L’uscita della Fiat da Confindustria era da tempo annunciata, ciò malgrado non era scontata. Farà molto rumore, ed è inevitabile perché stiamo parlando – malgrado i suoi problemi, che sono seri anche nel perfezionamento dell’operazione Chrysler – della più grande multinazionale manifatturiera privata del nostro Paese, con oltre cent’anni di storia e un ruolo che per lunghi decenni è stato pesantissimo in Confindustria. Farà ancor più rumore perché Marchionne ha accompagnato stamane il motivo “tecnico” – espresso nella lettera a Emma Marcegaglia – con una dichiarazione personale molto tranchant: “il nostro interesse per Confindustria-politica è zero”. Cioè con una netta presa di distanza verso il manifesto delle imprese presentato venerdì scorso, e con il concomitante appello “basta, politici!” pubblicato a pagamento sui media da Diego Della Valle. In molti, domattina scriveranno sui giornali che, come la politica è sfrangiata e dilaniata, anche le forze dell’impresa sono divise e litigiose. Cerchiamo di distinguere tre ambiti diversi, della decisione Fiat: quello di merito tecnico, quello per Confindustria, quello politico-sindacale. Prosegui la lettura…
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Qual è il punto vero, al centro della sempre più ricorrente polemica lanciata da Fiat contro Confidustria? E’ vero oppure no quel che ha detto Sergio Marchionne, e cioè che continuando a stare in Confindustria Fiat si indebolisce, rispetto alla strategia “fare in Italia come in America con Chrysler”? Cerchiamo prima di capire, poi darò la mia risposta. Prosegui la lettura…
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Il 2010 è stato certamente un anno segnato dalla “rivoluzione Marchionne”. L’amministratore delegato di Fiat è stato il protagonista di una rivoluzione non proprio silenziosa nel rapporto tra impresa e sindacati.
Pomigliano, Mirafiori e Melfi non sono solo 3 dei più importanti stabilimenti di Fiat in Italia, ma il simbolo di un cambiamento.
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Mirafiori come Pomigliano? Questa è l’idea di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, almeno da un punto di vista dell’organizzazione del lavoro e non certo delle relazioni sindacali con la FIOM. Sarebbe un altro passo in avanti ed una grande occasione per l’Italia. Flessibilità e produttività diventano quindi due parole sempre più importanti per gli stabilimenti italiani della casa automobilistica. Prosegui la lettura…
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Sono arrivati i dati dell’andamento del mercato auto in Europa e sono tragici. I sussidi dei vari Governi europei dati nel 2009 hanno drogato il mercato, con la sola conseguenza di anticipare la domanda e di provocare una caduta nel 2010. Le vendite nel mese di ottobre sono scese a poco più di un milione di vetture in tutta l’Unione Europea, con una contrazione di oltre il 16 per cento rispetto allo stesso mese del 2009. Il livello è più basso anche di quello registrato nel 2008, mese di crisi globale, dopo la caduta di Lehman Brothers. Sussidiare il mercato dell’auto con gli incentivi si è rivelata non solo una politica inefficace, ma soprattutto dannosa. Nel settore auto motive servono interventi strutturali, non le solite politiche di breve termine. La dimostrazione arriva non solo dall’Italia, dove la caduta nel mese di ottobre è stata del 28,8 per cento, con una forte crisi di Fiat, ma soprattutto dalla Germania guidata dalla Cancelliera Angela Merkel. Prosegui la lettura…
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Le parole del Presidente della Camera Gianfranco Fini verso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat sono molto forti: “si è dimostrato più canadese che italiano”. Senza dubbio è solo un vantaggio. Ci voleva il canadese Marchionne per cambiare le relazioni sindacali in Italia. Vogliamo davvero che si continui ad avere una Fiat che sopravvive grazie ai soldi dei contribuenti? Né Fini né Marchionne lo desiderano. In realtà le affermazioni del presidente della Camera devono essere prese più come uno slogan elettorale e meno come un attacco a Fiat e al suo amministratore delegato; meglio dunque discutere del modello produttivo italiano, del suo fallimento e degli esempi da seguire o non seguire. E su questo ultimo punto vi è un’analisi di Massimo Mucchetti, che nel suo editoriale del Corriere della Sera sostiene che l’America non ha più nulla da insegnarci nel settore auto motive. Prosegui la lettura…
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Sergio Marchionne ieri ha conquistato il Meeting di Rimini. Come il giorno precedente Emma Marcegaglia, si è guardato bene dal cadere nella trappola di chi sulla vicenda Fiat-Melfi alza i toni per alzare polveroni. Ha usato sobrietà e misura, l’uomo che porta la nuova Fiat di John Elkann alla sfida mondiale attraverso l’America. Con il pieno sostegno non solo dell’azienda che guida ma – c’è almeno da sperarlo – di tutta l’industria italiana, ha lanciato un fermo appello a chiunque nella società italiana comprenda che è tempo di usare grande responsabilità, di scelte rapide ed efficaci, e di regole nuove che le consentano nell’interesse di tutti: delle aziende, dei lavoratori, del Paese intero. E’ un Marchonne molto diverso da quello che, tra 2005 e 2007, piaceva alla sinistra perché “socialdemocratico”. E che torna invece al suo credo illustrato due anni prima di assumere la guida Fiat all’Harvard Business Review, quando il suo unico faro era lo shareholder value. E’ un vero e proprio nuovo patto sociale, quello che Marchionne e il presidente di Confindustria hanno perorato a Rimini. E’ il contrario di quella specie di rozza imposizione, unilaterale e autoritaria, che Fiom e sinistra antagonista attribuiscono al nuovo corso dell’azienda leader della manifattura italiana, e a tutti coloro che insieme a lei indicano nel rapido decollo dei Paesi emergenti il treno della crescita sul quale o ci attrezziamo a salire subito, oppure per anni e anni resteremo confinati a un crescita ancor più stagnante di quella del decennio precrisi. Prosegui la lettura…
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L’Italia stenta a reggere il passo di Sergio Marchionne. E non ne ha ancora capito davvero e fino i fondo intendimenti strategici, decisione tattica, modalità di lavoro e tempi serrati: le quattro categorie fondamentali che compongono il diamante del successo del manager che dal quasi fallimento ha portato Fiat in cinque anni prima al ritorno all’utile e poi, nella crisi mondiale del settore, ad agganciare il treno americano con Chrysler per candidarsi insieme ad un ruolo di primo piano del consolidamento mondiale. E’ questo persistente non aver preso le misure con gli scenari che pure Marchionne descrive apertamente, a spiegare le reazioni che ieri si sono prodotte alla decisione annunciata dal manager ad Auburn Hills, contestualmente alla scissione tra Auto e Fiat industriale decisa ieri da John Elkann e dagli azionisti di controllo. Prosegui la lettura…
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Il rifiuto della FIOM all’accordo con Fiat per lo sviluppo di Pomigliano d’Arco è un clamoroso autogol da parte del sindacato e la dimostrazione che, in Italia, investire è molto difficile. Prosegui la lettura…
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Figurarsi se su questo sito poniamo in discussione la legittimità delle scelte di un’azienda rispetto ai propri investimenti. Ma nel caso della Fiat e dello stabilimento di Termini Imerese la forza di gravità del mercato è in qualche modo sospesa: lo ricordava Oscar Giannino, la presenza degli incentivi pubblici alla rottamazione, di cui la Fiat è somma beneficiaria, autorizza la politica ed i sindacati ad avanzare richieste e a pretendere risposte dal Lingotto. L’aiuto pubblico è un patto col diavolo per chi lo accetta, nel bene e soprattutto nel male.
E allora, se fossi il ministro dello Sviluppo economico, non mi trincererei dietro nobili e ‘liberali’ astensioni dalla questione, banalmente perché la vicenda di Termini Imerese non si svolge in un contesto di mercato, ma in un ambiente pesantemente inquinato di statalismo. Prosegui la lettura…
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