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	<title>CHICAGO BLOG &#187; liberismo</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Quello che &#8216;The Iron Lady&#8217; non dice – di Antonio Masala</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 08:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
“The Iron lady” non è un brutto film. Non c’è solo l’ottima interpretazione di Meryl Streep, c’è anche una regia accorta, colonna sonora e fotografia ben realizzate, una storia scorre che, a parte qualche momento di fiacca.
Ma nonostante non sia brutto si tratta purtroppo di un film “sbagliato”, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala</em>.</p>
<p>“The Iron lady” non è un brutto film. Non c’è solo l’ottima interpretazione di Meryl Streep, c’è anche una regia accorta, colonna sonora e fotografia ben realizzate, una storia scorre che, a parte qualche momento di fiacca.</p>
<p>Ma nonostante non sia brutto si tratta purtroppo di un film “sbagliato”, di un’occasione persa.</p>
<p>Il film è incentrato sulla vita privata, o meglio sulla triste malattia, di un grande personaggio politico, e lascia intravedere qualcosa delle sue idee, delle sue “fissazioni”, della sua vicenda alla guida della Gran Bretagna. Ma Margaret Thatcher non è stata solo il primo premier britannico donna, e la sua vicenda politica non è stata solo la più lunga premiership della politica britannica contemporanea. Margaret Thatcher non è stata un politico importante, è stata molto più.</p>
<p>Che sia amata o disprezzata (solo gli indifferenti non sono ammessi), la sua è stata innanzitutto un’esperienza filosofica straordinaria, una rivoluzione culturale prima che economica. La Thatcher ha cambiato il corso della storia britannica perché ha saputo trasformare le idee in realtà, sino alle loro estreme conseguenze. È stata non la fantasia al potere (se qualcuno capisce cosa voglia dire questa suggestiva ma vuota locuzione) ma il potere delle idee, la trasformazione delle idee in realtà e dunque la trasformazione della realtà stessa.</p>
<p>La sua convinzione profonda era che l’economia andasse male come conseguenza del fatto che qualcosa era andato male dal punto di vista filosofico e spirituale. E la sua intera vicenda politica e umana è stata una battaglia ininterrotta sui principi, un esempio quotidiano di ciò che doveva essere fatto per cambiare lo spirito del paese. Tanto che tutte le sue scelte politiche ed economiche più importanti possono essere lette in virtù dei principi che voleva portare avanti, e mai della convenienza elettorale.</p>
<p>Questo è stato il “thatcherismo”, e non a caso la Thatcher è l’unico politico britannico contemporaneo ad avere un “ismo” che segue il suo cognome, quasi si volesse fare riferimento a una ideologia politica. Questo è ciò che ha reso straordinaria la vicenda della Thatcher, ed è ciò che le si deve riconoscere, anche qualora si ritengano del tutto sbagliate le trasformazioni che seppe operare in undici anni e mezzo di governo. Le grandi rivoluzioni, anche quelle fatte senza armi, rappresentano da sempre un filone importante del cinema mondiale, e anche in questo caso il materiale per un film era più che abbondante – anche a voler lasciare perdere le migliaia di stuzzicanti aneddoti e curiosità che hanno accompagnato la sua storia e la sua personalità. Ma nel film cosa sia stato il thatcherismo affiora appena (si pensi che a ciò che avviene tra la fine della guerra delle Falkland e l’inizio della crisi della sua leadership vengono dedicati si e no un paio di minuti).</p>
<p>Forse si è deciso che non era il caso di affrontare una pagina cruda e controversa, e ancora aperta, della storia britannica recente. O semplicemente, cosa più che lecita, si è voluto fare un film sulla vicenda umana di una donna che è stata straordinaria, ma che come tutti gli esseri umani invecchia, si ammala e soffre. Che questo accada anche ai grandi uomini (e donne non lo aggiungiamo, perché la Thatcher non lo avrebbe voluto) lo sapevamo, e un film per raccontarcelo non era indispensabile. Ma che quella della Thatcher sia stata prima di tutto una grande rivoluzione culturale e filosofica (senza nascondere il carico di incomprensioni e sofferenze che essa si portò dietro) non tutti lo sanno. Se la regista lo avesse raccontato meglio ne sarebbe venuto fuori qualcosa di molto di più di un film ben fatto.</p>
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		<title>L&#8217;Italia ha fatto il necessario? Noi diciamo: no!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 17:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Tempi
E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&#38;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <em>Tempi</em></p>
<p>E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&amp;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona fede e a parecchia malafede. Anche in ambienti culturali e  intellettuali che mi sono assai cari. Monta un mix sempre più stizzoso di accuse ai tedeschi, di inconsapevole miopia o di consapevole volontà di Gotterdammerung, e di teorie della cospirazione per le quali le agenzie di rating sarebbero il braccio armato del capitalismo americano.  Capisco – ma non giustifico – chi si lanci in queste accuse perché spaventato dalle conseguenze di una crisi senza fine e in via di ulteriore peggioramento, ed esacerbato per le manovre su manovre di correzione della finanza pubblica. E questa è la buona fede. Ma respingo e condanno invece la malafede, che allinea in politica chi ieri diceva nel centrodestra che tutto era stato fatto, e chi oggi dal pulpito del governo dei tecnici prende purtroppo a dire la stessa cosa, dopo il decreto enfaticamente battezzato salva-Italia. E in attesa, domani, di quello sulle liberalizzazioni, che commenteremo copiosamente domani a provevdimento approvato, visto che la bozza di ieri sera già molto amaro in bocca ci lascia.<br />
Francamente, da chi  nutre un&#8217;idea sussidiaria e non dirigista della politica economica,  e personalista e non comunitarista o collettivista della filosofia politica, penso di dovermi aspettare tutt&#8217;altro. Ecco perché, quando mi sento ripetere  “ ma i tedeschi con la loro rigida pretesa di rigore non capiscono che si va a sbattere, oppure il loro vero interesse è la rottura dell&#8217;euro, per restare con pochi Paesi intorno a sé mentre noi andiamo a fondo?”; quando  si aggiunge  “perché mai accettare che le agenzie di rating debbano dettare le politiche?”; quando si conclude “ma non è meglio tornare a una banca centrale che obbedisca a parlamento e politica?”, francamente capisco che è inutile farsi cadere le braccia, da parte mia. Occorre semplicemente e umilmente rispiegare come noi &#8211; non sono solo &#8211; la pensiamo. Cerco di andare al punto, senza perdermi in tante considerazioni tecniche. Tre premesse, però. Una sull&#8217;euro e i tedeschi. Una seconda, sulle agenzie di rating. Una terza, sul bivio di fronte a noi. Poi, le conclusioni. <span id="more-11253"></span><br />
Prima premessa. Non è questo il momento per rifare la storia delle storture dell&#8217;euro ab origine. Mi limito a ripetere che tenendo separati da regolamentazioni nazionali – alle quali la politica di qualunque colore non vuole abdicare, in nessuna euronazione  – i diversi mercati dei beni e dei servizi, le diverse curve di costo di aree nazionali e subnazionali dei diversi Paesi a moneta comune restano incapaci di equilibrarsi per il principio dei vasi comunicanti. Poiché i debiti pubblici sono nazionali, fu accettato per definizione da politici e opinione pubbliche che hanno aderito all&#8217;euro il postulato che la convergenza dovesse avvenire attraverso rigore in finanza pubblica cioè poco debito di Stato, e produttività nell&#8217;economia reale cioè poca esposizione sull&#8217;estero nelle partite correnti. Altrimenti l&#8217;euro salta, c&#8217;è poco da fare. Non è che sono i tedeschi a farlo saltare, perché loro sono stati rigorosi in finanza pubblica e hanno riscritto welfare e contratti di produttività per rendere competitiva l&#8217;economia reale.<br />
Seconda premessa. I soci di molte agenzie di rating sono grandi fondi d&#8217;investimento americani e  anglosassoni. Non prendono ordini dalla Cia. Cercate di guarire, dal sospetto autarchico-latino-  machiavellico che vi sia sempre una perfida Albione e uno spregiudicato zio Sam che tentano sistematicamente di disconoscere che l&#8217;Italia e l&#8217;Europa abbiano diritto al loro Impero. I conflitti d&#8217;interesse delle agenzie di rating sono conclamati nell&#8217;esame delle aziende private, perché da loro stesse prendono i soldi. Ma nel caso dei debiti sovrani no, il problema è un altro: quello cioè che Fed e Sec  non diano più automaticamente fede pubblica ai giudizi di S%P. Moody&#8217;s, Fitch eccetera quanto a valutazione dei collaterali offerti da intermediari. Ricordo a tutti che la decisione di riconoscere alle agenzie di rating la fede pubblica fu adottta dalla SEC nel 1975, attribuendo loro la natura di NRSRO, Nationally Recognized Statistical Rating Organization, il che le ha erette e continua a erigerle come cartello monopolistico. La Bce già di fatto non si comporta così. Fine. Che i grandi fondi mondiali e nazionali invece diano retta alle agenzie è invece fisiologico. Rispondete alle seguenti domande. E&#8217; vero o no, che il giorno precedente il downgrading continentale Germania esclusa, la Grecia ha interrotto le trattative con le banche per la loro compartecipazione a tagliare del 50% il debito greco in circolo?  E&#8217; vero o no, che il governo greco ha dichiarato che in caso di mancato accordo è pronto a fregarsene dell&#8217;accordo, e a procedere autonomamente per legge svalutando il debito motu proprio almeno del 70%? E&#8217; vero o no, che questo significherebbe default argentino cioè ritorno alla dracma svalutata ancor più del 70%, e uscita dall&#8217;euro? E&#8217; vero o no, che a quel punto per tutti gli eurodeboli tutto diventerebbe ancor più difficile? E&#8217; vero o no che le difficoltà aumenterebbero anche per noi, con i nostri 440 miliardi di titoli da piazzare nel 2012 per di più con una larga percentuale a lunga durata decennale e settennale, cioè i titoli che meno le banche possono tornare a comprare perché implicano maggior assorbimento di capitale, rispetto a quelli a corta scadenza pur dopo la provvista straordinaria Bce? Poiché a tutte queste domande la risposta è “sì, è vero”, lasciamo allora ai politici l&#8217;attacco a testa bassa alle agenzie di rating che ne giudicano insufficiente ancora l&#8217;operato. E l&#8217;ambizione di creare un&#8217;agenzia pubblica europea come hanno fatto i cinesi, con la loro Dagong che valuta il merito di credito e solvibilità a seconda di quanto si sia amici o nemici della Cina.<br />
Terza premessa. Nessuno può onestamente dire che cosa avverrà della Grecia, né se arriveremo in un paio di mesi a una modifica del cosiddetto “fiscal compact” concordato l&#8217;8 dicembre e in via di stesura tecnica, accordo che in quanto tale i mercati hanno secondo me ragione e non torto a giudicare inadeguato alla risposta a una domanda secca: c&#8217;è un meccanismo cooperativo immediato europeo per salvare gli Stati più a rischio? No che non c&#8217;è, nel fiscal compact. E perché ci sia non è vero che bisogna piegare i tedeschi e convincere la Bce a fare la Fed. Basta anticipare da subito l&#8217;ESM previsto nel 2013, dotato di capitale proprio e non di garanzie nazionale sottoposte a svalutazione di rating, e aprire all&#8217;ESM la possibilità di interfacciarsi con la Bce come una qualunque banca europea. Basterebbe eccome. E se obiettate che i tedeschi non si fanno prendere per il naso perché comunque significherebbe un sostegno centrale per quanto indiretto ai debiti nazionali, io vi rispondo che è quel che già oggi avviene, anche se molti antigermanisti lo dimenticano. Nel sistema Target di finanziamenti tra banche centrali, la Bundesbank è esposta per quasi 700 miliardi di euro verso le banche centrali degli altri euroappartenenti, per lo più verso gli eurodeboli. Vi faccio notare che l&#8217;intero Tarp americano valeva 2,2 trilioni di dollari, dei quali 1,4 destinati a intermediari bancari, il resto a non bancari. Ma 700 miliardi di euro sono 1 trilione di dollari, e poiché la Germania conta 80 milioni di abitanti rispetto a più di tre volte di americani, la conseguenza  da ricordare a chi accusa Berlino è che la Germania si è esposta in aiuto al resto dell&#8217;euroarea assai più di quanto gli Usa abbiano fatto per l&#8217;intero proprio mercato!<br />
Fatte queste tre premesse, in realtà, stante la sua bassissima crescita da 15 anni e il suo altissimo debito pubblico, all&#8217;Italia conviene perseguire la via del rigore e della produttività in entrambi i casi. Sia che l&#8217;euro si salvi con un nuovo accordo. Sia che salti, e in quel caso bisogna sperare di poterne concordare un exit condiviso, per contenerne i costi comunque paurosi, e con tanti drammatici saluti alla leadership germanica di una delle tre macroaree monetarie mondiali.</p>
<p>Veniamo dunque al punto finale. E&#8217; vero o è falso, che l&#8217;Italia ha fatto dopo la manovra Monti tutto quel che doveva fare, e che dunque la colpa ora è degli altri? Qui conta il punto di vista. Il mio è quello richiamato all&#8217;inizio: sussidiario e personalista, non dirigista e collettivista. E la mia risposta – la mia che ho pure sostenuto questa formula di governo emergenziale come necessaria, come sapete -  è: no, non è vero. Non è vero affatto.</p>
<p>La linea adottata dal decreto &#8220;salva Italia&#8221; è infatti di totale continuità rispetto a quella seguita dal centrodestra suo predecessore, e dal centrosinistra prima. Dei 48, 71 e 81 miliardi di miglioramento dei saldi pubblici nel triennio 2012-13-14, i tre quarti quasi si devono ai decreti Tremonti, poco più di un quarto al decreto Monti. Ma quel che conta è che l&#8217;81% del saldo migliorato nel 2012, il 72% e il 76% nei due anni successivi si devono esclusivamente ad aggravi fiscali. In totale continuità, ripeto, con la linea Visco-Tremonti.<br />
Perché avviene questo? Possiamo e dobbiamo cominciare a dirlo. Perché in realtà anche se al governo c&#8217;era il centrosinistra o il centrodestra oppure i tecnici, dai tempi della manovra Amato a oggi tutte le volte in cui siamo andati a un millimetro dal burrone a “comandare” davvero – al di là delle recite politiche &#8211; è stata la medesima impostazione tecnico-culturale. Se dovessi brutalmente sintetizzarla, la somma dei keynesiani “macro” della Cattolica e della Bocconi, come li definisce Francesco Forte, una somma che ha impregnato di sé la Ragioneria generale dello Stato come i vertici della tecnocrazia ministeriale. E&#8217; questo lo zoccolo duro del potere economico pubblico italiano. Persone assolutamente rispettabili e per bene come Grilli e Giarda, lì da 20 anni a cercare di attuare ogni volta quel che Nino Andreatta diceva però più di 20 anni fa, quando le cose stavano ben diversamente, perché oggi certo Nino di fronte a peso di spesa pubblica e pressione fiscale sul Pil avrebbe ben cambiato idea.</p>
<p>L&#8217;idea del continuismo è che il rientro del debito pubblico italiano si persegue operando sui flussi, cioè attraverso sanguinosi avanzi primari nella proporzione di almeno 5 punti di Pil l&#8217;anno, da realizzare soprattutto tramite più tasse visto che la spesa a loro giudizio è comprimibile solo per pochi &#8220;sprechi&#8221; essendo sociale. E pazienza se la conseguenza di consimili avanzi primari per via fiscale è obbligatoriamente minor crescita quando va bene, e recessione quando la congiuntura europea e mondiale come oggi ci spinge ancor più in basso.</p>
<p>Al contrario, l&#8217;esperienza &#8211; non dico la scuola perché in questo caso significa abiurare al &#8220;Keynes all&#8217;italiana idest all&#8217;amatriciana&#8221;, da decenni in voga nell&#8217;accademia e nei media italiani  &#8211; dico almeno l&#8217;esperienza dovrebbe farci cambiare linea. L&#8217;esperienza oggettiva dico di 15 anni di scarsa crescita e di pressione fiscale record mondiale, visto che le manovre del 2011 alzano di oltre 300 punti base la pressione fiscale sul Pil per ognuno dei 3 anni  rispetto alle previsioni pubbliche del giugno 2011. Il che significa sfiorare il 46% nel 2013 e 2014 sul Pil, e depurando il denominatore dal 16,8% aggiunto dall&#8217;Istat per il nero di chi le tasse non le paga siamo ormai al 54% e rotti sul prodotto di chi le tasse le paga. Il che ulteriormente significa che sull&#8217;utile lordo d&#8217;impresa arriveremo dal 68% di pressione del 2010 a circa il 75%, come media tra livelli ancora più elevati per la stragrande maggioranza di imprese micro e piccole (non chiediamoci poi perché in tante provino ad evadere) e 40 e più punti in meno dell&#8217;impresa grande e delle banche.<br />
Rispetto a questa linea, l&#8217;alternativa sussidiaria e personalista rispetto alla linea dirigista e collettivista è lavorare sugli stock, non sui flussi.<br />
Ripeto, viene dalla constatazione che così continuando ammazziamo ulteriormente il Paese. Ma è anche e innanzitutto un&#8217;alternativa di scuola. Perché se abbiamo l&#8217;idea del debito pubblico come NON debito tra noi e noi stessi che è tipica del keynesimo, ma invece passività a carico del futuro taxpayer tanto più distorcente quanto più l&#8217;attore economuico &#8220;incorpora&#8221; da subito diminuendo consumi e investimenti dando per sccntato che tanto sarà affrontata solo o quasi attraverso più tasse &#8211; seguendo le tesi di James Buchanan e di Bob Barro, nonché l&#8217;equivalenza ricardiana applicata alla teoria del ciclo del risparmio vitale su cui Franco Modigliani prese il Nobel &#8211; allora ne discende che DOBBIAMO  affrontare deficit e debito impugnando l&#8217;ascia dei tagli agli stock, non la pompa incrementale ai flussi fiscali.</p>
<p>Ergo: il debito pubblico va abbattuto con dismissione per 30 punti di Pil di attivo pubblico, a partire dal mattone di Stato ma non solo. La spesa pubblica va abbassata in 8-10 anni di almeno 10 punti di Pil, dagli attuali 840 miliardi tendenziali. Della stessa quantità va abbassata la pressione fiscale, sommando imposte e contributi, perché è questo il peggior freno alla crescita.  Come hanno fatto diversi Paesi avanzati nel precrisi, paesi di democrazia welfarista, non parlo della Thatcher. La Germania, l&#8217;Australia, il Canada, la Nuova Zelanda.  Non smantellando i diritti sociali, bensi rivedendo il welfare come in coi pacchetti Hartz a Berlino,  rivedendo dalle fondamenta apparati pubblici, costi e meccanismi di fornitura, livelli sovrapposti di governance, e cedendo al mercato pezzi interi di PA con relativo personale pubblico. Ricordo a tutti che nel Regno Unito  non c&#8217;è un solo treno pubblico da più di 20 anni &#8211; hanno ripubblicizzato la sola rete cioè i binari, anni fa &#8211; e grazie a questo la domanda e l&#8217;offerta sono aumentati entrambi consuiderevolmente dalla privatizzazione, come ci ricorda sempre Ugo Arrigo. Da noi col &#8220;tutto pubblico&#8221; abbiamo sin  qui iperfinanziato   l&#8217;alta velocità – con costi-km per investimenti a carico contribuente talora dai 3 ai 5 volte superiori alla media europea &#8211; che è aperta alla concorrenza e che dunque ha più marginalità, ma il totale dei cui passeggeri non pareggia quello che l&#8217;incumbent ha perso su tutti gli altri segmenti che ha dovuto ridurre. Potrei continuare a iosa, lo sapete benissimo&#8230; Dalle Poste, a molto altro. Sèpero di essere smentito, ma direi che potrei continuare esagttamente con ciò che sembra sparire dall&#8217;ultima bozza di liberalizzazioni annunciate, di cui appunto parleremo solo dopo aver visto ciò che davvero esce dal Consiglio dei ministri.</p>
<p>L&#8217;alternativa c&#8217;è, alla linea macro-keynesista statalista e fiscalista. E&#8217; una linea micro-offertista, sussidiaria e personalista. Che abbassa spesa ed entrate avvicinandole a chi paga per tornare all&#8217;einaudiano principio del beneficio, che libera energie per la crescita invece di drenarle, e che smonta dalle fondamenta l&#8217;opaco consenso tra nicchie protette d&#8217;impresa e 250 mila italiani che campano di politica e amministrazione apicale pubblica (non stupitevi, perché se sommate gli 8mila Comuni e le Province e le Regioni ai 1000 parlamentari e alle 7mila società locali e alle centinaia di società controllate dallo Stato a livello centrale coi loro cda, il conto purtroppo torna come ordine di grandezza).<br />
Non è affatto vero, che a pensarla così siano solo “pittoreschi personaggi che evidentemente difendono gli evasori”, come ha scritto Corrado Augias su Repubblica. La pensano così economisti come Paolo Savona – leggete il suo appena edito “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”- come Nicola Rossi, come Mario Baldassarri, come Alberto Bisin, come Giulio Zanella, come Eugenio Somaini. E tanti, tanti altri. Se avesse avuto testa, il centrodestra avrebbe dovuto dar loro retta, invece di continuare sulla linea dominante. Non bisogna abbandonarla perché è di sinistra, ma perché è sbagliata, perché ci taglia le gambe. Prima di dire che abbiamo fatto tutto il necessario, allotra, direi che è il caso di imboccare la strada giusta.</p>
<p>Voi che dite? E quando dico imboccare, significa una sola cosa. Temo che il governo dei tecnici non la condivida, questa linea. Ma allora  chi la pensa così deve lavorare perchè questa posizione abbia anche rappresentanza alle prossime elezioni politiche. Ci sia l&#8217;euro, o meno. Perché questa è l&#8217;unica strada, per un&#8217;Italia che a testa alta e a portafogli che tornino pieni, conti domani 40 milioni di occupati. Sì, avete letto bene, 40: cioè che dia lavoro a giovani anziani e donne, alzando di 15 punti almeno la partecipazione al mercato del lavoro, e piantandola di dar colpa agli altri dei guai che a casa nostra hanno combinato politica e classi dirigenti italiane.</p>
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		<title>Disobbedienza fiscale: i presupposti dimenticati, è ora di riscoprirli!</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:09:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; tempo di riscoprire i presupposti della disobbedienmza fiscale. Pubblica e organizzata. Befera e l&#8217;Agenzia delle Entrate ed anche Equitalia non c&#8217;entrano. Chi manda bombe e proiettili, è il nostro nemico e deve smetterla al più presto. Perché ci sono cascati tutti o quasi. Per l&#8217;ennesima volta. Ed è anche per questo che nutro una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; tempo di riscoprire i presupposti della disobbedienmza fiscale. Pubblica e organizzata. Befera e l&#8217;Agenzia delle Entrate ed anche Equitalia non c&#8217;entrano. Chi manda bombe e proiettili, è il nostro nemico e deve smetterla al più presto. Perché ci sono cascati tutti o quasi. Per l&#8217;ennesima volta. Ed è anche per questo che nutro una considerazione sempre più elevata per Attilio Befera, il capo dell&#8217;Agenzia delle Entrate e di Equitalia, e per la sua squadra che da anni ha mutato assetto organizzativo, efficacia e risultati concreti della lotta all&#8217;evasione, in perenne crescita. Non è un camaleonte perché confermato da sinistra e destra, come ha titolato<em> La Stampa</em>, perché in un Paese iperammalato di spoil system se Visco e Tremonti gli hanno dato fiducia è solo per i risultati concreti. E non è vero che la lena delle Entrate si è attenuata quando non c&#8217;era Visco, come l&#8217;intemerato deus ex machina fiscale della sinistra ha tuonato in un&#8217;intervista dopo Cortina. Al contrario, Befera coglie nel segno non solo perché il recuperato fiscale è cresciuto sempre e raddoppiato in cinque anni superando gli 11 miliardi in 12 mesi. Va a segno anche perché si è fatto aumentare i poteri sia dalla destra che dal governo dei tecnici. E perché l&#8217;azione delle Entrate si svolge anche con un abile occhio agli echi mediatici delle sue iniziative. Dai vip dello sport alle star dello spettacolo ai vacanzieri di Cortina, l&#8217;incazzatura dei lavoratori dipendenti soggetti senza scampo al sostituto d&#8217;imposta è assicurata. Ma il problema non è Befera e non sono i suoi. Fanno tostamente il loro mestiere.  Il viso dell&#8217;arme è ciò che lo Stato chiede loro.  Servono lo Stato. Il problema è la politica, che dello Stato scrive le leggi fiscali. Anzi i decreti legge, le circolari e i regolamenti, in violazione dell&#8217;articolo 23 della Costituzione che prescrive la riserva di legge assoluta per i nuovi tributi. Il problema è la giustizia, che tanto in Cassazione quanto alla Corte costituzionale ha accumulato una terrificante giurisprudenza a senso unico, per la quale in materia fiscale lo Stato ha praticamente sempre ragione. Ha sempre ragione, anche quando asimmetricamente pretende per sé un rispetto assoluto dei tempi di versamento e del quantum gli si deve, mentre per pagare le fatture dovute ai privati o per il rimborso dei crediti fiscali impiega discrezionalmente anni. Ha sempre ragione, anche quando stabilisce e pretende che per la sola temeraria decisione del contribuente di accedere a contenzioso fiscale, questi debba versare allo Stato subito un terzo di ciò che lo Stato pretende e che i contribuente contesta, con in più oneri e aggi. Ha sempre ragione, anche se nel contenzioso il giudice tributario non è affatto terzo rispetto a contribuente ed Entrate, ma di fatto parte esterna e concomitante dell&#8217;amministrazione tributaria. Ha sempre ragione, anche quando con il governo Monti lo Stato dispone il pieno accesso delle Entrate non solo ai conti bancari con relativi saldi, ma a qualunque operazione bancaria da parte di chiunque. Col che in nome della lotta all&#8217;evasione e al riciclaggio passiamo da una foto statica del patrimonio e dei saldi bancari di noi tutti all&#8217;integrale film comportamentale di qualunque cosa facciamo per ogni singola unità di tempo. In maniera che un pm potrà anche solo da una successione di operazioni bancarie nel tempo incardinare fascicoli identificandoli come ipotesi di reato. E la Costituzione, dove la mettiamo? <span id="more-11168"></span></p>
<p>Gli studi di settore, per anni divenuti strumenti induttivi dai quali far discendere unilateralmente da parte dello Stato cifre d&#8217;affari, basi imponibili e imposte dovute e pretese, prescindendo da ciò che capita davvero in concreto a ciascuna microimpresa artigiana o professionale interessata, non sono forse in violazione dell&#8217;articolo 53 della Costituzione sulla capacità contributiva individuale? E i conti correnti in toto girati allo Stato, non sono violazione dell&#8217;articolo 15 della Carta Fondamentale? Quell&#8217;articolo che testualmente afferma: “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell&#8217;autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”?</p>
<p>Il diritto naturale pre esiste a ogni statuizione dell&#8217;ordinamento positivo, per chi non è hegeliano sostenitore dello Stato etico, e non fa differenza se sia rosso o nero a seconda di quale filone dei discepoli di Fichte abbia fondato le rispettive ideologie politiche. Ma ogni più sacro fondamento del diritto di persone e individui viene da anni sempre più calpestato, in materia fiscale. Perché lo Stato assetato di risorse si dà ragione nel diritto e nella giurisprudenza. Persino l&#8217;abuso di diritto, secondo la Repubblica italiana e i suoi giudici, si configura solo a carico del contribuente contro lo Stato e mai viceversa. Nemmeno quando l&#8217;Agenzia delle Entrate non rimuove i pignoramenti su appartamenti per debiti fiscali contestati inferiori agli 8mila euro, come pure una sentenza di Cassazione avrebbe stabilito nel 2010.</p>
<p>Quando si muovono tali obiezioni una risposta corale viene immediatamente dal fronte statalista, che di fatto ha accomunato negli anni sinistra, destra e oggi governo dei tecnici, tutti uniti nella sacra parola d&#8217;ordine “lotta all&#8217;evasione”, tutti dimentichi e conniventi dello scandalo di una pressione fiscale in perenne crescita, salita di oltre 20 punti di Pil in una sola generazione, al continuo inseguimento di una spesa pubblica superiore a metà del prodotto nazionale, scandalosamente inefficiente e clientelare, al servizio degli interessi di chi protempore amministra lo Stato perennemente, impunemente e sfacciatamente spacciati per interesse generale. La risposta corale del fronte statalista è “vergogna, voi difendete quei criminali abietti che sono gli evasori”.</p>
<p> Le quattro mosche bianche residue liberali ne hanno le tasche piene, di questa accusa. Non serve aver letto e citare de la Boètie e John Locke, sant&#8217;Agostino e san Tommaso, Thomas Jefferson e l&#8217;abate Mably (che pure è fondatore del socialismo utopico, più che liberale), i fondamenti del diritto naturale in materia fiscale che hanno ispirato le grandi evoluzioni liberali della Storia, la testa tagliata di Carlo I e la Glorious Revolution del 1688, la rivolta delle Colonie americane e la nascita egli Stati Uniti. Ti aggrediscono come un nemico del popolo, dicono che vuoi sottrarre risorse ai servizi pubblici. Quando invece è vero il contrario. Loro mandano in tv spot tambureggianti in cui l&#8217;evasore è accusato di rubarmi in tasca, quando invece tutto ciò che lo Stato recupera se lo tiene per sé come spesa aggiuntiva, mica lo retrocede a chi le tasse le paga per premiarlo: ed è colpa suprema del centrodestra, non aver riconosciuto e introdotto tale principio.</p>
<p>E allora, penso io, è tempo che i liberali si organizzino. E che pensino alla disobbedienza fiscale. Quella pubblica e autodichiarata. Esposta a pene che spacchino e facciano discutere l&#8217;opinione pubblica per aprire gli occhi e risvegliare coscienze dormienti. Alla ricerca di magistrati che incardinino presso la Corte costituzionale giudizi incidentali che sollevino il problema dell&#8217;incostituzionalità di una delle tante aberrazioni fiscali che nel nostro Paese ci hanno reso servi di fatto, da cittadini di nome. Ce ne sarà almeno uno, su settemila magistrati, che la pensi così. E che segua la stessa strada per cui la Germania 10 anni fa è tornata a un sacro rispetto di un tetto, aggiornato anno per anno con pubblico voto parlamentare, di reddito personale e familiare intangibile a ogni pretesa dell&#8217;ordinamento. E&#8217; bastato stabilire questo, perché spesa pubblica e imposte siano scesi in equilibrio di quasi 7 punti di Pil, liberando energie potenti per la crescita del Paese e del benessere di ciascuno.</p>
<p>Le basi di diritto, per la disobbedienza civile fiscale? Ci sono eccome. Prendete <em>La giustizia costituzionale</em> di Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte e teso sacro alla sinistra. A pagina 276 dell&#8217;edizione 1988 leggerete: a) la legge incostituzionale non è obbligatoria; b) tuttavia non è neppure obbligatoria la disobbedienza ad essa, tale disobbedienza essendo solo consentita o ammessa; c) la disobbedienza alla legge è invece giuridicamente doverosa nei casi i cui i singoli si rappresentino con piena consapevolezza l&#8217;indiscutibile incostituzionalità della legge.</p>
<p>Alla prima sottocommisione della Costituente, il 3 dicembre 1946, furono tra gli altri Aldo Moro, Meuccio Ruini e Giuseppe Dossetti a difendere una formulazione che così recitava, annessa a quello che divenne poi l&#8217;articolo 54 odierno della Costituzione: “la resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino”. Togliatti, sprezzante, intervenne sostenendo che le rivoluzioni sono tali perché vincono, non perché esistano diritti alla disobbedienza in Costituzione. Naturalmente, la disobbedienza civile liberale non c&#8217;entrava nulla con le rivoluzioni rosse e nere. Ma tanto bastò perché la proposta cadesse, al fine di non dare appigli alla piazza filosovietica. E&#8217; amaro dirlo. Ma gli statalisti che allora vinsero in nome della rivoluzione contro i diritti naturali della persona, oggi continuano a farne strame in nome del fisco e della spesa pubblica. Finché almeno qualcuno non si svegli, in campo liberale. Sve-glia-mo-ci! Non è cosa da far da soplòi. E non è da delegare alle associazioni di categoria e d&#8217;impresa. E&#8217; cosa da uomini liberi, che sappiano misurare le parole agli insulti che riceveranno. Solo ancora ieri, Corrado Augias rispondeva a un lettore di Repubblica caricaturando i &#8220;pittoreschi personaggi&#8221; che vanno in tv e per gionali a dire quel che dico io e che pensiamo noi.  Saremo pure pittoreschi, ma abbiamo letto e studiato abbastanza per sapere che chi difende lo Stato nei suoi vizi e stravizi non può che essere un nemico della libertà. Fosse anche il più grande ideale a indurlo a giustificare una sopesa pubblica e un prelievo pubblico tanto scandalosi, per noui resta un ideale sbagliato. Perché la libertà viene prima.</p>
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		<title>Fisco: lo Stato di Monti non mi piace, l&#8217;ignoranza è schiavitù</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 10:31:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[statalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;aliquota maggiorata sugli immobili detenuti all&#8217;estero, evidentemnte in spregio all&#8217;autarchia restaurata mentre dormivo, l&#8217;aumento ulteriore della tassa sui conti correnti: le trovata da supermarket dell&#8217;eterna abilità statale a mettere le mani nelle tasche più facili mi rendono sempre più difficile comprendere il governo di emergenza. Nessuna visione di riordino sistemico del prelievo fiscale, per levare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;aliquota maggiorata sugli immobili detenuti all&#8217;estero, evidentemnte in spregio all&#8217;autarchia restaurata mentre dormivo, l&#8217;aumento ulteriore della tassa sui conti correnti: le trovata da supermarket dell&#8217;eterna abilità statale a mettere le mani nelle tasche più facili mi rendono sempre più difficile comprendere il governo di emergenza. Nessuna visione di riordino sistemico del prelievo fiscale, per levare peso dai redditi in nome della crescita. Nessuna proposta su ciò da cui occorreva partire, la delega fiscale su deduzioni e detrazioni, per dire chiaro dove tagliare risorse e dove concentrarle. Nessuna dismissione pubblica, né di mattone né di altro. In più, esteso peggioramento delle norme in violazione della libertà del contribuente. E per fortuna a Montecitorio i relatori Pd e Pdl della manovra hanno pensato bene di riscrivere la norma secondo la quale bastava sbagliare a dare una risposta alla Guardia di Finanza o all&#8217;Agenzia delle Entrate per commettere automaticamente un reato penale. Se il Parlamento terrà duro resterà reato solo il produrre documenti falsi, non incorrere in mere risposte sbagliate, come il governo si era originariamente vantato indicando nell&#8217;imbarbarimento della norma una delle grandi svolte per rendere finalmente più efficace la lotta all&#8217;evasione fiscale. Uso il termine imbarbarimento non perché mi scappi la penna. Non m&#8217;interessano polemiche politiche. Qui si tratta di difesa della libertà e di filosofia del diritto, non di aride norme tributarie.<span id="more-11002"></span></p>
<p>Come è questione di libertà e difesa del diritto, la ragione che mi ha visto tra i pochi a levare la voce sin dalla prima lettura della manovra apprendendo che  si disponeva il dovere per banche e intermediari finanziari di comunicare all&#8217;amministrazione tributaria no  sollo i saldi dei conti bancari, di deposito e titoli, ma il dettaglio di qualunque operazione superiore ai 1500 euro, cosa che sommata alla tracciabilità piena oltre i mille euro rende l&#8217;amministrazione tributaria finalmente edotta di qualunque nostro atto  e decisione. Siamo stati in pochi a reagire, insieme a Piero Ostellino che più volte è tornato sulla questione. In pochi a reagire al luogocomunismo che ormai su tali questioni impera sovrano, battendo le mani al rimedio delle manette agli evasori e all&#8217;orwelliana spoliazione di ogni ambito di libertà personale all&#8217;occhiuta onnipresenza e onniscienza dello Stato. Su questa norma, le modifiche parlamentari non sono andate oltre l&#8217;indicazione che l&#8217;attuazione della nuova norma dovrà essere predisposta sentendo l&#8217;Abi – visto che alle banche costerà, dunque costerà a noi clienti la perdita della nostra libertà, per doppio paradosso. E il Garante della Privacy, che a questo punto diventa unico eroe al quale chiedere istituzionalmente di alzare lo scudo liberale  a tutela della libertà di noi cittadini. Povero il Paese però che chiede al solo professor Pizzetti, mio ex maestro di diritto costituzionale a Torino, di combattere per la libertà Orazio sol contro l&#8217;Etruria tutta.</p>
<p>C&#8217;è una terza norma, nel decreto, ispirata allo stesso presupposto di queste due. E&#8217; l&#8217;introduzione di un regime di favore fiscale nei confronti di autonomi e microimprese che scelgano non la contabilità semplificata – il forfait del 20% per microimprese è stato praticamente già abolito o quasi da Tremonti, con la giustificazione che tropi cvi avevano fatto ricorso  che lo Stato ci rimetteva troppo – bensì in tutto e per tutto l&#8217;affidamento allo Stato. Girate direttamente all&#8217;amministrazione tributaria fatture emesse e fatture da pagare su cui scalare l&#8217;Iva, ed ecco che lo Stato da oggi si trasformerà nel vostro commercialista e vi farà la sconto. Quando l&#8217;ho illustrata in radio, non è mancato chi ha osservato “conveniente, finalmente potrò abolire il costo del commercialista”. Al che ho dovuto amaramente osservare che lo Stato è temibilmente abile, nel sedurre con le sue trappole il cittadino. Prima accumula una legislazione tributaria incomprensibile, farraginosa, e continuamente mutevole per mezzo di norme d&#8217;attuazione ballerine e circolari a getto continuo. Dopo di che, avendo lo Stato con la sua opacità impedito al contribuente di assolvere da solo al proprio dovere tributario se non al prezzo di incorrere in violazioni gravi dovute a incomprensioni e dunque a successive sanzioni spoliatrici, ecco che lo Stato se ne inventa un&#8217;altra e ti promette un favore se lo eleggi tuo commercialista e amico del cuore.</p>
<p>La fregatura c&#8217;è tutta, ovviamente. Rinunci non al commercialista, ma al fatto di poter opporre qualunque controdeduzione allo Stato che, tue fatture alla mano, ti calcola esso unilateralmente cifra d&#8217;affari, imponibile e imposta. Lo Stato non potrà mai stare dalla tua parte, a quello ci devi pensare tu. Lo Stato affamato ed esoso mira solo al tuo portafoglio.</p>
<p>Personalmente, ho grande stima e ammirazione di Attilio Befera e della sua squadra, l&#8217;uomo e l&#8217;apparato che con grande dedizione e lucidità hanno cambiato dalle fondamenta i connotati organizzativi e strumentali dell&#8217;amministrazione tributaria  e della gestione della riscossione pubblica, non più appaltata concessionari esterni. Ho pochi dubbi che le tre norme in questione derivino, come sempre o quasi sotto destra e sinistra da parecchi anni a questa parte, esattamente   dal vertice dell&#8217;Agenzia delle Entrate, e dalla sua collaborazione ed esperienza con Procure e Guardia di Finanza. Befera ha difeso a spada tratta in interviste la nuova svolta antievasione, e in questo gli do volentieri e pienamente ancora una volta atto che fa per intero il suo mestiere. A maggior ragione glie ne va dato atto quando dei delinquenti imbecilli si fanno venire in mente di mandare pacchi bomba ad Equitalia, con il validissimo direttore generale Marco Cuccagna che ci rimette un pezzo di mano e per questo merita ogni solidarietà, encomio e riconoscenza civile. Aggiungo naturalmente che apprendere che migliaia di vetture potenti sono intestate a contribuenti sotto i 20 mila euro l&#8217;anno di reddito, e idem dicasi per elicotteri ed aerei, non può che far prudere le mani (anche se su questo io ragiono coerente ai miei princìpi, e invece di liste di proscrizione pubbliche spaccaPaese credo che all&#8217;amministrazione spetti accertare caso per caso in silenzio, e con tenacia unita al rispetto).</p>
<p>Non è ai vertici amministrativi della lotta antievasione che va mossa l&#8217;obiezione. E&#8217; ai politici che presentano le norme. Ieri politici di centrodestra, prima di centrosinistra, oggi professori e tecnici. Tutt&#8217;e tre le categorie hanno evidentemente abdicato all&#8217;elementare difesa liberale del cittadino contribuente insegnataci da secoli di lotta dell&#8217;individuo contro le pretese eccessive dello Stato. Non c&#8217;è più, la sensibilità di Luigi Einaudi. La si addita e scambia pubblicamente per riprovevole e stomachevole fiancheggiamento dei nefandi evasori.</p>
<p>E invece no, non è così. La testa del primo re a cadere per una Rivoluzione contro la sua pretesa di tassare a discrezione fu quella di Carlo I.  La Grande Rivoluzione liberale britannica del 1688  pose le basi delle moderne costituzioni, e nacque sulla difesa contro le tasse esose. La Rivoluzione americana vide le Tredici Colonie americane spezzare gloriosamente nel fango le pretese tributarie della Corona Britannica.</p>
<p>Capisco che questi precedenti dicano magari poco alla sinistra, convinta dell&#8217;organicismo etico statuale e della prevalenza sempre e comunque dello Stato sulla persona, e sulla sua libertà. Ma che siano stati sedicenti liberali, ad avere negli anni recenti alle nostre spalle introdotto nel nostro ordinamento la possibilità che lo Stato entri nei miei conti bancari e congeli subito la sua pretesa unilaterale nei miei confronti, mentre per osare entrare in contenzioso nei suoi confronti a me si chiede di pagare subito un terzo della pretesa tributaria e relativi interessi e aggi, che tale rivoltante ribaltamento di ogni elementare tutela del diritto del cittadino nei confronti del rapace fisco pubblico si debba ai governi Berlusconi, personalmente mi è sempre risultato peggio che incomprensibile. Semplicemente una dichiarazione d&#8217;ignoranza. Da sempre premessa e suggello della schiavitù.  E tale resta, anche se tutti o quasi le battono le mani.</p>
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		<title>Il liberista Pisapia alla prova dell&#8217;Ecopass</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 13:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[albertini]]></category>
		<category><![CDATA[Ecopass]]></category>
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		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Non so se lo prenderebbe per un complimento, ma, se è vero quello che si legge, Giuliano Pisapia sta finalmente spingendo la politica del traffico in senso liberista. Ci voleva un comunista per fare la rivoluzione?
Il cardine della gestione del traffico a Milano è l&#8217;Ecopass, ossia il contributo che tutti coloro che entrano in auto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non so se lo prenderebbe per un complimento, ma, <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_agosto_31/ecopass-4-euro-tutti-veicoli-gennaio-sconti-1901401051963.shtml">se è vero quello che si legge</a>, Giuliano Pisapia sta finalmente spingendo la politica del traffico in senso liberista. Ci voleva un comunista per fare la rivoluzione?</p>
<p><span id="more-9983"></span>Il cardine della gestione del traffico a Milano è l&#8217;<a href="http://www.comune.milano.it/dseserver/ecopass/index.html">Ecopass</a>, ossia il contributo che tutti coloro che entrano in auto nella cerchia dei Bastioni sono chiamati a pagare in funzione della classe di inquinamento del loro veicolo. Il progetto era nato sotto la giunta di Gabriele Albertini come &#8220;congestion charge&#8221;, in base al principio che le strade sono un bene scarso e dunque devono avere un prezzo. Il prezzo deve essere funzione dell&#8217;offerta (che è fissa, almeno nel breve termine) e della domanda (che invece varia, tra l&#8217;altro, secondo le ore del giorno, i giorni della settimana, e le settimane dell&#8217;anno). Una congestion charge ha lo scopo primario di internalizzare la maggiore delle esternalità che ogni nuovo veicolo produce, e cioè l&#8217;esternalità da traffico; avendo l&#8217;effetto di fluidificare la circolazione (naturalmente se ben disegnata) essa ha pure la conseguenza secondaria di mitigare altre esternalità (per esempio l&#8217;inquinamento e gli incidenti).</p>
<p>Non appena insediata, la nuova giunta guidata da Letizia Moratti, grazie soprattutto all&#8217;impegno dell&#8217;assessore Edoardo Croci, ha completamente rivisto i criteri del contributo, spostandone la finalità dalla lotta al traffico alla lotta all&#8217;inquinamento e dunque tarando il livello della tariffa non sulle condizioni reali della congestione, ma sulla <a href="http://www.comune.milano.it/dseserver/ecopass/classi_inquinamento.html">classe di inquinamento</a>. Sicché un&#8217;auto a benzina Euro 4 può entrare gratis a Milano in qualunque momento, una Euro 0 deve pagare 10 euro al giorno. Al momento dell&#8217;introduzione di questo meccanismo, Ibl ha tentato prima di sollecitare un <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_34_Stagnaro.pdf">ritorno all&#8217;ispirazione originale</a>, e poi, attraverso <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=5651">un libro</a> e diverse pubblicazioni (per esempio <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_88_Ramella.pdf">qui</a> e <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=7511">qui</a>, oltre che su <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/ecopass/">Chicago-blog</a>), ha espresso dure critiche. Nei prossimi giorni pubblicheremo un nuovo paper di Francesco Ramella, che si è occupato per noi della questione, che fa il punto sui risultati raggiunti e analizza le diverse opzioni di riforma <a href="http://www.milanosimuove.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/commissione-ecopass1.pdf">suggerite</a> dalla Commissione tecnica incaricata dal Comune di &#8220;fare il tagliando&#8221; all&#8217;Ecopass.</p>
<p>Una riforma è infatti necessaria per varie ragioni, tra cui l&#8217;oggettivo fallimento di Ecopass (di cui daremo conto nel paper di Francesco) e i risultati del <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/politica/11_giugno_13/referendum-ambientali-ecopass-darsena-navigli-expo-alberi-energia-190857756857.shtml">referendum comunale di giugno</a> che, se letti in controluce, non sono stati esaltanti, specie rispetto agli altri quesiti comunali e nazionali. In più, nella sua versione attuale Ecopass è una tassa fortemente regressiva: colpisce infatti chi non può permettersi l&#8217;auto nuova. La filosofia della precedente giunta, insomma, sembra essere stata che, per ridurre l&#8217;inquinamento a Milano, bisognava tenere i poveri fuori dal centro, e se proprio dovevano entrare che almeno prendessero i mezzi pubblici e non stessero tra i coglioni.</p>
<p>In sostanza, Ecopass è una politica fallimentare dal punto di vista ambientale, dannosa da quello economico, e classista sotto il profilo redistributivo. A dispetto della retorica verde di cui non è avaro, era abbastanza ovvio che Giuliano il rosso dovesse metterci le mani. La cosa davvero interessante è che, <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_agosto_31/ecopass-4-euro-tutti-veicoli-gennaio-sconti-1901401051963.shtml">secondo quanto riferisce il Corriere della sera</a>, la soluzione che il sindaco avrebbe in mente è un ritorno all&#8217;origine (tecnicamente: una rivoluzione), ossia al progetto di Albertini che noi dell&#8217;Ibl sostenevamo e sosteniamo. In altri termini, sembra che Pisapia voglia ri-trasformare la &#8220;pollution&#8221; in &#8220;congestion&#8221; charge, in modo da &#8220;dare un prezzo&#8221; a quello che è il bene realmente scarso. In questa logica non conta l&#8217;età del veicolo (e dunque il reddito dell&#8217;automobilista) ma il suo ingombro; in questa ottica non sono giustificate esenzioni per veicoli &#8220;ecologici&#8221; (tipo metano o Gpl, che pure sembra resteranno esclusi) perché ogni auto o mezzo commerciale ha grossomodo lo stesso effetto sul traffico reale. Al contrario, è invece logico lasciare libero l&#8217;ingresso nelle ore in cui le strade sono vuote (quando c&#8217;è eccesso di offerta) e alzare il prezzo fino a un livello di equilibrio man mano che si riempiono. Dunque, il prezzo sarà diverso a seconda dell&#8217;ora e del giorno. Un altro aspetto rilevante, che però temo andrà disatteso (ma non si può pretendere tutto) è l&#8217;utilizzo del gettito di Ecopass: poiché si tratta di un contributo pagato dagli automobilisti, è giusto che venga impiegato a loro favore, per esempio nella manutenzione stradale o per gli investimenti per migliorare la viabilità, e non, come accade adesso, per finanziare la spesa corrente del comune o a favore del trasporto pubblico (che già gode di altri e ampi sussidi).</p>
<p>Se davvero le cose andranno in questo modo, finalmente avremo un sindaco che non dichiara guerra gli automobilisti ma coglie la natura del problema &#8211; il traffico &#8211; e cerca, pragmaticamente, di risolverlo. Una politica dei trasporti liberista è possibile.</p>
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		<title>Chi l&#8217;ha detto a proposito di chi? Concorso a premi</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 09:50:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
		<category><![CDATA[statista]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo che trova la soluzione, riceverà una copia omaggio del libro di Richard Epstein, Mercati sotto assedio.
Dicono che l&#8217;onorevole G. sia uomo di poche letture. Del che si deve dargli molta lode perché i grandi pensatori ed i grandi statisti mai sempre si curarono poco di inutili ed ingombranti letture, remora al pensiero ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo che trova la soluzione, riceverà una copia omaggio del libro di Richard Epstein, <em><a href="http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=7684&amp;level1=2220">Mercati sotto assedio</a></em>.</p>
<blockquote><p>Dicono che l&#8217;onorevole G. sia uomo di poche letture. Del che si deve dargli molta lode perché i grandi pensatori ed i grandi statisti mai sempre si curarono poco di inutili ed ingombranti letture, remora al pensiero ed impedimento all&#8217;azione. Talvolta però lo scarso leggere induce lo statista, assai più del pensatore, a credere d&#8217;aver fatto cosa che sarà giudicata mirabile dagli storici dell&#8217;avvenire come quella che precorreva i tempi nuovi ed incanalava su nuove vie la politica ed il movimento sociale del tempo. Oggi si chiama grande &#8216;fatto storico&#8217; la chiamata di un socialista a dar parere sulla situazione politica (&#8230;) Si consenta ad un dottrinario di confessare candidamente il suo smarrimento mentale a sentir dire che quello dell&#8217;onorevole G. fu un atto od un desiderio destinato a rimanere nella storia. Poiché fatto storico pare che sia soltanto quello dello statista grande, che figge lo sguardo nel futuro e chiama a sé i rappresentanti delle idee nuove destinate a rivoluzionare il mondo, a gittare un germe di rinnovamento in una società in dissoluzione. Invece l&#8217;onorevole G. ha guardato indietro, verso il passato, ed ha chiamato o desiderato di chiamare a sé il rappresentante di idee, che ignoro se siano mai esistite, ma che adesso sono ben morte.</p></blockquote>
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		<title>La pianificazione &#8220;leggera&#8221; di ItaliaFutura</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 07:04:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Ramella</dc:creator>
				<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[ItaliaFutura]]></category>
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		<description><![CDATA[Martedì scorso, a Genova, presentazione di Italia Futura Liguria, branca regionale dell’associazione presieduta da Luca Cordero di Montezemolo. Nell’occasione si è dibattuto di “una nuova politica per l’economia del mare”. La relazione introduttiva è stata svolta dal professor Ennio Cascetta, membro del direttivo dell’associazione, ordinario di pianificazione dei trasporti presso l’Università di Napoli e già [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Martedì scorso, a Genova, presentazione di Italia Futura Liguria, branca regionale dell’associazione presieduta da Luca Cordero di Montezemolo. Nell’occasione si è dibattuto di “una nuova politica per l’economia del mare”. La <a href="http://www.italiafutura.it/dettaglio/111720/riformare_una_nuova_politica_per_leconomia_del_mare">relazione introduttiva</a> è stata svolta dal professor Ennio Cascetta, membro del direttivo dell’associazione, ordinario di pianificazione dei trasporti presso l’Università di Napoli e già assessore ai trasporti della Regione Campania dal 2000 al 2010. Senza ombra di dubbio, come lo definisce Montezemolo, un cervellone.<br />
<span id="more-9445"></span>La disamina del professore prende avvio con l’esaltazione del ruolo della “economia del mare” in  Italia: le attività in qualche modo riconducibili a tale ambito rappresenterebbero il 3,4% del PIL e gli occupati del settore sarebbero poco meno di 700mila.<br />
C’è però un problema. Se l’economia del mare non è cresciuta di più in passato, se non ha esplicato tutte le sue potenzialità è perché “non ha ricevuto un’attenzione politica continua”. E’ quindi urgente: “ridargli una effettiva centralità politica a livello nazionale”.<br />
Per farlo occorre, prima di tutto, un nuovo ministro, anzi un “referente unico” che “possa fare sistema con i responsabili dell&#8217;Economia, delle Infrastrutture, delle Attività produttive, dell’Ambiente”<br />
A sua disposizione vi dovrebbe essere un “fondo unico trasporti sul quale fare confluire tutte le risorse pubbliche necessarie per il finanziamento delle infrastrutture strategiche”. A lui spetterebbe la pianificazione del settore.<br />
Pianificazione sì, ma “leggera”. Sembra infatti evidente al professore che, quella (pesante?) del passato non abbia funzionato molto bene; lui stesso auspica il superamento di “un approccio ormai obsoleto alla pianificazione, al finanziamento e alla realizzazione delle infrastrutture. Un approccio basato su lunghe <em>shopping list</em> di progetti, spesso nati nei decenni scorsi, con standard progettuali pesanti e costosi e di cui non sono oggi chiare le funzioni e le priorità”<br />
E i privati? Possono giocare un ruolo importante, apportare capitali ma solo “nel rispetto di un disegno nazionale condiviso”<br />
Molto ampio è poi il capitolo degli incentivi pubblici che dovrebbero essere previsti per: “lo <em>start up</em> di collegamenti marittimi integrati con l&#8217;autotrasporto su rotte strategiche per l&#8217; import-export italiano”, “lo sviluppo delle connessioni porto-retroporto con sistemi integrati e di collegamenti ferroviari”, “la costituzione di campioni nazionali della logistica”, “l’uso della ferrovia”.<br />
Il soggetto pubblico, che non è riuscito finora a soddisfare la domanda di figure professionali necessarie al settore, dovrebbe essere in grado di farlo domani, rilanciando “l’istruzione secondaria superiore e riallineandola alle prospettive del mercato” e creando “poli di eccellenza nei diversi settori del comparto marittimo”<br />
Considerato che la cantieristica commerciale italiana sta attraversando una stagione difficile dovuta alla concorrenza delle industrie del Far East, è inoltre necessaria una “politica industriale che spinga alla innovazione, crei condizioni di mercato paragonabili a quelle dei <em>competitors </em>europei e non disperda competenze e capacità produttiva figlie di una lunga tradizione”.<br />
Occorre immaginare “stimoli alla domanda” attraverso – lo sospettavate vero? &#8211;  “incentivi ed eco bonus” e “favorire l’accesso al credito con schemi e strumenti di finanziamento per il settore”. Non si potrà non “riconoscere la necessità di un parziale piano di riconversione industriale con contenimento dei costi e downsizing” ma senza “scendere sotto la massa critica della competitività internazionale” (la soglia, pare di capire, la deciderà il referente unico).<br />
<em>Vaste programme</em>, si direbbe, certo non alla portata di chiunque. E, infatti, il ministro del mare sarà affiancato dalla nuova “Agenzia Nazionale di supporto alla governance del cluster marittimo che unirà soggetti pubblici e privati”.<br />
Se si eccettua qualche importante accenno all’eliminazione di lacci e lacciuoli che ostacolano la crescita dei nostri porti, la direzione di marcia sembra chiara: più intervento pubblico, più spesa, più regolazione, meno mercato.<br />
Azzardiamo una previsione: che, fra una decina d’anni, si riconoscano i limiti della pianificazione, anche in versione <em>light</em>, e si decida di  lasciare un po’ più di spazio a quella “invisibile”. Dopo la svolta “socialdemocratica”, restiamo in fiduciosa attesa di quella liberale.</p>
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		<title>Grandi opere e consenso</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/06/29/grandi-opere-e-consenso/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 09:12:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Ramella</dc:creator>
				<category><![CDATA[trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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		<category><![CDATA[TAV]]></category>

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		<description><![CDATA[Distinti a distanti almeno quanto Oscar Giannino dai lanciatori di pietre dei centri sociali, riassumiamo le ragioni del “no liberale” alla TAV
“Abbattuto il muro dell’illegalità”. Così titolava l’altro ieri La Stampa l’editoriale dedicato all’operazione di polizia che ha portato allo sgombero del “fortino” con il quale si voleva impedire l’inizio dei lavori del tunnel geognostico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Distinti a distanti almeno quanto <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/06/27/no-tav-le-ragioni-di-pochi-in-buona-fede-e-un-paese-di-pazzi/">Oscar Giannino</a> dai lanciatori di pietre dei centri sociali, riassumiamo le ragioni del “no liberale” alla TAV</em></p>
<p>“Abbattuto il muro dell’illegalità”. Così titolava l’altro ieri La Stampa l’editoriale dedicato all’operazione di polizia che ha portato allo sgombero del “fortino” con il quale si voleva impedire l’inizio dei lavori del tunnel geognostico propedeutico alla realizzazione della linea ferroviaria fra Torino e Lione. E in termini simili si è espresso il commissario Virano che ha dichiarato: “questo cantiere ha tutti i crismi della legalità. In teoria può anche essere considerato sbagliato, ma è legale&#8221;. Questa è la democrazia. Si vota, si discute, si decide e poi la maggioranza ha il diritto di imporre a tutti le proprie scelte.<br />
<span id="more-9413"></span>Per la verità qualche dubbio sulla completa rispondenza della procedura adottata alla intricatissima normativa di settore rimane: basti pensare che, ad oggi, non è ancora stato approvato un progetto definitivo dell’opera e che, proprio in questi ultimi giorni, sono trapelate le prime notizie di una sostanziale modifica rispetto a quello originario. Ma non è su questo punto che vorremmo insistere.<br />
Ci interessa piuttosto analizzare la legittimità dell’approccio “democratico” alle grandi opere.<br />
Si dà per scontato che il governo rappresenti l’interesse generale, faccia da arbitro tra concezioni  contrapposte e debba far prevalere, anche con l’uso della forza se necessario, l’interesse nazionale contro quelli particolari. E’ il cliché adottato anche nel caso della TAV, definita come “opera strategica” per il futuro dell’Italia se non dell’Europa a cui si contrapporrebbero gli interessi di una piccola minoranza.<br />
Ma la realtà dei fatti fa a pugni con questo schema ideologico. Chiediamoci: chi saranno i beneficiari dell’opera? La collettività italiana nel suo insieme, una larga maggioranza dei cittadini? No, qualora venisse realizzata, a trarne giovamento sarebbe un’infima minoranza di italiani, qualche migliaio di persone che in media ogni giorno attraverserebbero il confine con la Francia. Non vi è dunque alcun interesse “superiore” da tutelare. Si tratta di due interessi contrapposti che dovrebbero essere considerati sullo stesso piano: quello di chi desidera spostarsi più velocemente e quello di coloro che risiedono nella Valle di Susa e che vogliono tutelare i propri beni (non dovrebbero avere invece voce in capitolo coloro che, giunti perlopiù da altrove, l’altro ieri lanciavano sassi e sacchi dell’immondizia incendiati contro poliziotti e carabinieri). Senza dimenticare l’interesse di tutti gli italiani a non vedere ulteriormente accresciuto il debito pubblico e/o la pressione fiscale.<br />
Difficile, se così stanno le cose, trovare buone ragioni per l’uso della forza. Giustizia vorrebbe che coloro che vogliono spostarsi più velocemente acquisissero su base volontaria, compensandoli in denaro o in altro modo, il consenso di tutti coloro che sono danneggiati dalla nuova infrastruttura. Solo con tale approccio, come spiega in uno <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_56_Salin.pdf">splendido paper</a> Pascal Salin, possono essere rispettati i diritti di tutti.<br />
Si dirà: così facendo nessuna “grande opera” potrebbe essere realizzata. Non è così. Agli albori del trasporto ferroviario e di quello stradale, non esisteva l’istituto dell’esproprio e l’acquisizione dei terreni avveniva su base volontaria. D’altra parte, la tecnologia ci consente oggi di minimizzare gli impatti delle “grandi opere” sia in fase di cantiere che dopo l’ultimazione dei lavori.<br />
Torniamo al caso della Val Susa. Una volta completata, l’infrastruttura correrebbe per la maggior parte del tracciato in galleria e non avrebbe alcun impatto negativo sulla comunità locale: al contrario, chi risiede nella zona trarrebbe vantaggio dal fatto che un certo numero di convogli che attualmente transitano lungo la linea storica verrebbe “dirottato” sulla nuova linea. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento alla costruzione dell’opera: come dimostra il caso del nuovo tunnel sotto il Gottardo (che gli svizzeri si faranno pagare dagli autotrasportatori italiani ed europei), i lavori possono essere condotti nel pieno rispetto della popolazione locale e dell’ambiente circostante.<br />
Certo, tutto questo comporta probabilmente costi aggiuntivi. Ma anche rubare un’auto più veloce e confortevole costa meno che non acquistarla con proprie risorse. Non sembra però essere questa una argomentazione molto convincente per giustificare il furto o il danneggiamento della proprietà altrui.</p>
<p>Crossposted  @ <a href="http://www.labussolaquotidiana.it/ita/home.htm">La Bussola Quotidiana</a></p>
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		<title>Al voto, al voto!</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/06/10/al-voto-al-voto/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 15:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[Nicolò non ha ricevuto la tessera elettorale. Lui trova la argomentazione alla base del mancato invio – i suoi due mesi scarsi di vita – del tutto speciosa; tanto più che la sua giovine età non ha trattenuto lo Stato dall’inviargli invece la tessera contenete il numero di codice fiscale.
  Un eclatante episodio di taxation [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nicolò non ha ricevuto la tessera elettorale. Lui trova la argomentazione alla base del mancato invio – i suoi due mesi scarsi di vita – del tutto speciosa; tanto più che la sua giovine età non ha trattenuto lo Stato dall’inviargli invece la tessera contenete il numero di codice fiscale.<span id="more-9231"></span></p>
<p>  Un eclatante episodio di <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/No_taxation_without_representation" target="_blank">taxation without representation </a></em>.</p>
<p>E tuttavia Nicolò ha ritenuto utile <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10346" target="_blank">farsi una propria idea sui referendum di domenica prossima </a>; un po’ per curiosità; un po’ per cominciare ad allenarsi per quando sarà chiamato a dire la sua.</p>
<p>Farsi un’idea è stato più facile a dirsi che a farsi. Tutto è molto complicato, almeno per una mente giovane; a partire dal fatto che se – per esempio – si è favorevoli al nucleare occorre votare no e se si è contrari occorre votare sì.</p>
<p>Riguardo al cosiddetto legittimo impedimento, Nicolò ha presto concluso che non lo riguarda. La norma è stata di fatto già cancellata dalla Corte Costituzionale; il voto su quel che ne rimane ha ora solamente un significato pro o contro Berlusconi. E Nicolò non ritiene valga per lui la pena di farsi un’opinione: per quanto un tramonto possa essere lungo, e per quanto si diano da fare al San Raffaele, quando lui potrà votare Berlusconi sarà fuori campo.</p>
<p>Sul nucleare è già difficile capre qual è l’oggetto del voto, considerato che le norme che ci si proponeva di abrogare sono già state abrogate. Viene invocato lo “spirito” della proposta referendaria e lo “spirito” della modifica introdotta in Parlamento. Nella sua beata ingenuità, Nicolò la pensa come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Beccaria">Cesare Beccaria </a>:</p>
<blockquote><p> non c’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge.</p></blockquote>
<p> Ancora più difficile capire la logica intorno alla quale si aggregano i diversi schieramenti. A Nicolò una cosa appare certa:  se vengono fermate le centrali nucleari, aumenteranno le emissioni di CO2; il che dovrebbe preoccupare chi crede ci sia un effetto serra, e crede che sia determinato dalle attività umane; ma invece proprio chi sembra allarmatissimo dall’effetto serra è fra i più accaniti sostenitori del no al nucleare (che vuol dire sì al referendum); valli a capire questi adulti!</p>
<p>Ma è riguardo ai due referendum sull’acqua che la cacofonia raggiunge il delirio. Quelli che strillano di più contro l’acqua privata sono gli stessi che diffondono informazioni terrorizzanti riguardo la scarsità dell’acqua. Ora, anche Nicolò sa che da che mondo è mondo per migliorare l’utilizzo di una risorsa scarsa la cosa migliore è lasciar fare al sistema dei prezzi. Né lo convince l’obiezione secondo la quale bisogna <a href="http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=10271&amp;level1=2220" target="_blank">mantenere basso il prezzo dell’acqua per non privarne i poveri </a>; non trova convincente che il miglior sistema per affrontare le povertà consista nella produzione pubblica di beni e servizi e nella loro vendita a prezzi fissati dalle autorità. Anche fra gli infanti del parco frequentato da Nicolò è infatti giunta voce che chi ci ha provato si è lasciato alle spalle alcuni milioni di morti e un immane disastro economico.</p>
<p>Con tutte le difficoltà del caso, Nicolò è giunto a farsi una propria opinione su tutti i quesiti referendari. Non dirà qui quale; se è segreto il voto, ancor di più è segreta l’intenzione di un infante che quel voto non potrà neanche dare. Forse qualche orientamento lo si desume da quanto appena raccontato.</p>
<p>Ma su una cosa l’orientamento di Nicolò è netto ed esplicito: a lui piacerebbe dire la sua; lui non può, ma invita chiunque possa a farlo: ANDATE A VOTARE! Altrimenti, se ancora una volta non sarà raggiunto il quorum, l’unica cosa che avremo abrogato sarà il referendum abrogativo; e Nicolò non potrà dire la sua neanche una volta compiuti i 18 anni.</p>
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		<title>La piovra della spesa pubblica secondo Ferrero (già un secolo fa)</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2011 14:40:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Generali]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
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		<description><![CDATA[In ogni giornata zeppa di analisi elettorali e di commenti, durante la quale le parole vuote quasi sempre prevalgono sulla riflessione e sull’approfondimento, può essere utile andare indietro nel tempo e abbeverarsi a un autore evergreen: quel Guglielmo Ferrero che nacque nel 1871 vicino a Napoli (a Portici) e per molti anni fu una delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In ogni giornata zeppa di analisi elettorali e di commenti, durante la quale le parole vuote quasi sempre prevalgono sulla riflessione e sull’approfondimento, può essere utile andare indietro nel tempo e abbeverarsi a un autore <em>evergreen</em>: quel Guglielmo Ferrero che nacque nel 1871 vicino a Napoli (a Portici) e per molti anni fu una delle firme principali &#8211; assieme a Edoardo Giretti, Maffeo Pantaleoni, Vilfredo Pareto &#8211; de <em>Il Secolo</em>, quotidiano di Milano che fu il primo giornale d’Italia e venne chiuso nel 1927 a causa del suo orientamento liberal-radicale.<span id="more-9143"></span></p>
<p>Nel 1922 sul <em>Secolo</em> Ferrero scrive un articolo che richiama l’attenzione su un dato macroscopico, non molto avvertito nell’Italia di allora – che pure stava precipitando verso la dittatura fascista – e su cui non si riflette neppure ai nostri giorni, che vedono il Paese decadere progressivamente da tanti punti di vista. In questa pagina Ferrero anticipa l’orologio del debito realizzato dall’IBL e punta il dito contro la spesa pubblica, i bilanci statali fuori controllo, la tassazione. Egli vede solo l’uovo del serpente, dato che allora lo Stato italiano era piccola cosa se confrontato a quanto è diventato ora, ma capisce  molto e intuisce ancora di più.</p>
<p>Il grande storico della società romana e dell&#8217;età napoleonica parla di &#8220;rapacità&#8221;, &#8220;spoliazione&#8221;, &#8220;immensità oceanica dello sbilancio&#8221;, ecc., evidenziando come un simile processo di espansione dello Stato possa causare solo conseguenze negative.</p>
<p>Non sarebbe una cattiva cosa se chi da domani dovrà reggere Milano o Napoli riflettesse sulle inquietudini di Ferrero e ne traesse un qualche insegnamento.</p>
<blockquote><p><em><strong>La testa di Medusa</strong></em></p>
<p>In mezzo ai proclami imperiosi del nuovo governo, fa impressione la timidezza e l’impaccio delle dichiarazioni, che il Ministro del Tesoro ha fatto ripetutamente agli organi della pubblica opinione, «Sì, faremo economia, ma non bisogna illudersi troppo; le economie sono e non sono possibili; nessun Ministero ne farà quante noi, ma&#8230;». Il bilancio dello Stato è la testa di Medusa, a cui popoli e governi non osano più, in tutta Europa, alzare gli occhi. Poiché in Italia incomincia, si dice, una epoca nuova, vogliamo provarci, noi, a guardare la faccia del mostro!</p>
<p>Uno solo tra i grandi Stati belligeranti dell’Intesa è quasi riuscito a pareggiare i suoi conti e a risanare la moneta: l’Inghilterra. Forse perché i suoi finanzieri sono più abili e audaci? No, perché l’arte di spremere i popoli è la sola che tutti gli Stati moderni conoscono a perfezione. La ragione è, purtroppo, nel tempo stesso più semplice e più profonda. L’Inghilterra sola è riuscita a pareggiare i suoi conti, perché l’Inghilterra sola, essendo più ricca ed essendo stata meno impoverita dalla guerra, è in grado di mantenere con uno sforzo supremo tutti gli smisurati impegni assunti durante la guerra. Gli altri Stati non si sono, durante la guerra e nei primi tre anni di pace, impegnati oltre la misura delle loro forze.</p>
<p>Anche questo nodo terribile, che sta per venire al pettine, incominciò ad arruffarsi con la Rivoluzione francese. La rapacità fiscale degli antichi regimi, è una delle tante invenzioni, con cui i governi, figli legittimi o spuri della Rivoluzione francese, hanno cercato di farsi belli con meriti immaginari. Gli antichi regimi davano ed esigevano poco; trascuravano i servizi pubblici, ma risparmiavano i contribuenti, rassegnandosi alle strettezze dei disavanzi cronici. Il difetto delle antiche imposte era non il peso soverchio, ma la cattiva ripartizione. Ma è venuto, tra le folgori e gli uragani, come un arcangelo, il secolo XIX, ed ha fatto finalmente giustizia: ha spogliato egualmente tutti!</p>
<p>Con il secolo XIX, e massimo dopo il ‘48, dominò quasi dappertutto, in Europa, il nuovo Stato, prodigo e rapace, che prende denari a tutti e li spande a larghe mani tra i suoi favoriti; che gode di largo credito ed ipoteca con quelli l’avvenire, come se gli appartenesse; che moltiplica i servizi pubblici, li dota generosamente, li amplia, li perfeziona, ma che vuole le casse sempre rigurgitanti. Guai se i conti non si chiudono a suo favore! Un disavanzo gli sembra poco meno che la prefazione dell’Apocalisse. Lo Stato insomma, che non ha paura di nessuna spesa, perché è sicuro di trovar sempre nelle tasche dei contribuenti e nei forzieri delle banche quanto denaro gli occorre; lo Stato, che vuole immedesimare la prosperità propria con la felicità universale.</p>
<p>Figlio della Rivoluzione francese, questo Stato prodigo e rapace ha prosperato in Europa dal ‘48 in poi, insieme con la vittoriosa espansione della civiltà quantitativa; perché la nuova era del ferro e del fuoco ha deposto ai suoi piedi ogni anno favolose ricchezze. Dal 1848 al 1914 spese, imposte e debiti sono cresciuti in tutta l’Europa, insieme con la prosperità pubblica. Lo Stato è diventato la prima potenza capitalistica, il pilone centrale della fortuna di ogni nazione. Più che per forza d’armi o per sincero consenso degli spiriti con le sue spesso nebulose ed equivoche dottrine, lo Stato moderno si è retto sino al 1914 per questo suo solidissimo credito. Ma dal credito, dalla potenza che il credito gli conferiva, è nata anche l’illusione che le spese e i debiti degli Stati potessero crescere illimitatamente.</p>
<p>Tra le molte illusioni, che da un secolo hanno esaltato l’energia della civiltà occidentale, una delle più potenti fu questa. Senza questa illusione la guerra mondiale non avrebbe potuto durare più di quattr’anni e il mondo non avrebbe osato di spendere, per combatterla, mille miliardi. Ma l’illusione ha condotto i maggiori Stati dell’Europa alla insolubile difficoltà presente. Che i governi abbiano impegnato i popoli al di là delle loro forze, tutti lo presentono e lo temono. L’universale angoscia, che nessuna ebbrezza della vittoria può vincere, nasce da questo oscuro timore. Ma quanti osano proporsi apertamente e risolutamente il quesito? Chi ha il coraggio di chiedersi se gli Stati belligeranti non hanno presunto troppo spensieratamente di se medesimi, caricando sulle spalle dei popoli un peso sotto il quale anche lo sforzo più estremo si spezzerebbe?</p>
<p>Eppure questo è il nodo delle difficoltà, attorno al quale la scienza dei finanzieri si trastulla da quattro anni, come fosse uno dei soliti noducci, in cui le finanze degli Stati sono inceppate nel secolo XIX. È invece un mostruoso nodo gordiano; e sinché non sarà tagliato, i ministri delle finanze si troveranno inchiodati tra due possibilità; quella di fare economie e quella di imposte adeguate alla immensità oceanica dello sbilancio.</p>
<p>Chi può sperare che si risparmino i miliardi necessari a salvare l’Europa dal fallimento, se gli smisurati impegni presi durante la guerra conservano il carattere di una inflessibile legge di ferro? Se gli interessi non consentono a un concordato equo e savio, in cui essi si salvino insieme alla società? E se questi miliardi non si risparmiano, chi può credere, per limitarsi al caso nostro, che si potranno estorcere all’Italia, anche riformando, come deve esser riformato, il nostro sistema fiscale, massimo se si vuoi ridare alla moneta un po’ del suo valore? Bisognerebbe supporre che sull’Italia impoverita dalla guerra si possano raddoppiare, al ragguaglio dell’oro, le imposte del 1914!</p>
<p>Che cosa accadrà allora se gli Stati si ostinano a voler pareggiare l’impareggiabile? Che dopo aver flagellato a sangue le nazioni, dovranno, per riempire i bilanci, spalancare di nuovo le cataratte, oggi socchiuse, della carta moneta. Lo Stato, il quale paga i frutti dovuti ai creditori, le pensioni promesse, gli stipendi scaduti con una moneta rinvilita ha già mancato alla parola e all’impegno. Adempie solo nella forma; di fatto è già in fallimento. Non sarebbe più leale, un concordato sincero che riconoscesse apertamente l’errore commesso?</p>
<p>Gli Stati di Europa si trovano innanzi non ad una difficoltà di ordine economico, ma ad una difficoltà di ordine morale. Tutta l’arte e tutta la scienza dei finanzieri non serviranno a nulla, se i popoli e gli Stati non faranno prima un grande esame di coscienza, se non riconosceranno di aver troppo presunto delle proprie forze, se non saranno disposti ai sacrifici necessari, per riparare questo formidabile errore, che sta minando nelle fondamenta l’edificio dei secoli. Ma questo esame e questo riconoscimento sono un atto della coscienza morale, con il quale la scienza delle finanze non ha nulla a vedere. Guai se i popoli non si accorgono che oggi, per salvare la loro fortuna, la scienza dei finanzieri non basta; occorre anzitutto che essi siano capaci di compiere un grande atto di sincerità e di lealtà. Senza questo coraggio, la scienza delle finanze sarà con la Tattica e la Strategia, il terzo becchino della civiltà moderna. Saprà il nuovo governo dare alla nazione l’esempio di questo coraggio?</p>
<p>Milano, 11 novembre 1922</p></blockquote>
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