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	<title>CHICAGO BLOG &#187; mercato</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Ma i mercati finanziari sono davvero solo dannosi?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 21:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ha già scritto, Nicolò è un po&#8217; angosciato dall&#8217;orologio del debito che, sul sito dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, scandisce l&#8217;inesorabile crescita delle tasse che dovrà pagare solo per rimediare ai danni prodotti da chi lo ha preceduto. Ed è alla ricerca di un meccanismo che fermi la giostra impazzita. Anche se non ha ancora compiuto gli otto mesi di vita, non gli riesce difficile comprenere che i politici hanno una evidente convenienza a spendere soldi,  che creano consenso,  senza imporre tasse, che invece il consenso lo fanno perdere.<span id="more-10596"></span></p>
<p> E, se proprio costretti, comunque preferiscono spendere quanti più soldi possibile dei propri concittadini, anche a costo di imporre tasse corrispondenti. Per motivi che gli sono invece meno chiari, i suoi concittadini non sono &#8211; o almeno non sono stati &#8211; capaci di utilizzare il loro diritto di voto per arrestare questa ovvia tendenza dei politici a spender soldi e a far debiti. Dunque Nicolò, nella sua ingenuità, ritiene che i mercati finanziari gli stiano facendo un utile servizio: aumentando il costo del debito possono rendere meno conveniente per i politici far debiti. Nonostante la sua giovine età, Nicolò non è tanto ingenuo da pensare che i mercati, o meglio chi su quei mercati opera, gli renda questo servizio per altruismo; per quanto non ne comprenda appieno i meccanismi, immagina che chi vende titoli italiani lo fa per il suo proprio interesse; ma Nicolò ha già sentito parlare degli effetti inintenzionali delle azioni umane;  gli sembra che questo risultato di scoraggiare la propensione dei politici a far debiti che poi lui, Nicolò, dovrà pagare sia un ottimo effetto inintenzionale prodotto da chi guadagna vendendo i titoli di stato italiani.</p>
<p>Ha provato a ragionare della questione con gli amichetti al parco. Non deve essere stato molto convincente, perché ha ricevuto risposte, a lui sembrate piuttosto confuse, che alludevano a misteriosi e nefasti speculatori; ovvero a complicate debolezze istituzionali che caratterizzerebbero l&#8217;euro e che a Nicolò sembrano probabili, ma ininfluenti rispetto al cuore del problema di cui lui si sta ora occupando.</p>
<p>Al più, ha trovato qualche bambino, fra i più saggi, che ha riconosciuto la fondatezza del suo ragionamento, ma ha subito obiettato: bene, i mercati hanno svolto la loro funzione, il costo del debito ha raggiunto un livello inusitato; ma ora basta; fermiamoli prima che si produca l&#8217;irreparabile.</p>
<p>Qui per un momento Nicolò ha vacillato</p>
<p>Ma poi, aiutato dalla tipica concretezza degli infanti, ha provato a guardare la realtà. Si è messo a far quattro conti sulla finanza pubblica italiana; e non nel modo raffinato che adottano coloro che se ne occupana di professione, ma nel modo semplice di chi a malapena conosce le quattro operazioni. E allora ha scoperto che ad oggi, nel bel mezzo di una crisi del debito che &#8211; si sente dire &#8211; potrebbe essere catastrofica, il nostro Paese ha prodotto due manovre finanziarie e una legge di stabilità che promettono di ridurre il nostro deficit pubblico da qui ai prossimi tre anni di 70 miliardi di euro; ma a prezzo di un aumento delle tasse di 115 miliardi; perché le spese da qui al 2014 &#8211; nonostante le manovre etc, &#8211; cresceranno ancora di 45 miliardi.</p>
<p>Nicolò ne conclude che la pressione dei mercati non ha ancora prodotto abbastanza dei suoi effetti inintenzionali e desiderabili. E che prima di neutralizzare quella pressione &#8211; sembra che la via sia quella di fantasioni eurobonds o quella più consueta del fiat money - sarebbe bene aspettare almeno ancora un po&#8217;. Sperando che nel frattempo la politica smetta di prender tempo.</p>
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		<title>Il caos elettrico</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 15:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[autorità per l'energia]]></category>
		<category><![CDATA[capacity payment]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;attesa che i decreti attuativi del decreto Romani facciano chiarezza sul futuro delle fonti rinnovabili (a partire dal funzionamento dei meccanismi di asta) il mondo elettrico è nella confusione più totale. Infatti, leggi e regole sbagliate &#8211; a partire dall&#8217;eccesso di incentivazione del fotovoltaico, vera grande madre del caos in corso &#8211; hanno aperto buchi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;attesa che i decreti attuativi del decreto Romani facciano chiarezza sul futuro delle fonti rinnovabili (a partire dal funzionamento dei meccanismi di asta) il mondo elettrico è nella confusione più totale. Infatti, leggi e regole sbagliate &#8211; a partire dall&#8217;eccesso di incentivazione del fotovoltaico, vera grande madre del caos in corso &#8211; hanno aperto buchi che vengono, oggi, tappati con pezze peggiori.</p>
<p><span id="more-10331"></span>Il problema è semplice: a fine 2011 saranno entrati in funzione 11 o 12 GW di potenza fotovoltaica, più l&#8217;eolico e tutto il resto. Queste fonti, che producono energia non quando lo chiede la domanda ma quando la risorsa primaria (sole o vento) lo decide, creano una serie di difficoltà nell&#8217;equilibrio della rete. La difficoltà è legata, da un lato, alla loro intermittenza: una nuvola che passa (o che se ne va), un venticello che si avvia (o cessa) possono causare l&#8217;improvvisa immissione in rete (o l&#8217;improvviso distacco dalla rete) di un carico sufficiente a destabilizzarne l&#8217;equilibrio. Questo crea una serie di difficoltà tecniche al gestore della rete, rispetto alle quali vengono proposte diverse possibili soluzioni tra cui la realizzazione di un&#8217;importante capacità di accumulo (attraverso pompaggi o batterie) per controbilanciare le variazioni della produzione rinnovabili. Terna sostiene che, in questo modo, i costi di sistema potrebbero essere contenuti. Alcuni (<a href="http://www.qualenergia.it/articoli/20111019/accumulo-rete-elettrica-rinnovabili-procedere-rapidamente">come GB Zorzoli</a>) ritengono che questa sarebbe la via d&#8217;uscita migliore; altri, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/23/patologia-chiama-patologia-lo-strano-caso-dei-pompaggi/">come me</a>, temono invece che così il funzionamento del mercato verrebbe snaturato, perché il gestore di rete si troverebbe, nei fatti, a essere un importante (o addirittura il principale) produttore, eventualità peraltro negata dal <a href="http://energia24club.it/articoli/0,1254,51_ART_142335,00.html">Terzo pacchetto energia</a>.</p>
<p>Sul piatto, comunque, non c&#8217;è solo il problema, tecnico, di come gestire l&#8217;intermittenza delle rinnovabili. L&#8217;ingresso di così tanta potenza rinnovabile ha avuto due effetti sgradevoli per l&#8217;industria: da un lato, poiché l&#8217;energia verde gode della priorità di dispacciamento, ha ridotto i volumi a loro disponibili; dall&#8217;altro, come spiegano <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/13/e-tutta-colpa-delle-rinnovabili/">Giuseppe Artizzu e Carlo Durante</a>, dato il sistema di <em>pricing </em>della borsa elettrica la curva di merito si è &#8220;spostata a destra&#8221;, con una riduzione dei prezzi in borsa. Attenzione: il prezzo per i consumatori <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/com_stampa/11/110930.pdf">non si è ridotto</a>, perché la contrazione del prezzo propriamente detto è stata più che controbilanciato dagli aumenti tariffari. Però, se il consumatore si è accorto di poco o nulla, il produttore non rinnovabile (complice la crisi) ha visto assottigliarsi volumi e margini.</p>
<p>C&#8217;è, poi, la modalità dell&#8217;incentivazione. Il decreto Romani introduce (tranne che per il fotovoltaico, che sarà finanziato da un pur generoso quarto conto energia) un sistema di aste, i cui confini non sono affatto chiari: tanto che non mancano critiche fondate (<a href="http://www.webaper.it/public/sitoaper/FontiRinnovabili/Pubblicazioni/Paper%20APER%20Le%20aste%20per%20l_incentivazione%20alle%20rinnovabili.pdf">qui Tommaso Barbetti</a>) a cui anche i sostenitori delle aste si trovano in difficoltà a rispondere, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/12/rinnovabili-lasta-chi-lha-vista/">data l&#8217;incertezza sul disegno</a>. L&#8217;incertezza è tale che se ne sentono di tutti i colori, e spero davvero che almeno alcune tra quelle che si sono sentite siano ballon d&#8217;essai, perché se fosse vero quello che ha anticipato <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=15OCQ0">Federico Rendina sul <em>Sole 24 Ore</em></a>, saremmo davvero al paradosso. Per Rendina, sarebbe allo studio un meccanismo per costruire incentivi inversamente proporzionali alla producibilità degli impianti: cioè, gli impianti solari dove non c&#8217;è sole ed eolici dove non c&#8217;è vento sarebbero remunerati maggiormente di quelli posti in siti migliori. Se non altro questo meccanismo avrebbe il pregio di far venire meno l&#8217;illusione che le fonti rinnovabili servano a produrre energia, anziché sussidi. Ma, se fosse vero, a perderci sarebbero soprattutto quei produttori che davvero credono nelle potenzialità delle fonti verdi, e che diverrebbero a questo punto una minoranza in via d&#8217;estinzione in un settore dominato dai rentier, i quali &#8211; apparentemente &#8211; sopravvivono a dispetto dei tagli agli incentivi e dell&#8217;incertezza di fondo che ha, per ora, ammazzato gli investimenti al di fuori del fotovoltaico.</p>
<p>Con un ulteriore effetto indiretto: buona parte della potenza convenzionale installata, per ragioni sia congiunturali sia strutturali, è sistematicamente sottoutilizzata. Da qui la richiesta d&#8217;introdurre un meccanismo di &#8220;capacity payment&#8221; per remunerare il mantenimento di capacità non utilizzata ai fini, si dice, di sicurezza e bilanciamento. Sul capacity payment, che nella sostanza è uno strumento alternativo alla corsa alle batterie, è scesa in campo la stessa Autorità per l&#8217;energia, che ne ha fatto l&#8217;oggetto di una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/11/098-11arg.pdf">delibera</a> la scorsa estate e ne ha difeso le ragioni in <a href="http://www.autorita.energia.it/it/com_stampa/11/110722_capacity.htm">questo comunicato</a>. Personalmente <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/09/22/di-elettricita-e-cospirazioni/">sono assai scettico</a>, perché mi pare che il capacity payment sia il primo passo su un piano inclinato che ci porterà verso un mondo nel quale metà della capacità esistente è sussidiata in quanto rinnovabile, e l&#8217;altra metà in quanto non rinnovabile. Che poi tutto ciò venga ammantato di intervento per la sicurezza del sistema nasconde una indiscutibile verità circondata da una grande ipocrisia dettata dalla convenienza in quanto, per riprendere l&#8217;interrogativo necessariamente senza risposta<a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=94457">lanciato da Gionata Picchio</a> molti mesi fa (ben prima della delibera e ben prima che la tensione raggiungesse i livelli attuali):</p>
<blockquote><p>il modello scelto per il nuovo capacity payment può fare la differenza per i risultati futuri delle imprese, per alcune segnando il confine tra andare avanti e uscire dal gioco. Ma si può chiedere al sistema (ai consumatori, per essere chiari) di pagare il conto perché aziende private hanno fatto quello che fanno tutte le imprese: esporsi ad un rischio? Anche se prevedere il crollo dell&#8217;economia del 2008-2009 non era possibile, il problema resta: in un sistema liberalizzato se un investimento non si remunera è segno che non ce n&#8217;è bisogno e il mercato sfoltisce i rami secchi.</p></blockquote>
<p>La costosa confusione in cui ci siamo ficcati &#8211; che, lo ripeto, è il frutto bacato dell&#8217;albero della politica &#8211; rischia di travolgere, tra l&#8217;altro, la riforma della borsa elettrica, che teoricamente dovrebbe far sostituire l&#8217;attuale meccanismo di <em>system marginal price </em>con uno di <em>pay as bid</em>. I segnali si moltiplicano: per esempio con l&#8217;intervento di <a href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/2011/10/17/commenti/010ruggero.html">Agostino Conte</a>, che a nome del &#8220;tavolo della domanda&#8221; ha difeso la riforma e ha rimarcato il paradosso per cui</p>
<blockquote><p>diamo gli incentivi più elevati al mondo per produrre energia soprattutto dove non riusciamo a consumarla e rischiamo di dover sussidiare gli impianti termici appena costruiti per evitarne la chiusura (perché &#8220;lavorano&#8221; poche ore), impianti che sono però indispensabili per tenere il sistema elettrico in sicurezza.</p></blockquote>
<p>(Per inciso: ce ne sarebbe anche per i grandi consumatori, non esenti da forme di sussidio più o meno implicito in bolletta, che vanno dalla tariffa agevolata per Trenitalia alla cosiddetta interrompibilità, ma magari di questo ne parleremo un&#8217;altra volta). Eppure, dato lo scenario politico non sembra ci sia particolare sensibilità per il tema, peraltro bocciato dalla stessa Autorità nella più recente <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/021-11pas.pdf">segnalazione</a>. A prescindere dall&#8217;opinione che abbiamo della riforma della borsa, in ogni caso, l&#8217;aspetto rilevante è che gli elementi di mercato vengono gradualmente rimpiazzati da elementi di pianificazione.</p>
<p>Per questo è paradossale che, ai guasti della pianificazione, si risponda con la richiesta di più pianificazione, o programmazione che dir si voglia. Non c&#8217;è <em>stakeholder</em> che non canti la litania della pianificazione, che oggi va di moda rubricare sotto la categoria della mitologica &#8220;Strategia energetica nazionale&#8221;. Ora, sia chiaro: la Sen può anche essere un innocuo file pdf di nessun peso e nessuna utilità depositato sul sito del ministero, nel qual caso andrebbe bene. Oppure può essere un documento di indirizzo privo di influenza reale. Ma se davvero fosse pubblicata, e se davvero avesse elementi di cogenza, allora sarebbe una vera disgrazia perché metterebbe in discussione tutto quello di buono che si è fatto negli ultimi dieci anni. Perché una cosa, che quasi nessuno dice, va invece detta: sull&#8217;elettrico l&#8217;Italia ha fatto passi da gigante. Abbiamo il parco di generazione più efficiente d&#8217;Europa, abbiamo uno tra i mercati più competitivi e, ingerenze politiche a parte, abbiamo un regolatore rispettato e rispettabile, che ha dato prova di indipendenza e competenza nel passato e che continua a darla. Un regolatore che proprio per questo mi sento in dovere di criticare quando prende strade che ritengo discutibili (come, appunto, il capacity payment) ma che è senza dubbio un interlocutore importante del mercato. Ora, sarebbe davvero un peccato se questo edificio costruito con pazienza e fatica dovesse accartocciarsi sotto provvedimenti sbagliati partoriti all&#8217;unico scopo di correggere errori precedenti. La pianta della politica è una mala pianta: lo è sia quando si rende responsabile di invasioni di campo, come fa ormai sistematicamente, sia quando, oltre a invadere il campo, perde l&#8217;orientamento e diventa un generatore casuale d&#8217;incertezza, come sulle rinnovabili e di riflesso su tutto il resto.</p>
<p>Così, arriviamo dove siamo. Il combinato disposto tra sussidi alle rinnovabili e capacity payment rischia di essere insomma la pietra tombale per il mercato &#8211; o almeno per il mercato come lo conosciamo noi, per la concorrenza nel mercato. Del resto, qualche giorno fa un grande operatore elettrico mi ha detto che &#8220;il giocattolo si è rotto&#8221;. Forse è così, ma allora varrebbe la pena dirlo apertamente e prendere seriamente in considerazione l&#8217;ipotesi di rinazionalizzare. Se dobbiamo avere un gosplan, che sia almeno un gosplan onesto.</p>
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		<title>La Consob a Milano? Basta farse, grazie</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 10:06:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Consob]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri la presidenza della Camera ha annunciato la discussione a fine ottobre del progetto di legge che  dispone il trasferimento a Milano della sede della Consob, l&#8217;autorità che vigila sui mercati finanziari italiani. La richiesta è della Lega. Non per pregiudizio antileghista – che personalmente non nutro – e tanto meno per avversione al Nord [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri la presidenza della Camera ha annunciato la discussione a fine ottobre del progetto di legge che  dispone il trasferimento a Milano della sede della Consob, l&#8217;autorità che vigila sui mercati finanziari italiani. La richiesta è della Lega. Non per pregiudizio antileghista – che personalmente non nutro – e tanto meno per avversione al Nord – sono di Torino e vivo a Milano, figuriamoci – ma per amor di verità, penso sia giusto esprimere con chiarezza il giudizio che tale proposta merita. A mio parere è sbagliata. Inappropriata nei tempi, infondata nell&#8217;oggetto, inutilmente costosa per gli effetti.<span id="more-10147"></span></p>
<p>Che sia inappropriata per i tempi in  cui ci tocca vivere, lo attesta inequivocabilmente la condizione economica del Paese. Siamo divenuti da due mesi il banco di prova della tenuta dell&#8217;euro perché abbiamo un elevato debito pubblico, perché cresciamo poco da 15 anni, perché abbiamo una spesa pubblica troppo elevata, e una pressione fiscale record e che crescerà ancora. In un quadro come questo, son o decisamente altre le priorità economiche di cui discutere, dalla bassa crescita all&#8217;abbattimento dello stock di debito. Non si avverte minimamente il bisogno, di inscenare altre commedie analoghe al cosiddetto “spostamento” dei ministeri da Roma a Monza. Una farsa il cui epilogo sono tre stanze alla Villa Reale monzese che restano chiuse dopo la loro enfatica inaugurazione da parte dei leader leghisti e del ministro dell&#8217;Economia. Basta farse, grazie.</p>
<p>Ma se questo è colore, poi viene la sostanza, che pesa di più.</p>
<p>La Consob vene istituita nel 1974, e allora la sua sede venne deliberata a Roma per una ragione precisa. Non era affatto un&#8217;autorità indipendente, e venne ospitata infatti al Tesoro con personale comandato da altre pubbliche amministrazioni. La scelta di Roma derivava dalla stretta esigenza di coordinare funzioni e ruolo dei dieci diversi commissari di Borsa che erano operativi nelle Borse nazionali. Che allora aerano appunto ancora dieci di numero, da Milano a Bologna, da Firenze a Genova e Trieste e giù giù a scendere fino a Roma, Napoli e Palermo. Le Borse italiane erano mutualistiche e pubblicistiche, venivano dal Codice napoleonico confermato dalla legge del 1913.  Per capirci, fino al 1985 la trattazione dei prezzi degli stessi titoli era diversa piazza per piazza, perché il mercato allora era un vero e proprio recinto fisico, non quello telematico e immateriale di oggi.</p>
<p>La cosiddetta “seconda sede operativa a Milano” venne deliberata solo nel 1985, e stentò a lungo a decollare. In realtà, i poteri veri di autorità indipendente la Consob li ha ottenuto solo nel 1998 con il Testo Unico Finanziario – la “legge Draghi” &#8211; e li ha visti molto potenziati con il recepimento della Direttiva sugli abusi finanziari nel 2005, e infine con la Mifid nel 2007. Il più di questi poteri di vigilanza e ispettivi si svolgono in cooperazione stretta con la Banca d&#8217;Italia, Tesoro e Isvap. Stanno tutti a Roma. E la conferma della centralità della sede a Roma viene anche dalla creazione, dopo il crac Lehman, per integrazione delle Autorità nazionali di una rete europea di Autorità di mercato, le cui competenze si decidono a Bruxelles e la cui sede operativa sta a Parigi.</p>
<p>Dal 1998 , presidente Tommaso Padoa Schioppa, la relazione annuale si svolge a Milano in considerazione di quella che allora era la sede di Borsa Italiana, che dal 2007 però ha sede a Londra, dopo la fusione con il London Stock Exchange.</p>
<p>In più, se proprio vogliamo dirlo, i leghisti dovrebbero riflettere sul fatto che oggi sullo striminzito listino italiano il peso prevalente è quello dei grandi gruppi a controllo pubblico: che stanno a Roma. Non mi ace per niente, ma è così. Se anche consideriamo la sede legale della maggioranza relativa delle quotate &#8211; e non è un criterio -  è Roma e non Milano a vincere.</p>
<p>Ma c&#8217;è un&#8217;altra ragione ancora, per considerare il no alla proposta di trasferimento della Consob non espressione della difesa della famigerata “Roma ladrona” tanto cara alla propaganda leghista, ma un a risposta seria e motivata. E&#8217; la ragione a mio giudizio decisiva. E&#8217; già agli Atti del Parlamento, nell&#8217;audizione dell&#8217;allora presidente vicario della Consob, Vittorio Conti, resa il 26 ottobre 2010 proprio sulla proposta di legge che andrà al voto a Montecitorio. Si tratta delle spese aggiuntive che il trasferimento inevitabilmente comporterebbe. Oggi il personale della sede centrale romana è circa tre volte superiore a quello della seconda sede milanese (quello addetto alla vigilanza ispettiva, uno dei compiti principali dell&#8217;Autorità, è già nella proporzione uno a uno). Ebbene una nuova sede milanese costerebbe circa 280-290 milioni di euro, mentre dalla vendita eventuale di quella romana si ricaverebbe non oltre 60 milioni. I costi di trasloco sono già stati stimati dalla Consob stessa in almeno 10 milioni. Altri 8 milioni costerebbe la gestione transitoria delle due sedi nell&#8217;interim. A questi 250 milioni circa occorrerebbe sommare i costi da esodo del personale che rifiutasse il trasferimento forzato. E le maggiori difficoltà da sempre incontrate nella sede milanese al reclutamento di personale qualificato. Visto che a Milano la concorrenza di banche e finanziarie che offrono remunerazioni ben più elevate è maggiore che a Roma.</p>
<p>Dateci retta, cari deputati e anche cari amici leghisti. Trasferire la Consob a Milano è una colossale stupidata. Fatene a meno. Più che mai ora, quando ogni euro del contribuente va speso con parsimonia. Se invece è pura propaganda, allora auguri. Io ne farei a meno lo stesso.</p>
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		<title>Di elettricità e cospirazioni</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/09/22/di-elettricita-e-cospirazioni/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 09:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Adam Smith]]></category>
		<category><![CDATA[autorità per l'energia]]></category>
		<category><![CDATA[capacity payment]]></category>
		<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
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		<category><![CDATA[gas release]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggendo i resoconti sulle audizioni delle imprese elettriche all&#8217;Autorità per l&#8217;energia, mi è venuta in mente una famosa citazione di Adam Smith:
Raramente la gente dello stesso mestiere si ritrova insieme, anche se per motivi di svago e di divertimento, senza che la conversazione risulti in una cospirazione contro i profani o in un qualche espediente per far alzare i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo i resoconti sulle audizioni delle imprese elettriche all&#8217;Autorità per l&#8217;energia, mi è venuta in mente una famosa citazione di Adam Smith:</p>
<blockquote><p>Raramente la gente dello stesso mestiere si ritrova insieme, anche se per motivi di svago e di divertimento, senza che la conversazione risulti in una cospirazione contro i profani o in un qualche espediente per far alzare i prezzi.</p></blockquote>
<p><span id="more-10114"></span>Come si legge in un affilato commento su <em>Quotidiano energia </em>(<a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=56205">qui</a>, ma solo per abbonati)</p>
<blockquote><p>Sul mercato elettrico, i produttori spingono per un anticipo “transitorio” del disegno di capacity payment che, tra non pochi mal di pancia di una parte del settore, è stato per ora rinviato al 2017 dall’Autorità per l’Energia.</p></blockquote>
<p>Inoltre,</p>
<blockquote><p>Di qui la proposta sulla possibile introduzione, anche nel gas come esiste appunto nell’elettrico, di strumenti regolatori attraverso il riconoscimento di una remunerazione specifica che possa tutelare i produttori dalle fluttuazioni del prezzo spot.</p></blockquote>
<p>E, per non farsi mancare nulla,</p>
<blockquote><p>intanto i grossi consumatori cercano ricette per il carogas con un sistema di rilascio di disponibilità sui gasdotti con l’estero attualmente poco utilizzati, sempre (ma non solo – QE20/9) per effetto della congiuntura.</p></blockquote>
<p>La situazione ha, evidentemente, del paradossale, seppure ampiamente comprensibile. La recessione ha ridotto volumi e margini nella generazione elettrica, rendendo il parco esistente &#8211; frutto di un boom di investimenti nello scorso decennio &#8211; chiaramente sovradimensionato (una condizione destinata a protrarsi nel breve termine). Le cose non sarebbero state drammatiche come sono, però, se non si fossero sommati tre altri elementi: 1) per ragioni politiche e ambientali, quasi tutto il rinnovamento del parco di generazione ha visto l&#8217;ingresso di cicli combinati a gas, caratterizzati da alti costi marginali; 2) l&#8217;approvvigionamento di gas si regge perlopiù su contratti a lungo termine indicizzati a un paniere di greggi e prodotti petroliferi, che pertanto impongono <em>costi</em> superiori ai <em>prezzi</em> che si trovano sui mercati spot europei: il perdurante regime monopolistico ha impedito ai produttori elettrici (per i quali, in generale, il gas è un costo) di beneficiare della bonanza europea, sicché essi si sono trovati stretti tra volumi (e margini) calanti e costi di produzione stabili; 3) l&#8217;improvvidamente generosa politica di sussidi alle fonti rinnovabili, specie il fotovoltaico, specie nel 2010-2011, ha determinato l&#8217;ingresso di una enorme capacità produttiva (si stima che il solo fotovoltaico raggiungerà alla fine di quest&#8217;anno i 12 GW) totalmente slegata dai segnali di mercato: infatti, essa non risente del calo della domanda in quanto gode di priorità di dispacciamento sulla rete, e non risente (se non minimamente) del calo dei prezzi perché gran parte della remunerazione arriva dai sussidi. Ciliegina sulla torta, il fotovoltaico produce principalmente nelle ore centrali della giornata, quando la domanda (e i prezzi) sono massimi: in questo modo sposta verso destra la curva di offerta e riduce i prezzi di mercato abbassando i costi di generazione dell&#8217;impianto marginale che, nell&#8217;attuale <em>system marginal price</em>, fissa prezzi e margini. [Nota bene: per il consumatore il gioco è comunque a somma negativa, perché il risparmio da minor prezzo è più che compensato dall'extraspesa per incentivi; il gioco resta a somma negativa anche includendo il valore della CO2 non emessa, prezzata ai livelli della borsa europea dei fumi].</p>
<p>Risultato: gli elettrici chiedono il soccorso pubblico per mantenere aperta la capacità in eccesso, e chiedono ulteriore soccorso per tutelarsi dal gap tra il costo del gas e il suo valore di mercato. Gli energivori, a loro volta, chiedono un soccorso uguale e contrario (le <em>gas release</em> possono essere occasionalmente un tampone, ma sono una risposta assolutamente inadeguata al bisogno di concorrenza che c&#8217;è sul mercato gas: ne avevo parlato <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/09/10/gas-release-teoria-del-complotto-o-gioco-delle-coppie/">qui</a>). A questo labirinto l&#8217;Autorità ha tentato di rispondere con la <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/11/098-11arg.pdf">delibera sul <em>capacity payment</em></a>, che stabilisce (dal 2017) un meccanismo di remunerazione della capacità non utilizzata. Tracciare la linea tra il sussidio &#8220;pro bono&#8221; e la necessità effettiva di rete (segnalata anche, mesi fa, dal tentativo di Terna di dare risposta autonoma al problema investendo nei <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/23/patologia-chiama-patologia-lo-strano-caso-dei-pompaggi/">pompaggi</a>) è esercizio di estrema complessità. L&#8217;Autorità tenta di darvi una risposta, ma si tratta &#8211; a mio avviso &#8211; di una risposta inefficiente.</p>
<p>Bisogna, anzitutto, cercare di distinguere, prima a livello teorico, e poi a livello pratico quale e quanta capacità è necessaria e quale e quanta non lo è. La necessità di un eccesso strutturale di capacità dipende dall&#8217;effetto dirompente della produzione rinnovabile (a proposito di conseguenze inintenzionali dei sussidi). Il sistema elettrico, per funzionare, deve sempre essere in equilibrio. Le rinnovabili &#8211; specie sole e vento &#8211; producono in modo intermittente e poco o per nulla prevedibile. Questo significa che, in ogni istante, devono esserci delle centrali convenzionali pronte a essere spente (se improvvisamente spunta il sole o il vento inizia a tirare) o accese (se accade il contrario). A questo tipo di problema Terna ha dichiarato di voler rispondere realizzando nuovi bacini di pompaggio, per accumulare l&#8217;eccesso di produzione e tappare i &#8220;buchi&#8221;. Questa proposta, al di là del merito tecnico, ha un risvolto importante sul mercato: significa che l&#8217;operatore di rete diventa produttore e scende in concorrenza con gli altri operatori? Terna risponde che non è così, sia perché il saldo netto dei pompaggi è negativo (cioè si spende più energia per pompare l&#8217;acqua nei bacini di quanta ne venga prodotta dal percorso inverso), il che farebbe di Terna un <em>consumatore</em>, sia perché la finalità del meccanismo è il bilanciamento della rete, e dunque fa parte dei suoi compiti istituzionali. A me questa spiegazione non pare convincente, per le ragioni che ho spiegato <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/23/patologia-chiama-patologia-lo-strano-caso-dei-pompaggi/">in un altro post</a>, ma non è del tutto peregrina. In ogni caso, un meccanismo di <em>capacity payment</em> finalizzato unicamente al bilanciamento della rete è un male necessario, a prescindere dalla sua traduzione pratica.</p>
<p>Quello che non è necessario &#8211; che è anzi dannoso &#8211; è un meccanismo che vada al di là di questa funzione e che si proponga obiettivi di ben altro tipo, come per esempio (cito dal bizzarro <a href="http://www.autorita.energia.it/it/com_stampa/11/110722_capacity.htm">comunicato</a> con cui l&#8217;Autorità annunciava la delibera di luglio)</p>
<blockquote><p>Tutelare i consumatori dal rischio-prezzi, assicurando un&#8217;adeguata capacità produttiva di energia elettrica, in grado di soddisfare i consumi nel tempo.</p></blockquote>
<p>In realtà, tutelare i consumatori dal rischio prezzi è esattamente la funzione di un mercato competitivo. Il presupposto di una delibera come quella dell&#8217;Autorità è, dunque, che (a) il mercato non sappia fissare i prezzi; (b) il mercato non sappia neppure governare l&#8217;offerta; (c) il regolatore possa conoscere gli uni e l&#8217;altra. Ora, per ripetermi, capisco benissimo che il settore abbia bisogno di ossigeno e che abbia individuato nel <em>capacity payment</em> il pentolone d&#8217;oro alla base dell&#8217;arcobaleno. Ma è davvero nell&#8217;interesse del mercato &#8211; e nell&#8217;interesse stesso di lungo termine dei produttori &#8211; affidarsi a un meccanismo che segna inevitabilmente una regressione verso un controllo regolatorio molto più serrato?</p>
<p>Se l&#8217;obiettivo (reale) della delibera è davvero controllare l&#8217;offerta, nel timore che il mercato non sappia aggiustarsi ai cicli di sovra- e sotto-dimensionamento della capacità produttiva che caratterizzano questo e altri mercati<em> commodity</em>, siamo di fronte a quella che Hayek chiamava la &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Fatal_Conceit">presunzione fatale</a>&#8220;. Cosa ci fa pensare, infatti, che il regolatore &#8220;sappia&#8221; quale è la &#8220;corretta&#8221; capacità produttiva e quanto va remunerata? Il regolatore avrebbe saputo prevedere la recessione, che è il male a cui tutti tentano di rispondere? Se invece l&#8217;obiettivo (reale) della delibera è salvare imprese in difficoltà, è peggio ancora. Perché, come ha scritto <a href="http://knowledgeproblem.com/2011/09/21/resiliency-comes-from-more-risk-of-bank-failure-not-less/">Lynne Kiesling</a>,</p>
<blockquote><p>Regulators believe that by increasing control, by limiting the range of actions that agents can take in complex systems, they are reducing the risk of bad outcomes. But what they do not realize (or choose to ignore) is, as Evans points out <a href="http://www.cityam.com/forum/we-need-banks-fail-more-often-not-less">here</a>, that by imposing more top-down centralized control on their actions and interactions, they reduce the incentives of the agents to develop their own forms of individual control based on their local knowledge and their own experimentation. Thus regulation makes this complex system more rigid, more brittle, less resilient, and therefore regulation does not achieve its stated goals.</p></blockquote>
<p>Il settore stesso ha bisogno di essere davvero aperto, cioè deregolamentato. Infatti, proprio perché il grado di liberalizzazione del mercato elettrico è ormai sufficiente (il nostro <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Indice_Libs/2011/Indice_2011-Presentazione-Web.pdf">Indice</a> lo valuta al 72 per cento), è giunto il momento di sciogliere le briglie. Il che non significa che la situazione non sia estremamente difficile, tanto per ragioni legate all&#8217;andamento generale dell&#8217;economia, quanto per ragioni politiche. Su queste si può e si deve incidere, ma occorre farlo direttamente, non per vie traverse e tortuose. Per esempio, se il governo riesce a dedicare all&#8217;energia un briciolo dell&#8217;attenzione che dedica ad altre cose, sarebbe opportuno, necessario e urgente cancellare immediatamente l&#8217;intervento scellerato sulla Robin Tax &#8211; essa sì in grado di ridurre margini, volumi, concorrenza e affidabilità del mercato tutto in un colpo solo, come peraltro ha rilevato la stessa Autorità in una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/016-11pas.pdf">comunicazione</a> a governo e parlamento (sordi che non vogliono sentire).</p>
<p>Ma, appunto, i problemi non possono essere risolti creandone altri; l&#8217;oggettiva difficoltà del settore elettrico non può trovare risposta nel rifiuto delle logiche concorrenziali. Non si può pensare che, avendo buttato il bambino, tenere l&#8217;acqua sporca possa fornire sollievo o consolazione.</p>
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		<title>L&#8217;acqua privata a Berlino: lì gli ambientalisti contestano l&#8217;esatto&#8230;opposto dei nostri referendum</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/07/20/lacqua-privata-a-berlino-li-gli-ambientalisti-contestano-lesatto-opposto-dei-nostri-referendum/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 12:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
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		<description><![CDATA[Un&#8217;altra prova della buffonaggine che spesso contraddistingue il dibattito pubblico italiano. Più e più volte nella campagna referendaria sull&#8217;acqua mi sono trovato interlocutori critici che mi sbandieravano la proposta alla Commissione Europea di annulare la privatizzazione dell&#8217;acqua a Berlino. Bene, ho scoperto finalmente di che cosa si tratta. Ma il paradosso è che la richiesta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un&#8217;altra prova della buffonaggine che spesso contraddistingue il dibattito pubblico italiano. Più e più volte nella campagna referendaria sull&#8217;acqua mi sono trovato interlocutori critici che mi sbandieravano la proposta alla Commissione Europea di annulare la privatizzazione dell&#8217;acqua a Berlino. Bene, ho scoperto finalmente di che cosa si tratta. Ma il paradosso è che la richiesta inoltratata a Bruxelles si fonda su presupposti che sono &#8230; l&#8217;esatto opposto di quanto a casa nostra disposto dai quesiti referendari e da chi li ha sostenuti! <span id="more-9694"></span> La Commissione europea intende verificare il processo di privatizzazione parziale dell&#8217;azienda municipale dell&#8217;acqua di Berlino, concluso 12 anni fa. L&#8217;indagine della Commissione per la concorrenza è stata aperta su richiesta di Transparency International &#8211; ong che monitora la corruzione nel mondo &#8211; e dell&#8217;Associazione per la difesa dei consumatori, che hanno reso nota la risposta di Bruxelles alla loro interrogazione. Secondo le due associazioni, le autorità pubbliche avrebbero infranto le direttive europee che interdicono gli aiuti di Stato alle imprese private e quelle che regolano la creazione di servizi per i consumatori. Il contratto sottoscritto dalle imprese RWE e Veolia, lamentano le associazioni, prescrive la certezza del profitto nel caso in cui il mercato non premi l&#8217;investimento, che viene garantito dalle casse comunali. Inoltre per la privatizzazione dell&#8217;azienda non sarebbe stata bandita nessuna gara, come prevedono le direttive europee. Se Bruxelles riconoscesse gli argomenti delle due associazioni, Berlino potrebbe essere costretta a chiedere indietro i profitti realizzati dalle aziende proprietarie dell&#8217;ex municipalizzata. Ufficialmente, ha precisato il Land di Berlino, da Bruxelles ieri non era ancora arrivata nessuna indicazione sulle indagini.</p>
<p>Come si vede, il paradosso è patente. A Berlino giustamente si contesta l&#8217;assegnazione del servizio senza gara, esattamente come da noi il primo quesito referendario ha invece disposto che si proceda (naturalmente non si potrà farlo, visto che la gara è principio di diritto comunitario). In più, a Berlino si contesta che si sia disposto il sussidio del Comune  in caso di mancata copertura in tariffa dei costi e investimenti: esattamente come da noi dispone invece il secondo quesito.</p>
<p>Purtroppo, gli italiani sono cascati nella trappola dei referendari. E&#8217; di malafede e ignoranza, che si nutre il declino di un Paese.</p>
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		<title>Al voto, al voto!</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/06/10/al-voto-al-voto/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 15:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[Nicolò non ha ricevuto la tessera elettorale. Lui trova la argomentazione alla base del mancato invio – i suoi due mesi scarsi di vita – del tutto speciosa; tanto più che la sua giovine età non ha trattenuto lo Stato dall’inviargli invece la tessera contenete il numero di codice fiscale.
  Un eclatante episodio di taxation [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nicolò non ha ricevuto la tessera elettorale. Lui trova la argomentazione alla base del mancato invio – i suoi due mesi scarsi di vita – del tutto speciosa; tanto più che la sua giovine età non ha trattenuto lo Stato dall’inviargli invece la tessera contenete il numero di codice fiscale.<span id="more-9231"></span></p>
<p>  Un eclatante episodio di <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/No_taxation_without_representation" target="_blank">taxation without representation </a></em>.</p>
<p>E tuttavia Nicolò ha ritenuto utile <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10346" target="_blank">farsi una propria idea sui referendum di domenica prossima </a>; un po’ per curiosità; un po’ per cominciare ad allenarsi per quando sarà chiamato a dire la sua.</p>
<p>Farsi un’idea è stato più facile a dirsi che a farsi. Tutto è molto complicato, almeno per una mente giovane; a partire dal fatto che se – per esempio – si è favorevoli al nucleare occorre votare no e se si è contrari occorre votare sì.</p>
<p>Riguardo al cosiddetto legittimo impedimento, Nicolò ha presto concluso che non lo riguarda. La norma è stata di fatto già cancellata dalla Corte Costituzionale; il voto su quel che ne rimane ha ora solamente un significato pro o contro Berlusconi. E Nicolò non ritiene valga per lui la pena di farsi un’opinione: per quanto un tramonto possa essere lungo, e per quanto si diano da fare al San Raffaele, quando lui potrà votare Berlusconi sarà fuori campo.</p>
<p>Sul nucleare è già difficile capre qual è l’oggetto del voto, considerato che le norme che ci si proponeva di abrogare sono già state abrogate. Viene invocato lo “spirito” della proposta referendaria e lo “spirito” della modifica introdotta in Parlamento. Nella sua beata ingenuità, Nicolò la pensa come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Beccaria">Cesare Beccaria </a>:</p>
<blockquote><p> non c’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge.</p></blockquote>
<p> Ancora più difficile capire la logica intorno alla quale si aggregano i diversi schieramenti. A Nicolò una cosa appare certa:  se vengono fermate le centrali nucleari, aumenteranno le emissioni di CO2; il che dovrebbe preoccupare chi crede ci sia un effetto serra, e crede che sia determinato dalle attività umane; ma invece proprio chi sembra allarmatissimo dall’effetto serra è fra i più accaniti sostenitori del no al nucleare (che vuol dire sì al referendum); valli a capire questi adulti!</p>
<p>Ma è riguardo ai due referendum sull’acqua che la cacofonia raggiunge il delirio. Quelli che strillano di più contro l’acqua privata sono gli stessi che diffondono informazioni terrorizzanti riguardo la scarsità dell’acqua. Ora, anche Nicolò sa che da che mondo è mondo per migliorare l’utilizzo di una risorsa scarsa la cosa migliore è lasciar fare al sistema dei prezzi. Né lo convince l’obiezione secondo la quale bisogna <a href="http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=10271&amp;level1=2220" target="_blank">mantenere basso il prezzo dell’acqua per non privarne i poveri </a>; non trova convincente che il miglior sistema per affrontare le povertà consista nella produzione pubblica di beni e servizi e nella loro vendita a prezzi fissati dalle autorità. Anche fra gli infanti del parco frequentato da Nicolò è infatti giunta voce che chi ci ha provato si è lasciato alle spalle alcuni milioni di morti e un immane disastro economico.</p>
<p>Con tutte le difficoltà del caso, Nicolò è giunto a farsi una propria opinione su tutti i quesiti referendari. Non dirà qui quale; se è segreto il voto, ancor di più è segreta l’intenzione di un infante che quel voto non potrà neanche dare. Forse qualche orientamento lo si desume da quanto appena raccontato.</p>
<p>Ma su una cosa l’orientamento di Nicolò è netto ed esplicito: a lui piacerebbe dire la sua; lui non può, ma invita chiunque possa a farlo: ANDATE A VOTARE! Altrimenti, se ancora una volta non sarà raggiunto il quorum, l’unica cosa che avremo abrogato sarà il referendum abrogativo; e Nicolò non potrà dire la sua neanche una volta compiuti i 18 anni.</p>
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		<title>Parmalat, i negozi chiusi, l&#8217;acqua. Perché l&#8217;Italia non capisce il mercato</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 10:50:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Parmalat, l’apertura dei negozi il primo maggio, i due quesiti referendari sull’acqua. Che cosa unisce queste tre vicende, apparentemente distinte e distanti per origini, sviluppi, attori in causa e conseguenze su tutti noi? Una cosa c’è. Importante, ed amara. E’ la distanza che continua a sussistere nel nostro Paese tra una corretta nozione del mercato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parmalat, l’apertura dei negozi il primo maggio, i due quesiti referendari sull’acqua. Che cosa unisce queste tre vicende, apparentemente distinte e distanti per origini, sviluppi, attori in causa e conseguenze su tutti noi? Una cosa c’è. Importante, ed amara. E’ la distanza che continua a sussistere nel nostro Paese tra una corretta nozione del mercato, delle sue libertà e dei suoi benefici, e ciò che pensano invece vaste aree dei ceti dirigenti e dell’opinione pubblica italiana.<span id="more-8883"></span></p>
<p>E’ apparentemente di buon senso, il monito che molti alzano, a maggior ragione dopo la grande crisi finanziaria di questi anni, affinché si attribuisca minor peso alle considerazioni meramente economiche, in nome di valori che debbono essere tenuti in altrettanta se non maggiore considerazione. Capita così che sia stata l’italianità di Parmalat, ad aver sviato per settimane il più delle banche e della politica italiana, mentre semplicemente i francesi di Lactalis crescevano nel capitale dell’azienda italiana risanata da Enrico Bondi dopo il più grande crac della storia finanziaria del nostro Paese. Accade che siano i diritti dei lavoratori, la ragione invocata dalla Filcam Cgil in polemica contro il sindaco di Firenze Renzi e quello di Milano Moratti, che hanno disposto la facoltà di apertura degli esercizi commerciali il primo maggio, per non far trovare ai turisti le città senza negozi. E capita infine che sia la difesa dell’acqua come risorsa pubblica, la causa invocata dai promotori del referendum, per bloccare a loro detta che interessi rapaci di aziende private traggano indebito profitto da una risorsa collettiva.</p>
<p>Italianità, diritto al riposo e tutela di beni pubblici sono valori importanti, in sé. Ma diventano fuorvianti, se invocati e applicati al fine di impedire al mercato di poter compiere la propria azione positiva.</p>
<p>Su Parmalat, i francesi di Lactalis hanno prima acquistato un 28,9% acquistandolo sul mercato e poi lanciato un’offerta pubblica di acquisto totalitaria sull’intera compagine. Vedremo che cosa dirà la Consob, ma a giudicare da quanto è noto i francesi hanno pienamente rispettato le regole vigenti, ed è grazie a questo che offrono  tutti gli azionisti l’equivalente per quota parte del premio di controllo. A contrario, gruppi imprenditoriali italiani concorrenti ma senza denari come Granarolo, e primarie banche come Intesa, Unicredit e Mediobanca, hanno indotto la politica ad annunciare interventi pubblici per modificare le regole del gioco a gioco in corso, per poi rimediare una pessima figura visto che nessuno ha inteso mettere sul piatto risorse analoghe o maggiori di quelle del gruppo francese. Il desideri di tutelare un’italianità senza denari che quelli pubblici del risparmio postale si è rivelato per quello che era: un abbaglio che ha dato dell’Italia l’immagine di un Paese pronto a chiudersi su se stesso ma dimenticando i diritti elementari degli azionisti Parmalat.</p>
<p>Nel caso del no alle aperture dei negozi il primo maggio, la tutela dei lavoratori del commercio dimentica che il calendario delle aperture disposto dalle diverse leggi regionali consente apposta ai sindaci di intervenire per un’offerta flessibile, essenziale per accrescere l’attrattività delle grandi e piccole città d‘arte e perle del turismo italiano. La facoltà disposta per il sindaco e quella degli esercenti in caso di ordinanza non è un obbligo, non viola alcun fondamentale diritto alla tutela di un lavoro dignitoso ma, soprattutto, meglio in grado di essere remunerato accontentando più clienti altrimenti destinati a non trovare soddisfazione ala propria domanda.</p>
<p>Infine, nel caso dei due quesiti sull’acqua  ammessi dalla Corte Costituzionale, a ben vedere siamo davvero in presenza di una mistificazione.  Il principio dell’acqua pubblica è valso a raccogliere un milione e quattrocentomila firme di italiani. Senonché l’acqua nel nostro ordinamento è pubblica e resterà pubblica, nessuno se ne può appropriare. Un quesito fa cadere la necessità che l’affidamento del servizio avvenga attraverso gare di evidenza pubblica – non solo nell’acqua ma i tutti i servizi pubblici locali – a cui sia soggetti pubblici che privati possano partecipare, ma in condizioni di trasparenza che senza gare verrebbero meno, come ci confermano ani e anni di cronache pubbliche del nostro Paese. L’altro quesito impedisce la remunerazione i tariffa di una quota degli investimenti, e in questo modo impedisce un meccanismo certo attraverso il quale chi gestisce il servizio realizzi quegli oltre 60 miliardi di investenti che sono necessari, per impedire che la rete in Italia perda i media il 30% dell’acqua immessa e che finalmente cessi lo scandalo di un cittadino su tre le acque acque reflue non vengono oggi trattate da adeguati depuratori. La privatizzazione cattiva e spregiudicata che i proponenti dipingonoa tinte fosce conme l&#8217;Idra da stoppare non c’entra niente e &#8211; purtroppo, dico io &#8211; non esiste, è solo una bandiera per ottenere consensi. Il 97% del servizio è gestito da soggetti pubblici, a controllo pubblico anche quando sono società quotate in Borsa e dunque con vasto concorso di capitali privati. I referendum avrebbero solo l’effetto di rendere il servizio meno trasparente, di addossare sulle finanza dei soli Comuni spese che non sono assolutamente più alla loro portata, e in alternativa di alzare la fiscalità generale – con effetti regressivi, per cui chi ha meno reddito pagherebbe con le tasse anche per chi invece l’acqua la usa continuando a pagarla magari pochissimo.</p>
<p>Può dunque suonare assai nobile dire “al diavolo l’economia, costruiamo un mondo più decente”. Ma quando questo motto diventa la scusa per acquisire rendite a proprio vantaggio in nome di valori pubblici, allora il mercato e cioè il rispetto delle sue regole, non della sua presunta ideologia, è capace di generare effetti di gran lunga preferibili. Proprio nell’interesse di tutti.</p>
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		<title>Niente liberalizzazioni, ma invece un altro patentino&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 17:31:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nonostante la molta e spesso inutile retorica spesa a favore della necessità di aprire spazi all’iniziativa privata (anche modificando la Costituzione, se necessario), il nostro apparato politico-burocratico continua a procedere sulla vecchia strada, moltiplicando norme, gruppi privilegiati, obblighi di vario genere.
L&#8217;ultima &#8220;trovata&#8221; consiste nel pretendere che chiunque voglia installare semplici router disponga di un apposito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante la molta e spesso inutile retorica spesa a favore della necessità di aprire spazi all’iniziativa privata (anche modificando la Costituzione, se necessario), il nostro apparato politico-burocratico continua a procedere sulla vecchia strada, moltiplicando norme, gruppi privilegiati, obblighi di vario genere.</p>
<p>L&#8217;ultima &#8220;trovata&#8221; consiste nel pretendere che chiunque voglia installare semplici router disponga di un apposito patentino.<span id="more-8749"></span> Il ministero dello Sviluppo economico ha infatti avviato una consultazione sul tema e <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;viewType=1&amp;idarea1=593&amp;idarea2=0&amp;idarea3=0&amp;idarea4=0&amp;andor=AND%A7ionid=0&amp;andorcat=AND&amp;partebassaType=0&amp;idareaCalendario1=0&amp;MvediT=1&amp;showMenu=1&amp;showCat=1&amp;showArchiveNewsBotton=0&amp;idmenu=2263&amp;id=2018273">la bozza del decreto ministeriale che è già disponibile on line</a> ha fin da ora suscitato molte – e più che legittime – reazioni negative. Nel sito <a href="http://www.ilsoftware.it/">www.ilsoftware.it</a> Michele Nasi ha ripreso la questione in un pezzo intitolato<a href="http://www.ilsoftware.it/articoli.asp?id=7232"> “Tecnico obbligatorio per l’installazione di un router?”</a> (lo si trova anche altrove: ad esempio, nel sito 01net.trade, <a href="http://www.01net.it/articoli/0,1254,2_ART_140980,00.html">qui</a>).</p>
<p>Come già detto, nel sito del ministero è possibile consultare la bozza, che è lì ad attendere critiche e osservazioni. È bene allora che quanti sono del settore, ma in realtà chiunque abbia a cuore un&#8217;Italia con meno lacci e lacciuoli, faccia sapere in tutti i modi al ministero che non è proprio in questo modo che si apre la strada allo sviluppo dell’economia. Seguitando con simili misure si intralcia solo chi vuole lavorare, senza proteggere in nessuna maniera il consumatore, che anzi finirà per pagare in prima persona gli oneri conseguenti a tale normativa e le restrizioni alla concorrenza che ne deriveranno.</p>
<p>(Ringrazio l’amico Giancarlo Gervasoni che mi ha segnalato la cosa.)</p>
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		<title>Mediobanca, Geronzi e la guerra antifrancese</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 08:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;articolo seguente è stato scritto ieri di getto prima ancora che il cda di Generali si riunisse nel pomeriggio, non mi pare sia invecchiato.
“In Italia si illudono, noi qui a Londra stappiamo champagne, ma non per la stessa ragione”. Questo il commento di amici banchieri ai desk europei londinesi di grandi banche d&#8217;affari, alle dimission [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;articolo seguente è stato scritto ieri di getto prima ancora che il cda di Generali si riunisse nel pomeriggio, non mi pare sia invecchiato.</em></p>
<p>“In Italia si illudono, noi qui a Londra stappiamo champagne, ma non per la stessa ragione”. Questo il commento di amici banchieri ai desk europei londinesi di grandi banche d&#8217;affari, alle dimission i di Cesare Geronzi dalla presidenza di Generali. E&#8217; la fine di una lunga fase, non c&#8217;è dubbio. Dove porti bisogna vedere, e per questo a Londra credono che i vincitori italiani di oggi tendano a fare il conto senza l&#8217;oste. C&#8217;é la Francia, di mezzo, e stavolta non si parla di latte ma di biscotti ben più sostanziosi.<span id="more-8728"></span></p>
<p>L&#8217;abilità oggettiva di Diego Della Valle è stata quella di identificare la linea di frattura in Generali che rendeva Geronzi molto più esposto di quanto la sua aura pluridecennale di power broker  facessero immaginare a molti. Ma senza l&#8217;aggiunta di Fabrizio Palenzona, Della Valle non ce l&#8217;avrebbe fatta. E&#8217; l&#8217;ultimo difensore di Maranghi, il primo carnefice di Geronzi.</p>
<p>La linea di frattura non è mai stata quella dichiarata, la comunicazione esterna del Leone gestita dai collaboratori di Geronzi. Neanche le cattiverie volate all&#8217;ultimo secondo, i milioni di euro del costo complessivo della presidenza – comunque meno che ai tempi di Bernheim, ma allora nessuno fiatava. Della Valle ha fegatosamente scommesso sul fatto che con attacchi pubblici avrebbe portato dietro di sé i fondi privati e gli amministratori indipendenti, tutti i soci privati in cda, e alla fine la stessa Mediobanca. C&#8217;è riuscito. Anche perché aiutato da un pizzico di fortuna. Se Vincent Bollorè non avesse reagito con un doppio fallo da cartellino rosso, non votando il bilancio pur essendo vicepresidente e attaccando lancia in resta in pubblico Giovanni Perissinotto. E&#8217; a quel punto, che Della Valle ha affondato la lama. Se l&#8217;ex presidente di Mediobanca non riesce a impedire che il vicepresidente francese, esponente di un pezzo essenziale del patto di sindacato di Mediobanca stessa, ponga con le sue incaute decisioni l&#8217;ad Perissinotto in condizioni di minacciare un esposto alla Consob contro entrambi, allora bisogna mandarli a casa. Su questa linea,  da Nagel di Mediobanca ai grandi privati come Pelliccioli e Caltagirone, fino ai consiglieri indipendenti a nome dei fondi azionisti, non hanno potuto che convenire.</p>
<p>Ho purtroppo l&#8217;impressione, però, che il problema sia solo a parole quello della maggior focalizzazione di Generali sul suo core business, ponendo termine ai lunghi anni in cui ha sottoperformato rispetto ad Axa e Allianz. La questione è diversa, ed è per questo che i miei amici banchieri a Londra stappavano champagne. Fino a lunedì sera sembrava che la riunione del cda mercoledì si sarebbe conclusa con una abborracciata mezza marcia indietro di Bollorè, e qualche nuovo scambio di sciabola con Geronzi. Ma nella notte di lunedì si è capito invece che in primis i manager di Mediobanca consideravano la posizione di Bollorè non più risolvibile, perché ad essere minacciata era la stessa Mediobanca in prospettiva. E&#8217; stato Palenzona, a convincerli. E tutto è precipitato.</p>
<p>Della Valle ha così ufficialmente aperto la grande campagna perché i soci francesi escano da Mediobanca. Il patto di sindacato scade a fine anno, controlla il 44% di Piazzetta Cuccia, e vede i soci stranieri all&#8217;11% con singole partecipazioni non superiori al 2%, salvo Financière du Perguet fino al 5% e Groupama fino al 3%. Da settembre dell&#8217;anno scorso, anche Bolloré poteva crescere con la propria quota. L&#8217;addio di Geronzi è l&#8217;inizio della fine della classe C di azionisti in Mediobanca, affiancati alle banche di classe A e ai privati italiani di classe B come Troncheti, Ligresti, le stesse Generali, la Dorint di della Valle, i Benetton, Fininvest, Doris, i Ferrero e i Fumagalli.</p>
<p>Per cambiare il patto ci vuole almeno il 30%, diciamo che non ci si divide tra banche e privati gli italiani possono far fuori i francesi. Che però hanno altre azioni non dichiarate, e per questo con Groupama volevano salvare Fonsai di Ligresi – li ha fermati la Consob – e ancora le stanno addosso. Bollorè ha sbagliato ad attaccare a fronte bassa, a meno che non immaginasse che senza Bernheim a Trieste gli italiani lasciassero fare ancor più ai francesi, in Mediobanca come a Trieste.</p>
<p>Ammesso che i francesi schiodino senza troppi danni – e a Londra dicono di no, anzi pensano che i banchieri d&#8217;affari potrebbero lucrare commissioni notevoli su tentativi di scalata stranieri alle stesse Generali -  chi si candida a crescere in Mediobanca rilevando le quote francesi, e ad avviare nelle altre partecipate dal salotto buono come Rcs e Telecom Italia svolte paragonabili a quella avvenuta a Trieste?</p>
<p>Dacché è stato chiaro che Della Valle si avviava a vincere, l&#8217;unione  dei soci alle sue spalle si è fatta sempre più estesa. Perché per candidarsi al ruolo di nuovo baricentro di Mediobanca,  con tutto quel che consegue nell sue partecipate, bisogna partecipare alla defenestrazione di Geronzi oggi. E veleggiare in un pelago rischioso da oggi in avanti.  Perché i privati forti di denaro proprio da investire sono pochi, essenzialmente lo stesso Della Valle ma soprattutto Caltagirone, che finora  ha molto misurato le parole ed esteso le sue quote, proprio pensando a quando inevitabilmente tra banche e pochi grandi pivati italiani il suo ruolo crescerà ancora. Ben oltre quello di presidente a interim di Generali, a cui è giunto oggi. Al contempo il mondo dei soci di Unicredit non poteva mancare alla defenestrazione, visto he Palenzona è stato decisivo per smuovere Mediobanca: ed è per questo che Miglietta ha dato il suo voto. Nella nuova vulgata dell&#8217;Unicredit post Profumo, illustrata da Palenzona, le fondazioni socie non intendono più assistere al fatto che sia solo Banca Intesa a realizzare le cosiddette “operazioni di sistema”, e cioè domani a mettere amici propri al posto dei francesi in Mediobanca.</p>
<p>In altri tempi, sarebbero stati innanzitutto i manager operativi di Mediobanca e di Generali, a giocare anch&#8217;essi un ruolo di primo piano nel futuro dei propri istituti. Oggi, per la statura personale e per come hanno interpretato i tempi, che non sono più quelli di Marangui, è praticamente impossibile. Anche se quella di Nagel è la firma in testa alla lista, senza la quale la condanna di Geronzi non sarebbe stata seguita. Con tutto il rispetto per Nagel, però, non sarà lui a poter né  governare i colpi portati ai francesi né la loro reazione, né a cesellare il nuovo quilibrio che si determinerà di qui alla fin dell&#8217;anno in corso, se davvero guerra sarà e non ci si accontenterà del primo colpo di cannone in Generali.</p>
<p>Se pensate alla politica, il ministro dell&#8217;Economia come la sua Cdp guidata da ex uomini di Banca Intesa e già mobilitata sul fronte Parmalat ed Edison  non possono considerarsi disinteressati, a un&#8217;azione volta a impedire che i francesi crescano nell&#8217;orto Mediobanca. Freddamente, il ministro ha sempre fatto intendere che il rapporto con Geronzi riguardava Palazzo Chigi, non via XX settembre. Della Valle può immaginare che la crescita italiana in Mediobanca di cui il suoi oggettivo successo in Generali è fautore possa essere anche vento nelle vele politiche della svolta montezemoliana a favore della “borghesia produttiva”, come  si scrive negli articoli di ItaliaFutura. Ma forse è meglio non dimenticare che ci sono anche aziende del Cavaliere, tra i soci Mediobanca. Sarà battaglia dura, perché di mezzo c&#8217;è un bel po&#8217; di fette di torte sin qui tenute ad ammuffire. Quanto a Geronzi, per come lo conosco credo sia il primo a non farsi ora illusioni, su quanti gli volterano ora ancor più le spalle.</p>
<p>Sarebbe bello immaginare che il no a Geronzi sia il sì di tanti al graduale sciolgimento di patti di sindacato dentro, fuori e sotto Mediobanca, patti che oggi non hanno più giustificazione e significato che avevano quando vennero disegnati, e che servono solo a rendere più opaca la conduzione aziendale, meno focalizzati sulla creazione di valore i manager, e più fitti i conflitti di interesse di amministratori e soci, prenditori  prestatori, creditori e debitori. Ma scommtto che la speranza resterà delusa, sperando si sbagliarmi.</p>
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		<title>Parmalat, due debolezze e il misogallismo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 20:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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I lunghi anni di gestione del patron Calisto Tanzi, riverito come uno degli industriali di riferimento della solidità e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per capire il decreto del governo che “compra tempo” contro le scalate ostili straniere alle società italiane, bisogna fare un passo indietro e parlare di Parmalat. Fino a quest&#8217;oggi, nella storia italiana evocava tre cose ben distinte.<span id="more-8608"></span></p>
<p>I lunghi anni di gestione del patron Calisto Tanzi, riverito come uno degli industriali di riferimento della solidità e serietà dell&#8217;impresa tradizionale italiana, vicinissimo al potere democristiano ma contemporaneamente schivo e composto. In apparenza, però.</p>
<p>Poi l&#8217;erompere della verità , cioè il peggiore scandalo finanziario dell&#8217;intera storia italiana, con 14 miliardi di euro di finta liquidità e attivi patrimoniali, dove per “finta”bisogna proprio intendere l&#8217;aggettivo alla lettera, cioè fabbricata con fotocopiatrice e ciclostile, ma asseverata dalle maggiori banche e agenzie di rating del mondo. La colossale fregatura finì ad azionisti e obbligazionisti, perché le banche prima del crac avevano riversato i titoli ai rispamiatori ordinari, e di qui la lunga coda dei processi per il patron, i suoi familiari e amministratori, e per le banche stesse.</p>
<p>Infine, la terza fase, quella degli ultimi anni. Che ha visto il rilancio, la difesa e la crescita di una nuova Parmalat, linda e pinta nei suoi conti finalmente trasparenti. Tornando all&#8217;utile, a oltre 4 miliardi di fatturato, e ad avere la cassa piena anzi pienissima, con un miliardo e mezzo di liquidità da investire per crescere. Tutto questo perché a guidarla è stato un manager galantuomo a prova di bomba, Enrico Bondi. Un mastino della guerra alle banche che avevano piazzato i bond, chiamate con incredulità e fastidio crescente dei banchieri ad azioni revocatorie e risarcitorie, in Italia come in America e nel resto del mondo, cavandone dai forzieri oltre 2 miliardi di euro. E con uno statuto che impegna l&#8217;azienda a ridare il 50% degli utili sempre ai risparmiatori fregati, fino a piena oblazioen del danno.</p>
<p>Con Bondi ho perso una scommessa, perché all&#8217;inizio del suo mandato, conoscendone la determinazione e in un mondo in cui i banchieri sono il potere vero – altroché la politica &#8211; gli dissi che non sarebbe riuscito mai a riprenderne neanche uno, di miliardo.  Alla prima o alla seconda assemblea le banche avrebbero avuto buon gioco a organizzargli contro un po&#8217; di voto frazionato nelle mani dei tanti fondi presenti nel capitale. Visto che la nuova Parmalat era ed è l&#8217;unica grande quotata in forma di public company, cioè a capitale diffuso e senza soci sindacati di controllo, mandarlo a casa sarebbe stato facile. E&#8217; una delle scommesse perse con più felicità in tutta la mia vita.</p>
<p>In effetti, rinnovo dopo rinnovo, ogni volta il rumor diffuso sul mercato annunciava che questo o quel fondo era pronto a votargli contro e sostituirlo, con la scusa che Bondi era sì un risanatore, ma non sapeva investire la pingue cassa per crescere. Una balla, visto che se Bondi avesse comprato ai prezzi di tre anni fa oggi tutti avrebbero buon gioco a impiccarlo a quell&#8217;albero. Ai fondi faceva gola la retrocessione della cassa agli azionisti, e questo è comprensibile. Fatto sta che il copione si è puntualmente ripetuto anche questa volta.</p>
<p>Le banche italiane sono sempre rimaste a guardare, Una di esse – Banca Intesa &#8211; in questi anni si è vista spesso accredita dai media dell&#8217;intenzione di  unire l&#8217;addio a Bondi con il matrimonio tra Parmalat e Granarolo, di cui detiene il 20%. Naturalmente, Granarolo non ha i soldi per comprare Parmalat: ed ecco evocare ogni volta il fantasma di quelle fantasmatiche &#8220;operazioni di sistema&#8221;, alla Alitalia per intendersi, in cui con la scusa dell&#8217;italianità una banca mette in sicurezza e piazza una partecipazione costosa e senza cassa di cui non sa altrimenti che fare. Ma questa volta tre fondi stranieri con circa il 15% del capitale hanno formalizzato una lista diversa, senza Bondi, ma con diversi manager italiani non lontani da Intesa, a cominciare da Enrico Salza.</p>
<p>Tutti, ancora una volta, son rimasti a guardare.  Non i francesi di Lactalis, che coi buoni uffici di Societe Generale hanno rastrellato un altro 14% e rilevato il 15% dei tre fondi anti Bondi. Col 29%, e senza obbligo di lanciare Opa che scatta oltre il 29,9%, si portano a casa la maggioranza del consiglio e Parmalat è roba loro, con 1,4 miliardi di spesa e cioè meno della sola cassa dell&#8217;azienda.</p>
<p>Lo hanno fatto seguendo le norme del mercato. Approfittando di due debolezze. La prima è l&#8217;assenza di privati italiani del settore convinti e pronti a investire almeno un terzo di quella cifra, visto che il resto l&#8217;avrebbero messa le banche, a cominciare da Intesa sempre vicina al dossier. Gli ultimi a tirarsi indietro sono stati i Ferrero, quando già però i francesi erano ben avanti sulla loro strada. La seconda è la debole e contraddittoria strategia delle banche italiane stesse, incapaci di vincere l&#8217;astio che provano per Bondi.</p>
<p>A quel punto, sarebbe il caso di dire a vacche già fuori dalla stalla, ecco tutti volgersi verso la politica. Possibile che si debba assistere ai francesi di Edf che alla fine si pappano Edison, quando già anni fa il centrosinistra fece una norma ad hoc per fermarli? Possibile che lo stesso avvenga per Parmalat? E meno male che la Consob ha fermato Groupama imponendo loro l&#8217;Opa obbligatroria se avessero finanziato il gruppo Ligresti, assicurando ai francesi indirettamente un 5% ulteriore di Mediobanca.  E&#8217; rispondendo a questo pressante appello, che ieri Tremonti ha presentato il decreto che si limita a dire che per tenere le assemblee è possibile, anche se già convocate come quella di Parmalat, farle slittare di altri due mesi. Il messaggio ai francesi è chiaro, sono sgraditi. Ma Tremonti ha preso solo tempo, non ha voluto usare l&#8217;accetta che esporrebbe l&#8217;Italia a Bruxelles. E&#8217; una palla rilanciata a Intesa  e Unicredit insieme. Per vedere se si riesce ad evitare di apparire come coloro che cambiano le regole a gioco in corso, cosa che esporrebbe comunque a una non esaltante figura. Della quale mi rimprometto di giudicare quando l&#8217;avrò capita nel merito. Al momento, anche adottando una legge &#8220;alla francese&#8221; , con indicati ben 11 setori strategici in cyui prescrivere il placet preventivo per una scalata straniera, il placet è al lancio di Opa. Cosa di cui Lactalis non avrebbe alcun bisogno, perché col suo 29% attuale controlla Parmalat assicurandosene statuto alla mano la maggioranza del Cda.</p>
<p>Chissà se il capitalismo banco-finanziario italiano avrà la forza e l&#8217;unità – invece di continuare a dividersi in aspre guerre per bande &#8211; di fare un bell&#8217;affare. Che certo oggi costerà più di quel che sarebbe costato senza attendere che i francesi facessero il loro mestiere. Ma un bell&#8217;affare resta, la nuova Parmalat di Enrico Bondi. Un affare ancor migliore, se la politica non si mette a costruire arrocchi a favore di capitalisti senza capitale e banchieri senza visione.</p>
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