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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Merkel</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Il passato è il problema per il futuro dell&#8217;Euro</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 20:21:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Moody’s e le Borse confermano i dubbi sull’Euro Vertice sollevati qui lo scorso fine settimana. Troppo poco è stato deciso circa il futuro dell’Unione Europea ed in particolare sull’Euro. Non è tanto la non adesione della Gran Bretagna al nuovo Trattato che non convince i mercati, quanto le mancate decisioni sul futuro dell’Europa.
I problemi dell’Euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Moody’s e le Borse confermano i dubbi sull’Euro Vertice <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/09/leuroscelta-che-obbliga-allo-scetticismo-miracoli-in-tre-mesi-dopo-anni-di-vizi/">sollevati qui </a>lo scorso fine settimana. Troppo poco è stato deciso circa il futuro dell’Unione Europea ed in particolare sull’Euro. Non è tanto la non adesione della Gran Bretagna al nuovo Trattato che non convince i mercati, quanto le mancate decisioni sul futuro dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify">I problemi dell’Euro non verranno risolti con una golden rule dello 0,5 per cento di deficit sul prodotto interno lordo o con sanzioni automatiche per i paesi che sforeranno i vincoli dei Trattati. Il problema per l’Euro è il passato ed in particolare tutte le promesse non mantenute da parte di tutti i Paesi dell’Eurozona e dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-10969"></span></p>
<p style="text-align: justify">La Grecia è solo l’ultimo esempio di come la Commissione Europea non sia in grado di controllare l’introduzione di determinate misure in uno dei Paesi membri. Da maggio 2010 ad oggi non sono serviti tre salvataggi ed innumerevoli miliardi di euro per alleggerire la crisi greca e circoscriverla.</p>
<p style="text-align: justify">Il Governo socialista di Papandreou non ha mantenuto le promesse di fare le liberalizzazioni e le privatizzazioni necessarie per fare ripartire l’economia ellenica, ma con l’inasprimento della tassazione (l’IVA è stata aumentata di dieci punti percentuali) si è approfondita la recessione.</p>
<p style="text-align: justify">Tale situazione ricorda molto quella italiana, dove nelle ultime manovra finanziarie, Tremonti prima e Monti dopo, si introducono essenzialmente nuove tasse che deprimeranno un’economia già in recessione. La previsione di meno 0,5 per cento del PIL per il 2012 è già accettata a livello italiano e dell’OECD, ma come giustamente sostengono Giavazzi ed Alesina è prevedibile che con tale manovra la caduta sarà ben maggiore.</p>
<p style="text-align: justify">C’è il concreto rischio che con la manovra Monti la recessione sarà molto dura per il 2012 e per questo motivo è urgente che il neo-Ministro Passera agisca in direzione dell’apertura dei mercati.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro evento che Moody’s così come il mercato non dimenticano è il vertice di luglio di questo anno. Doveva essere quello risolutivo di tutti i problemi dell’Euro, con il salvataggio definitivo della Grecia e la stabilizzazione anche quella definitiva della crisi. Di definitivo non c’è stato un bel niente, anzi. Proprio da inizio agosto è cominciato l’attacco contro i Paesi più deboli dell’Euro non ancora caduti, Italia e Spagna. Lo spread è schizzato a livelli mai toccati dalla nascita dell’Euro e i tassi d’interesse hanno sfondato l’8 per cento.</p>
<p style="text-align: justify">La Banca dei Regolamenti Internazionali ha sottolineato proprio ieri che se anche i tassi dovessero ritornare ai quei massimi, l’impatto sul deficit sarebbe limitato per l’Italia: “solo” lo 0,95 del PIL. Ma cosa significa lo 0,95 per cento del PIL?Sono oltre 15 miliardi di euro, vale a dire mezza manovra finanziaria di Monti. Un impatto notevole, che di limitato non ha proprio nulla.</p>
<p style="text-align: justify">Un terzo elemento che crea sfiducia nell’Euro e che di fatto rischia di essere la pietra tombale della moneta unica è il rispetto dei Trattati.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, se anche i nuovi Trattati dovessero essere approvati nei prossimi tre mesi da un’Unione Europea risvegliata dal suo torpore, perché non c’è il rischio che questi non vengano violati? Per la golden rule o per le sanzioni automatiche?</p>
<p style="text-align: justify">A parte che le sanzioni automatiche possono essere “abolite” con l’85 per cento dei voti dei Paesi membri, perché questa volta, al contratto del Trattato di Maastricht, verrà rispettato?</p>
<p style="text-align: justify">Si ricorda che proprio la Francia e la Germania violarono il “sacro” principio del 3 per cento del deficit sul PIL a metà degli anni 2000 e da quel momento il Trattato di Maastricht perse il suo valore.</p>
<p style="text-align: justify">La memoria del passato ha un diverso orizzonte temporale per i politici ed i mercati: a breve termine per i primi, a lungo termine per i secondi.</p>
<p style="text-align: justify">Il passato dunque non gioca a favore dell’Euro.</p>
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		<title>In ricordo dell’Euro</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/12/10/in-ricordo-dell%e2%80%99euro/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 11:16:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Euro Vertice ha partorito un accordo. Debole, come giustamente ritiene anche Oscar Giannino su queste colonne. La domanda da porsi è: perché i mercati dovrebbero credere questa volta a quegli stessi leader che da due anni fanno promesse e non le rispettano?
Se l’Unione Europea saprà rispondere con convinzione a questa domanda, l’Euro potrebbe salvarsi, altrimenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’Euro Vertice ha partorito un accordo. Debole, come giustamente ritiene anche <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/09/leuroscelta-che-obbliga-allo-scetticismo-miracoli-in-tre-mesi-dopo-anni-di-vizi/">Oscar Giannino su queste colonne</a>. La domanda da porsi è: perché i mercati dovrebbero credere questa volta a quegli stessi leader che da due anni fanno promesse e non le rispettano?</p>
<p style="text-align: justify;">Se l’Unione Europea saprà rispondere con convinzione a questa domanda, l’Euro potrebbe salvarsi, altrimenti la moneta unica rischia di diventare un ricordo lungo solo dieci anni. <span id="more-10943"></span></p>
<p style="text-align: justify;">I vincoli di bilancio introdotti nelle differenti Costituzioni dei 26 Paesi, tutti ad eccezione della Gran Bretagna, dato che anche l’Ungheria sembra aver fatto un passo indietro rispetto alle iniziali reticenze, dovrebbero entrare in vigore a breve.</p>
<p style="text-align: justify;">Riusciranno Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e gli altri capi di Governo Europeo a rispettare questa data? I mercati non perdonano le incertezze, come ha dimostrato l’andamento dello spread da fine luglio in poi. Proprio in quel mese estivo l’ultimo Euro Vertice, preceduto come al solito dal direttorio franco-tedesco, aveva fatto delle promesse che poi non vennero rispettate.</p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo l’ampliamento del Fondo di Salvataggio, che non è stato ratificato da tutti i Parlamenti nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda promessa non rispettata era legata all’incapacità di controllare il risanamento della Grecia e il rispetto delle condizioni del paese ellenico di fronte ai prestiti internazionali dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo clima d’incertezza continuo ed irrisolto ha portato sull’orlo del fallimento l’Euro stesso, con i tassi d’interesse d’Italia e Spagna, rispettivamente la terza e la quarta economia dell’Eurozona e con un debito di oltre 2500 miliardi di euro, che avevano sforato l’otto per cento.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inversione della curva dei tassi indicava una sfiducia totale nella capacità dell’Euro di risollevarsi, ma nell’ultimo periodo parte delle tensioni si sono allentate. Per quanto? Certo la Manovra Monti e l’arrivo di Mariano Rajoy al Governo in Spagna hanno dato una temporanea fiducia. Certo è anche che la Manovra di Monti è fortemente recessiva e se non si attuerà in fretta in direzione delle privatizzazioni e delle riforme, i mercati ricominceranno a riprendere di mira l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">La Spagna ha un problema differente, anche se ugualmente grave e si chiama “cajas”, in profonda crisi. Queste istituzioni finanziarie sono piene di attivi da svalutare ed hanno cominciato a “saltare in aria”. La CAM è stata appena venduta al Banco Sabadell, che si farà carico di almeno 300 milioni di euro di perdite, mentre i restanti 5,2  miliardi di euro di perdite della cassa alicantina verranno “presi” dal Fondo di Garanzia dei Depositi.</p>
<p style="text-align: justify;">Caixa Catalunya è già stata nazionalizzata, mentre altre entità dovranno accedere ai fondi pubblici per salvarsi. Una situazione delicatissima che Mariano Rajoy dovrà risolvere in fretta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa si fronteggia dunque a casi particolari, come quelli di Grecia, Italia e Spagna, ma anche se si risolvessero i problemi nazionali, rimarrebbe il problema generale legato all’Euro.</p>
<p style="text-align: justify;">La differenza di produttività è uno dei punti irrisolti del trattato. Si parla di deficit, ma non di riforme che alcuni paesi dovrebbero attuare necessariamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il costo del lavoro per unità produttiva è così differente tra i paesi dell’Euro, come farà a sopravvivere l’Euro? Non a caso, molti analisti scommettono sul fallimento dell’Euro, perché la svalutazione è l’arma ultima per la “sopravvivenza” di certe economie.</p>
<p style="text-align: justify;">I leader che hanno trovato un accordo a 26 riusciranno a mantenere le promesse e rendere più unita in termini economici l’Unione Europea? Se non sarà così, l’Euro resterà solo un ricordo da raccontare ai nostri figli.</p>
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		<title>L&#8217;euroscelta che obbliga allo scetticismo: miracoli in tre mesi dopo anni di vizi?</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 20:09:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Unione europea distinta dall&#8217;euroarea non c&#8217;è più, dopo l&#8217;accordo della notte scorsa. Nove Paesi dell&#8217;Ue dei 10 che non aderiscono alla moneta unica hanno accolto la proposta tedesca di impegnarsi duramente insieme ai 17 dell&#8217;eurozona per far nascere insieme entro pochi mesi l&#8217;abbozzo di una vera Unione Fiscale Europea. Il Regno Unito è rimasto fuori. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Unione europea distinta dall&#8217;euroarea non c&#8217;è più, dopo l&#8217;accordo della notte scorsa. Nove Paesi dell&#8217;Ue dei 10 che non aderiscono alla moneta unica hanno accolto la proposta tedesca di impegnarsi duramente insieme ai 17 dell&#8217;eurozona per far nascere insieme entro pochi mesi l&#8217;abbozzo di una vera Unione Fiscale Europea. Il Regno Unito è rimasto fuori. Non è stato l&#8217;accordo che salva l&#8217;euro una volta e per sempre. Restano delusi sia i sostenitori degli eurobond per dar corpo immediatamente a politiche comuni, sia coloro che invocavano subito una BCE pronta a monetizzare i debiti pubblici. L&#8217;accordo prevede esattamente quanto Angela Merkel aveva illustrato con chiarezza a tutti gli altri governi. La Germania non ha ceduto di un millimetro. In 10 anni di euro, troppi governi hanno approfittato dei bassi tassi garantiti dalla moneta comune per rinviare riforme incisive e necessarie, sia per mettere in equilibrio e sicurezza la finanza pubblica sia per accrescere la produttività dell&#8217;economia reale. Ora, per la Germania credibilità ed esistenza stessa dell&#8217;euro si salvaguardano solo imparando la lezione. E la lezione si impara facendo in fretta e con procedure ferree le riforme mancate da ciascuno in ambito nazionale. E&#8217; una scelta molto rischiosa, giusta ma rischiosa. Non so quanto davvero la politica nazionale europea ne sia in grado. A me, pare di no. In quel caso l&#8217;euro salta.<span id="more-10935"></span>In ogni caso,invece, probabilmente scommettendo per l&#8217;ennesima volta che si tratti di comprare tempo con mere dichiarazioni d&#8217;intenzioni, i 26 governi aderenti all&#8217;impostazione tedesca prendono impegno a mettere in Costituzione il divieto di deficit pubblico superiore allo 0,5% di Pil, a procedure di bilancio verificate ex ante e sottoposte al controllo ex post, a sanzioni automatiche e al giudizio della Corte europea di giustizia.</p>
<p>Il difetto è che tali intenzioni dovranno essere tradotte in una forma giuridica cogente entro tre soli mesi, e che tale accordo o non sarà un nuovo Trattato ma in quel caso non dovrà confliggere con quello dell&#8217;Unione, e allora al regno Unito resterà aperta la possibilità di sollevare molti problemi, oltre al fatto che una mera cornice di accordi bilaterali avrà efficacia minore agli occhi dei mercati. Oppure sarà un nuovo Trattato vero e proprio, aperto però a ratifiche naziomali e referendum dall&#8217;esito assai incerto.</p>
<p>La posizione tedesca è stata condivisa anche sul no ad aumenti di dotazione rispetto agli attuali 500 miliardi dell&#8217;attuale Efsf, lo strumento salvabanche e salvaStati varato per la Grecia, e che non ha funzionato. Se ne riparlerà a marzo, quando si prenderanno gli ultimi accordi per sostituire all&#8217;Efsf un più solido Esm, il Meccanismo di Stabilizzazione Europea che viene anticipato a metà 2012. Sarà gestito dalla Bce, ma non potrà essere una banca. Cioè non avrà un&#8217;autonomia d&#8217;intervento propria, resterà soggetto al vincolo del consenso all&#8217;85% dei consensi dei Paesi membri invece che all&#8217;unanimità come accadeva all&#8217;Efsf.</p>
<p>Un accordo siffatto continuerà deliberatamente a esporre al morso di mercati e spread i Paesi a maggior debito e deficit e a bassa produttività. Solo così i governi, la politica e le opinioni pubbliche capiranno che le riforme vanno fatte in fretta, che d&#8217;ora in poi contano i fatti e non le promesse. Per gli interventi d&#8217;emergenza di ristrutturazione del debito pubblico che dovessero rendersi necessari a seguito di spread insostenibili, l&#8217;Unione Fiscale finanzierà con 200 miliardi aggiuntivi il Fondo Monetario Internazionale, che a quel punto potrà intervenire con le sue tradizionali procedure d&#8217;emergenza. Innanzitutto alla politica italiana deve essere chiaro che il rischio di intervento rapido del Fmi resta aperto innanzitutto per noi, perché il nostro spread continuerà a ballare se non procediamo spediti sul pacchetto Monti, e poi a riformare il mercato del lavoro, ad abbattere il debito con dismissioni pubbliche invece che con nuove stangate fiscali, a crescere di più con meno imposte su lavoro e imprese.</p>
<p>Londra ha detto no scommettendo che le regole comuni su banche e investimenti finanziari – si varerà una tassa europea sulle transazioni – sarebbero un danno intollerabile per la City, mentre attualmente malgrado l&#8217;alto deficit e debito il Regno Unito paga un premio al rischio inferiore a quello tedesco. Fossi britannico, ragionerei anch&#8217;io così. Senza nascondermi che è comunque un azzardo, perché se l&#8217;Unione Fiscale Europea dovesse invece funzionare malgrado i mille ostacoli formali e sostanziali che avrà di fronte, a quel punto a Londra starne fuori costerebbe caro.</p>
<p>Il fatto sostanziale è che l&#8217;accordo di ieri rifiuta che debiti pubblici nazionali possano essere salvati da una Banca Centrale che stampa moneta. Per chi la pensa come me, è un bene. Bestemmia, per chi pensa invece che alla politica spetti decidere quel che vuole, e che le banche centrali debbano stare alla cavezza. La Bce di Mario Draghi non salverà gli Stati a malpartito per colpa dei loro politici, ma farà altre due cose. Abbasserà i tassi, e farà tutto il necessario per mettere in sicurezza e salvare le banche. Ha già cominciato entrambe le cose. Le banche saranno le più esposte, nelle prossime settimane, e potrebbero occorrere misure anche eccezionali.</p>
<p>Ma il rischio terribile è che la rapidità e l&#8217;intensità del deterioramento dell&#8217;economia reale, con molti euromembri a crescita zero o in recessione come l&#8217;Italia, renda imperseguibile intanto politiche restrittive di finanza pubblica troppo a lungo rinviate. C&#8217;è il rischio che si ripeta l&#8217;errore compiuto nel 1931 e 1932 da Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, che sboccò in un 1929 bis e da cui nacquero le premesse del secondo conflitto mondiale. Vedi l&#8217;articolo in proposito dell&#8217;Economist, sul numero in edicola oggi.</p>
<p>E&#8217; un rischio ben chiaro, si spera, a tutti i governi europei. Washington per questo avrebbe preferito più crescita e meno ortodossia subito. Ed è la stessa cosa che continueranno a chiedere molti politici europei, indisponibili a dire la verità ai propri elettori, e convinti che eurobond e torchio monetario subito siano l&#8217;unica risposta per reggere. L&#8217;eurocompromesso di ieri ha invece un altro segno. Se l&#8217;euro reggerà, sarà solo se la politica nei fatti aprirà all&#8217;unificazioe dei mercati dei beni e dei servizi che oggi restano separati, se accetterà diminuzioni reali di sovranità nei deficit, se promuoverà produttività e crescita del valore aggiunto. Dopo e solo dopo, arriveremo a una BCE che sostiene il debito pubblico comune. Se non si seguirà questa strada l&#8217;euro salterà, o meglio resterà strumento comune solo dei Paesi disposti a fare quella scelta. E&#8217; una scommessa molto ambiziosa. Soprattutto per Paesi in forte ritardo di crescita ed efficienza e già ipertassati, come l&#8217;Italia. Messa in questi termini, con le prove che abbiamo dato nel recnete passato, lo scetticismo mi embra più che dovuto. necessario.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Si ballerà eccome e comunque, dopo l&#8217;eurovertice</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 10:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ammettiamo per ipotesi che l&#8217;eurosummit di stasera e domani vada al meglio. Che il six pack, i sei punti convenuti &#8211; conven uti davvero? -tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a inizio settimana vengano condivisi entusiasticamente da tutti. Che il Protocollo 12 &#8211; come i tedeschi definiscono con disprezzo la proposta minimalista di van Rompuy [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ammettiamo per ipotesi che l&#8217;eurosummit di stasera e domani vada al meglio. Che il six pack, i sei punti convenuti &#8211; conven uti davvero? -tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a inizio settimana vengano condivisi entusiasticamente da tutti. Che il Protocollo 12 &#8211; come i tedeschi definiscono con disprezzo la proposta minimalista di van Rompuy avanzata ieri &#8211; venga scartato, in nome di una modifica vera e rapida ai Trattati per far nascere l&#8217;Unione fiscale. Non ci credo ma immaginiamo che accada davvero, e che inizi il complesso processo di ratifica a tappe forzate dei Trattati, a favore di procedure di bilancio “blindate” e con ruolo ispettivo e sanzionatorio della Corte di giustizia europea. Che l&#8217;Esm sostituisca l&#8217;Efsf già entro il 2012. Ammettiamo tutto questo per ipotesi. La domanda diventa: quanto durerà il test dei mercati sulla solidità, tempestività ed efficacia di tali nuovi determinazioni? che cosa avverrà, nel frattempo? E&#8217; possibile immaginarlo senza la pretesa di voler fare gli auguri che interrogavano con il volo degli uccelli la volontà dei dei, superni o inferi a seconda di quale fosse il quadrante da cui i pennuti si manifestavano? Con una certa approssimazione, certo che è possibile immaginarlo. Nel senso che i politici e tantissimi con loro possono forse immaginare che come ad opera di una bacchetta magica il selling colossale di asset europpei si arresti, il beta e la volatilità dei mercati si plachi,gli spread convergano di nuovo come ai vecchi tempi, e tutti vissero felici e contenti. Naturalmente, però, l&#8217;esperienza ci dice che molto probabilmente non sarà così. Per diverse ordini di ragioni. <span id="more-10882"></span></p>
<p>La prima è che il mercato ha buone ragioni per diffidare di una neoconvergenza virtuosa,  quando le politiche nazionali europee al di là dell&#8217;ufficialità recalcitrano più o meno dovunque. La seconda è che squilibri tanto rilevanti da eccesso di consumi privati o pubblici finanziati a debito impiegano anni e non settimane a riequilibrarsi. E nel frattempo i mercati continueranno a testare per ciascuno degli eurosquilibrati la volontà di imboccare davvero e perseverare sulla via dell&#8217;aggiustamento al ribasso di salari e pensioni, l&#8217;unica maniera – non potendo svalutare monetariamente – per rendersi virtuosi quando non si vuole procedere a un default totale o pilotato.</p>
<p>I problemi più seri continueranno dunque ad essere quelli del sistema bancario. Non solo nel sistema europeo delle banche centrali, ma nelle banche ordinarie.</p>
<p>Per avere un&#8217;idea dello squilibrio attualmente raggiunto nel SEBC, basta dare una rapida occhiata all&#8217;analisi effettuata da Aaron Tornell dell&#8217;Università di California e Frank Westermann dell&#8217;Università di Osnabueck (<a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/7391%29.n">http://www.voxeu.org/index.php?q=node/7391).</a> Negli ultimi mesi, le banche centrali di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna hanno dovuto estendere sempre più i propri crediti agli intermediari finanziari nazionali. Un meccanismo che si è sommato ai massicci ricorsi degli intermediari alle linee di liquidità straordinaria apprestate dalla Bce (siamo arrivati a quasi 290 miliardi di euro enon è un errore, duecentottantasette per la precisione, nella settimana pre varo della manovra Monti, da parte di 187 banche europee). Per finanziare i propri crediti alle banche commerciali, le banche centrali degli eurodeboli non hanno potuto rivolgersi alla Bce, per evitare che la cosa si traducesse in espansione dell&#8217;offerta monetaria. Si sono tutte rifinanziate presso la Bundesbank attraverso l&#8217;eurosistema  Target. La Bundesbank, a propria volta, per non estendere la base monetaria equivalente al proprio balance sheet, equilibrava l&#8217;espansione fino a quasi quota 500 miliardi di euro di prestiti alle altre banche centrali dell&#8217;eurozona abbattendo simmetricamente la quota si securities tedesche detenute, da quasi 300 miliardi a meno di 20 miliardi. Poiché siamo arrivati a una quota di assets tedeschi detenuti da Bundesbank  prossima allo zero, perché gli eurofinanziamenti Target possano continuare bisognerebbe immaginare che la banca centrale tederca accettasse di vendere parte delle proprie riserve auree, o a propria volta si indebitasse sul mercato internazionale. Per quello che sappiamo da Berlino, è inipotizzabile. Il mercato lo sa benissimo. Per questo è ragionevole attendersi che provi presto un attacco concentrico sugli asset di un solo paese eurodebole, per vedere in poche ore se Bundesbank continua nel suo ruolo di prestatore a costo di impegnare riserve, oppure se si sfonda la renitenza della Bce a stampare denaro visto che la sua attuale limitata base di capitale non è coerente con acquisti illimitati di eurosecurities a rischio.</p>
<p>Per le banche commerciali, che sono la catena esposta di questa scommessa all&#8217;insolvenza e del mtrasferimento all&#8217;economia reale della recessione,  rimanere impegnate sul sentiero tracciato dall&#8217;EBA – ricapitalizzazioni rapide ad opera del mercato tutte le volte che si può -  è incredibilmente rischioso. Non è un caso che il governo tedesco abbia rapidamente deciso di rifinanziare Soffin, il braccio pubblico attraverso il quale sono stati operati i salvataggi bancari nel post Lehman. In modo che essa possa tornare a offrire fino a 400 miliardi di garanzie alle banche tedesche a rischio. La più esposta? Commerzbank, la seconda banca tedesca, piena di eurocarta nella sua EuroHypo, e che ha ancora un 25% di capitale pubblico dopo il salvataggio del 2009.</p>
<p>No, decisamente anche se le cose andassero al meglio, il 9 dicembre, l&#8217;euromare resterà agitato e occorreranno ottimi nocchieri. Tutte le grandi banche svizzwere e biritanniche hanno pronti contingency plans per frorteggiare l&#8217;eurobreak eventuale, questa è la verità.</p>
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		<title>E se abbassassimo gli stipendi pubblici?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 16:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E siamo a otto. Non stiamo dando i numeri, ma è il mercato che mette il nostro paese sempre più sotto pressione, dato che otto, è il tasso d’interesse per i nostri titoli di Stato a due anni. Un tasso tanto elevato è impossibile da sopportare a lungo e non è dunque un caso che il Fondo Monetario Mondiale abbia già preparato un fondo di salvataggio per l’Italia e per la Spagna di 46 miliardi di dollari ciascuno.</p>
<p style="text-align: justify;">E la stessa Spagna, nonostante il cambio al vertice del paese con l’arrivo del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy vede sul mercato secondario i tassi d’interessi dei buoni a due anni al 7,5 per cento.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-10592"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sia in Spagna che in Italia la curva dei rendimenti dei tassi si è invertita, lasciando comprendere che il clima di sfiducia che pervade tutta la zona Euro è ormai quasi incontrollabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Monti, il nuovo premier italiano, è stato ben accolto dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Quest’ultima si è detta impressionata dalle misure prese dal nuovo Governo Italiano, che a breve verranno presentate anche al Parlamento Italiano. Questo scavalcamento del Parlamento Italiano è forse la prima notizia che mostra un cambiamento in atto all’interno dell’Unione Europa. Fino ad oggi le misure potevano essere controllate dalla Commissione Europea o da altri Stati dopo che erano passate da una presa visione o approvazione del Parlamento Italiano. Ora non sembra più così.</p>
<p style="text-align: justify;">Una politica economica più integrata è necessaria se si vuole salvare l’Euro poiché non è possibile pensare che ogni Stato vada nella direzione che vuole con un’unica moneta europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Non essendo più possibile la svalutazione competitiva, i differenziali dei costi del lavoro per unità produttiva avrebbero dovuto diminuire nel corso degli anni, per cercare di stabilizzare la zona Euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia la differenza del costo del lavoro per unità produttiva (CLUP) tra i diversi Paesi Euro è andata aumentando nell’ultimo decennio, mandando così in tilt l’Euro stesso. Il CLUP italiano e spagnolo è 40 punti percentuali sopra rispetto a quello tedesco nel 2010, prendendo come anno base il 2000. Si comprende bene perché siano necessarie misure che aumentino la competitività italiana e al contempo una politica di riduzione del costo del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">In Spagna il Governo Zapatero ha deciso di abbassare del 5 per cento i salari pubblici, mentre in Catalogna si è deciso nei giorni scorsi di effettuare ulteriori tagli agli stipendi pubblici. Forse non si deve arrivare al livello greco, dove i salari sono stati tagliati del 25 per cento, ma non è il caso che anche l’Italia faccia qualche passo in avanti in questa direzione?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo sarebbe una misura impopolare e potrebbe essere anche sostituita da un abbassamento del cuneo fiscale, ma è difficile in questo periodo trovare per il Governo le risorse necessarie per abbassare di almeno 5 punti percentuali il cuneo fiscale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le liberalizzazioni potrebbe riuscire a far ritrovare la competitività perduta all’Italia; grazie ad una maggiore competitività, la produttività dovrebbe tendere a salire, ma gli effetti molto probabilmente non si sentirebbero immediatamente, ma nel giro di uno o due anni. Un impulso interessante in questo campo sta arrivando da Sergio Marchionne, Ad di Fiat, che pochi giorni fa ha disdetto il contratto vigente negli stabilimenti italiani ad eccezione di quelli dove era presente il contratto “Pomigliano”.</p>
<p style="text-align: justify;">Marchionne ha sempre detto che è necessaria una maggiore flessibilità e produttività in cambio di investimenti. L’Italia è un paese povero di investimenti stranieri e un cambio nell’ambito dei contratti nazionali potrebbe far ritrovare la competitività perduta.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tema scottante come quello della riduzione dei salari pubblici, che provocherà tante reazioni negative, ma che è essenziale per evitare il fallimento dell’Italia.</p>
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		<title>L’Europa allo sbando</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 17:18:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le elezioni spagnole, tenutesi lo scorso weekend hanno stabilizzato la situazione spagnola. La vittoria di Mariano Rajoy, con una schiacciante maggioranza assoluta, era prevista e prevedibile, dopo i grandi problemi economici irrisolti dal Governo Zapatero. Nonostante questo lo spread spagnolo rimane molto elevato nelle ultime settimane.
E non solo dalla Spagna arrivano grandi preoccupazioni. Il contagio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le elezioni spagnole, tenutesi lo scorso weekend hanno stabilizzato la situazione spagnola. La vittoria di Mariano Rajoy, con una schiacciante maggioranza assoluta, era prevista e prevedibile, dopo i grandi problemi economici irrisolti dal Governo Zapatero. Nonostante questo lo spread spagnolo rimane molto elevato nelle ultime settimane.</p>
<p style="text-align: justify;">E non solo dalla Spagna arrivano grandi preoccupazioni. Il contagio della crisi del debito sovrano è ormai una questione europea. Il Belgio e la Francia hanno visto il loro spread esplodere nella scorsa settimana in un clima di sfiducia totale nei confronti dell’Euro e dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-10583"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Proprio l’Unione Europea è l’anello debole dell’euro. Mentre la Banca Centrale Europea  fa il possibile per immettere liquidità sul mercato, acquistando il debito di Italia e Spagna, le istituzioni europee non riescono a trovare un accordo sul fondo salva Stati, o almeno sul suo rifinanziamento, e su una politica economica più coordinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Che sia chiaro: più coordinazione non significa avere una politica economica unica dove si aumentano le tasse, ma si può pensare ad un modello di federalismo competitivo come accade negli Stati Uniti d’America o Svizzera dove esiste un’unica moneta.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stato attuale in Europa si dibatte solo di eurobond, come se questi potessero risolvere tutti i mali dell’Unione Europea. Ovviamente la Germania si oppone. Giustamente perché la cancelliera Angela Merkel difficilmente può accettare un accordo per il quale il paese teutonico si accolla a pagare maggiori interessi sul debito a causa del cattivo comportamento dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi dell’euro è dunque molto forte e di difficile soluzione, ma non sembra che questi leader europei abbiano le capacità di risolvere le problematiche; anche perché sono gli stessi leader che hanno creato un enorme debito pubblico con spese keynesiane assurde per cercare di fare uscire inutilmente dalla recessione i loro rispettivi Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esito è stato scontato e tragico al contempo. I Paesi europei si sono trovati sul “groppone” un enorme debito pubblico che adesso devono cercare di ripagare aumentando le tasse e di fatto andando verso ad una distruzione dell’Euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spread dunque, così come il declassamento del debito da parte delle agenzie di valutazione internazionali, non è dunque un accanimento della speculazione finanziaria internazionale, ma una giusta conseguenza di politiche economiche molto allegre, per non dire folli.</p>
<p style="text-align: justify;">E proprio sullo spread vi è un’analisi interessante riguardo gli ultimi mesi fatta da Tito Boeri per lavoce.info.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/SPREAD.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10584" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/SPREAD-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>Si può effettivamente notare che il differenziale dello spread rispetto ai bund tedeschi di Italia e Spagna ha avuto dei cambiamenti molto repentini negli ultimi mesi. Fino all’agosto di questo anno la Spagna scontava una situazione peggiore rispetto al nostro paese, ma proprio durante l’estate la situazione è cambiata repentinamente. Mentre in Spagna si andava verso le elezioni e la scontata vittoria del Partito Popolare che si impegnava a  fare i tagli necessari, in Italia, la situazione politica diventava sempre più incerta.</p>
<p style="text-align: justify;">Le continue manovre finanziarie non venivano prese sul serio dal mercato, che le puniva continuamente con un peggioramento dello spread sui <em>bund</em> tedeschi. L’apice è stato raggiunto ad inizio novembre, quando poi si è arrivato al cambio di Governo e ad una maggiore stabilità politica dell’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane la crisi si è allargata a quasi tutta l’Europa, fino a raggiungere ieri, con l’asta deserta dei <em>bund</em> tedeschi anche la Germania. D’altronde i tassi d’interesse pagati erano estremamente bassi e l’eventuale fallimento dell’euro avrebbe molte conseguenze negative anche sul paese guidato da Angela Merkel.</p>
<p style="text-align: justify;">I problemi europei sono dunque enormi e non sembra che la classe dirigente attuale sia in grado di risolverli.</p>
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		<title>Eurobang, ragioni tedesche e letture &#8220;austriache&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul prossimo Panorama Economy
Considerazioni al volo in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione Europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da “spifferate” a giornali britannici e tedeschi, naturalmente &#8211; tenta un&#8217;impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato dacché esiste l&#8217;euro, cioè le misure straordinarie da assumere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sul prossimo Panorama Economy</em></p>
<p>Considerazioni al volo in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione Europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da “spifferate” a giornali britannici e tedeschi, naturalmente &#8211; tenta un&#8217;impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato dacché esiste l&#8217;euro, cioè le misure straordinarie da assumere prima che il rapidissimo deterioramento di fiducia verso l&#8217;euroarea in quanto tale sfoci in una crisi epocale. Tentativo impervio per il semplice fatto che la Commissione Barroso conta pochissimo in questi anni di leadership germanica travestita da finzione di co-leadership franco-tedesca. Dipendesse da me formulare una scelta sulla base delle minori improbabilità, direi che delle tre ipotesi avanzate dalla Commissione quella forse meno impossibile coniuga insieme la persistente responsabilità solo nazionale di ciascun euromembro verso il proprio debito pubblico, con l&#8217;intervento congiunto di Efsf – una mascherata, viste le sue residue scarne munizioni -  e FMI – preponderante – a garanzia e sostegno di un conferimento di quote di debito pubblico di ciascun euromembro eccedente una certa – elevata, ben superiore al 60% indicato come obiettivo – quota di sicurezza. Anche tale soluzione appare tuttavia ben lungi dalla portata attuale delle intenzioni reali della politica europea. Il tempo incalza, però.  Occore augurarsi che il ritorno di Roma all&#8217;eurotavolo dal quale Berlino e Parigi l&#8217;avevano esclusa   spinga verso una soluzione comunque condivisa. Altrimenti, a questi ritmo di drenaggio dei capitali  dall&#8217;euroarea e di totale inaridimento dell&#8217;interbancario, il big bang è certo. ed è a breve. Al di là di tale funebri considerazioni, un&#8217;osservazione e un consiglio.<span id="more-10572"></span></p>
<p>L&#8217;osservazione nasce dalla contestazione di un caro amico, da molti anni corrispondente del più prestigioso quotidiano germanico. Quanto siete insopportabili voi italiani ed eurolatini, mi scrive.  Sapevate benissimo sin dall&#8217;inizio che l&#8217;euroedificio nasceva dalla rigorosa separazione tra torchio monetario e debiti pubblici, perché alla Bundesbank  avevamo imparato a nostre spese a diffidare dei politici e della loro tendenza disinvolta a far spesa pubblica elettorale: dei nostri politici tedeschi come dei vostri, in generale, perché i politici mentono senza limiti se i limiti non vengono loro posti. Eppure per dieci anni i vostri politici &#8211; continua il mio amico tedesco &#8211; hanno disinvoltamente ignorato che l&#8217;euro avrebbe funzionato nell&#8217;interesse di ciascuno solo autoimponendosi virtù nei conti pubblici e produttività nell&#8217;economia reale. Ve ne siete fregati, e ora tutti a frignare come il vostro Giuliano Ferrara contro i tedeschi contrari a monetizzare il vostro debito pubblico attraverso la Bce. Troppo comodo, non vi pare? Dov&#8217;era Ferarra, quando i 7 punti di Pil di minori interessi sul debito pubblico grazie ai bassi tassi dell&#8217;euro, anche in tutti gli anni sotto Berlusconi e Tremonti, sono diventati più spesa corrente invece di meno tasse e più crescita?</p>
<p>Diciamola tutta, per quanto impopolare sia: i tedeschi che s&#8217;inalberano così hanno ra-gio-ne. E non possiamo convincerli dicendo che è tutta colpa dei magistrati, di De Benedetti e della Cgil, come tentano alcuni nel centrodestra italiano. Il bipolarismo italiano è stato selvaggio e tribale, ma spesa tasse e debito non li hanno decisi i pm. Almeno secondo il mio modestissimo parere.</p>
<p>Che poi abbiano ragione, ma al contempo si debba ora decidere come affrontare il guaio che incombe e sia meglio farlo di comune accordo per evitare un big bang epocale, sono due dati di fatto che devono cercare di andare insieme. Altrimenti, sarà peggio per tutti.</p>
<p>Vengo al consiglio. Da testardo non keynesiano quale sono e resto. Se volete capire perché non è tanto la mancanza di un <em>lender of last resort</em> a condannare oggi l&#8217;euro agli occhi dei mercati, date una letta a due papers illuminanti, a tal proposito. Il primo è <a href="http://www.bis.org/publ/work346.pdf"><em>Global imbalances and the financial crisis: Link or no link?</em></a>, il working paper n.346 che potete scaricare dal sito della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, di Claudio Borio and Piti Disyatat. Il secondo è <a href="http://www.princeton.edu/~hsshin/www/mundell_fleming_lecture.pdf"><em>Global Banking Glut and Loan Risk Premium</em></a>, di Hyun Song Shin della Princeton University, presentato alla Fmi Annual Conference dello scorso 10 e 11 novembre. Sono l&#8217;uno complementare all&#8217;altro, e presentano una disarmante analisi di come il sistema bancario europeo si sia straordinariamente prestato al finanziamento ad alta leva dell&#8217;eccesso di consumi a debito americano. Lo dimostrano con un&#8217;analisi del flusso lordo dei captali euro-atlantico, non netto come siamo abituati a fare nel computo dele bilance dei pagamenti pareggiando claims e liabilities. Le banche europee hanno affiancato le shadow banks americane venute meno nel 2008 e pareggiate dal QE della Fed. Oggi che la Fed ha le armi scariche, il rientro dei capitali in patria è massiccio, ma perché le banche europee hanno colpe maggiori di quelle che ammettono. Una spiegazione da scuola austriaca, quella che non piace ai politici spendisti e mentitori che abbondano nella nostra Europa. Anche se, bisogna ammetterlo, non solo qui da noi.</p>
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		<title>Nord e Sud si spaccano, nella Ue e in Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Aug 2011 07:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si vuole qui parlare del Sud, del Sud per l&#8217;ennesima volta dimenticato come priorità di crescita nazionale.  Ma c&#8217;è una premessa obbligatoria . Purtroppo, la disastrosa giornata di ieri sui mercati europei e americani dimostra l&#8217;esatto opposto di quanto ripetono i politici. A loro giudizio è la globalizzazione a essere colpevole, e occorre mettere la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si vuole qui parlare del Sud, del Sud per l&#8217;ennesima volta dimenticato come priorità di crescita nazionale.  Ma c&#8217;è una premessa obbligatoria . Purtroppo, la disastrosa giornata di ieri sui mercati europei e americani dimostra l&#8217;esatto opposto di quanto ripetono i politici. A loro giudizio è la globalizzazione a essere colpevole, e occorre mettere la mordacchia ai mercati. Di fatto, è vero l&#8217;opposto. Semplicemente, i politici dei Paesi avanzati mostrano mese dopo mese di non avere la minima idea delle conseguenze di ciò che dicono in un&#8217;economia globalizzata, e di ciò che non fanno. E i mercati reagiscono nell&#8217;unico modo in cui chi non capisce e e chi non è d&#8217;accordo sanziona chi tenta di metterti sotto: lo puniscono duramente.<span id="more-9921"></span></p>
<p>Verrebbe da dire che c&#8217;è un mezzo gaudio, nel constatare che mentre la Borsa di Milano perde il 6,6% con le banche nuovamente a picco, anche Francoforte e Parigi perdono il 5%, anche Londra e Wall Street perdono oltre il 4%. In realtà, c&#8217;è da aver semplicemente paura. Perché o la politica cambia marcia, a Washington, a Berlino e a Parigi, oppure diventerà presto drammaticamente vero ciò che ieri per la prima volta ha previsto Morgan Stanley, e cioè che il mondo avanzato a 3 anni di distanza dal crac Lehman Brothers si avvia a riprecipitare nella recessione.</p>
<p>Se la politica dei Paesi avanzati crede di andare avanti con debiti pubblici esplosi, dovrebbe rassicurare i mercati della loro sostenibilità attraverso credibili piani di rientro, commisurati a far crescere anche chi è in difficoltà, e con misure e riforme finanziarie condivise tra America e Stati Uniti. Se invece Sarkozy e la Merkel propongono una tassa sulle transazioni finanziarie, e Obama reagisce al downgrading del debito americano facendo aprire inchieste alla Sec contro le banche europee che si finanziano in America, l&#8217;unica cosa che i mercati capiscono è che i politici hanno perso la trebisonda. E allora i mercati crollano. Perché l&#8217;America dovrebbe cambiare tono e tagliare il proprio eccesso di spesa pubblica senza più credere che il dollaro come valuta mondiale la renda intoccabile. Al contempo, la Merkel dovrebbe capire che la linea sin qui seguita di far andare in deflazione i Paesi eurodeboli è partita da premesse e meriti giusti e condivisibili, ma è stata condotta in una maniera sbagliata, perché anche la Germania si sta piantando. Sarkozy dovrebbe capire che le tasse contro la finanza, in un momento di politica priva di credibilità, mandano solo le banche e il risparmio a tappeto.</p>
<p>Ma non è finita qui. E vengo al Mezzogiorno. Ieri, mi sono letteralmente indignato. Non c&#8217;è solo l&#8217;irrealistica Tobin Tax contro i mercati proposta da Parigi e Berlino, ad aver provocato il collasso dei mercati. La picchiata è avvenuta anche per un&#8217;altra proposta franco-tedesca, ancor più demenziale a mio giudizio. E&#8217; stata la S<span style="font-family: Times New Roman,serif;">ü</span>ddeutsche Zeitung l&#8217;altro ieri a rivelarla. Preferivo pensare fosse una bufala, ma le cancellerie dei due Paesi euroleader non l&#8217;hanno smentita. Di conseguenza, i mercati sono esplosi.</p>
<p>Di che cosa si tratta? Di diminuire o sospendere i fondi strutturali europei ai Paesi che non siano virtuosi sul bilancio. Io da anni scrivo, propongo e mi batto perché in Costituzione approviamo anche in Italia una misura del tutto analoga a quella prevista nella Legge Fondamentale germanica, e cioè l&#8217;azzeramento del deficit pubblico. E aggiungo che vorrei un tetto al prelievo fiscale su persone e famiglie votato ogni anno dal Parlamento, come in Germania. Dunque non sono sospettabile di comprensione alla scarsa virtù. Ma sospendere i fondi strutturali a chi è in difficoltà è una cretinata in termini economici da lasciare senza fiato. Persino per chi, come me, critica sempre l&#8217;euroillusione di aver adottato una moneta unica in mercati che restano separati e con curve di costo diverse. Perché i fondi strutturali, coevi all&#8217;idea stessa di Unione Europea, nascono e si sono nel tempo evoluti per sostenere lo sforzo di convergenza a favore di chi aveva ereditato economie meno avanzate ed efficienti, ponendo come obiettivo la media europea dei redditi delle popolazioni come criterio per dosarli a favore di chi ne era più distante. La politica economica è fatta – almeno per chi ne ha una minima idea &#8211; proprio di misure che distinguono le correzioni anche energiche di breve termine dalla necessità di sostenere la convergenza verso l&#8217;alto a medio e lungo termine. Minacciare il venire meno dei fondi significa dire che l&#8217;Unione europea non c&#8217;è più, perché le popolazioni che si trovano a pagare il maggior costo del loro mancato sviluppo vengono private anche della possibilità di realizzarlo, sia pure in ritardo e a costo di sacrifici, grazie al sostegno europeo. E non perché a Berlino e Parigi siano tenuti alla carità cristiana. Ma perché sini qui almeno a parole è interesse comune dell&#8217;Europa che tutti producano, consumino, guadagnino e risparmino di più.</p>
<p>Per questo avrei voluto ieri che uno statista italiani, sentiti i governi di tutti i Paesi europei alle prese con difficoltà di ordine diverso, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo all&#8217;Irlanda e via continuando, dichiarasse immediatamente che questa proposta franco-tedesca sbagliata e assolutamente da ritirare. Non perché sarebbe solo il Mezzogiono italiano, a essere colpito in maniera sanguinosa nelle sue possibilità di riscatto dalla ghigliottina ai fondi destinatigli per il sessennio 2014-2020, di cui l&#8217;anno prossimo si discuterà a Bruxelles e nei Consigli europei. Ma perché l&#8217;idea stessa di Europa, verrebbe meno.</p>
<p>Purtroppo, il governo italiano ieri non ha levato la sua voce. E&#8217; un errore grave. Non è così, che si riacquista credibilità per le decine e decine di miliardi di euro che ancora non abbiamo speso, per incapacità delle macchine amministrative regionali e centrali, dei fondi assegnatici negli anni 207-2013. Non è così, che si ridiventa virtuosi agli occhi degli altri governi e dei mercati. Anzi, non averlo fatto spiega perché il Sud e la sua crescita &#8211; questione nazionale perché senza ripresa e occupazione giovanile e femminile al Sud non c&#8217;è ripresa del Paese – mancano clamorosamente di essere presenti come priorità nella manovra bis appena varata dal governo. Su chi si abbatterebbe la scure degli accorpamenti di Comuni piccoli, se non al Sud per la diversa storia locale che ha portato a unità amministrative più piccole e col tempo più spopolate? Dove si concentrano, il più delle società partecipate e controllate dalle Autonomie locali da dismettere per ragioni di efficienza, se non nel Mezzogiorno? Molti di voi diranno: colpa del Sud, e anzi finalmente si inizia ad affondare il coltello. E&#8217; vero a metà: se non si adottano al contempoincentivi perché il Sud  possaacrescere occupazione e sviluppo,  Usemplicemente si compiace l&#8217;idea dei politici locali che esso abbia più bisogno di assistenzialismo.</p>
<p>Umberto Bossi l&#8217;ha detto e ripetuto, in questi giorni. Se il governo non mette mano a una correzione dei tetti di età pensionabile per anzianità e vecchiaia, è per continuare a far andare prima in pensione i lavoratori del Nord, entrati nel mercato del lavoro molto prima di quelli meridionali, che comunque ci riescono in percentuali molto più basse. Terremo duro e comunque se l&#8217;Italia andrà in pezzi meglio per noi, ha aggiunto Bossi, che non parlava così da anni. Sia detto senza offesa per nessuno, ma è lo stesso ragionamento che su più vasta scala e con ben altri titoli sta facendola Merkel a nome della Germania “forte”. Apparentemente sembrano ragioni forti. Invece, bisogna avere fegato e intelligenza per dire la verità: sono fesserie. Perché più divisi siamo, più divisi in Europa come più divisi in Italia, più deboli siamo tutti nel mondo della crescita e del risparmio a guida cinese e indiana.</p>
<p>Alcuni di noi &#8211; lo so bene &#8211; sono in realtà convinti da sempe che meglio divisi che uniti nell&#8217;errore.: tanto tra Nord e Sud d&#8217;Europa, che tra Nord e Sud d&#8217;Italia.  Ma la cosa stupefacente è che a dare una mano potente a questa divisione siano politici che dicono, in Europa come a Roma, di volere l&#8217;esatto opposto.</p>
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		<title>Il rischio Italia, la colpa della politica e chi ci guadagna</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 18:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Panorama Economy
Domanda delle mille pistole, per alcuni. Dei mille “pistola”, alla milanese, per altri. Ma qualcuno ci crede davvero, all’ipotesi concreta di un default italiano? La mia risposta è secca: no. Con un ma e tanti puntini che seguono, e che ai miei occhi spiegano quel che sta avvenendo sui mercati. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Panorama Economy</em></p>
<p>Domanda delle mille pistole, per alcuni. Dei mille “pistola”, alla milanese, per altri. Ma qualcuno ci crede davvero, all’ipotesi concreta di un default italiano? La mia risposta è secca: no. Con un ma e tanti puntini che seguono, e che ai miei occhi spiegano quel che sta avvenendo sui mercati. Un’ultima premessa: non sono un complottista, derido ed esecro chi descrive i mercati come un cieco strumento nelle mani di cupole di gnomi irresponsabili dediti solo al greed, e a mettere nel mirino oggi un Paese domani una corporation ordendo oscure trame di potere. I mercati sono “fatti” letteralmente dalla scelta quotidiana di milioni di operatori, ed effettivamente seguono la logica del bandwagoning, ma si comportano così  laddove intravvedano delle concrete finestre di opportunità per far soldi. E i soldi, in tempi di crisi, si fanno al ribasso e su botte di volatilità, cioè di realizzo, quando dal ribasso per un giorno o un’ora un prezzo o un premio al rischio torna a guadagnare qualche punto, prima di risprofondare. <span id="more-9682"></span></p>
<p>Quel che mi sembra ragionevole temere è quanto avverrà nella finestra estiva tra agosto e settembre, quando la Repubblica italiana dovrà piazzare la bellezza di 66 miliardi di BTp in scadenza. Se nel frattempo non assistiamo a un decisivo vertice europeo &#8211; se ne ipotizza uno questa settimana &#8211; in cui i tedeschi cambino linea sull’aiuto alla Grecia e a ogni Paese dell’euroarea che successivamente dovesse accusare difficoltà, allora non mi aspetto che il mercato demorda, dalla sua tendenza ribassista nei confronti del quarto debito pubblico mondiale e del primo euroemittente di titoli pubblici, cioè dell’Italia.</p>
<p>Tuttavia, non c’è uno solo dei miei amici operatori – middle manager di fondi d’investimento o di desk di banche d’affari che operano sull’Italia &#8211; non scoppi a ridere alla domanda “credete nel default italiano?”. La risposta che mi danno quasi tutti è un’altra. L’Italia doveva saperlo, che con il deleveraging severo che perdura negli States, e con la crisi dell’eurodebito aperta da 20 mesi, sarebbe venuto il suo momento. Il “suo momento” significa essenzialmente due cose. Innalzamento sosta in una forbice fino al 2-3% reale, cioè “oltre” l’inflazione – e in tempi rapidi del premio al rischio per “ogni” tipo di indebitamento, non solo dello Stato ma di ogni banca, impresa e famiglia. E deprezzamento degli asset , attivi patrimoniali pubblici e privati, le garanzie reali su cui garantirsi presente e futuro. Che sono precisamente i due fenomeni in corso. La domanda diventa allora: chi guadagna da questi due fenomeni? C’è chi guadagnerebbe anche da un default italiano? L’innalzamento del premio al rischio per singolo euro membro è ciò che tedeschi, olandesi e finlandesi perseguono scientemente da 20 mesi a questa parte. Cavoli dei Paesi cicale, se ci vanno di mezzo: possono solo prendersela con se stessi. I &#8220;nordici&#8221; rigoristi hanno detto chiaro al mercato che fino al 2013 – quando entra in gioco l’ESM , che a qualche mese dalla sua nascita già appare una risposta assolutamente modesta e inadeguata &#8211; è questo il big game sull’euro. E’ la versione attuale degli incentivi alla convergenza, cioè dei vecchi criteri di Maastricht, solo che applicata al debito pubblico fa del mercato e non del giudizio della Commisione la frusta di convergenza, perché chi non s’adegua allo standard teutonico-nordeuropeo ogni giorno va sotto sui mercati.</p>
<p>Ai tedeschi questo gioco procura un triplice vantaggio. Contribuisce a correggere verso il basso il cambio dell’euro sul dollaro, dunque aiuta l’export tedesco che già domina in Asia, Cina. E Usa. Aggrava il costo del capitale per i paesi concorrenti nell’euroarea, rafforzando ulteriormente il predominio germanico. In più, se l’euromembro aggravato si chiama Italia, allora parliamo del primo diretto concorrente nell’export manifatturiero di specializzazione tedesca, dunque goduria e vantaggio di Berlino sono tripli. L&#8217;Itlia doveva capirlo, che avrebbe prestato il fianco se non correggeva per tempo i suoi andamenti.</p>
<p>Naturalmente, è un gioco a somma positiva nell’ottica norderuropea finché ci si avvicina passo passo fino a lambire la frontiera vera del default di un grande euro membro come l’Italia. Ma a patto di non sperarla davvero. Perché a quel punto, visto il peso dell’economia italiana nell’euro, è la moneta comune a saltare. Cioè diventa di scottante emergenza metter mano a un meccanismo di uscita per più Paesi dall’euro, e resta un euro che torna a essere un marco travestito. Quel marco travestito schizzerebbe tanto verso divenendo ancor meno valuta di riserva mondiale  – che per l’export tedesco non sarebbe affatto un affare, ma l’esatto contrario.</p>
<p>In tempi di Prima Repubblica disinvolta, un capo di governo italiano avrebbe detto ai tedeschi “ o concordiamo una soluzione strategica, dotata di finanziamenti adeguati e di capacità d’intervento automatica all’eurocrisi e variamo un eurodebito comune che è un passo avanti verso un’Europa finalmente politica, oppure l’Italia inizia a a studiare un progetto di uscita rapida e comune ad altri Paesi, per svalutare il debito rispettivo espresso e tradotto in un’EcU comune diversa dall’euro”. Che cosa dite? Una proposta da corsari? E perché, scommettere da Berlino sull’eurocrisi che cos’è, roba da raffinati gentlemen o da junker d’acciaio?</p>
<p>Un politico della Seconda Repubblica avrebbe dovuto dire agli italiani: azzeriamo il deficit al più presto, e mettiamo per semnpre in Costituzione un tetto alla spesa e alle tasse, per liberare diversi punti di Pil a favore della crescita. Come dite? non lo vedete? Neanch&#8217;io, purtroppo.  Non vedo né la prima risposta disnvolta, né la seconda, seria. Vedo come al solito un gioco a minimizzare, e a procurare entrate a casaccio pur di non tagliare. Un gioco che aggrava tutti i rischi , e  leva credibilità a ogni soluzione. Eternandoci nel declino.</p>
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		<title>L&#8217;Italia è nel fuoco, rispondere si deve: su-bi-to</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 17:13:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo alla chiusura di Borsa di lunedì, ed è stato un nuovo bagno di sangue, con un meno 4% che è il peggio nell&#8217;eurozona. peggiore. Lo spread sui decennali pubblici tedeschi è oggi salito di 70 punti base totali rispetto a dove stava all&#8217;inizio della seduta di venerdì. Intesa e Unicredit si sono alternate tutto il giorno nella sospensione al ribasso. La Spagna ci ha risuperati nel differenziale sui Bund, zompando oltre quota 300 punti base. Ci siamo, c&#8217;è poco da fare. Per un anno e mezzo l&#8217;Italia ci era riuscita, a non  entrare nella lista dei Paesi sfiduciati nell&#8217;euroarea, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna. Tre grandi fattori internazionali, e tre circostanze italiane, in pochi giorni hanno fatto convergere i propri effetti. E&#8217; il quadro è cambiato. Purtroppo per noi. O si risponde subito col massimod ella serietà, o è solo l&#8217;inizio di altri peggiori guai.<span id="more-9553"></span></p>
<p>Quali sono, le ragioni che spiegano l&#8217;accelerazione dello spread italiano sul Bund in pochi giorni, e il crollo dei titoli bancari e a seguire dell&#8217;intero listino? E&#8217; ovvio che non è successo nulla che abbia modificato i fondamentali. Non sono emersi ammanchi pubblici non rivelati al mercato, e restiamo l&#8217;euromembro che ha fatto in questi anni meno deficit pubblico subito dopo la Germania. Le banche italiane non sono state salvate dal denaro del contribuente né due anni fa né oggi, ma stanno ricapitalizzando con risorse dei propri soci. E allora?</p>
<p>Si è ufficialmente aperta una finestra molto succosa per il mercato mondiale: scommettere sulla sostenibilità del quarto debito pubblico al mondo (il terzo è quello della Germania, che per ammontare complessivo ci ha superato nel 2010, ma il suo Pil è ben maggiore del nostro). E&#8217; un&#8217;opzione succosa, perché queste scommesse si vincono – cioè si fanno soldi a palate – giocando al ribasso, cioè con opzioni a breve su una certa soglia di Cds sovrano o bancario (il Cds è il derivato che stima il premio al rischio in caso di default del soggetto interessato, nel caso in cui gli si prestino soldi o gli si sottoscriva un titolo). Ed è un&#8217;opzione succosa per un&#8217;altra ragione.</p>
<p>Il linguaggio del realismo impone di dire e spiegare che la finestra è quasi del tutto indipendente dalla manovra finanziaria italiana appena presentata. Si voti o meno così com&#8217;è, la finestra resta aperta fino al 2013, quando scatterà la nuova cornice per il salvataggio degli euromembri in difficoltà visto che nessuno è riuscito sin qui a smuovere i tedeschi a “veri” interventi d&#8217;emergenza salvaeuro. E dunque, a meno cambio il quadro internazionale, è fino al 2013, che attualmente ritengono di dover essere ribassiste le forze potenti che scommettono sulla crisi dell&#8217;euroarea. Lo penso e lo dico a rpescidnere da quello che penso io, sull&#8217;euro e sulle sue attuali regole, perché non ha alcun rilievo di fronte a forze e processi di tale portata.</p>
<p>La prima grande molla internazionale che gonfia le vele alla volatilità al ribasso è dunque proprio l&#8217;errore europeo. L&#8217;errore franco-tedesco, ma germanico in primis. L&#8217;ho scritto e ripetuto molte volte. E&#8217; una costosa e drammatica sciocchezza non voler dire da 19 mesi agli elettori tedeschi che occorrono strumenti straordinari, non previsti dal Trattato, volti non a salvare non la Grecia cicala o il Portogallo per la sua bilancia dei pagamenti o la Spagna per la sua bolla immobiliare, ma l&#8217;euro in quanto tale. Può essere che da tedesco sarei in prima fila a non volere gli aiuti: ma coerentemente dovrei dire allora che voglio un euro ristretto, insomma un marco rivalutato e travestito. Aver diluito gli aiuti condizionandoli a misure che strangolano i Paesi eurodeboli e rendono ancor meno sostenibile il loro debito può aver aiutato le banche tedesche e francesi a disfarsi della troppa carta pubblica greca che avevano in pancia, ma ha invogliato tutti i ribassisti del mondo a scommettere che entro il 2013 l&#8217;euro salta, se il Consiglio europeo non apre gli occhi. E come abbiamo detto mille volte, l&#8217;Italia vista la dimensione del suo debito pubblico sarebbe finita a lungo andare nel mirino, anche ad onta del suo basso deficit di questi anni.</p>
<p>La seconda potente molla si chiama America. Il 2 agosto si sfonda il tetto di debito pubblico autorizzato dal Congresso, 14,3 mila miliardi di dollari pari grosso modo all&#8217;intero GDP degli Stati Uniti. Manca ancora l&#8217;accordo tra Amministrazione e repubblicani che controllano la Camera dei rappresentanti, su come dosare tra tagli alle spese e tasse i 4 o 4,5 trilioni di dollari in un decennio che bisogna prevedere di minor deficit rispetto alle enormi spese aggiuntive accese dall&#8217;attuale Amministrazione, senza che per questo la disoccupazione americana scenda sotto il 9,2%, e il totale degli scoraggiati al lavoro sotto il 16-17% delle forze di lavoro complessive. E&#8217; ovvio che ai fondi e alle grandi banche d&#8217;affari USA convenga con questi chiari di luna sul proprio mercato drammatizzare sull&#8217;Europa scommettendo sulla sua bassa tenuta, perché gli intermediari e gli investitori Usa sarebbero i primi a pagare invece i maggiori oneri di una crisi di credibilità della propria capacità di sostenere l&#8217;eccesso di debito.</p>
<p>La terza potente molla è quella del sistema bancario internazionale. In attesa venerdì prossimo dei risultati degli stress test europei – tra parentesi dico che questo esercizio è stato tecnicamente compiuto a mio giudizio coi piedi, consentendo alle banche tedesche di fare quello che vogliono o quasi e proiettando su tutte le altre lunghe ombre – l&#8217;interesse convergente del sistema internazionale ma soprattutto delle maggiori banche tedesche, francesi e britanniche – molte di loro in piedi grazie ai denari dei contribuenti – è a spingere verso il basso la capitalizzazione delle maggiori banche italiane. Unicredit e Intesa sono trattate oggi a prezzi ridicoli, rispetto ai fondamentali e ai mezzi propri. Non è leggenda metropolitana ma realtà, che qualcuno di molto forte in Germania pensa che così si spinga per esempio Unicredit &#8211; puliti nel frattempo gli attivi tedeschi e all&#8217;EstEuropa comprati anni fa a caro prezzo per come erano opacamente contabilizzati dai germanici &#8211; a ricederli agli stessi tedeschi a prezzi di saldo.</p>
<p>Attenti per favore. Io non penso e non sto affatto dicendo che l&#8217;Italia è vittima di una congiura. Lascio il complottismo a chi crede che il mercato sia guidato da pochi malefici gnomi. Il mercato è fatto da centinaia di migliaia di operatori che decidono sulle finestre di possibilità che vedono aperte. Ma la politica dovrebbe tenere gli occhi aperti, e sapere che nel mondo globalizzato meccanismi di questo tipo sono pronti a scattare sinergicamente, appena se ne creano le condizioni. Invece, la politica italiana non lo ha fatto.</p>
<p>Ed ecco i tre fattori interni. Si chiamano: dvisione verticale all&#8217;interno del governo dopo un anno e mezzo di polemiche laceranti, con diluizione della manovra originaria prima e durante il Consiglio dei ministri; le vicende giudiziarie di Marco Milanese, che lambiscono il Tesoro, con indebolimento conseguente di Tremonti anche per quanto Berlusocni ha detto su di lui a Repubblica; infine l&#8217;indebolimento ulteriore del premier, e quando dico ulteriore sconto che è di lungo tempo la perdita dells sua faccia nei consessi internazionali, per effetto della sentenza sul lodo Mondadori e del risarcimento di 560 milioni alla Cir.</p>
<p>Conclusione. Per realismo e se conosco i mercati, non basta affatto approvare la manovra com&#8217;è, cioè senza ulteriori diluizioni che erano annunciate,  e il più rapidamente possibile in Parlamento. Onestà e serietà impongono oggi di dire che la danza macabra degli spread si interromperebbe solo per pochi giorni, rispetto all&#8217;attesa dell&#8217;eurocrac comunque entro il 2013. Occorre rafforzarla, la manovra, con almeno una decina di miliardi di euro di tagli aggiuntivi strutturali, e non di più tasse. Subito: per esempio ripristinando il tetto pensionabile a 65 anni per le lavoratrici private a cominciare dal 2012 e a pieno regime entro il 2018, non a cominciare dal 2020m fino al 2032 come hanno corretto la prima stesura.  In più, aggiungendo privatizzazioni immobiliari per un paio di punti di Pil almeno. State attenti. Io vorrei sbagliare. Ma o si ha la forza di far così, subito, oppure di qui alla fine della legislatura sarà un calvario. E alla fine sarà patrimoniale.</p>
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