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	<title>CHICAGO BLOG &#187; moneta</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Eutanasia – di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 13:14:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
In una situazione così incerta come l’attuale e’ difficile fare delle previsioni nei prossimi mesi sull’esito della crisi europea anche perché essa è intrecciata con la crisi americana che l’amplifica. Alcune brevi premesse. Gli Stati Uniti, fra poco, per contrastare le forze deflazionistiche che premono l’economia, opteranno per un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p>In una situazione così incerta come l’attuale e’ difficile fare delle previsioni nei prossimi mesi sull’esito della crisi europea anche perché essa è intrecciata con la crisi americana che l’amplifica. Alcune brevi premesse. Gli Stati Uniti, fra poco, per contrastare le forze deflazionistiche che premono l’economia, opteranno per un ulteriore espansione monetaria e l’Europa, per salvare l’eurozona attuerà una politica analoga attraverso l’European Financial Stability Facility (EFSF) una specie di fondo di mutua assistenza predisposto per combattere il debito.</p>
<p><span id="more-10248"></span>L’Europa sta comunque peggio degli Stati Uniti perché non solo deve difendere una valuta comune ma deve salvare un’unione monetaria. Il fatto stesso che si sia creato questo fondo significa che è tutta l’eurozona ad essere fallita. Pertanto l’uscita della sola Grecia, ora non avrebbe senso. D’altronde questo paese è già stato “salvato” perché  il sistema bancario europeo non solo non ha mai smesso di acquistarne il debito ma lo pone ancora a garanzia dei finanziamenti dalla Banca Centrale Europea.  Si darebbero forse in garanzia titoli di una società che sta fallendo?</p>
<p>Per assistere gli stati membri è stato predisposto un incremento dell’ EFSF da 440 miliardi a 2 trilioni di euro come standby credit facility per cinque anni. Per rendersi conto dell’entità di questa cifra terrificante basta dire che è pari ad una volta e mezzo l’intero stimolo della FED fino ad oggi o, se si preferisce, pari al doppio del debito pubblico Usa detenuto della Cina. Un fatto senza precedenti nella storia. Alcuni analisti la reputano perfino insufficiente a salvare l’eurozona. In base a queste premesse ci sentiamo quindi di azzardare una previsione: entro il 2012, l’euro subirà una massiccia svalutazione perché il fondo di salvataggio avrà solo effetti inflazionistici.</p>
<p><em><strong>Debito senza fine</strong></em><br />
L’obiettivo dell’ EFSF è di garantire la stabilità finanziaria dell’Unione. A tal fine emetterà obbligazioni per ottenere fondi da prestare ai paesi bancarottieri. Le emissioni dei titoli sono garantite dall’insieme dei governi pro rata in proporzione al capitale versato dalle singole banche centrali nella BCE. Tecnicamente è un credit transfer facility: un’istituzione sovranazionale dedita alla raccolta di fondi da trasferire ai paesi da salvare. In pratica è un embrione di un futuro Tesoro europeo, sovrastatale che emette come tutti i tesori, titoli di debito, funzionando la BCE da gestore della liquidità. L’EFSF, a seconda del programma predisposto da ciascun paese, non solo fornirebbe fondi ai governi, ma anche ai loro sistemi bancari per ricapitalizzarli. Così l’eurozona per salvare se stessa dai debiti dovrebbe contrarre altri debiti.</p>
<p>Noi sosteniamo che non è la liquidità che può pagare i debiti ma è solo il capitale che ha la capacità di estinguerli. Tuttavia, il capitale, che origina solo ed esclusivamente dall’economia privata, è stato dissipato. Siamo dunque in un circolo vizioso. Ci spieghiamo.</p>
<p>Una crisi di liquidità, definizione fuorviante della situazione europea, verrebbe risolta facilmente se i fondamentali dei bilanci fossero sani. La situazione è invece molto più grave. Siamo in presenza di una gigantesca crisi di insolvenza. Se si consolidassero i bilanci di tutte le quasi 8000 banche europee si avrebbe un patrimonio netto negativo perché il capitale dovrebbe essere abbattuto per la svalutazione degli attivi che ora hanno un valore nominale superiore a quello di mercato. Ad esempio, anche la BCE può considerarsi fallita. Infatti, con un patrimonio netto (capitale e riserve) di 82 miliardi di euro di debiti ed un attivo di 1895.9, basterebbe svalutare quest’ultimo (carico di titoli tossici) poco più del 4% per prosciugare il capitale. In queste condizioni è tutto il sistema bancario che, naturalmente, è impossibilitato a finanziare il sistema industriale. Ma vi è di più. Questa dissipazione di capitale dalle banche si è estesa all’economia intera. Il fenomeno dell’erosione di capitale, che avviene a discapito del fondo di ricchezza presente, non ha evidenza intuitiva (specialmente per i politici e gli economisti di governo) anche perché non può essere rilevato statisticamente ma è un fenomeno sempre operante e che, persistendo nel tempo, porta nelle banche ai dissesti (default) e, nell’economia, alla recessione. Quest’ultima viene invece sempre attribuita ad altre cause, animal spirits compresi, ma mai alle politiche di debito senza fine che divorano il capitale. I titoli dei debiti pubblici assorbono il capitale che dovrebbe invece fluire nell’economia mentre tassi di interesse artificialmente bassi ostacolano la formazione di risparmio e quindi l’accumulazione di capitale. Minor capitale fa diminuire la produttività del lavoro, produzione, retribuzioni reali e quindi la domanda aggregata. L’erosione di capitale si manifesta poi come mancato ammortamento e ricostituzione e rinnovo della sua forma industriale per produrre maggiori beni e servizi reali vanificando la ripresa. Se non si afferrano questi concetti non si capirà mai la crisi in cui viviamo. Finché al centro della scena economica avremo lo Stato, il Tesoro, la Banca e lo Spread, verrà solo creato capitale fittizio nella forma di liquidità e il fenomeno sarà accompagnato sia dal letargo imprenditoriale sia dalla emigrazione del residuo capitale reale verso aree che possono remunerarlo e tassarlo di meno. Da che mondo è mondo nessuno investe in paesi basati su debiti e burocrazia ma in quelli dove l’investimento cresce. La crisi attuale non riguarda il credito o la liquidità ma è una crisi da carenza di capitale.</p>
<p>Questo ragionamento ci porta a prefigurare la catena di effetti che lo “stimolo” dell’ EFSF dovrebbe produrre. I fondi ottenuti con l’emissione di obbligazioni entrati nel circuito bancari monetizzeranno il debito attraverso l’espansione creditizia. La massa monetaria dell’eurozona aumenterà svalutando la moneta comune. Anche il PIL europeo, essendo funzione solo dell’inflazione monetaria aumenterà, mentre la percentuale del debito diminuirà perché il suo valore reale si ridurrà per effetto dell’inflazione. Questi fenomeni daranno l’illusione della crescita ma non si tratterà di altro che della seconda, gigantesca redistribuzione del potere d’acquisto dalle tasche dei contribuenti a favore dei governi. In altre parole tutto il peso del debito, cioè il costo dell’Europa, ricadrà ancora sulle spalle della collettività. La svalutazione dell’euro farà aumentare l’esportazioni contribuendo a rafforzare l’illusione della ripresa. Ma ogni euro ricevuto in più varrà sempre di meno mentre le importazioni costeranno sempre di più. L’inflazione accentuerà la deindustrializzazione cioè l’evaporazione del capitale e si entrerà in una depressione inflazionistica.</p>
<p><em><strong>BCE scandalosa</strong></em><br />
Ma quale meccanismo ha portato al dissesto europeo? Non era compito della Banca Centrale Europea promuovere la stabilità finanziaria operando la vigilanza prudenziale sul sistema bancario in modo da preservane il capitale? Il comportamento della BCE invece è stato analogo a quello di un padre che abbia consegnato un assegno in bianco alla prole dipendente dagli stupefacenti.  Chiariamo l’analogia.</p>
<p>Per dieci anni il sistema bancario ha scambiato i propri fondi contro titoli di stato e i governi hanno utilizzato questi fondi per espandere la spesa pubblica. Le banche a loro volta hanno utilizzato i titoli in portafoglio come garanzia per ottenere finanziamenti dalla BCE. Parte di questi finanziamenti è di nuovo affluita nell’acquisto di titoli finanziando nuova spesa pubblica. Pertanto la BCE accettando i titoli in garanzia dei prestiti ha finanziato il deficit di tutti gli stati membri. Il grave è stato che la BCE ha applicato un basso interesse indipendentemente dal grado di solvibilità dei governi che venivano incentivati ad indebitarsi alle stesse condizioni dei paesi solvibili. In sostanza, la Grecia aveva lo stesso merito del credito della Germania. Pertanto le economie si adattavano alla spesa fuori controllo dei governi e dunque alla inefficienza dirigendosi verso il collasso. Solo nel 2009 quando la situazione si cominciava ad aggravare la BCE “scopriva” la necessità di differenziare i tassi in base all’affidabilità ma continuava a permettere che il sistema bancario si finanziasse fornendo in garanzia titoli di debito di stati sull’orlo del fallimento.</p>
<p>Per anni le società di rating non si sono preoccupate di valutare i titoli nella presunzione che l’eurosistema avrebbe evitato il default dei propri membri. E così è scattava la frenesia dell’espansione creditizia e della spesa. Il sistema bancario si è indebitato a breve per investire a lunga fornendo persino in garanzia i titoli del debito immobiliare USA (i famosi asset backed securities). In tal modo la BCE attraverso il sistema bancario europeo oltre al deficit dei paesi membri è riuscita pure a finanziare indirettamente la bolla dei mutui aggravando non solo i bilanci del sistema ma anche quelli di milioni di risparmiatori a cui titoli venivano venduti. Tutto naturalmente in trasgressione del trattato di Maastricht che stabilisce le garanzie sicure su cui la BCE deve basare l’erogazione dei prestiti. Tutte queste manovre hanno minato il potere d’acquisto l’euro.</p>
<p>Con la crisi la BCE si conferma come un’istituzione fondata sull’irresponsabilità monetaria, fonte di destabilizzazione economica e dissipatrice di capitale.</p>
<p><strong><em>Il futuro dell’euro</em></strong><br />
L’Europa è stata costruita su due pilastri: la solidità monetaria e fiscale. La prima doveva essere garantita dalla Banca Centrale, la seconda dagli Stati membri. Sia la prima che i secondi hanno fallito il compito. La BCE ha abusato del sistema monetario a danno della collettività. I secondi non hanno rispettato il Patto di stabilità aumentando spesa e deficit. E’ tempo di guardare in faccia la realtà. Le recenti parole dell’ex maoista Josè Barroso, attuale presidente della Commissione europea: “L’Europa è la soluzione dei problemi dei cittadini europei” suonano come quelle di un rimbambito che non ha capito cosa è accaduto. L’Europa è stato un’ideale astratto che si è fracassato contro lo scoglio dei fatti. I fatti dicono che è impossibile creare un unione monetaria basata sulla politica. Questo fu ben compreso da Milton Friedman fin dal 1999 quando polemizzò con il collega canadese Nobel Robert Mundell, il teorico delle aree monetarie ottimali, secondo il quale l’euro rappresentava un passo avanti nella direzione di una riforma dell’architettura finanziaria internazionale. Mai nella storia un’area monetaria ottimale si è creata con “architetture” politiche. E l’euro è l’ultima eloquente dimostrazione. Prima c’era stata l’area del rublo che aveva un’architettura proprio molto simile a quella dell’euro.</p>
<p>Dopo un’inflazione monetaria le varie repubbliche rifiutarono di scambiarsi la valuta comune che in ciascuna di esse aveva acquisito un valore diverso e, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica il rublo seguì in ciascuna nazione una evoluzione diversa. Ciò potrebbe accadere anche nell’eurozona dove i paesi più forti potrebbero separarsi dagli altri dando vita ad una nuova valuta.</p>
<p>Le aree ottimali presuppongono fondamentali economici e sociali omogenei che si sedimentano nei tempi, come cultura, lingua, produttività, strutture salariali similari e istituzioni politiche che permettano mobilità del lavoro e del capitale senza forti attriti.</p>
<p>Illusi sono pertanto coloro che credono che la soluzione sia una maggiore integrazione europea. Essa comporterebbe il completo abbandono delle sovranità politiche e questo è irrealistico. A meno naturalmente di non creare “l’unione delle repubbliche europee”. Una soluzione forse auspicata in pectore da Barroso e compagni di burocrazia, ma che comporterebbe l’assassinio delle democrazie.</p>
<p>Perché dunque ostinarsi a tenere in piedi un sistema che ha dimostrato di essere impraticabile e che procederebbe di crisi in crisi? Lo si accompagni senza traumi verso la sua fine naturale prima che sia il mercato ad emettere una brutale sentenza.</p>
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		<title>Oro e debiti</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 08:12:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
“Chi scava una fossa ci casca dentro e chi demolisce un muro è morso da una serpe” Ecclesiaste X,8
“Deteniamo oro perché non abbiamo fiducia nel governo”, recita un vecchio proverbio anglosassone. È infatti il rischio governo in ogni paese a far salire il valore del metallo. Il rischio governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p><em>“Chi scava una fossa ci casca dentro e chi demolisce un muro è morso da una serpe” Ecclesiaste X,8</em></p>
<p>“Deteniamo oro perché non abbiamo fiducia nel governo”, recita un vecchio proverbio anglosassone. È infatti il rischio governo in ogni paese a far salire il valore del metallo. Il rischio governo è quello associato ad un contesto economico caratterizzato da valori economici negativi: inflazione, crescita esponenziale dei debiti, dei derivati, svalutazioni competitive, tassi di interesse reali negativi. Il rialzo dell’oro dal prezzo di 250 dollari di dieci anni fa a quello corrente di oltre 1500 misura l’entità del disfacimento delle economie. Anzi il metallo è ancora a buon mercato se si considera lo stato fallimentare dei governi. Ci si prepari a impennate improvvise.<span id="more-9261"></span>Il sistema a base aurea demolito quaranta anni fa, fissando standard di valore stabili, era incompatibile con lo sfrenato statalismo contemporaneo e con le sue promesse di estinguere i debiti alla scadenza, complice il sistema bancario. L’oro funziona da termometro della situazione economica perché il suo valore, in un mondo di valori instabili, è stabile. Fu quindi un grande errore credere che con la demonetizzazione il metallo si deprezzasse. Nel 1934 Ludwig von Mises scriveva:</p>
<blockquote><p>“Oggi il valore dell’oro è fortemente sostenuto dal suo impiego monetario e la sua demonetizzazione ne influenzerebbe profondamente il prezzo…se un determinato tipo di moneta viene privato delle sue caratteristiche monetarie allora esso perde anche il particolare valore che dipende dal suo uso come mezzo generale di scambio e mantiene solo quel valore che dipende dal suo uso alternativo” (<em>Teoria della moneta</em>).</p></blockquote>
<p>Anche il grande economista austriaco si sbagliava. Pur rimosso dal sistema, l’oro non è mai sceso di valore poiché ne è sopravvissuta  la componente monetaria che ne motiva una domanda costante. L’oro è quel bene economico universalmente accettato, il cui prezzo misura tutti gli altri beni economici con cui si scambia. Ad essere precisi il suo valore non cambia, varia il suo prezzo in termini delle valute inconvertibili che tendono al loro valore intrinseco: lo zero. Il valore dell’oro è costante e il suo potere d’acquisto è dovunque lo stesso non tanto perché è raro (non esiste mai né abbondanza né scarsità di metallo) ma perché non può essere mai scambiato al di sopra o al di sotto del suo valore intrinseco che gravita sempre attorno al suo costo di produzione. Pertanto è falso paragonarne l’ascesa ad un bolla perché l’essenza di questo fenomeno è l’esagerata sopravalutazione di un bene al di sopra del suo valore intrinseco sostenuta da una abnorme espansione creditizia. Il metallo non si compra a credito perché non produce né interessi né flussi di cassa. Lo si compra come bene strategico, come polizza assicurativa per coprirsi da un possibile collasso finale.<br />
Un altro modo di esprimerne la stabilità valoriale è considerare che, a differenza di ogni altro bene di cui l’utilità decresce all’aumentare della quantità, la sua utilità marginale può considerarsi praticamente costante (o perlomeno diminuisce molto lentamente perché nella scala dei bisogni il suo punto di saturazione è più elevato rispetto a tutti gli altri beni). Il valore di un’oncia d’oro (31 gr) non varia al variare del numero di once possedute. Un bene economico con caratteristiche di divisibilità e di uniformità la cui utilità marginale è costante diventa mezzo di scambio e di pagamento, cioè denaro. Durante la guerra mondiale, quando il denaro scarseggiava, le sigarette ne presero il posto e la loro utilità marginale divenne immediatamente costante.<br />
La fede nell’oro non è di natura religiosa e il suo possesso non è dovuto a turbe psichiche come sarcasticamente sosteneva Keynes.<br />
L’oro non è un fine in sé. Non ha una natura “teologica”. È la base per l’attuazione di un ordine economico volto a sostituire il disordine economico e valutario creato dalla statolatria.</p>
<p>L’occidente sta subendo lo sgretolamento del suo edificio del credito con gravissime conseguenze per la civiltà occidentale. Siamo alle soglie di un fenomeno inquietante: l’insolvibilità globale dei sistemi economici. Il problema della riabilitazione dell’oro nel sistema monetario come mezzo di regolamento internazionale è quanto mai di urgente attualità. Il ritorno al Gold Standard <a href="http://blogs.forbes.com/afontevecchia/2010/11/08/world-bank-chief-riles-up-economists-by-talking-gold-standard/" target="_blank">è stato invocato</a> persino dal presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, ma la proposta è stata accolta con silenzio sprezzante come se avesse parlato di tornare alle lampade a olio o alle navi a vela.<br />
Con il ritorno all’oro non si mette indietro l’orologio ma si costruisce una base per l’avvenire. Il suo rifiuto da parte dell’establishment non ha alcuna base dottrinale, è solo dovuto alla cecità infantile e ostilità passionale di chi vede nel metallo un concorrente, una minaccia all’espansione della spesa pubblica oltre i limiti del prelievo fiscale.</p>
<p>A mali estremi, estremi rimedi. Cosa rende così impellente l’adozione dell’oro come valuta universale e strumento di riserva?  Soprattutto la necessità di ripristinare nel sistema economico il mezzo universale di limitazione e di estinzione definitiva dei debiti che nell’attuale regime di inconvertibilità valutaria e di cambi fluttuanti sono permanenti ed inestinguibili.<br />
I tratti essenziali del sistema aureo sono tre e interdipendenti: 1) cambio fisso tra le valute, unitariamente espresse come quantità  d’oro fissa (parità aurea legale); 2) loro convertibilità nel metallo; 3) adeguate riserve auree per garantire la convertibilità. Con queste regole è possibile correlare il medio circolante ai bisogni reali delle economie. La valuta che può circolare in un paese tenderà sempre a gravitare verso quella necessaria a regolare gli scambi vale a dire quella quantità che vi può circolare al valore di costo che è il valore della parità, cioè del metallo di cui essa è l’equivalente. Se ad esempio un’espansione dell’economia facesse aumentare la domanda di moneta elevandone il valore al di sopra della parità e quindi facesse abbassare i prezzi, aumenterebbero le esportazioni e diminuirebbero le importazioni ed il surplus dovrebbe essere accreditato in oro. Ma l’afflusso in oro ridurrebbe il valore della valuta interna, riportandola alla parità aurea. L’inverso accadrebbe nel paese con un disavanzo commerciale. Poiché i deficit devono essere saldati in metallo, il sistema bancario per difendere le proprie riserve avrebbe tutto l’interesse a ristabilire l’equilibrio commerciale alzando il tasso di sconto per contrarre la circolazione all’interno, diminuire i prezzi e far aumentare le esportazioni. Come si può intuire nel sistema a cambio aureo è il sistema bancario, a doversi preoccupare suo malgrado di salvaguardare la propria solvibilità cioè a mantenere l’equilibrio tra pagamenti e riscossioni. Parimenti, una politica inflazionistica dissennata sarebbe bloccata dagli stessi cittadini perché richiederebbero l’immediata conversione della valuta in oro.<br />
Nel gold standard, tutto l’edificio del credito poggia sulle basi incrollabili delle riserve metalliche e della convertibilità a vista delle valute che ricompongono l’equilibrio economico e regolano la circolazione monetaria che, invece, nel regime di cambi flessibili e delle valute a corso forzoso, cioè inconvertibili, è gestita da un sistema del credito asservito alla necessità dei governi di monetizzare il debito.<br />
L’oro regolando la quantità di debito che l’economia può sopportare, evita quella metastasi, indotta dalla tossicità degli strumenti di finanziamento dei deficit che prima o poi aggredisce tutti i sistemi economici. Infatti, poiché nel gold standard gli strumenti di debito sono legati alla stabilità dell’oro, il valore, gli interessi e la redimibilità di un titolo alla scadenza sono indipendenti dalla promessa dell’emittente. Per contro, in regime di valute inconvertibili, il valore dei titoli di debito dipende dalla promessa dell’emittente: una promessa impossibile a mantenersi perché interessi e capitale saranno restituiti in moneta avariata. La stabilità dell’oro assicura inoltre una struttura dei tassi di interesse naturalmente stabile poiché, in assenza di volatilità, la speculazione non può prosperare. Pertanto i <em>credit-default swaps</em> non avrebbero ragione di esistere. Essi furono inventati proprio per puntellare l’infido e fragile regime delle valute cartacee.<br />
Il regime aureo assicura, infine, tassi di interesse bassi perché viene meno il rischio per i mutuatari di non ricevere alla scadenza, l’equivalente in potere d’acquisto, del valore prestato.</p>
<p><em><strong>C’è del metodo in quella follia </strong></em><br />
Dalle considerazioni fatte si capisce che nel gold standard erano i soggetti privati ad esercitare il controllo monetario e del credito. Avendo la facoltà di convertire i propri averi in moneta aurea costringevano il governo a limitare la spesa ed il sistema bancario a contrarre il credito inflazionario, pena il deflusso delle riserve auree.<br />
Quando nel 1933 il Presidente Franklin D. Roosevelt nazionalizzò l’oro confiscandolo e obbligando i cittadini a subire il corso forzoso del dollaro, li privò dell’arma di difesa dei propri risparmi e di quella di protesta contro la manipolazione del denaro per ridistribuire arbitrariamente il reddito. Si aprì la strada a massicci interventi con i quali i governi promettevano di rendere tutti più ricchi con misure monetarie. Ma l’<em>establishment</em> dei politici ed economisti introdusse, invece, l’arma letale della distruzione dei capitali. La durata e gravità della grande depressione è conseguenza del sabotaggio dell’oro. Eliminato un pericoloso concorrente, venne aperto il vaso di pandora delle operazioni di mercato aperto, quegli strumenti fraudolenti di politica monetaria che nello statuto del 1913 della Federal Reserve, il modello di tutte le banche centrali, erano bandite. La Fed le introdusse illegalmente all’epoca del corso forzoso dando inizio alle relazioni incestuose tra banca e governo per partorire i deficit che svalutarono progressivamente il dollaro. Quando il presidente Nixon nel 1971, ripudiando gli accordi di Bretton Wood, chiuse definitivamente lo sportello dell’oro (<em>gold window</em>) rifiutando ai paesi partner la conversione in metallo di dollari svalutati tenuti a riserva, impose al mondo il dollar standard, una valuta che poteva essere creata senza limiti perché a costo zero. Gli Stati Uniti da più grande creditore che erano, diventarono il più grande debitore del Pianeta. Iniziava l’era dell’economia del debito. Fu il nuovo regime di cambi flessibili e delle valute scoperte a spianare la strada alla patologia delle operazioni di mercato aperto come pratica corrente di tutti i governi per monetizzare il debito e fare della speculazione esponenziale la caratteristica permanente del nuovo firmamento monetario.</p>
<p>Quando  banche sottoscrivono titoli del tesoro e li usano per creare depositi, convertono promesse future di pagamento in denaro immediatamente spendibile da parte dei governi. Ma come abbiamo visto più sopra, queste promesse non possono essere mantenute. Infatti alla scadenza i titoli non vengono pagati ma rinnovati con la garanzia di altri titoli di qualità progressivamente inferiore. Così non solo il debito cresce più velocemente del reddito nazionale ma diminuisce anche la sua “la qualità” che l’oro assicurava. Espandendo i depositi, (che rappresentano un attivo per il Tesoro ed un passivo per le banche) il sistema bancario fa circolare, di fatto, il debito come se fosse denaro. In regime di inconvertibilità il debito è dunque lo standard di circolazione garantito da debito crescente. Al verificarsi di default i deposti si azzerano dai bilanci perdendo la caratteristica di denaro. L’oro, al contrario, non svanisce mai, non è eliminato dal default del debitore ma resta in esistenza perché è l’unica posta attiva a non essere contemporaneamente controparte passiva nei bilanci di altri soggetti. Per questo motivo l’oro è il mezzo di estinzione definitiva dei debiti. Pertanto il regime aureo ripristinerebbe la solvibilità del sistema monetario internazionale.</p>
<p>Il regime artificiale di tassi di interessi calanti per sostenere il valore dei titoli, paradossalmente non allevia ma aggrava il peso dei debiti provocando il danno più grave: l’erosione del capitale e la contrazione della produzione poiché tassi di interesse prossimi allo zero sono incompatibili con la formazione del risparmio. Nell’ultimo stadio del deterioramento, a garantire il debito non rimane che il potere di tassazione degli Stati ed è per questo che, lungi dall’essere strumenti di sviluppo, i titoli di debito non sono altro che certificati di confisca. Ma, alla fine, impossibilitati pure a prelevare risorse da economie esauste ai governi non rimarrà che una scelta: il default. Non può avvenire diversamente se l’unica attività a prosperare nel gran casinò dell’economia mondiale sono le fiches del debito pubblico che banche, governi e speculatori si scambiano da decenni. In questo contesto è risibile ed ipocrita parlare di “vigilanza”, di “regolazione finanziaria” internazionale. Quando si gioca al tavolo del casinò non esistono polizze assicurative contro perdite e debiti. Entrambi possono solo aumentare.<br />
I veli pietosi ormai sono caduti mostrando la nudità di questo sistema che ha fatto crollare non solo i valori economici ma anche quelli morali, discreditando le democrazie. Per evitare il collasso economico ed il caos sociale bisogna mobilizzare l’oro per promuovere l’unificazione monetaria mondiale e porre fine alle manipolazioni autoritarie, alle perturbazioni monetarie ed al deprezzamento delle valute.<br />
Riforma temeraria? Può darsi, fino a quando l’opinione pubblica non avrà capito l’immoralità ed incostituzionalità di un regime monetario che sfrutta risparmiatori, produttori e consumatori a beneficio di politici, banchieri e speculatori.<br />
Tempi eccezionali richiedono misure eccezionali. L’oro va richiamato dall’esilio per proteggerci contro la follia dei governi e dagli effetti negativi sull’economie di questa follia.  Raramente nell’epoca delle “democrazie” ha raggiunto un’altezza così elevata.</p>
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		<title>Pani, pesci e moltiplicatori – di Silvano Fait</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 15:09:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una caratteristica più o meno comune a tutti i modelli macroeconomici è quella di assumere gli elementi istituzionali come neutrali. Sia il governo che la banca centrale vengono solitamente incorporati come degli enti tecnocratici, i quali si limitano ad implementare delle date o ipotizzate regole di condotta in maniera del tutto asettica. Sulla base di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una caratteristica più o meno comune a tutti i modelli macroeconomici è quella di assumere gli elementi istituzionali come neutrali. Sia il governo che la banca centrale vengono solitamente incorporati come degli enti tecnocratici, i quali si limitano ad implementare delle date o ipotizzate regole di condotta in maniera del tutto asettica. Sulla base di queste vengono analizzati uno o più scenari ed alla fine si procede a trarre delle conclusioni. Croce e delizia di ogni dibattito sono gli effetti macroeconomici degli interventi pubblici (sia monetari che fiscali) e di particolare attualità sono le valutazioni circa gli effetti delle politiche di stimolo intraprese a seguito dell’ultima recessione.</p>
<p><span id="more-7942"></span>Circa gli effetti del moltiplicatore della spesa vi è una ampia letteratura di modelli dsge sintetizzabile come segue:</p>
<ul>
<li>Nei modelli neoclassici di RBC e privi di frizioni questo è solitamente inferiore a uno;</li>
<li>Nei modelli standard neo Keynesiani questo ruota attorno all’unità: a volte leggermente inferiore, altre volte leggermente superiore, a seconda di come sono specificate le funzioni di preferenza degli agenti (aspettative future derivate dai comportamenti passati e propensione al consumo costante spingono in alto il moltiplicatore e viceversa).</li>
</ul>
<p>Sulla base di quanto sopra l’idea di un moltiplicatore superiore all’unità trova uno scarso riscontro.</p>
<p>Solitamente nessun modello DSGE è accompagnato o posto in relazione ad analisi micro fondate delle decisioni di spesa da parte del governo e dei relativi processi decisionale. Ciò porta ad ignorare la massimizzazione dell’utilità da parte dei soggetti aventi pubblici poteri e le relative ripercussioni (elementi questi indagati invece dalla Public Choice School e dalla Constitutional Economics). Indubbiamente incorporare questi aspetti nei tradizionali aggregati – anche a livello sezionale – risulta particolarmente complesso e per certi aspetti improprio, ma tuttavia escludere la possibilità che la scelta di un insieme di decisioni sia ininfluente sulla natura e sull’evoluzione dell’istituzione che la effettua o che parimenti i caratteri dell’istituzione siano neutrali ed ispirati a meri criteri di ottimizzazione del benessere generale finisce per fornire un quadro incompleto ed ingenuo della situazione (specie quando il decisore è un soggetto pubblico e/o politico).</p>
<p>Sotto il profilo operativo è necessario valutare quindi anche in che modi variazioni della spesa pubblica influiscano sui processi di “rent seeking”. Questo tipo di considerazioni sono opportune sia nel caso di mutamenti qualitativi (a saldi invariati) che nel caso di mutamenti quantitativi –  a maggior ragione quando si tratta di cospicui incrementi. Per quanto superficialmente possa apparire una problematica politica, un’affermazione in tal senso è difficilmente sostenibile poiché si tratta di valutare come la componente fiscale possa influire sull’efficienza dinamica del sistema economico e quindi sulla capacità dello stesso di crescere nel tempo.</p>
<p>Partendo dalla constatazione che l’applicazione effettiva della normativa tributaria non è omogenea e che differenti norme hanno differenti costi di applicazione, controllo e sanzione, ne consegue che l’offerta di fondi pubblici è condizionata da una base imponibile plasmata sul livello di resistenza marginale all’imposizione dei potenziali contribuenti, sia attuali che futuri e futuribili (come nel caso del debito pubblico piuttosto rispetto alla tassazione ordinaria). Viceversa la domanda di fondi pubblici da parte degli attori esterni al processo decisionale di allocazione delle risorse si concentrerà su spese di carattere sub marginale (in quanto ogni individuo o impresa tende già di per sé ad allocare le risorse o a scegliere i corsi di azione a cui attribuisce un valore maggiore), oppure sull’ottenimento di extra profitti da attività che verrebbero comunque portate a compimento. Teoricamente il decisore pubblico, dovrebbe assegnare le risorse ai migliori progetti tra quelli che non verrebbero altrimenti intrapresi dal settore privato. Questo criterio guida, espresso anche in termini politicamente neutri, è tanto facile a dirsi quanto difficile ad implementarsi e del resto “migliore” è un concetto operativo piuttosto vago anche quando limitato alla sola redditività prospettica. A partire da Buchanan e Tullock esiste infatti ormai una ampia e documenta letteratura di come gli interventi pubblici attivino la ricerca di posizioni di rendita e sussidi volti a coprire mere perdite imprenditoriali. Ad esempio, gli incentivi al settore auto erogati da numerosi governi hanno consentito lo smaltimento di eccedenze produttive ed una socializzazione delle perdite derivanti da impianti sovradimensionati senza per questo risolvere le problematiche strutturali del settore. Altrettanto facilmente documentabile è il legame tra spesa sociale corrente e consenso politico, sia che riguardi ambiti eticamente ed empaticamente sensibili (ex. riduzione della povertà) che l’assistenzialismo puro. Del resto Olson (1965) ha mostrato come sia più probabile che il decisore pubblico persegua gli interessi di gruppi portatori di interessi particolari e marginalmente molto influenti, spalmandone i costi sulla collettività – anche a danno dell’interesse generale – che il caso opposto.</p>
<p>Seguendo la stessa logica risulta facile comprendere come viceversa sia più difficoltoso invertire i processi di spesa: quando i vantaggi di una minor pressione fiscale ricadono su soggetti che oppongono poca resistenza all’imposizione e la riduzione dei trasferimenti colpisce soggetti per i quali il valore marginale è elevato, in assenza di insormontabili vincoli di bilancio esterni, la decisione diventa onerosa in termini di razionalità politica.</p>
<p>Spostando la prospettiva sotto un profilo dinamico, ovvero legando l’analisi economica non alla risoluzione di problematiche note con risorse definite ma alle modalità attraverso le quali gli individui possono rendere meno gravosi i vincoli di scarsità e migliorare le proprie condizioni future (vedi Hayek, Alchyan, North), risulta ancor meno comprensibile perché un processo fortemente connesso a fenomeni di <em>rent seeking</em>, <em>moral hazard</em> e socializzazione delle perdite private, quale l’incremento indiscriminato della spesa pubblica, debba necessariamente comportare degli effetti moltiplicativi sul benessere generale. Al di là dei modelli macroeconomici o delle considerazioni sul ruolo dell’intervento statale nell’economia, ciò che presenta criticità rilevanti in una analisi costi-benefici a livello operativo, contiene già in sé una forte dose di buoni motivi per essere dubitare che abbia effetti “moltiplicativi” sul benessere generale. Questo vale sia per la spesa corrente che per gli investimenti pubblici: se, ad esempio, il connotato principale delle crisi latino americane è spesso stato una gestione allegra della finanza e della moneta, viceversa le crisi asiatiche hanno visto più volte un eccesso di investimenti sia privati che pubblici nei settori più disparati (Reinhart e Rogoff).</p>
<p>Alla luce dei contributi della Public Choice e della Constitutional Economics, significativi e invasivi interventi governativi all’interno di realtà sociali complesse necessitano di essere ponderati con molta attenzione e non semplicemente sulla base delle evoluzioni riportate nei modelli dsge, per quanto sofisticati o apparentemente convincenti questi possano essere. E questo senza considerare il fatto che, sotto il profilo teorico e accademico, dopo la recente crisi finanziaria, alcuni dei tradizionali pilastri del mainstream macroeconomico quali ad ex. la teoria dei mercati efficienti, la nozione di agente rappresentativo, l’utilizzo forte ed estensivo dei DSGE a fini previsionali e prescrittivi sono stati messi fortemente sotto pressione e probabilmente necessitano quanto meno di un radicale ripensamento (vedi a proposito tra gli altri Zingales, Solow, etc.).</p>
<p>Alcuni recenti paper, ad ex. Christiano et al. (2009), inferiscono moltiplicatori ampiamente superiori al’unità in assenza di risposta da parte della banca centrale (i tassi nominali rimangono invariati come nel modello IS-LM). Ne deriverebbe quindi un argomento a sostegno del deficit spending in particolare nel momento in cui ulteriori riduzioni del tasso di interesse, in applicazione della regola di politica monetaria, non sono possibili poiché è già stato raggiunto lo zero. Con tutti i caveat del caso, credo sia possibile affermare che la logica sottostante non si discosti molto da quella Teoria Generale del 1936. Keynes – in breve – considerava neutrali o comunque secondari gli effetti di una espansione fiscale su prezzi e salari in assenza di pieno impiego. In termini moderni lo stesso può essere riformulato, in forma indubbiamente più elegante sotto il profilo matematico, sulla scorta di un DSGE in cui – stante l’impossibilità operativa di tassi negativi nel caso in cui questi dovessero risultare come ottimali sulla scorta di una predefinita regola di politica monetaria (fatto che implica tassi reali positivi o crescenti in caso di deflazione) -  ogni intervento di stimolo diventa ottimale fino a chiusura dell’outuput gap. Lo “zero bound scenario” è in pratica una riaffermazione del paradosso della liquidità all’interno di una cornice “neo wickselliana” suscettibile di critiche simili circa il mancato ruolo del risparmio, l’idiosincrasia verso ogni minima forma di deflazione dei prezzi al consumo, nonché la sensazione di essere una costruzione ad hoc.</p>
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		<title>Giavazzi&amp;Giovannini su tassi, FED e BCE: viva Taylor!</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 17:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il comunicato FOMC della FEd di ieri comprensibilmente orienta verso il basso i mercati mondiali, poiché realisticamente prende atto del rapido deterioramento della ripresa americana  &#8211; meditino i deficisti keynesiani! Di qui le decisioni della FED: conferma della valutazione che i bassi tassi resteranno intoccabili a lungo, conferma &#8211; estendendola invece di farla diminuire &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il comunicato FOMC della FEd di ieri comprensibilmente orienta verso il basso i mercati mondiali, poiché realisticamente prende atto del rapido deterioramento della ripresa americana  &#8211; meditino i deficisti keynesiani! Di qui le decisioni della FED: conferma della valutazione che i bassi tassi resteranno intoccabili a lungo, conferma &#8211; estendendola invece di farla diminuire &#8211; della politica eterodossa di <em>quantitative easing</em>, cioè di acquisti di bonds federali e di commercial papers, per sostenere il debito sovrano monetizzandolo e per sostenere la Borsa, da parte della banca centrale che si trova così esposta a rischi di ulteriore deterioramento del suo<em> balance sheet</em> ipertroficamente esteso a livelli record.  La domanda è: c&#8217;è un&#8217;alternativa a questa politica monetaria? se la plolitica continua nel suo deficit tednenmzialmente mostruoso, convinta che sia &#8220;la&#8221; risposta alla crisi quando l&#8217;aggrava, la banca centrale deve tener bordone, oppure può e anzi deve mandare al mercato e alla politica segnali in controtendenza? Sapete qual è la nostra risposta standard: può e anzi deve. Anzi, la crisi triennale è figlia proprio innanzitutto della politica monetaria lasca seguita dalla FED con Greenspan. Mentre noi crediamo che banche centrali indipendenti, seguendo la Taylor rule, abbiano il dovere di tenere i tassi mediamente più su di quanto piace alla politica. Tra il 2002 e il 2005, la distanza dai tassi bassi di Grrenspan e quanto avrebbe prescritto <a href="http://johnbtaylorsblog.blogspot.com/" target="_blank">John Taylor</a> giunse a superare i 400 punti base!   Ma anche limitarsi a chiedere l&#8217;applicazione della<a href="http://www.frbsf.org/education/activities/drecon/9803.html" target="_blank"> formula di Taylor </a>è sbagliato. Perché i modelli devono inglobare la realtà che si modifica. E a questo poposito su questo tema è appena uscito un <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1651413" target="_blank">paper</a> molto interessante di Francesco Giavazzi e Alberto Giovannini. Leggerlo attentamente farebbe molto bene, alla FED come alla BCE. <span id="more-6764"></span>Che cosa propongono, Giavazzi e Giovannini? Trovo la loro considerazione di partenza assai condivisibile. I banchieri centrali dopo questi tre anni non devonmo orientare la loro politica monetaria solo tenendo in considerazione inflazione attesa (aggiugno io: un&#8217;inflazione calcolata senza gli &#8220;alleggerimenti impropri&#8221; adottati dalla FED negli anni Greenspan isolando dall&#8217;inflazione <em>core</em> quella importata, i prezzi energetici etc, in modo da &#8220;far finta&#8221; di rispettare la Taylor rule aggirandola nella sostanza) , differenza tra inflazione attesa e inflazione-obiettivo, ed effetti dei tassi sull&#8217;output potenziale e cioè inanzitutto sul livello dell&#8217;occupazione oltre che in generale delle attività. A questo tre fattori la crisi attuale insegna che occorre aggiungerne almeno un quarto. Poiché una funzionne fondamentale a cui presiedono le banche centrali è assicurare  efficacia ed efficienza del trasferimento di liquidità agli intermediari e dagli intermediari ai prenditori, occorre aggiungere nella valutazione del tasso opttimale l&#8217;effetto che esso esercita su tale circuito: in maniera che agli intermediari bancari sia chiaro NON che la liquidità verrà comuqnue garantita dalla banca centrale attraverso politiche eterodosse di sostegno e salvataggio illimitate, bensì che il mercato sconta un premio al rischio di trasformazione della liquidità, per il quale può avvenire che uin circostanze eccezionali la banca centrale sussidi e sostenga la funzione, ma comunque entro certi limiti.</p>
<p>Il punto è stabilire &#8220;quali&#8221; limiti, e Giavazzi e Giovannini fanno benissimo a sollevare il problema, perché è esattamente la lezione dalla crisi che ancora le banche centrali &#8211; sospinte dall&#8217;emergenza politica che chiede loro solo di non ostacolare una ripresa indebolita negli USA e da sempre gracile in Europa, Germania esclusa &#8211; non mettono a  tema, dopo tre anni. Tre anni in cui, a dire la verità, FED e BCE hanno seguito tecnicamente due sentieri molto diversi, anche se analoghi nei presupposti di estendere i propri interventi ben oltre l&#8217;esaurimento della politica monetaria tradizionale quando il tasso ufficiale diventa zero o negativo.</p>
<p>In ogni caso, al di là dei tecnicismi che appassionano gli addetti ai lavoro (ma sono la sostanza), la sintesi è: i banchieri centrali dovrebbero avere più che mai opggi non solo buoni argomenti, ma sopratttuto determinazione e fegato per deludere i politici, e cominciare ad alzare i tassi.</p>
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		<title>Martin Wolf e la Mugabenomics</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 16:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Banca centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Wolf]]></category>
		<category><![CDATA[moneta]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Mugabe]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo da Silvano Fait (IHC) e volentieri pubblichiamo
Martin Wolf, columnist del FT, in un articolo ripreso e tradotto il 23 giugno dal sole24ore, di fronte ai tentativi di adozione di politiche di austerity da parte dei governi europei obietta che questi potrebbero ricondurre le economie lungo il sentiero della depressione. Suggerisce pertanto di adottare una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Silvano Fait (IHC) e volentieri pubblichiamo</em></p>
<p>Martin Wolf, columnist del FT, in un articolo ripreso e tradotto il 23 giugno dal sole24ore, di fronte ai tentativi di adozione di politiche di austerity da parte dei governi europei obietta che questi potrebbero ricondurre le economie lungo il sentiero della depressione. Suggerisce pertanto di adottare una politica estremamente espansiva di monetizzazione dei debiti pubblici, da neutralizzare una volta tornato il bel tempo con consistenti surplus di bilancio. Per quanto lo neghi &#8211; e a dire il vero, neanche con tanta convinzione &#8211; sta proponendo un passaggio dalla k-percent rule di Friedman alla Mugabenomics (v. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Mugabe">Robert Mugabe</a> politico zimbabwese). Vediamo allora di porci un quesito interessante per tempi interessanti: può fallire una banca centrale ?<span id="more-6362"></span> Assolutamente no, verrebbe da rispondere immediatamente. E sotto il profilo meramente tecnico c&#8217;è un fondo di verità: la banca centrale è l&#8217;unico ente produttore per monopolio di mezzi di pagamento a corso legale, le banconote sono irredimibili, e quindi una banca centrale supportata dallo stato non fallirà mai nel senso puramente contabile del termine. Pur tuttavia una banca centrale può fallire quando il bene che produce e che è imposto, nonostante il corso legale, venga sistematicamente evitato dagli agenti come mezzo di pagamento. Quando il prodotto (moneta) non è in grado di assolvere la sua funzione di facilitazione degli scambi, interpersonali, spaziali e intertemporali, si può considerare fallita una banca centrale quantomeno sotto il profilo istituzionale. Guerre e rivoluzioni sono sovente accompagnati da fenomeni di questo tipo.</p>
<p>Per arrivare brevemente a noi, è interessante chiedersi: il deterioramento del ruolo di una banca centrale può dipendere i) da ragioni di tipo quantitativo (ex. iperinflazione della base monetaria), ii) fattori di natura esogena (eventi politico &#8211; militari) oppure iii) vi possono anche essere delle ragioni tali da poter determinare un degradamento qualitativo della moneta ? <a href="http://mises.org/journals/qjae/pdf/qjae12_4_2.pdf">Philipp Bagus</a> espone delle interessanti considerazioni su quest’ultimo punto. L&#8217;analisi qualitativa della moneta è una strada relativamente poco percorsa sotto il profilo accademico ma particolarmente interessante in un contesto caratterizzato dalla produzione di moneta &#8220;irredimibile&#8221; proprio perché l&#8217;irredimibilità permette di occultare più facilmente disallineamenti nelle strutture dell&#8217;attivo e del passivo. L&#8217;attenzione attuale è focalizzata sui bilanci dei governi. Di poco interesse sembrano essere (a torto) quelli delle banche centrali. Sia la crisi dei subprime che la crisi greca (europea) hanno mostrato, accanto ad un&#8217;espansione quantitativa dei bilanci, un deterioramento della qualità degli attivi. Il Quantitative Easing è stato affiancato da un Qualitative Easing dove le banche centrali hanno accettato collaterali di qualità via via decrescente dalle più disparate istituzioni finanziarie, incrementando al tempo stesso la durata media delle attività di lending. L’unico asset non espandibile, né producibile a piacimento è l’oro. Non coglie affatto di sorpresa il suo incremento in termini di prezzo, sia contro il dollaro che contro l’euro (cfr. <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/05/12/il-futuro-e-doro/">M. Seminero</a> su chicago-blog).</p>
<p>Il deterioramento dei collaterali accettati, in un contesto globalizzato, dà vita inoltre a comportamenti di free riding: le banche internazionali attraverso le loro sussidiarie estere sono incentivate a rifinanziarsi presso le banche centrali dai regolamenti più laschi instaurando un circolo vizioso per cui il banchiere dalle maglie larghe finisce per ritrovarsi in portafoglio gli attivi peggiori.</p>
<p>FED e BCE in occasione delle recenti crisi finanziarie hanno fatto un uso senza precedenti dei loro poteri discrezionali, hanno speso un capitale di credibilità non indifferente e lo hanno fatto male. I bilanci di entrambe sono piuttosto carenti in fatto di trasparenza. In America questo ha portato richieste di maggiore disclosure, il cui apice è stato toccato nel novembre del 2009 con la proposta del deputato Ron Paul di sottoporre la Federal Reserve ad un’attività di auditing completa da parte del GAO. Ma la difesa dell’indipendenza della politica di turno dagli umori delle maggioranze temporanee ormai fa della segretezza un postulato imprescindibile: del resto chi mangia salcicce è meglio che non veda come queste vengono fabbricate, potrebbe cominciare a nutrire il dubbio che i banchieri finiscano per comportarsi come degli smaliziati politicanti in carriera.</p>
<p>Nella versione italiana del bilancio 2009 della banca centrale europea si può leggere (pag. 31): “Il Consiglio direttivo ha deciso che <em><span style="text-decoration: underline;">dopo il 31 gennaio 2010 avrebbe cessato di condurre</span></em></p>
<p>(a) <em><span style="text-decoration: underline;">operazioni di immissione di liquidità in dollari statunitens</span></em>i, <em><span style="text-decoration: underline;">dato il miglior funzionamento</span></em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;">del mercato finanziario nello scorso anno</span></em>, […] a fronte del calo della domanda e delle migliori condizioni nei mercati di approvvigionamento di liquidità in tale valuta”. Tre mesi dopo, in data 10 maggio, sempre la stessa BCE e la Federal Reserve di New York avrebbero concluso un accordo di currency swap illimitato ed attivabile a richiesta (per l’originale del testo cliccare <a href="http://www.newyorkfed.org/markets/FRBNY_ECB_Swap_Agreement.pdf">qui</a>). A pensar male si fa peccato, ma risulta arduo non immaginare che il combinato disposto delle misure a sostegno dei titoli governativi dell’eurozona e l’apertura contestuale di un currency swap non abbiano creato un corridoio attraverso il quale scaricare tutti gli attivi sovrani più o meno “troubled” dell’area euro “in bce corpore” e riposizionarsi più o meno puliti verso l’area dollaro (o verso assets in questo denominati) con somma gioia degli  “speculatori” (sempre additati al pubblico ludibrio in ogni crisi).</p>
<p>Concludo quindi con un paio di domante: siamo certi che una gestione qualitativamente così approssimata del proprio bilancio e dei propri attivi sia neutrale rispetto agli obiettivi di politica monetaria che una banca centrale come istituzione si pone ? O è forse arrivato il momento di adattare al central banking l’adagio di Cuccia e cominciare non solamente a contare, ma anche a “pesare” le poste di bilancio ? La risposta, però, per favore non chiedetela né a Krugman, né a Wolf. Andate dritti alla fonte: chiedete a Robert Mugabe.</p>
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		<title>Matteo Arpe e la scienza nuova</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 17:15:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[credito]]></category>
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		<description><![CDATA[Matteo Arpe, l&#8217;ex amministratore delegato prodige di Capitalia allontanato poi dai soci e da Geronzi, ha illustrato ieri programmi e prospettive di Banca profilo, la piccola investment bank di cui la sua Sator ha rilevato il 55%, salvandola. Competenze taglienti ed ego all&#8217;altezza non mancano, all&#8217;ex giovane banchiere e alla sua squadra di fedelissimi. Ha puntato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Matteo Arpe, l&#8217;ex amministratore delegato prodige di Capitalia allontanato poi dai soci e da Geronzi, ha illustrato ieri programmi e prospettive di Banca profilo, la piccola investment bank di cui la sua Sator ha rilevato il 55%, salvandola. Competenze taglienti ed ego all&#8217;altezza non mancano, all&#8217;ex giovane banchiere e alla sua squadra di fedelissimi. Ha puntato su tre concetti che, se perseguiti sul serio, nel mondo bancario italiano &#8211; e non solo &#8211; sarebbero pressoché rivoluzionari. Il primo è l&#8217;indipendenza &#8221;vera&#8221;, vantata rispetto a tutti gli altri soggetti. Bene: non resta che metterla alla prova dei fatti, rispetto ai soci noti di Sator, tra cui la fondazione MPS, Moratti, gli Angelini, i D&#8217;Amico, API holding, il gruppo Santarelli. Il secondo è la mancanza di conflitti d&#8217;interesse. Benissimo: e anche su questo vale quanto detto sopra, non si chiede di meglio e parleranno i fatti. Il terzo è, invece, singolare: &#8220;il valore del denaro dipende anche dai soggetti che lo detengono&#8221;, ha detto. È davvero un buon principio? No.<span id="more-3862"></span></p>
<p>Secondo me, no. da liberale, liberista e financo da italiano: no. Coi primi due princìpi, è evidente che Arpe intende distaccarsi dal modo in cui la Mediobanca con Cuccia per decenni, con Geronzi adesso, conduce i suoi affari. Vedremo, di sicuro ce n&#8217;è un gran bisogno: ma non è che per esempio Luigi Spaventa, compagno di Arpe in Sator, scenda dall&#8217;empireo e non sia fittamente intrecciato a interessi che contano eccome, in Italia. Ma il terzo principio proprio no, non mi convince. Sembra una versione azionista sui patrimoni dell&#8217;elitismo finanziario che Cuccia applicava ai patti di sindacato, quando diceva che le azioni non si contano, ma si pesano.</p>
<p>Il denaro ha lo stesso valore chiunque lo detenga, e i limiti al suo utilizzo come strumento di pagamento possono essere posti solo dall&#8217;autorità pubblica, mediante sequestro cautelare o confisca nei casi in cui esso sia provento supposto di reati o mezzo stesso del loro compimento. Se il banchiere dichiara che si sostituirà allo Stato, distinguendo detentori di denaro &#8220;buono&#8221; da quelli di denaro &#8220;cattivo&#8221;, ci sta solo dicendo che userà criteri non trasparenti. Chi saranno, i supposti &#8220;galantuomini&#8221;, visto che non dovrebbero essere certo gli amici degli amici, poiché Arpe dichiara di esser libero da conflitti d&#8217;interesse? Gli sconosciuti che vengono troppo dal basso? Coloro che non sanno parlare troppo bene l&#8217;inglese? Gli imbecilli troppo arrischiati e assetati di ritorni a doppia cifra? E dire che Bruno Visentini ripeteva sempre che Cuccia su una cosa aveva ancor più ragione che su altre: il compito del banchiere è separare i denari dai cretini che li detengono.</p>
<p>Direte voi: ma no, quanto la fai lunga, Arpe ha enunciato il suo principio sull&#8217;odore del denaro parlando di scudo fiscale. È ovvio che si riferisca a soggetti magari non troppo specchiati, tra coloro che regolarizzano capitali costituiti all&#8217;estero. Ah beh, ma se si tratta di questo allora Arpe sbaglia ancor più di grosso. È innanzitutto per recuperare alla base imponibile proprio quei capitali &#8220;sospetti&#8221;, che lo scudo serve, almeno nella sua versione &#8220;nobile&#8221;, essendo poi largamente invece prevalente l&#8217;altra, quella cioè di recuperare alla bell&#8217;e meglio il massimo di gettto possibile per il futuro per non tagliare spesa pubblica. Scriveva Vilfredo Pareto, 114 anni fa: &#8220;in quest&#8217;Italia si preferisce indurre il contribuente a ritenere meno colpevole la distrazione di somme dalle sue tasche a fini di supposto interesse generale che ohimé ingrassano invece i politici e gli inefficienti amministratori pubblici, piuttosto che liberamente costituire in Paesi meno rapinosi del nostro i frutti del proprio lavoro&#8221;.</p>
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		<title>Elezioni truccate, scontri in strada, monete e boulevard parigini</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 09:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo proprio sicuri che i disordini di questi giorni che stanno riguardano il Gabon, dove dopo elezioni altamente inquinate Ali Ben Bongo è stato fatto presidente, poche settimane dopo la morte del padre (El Hadji Omar Bongo Ondimba) non abbiano nulla a che fare con noi europei? Siamo davvero certi che si tratti di una questione tutta africana, tribale, legata alle difficoltà di società &#8220;arretrate&#8221; che faticano a costruire &#8220;buoni regimi democratici all&#8217;europea&#8221;?<span id="more-2537"></span></p>
<p>Come ha rilevato Noël Kodia, scrittore e critico letterario congolese in un articolo intitolato <a href="http://www.unmondelibre.org/Kodia_Gabon_Elections_140809">&#8220;Présidentielle gabonaise: une élection à hauts risques&#8221;</a>, molti problemi sono radicati nei tratti specifici di questa parte del mondo e affondano nel tribalismo: in sostanza in un voto identitario su base etnica, che finisce per vanificare ogni logica rappresentativa. È così.</p>
<p>Al tempo stesso c&#8217;è molto altro. In un articolo apparso sul Corriere della Sera (<a href="http://www.corriere.it/esteri/09_settembre_04/alberizzi_gabon_bongo_nuovo_presidente_23ff61ea-9999-11de-b514-00144f02aabc.shtml">&#8220;Il Gabon nella rete dei Bongo. Petrolio, lusso e povertà&#8221;</a>) Massimo A. Alberizzi ha ricordato ad esempio come l&#8217;ex dittatore gabonese sia stato &#8220;amico di tutti i presidenti francesi, da De Gaulle a Chirac&#8221;: e in occasione dei recenti funerali la delegazione francese comprendeva più di cento persone, includendo pure Chirac e Sarkozy. Semplice diplomazia? Buoni rapporti tra realtà nazionali con un importante passato in comune? C&#8217;è da sospettare che non ci sia solo questo.</p>
<p>Il 18 giugno, su &#8220;Le Monde&#8221;, il presidente francese aveva dichiarato di non voler intromettersi nelle elezioni gabonesi (« La France restera neutre lors de l&#8217;élection présidentielle au Gabon, assure M. Sarkozy »). Ma già questa affermazione è in qualche modo sorprendente. Forse che qualcuno sospettasse un&#8217;intromissione? Senza dubbio: anche perché questo è parte di una solida tradizione. La &#8220;Françafrique&#8221;, va detto, è una realtà incontestabile (per un&#8217;analisi tanto partigiana quanto interessante sul neocolonialismo francese in Africa e soprattutto su tutti i rapporti corrotti che per decenni hanno legato le leadership francesi e quelle delle ex-colonie, un testo da tenere presente è <em>La Françafrique, le plus long scandale de la République</em>, scritto da François-Xavier Verschave e pubblicato da Stock nel 1998).</p>
<p>La Francia, in fondo, dall&#8217;Africa non se n&#8217;è mai andata. Basta guardare alla questione della moneta. Che valuta si usa ad esempio in Gabon? Il franco CFA, emesso dalla Banque des Etats de l&#8217;Afrique Centrale, a cui fanno capo sei paesi (oltre al Gabon, anche il Camerun, la Repubblica dell&#8217;Africa Centrale, il Ciad, la Guinea Equatoriale e la repubblica del Congo). Questa banca, che attualmente è presieduta proprio da un gabonese, Philibert Andzembe, conosce una sua gemella, la Banque Centrale des États de l&#8217;Afrique de l&#8217;Ouest, la quale a sua volta serve Benin, Burkina Faso, Costa d&#8217;Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. E tutti questi paesi utilizzano sostanzialmente la medesima moneta, il franco CFA (in realtà, i due franchi CFA &#8211; quello dell&#8217;Africa Centrale e quello dell&#8217;Africa Occidentale &#8211; hanno identico valore, ma non possono circolare nelle due distinte aree).</p>
<p>Stati africani, unioni monetarie, collegamenti tra unioni monetarie&#8230; ma a ben guardare in tutti questi Paesi, e quindi anche in Gabon, la moneta è il franco: proprio il franco francese (o qualcosa che ci assomiglia molto)! Se a Parigi ormai si usa l&#8217;euro, gestito a Francoforte, a Libreville si continua ad usare un franco che &#8211; in larga misura &#8211; resta sotto il controllo del Tesoro parigino. Il franco CFA si scambia nelle stradine di Lomé e nei mercati di Douala, ma è nei <em>boulevard</em> parigini che incontriamo coloro che di fatto l&#8217;amministrano.</p>
<p>Tutto questo si chiama &#8220;Zona Franco&#8221; e per comprendere meglio di che si tratta basta entrare nel sito della Banca di Francia e leggere <a href="http://www.banque-france.fr/fr/instit/telechar/note127.pdf">qui (in francese)</a>, oppure <a href="http://www.banque-france.fr/gb/eurosys/zonefr/zonefr.htm">qui (in inglese)</a>. Il tutto viene presentato come un sistema di garanzie e in qualche modo di sostegno, certo, con la grande Francia che pretende di giocare a tutela delle prospettive dei piccoli paesi africani. Ma resta un sistema in cui, &#8220;in nome della cooperazione&#8221;, l&#8217;ex potenza coloniale continua a svolgere un ruolo dominante.</p>
<p>I francesi parlano chiaro: « La cooperazione monetaria tra la Francia e i paesi africani della Zona franco è retta da quattro principi fondamentali: garanzia di convertibilità illimitata da parte del Tesoro francese, parità fisse, libera trasferibilità, centralizzazione delle riserve di cambio (in contropartita di questa garanzia, le tre banche centrali [<em>oltre ad Africa Centrale e Africa Occidentale, anche le isole Comore sono parte di questo meccanismo, ndr</em>] sono tenute a depositare una parte delle loro riserve di cambio nei confronti del Tesoro francese sui loro conti operativi&#8221;.</p>
<p>I due morti di Port Gentil di queste ore avranno certamente un&#8217;origine tutta locale: saranno da addebitare alle turbolenze di una società che non riesce ad affrancarsi da una famiglia di despoti e parassiti. Sarà sicuramente così. Ma è comunque giunto il momento che il tempo di questa &#8220;carità pelosa&#8221; degli europei venga meno e che s&#8217;inizi davvero a girare pagina: lasciando l&#8217;Africa agli africani e aprendo i nostri mercati alle loro merci.</p>
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