è fatta sedici ore di macchina, dormendo sul sedile posteriore. Madri di famiglia che nella capitale non c’erano mai state, e nel pomeriggio hanno preso d’assalto i musei. E smaliziati manager abituati a passare da un lounge d’aeroporto all’altro. Tutti assieme, confusamente, con un grande senso di solidarietà, una forma di rispetto profonda, riuniti da un’amicizia imprevista ma non banale. Non s&#8217;è sentito uno slogan razzista, ma anzi grandi applausi e profonda commozione nel ricordo di Martin Luther King.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_0047.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6884" title="Beck_IMG_0047" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_0047-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Lo show (costato un paio di milioni di dollari) era tecnicamente perfetto. A me non era mai capitato di ascoltare Beck, ma non faccio fatica a capire perché gli riesca facile mobilitare tanta gente. Sul messaggio, si può discutere. Può piacere o non piacere. Nel mio caso, davvero non era “my cup of tea”: in quaranta minuti ho fatto il pieno di Dio, patria, famiglia e onore per i prossimi tre anni.</p>
<p>Detto questo, guardandosi attorno, interrogando questi “compagni di gita” e standoli a sentire,  l’impressione era davvero quella di stare in una manifestazione della “maggioranza silenziosa”.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_0069.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6885" title="Beck_IMG_0069" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_0069-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>La stessa maggioranza silenziosa che poi si è sciolta e riunita a grappoli per eventi più piccoli, quelli sì organizzati da gruppi vicini ai Tea Party. In questi eventi, anziché nominare Dio invano si faceva più modestamente ma anche più costruttivamente riferimento alla Costituzione e ai padri fondatori. L’obiettivo di queste organizzazioni è schiettamente politico: andare a influenzare l’esito delle elezioni di Novembre, all’interno del partito repubblicano di cui perseguono “un’opa ostile” (così Matt Kibbe e Dick Armey nel loro “<a href="http://online.wsj.com/article/NA_WSJ_PUB:SB10001424052748704407804575425061553154540.html" target="_blank">Tea Party Manifesto</a>”). Da alcuni punti di vista, l’enfasi “religiosa” di Beck fa persino pensare che la sua manifestazione sia stata un tentativo di fare rientrare nella politica americana proprio quei temi che i Tea Party avevano contribuito a mettere fra parentesi, focalizzando l’attenzione di nuovo sulle intrusioni dello Stato nella vita economica. Va detto però che gli appelli al Signore di Beck non sono in nessun caso diventati indicazioni politiche (pro o contro il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, l’aborto&#8230;.) – ma hanno preso piuttosto la forma di un richiamo etico-religioso.</p>
<p>Circa i patiti del tè: attenzione a non esagerare descrivendo come fossero una realtà omogenea i Tea Party, che invece sono contraddittori e plurali come inevitabilmente tutti i movimenti che crescono dal basso e restano acefali. Alcuni gruppi <em>grass-roots</em> (<a href="http://www.freedomworks.org/" target="_blank">FreedomWorks</a> e <a href="http://americansforprosperity.org/national-site" target="_blank">Americans for Prosperity</a> su tutti) cercano di dare loro un’infarinatura di cultura politica, come ha ben documentato <a href="http://www.nytimes.com/2010/08/26/us/politics/26freedom.html" target="_blank">Kate Zernike sul <em>New York Times</em></a>, dopo aver partecipato ad uno di questi seminari). L’impressione è che effettivamente mobilitino persone che sono rimaste fino a pochissimo tempo fa “politicamente apatiche”. L’opinione pubblica, anche da noi, è nettamente divisa: da una parte gli ammiratori acritici, dall’altra gli animosi critici.</p>
<p>Avendo seguito una delle <em>convention</em> tenutesi a Washington in questi giorni, posso solo dare alcune impressioni:</p>
<ul>
<li>i consumatori di tè tendono ad essere, almeno retrospettivamente, critici dell’amministrazione Bush &#8211; e alcuni di essi arrivano a leggere le scelte stataliste di Obama in sostanziale continuità con essa. In Italia, alcuni commentatori paventavano l’“isolazionismo” dei Tea Party. A me farebbe piuttosto paura la tendenza a difendere a scatola chiusa tutte le decisioni di politica estera della passata amministrazione repubblicana. Alcuni consumatori di tè lo fanno. Non tutti, per fortuna;</li>
<li>i consumatori di tè sono un gruppo molto eterogeneo, sia per età che per reddito. La cosa notevole però è che l’eterogeneità non produce la stessa “divisione del lavoro” che si vedeva in passato: i ricchi che ci mettono i soldi, i poveri che ci mettono le braccia. Al contrario. Anche fra persone di ceto elevato, c’è molta voglia di contribuire donando tempo e passione. Anche fra persone di mezzi modesti, c’è il desiderio di mettere il proprio, per quanto piccolo, obolo a disposizione;</li>
<li>i consumatori di tè sono un gruppo numericamente consistente. Se preferite l’opera ai concerti rock, è naturale che i loro meeting vi mettano un po’ a disagio. Il volume della musica  è molto alto, si tende a parlare per slogan, si urla e si applaude. Non troverete fra i consumatori di tè analisi politiche particolarmente raffinate. È normale. Perché un movimento di massa dovrebbe funzionare come un covnegno?</li>
<li>se c’è una cosa che unisce i consumatori di tè (anche nella variante del tè aromatizzato al Glenn Beck), è la preoccupazione per un fatto che risulta palmare quando vi mettete a girare per i tanti negozi che a Washington vendono <em>merchandise</em> politico. Quali che siano le sue posizioni in politica estera, Obama impersona come nessuno prima la “presidenza imperiale”. C’è un culto della personalità che travalica in manifestazioni imbarazzanti. Alla Union Station di Washington potete comprare un fumetto sulla vita di Barack, “child of hope”, e un libretto da colorare sulla “Obama family”. I bevitori di tè sono preoccupati dal fatto che un Presidente così popolare possa finire per accentrare e consolidare enormemente il potere;</li>
<li>i libertari da sempre sottolineano come sia irrazionale separare libertà “economiche” e libertà “civili”. È vero, ma è un dato di fatto che nella più parte del mondo le persone che desiderano pagare meno tasse sono anche quelle che vogliono che la marijuana sia illegale. Non sarà una grande prova di intelligenza, ma bisogna prenderne atto. Gruppi come FreedomWorks e Americans for Prosperity fanno un eccellente lavoro nel canalizzare queste energie sul fronte delle libertà economiche, cercando di far sì – il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Political_action_committee" target="_blank">meccanismo</a> è noto da tempo – che nei diversi collegi si affermino non solo dei “repubblicani”, ma dei repubblicani fiscalmente responsabili. È un meccanismo che estende per scala quanto in passato aveva già provato a fare il “<a href="http://www.clubforgrowth.org/" target="_blank">Club for Growth</a>”.</li>
</ul>
<p>È possibile immaginare qualcosa del genere anche in Italia? Qualcuno ci sta provando – per esempio <a href="http://www.teapartyitalia.it/" target="_blank">Tea Party Italia</a> e il <a href="http://www.movimentolibertario.it/" target="_blank">Movimento Libertario</a>.</p>
<p>Inoltre, per ora, da noi manca l&#8217;evento catalizzatore: che in America è stato sostanzialmente lo “stimolo” obamiano. Inoltre, le differenze fra noi e gli Usa sono fin troppo ovvie. Rispetto al “metodo” (influenzare le elezioni collegio per collegio) è evidente che è impossibile pensare di procedere nello stesso modo, grazie alla nostra sciagurata legge elettorale.</p>
<p>Questa “maggioranza silenziosa” è tale perché è cresciuta in un orizzonte simbolico nel quale sono centrali Costituzione e Dichiarazione d’indipendenza. Al netto di qualsiasi, più approfondita discussione fra federalisti/antifederalisti, etc, queste persone leggono i documenti fondamentali della storia americana come un manifesto del governo limitato. Potranno giocare a fare i rivoluzionari, ma a tenerli uniti è l’idea che ci sia una “tradizione” degna di essere preservata. “Restore” America contro un “change” presuntuoso e socialisteggiante: ancora, al netto di qualsiasi “inquinamento” di quella tradizione politica che possa esserci stato dal New Deal in poi (non è certo Obama ad aver fatto degli Stati Uniti uno Stato tutto fuorché “minimo”).</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_0064.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6886" title="Beck_IMG_0064" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/08/Beck_IMG_0064-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Che dire? Il messaggio forse è semplice, ma il fatto che sia semplice non significa che non possa essere giusto. Gli obiettivi del movimento sono ambiziosi. Staremo a vedere se davvero i Tea Party riusciranno prima a fare eleggere dei candidati effettivamente sostenitori del governo limitato, e poi soprattutto se sapranno vigilare contro l’inevitabile tendenza al compromesso che quelli stessi candidati potrebbero sviluppare, una volta eletti.</p>
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		<title>Bankitalia avverte Usa e Ue: serve meno deficit</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 17:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Mentre il day by day conferma la decelerazione della crescita americana &#8211; il dato di oggi sulla diminuita <a href="http://www.zerohedge.com/article/us-productivity-falls-first-time-2008-labor-costs-increase-less-expected" target="_blank">produttività</a> si aggiunge alle delusioni<a href="http://calculatedriskimages.blogspot.com/2010/08/employment-recessions-july-2010.html" target="_blank"> sull&#8217;occupazione </a>- e la Cina ha segnato un allentamento della crescita delle importazioni dai Paesi avanzati e una ripresa dell&#8217;export al più 38% su base annua, tornando ad alimentare i timori su una ripresa troppo accentuata sulla sola costa asiatica del Pacifico, quanto possiamo stare sicuri che non si riproponga il problema dei debiti sovrani? La risposta che viene da due giovani e brillanti economisti della Banca d&#8217;Italia è di quelle che fanno riflettere. No, non possiamo essere affatto certi che la grana dei debiti sovrani sia alle nostre spalle. Al contrario, l&#8217;instabilità finanziaria complessiva resta il segno dominante nel medio periodo, e non c&#8217;è bisogno di un vero e proprio default di uno Stato per accenderne la miccia. A scriverlo in una recente<a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/5384" target="_blank"> ricerca</a> sono Fabio Panetta, capo del Dipartimento addetto alle previsioni economiche e monetarie di Bankitalia, e il suo vice Giuseppe Grande. <span id="more-6751"></span>Si tratta di un aggiornamento   del filone che si ispira alla ricerche di Carmen Reinhart, ex capo della ricerca del FMI dopo un passato in Bear Stearns e oggi all&#8217;Università del Maryland,  e Kenneth Rogoff, oggi ad Harvard alla prestigiosa cattedra Thomas Cabot dopo un passato a Princeton. I due economisti hanno<a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/1067" target="_blank"> rielaborat</a>o le serie storiche dei default sovrani addirittura degli ultimi 800 anni, per focalizzarsi poi sugli ultimi<a href="http://calculatedriskimages.blogspot.com/2010/07/sovereign-defaults-per-year.html" target="_blank"> 200</a>. Ma la tesi dei due economisti di Bankitalia è che nelle attuali condizioni serva molto meno di un rischio-nazione alla greca, per gettare lunghe ombre sui mercati.</p>
<p>Secondo le proiezioni più recenti del Fondo monetario, il debito pubblico continuerùà a crescere in maniera molto significativa. Misure di contenimento del deficit sono state varate solo da alcuni Paesi europei e dal Regno Unito. Ma il debito pubblico americano al ritmo attuale supererà il 100% del GDP USA prima del 2015. Quello dell&#8217;euroarea sarà allora al 95%. E sopra il 90% sarà anche quello del Regno Unito, pur inglobando le energiche misure correttive intanto annunciate dal governo Cameron-Clegg.</p>
<p>In tali condizioni, il rischio è che la sfiducia dei mercati non si limiti più a un novero ristretto di Paesi come è avvenuto nella crisi europea, concentrata su Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda. Ma che si estenda ai Paesi maggiori: con l&#8217;eccezione probabile della Germania. La conseguenza? Un aumento dell&#8217;inflazione attesa o della svalutazione delle monete, con ripercussioni inevitabili sui tassi d&#8217;interesse. Il consenso degli osservatori è che i bassi tassi d&#8217;interesse – che la Fed ha appena confermato necessari nel medio periodo, visto che anzi deve estendere le manovra eterodosse di <em>quantitative easing</em> per sorreggere debito pubblico, debito corporate e corsi azionari – sarebbero messi a rischio da tale scenario. Le serie storiche mostrano che a ogni stabile aumento di 100 punti base pagati al collocamento dal debito pubblico USA quando è in forte aumento tendenziale, corrisponda un aumento dei tassi a lungo termine sul dollaro tra i 300 e i 500 punti base addirittura. L&#8217;effetto sui tassi e valute europee è del tutto analogo, anche se in questo caso le serie storiche sono più recenti e dunque meno attendibili.</p>
<p>Tutto ciò potrebbe portare, se le autorità monetarie dovessero persistere in un atteggiamento lasco invece di ritoccare i tassi verso l&#8217;alto, a un circolo vizioso tra l&#8217;aumento del costo e del livello del debito pubblico, e la pressione aggiuntiva che ciò determinerebbe sul costo dell&#8217;ulteriore deficit in formazione: la relazione tra deficit pubblici e <em>yields</em> di mercato diventerebbe non lineare. A ciò si aggiungerebbe inevitabilmente l&#8217;effetto di <em>crowding out</em>, cioè di spiazzamento che i titoli sovrani eserciterebbero sull&#8217;enorme ammontare di obbligazioni private &#8211; di istituzioni finanziarie e imprese &#8211; che nello stesso orizzonte temporale attende di essere rinnovato a scadenza. Le grandezze in gioco sono molto rilevanti. Nell&#8217;euroarea nel 2011 scadono circa 700 miliardi di corporate bonds di cui i sei settimi non sono di banche, negli USA 610 miliardi di cui un terzo bancari. Nel 2012, l&#8217;ammontare sale a 750 miliardi nell&#8217;euroarea, e a 635 miliardi negli USA. Solo nel 2013 la tendenza è al ribasso, con 590 miliardi in Eurolandia e 440 negli States.</p>
<p>A fronte di tutto questo, i mercati tendono ancora a non orientarsi. Gli <em>yields </em>pubblici decennali statunitensi sono di poco superiori ai 300 punti base, e di circa 350 nel caso britannico. Troppo poco, rispetto a tutto ciò che è nella pipeline. Sino a questo momento è prevalso sui mercati il volo verso il dollaro come moneta -rifugio comunque, il cosiddetto <em>flight to quality</em>. E contano anche i massicci acquisti di bonds pubblici disposti dalle banche centrali e  da molte grandi banche private che danno loro una mano. Ma ci sono alcune conseguenze negative.</p>
<p>Le banche si troveranno ad essere sempre più esposte a un rischio di deterioramento dei titoli pubblici che detengono in portafoglio. Negli USA, per le cinque maggiori banche a fine giugno i titoli pubblici erano pari all&#8217;8% del loro<em> total assets</em> e al 94% del loro <em>equity</em>. I titoli pubblci servono inoltre come collaterali in moltissime operazioni repos e di finanziamento delle banche centrali, e il deterioramento dei bonds sovrani impatterebbe queste operazioni fondamentali per la liquidità dei mercari. Ciò comporterebbe nuove tensioni sul costo medio del<em> funding</em> a lungo e poi a breve delle banche stesse. Oltre alla crisi di molte aziende private che non potrebbero rinnovare la loro raccolta obbligazionaria.</p>
<p>Conclusione. Anche l&#8217;America deve capire che la via al taglio del deficit è necessaria, e l&#8217;Europa deve batterla con ancor più decisione di quanto abbia fatto finora sotto l&#8217;impulso tedesco. Non proprio ciò che i politici amano sentirsi dire.</p>
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		<title>Clima: te l&#8217;avevo detto, io</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 09:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/07/b1032a1a7073211a973382f4b39d19ef.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6624" title="b1032a1a7073211a973382f4b39d19ef" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/07/b1032a1a7073211a973382f4b39d19ef.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>Autocitarsi è sempre un po&#8217; antipatico e va fatto con moderazione e ironia, ma a volte ci vuole. Leggere che i Democratici hanno <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703467304575383373600358634.html?mod=WSJEUROPE_hps_sections_news">rinunciato</a> al climate bill, che avrebbe allineato (seppure in modo molto graduale e con le dovute calma e cautela) gli Usa alle politiche energetiche europee, non solo mi riempie di speranza. Non solo automaticamente paralizza tutti i negoziati globali sul tema, visto che è assai improbabile che gli Usa, non potendo raggiungere un compromesso interno, si facciano promotori di un compromesso internazionale. Non solo desta qualche preoccupazione e attenzione per la possibile scelta della Casa bianca di premere il pedale sulla regolazione della CO2 come un inquinante &#8211; una follia che nessun economista, che io sappia, considera sensata, ma con la politica non si sa mai. Soprattutto, provo una certa soddisfazione sapendo che &#8211; mentre tutti in Europa si sbracciavano per l&#8217;elezione di Obama e l&#8217;europeizzazione degli States &#8211; come Puffo Quattrocchi, <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/1247">l&#8217;avevo detto, io</a> &#8211; in tempi non sospetti.</p>
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		<title>Degli errori della storia davanti alle crisi, inflazione e politica</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 11:32:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Post a integrazione degli ultimi due di Pietro Monsurrò &#8211; veramente ottimi, a mio avviso, consentono anche a chi non sia tecnicamente esperto di farsi un&#8217;idea non solo del nostro punto di vista, ma della pluralità di orientamenti nella letteratura economica su cause e risposte alla grande crisi del &#8217;29, rispetto alla crisi attuale (e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Post a integrazione degli ultimi due di Pietro Monsurrò &#8211; veramente ottimi, a mio avviso, consentono anche a chi non sia tecnicamente esperto di farsi un&#8217;idea non solo del nostro punto di vista, ma della pluralità di orientamenti nella letteratura economica su cause e risposte alla grande crisi del &#8217;29, rispetto alla crisi attuale (e cioè per come lavediamo noi al  riallineamento dei grandi debiti indotti da prezzi sopravvalutati di asset effetto della politica monetaeria lasca seguita dagli USA con Greenspan). E&#8217; verissimo, che chi non mpara le lezioni della storia  è talvolta o spesso condannato a ripeterne errori. Ma è anche vero che confondere storie diverse &#8211; quella del &#8217;29 e quella attuale &#8211; credendo si debba oggi applicare le ricette di allora significa candidarsi a errori ancora peggiori.<span id="more-6438"></span> Soprattutto quando non si ha chiaro o non si è convinti che quelle di Hoover e Roosevelt furono politiche comunque sbagliate, e per uscire da un lungo equilibrio di sottocupazione fu necessario il secondo conflitto mondiale. In larga misura e riducendo la questione al nocciolo, è per questo che diffidiamo fortemente della teoria &#8220;ancora più deficit pubblico&#8221; alla Paul Krugman, come dell&#8217;indifferenza all&#8217;elevata liquidità monetaria di Bernanke, nonché dell&#8217;intera panoplia di provvedimenti il cui segno generale è &#8220;più poteri ai regolatori&#8221;, come il Frank-Dodd Act, volti a rallentare o impedire il deleveraging asset-debiti necessario nell&#8217;intermediazione finanziaria.</p>
<p>Due esempi utili per capire corsi e ricorsi storici. <a href="http://www.popmodal.com/video/2066/Vintage-pro-inflation-propaganda" target="_blank">Qui </a>un&#8217;esilarante prova di come sotto Roosevelt si spiegasse alle masse nei cinematografi la via dell&#8217;inflazione come salvifica.<a href="http://newdeal.feri.org/misc/keynes2.htm" target="_blank"> Qui</a> la lettera aperta scritta da Keynes a Roosevelt il 31 dicembre 1933 per separare le proprie responsabilità rispetto alla rigidità dei prezzi e dei salari praticata dall&#8217;Amministrazione di cui vi ha parlato giustamente Monsurrò, in teoria volta a difendere il potere d&#8217;acquisto dei lavoratori, in pratica responsabile dell&#8217;equilibrio di sottocupazione che per anni e anni impedì l&#8217;uscita dalla crisi. Se Keynes si discostò da Roosevelt allora, chissà che cosa direbbe di Krugman e dei krugmaniti tax-nd-spend nell&#8217;Europa di oggi.</p>
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