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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Napolitano</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Il 17 marzo, Gramsci e la produttività</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Feb 2011 18:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francamente, non sono per nulla antiunitario e secessionista. Ma questa grande insistenza del Quirinale per la festività del 17 marzo non l&#8217;ho proprio capita. Non la capisco per almeno tre ordini di ragioni, che vado pianamente a spiegare nella piena consapevolezza di attirarmi facili critiche.
La prima è di ordine storico. Sarà perché la mia cultura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Francamente, non sono per nulla antiunitario e secessionista. Ma questa grande insistenza del Quirinale per la festività del 17 marzo non l&#8217;ho proprio capita. Non la capisco per almeno tre ordini di ragioni, che vado pianamente a spiegare nella piena consapevolezza di attirarmi facili critiche.<span id="more-8407"></span></p>
<p>La prima è di ordine storico. Sarà perché la mia cultura di formazione è quella del repubblicanesimo storico, ma dico io dovevamo scegliere proprio la data  in cui viene approvato l&#8217;articolo unico “Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re D&#8217;Italia”?  Un Parlamento che non era nazionale affatto, visto che a quella data all&#8217;ex Stato Sardo mancava ancora Mantova in Lombardia e tutto il Veneto, tutto il Friuli e tutto il Lazio? Per tacere poi dell&#8217;attuale Trentino Alto Adige, che arriverà sconfitto e annesso 60 anni dopo, al termine della prima guerra mondiale e c&#8217;incazziamo pure che la SVP dica di non avere niente da festeggiare? E non abbiamo proprio niente da ridire sul fatto che il Re di Sardegna preferì per non scontentare la sua aristocrazia continuare a chiamarsi Vittorio Emanuele “secondo”, a differenza di quel che aveva fatto Enrico III di Navarra che divenuto Re di Francia divenne Enrico IV perché quella era l&#8217;ordinale nazionale, esattamente come fece Giacomo VI di Scozia allorché si chiamò Giacomo I d&#8217;Inghilterra? Fate voi, ma a me questa data dice poco, l&#8217;Italia era disunita ancora e quel giorno contò innanzitutto per i Savoia, pace all&#8217;anima loro e un ballo pieno di simpatia per il loro attuale erede televisivo. Oltretutto, dei 170 mila che votarono per quel Parlamento di duchi e principi su 26 milioni di italiani dell&#8217;epoca, 70 mila erano dipendenti statali: sai che festa da ricordare&#8230;</p>
<p>La seconda ragione è di ordine culturale. Mi ha molto colpito l&#8217;improvvisa levata di scudi verificatasi su media, cultura e accademia, a favore del 17 marzo. Una pressoché unanime e stentorea riprovazione indignata, rispetto a chi obiettava. Un coro di sepolcri imbiancati, tutti intenti a sbandierare unità e tricolore contro i presunti nemici della patria. Che sarebbero, naturalmente, i criptosecessionisti leghisti. Polemica “ignobile”, è arrivato a dire Pierferdinando Casini, che di solito usa termini moderati. In questa trasversalità politicamente sospetta, hanno anche fatto capolino elementi singolari, estremamente significativi della mistificazione in corso. Per dire: nel festival nazionalpopolare per definizione, Sanremo coi suoi 12 milioni di spettatori, la serata dedicata al festeggiamento unitario è stata sparata a tutto schermo l&#8217;icona di Antonio Gramsci. Ora dico io se abbiamo avuto nella storia italiana del Novecento un critico tagliente e senza sconti dei limiti e dei fallimenti del processo unitario risorgimentale – in quanto moto al servizio della Corona di ristrette élites borghesi, totalmente fallimentare quanto a soluzione del problema sociale delle campagne e dei bassi ceti &#8211; quello è stato proprio lui, Gramsci, che ne ha imbevuto la storiografia egemone e nazionalmarxista successiva all&#8217;avvento della Repubblica!  Che cos&#8217;è successo, d&#8217;un tratto l&#8217;intera storiografia italiana di sinistra verrà riscritta ed emendata a favore dei Savoia, in nome del “meglio il Re Vittorio che Umberto”?</p>
<p>La terza ragione è che, oltretutto, pur di festeggiare e accontentare il Quirinale e il trasversalismo neopatrio, ci siamo inventato un ponte lungo che ci abbasserà reddito e produttività. Un messaggio assolutamente sbagliato, almeno per me. Tanto che ho brindato, quando Confindustria e tutte le altre associazioni d&#8217;impresa l&#8217;hanno fatto presente. Respinte tra gli improperi. E il ridicolo è che ho dovuto leggere, sul Corriere della sera, un fondo del solitamente ottimo Gianantonio Stella in cui si diceva ma quante storie, ci sono Paesi al mondo che lavorano meno di noi e con più feste ma sono più avanti. E questo sarebbe il commento del primo giornalone borghese e produttivo d&#8217;Italia? Non so perché, ma mi pare che questa, più che dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, sia l&#8217;ennesima festa fatta al buon senso. Come il gatto fa la festa al topo, però.</p>
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		<title>L&#8217;IBL, Walt Disney e la salvezza del mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 15:04:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;inizio del nuovo anno è forse il momento migliore per interrogarsi sull&#8217;efficacia degli sforzi compiuti, e l&#8217;utilità di quelli da compiere, nella direzione di una progressiva riduzione del peso dello Stato. Il nostro lavoro &#8211; nostro come IBL, ma nostro più in generale come persone che a vario titolo si riconoscono nella galassia &#8220;mercatista&#8221; &#8211; è servito ad affamare la bestia, o a far sì che si saziasse meno di quanto avrebbe fatto in nostra assenza, o almeno ad aumentare la consapevolezza dell&#8217;opinione pubblica che la bestia bestia è, e che quel mangia è cibo nostro? E cosa dobbiamo fare per aumentare questa consapevolezza nel futuro? Vorrei concentrarmi su questo secondo aspetto.</p>
<p><span id="more-7939"></span>Lo spunto mi viene da una discussione piuttosto accesa sulla <a href="http://www.facebook.com/istitutobrunoleoni">pagina Facebook dell&#8217;IBL</a>, dove qualche nostro amico si è lamentato del fatto che abbiamo ripreso positivamente le parole di Giorgio Napolitano sul debito pubblico (<a href="http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&amp;key=2052">qui</a> il discorso integrale del capo dello Stato, <a href="http://www.blitzquotidiano.it/economia/debito-pubblico-contadebito-iphone-699324/">qui</a> il nostro commento). Ecco le parole &#8220;incriminate&#8221; di Napolitano:</p>
<blockquote><p>Nelle condizioni dell&#8217;Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità individuale e collettiva di superare le prove che già ci incalzano. Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell&#8217;aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale.Trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni ; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare. Questo dovrebbe essere l&#8217;oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall&#8217;abituale frastuono e da ogni calcolo tattico.</p></blockquote>
<p>Napolitano ha detto qualcosa su cui la maggior parte di noi si trova facilmente d&#8217;accordo. Anzi, ha detto qualcosa che per la maggior parte di noi è ovvio, e non da oggi. Quindi &#8211; hanno osservato i nostri critici &#8211; non c&#8217;è nulla da rallegrarsi; semmai, dovremmo indignarci perché solo oggi il capo dello Stato, dopo aver passato una lunga vita in politica, si rende conto che il nostro paese è afflitto da troppe tasse e troppe spese. Inoltre, nel suo intervento ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte, indugiando sulla retorica facile della lotta all&#8217;evasione. Insomma: a ben guardare, nulla di nuovo e nulla che sia degno di nota.</p>
<p>Non sono d&#8217;accordo. In questo momento storico, la sostenibilità del debito pubblico è <em>la </em>questione italiana (e non solo italiana). In molti sensi, la lotta politica si gioca tutta qui: tra chi crede che il debito vada abbattuto e che ciò sia fattibile solo attraverso un drastico ridimensionamento della spesa, e tra quelli che invece pensano che il peso del debito possa essere contenuto attraverso incrementi del prelievo fiscale (pudicamente nascosti sotto la foglia di fico dell&#8217;evasione). Pur con tutte le cautele del caso, il capo dello Stato ha detto chiaramente che il debito è insostenibile perché la spesa è insostenibile. E, dicendolo, ha accreditato e legittimato posizioni in cui noi &#8211; ideologicamente, politicamente, culturalmente &#8211; ci riconosciamo, e facendolo ha reso un servizio alla <em>nostra </em>causa &#8211; la causa della libertà individuale e dell&#8217;antistatalismo.</p>
<p>Dopo di che, è vera e ovvia un&#8217;altra cosa: Napolitano non è un liberista, non è un antistatalista, non è un anarchico di mercato. E allora? Non possiamo pretendere, e sarebbe assurdo farlo, che ciascuno si adegui perfettamente e totalmente al paradigma libertario. Il nostro mestiere è semmai fare di tutto per convincere il più ampio numero di persone che il mercato funziona meglio della regolamentazione, le transazioni volontarie di quelle dettate dall&#8217;autorità pubblica. Il nostro mestiere è, insomma, avere un obiettivo chiaro in mente &#8211; il raggiungimento della libertà individuale &#8211; ma, contemporaneamente, distinguere il fine dai mezzi; distinguere l&#8217;obiettivo ultimo dai piccoli o grandi progressi (o passi indietro) che vengono compiuti. In questo senso, poter annoverare il capo dello Stato tra quelli che dicono qualcosa di (parzialmente) simile a ciò che diciamo noi è un argomento formidabile tanto di legittimazione, quanto di visibilità. Noi continueremo a essere &#8220;estremisti&#8221;, ma il baricentro si è mosso, magari in misura impercettibile, nella nostra direzione.</p>
<p>C&#8217;è un altro aspetto. Nella sua <a href="http://www.liberilibri.it/opera.php?k=99">discussione</a> sulle prospettive strategiche del libertarismo, Murray Rothbard mette in guardia contro le tentazioni gemelle dell&#8217; &#8220;opportunismo di destra&#8221; e del &#8220;settarismo di sinistra&#8221;. L&#8217;opportunismo di destra consiste nel confondere il mezzo col fine: per esempio, ridurre l&#8217;intera nostra battaglia a una riduzione del 2 per cento delle imposte. Il settarismo di sinistra consiste invece nel negare che un progresso graduale sia un progresso: cioè che la riduzione del 2 per cento delle tasse non vada perseguita perché il 2 non è il 100 per cento. Le parole di Napolitano non sono la consacrazione della vittoria libertaria: i libertari sono ben lontani da qualunque cosa sia vagamente definibile come una vittoria. Ma sono un passo nella giusta direzione. E negare che le cose stiano così non è purismo innocuo: è un colpevole &#8211; secondo me &#8211; atteggiamento da &#8220;tanto peggio tanto meglio&#8221;. Se vogliamo rendere la società in cui viviamo una società libera, dobbiamo consapevolmente batterci per qualunque piccolo miglioramento, pur sapendo che quello che noi vogliamo è un miglioramento grande e radicale. Ma, come diceva Zio Paperone, i miliardi sono fatti di centesimi, e se scartiamo i centesimi perché valgono poco e offendono la nostra dignità, ci troveremo più poveri: senza miliardi e senza centesimi. O, se preferite, come recita quella <a href="http://www.imdb.com/video/screenplay/vi2153513497/">splendida canzone</a> dalla colonna sonora di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pomi_d'ottone_e_manici_di_scopa">Pomi d&#8217;ottone e manici di scopa</a> </em>(<a href="http://www.stlyrics.com/lyrics/bedknobsandbroomsticks/stepintherightdirection.htm">qui</a> il testo integrale),</p>
<blockquote><p>Watch the tiny totters inching up a hill<br />
It may seems to you he&#8217;s merely standing still<br />
Though the steps he takes are infinitely small<br />
They&#8217;re a step in the right direction after all.</p></blockquote>
<p>(Hat tip: Andrea Giovanni Stagnaro)</p>
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		<title>La manna è finita</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 15:23:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mondo della cultura e dello spettacolo trova un nuovo importante alleato: il Presidente della Repubblica. E&#8217; di oggi infatti l&#8217;esternazione di Napolitano in cui afferma che non è attraverso la &#8220;mortificazione&#8221; della cultura che &#8220;troveremo nuove vie per il nostro sviluppo economico e sociale&#8221;. Da tempo ormai le rivendicazioni fanno leva sull&#8217;effetto moltiplicatore degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo della cultura e dello spettacolo trova un nuovo importante alleato: il Presidente della Repubblica. E&#8217; di oggi infatti l&#8217;esternazione di Napolitano in cui afferma che non è attraverso la &#8220;mortificazione&#8221; della cultura che &#8220;troveremo nuove vie per il nostro sviluppo economico e sociale&#8221;. Da tempo ormai le rivendicazioni fanno leva sull&#8217;effetto moltiplicatore degli investimenti in cultura. Facendo tesoro della lezione di Keynes, ora il concetto di moltiplicatore della spesa pubblica viene declinato a suo favore. <span id="more-7680"></span>Gli investimenti in cultura avrebbero infatti una caratteristica anticiclica. Dietro tali affermazioni si nasconde in realtà solamente la ricerca di una giustificazione scientifica ed inoppugnabile affinchè lo Stato dia sostegno alla cultura.<br />
Nei giorni scorsi si è svolta la manifestazione &#8220;Florens 2010&#8243;, dedicata al tema dei beni culturali. Tra gli studi proposti non poteva mancarne uno sull&#8217;effetto della spesa in termini di crescita di Pil e di occupazione: ogni 100 euro di investimenti nel settore culturale si attivano 249 euro di PIL nel sistema economico. Per quanto riguarda invece l&#8217;occupazione: &#8220;2 unità di lavoro nel settore culturale generano 3 unità di lavoro nel sistema economico&#8221;.<br />
Come sostiene Hunter Lewis nel suo &#8220;<a href="http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=9749&amp;level1=2220" target="_blank">Tutti gli errori di Keynes</a>&#8220;: &#8220;Il moltiplicatore di Keynes è forse il suo concetto più conosciuto [...] Si tratta di un esempio da manuale di uso improprio della matematica per fare in modo che una cosa incerta sembri il contrario&#8221;. La finalità del moltiplicatore è quella di quantificare ciò che non può essere quantificabile.<br />
Qualche settimana fa, a proposito delle proteste contro la riforma delle pensioni che animavano la Francia, l&#8217;Economist scriveva: &#8220;[They] appear to believe that public money is printed in heaven and will rain down for ever like manna to pay for pensions, welfare, medical care and impenetrable avant-garde movies&#8221;. Ecco, ogni giustificazione è buona per reclamare soldi pubblici, come se i soldi venissero stampati in paradiso.<br />
Lo sciopero di ieri aveva fra le sue rivendicazioni la richiesta di risorse aggiuntive a quelle già assegnate. Qui non si contesta il fatto che il FUS abbia fatto registrare in questi ultimi anni un decremento delle risorse stanziate per il settore. Ma sarebbe opportuno che il dibattito vertesse sui modi alternativi di sostenere il comparto, separando quei settori più attrezzati ad affrontare il mercato dagli altri.<br />
La scelta operata di sopprimere alcuni enti come l&#8217;ETI (Ente teatrale italiano) va nella giusta direzione, ovvero quella di ridurre quei soggetti pubblici che una analisi costi-benefici farebbe ritenere non necessari. Spiace allora che il Presidente Napolitano definisca &#8220;inspiegabile&#8221; la soppressione di tale ente.<br />
Lo sciopero di ieri è stato orchestrato assai bene per il risalto che i media gli hanno dato. In realtà è stato un discreto flop. I teatri erano chiusi perchè ogni lunedì dell&#8217;anno lo sono. Le sale cinematografiche invece erano regolarmente aperte: si proiettavano film e si staccavano biglietti. Nelle prossime settimane la protesta continuerà. E&#8217; probabile che attraverso il decreto milleproroghe qualche risorsa aggiuntiva per lo spettacolo verrà trovata. Forse il mondo dello spettacolo vedrà accolte le proprie rivendicazioni minime: reintegro del FUS e rinnovo delle agevolazioni fiscali per il cinema. Queste ultime rappresentano una modalità &#8220;altra&#8221; di sostenere il settore. Se aiuto ci deve essere, allora meglio che sia indiretto.<br />
In un commento comparso sul Corriere della Sera di domenica scorsa, Severino Salvemini portava all&#8217;attenzione il caso francese, &#8220;dove una legge sui <em>mecenats</em> introdotta nel 2003 ha sviluppato un sistema di fundraising privato di successo [Inoltre ...] il ministro Frédéric Mitterand sta studiando di elevare la soglia di deduzione fiscale delle persone fisiche, nel caso di donazioni alla cultura, alla educazione e alle organizzazioni umanitarie. E la vuole portare al 60% dell&#8217;imposta&#8221;.<br />
Questa sarebbe una buona cosa anche per l&#8217;Italia, dove il sistema di agevolazioni fiscali è insufficiente e da semplificare. Secondo un rapporto realizzato da Civita, solo il 5,6% delle donazioni è per arte e cultura. A livello pro capite è di 19,9 euro negli Stati Uniti e di 0,9 euro in Italia. Se da noi a donare sono in primis le imprese (mentre negli Stati Uniti i donatori sono in larga maggioranza persone fisiche), questo avviene perchè in Italia il sistema degli sgravi fiscali prevede la piena deduzione per le imprese e una deduzione del 19% per le persone fisiche.<br />
La leva fiscale rappresenta allora un forte incentivo per attrarre risorse da soggetti privati, ed è per questo che sarebbe opportuno cominciare dal cinema per invertire la rotta dell&#8217;intervento dello Stato.</p>
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		<title>Si può criticare Napolitano? A volte, sì</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 16:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando governo e politica ballano su un filo, nel nostro sistema costituzionale è pressoché fisiologico che sia il Capo dello Stato ad acquistare ancor più rilievo e influenza. E&#8217; quanto inevitabilmente avvenuto in questi ultimi mesi, a maggior ragione e con più evidenza quando la tensione tra Berlusconi e Fini ha toccato il diapason. Solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Quando governo e politica ballano su un filo, nel nostro sistema costituzionale è pressoché fisiologico che sia il Capo dello Stato ad acquistare ancor più rilievo e influenza. E&#8217; quanto inevitabilmente avvenuto in questi ultimi mesi, a maggior ragione e con più evidenza quando la tensione tra Berlusconi e Fini ha toccato il diapason. Solo che, inevitabilmente, quando il Quirinale passa da un ruolo di mera garanzia a quello di un sistematico interventismo che pur gli è legittimamente consentito dalla cosiddetta Costituzione materiale, ecco che il rispetto dovuto alla massima istituzione di garanzia inevitabilmente deve aprirsi anche a un altrettanto legittimo diritto di critica verso le esternazioni del Quirinale. A mio giudizio, doo il caso Fiat, è anche quello dell&#8217;auspicata politica industriale.<span id="more-6943"></span></p>
<p>Personalmente, con grande rispetto per la persona e le attribuzioni del Capo dello Stato, per esempio non ho condiviso il suo intervento sulla vicenda Fiat-Melfi, e avete letto qui perché. Al Quirinale sapevano benissimo che intervenendo a favore dei tre licenziati sostenendo la tesi del pieno reintegro non solo economico ma anche alla linea di produzione – senza precedenti in giurisprudenza,per un&#8217;ordinanza favorevole ai ricorrenti ex articolo 28 e non 18 dello Statuto dei lavoratori – si introduceva un precedente di fatto e non di diritto, s sfavore del diritto dell&#8217;industria a considerare giustamente lesivi scioperi legittimi sì, ma illegittimi se bloccano interi stabilimenti violando la libertà di chi invece vuol lavorare.</p>
<p>Su un altro piano, meno rilevante poiché siamo nel campo della piena libertà d&#8217;opinione politica e non in quello dell&#8217;attesa di sentenze,  le dichiarazioni del Presidente della Repubblica lanciate dai giornali come “serve una seria politica industriale, che dia prospettive ai giovani”. Dichiarazioni, a mio modestissimo giudizio, da leggere su tre piani diversi.</p>
<p>Il primo è quello del richiamo al governo affinché nomini il successore di Claudio Scajola al dicastero delle Attività Produttive. Richiamo motivato e comprensibile, visto che dall&#8217;uscita di scena dell&#8217;ex ministro sono trascorsi mesi. Si possono avere valutazioni diverse intorno ai possibili candidati che secondo le indiscrezioni d stampa il premier avrebbe nel tempo presentato al Quirinale, ma sta di fatto che in effetti la vacatio di mesi non è un vantaggio per il Paese. Ricordo tra tutti il dossier della politica energetica e la scelta di tornare al nucleare, che rischia di restare impantanata visto che fondamentali pre condizioni come l&#8217;Agenzia per la sicurezza nucleare, senza di cui non vi è scelta dei siti potenziali, sono rimasti sinora bloccate.Il richiamo ha avuto oltretutto effetto, visto che poche ore fa Berlusconi ha garantito che la prossima settimana avverrà la nomina.</p>
<p>Altro paio di maniche è invece quello che riguarda la dizione stessa di “politica industriale”, e il richiamo ai giovani disoccupati. Su questo, non credo sia mancare di rispetto al Quirinale se si opina che sono parole attraverso le quali si esprime la cultura politica alla quale appartiene per lunga militanza il Presidente. Dire “politica industriale” può concretamente significare infatti due  cose. Se si guarda all&#8217;esperienza europea, è un richiamo al modello francese, cioè a quello in cui governo e Stato fissano con propria priorità una serie di settori definiti “strategici”, su cui concentrano incentivi e ai quali danno obiettivi, esercitando sul loro raggiungimento una fortissima influenza diretta. Ma non è il modello scelto dal nostro Paese, e anzi praticamente da nessun Paese europeo, anche se pure in Germania nella crisi si sono viste pesanti eccezioni alla regola per la quale gli incentivi e gli aiuti sono temporanei e riguardano la generalità delle imprese, lasciando alla libera concorrenza  del mercato l&#8217;opportunità di raggiungere i migliori risultati di cui è capace. Altrimenti, nel contesto italiano, “politica industriale” significa il ritorno a quella che si faceva prima dello smantellamento della Prima Repubblica: perché in realtà il modello successivo, quello di bandi aperti a tutti voluto da Bersani e lasciato in eredità a Scajola sotto la sigla di “Industria 2015”, in realtà ha avuto e presenta oggi un bilancio tutt&#8217;altro che esaltante.</p>
<p>Non credo affatto che sia il dirigismo di Stato, a risolvere il problema storico della cronica sottoccupazione al Sud di giovani e donne. Il Presidente ha pieno diritto, eventualmente, di pensarlo. Ma resta a tutti, a quel punto, il diritto di criticare e non essere d&#8217;accordo. Lo Stato, con il suo prelievo fiscale su lavoro e famiglia oltre che su imprese e con le sue regole del mercato del lavoro, per noi è la causa della maggior disoccupazione giovanile e femminile, non la soluzione.</p>
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		<title>L&#8217;eccezione sbagliata a favore delle livree pubbliche</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/07/28/leccezione-sbagliata-a-favore-delle-livree-pubbliche/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 10:46:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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		<description><![CDATA[E&#8217; l&#8217;eccezione invocata e riconosciuta a proprio  vantaggio da chiunque  indossi una livrea pubblica, a fare dello Stato in quanto tale un  agente corruttore nella storia. Per questo, oggi, boccio &#8211; molto a malincuore &#8211; Giorgio Napolitano. Che &#8211; evitiamo subito equivoci &#8211; non ha parlato per sé, ma a difesa dei diplomatici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; l&#8217;eccezione invocata e riconosciuta a proprio  vantaggio da chiunque  indossi una livrea pubblica, a fare dello Stato in quanto tale un  agente corruttore nella storia. Per questo, oggi, boccio &#8211; molto a malincuore &#8211; Giorgio Napolitano. Che &#8211; evitiamo subito equivoci &#8211; non ha parlato per sé, ma a difesa dei diplomatici italiani.<span id="more-6663"></span></p>
<p>Premessa obbligata. Credo che il Capo dello Stato meriti un voto positivo per l&#8217;equilibrio con cui è costretto ogni giorno che Dio manda in terra a barcamenarsi, per evitare che esplodano in maniera irreversibile le aspre conflittualità interistituzionali e politiche che minano la vita pubblica del nostro Paese. Alla luce del suo passato e della sua matrice politica, inevitabilmente tale da insospettire e indispettire il centrodestra, penso  che tutto sommato il governo Berlusocni dovrebbe comunque accendere un cero al Presidente della Repubblica. Ci fosse stato oggi uno Scalfaro al Quirinale, Berlusconi e la sua squadra avrebbero chiodi ancor più puntuti e fitti sui giacigli da fachiro ai quali sono costretti, per altro dai  propri gravi errori e mancanze.  Ma oggi no, Napolitano non mi è piaciuto per niente.</p>
<p>Che cosa <a href="www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201007articoli/57098girata.asp" target="_blank">ha detto</a> il Capo dello Stato?  Che i tagli alla finanza pubblica non devono mortificare  funzioni delicate ed essenziali dello Stato. Parlava a difesa della diplomazia, poiché ieri e oggi è in corso una conferenza di tutti i capimissione italiani all&#8217;estero, su come meglio promuovere l&#8217;Italia. E parlava mentre alla Camera è in corso l&#8217;esame della manovra.  Secondo me, per questa dichiarazione Napolitano merita un&#8217;insufficienza secca, a matita verde.</p>
<p>Mi racconta una persona strepitosa che lavora al servizio studi Camera di come ieri le sia capitato di dover consolare e ridar fiato a un consigliere di municipalità napoletano &#8211; l&#8217;equivalente dei consigli di quartiere &#8211; il quale, fermo ai tagli ai gettoni di presenza disposti nella versione originale e tremontiana della manovra, cheideva se almeno si potesse recuperare la loro corresponsione pregressa, bloccata da aprile in avanti. Senonché il consigliere era ignaro che al Senato i gettoni erano stati naturalmente reintrodotti. Ed è rinato a nuova vita, apprendendolo. Come, naturalmente, tra esame parlamentare e ripensamenti del governo sono stati puntualmente accolte le richieste dei magistrati, e di molti altri.</p>
<p>La spesa pubblica italiana va ridotta di molti punti di PIl. Da un capo dello Stato serio, non costretto a sporcarsi con la polvere ultrademagogica della politica, noi povere mosche bianche liberiste abbiamo il dovere di aspettarci l&#8217;esatto contrario di quel che ha fatto. Non serve confermare ogni categoria pubblica nella sua convinzione di centrale ed essenziale insostituibilità, e nella sua richiesta che i tagli riguardino tutti gli altri ma non avvengano a casa propria. E&#8217; la malattia italiana publica permanente, quella di giustificare i propri aumenti retributivi e i propri privilegi  con quelli degli altri, i parlamentari agganciati ai magistrati, i magistrati a lamentare che i parlamentari hanno più indennità e meno rischi, gli ordinari accademici a puntare il dito contro i  medici in policlinici con integrazioni loro negate, e via proseguendo fino all&#8217;ultimo consigliere di quartiere, appunto.</p>
<p>Così, con questa mentalità comparativa sempre e sono in senso incrementale, il costo pubblico si gonfia incessantemente, ma tutti comunque lamentano di essere discriminati. Sogno un capo dello Stato capace di dire anche a magistrati e diplomatici &#8211; i signori che guadagnano di più, nella macchina pubblica &#8211; che nessuno deve fare eccezioni e che comunque le dotazioni dovranno diminuire.  Non credo sia chiedere troppo. E&#8217; l&#8217;eccezione invocata e riconosciuta a proprio  vantaggio da chiunque indossi una livrea pubblica, a fare dello Stato in quanto tale un agente corruttore nella storia.</p>
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