<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>CHICAGO BLOG &#187; liberalizzazione</title>
	<atom:link href="http://www.chicago-blog.it/tag/liberalizzazione/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.chicago-blog.it</link>
	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</lastBuildDate>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=</generator>
		<item>
		<title>Fanno i dirigisti e le chiamano liberalizzazioni</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/30/fanno-i-dirigisti-e-le-chiamano-liberalizzazioni/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2012/01/30/fanno-i-dirigisti-e-le-chiamano-liberalizzazioni/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 14:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa Depositi e Prestiti]]></category>
		<category><![CDATA[governo Monti]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=11488</guid>
		<description><![CDATA[Qualunque individuo, se vuole tagliare il debito, deve rinunciare a una parte dei suoi attivi patrimoniali. Chi riduce la propria esposizione debitoria deve ritrovarsi patrimonialmente più povero. Con un&#8217;eccezione: lo Stato italiano, che sembra intenzionato a scendere nelle classifiche dei paesi più indebitati attraverso i giochi di prestigio. Il trucco consiste nella cessione delle partecipazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualunque individuo, se vuole tagliare il debito, deve rinunciare a una parte dei suoi attivi patrimoniali. Chi riduce la propria esposizione debitoria deve ritrovarsi patrimonialmente più povero. Con un&#8217;eccezione: lo Stato italiano, che sembra intenzionato a scendere nelle classifiche dei paesi più indebitati attraverso i giochi di prestigio. Il trucco consiste nella cessione delle partecipazioni del Tesoro alla Cassa depositi e prestiti (che è del Tesoro al 70 per cento). Il progetto è stato rivelato alcuni giorni fa da <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/01/24/privatizzazioni-a-la-tre-carte/" target="_blank">Massimo Mucchetti</a>, che oggi <a href="http://www.corteconti.it/opencms/opencms/handle404?exporturi=/export/sites/portalecdc/_documenti/rassegna_stampa/ocr/2012013020786372.txt&amp;]" target="_blank">torna sul tema</a> rispondendo anche, indirettamente, ad alcune <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/01/24/privatizzazioni-a-la-tre-carte/" target="_blank">mie critiche</a>.</p>
<p><span id="more-11488"></span>Prima di entrare nel merito vale la pena ricordare un paio di questioni. La Cdp è la &#8220;<a href="http://www.cassaddpp.it/cdp/Areagenerale/Informazionifinanziarie/index.htm" target="_blank">banca</a>&#8221; del governo, che si finanzia prevalentemente attraverso la raccolta postale e detiene quote in gran parte delle partecipazioni cosiddette &#8220;strategiche&#8221;. Negli anni, Cdp si è dilatata, fino a essere presente in un ampio spettro di settori e aziende, che vanno dalle energie rinnovabili alle infrastrutture, dalla banda larga agli ospedali, direttamente o attraverso altri veicoli quali, in particolare, il fondo guidato da Vito Gamberale, F2i, sul quale abbiamo già avuto <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=4702" target="_blank">molto da ridire fin dalla sua creazione</a>. Proprio per la sua natura di strumento pubblico, la Banca d&#8217;Italia ha sollecitato (e ottenuto) che fossero posti dei vincoli alla possibilità per la Cassa di &#8220;farsi banca&#8221; a tutti gli effetti. Per esempio, essa non può collocare le sue obbligazioni presso i risparmiatori.</p>
<p>La logica del passaggio delle azioni dal Tesoro a Cdp è puramente statistica, contabile e formale. Dice Massimo:</p>
<blockquote><p>la Cdp è considerata da Eurostat fuori dal perimetro della pubblica amministrazione&#8230; Grazie a questo status gli incassi che lo Stato realizza cedendo i suoi cespiti alla Cdp possono essere detratti dal debito pubblico.</p></blockquote>
<p>A sostegno di questa possibilità, Mucchetti cita i casi &#8211; del tutto analoghi &#8211; delle controparti francese e tedesca della Cdp, la Caisse des Dépôts e la Kfw.</p>
<p>La domanda di fondo è: tale passaggio è utile? A me pare proprio di no. E non solo per le ragioni che ho già esplicitato &#8211; cioè che non si tratterebbe di una vera privatizzazione e quindi non sortirebbe il genere di effetti pro-crescita e pro-concorrenza (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf" target="_blank">PDF</a>) che ci si può attendere altrimenti. Non è un passaggio utile per due ragioni diverse.</p>
<p>Una riguarda la stessa Cdp. Procedere lungo questa strada significa cambiare sempre più il volto di questo soggetto, facendone la holding &#8220;non dichiarata&#8221; di tutte le partecipazioni pubbliche, ossia una sorta di ministero delle Partecipazioni statali &#8220;informale&#8221; che, per ragioni definitorie, potrebbe non rientrare nelle statistiche comunitarie. Su questo, peraltro, sussistono dei dubbi, visto che il fatto che questo comportamento sia stato consentito anni fa a Parigi e Berlino non implica automaticamente che Roma potrebbe battere la stessa strada oggi senza problemi. Il punto è che, dal punto di vista sostanziale, poco cambierebbe: sarebbe pur sempre il Tesoro a scegliere gli amministratori delegati delle società pubbliche e a influenzarne le strategie, oltre che a esserne influenzato nelle proprie politiche e in quelle degli altri ministeri, sicché, ancora una volta, non saremmo di fronte ad altro che un mero cambio di etichetta. Peraltro con qualche difficoltà interna alla Cdp stessa, immagino: siamo sicuri che il 30 per cento di fondazioni azioniste accetterebbero senza battere ciglio una manovra che potrebbe avere l&#8217;effetto di patrimonializzare di più la Cassa, rendendo però meno agevole l&#8217;erogazione di dividendi? Le fondazioni bancarie saranno anche investitori lungimiranti e attenti al lungo termine e legati al territorio e tutte le altre cose che per prassi si dicono, ma nessuno le ha mai accusate di essere troppo indifferenti all&#8217;entità delle cedole&#8230;</p>
<p>L&#8217;altro aspetto è ancora più fondamentale. Supponiamo che, come dice Massimo, la Cdp trovi il modo di trasferire 50 miliardi di euro al Tesoro, in cambio delle azioni da esso detenute. E allora? Questo farebbe improvvisamente &#8220;sparire&#8221; quei 50 miliardi? Oppure, utilizzandoli a riduzione del debito, lo Stato si troverebbe &#8220;più povero&#8221; di 50 miliardi? Perché la grande ambiguità di tutto il progetto sta nell&#8217;illusione ottica per cui il gioco &#8220;Tesoro + Cdp&#8221; possa essere a somma zero. Delle due l&#8217;una: o il Tesoro utilizza davvero quei 50 miliardi a riduzione del debito, nel qual caso il gioco è comunque a somma negativa; oppure &#8220;se li imbosca&#8221; per finanziare spesa corrente, nel qual caso è a somma ancor più negativa. Senza che, a fronte di ciò, possa registrarsi alcuna altra conseguenza desiderabile.</p>
<p>Il punto a me pare sempre lo stesso: se si privatizza, si privatizza non solo per far cassa ma anche per cambiare i connotati al mercato. In caso contrario, siamo sempre fermi al nastro di partenza. Lo Stato non è disposto a disfarsi della bombetta da imprenditore, e quel che pudicamente chiama &#8220;privatizzazione&#8221; non è altro che la sostituzione dell&#8217;interventismo sfacciato all&#8217;interventismo smart.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2012/01/30/fanno-i-dirigisti-e-le-chiamano-liberalizzazioni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Alle farmacie sarebbe convenuta la fascia C invece delle misure approvate? – di Fabrizio Gianfrate</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/30/alle-farmacie-sarebbe-convenuta-la-fascia-c-invece-delle-misure-approvate-di-fabrizio-gianfrate/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2012/01/30/alle-farmacie-sarebbe-convenuta-la-fascia-c-invece-delle-misure-approvate-di-fabrizio-gianfrate/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 10:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[distribuzione]]></category>
		<category><![CDATA[farmaci]]></category>
		<category><![CDATA[farmacie]]></category>
		<category><![CDATA[grande distribuzione]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[parafarmacie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=11477</guid>
		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Fabrizio Gianfrate.
Rispetto a quanto approvato, alle farmacie è convenuto di più quanto approvato nel decreto sulle liberalizzazioni o, come originariamente previsto e da esse fortemente osteggiato e rifiutato, l’allargamento della distribuzione a GDO e parafarmacie anche dei farmaci di fascia C con obbligo di ricetta?
Ho già espresso in questa sede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Fabrizio Gianfrate</em>.</p>
<p>Rispetto a quanto approvato, alle farmacie è convenuto di più quanto approvato nel decreto sulle liberalizzazioni o, come originariamente previsto e da esse fortemente osteggiato e rifiutato, l’allargamento della distribuzione a GDO e parafarmacie anche dei farmaci di fascia C con obbligo di ricetta?</p>
<p><span id="more-11477"></span>Ho già espresso in questa sede alcune perplessità sull’efficacia delle misure sulle farmacie del decreto &#8220;Cresci Italia&#8221; riguardo all&#8217;incapacità di generare risparmio e vantaggio per i cittadini e sviluppo economico e occupazionale, ovvero gli obiettivi del provvedimento stesso.</p>
<p>Il netto rifiuto delle farmacie all’allargamento della vendita nella GDO e nelle parafarmacie anche ai medicinali a pagamento diretto ma con obbligo di prescrizione medica, i fascia C con ricetta ha portato il Governo a ripiegare sulle misure poi approvate: 5000 (o forse più) nuove farmacie, il pagamento di ogni farmacia a un fondo perequativo destinato a quelle con bassi introiti, l&#8217;assunzione forzata di uno o più collaboratori in funzione degli alti ricavi.</p>
<p>Il passaggio a GDO e parafarmacie anche della fascia C con ricetta avrebbe comportato una perdita media netta di profitto annuo per ogni singola farmacia intorno i 1500 €.</p>
<p>Infatti il mercato dei farmaci di fascia c con ricetta ammonta a 3000 milioni di euro. La quota di mercato a valore degli OTC uscita dalla farmacia a 5 anni dal decreto ammonta al 7%, ormai stabile. Si può ipotizzare un valore analogo per i fascia C con ricetta, benché questi abbiano peculiarità che possono frenare il paziente dal non acquistarli nella propria farmacia di fiducia (sono prevalentemente benzodiazepine, pillole anticoncezionali e medicinali per la disfunzione erettile) che corrisponderebbe ad una perdita media in ricavi di 210000 euro pari a 12000 € per farmacia pari ad un profitto netto perduto in media da ogni farmacia, appunto, di 1500 €.</p>
<p>Siamo certi che questa perdita di 1500 € per ognuna di esse sarebbe stata superiore a quella che verrà dall&#8217;aggiunta al sistema di 5000 farmacie, con il mercato stagnante quindi da re distribuire tra 22500 farmacie contro le attuali 17500, dal pagamento dovuto al fondo delle farmacie dai bassi ricavi, presumibilmente molte delle nuove 5000 e dall&#8217;assunzione forzata di uno o più collaboratori in funzione degli altri ricavi?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2012/01/30/alle-farmacie-sarebbe-convenuta-la-fascia-c-invece-delle-misure-approvate-di-fabrizio-gianfrate/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Acqua. Ora si balla</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/06/27/acqua-ora-si-balla/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/06/27/acqua-ora-si-balla/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 15:12:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Della Vedova]]></category>
		<category><![CDATA[lanzillotta]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[pdl]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[terzo polo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=9387</guid>
		<description><![CDATA[Un gruppo di deputati del Terzo polo &#8211; Benedetto Della Vedova, Linda Lanzillotta e altri &#8211; ha fatto propria la proposta del Pd sull&#8217;acqua, presentandola come emendamento alla legge comunitaria. La logica è ineccepibile: visto che il referendum ha travolto la legge Ronchi-Fitto, che faceva parte della comunitaria scorsa per adeguare la gestione dei servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un gruppo di deputati del Terzo polo &#8211; Benedetto Della Vedova, Linda Lanzillotta e altri &#8211; ha fatto propria la proposta del Pd sull&#8217;acqua, <a href="http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/acqua-il-terzo-polo-ripresenta-il-ddl-bersani-901375/">presentandola come emendamento</a> alla legge comunitaria. La logica è ineccepibile: visto che il referendum ha travolto la legge Ronchi-Fitto, che faceva parte della comunitaria scorsa per adeguare la gestione dei servizi idrici alla cornice europea, occorre dare adeguata copertura normativa al settore. Usare la proposta del Pd come alternativa al vuoto referendario è un&#8217;idea che, qui, abbiamo lanciato <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/06/13/il-buco-nellacqua-con-una-proposta-per-uscire-dal-guado/">fin da subito</a>. Ora ci divertiamo.</p>
<p>Cominciamo con tre domande (abbastanza retoriche, ma le facciamo lo stesso) nella speranza che qualcuno ci dia una risposta: cosa ne pensa il Pdl? Cosa ne pensa il Pd? Cosa ne pensa il movimento referendario? Confidiamo in una risposta.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/06/27/acqua-ora-si-balla/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Treni e rinnovabili: IBL sfida Legambiente</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/04/03/treni-e-rinnovabili-ibl-sfida-legambiente/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/04/03/treni-e-rinnovabili-ibl-sfida-legambiente/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 03 Apr 2011 16:12:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[fotovoltaico]]></category>
		<category><![CDATA[legambiente]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[rinnovabili]]></category>
		<category><![CDATA[sussidi]]></category>
		<category><![CDATA[Trenitalia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=8657</guid>
		<description><![CDATA[La pubblicazione dell’ultimo rapporto IBL sul costo dei sussidi verdi (qui lo studio e qui l’articolo del Sole 24 Ore che ne anticipava i risultati) ha suscitato polemiche di vario tipo. In particolare i nostri numeri hanno fatto arrabbiare Legambiente. Tuttavia l’organizzazione ecologista non ci rivolge critiche specifiche, scegliendo piuttoso una risposta benaltrista: è “ben [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pubblicazione dell’ultimo rapporto IBL sul costo dei sussidi verdi (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL_Memo-Rinnovabili.pdf">qui</a> lo studio e <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-04-01/bonus-verdi-miliardi-costi-064149.shtml?uuid=AaFppDLD&amp;fromSearch">qui</a> l’articolo del Sole 24 Ore che ne anticipava i risultati) ha suscitato polemiche di vario tipo. In particolare i nostri numeri hanno <a href="http://www.greenme.it/informarsi/green-economy/4513-quarto-conto-energia-incentivi-fotovoltaico-decreto-romani-regioni-assosolare">fatto arrabbiare</a> Legambiente. Tuttavia l’organizzazione ecologista non ci rivolge critiche specifiche, scegliendo piuttoso una risposta benaltrista: è “ben altro” che fa lievitare i costi delle bollette, a partire dai sussidi a Trenitalia. Se fosse una partita a poker, rilancerei.</p>
<p><span id="more-8657"></span>Rilancerei non prima di aver sottolineato che i nostri numeri possono senza dubbio essere messi in discussione, ma per la ragione opposta: se abbiamo sbagliato, lo abbiamo fatto nel senso di <em>sottostimare</em>, e pesantemente, l’entità dell’onere rappresentato dalle rinnovabili. Per fare solo due esempi delle ipotesi vergognosamente conservative alla base del nostro studio, abbiamo supposto per i pannelli fotovoltaici appena 700 ore di funzionamento all’anno, in modo tale da limitare al massimo il flusso di sussidi. Per stimare l’incremento di costo del MWh, abbiamo preso a riferimento la domanda di rete e non il consumo finale. Insomma: mi troverei molto più in difficoltà di fronte all’accusa di aver sminuito l’extracosto verde, anziché a quella di averlo esagerato. Per esempio, per il 2011 noi stimiamo per il fotovoltaico 1,6-17 miliardi di euro, mentre l’Autorità per l’energia <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/11/006-11pas.pdf">parla</a> (più correttamente) di 2,8 miliardi. E’ proprio questo che, a mio modo di vedere, rende impressionanti i nostri risultati: a dispetto di ipotesi al limite (o oltre il limite) dell’irrealtà, il livello dei sussidi (in particolare per il fotovoltaico, e perfino in uno scenario di riduzioni drastiche) è ingiustificato sia rispetto ai costi di generazione, sia rispetto ai presunti benefici ambientali.</p>
<p>Assodato, dunque, che da questo punto di vista Legambiente ha poco da protestare – e infatti, almeno per quel che ho letto, non protesta – resta l’argomento benaltrista. <a href="http://www.casaeclima.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7108:legambiente-basta-bugie-sui-costi-delle-rinnovabili-in-bolletta&amp;catid=1:latest-news&amp;Itemid=50">Dice</a> il presidente dell’organizzazione, Vittorio Cogliati Dezza:</p>
<blockquote><p>I costi elevati delle nostre bollette – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza &#8211; sono dovuti, in gran parte, all’aumentata dipendenza dell’Italia dal petrolio, e ben altre voci andrebbero eliminate per far diminuire la spesa dei cittadini. Mi riferisco al costo per i Cip 6 delle fonti assimilate piuttosto che alle Tariffe speciali Fs o ancora alla quota per il decommissioning delle centrali nucleari e non solo.</p></blockquote>
<p>Qualcosa del genere me l’ha detto il responsabile energia di Legambiente, Edoardo Zanchini, quando ci siamo incontrati un paio di giorni fa. Ora, specialmente riguardo alle agevolazioni per Trenitalia, tema su cui ho avvertito una particolare attenzione da parte di Edoardo, Legambiente sfonda con noi una porta <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_65_Ferrovie.pdf">aperta</a>, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_126_Giuricin.pdf">apertissima</a>, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_145_Giuricin.pdf">spalancata</a>, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_98_Bozzi.pdf">inesistente</a>, anzi <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_179_Bracalini_Melini.pdf">neppure una porta</a>. Da qui nasce la mia sfida:</p>
<p>1)      Lanciamo una campagna IBL-Legambiente per <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_152_Brenna.pdf">azzerare</a> i finanziamenti pubblici che non siano il corrispettivo di un servizio, e per assegnare obbligatoriamente tutti i servizi pubblici attraverso procedure competitive, oltre che cancellare dalla faccia della terra scandali come quello a cui abbiamo assistito nel caso di <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9794">Arenaways</a>.</p>
<p>2)      Lanciamo una campagna IBL-Legambiente per separare la rete ferroviaria Rfi da Trenitalia e le altre società operative, in modo tale da garantire una <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_49_Ferrovie.pdf">reale liberalizzazione</a> del trasporto ferroviario: più concorrenza significa maggiore efficienza, servizi migliori e quindi una maggiore fruizione da parte del pubblico.</p>
<p>3)      Lanciamo una campagna IBL-Legambiente per privatizzare almeno la parte commerciale dell’azienda (cioè tutto tranne la rete), visto che non c’è alcuna ragione al mondo per mantenere in mani pubbliche una compagnia che compete con altre per la fruizione di un servizio sul mercato.</p>
<p>Fare questi tre passi vorrebbe dire dotare il paese di una moderna infrastruttura ferroviaria e stimolare un confronto competitivo che, <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=9440&amp;level1=2166&amp;codice=2140">come accade nei paesi più avanzati</a>, stimola la domanda (anche se naturalmente l’azzeramento dei sussidi può implicare, specie nelle fasi iniziali, un aumento dei biglietti o una riduzione del servizio, processo che col tempo porterà a servire le tratte profittevoli al prezzo “corretto”, più le tratte di servizio pubblico la cui gestione andrebbe affidata tramite gara).</p>
<p>Lo dico senza mezzi termini: i sussidi a Trenitalia sono uno scandalo. Ma questo non rende meno scandolosi, o meno scandolasamente alti, i sussidi ad alcune fonti rinnovabili. Su questi ultimi possiamo avere idee diverse, ma sui primi evidentemente no. A questo punto sta a voi provare che la vostra era una critica in buona fede e non benaltrismo sterile visto che, per quel che mi e ci riguarda, l’abbiamo ben più che raccolta. Ci state?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/04/03/treni-e-rinnovabili-ibl-sfida-legambiente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>27</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Come fai a sapere se un monopolista sta mentendo?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/03/11/come-fai-a-sapere-se-un-monopolista-sta-mentendo/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/03/11/come-fai-a-sapere-se-un-monopolista-sta-mentendo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 12:08:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scaroni]]></category>
		<category><![CDATA[snam rete gas]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=8539</guid>
		<description><![CDATA[La barzelletta americana sugli agenti federali mi è venuta in mente leggendo le ultime su Snam Rete Gas. La risposta in fondo al post.
Incontrando gli analisi finanziari a Londra, l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, ha parlato della situazione del gruppo, del suo indebitamento, delle sue strategie di crescita, dell&#8217;impatto della Libia e di molte altre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La barzelletta americana sugli agenti federali mi è venuta in mente leggendo le <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-03-10/incognita-libia-piano-20112014-161157.shtml?uuid=AazMw2ED">ultime</a> su Snam Rete Gas. La risposta in fondo al post.</p>
<p><span id="more-8539"></span>Incontrando gli analisi finanziari a Londra, l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, ha parlato della situazione del gruppo, del suo indebitamento, delle sue strategie di crescita, dell&#8217;impatto della Libia e di molte altre cose. Ha però anche parlato di Snam Rete Gas, rivelando una inedita &#8211; apparentemente &#8211; disponibilità a discutere sul suo futuro. Scaroni, che ha definito la vicenda una &#8220;saga&#8221; e ha ribadito quanto già detto in passato, cioè di non avere &#8220;<a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=42892209">dogmi</a>&#8221; sulla proprietà della rete di trasporto nazionale, si è però espresso in modo più esplicito che in passato. Ha detto:</p>
<blockquote><p>Se trovassimo un compratore gradito al Governo italiano che ce la pagasse più del valore di mercato, allora potremmo considerare di cedere Snam.</p></blockquote>
<blockquote><p>Resistendo alle pressioni per la vendita abbiamo fatto un favore ai nostri azionisti oggi abbiamo le mani libere e possiamo scegliere cosa fare.</p></blockquote>
<p>Inoltre ha aggiunto di essere &#8220;contento&#8221; della performance della controllata e del contesto regolatorio emerso dal decreto di recepimento del terzo pacchetto energia.</p>
<p>(<a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=51362">qui</a> il resoconto di <em>Quotidiano energia</em>, <a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=92028">qui</a> quello di <em>Staffetta quotidiana</em>).</p>
<p>I manager, si sa, sono come Dio: scrivono dritto su righe storte. Quindi, per interpretarli correttamente, non basta guardare le sacre scritture: occorre anche tener presente la tradizione e il magistero della <a href="http://www.eni.com">Chiesa</a>.</p>
<p>La posizione del capo di Piazzale Mattei appare più che ragionevole: egli dice di essere disposto a vendere pur di ottenere una congrua remunerazione, che nessuno gli vuole negare, e purché il governo sia d&#8217;accordo. Tutto ciò contrasta con la memoria storica &#8211; anche recente &#8211; riguardo le posizioni del gruppo, che (dicono i maligni) pare sia estremamente sensibile a qualunque <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">intervento</a> possa far vacillare la <a href="http://www.soldionline.it/notizie/azioni-italia/eni-conferma-le-indicazioni-sul-dividendo-del-2011">fede</a> dei <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it">credenti</a>, mettendone in dubbio l&#8217;unità mistica (oil company, utility e rete). Ma questi sono pettegolezzi che solo dei maldicenti come noi di Chicago-blog pensano di prendere sul serio.</p>
<p>Quel che non è pettegolezzo, ma è ampiamente documentato anche da dichiarazioni pubbliche, è una sorta di cortocircuito sottostante la &#8220;apertura&#8221;, come l&#8217;hanno definita i giornali di oggi, di Scaroni. Infatti, egli dice di essere disposto a vendere se il governo è d&#8217;accordo. Bene. Ma qual&#8217;è la posizione del governo? Ce lo rivela una recente dichiarazione del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, relativa al recepimento del terzo pacchetto energia, secondo cui il governo &#8220;<a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201102011706001524&amp;chkAgenzie=PMFNW">può convergere</a>&#8221; sulle posizioni dell&#8217;Eni. Dunque, credo di poter dedurre che il governo è d&#8217;accordo se l&#8217;Eni è d&#8217;accordo. Questo mi aiuta a capire la tranquillità di Scaroni.</p>
<p>Che, però, si spinge oltre. Sostiene che la mancata vendita sia stata &#8220;un favore ai nostri azionisti&#8221;. Cosa significa? Io che sono ottuso, riesco a dare solo due possibili interpretazioni: 1) significa che Scaroni è un uomo disinteressato e generoso che ha &#8220;resistito&#8221; a un <a href="http://www.parlamento.it/parlam/leggi/03290l.htm">obbligo di legge</a> nonché alle <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_presentazione.pdf">pressioni del regolatore</a> per il bene dei suoi poveri, inermi e maltrattati azionisti; 2) significa che l&#8217;Eni trae, dal controllo di Snam Rete Gas, un beneficio che va al di là del rendimento finanziario dell&#8217;investimento. Un momento, però: non sta scritto in ogni documento ufficiale, nelle norme nazionali, nelle direttive europee, che l&#8217;infrastruttura deve essere gestita in modo del tutto terzo e indipendente, e che cioè essa <em>non può </em>generare benefici come, per fare solo un esempio, quelli connessi all&#8217;attuazione di una politica di investimenti orientata a tenere fuori dal mercato i concorrenti?</p>
<p>Comunque, prendiamo atto con gioia che l&#8217;Eni non ha obiezioni di principio alla cessione della rete e che, se il <a href="http://www.eni.com">governo</a> è d&#8217;accordo, l&#8217;<a href="http://www.governo.it">Eni</a> è d&#8217;accordo.</p>
<p>Ah, dimenticavo la barzelletta. Come si fa a sapere se un agente federale sta mentendo? Muove le labbra.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/03/11/come-fai-a-sapere-se-un-monopolista-sta-mentendo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>17</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Servizi postali: una liberalizzazione incompiuta</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/01/03/una-liberalizzazione-incompiuta/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/01/03/una-liberalizzazione-incompiuta/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 08:27:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Trovato</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Romani]]></category>
		<category><![CDATA[poste italiane]]></category>
		<category><![CDATA[regolamentazione]]></category>
		<category><![CDATA[servizi postali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=7898</guid>
		<description><![CDATA[I primi giorni dell&#8217;anno marcano l&#8217;esordio della liberalizzazione dei servizi postali, voluta dall&#8217;Unione Europea ed accolta con riluttanza dal legislatore italiano. Se i nomi hanno un significato, di &#8220;liberalizzazione&#8221; sembra, invero, generoso parlare a proposito del decreto di recepimento approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri nell&#8217;ultima seduta del 2010.
Contrariamente alle previsioni più ottimistiche, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I primi giorni dell&#8217;anno marcano l&#8217;esordio della liberalizzazione dei servizi postali, voluta dall&#8217;Unione Europea ed accolta con riluttanza dal legislatore italiano. Se i nomi hanno un significato, di &#8220;liberalizzazione&#8221; sembra, invero, generoso parlare a proposito del decreto di recepimento approvato in via preliminare dal <a href="http://www.governo.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp?d=61587">Consiglio dei Ministri</a> nell&#8217;ultima seduta del 2010.</p>
<p>Contrariamente alle previsioni più ottimistiche, il testo del provvedimento non pare discostarsi dalla bozza anticipata da <a href="http://www.ilfoglio.it/duepiudue/717">2+2</a>, principalmente in virtù della volontà di tutelare il sottostante <a href="http://www.ilfoglio.it/duepiudue/750">accordo politico</a>, che ha vanificato un&#8217;opportunità di rielaborazione del documento governativo.</p>
<p>In un recente <a href="http://bit.ly/h0n2Ga">Briefing Paper</a> ho tentato di delineare i tratti fondamentali di un processo di liberalizzazione credibile ed efficace del comparto: le norme licenziate dal Consiglio dei Ministri mancano il confronto con tutte le proposte suggerite. Non v&#8217;è traccia di aggressione alla posizione dominante di Poste Italiane, alle asimmetrie con i concorrenti, alle ambiguità sul futuro dell&#8217;ex monopolista. È esclusa qualsiasi prospettiva di sviluppo del mercato liberalizzato, tale da prescindere dal ruolo centrale dell&#8217;operatore pubblico.</p>
<p><a>Colpisce particolarmente la mancata assegnazione delle mansioni di regolamentazione all&#8217;ente maggiormente titolato ad occuparsene: Agcom, mentre &#8211; </a>lo ricorda <a href="http://bit.ly/hvyAaH">Fulvio Sarzana</a> - la stessa Autorità viene investita di responsabilità che poco hanno a che vedere con le sue competenze.  Altrettanto criticabili la delimitazione del servizio universale (si pensi all&#8217;inclusione sino al giugno 2012 del <em>direct mail</em>), ed il mantenimento della riserva su alcuni servizi potenzialmente contendibili (ad esempio, gli invii raccomandati relativi agli atti giudiziari).</p>
<p>Come ha ricordato <a href="http://bit.ly/hKJy0D">Paolo Gentiloni</a> su <em>Il Sole 24 Ore</em>, la possibilità di rettificare lo schema di provvedimento è ora concessa al Parlamento &#8211; che dovrà esaminare il testo prima della definitiva approvazione. Un profondo ripensamento del decreto è indispensabile ad evitare che, già a gennaio, la liberalizzazione dei servizi postali vada annoverata tra i buoni propositi traditi del 2011.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2011/01/03/una-liberalizzazione-incompiuta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Basta con gli sregolati. Rimettere le regole al centro</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/10/28/basta-con-gli-sregolati-rimettere-le-regole-al-centro/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2010/10/28/basta-con-gli-sregolati-rimettere-le-regole-al-centro/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 15:49:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[statalismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=7427</guid>
		<description><![CDATA[Tutti siamo servi della legge perché possiamo essere liberi, scriveva Cicerone nell&#8217; Oratio pro Cluentio. Proprio per questo il magistrato romano si rivolgeva all&#8217;assemblea con una formula di rito, per la quale se nella legge si fosse successivamente scoperto che qualcosa vi era di illegittimo, l&#8217;approvazione sarebbe stata nulla. Può sembrare anticaglia, ricordarlo. Invece, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti siamo servi della legge perché possiamo essere liberi, scriveva Cicerone nell&#8217; <em>Oratio pro Cluentio.</em> Proprio per questo il magistrato romano si rivolgeva all&#8217;assemblea con una formula di rito, per la quale se nella legge si fosse successivamente scoperto che qualcosa vi era di illegittimo, l&#8217;approvazione sarebbe stata nulla. Può sembrare anticaglia, ricordarlo. Invece, è essenziale. In un Paese come l&#8217;Italia, dove si stima che il mancato rispetto della rule of law e l&#8217;incertezza del diritto ci costino l&#8217;equivalente di 400 miliardi di mancato Pil ogni anno cioè quasi un terzo della ricchezza prodotta, riporre le regole al centro della vita pubblica è una strategia di successo sicuro per la crescita. Ed è questo, ciò che propone Roger Abravanel con il suo nuovo libro, intitolato proprio “Regole”, dopo il grande successo della sua precedente opera, dedicata alla meritocrazia, e che tanto ha fatto discutere politica ed economia. Viene facile immaginare il contrasto immediato, tra chi vuole mettere buone regole al centro di un tentativo di ripresa dell&#8217;Italia, e il panorama di sregolatezza assoluta &#8211; privata e pubblica &#8211; che ci propone la politica da qualche tempo a questa parte. Ma su questo non mi soffermo, lascio a ciascuno tutta la riprovazione del caso per una politica ridotta a budoir, dossier, inchieste, appartamentini, amanti e serietà consimili. Preferisco restare al punto, e parlare delle regole nuove. <span id="more-7427"></span></p>
<p>Solo che per “regole” bisogna intendersi: per noi antistatalisti haykyani, l&#8217;ipernormativismo dirigista è un errore altrettanto se non più grave che avre poche regole sbagliate.  Dal nostro punto di vista, isogna tornare cioè alla saggezza antica e a quella della vera civiltà liberale. Non alla prevalenza della legge positiva su quella efficace perché espressione del convergere della società e dei suoi corpi intermedi. Non alla prevalenza dello Stato sulla società, della macro sulla microeconomia, l&#8217;unica fa crescere davvero perché si fonda sull&#8217;effetto che incentivi e disincentivi esercitano nelle scelte di lavoro, consumo, risparmio e investimento di milioni e milioni di individui.</p>
<p>Dal disordinato prevalere dell&#8217;iperproduzione  legislativa nata dall&#8217;errore socialista e kelseniano, che identificava legge e decisione dello Stato, bisogna tornare alla legge come processo di scoperta invece che come puro atto decretato. Per chi volesse approfondire la fondamentale distinzione, <a href="http://ideasmatter.typepad.com/ideas-matter/2010/10/hayek-and-hazlett-law-anarchy-and-subsidiarity.html" target="_blank">qui</a> un dialogo di Hayek assolutamente illuminante. In questo processo, giocoforza non è più tanto o solo il politico – lontano e spesso ignorante dei processi produttivi e dei veri mali che ritardano la crescita italiana &#8211; ma l&#8217;uomo d&#8217;impresa e chi ha cognizione di economia e sviluppo, a proporre &#8220;dal basso&#8221; in un processo di ordine spontaneo le nuove regole più efficaci per la crescita.</p>
<p>Analogamente &#8211; anche se fino a un certo punto, perché in realtà su questo anch&#8217;egli cede a qualche forma di dirigismo -  Abravanel nel suo libro lancia una sorta di appello, perché proprio nel mondo economico e nella società civile anche in Italia si trovi l&#8217;equivalente dei 25 baroni che nel 1215 imposero al Re d&#8217;Inghilterra la Magna Charta Libertatum. Abravanel non si limita alla dimostrazione di come e quanto perdiamo per la trasgressione e l&#8217;illegalità diffuse in tutta la società italiana, figlie non di un DNA deviato ma di un circolo vizioso di cattiva regolazione  ed eccessiva invadenza pubblica. L&#8217;autore avanza cinque proposte concrete.</p>
<p>Ma, prima dell&#8217;analisi, due premesse. La prima è che  il passaggio in corso da anni dalle regole per lo sviluppo industriale a quello sempre più basato sui servizi non si risolvono solo in deregulation e semplificazione, ma in una vera e propria riregolazione, cioè in norme nuove che devono presiedere ai cambiamenti che nel mondo nuovo attendono settori come sanità, ambiente e finanza. E&#8217; la grande lezione della crisi mondiale.</p>
<p>La seconda premessa è che sono assai meno categorico di Abravanel nell&#8217;identificare come una delle cause essenziali delle cattive regole la piccola impresa italiana. Anzi, sono in pieno dissenso. Quando Abravanel scrive “piccolo è brutto, anzi bruttissimo”, identifica tout court nel più della piccola impresa l&#8217;evasione di massa, la bassa produttività e l&#8217;alto tasso di concorrenza sleale con le aziende che competono invece grazie a legalità e innovazione. Ma così si rischia di cadere nello stesso errore di decenni fa, quando s&#8217;immaginò che anche l&#8217;Italia dovesse incamminarsi obbligatoriamente verso crescite dimensionali delle aziende del tipo americano e tedesco.</p>
<p>Da quell&#8217;errore nacque per esempio un sistema fiscale che, intendendo favorire la grande impresa finanziarizzata, le fa pagare anche 30 punti di tax rate meno di quanto chiede invece ai piccoli. Ma l&#8217;effetto è stata la decrescita verticale dei grandi gruppi italiani nelle graduatorie comparate mondiali. La piccola impresa italiana resta in molti settori capace – malgrado tutti questi ostacoli &#8211; di adattarsi ad alta velocità al mutare della domanda, ed è grazie a lei che la quota dell&#8217;export manifatturiero nel commercio mondiale è stata difesa anche in questi ultimi due terribili anni. E&#8217; verop che piccola impresa significam meno patrimonio, meno investimenti,l meno ricerca, ostilità al passaggio proprietario gebnerazionale aprendosi al mercato e ai manager. Ma per ovviare a questi difetti bisogna pensare a nuove regole adatte per il tessuto reale dell&#8217;impresa italiana e accompagnarla alla crescita per più investimenti e innovazione, bisogna invece evitare di replicare regole inadeguate al nostro caso. Altrimenti, oltretutto,  l&#8217;intera rappresentanza d&#8217;impresa italiana non potrà sposare questa rivoluzione, visto che i piccoli prevalgono dovunque e si sentono – sono, a mio avviso – assai più vittime che colpevoli.</p>
<p>Veniamo alle proposte di Abravanel. La prima è nell&#8217;ambito dei servizi pubblici locali. La frammentazione attuale nelle oltre 7mila società controllate localmente dalle Autonomie italiane impedisce a settori come la raccolta dei rifiuti – vedi il disastro napoletano – e i servizi idrici efficienza e scala d&#8217;impresa tale da generare investimenti. E sin qui siamo perfettamente d&#8217;accordo. Per questo, la proposta è di riattribuire centralmente allo Stato la concessione, disegnando autorità nazionali indipendenti per nuove regole su ambiti operativi che abbiano più senso della parcellizzazione per singolo Comune. L&#8217;obiettivo è quello di gare poi per attribuire le concessioni su più vasta scala a soggetti che abbiano taglia d&#8217;impresa paragonabile ai giganti esteri come la francese Veolia, un po&#8217; come si fece con l&#8217;energia elettrica ai tempi della riforma Bersani. Stante che la privatizzazione di massa che noi proponiamo non passa in nessun Comune né di destra né di sinistra, forse la proposta di Abravanel ha più chanche. Lo scandalo della monnezza e dell&#8217;acqua inefficiente in teoria glòi dà ragione. Ma col federalismo in corso d&#8217;attuazione scommetto che tutte le Autonomie griderebbero all&#8217;esproprio.</p>
<p>La seconda proposta riguarda il turismo. Realizzare in aree vocate l&#8217;accorpamento del frazionamento proprietario offrendo concessioni edilizie a lungo termine su aree di grandi dimensioni, in modo da consentire investimenti per alzare la qualità dell&#8217;offerta e preservare insieme il territorio. Come avvenne in Costa Smeralda e come a Ortigia sta provando da anni Ivan Lo bello, il presidente di Confindustrria Sicilia che proprio della legalità e della lotta ai collusi ha fatto la nuova bandiera di Confindustria nazionale. Su questa sono pienamente d&#8217;accordo. ma scommetto che media e ambientalisti griderebbero come un col suomo alla cementificazione speculativa, invexce di capire che poli turistici di livello hanno bisogno di economie di scala e investimenti adeguati, che sono collegati alla tutela ambientale invece che al disastro delle nostre coste attuali, disastro che è figlio del fai-da-te.</p>
<p>Terza proposta: estendere a tutti i livelli i test per misurare i risultati di docenti e studenti, rimettere al centro il potere del Ministero con un corpo di veri ispettori per verificare i risultati del sistema. Decentrare alle Regioni l&#8217;elaborazione di un vero piano dell&#8217;offerta formativa assorbendo i provveditorati, e aprendosi a esperienze come quelle dei voucher alle famiglie, nelle Regioni in cui esiste un mercato vero dell&#8217;offerta. Il capitolo è lungo: concordo, ma immagino la reazione dei sindacati e dei docenti.</p>
<p>Quarta proposta, nella giustizia civile, che vale più di quella penale come freno allo sviluppo e che ci vede nelle graduatorie al 156° posto sotto Guinea e Gabon: estendere a tutti i livelli la forma organizzativa della delivery unit già sperimentata con successo da Mario Barbuto, presidente di Tribunale di Torino e oggi di Corte d&#8217;Apello, che è riuscito a smaltirne l&#8217;arretrato in pochi mesi di anni. D&#8217;accordissimo. Immagino però la reazione delle correnti dell&#8217;ANM, agli occhi delle quali sin qui ogni criterio oggettivo di verifica di produttività e merito configura un rischio che la politica ne faccia uso per metter toghe alla berlina.</p>
<p>Quinta proposta di Abravanel: spezzare la logica della cattiva informazione iperpoliticizzata a partire da dove essa è più parossistica, cioè la Rai, abolendo commissione di vigilanza e governance di partuiti, e frapponendo una fondazione indipendente – con nominati con incarichi a scadenze diverse per limitare lo spoil system &#8211; tra proprietà pubblica e reti e testate, sul modello di Trust BBC. Io qui sono per la privatizzazione netta, invece: non credo possibile che la politica italian per come essa è non aggirerebbe anche il filtro di una fondazione di cui essa disegnerebbe le regole.</p>
<p>Come si vede, sono comunque proposte molto diverse dal tono generale della politica odierna e da ciò che propone. C&#8217;è da augurarsi che almeno qualcuna di queste venga posta al centro di una seria agenda italiana.  Ne dispero profondamente, però.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2010/10/28/basta-con-gli-sregolati-rimettere-le-regole-al-centro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>RAI: il monopolio mai abolito &#8211; Daniele Venanzi</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/10/22/rai-il-monopolio-mai-abolito-daniele-venanzi/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2010/10/22/rai-il-monopolio-mai-abolito-daniele-venanzi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 22 Oct 2010 16:16:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[tv]]></category>
		<category><![CDATA[canone]]></category>
		<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[mediaset]]></category>
		<category><![CDATA[monopolio]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=7355</guid>
		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Daniele Venanzi:
Nello stato sociale il cittadino è costretto a cedere parte del suo guadagno alle istituzioni in cambio di servizi di cui non ha mai richiesto l’usufrutto e per i quali non è stato messo in condizioni di pattuire il prezzo. Lasciando da parte le convinzioni liberomercatiste, bisogna ammettere che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Daniele Venanzi</em>:</p>
<p>Nello stato sociale il cittadino è costretto a cedere parte del suo guadagno alle istituzioni in cambio di servizi di cui non ha mai richiesto l’usufrutto e per i quali non è stato messo in condizioni di pattuire il prezzo. Lasciando da parte le convinzioni liberomercatiste, bisogna ammettere che esiste una scala gerarchica basata sull’utilità sociale nella lunga lista dei servizi erogati dallo stato al cui vertice vi sono sicurezza, sanità e istruzione.</p>
<p><span id="more-7355"></span>Il modo migliore per cominciare a discutere del ridimensionamento delle competenze statali è iniziare a spuntare quella lista dal basso e depennare le voci di maggiore spreco e minore utilità pubblica. Basta un po’ di ragionevolezza per comprendere che la scomparsa improvvisa del welfare in una situazione di pressione fiscale particolarmente penalizzante pari a circa 70 punti percentuali e di mercato drogato dall’ingerenza statale comporterebbe grandi squilibri sociali tanto tra i privati cittadini quanto tra gli imprenditori.</p>
<p>La priorità va assegnata a quelle liberalizzazioni che pongono termine alla stagione del finanziamento pubblico a pioggia volto ad accentrare e mantenere posizioni di privilegio e di comando nelle mani dello stato tramite il possesso di aziende dalla presso che inesistente funzione di ammortizzazione sociale.</p>
<p>La RAI abusa sin dalla sua nascita di un privilegio di casta che comporta in primo luogo una gravosa spesa sulle spalle di ogni contribuente e in secondo momento una concorrenza tutt’altro che leale nei confronti delle altre emittenti televisive, poiché la sua esistenza è garantita non solo dall’offerta proposta sul mercato, i cui risultati verrebbero in condizioni normali ripagati dagli introiti pubblicitari, ma da un’imposta riscossa annualmente assicurata dallo stato che, di tanto in tanto, stabilisce persino degli aumenti, a riprova che non vi è alcun modo in cui la TV statale possa fallire per mancanza di fondi o quanto meno essere penalizzata dalle scelte del mercato. In questo modo la qualità del servizio viene compromessa poiché la RAI, a differenza delle sue concorrenti, non necessita di un palinsesto migliore per batterle. Nel caso in cui invece riesca ad ottenere un miglior dato Auditel, quest’ultimo sarà in ogni modo falsato dai maggiori fondi disponibili grazie all’imposizione tributaria al fine di rendere la trasmissione più concorrenziale.</p>
<p>La sentenza n. 202 della Corte Costituzionale che nel 1980 sancì la libertà di esercizio delle trasmissioni via etere su scala nazionale, permettendo così la nascita delle principali concorrenti dei canali di stato, non decretò di fatto la completa abolizione del monopolio, poiché la RAI continua ad essere la voce ufficiale dei governi che si susseguono all’amministrazione della cosa pubblica, ignorando qualsiasi logica di mercato.</p>
<p>È sufficiente pensare al terremoto che investe i vertici dell’azienda di Viale Mazzini ogni qualvolta il paese torna alle urne ed esprime la sua preferenza per una nuova maggioranza. Quello della televisione di stato è un espediente volto ad assicurare ai poteri forti del paese un canale preferenziale attraverso il quale diramare informazioni, spesso arbitrariamente distorte, e influenzare la coscienza comune secondo la propria volontà. Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, da strenuo difensore della libertà individuale, comprese i meccanismi perversi per cui si pretendeva di istituire il servizio di (dis)informazione pubblico ancora prima che questo fosse creato.</p>
<p>Seguendo l’insegnamento del filosofo libertario Murray N. Rothbard, potremmo asserire che l’informazione non è un diritto, bensì una libertà, poiché nessuno può negare a ciascun individuo le libertà di informarsi e di informare, il che lederebbe in primo luogo quelle di pensiero e parola. Questo però non implica, per i motivi sopra elencati, che lo stato possa arrogarsi il diritto di istituire il monopolio su dei media attraverso la creazione di reti di sua proprietà con la subdola e menzognera pretesa di garantire un’informazione equa e accessibile ad ogni cittadino.</p>
<p>Bisogna tenere a mente che da sempre i giornali sono fondati e diretti da privati cittadini e di sovente sono organi d’informazione ufficiale di partiti e movimenti politici. L’esistenza stessa del privato nel settore dell’informazione rende utopica la becera pretesa statalista del fare della divulgazione delle notizie un coro che decanta all’unisono le sole verità dello stato.</p>
<p>Tornando all’analisi della situazione italiana, la RAI grazie al canone ha generato nel 2009 introiti pari a 1.645,4 milioni di euro (bilancio ufficiale del 31.12.2009 disponibile sul sito RAI) che risulta a seguito di vari aumenti nel corso degli anni l’imposta più evasa dai contribuenti. I ricavi ottenuti dalla riscossione dell’imposta superano notevolmente i guadagni generati dagli spot pubblicitari: 998,5 milioni di euro (medesima fonte). Il ricavo netto totale RAI pari a 3.177,8 milioni di euro è leggermente inferiore a quello di Mediaset Italia che ammonta a 3,228,8 (fonte bilancio Mediaset 2009). Ma il notevole apporto finanziario al tesoretto costituito dalla riscossione del canone penalizza la godibilità della programmazione concorrente, in quanto, a differenza della RAI, necessita di una maggiore presenza di spazi pubblicitari al fine di sovvenzionarsi.</p>
<p>Le cifre dovrebbero far riflettere da un lato sul vantaggio che l’emittente statale detiene sulle rivali e dall’altro sull’ingiustizia di tale tassazione dimostrata dal modo in cui ne rispondono i cittadini. Il privilegio RAI si traduce, tra le tante ingiustizie, nella possibilità di stipulare contratti con i dipendenti ben al di sopra del loro valore di mercato, come testimoniato dalle eccessive retribuzioni dei cosiddetti “conduttori d’oro”. In questo modo si è in presenza di un “monopolio della qualità”, poiché i restanti principali canali televisivi non posso permettersi il lusso di strapagare i propri dipendenti migliori perché ne risentirebbe eccessivamente il bilancio aziendale.</p>
<p>Ai detrattori della liberalizzazione delle trasmissioni via etere vale la pena ricordare che già da molti anni prima della scesa in campo delle reti Mediaset il palinsesto RAI era principalmente composto da trasmissioni di svago e intrattenimento piuttosto che da programmi di informazione o approfondimento culturale, per cui le altre realtà inseritesi nel mercato non possono essere imputate di aver concorso a svilire la qualità media dell’offerta televisiva. Lo stato non detiene in alcun modo l’illiberale principio di <em>auctoritas</em> per cui si ritiene in diritto di imporre ai cittadini cosa è giusto guardare sui propri teleschermi.</p>
<p>Tirando le somme è ragionevole credere che l’imposta sul canone televisivo sia la prima delle tasse da abolire in un processo di liberalizzazione dell’Italia poiché, come dimostrato, racchiude nella sua natura l’essenza del principio liberale per il quale non possa esserci libertà individuale se si rinuncia a quella economica. Ne consegue che la cittadinanza dovrebbe chiedere con maggior forza ai propri rappresentanti l’abolizione della suddetta imposta per garantire anche agli individui più onesti e rispettosi delle istituzioni la liberazione da questa volgare forma di finanziamento della propaganda statalista. Infatti, non è l’evasione la strategia vincente con cui aggredire il burocratismo, poiché fino al momento in cui non sarà la legge a decretare la fine di questo sopruso il paese non potrà dirsene ufficialmente liberato.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2010/10/22/rai-il-monopolio-mai-abolito-daniele-venanzi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La liberalizzazione delle rette universitarie, per togliere ai ricchi e dare ai poveri</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/10/05/la-liberalizzazione-delle-rette-universitarie-per-togliere-ai-ricchi-e-dare-ai-poveri/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2010/10/05/la-liberalizzazione-delle-rette-universitarie-per-togliere-ai-ricchi-e-dare-ai-poveri/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 12:48:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piercamillo Falasca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[donazioni]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[rette]]></category>
		<category><![CDATA[riforma]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=7215</guid>
		<description><![CDATA[Pubblicato anche su Libertiamo.it - Partiamo da un dato: le rette universitarie sono molto inferiori al costo che lo Stato sopporta per erogare ad ogni studente l’istruzione universitaria. Come scrive Francesco Giavazzi su lavoce.info, uno studente universitario costa allo Stato circa 7mila euro l’anno, mentre le rette raramente superano i 3mila euro l’anno. Non giriamoci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblicato anche </em><a href="http://www.libertiamo.it/2010/10/05/la-liberalizzazione-delle-rette-universitarie-questa-e-davvero-giustizia-sociale/"><em>su Libertiamo.it </em></a>- Partiamo da un dato: <strong>le rette universitarie sono molto inferiori al costo che lo Stato sopporta per erogare ad ogni studente l’istruzione universitaria</strong>. <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001451.html">Come scrive Francesco Giavazzi su lavoce.info</a>, uno studente universitario costa allo Stato circa 7mila euro l’anno, mentre le rette raramente superano i 3mila euro l’anno. Non giriamoci intorno: con ‘prezzi’ tanto più bassi del costo dell’istruzione, si riduce l’incentivo a studiare e pretendere una elevata qualità del servizio.</p>
<p>Ma c’è di più. Un punto cruciale delle tesi di Roberto Perotti nel suo libro “<a href="http://www.ibs.it/code/9788806193607/perotti-roberto/universita-truccata.html">L’università truccata</a>”  (Einaudi, 2008) è il seguente: <strong>rette uguali per tutti, o poco differenziate, sono di fatto un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi</strong>. L’argomento dell’economista è il seguente: circa un quarto degli studenti universitari proviene dal 20 per cento più ricco delle famiglie; e meno di uno studente su dieci proviene dal 20 per cento più povero.<span id="more-7215"></span> Numero più numero meno – il libro di Perotti usa dati del 2006, ma le cose non sono mutate – la sostanza è questa: all’università vanno soprattutto i figli dei più abbienti, che potrebbero pagare rete più alte, mentre la loro laurea viene finanziata con le tasse di tutti, incluse i contribuenti più poveri, che solo eccezionalmente mandano i loro figli all’università.</p>
<p>E invece, <strong>con il risparmio derivante dall’innalzamento delle rette universitarie sarebbe possibile garantire non solo una migliore qualità complessiva, ma anche l’accesso gratuito dei poveri all’istruzione superiore attraverso borse di studio e prestiti d’onore</strong>. All’ombra dell’ideologica concezione della giustizia sociale, insomma, prospera la vera ingiustizia dell’accademia pubblica italiana.</p>
<p>Come nasce il problema? Gli atenei non sono liberi di determinare le loro rette, perché per legge (l’articolo 5 del DPR 306 del 1997) la contribuzione studentesca non può superare il 20 per cento dei trasferimenti statali ordinari. Con la conseguenza diabolica che la riduzione dei trasferimenti statali finisce per ridurre in proporzione anche l’ammontare delle risorse reperibili attraverso le rette. Da tempo Francesco Giavazzi e Roberto Perotti (ma l’argomento è da molti anni un cavallo di battaglia di Antonio Martino, per fare un esempio) sostengono che il taglio dei trasferimenti statali alle università – una costante di questa legislatura – è sostenibile e ‘intellettualmente onesto’ solo se accompagnato dalla concessione alle stesse di piena autonomia nella determinazione delle rette. E da tempo il governo fa orecchie da mercante, forse timoroso delle inevitabili proteste dei tanti che, quando parlano di giustizia sociale, non sanno guardare oltre il proprio naso.</p>
<p>Con un emendamento firmato da tre deputati di Futuro e Libertà (Barbaro, Della Vedova e Di Biagio) la proposta di liberalizzazione delle rette arriva oggi in Commissione Cultura alla Camera, dove è appunto in discussione la riforma dell’università. Difficile che la maggioranza si apra, ed altrettanto difficile che il centrosinistra sostenga l’iniziativa, ‘catturato’ com’è in questi ambiti dal peggior sindacalismo studentesco. Ma l’emendamento di FLI è come una goccia di benzina: di per sé non serve a far girare il motore, ma un piccolo incendio nel dibattito lo può provocare. Soprattutto se chi ha davvero a cuore il futuro dell’università italiana farà sentire la propria voce a supporto.</p>
<blockquote><p>Accanto alla proposta di eliminazione del tetto alla contribuzione studentesca, i tre deputati hanno presentato un’altra misura a nostro giudizio interessante: <strong>la deducibilità all’80 per cento delle donazioni private alle università, potenzialmente una spinta decisiva per una vera autonomia degli atenei</strong>. Vedremo.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2010/10/05/la-liberalizzazione-delle-rette-universitarie-per-togliere-ai-ricchi-e-dare-ai-poveri/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Lo spezzatino indigesto di Tremonti</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/09/14/lo-spezzatino-indigesto-di-tremonti/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2010/09/14/lo-spezzatino-indigesto-di-tremonti/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 09:56:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[elettricità]]></category>
		<category><![CDATA[Enel]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[spezzatino]]></category>
		<category><![CDATA[Tremonti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.chicago-blog.it/?p=7037</guid>
		<description><![CDATA[Il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, si è recentemente lamentato delle privatizzazioni all&#8217;italiana. In particolare, ha detto:
L’apparato produttivo del Paese ha perso la sua massa critica. Ci devono spiegare perche’ le privatizzazioni sono state fatte cosi’. Lo ’spezzatino’ indica quali erano gli appetiti&#8230; L’unica struttura dimensionale all’altezza la conservano i gruppi che sono ancora dello Stato. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, si è recentemente <a href="http://www.aziende-oggi.it/archives/00063885.html">lamentato</a> delle privatizzazioni all&#8217;italiana. In particolare, ha detto:</p>
<blockquote><p>L’apparato produttivo del Paese ha perso la sua massa critica. Ci devono spiegare perche’ le privatizzazioni sono state fatte cosi’. Lo ’spezzatino’ indica quali erano gli appetiti&#8230; L’unica struttura dimensionale all’altezza la conservano i gruppi che sono ancora dello Stato. Mi chiedo a cosa sia servito, ad esempio, lo spezzatino dell’Enel, mentre la Francia oggi puo’ contare in questo settore su un colosso di dimensioni internazionali.</p></blockquote>
<p>A parte che, l&#8217;ultima volta che ho controllato, l&#8217;Enel &#8211; sia pure spezzatinata &#8211; aveva ancora lo Stato come azionista di controllo, forse il ministro non si è accorto di alcuni, trascurabili risultati che sono stati raggiunti negli ultimi anni.</p>
<p><span id="more-7037"></span></p>
<p>Anzitutto, la <a href="http://www.enel.com/it-IT/group/about_us/history/">storia</a>. Enel nasce nel 1962 con la nazionalizzazione dell&#8217;energia elettrica, e assorbe tutta la pluralità di operatori privati allora esistenti. Sopravvivono solo un pugno di municipalizzate. Rimane un ente di Stato fino al 1992, quando viene trasformata in società per azioni (il cui capitale è interamente nelle mani del Tesoro). Gli anni fino al 1998 sono un periodo di profonda riorganizzazione, durante i quali la trasformazione da &#8220;ministero&#8221; a società deve prendere, e prende, sostanza. Sono anche gli anni in cui matura il progetto (poi abortito) dell&#8217;Enel &#8220;multiutility&#8221;, ma questa è una storia diversa (e sovrapposta). Contemporaneamente, il paese inizia a dotarsi degli strumenti richiesti dalle direttive europee in vista della liberalizzazione: la stessa Autorità per l&#8217;energia diventa <a href="http://www.autorita.energia.it/it/che_cosa/presentazione.htm#anchor3a">operativa</a> nel 1997, sotto la guida di Pippo Ranci.</p>
<p>La svolta è però nel 1999, quando il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Decreto_Bersani_(1999)">decreto Bersani</a> apre formalmente il mercato alla concorrenza, imponendo tra l&#8217;altro un tetto antitrust del 50 per cento alla quota di mercato dell&#8217;Enel. Da qui nasce l&#8217;esigenza dello spezzatino: esso viene fatto per &#8220;liberare&#8221; i consumatori dal monopolio. L&#8217;effettiva libertà di scelta è ancora lontana, ma il frutto non può essere distinto dall&#8217;albero. E alle radici dell&#8217;albero c&#8217;è questa scelta che è virtuosa e, come vedremo, conveniente. Ma, prima ancora dello spezzatino, Enel viene quotata in borsa. Questo è l&#8217;inizio della &#8220;privatizzazione&#8221;: l&#8217;anno è il 1999, cioè l&#8217;anno del decreto Bersani, l&#8217;anno in cui lo Stato deve far tornare i conti per entrare nell&#8217;euro, l&#8217;anno in cui tutte le decisioni successive vengono, se non prese, almeno impostate.</p>
<p>Lo spezzatino si sostanzia col conferimento di un pacchetto di centrali a tre GenCo &#8211; Eurogen, Elettrogen, Interpower &#8211; attraverso le quali Enel aliena circa 15.000 MW di potenza. Teoricamente i tre portafogli vengono composti in modo &#8220;equo&#8221;, cioè in modo tale da non mantenere i gioielli nel recinto Enel e le carrette al di fuori. Non sempre le ciambelle riescono col buco, e non tutti i buchi sono delle dimensioni adatte, ma &#8211; ancora una volta &#8211; il meglio è nemico del bene e qui, indubbiamente, di bene stiamo parlando. I primi acquirenti delle Genco sono, rispettivamente, Edipower (2002), un consorzio tra Endesa Italia e Asm Brescia (2001), e un consorzio tra Acea ed Electrabel-Suez (2002). Successive riorganizzazioni societarie, e soprattutto l&#8217;incredibile e (per quel che ne so) senza precedenti ondata di investimenti che dopo il 2003 ha rinnovato gran parte della flotta esistente ha infine plasmato il mercato e determinato la struttura dei principali attori. Una sorta analoga segue la rete di trasmissione nazionale, conferita inizialmente a una società del gruppo Enel (Terna) e gestita da un organismo pubblico (il Grtn): il sistena troverà la sua razionalità nel 2004, con l&#8217;alienazione di Terna e la sua &#8220;privatizzazione&#8221; e la conseguente unificazione di proprietà e gestione. Anche qui, l&#8217;ultima volta che ho controllato Terna aveva lo Stato come azionista di controllo. Sempre l&#8217;ultima volta che ho controllato, negli anni in cui tutto questo avveniva (2001-2004) il presidente del consiglio era Silvio Berlusconi e il ministro dell&#8217;Economia era Giulio Tremonti, che nella sua &#8220;lettera d&#8217;addio&#8221; (quando a Via XX Settembre fu sostituito da Domenico Siniscalco) rivendicò i risultati raggiunti:</p>
<blockquote><p>nel periodo in cui ho avuto l&#8217;onore di servire il Paese come ministro dell&#8217;Economia nel governo Berlusconi, l&#8217;Italia ha operato circa un terzo delle privatizzazioni operate in tutto il mondo, in pari periodo, e ha centrato il record europeo delle privatizzazioni.</p></blockquote>
<p>(Hat tipo: <a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=86123">Goffredo Galeazzi</a>).</p>
<p>Il resto non è storia ma cronaca, o qualcosa che sta nel mezzo. Enel è cresciuta sana e robusta (seppure indebitata per l&#8217;importante campagna di acquisizioni) e oggi <a href="http://www.enel.com/it-IT/group/about_us/history/2008/">si definisce</a> &#8221;una multinazionale dell&#8217;energia&#8221;: non sono sicuro che, potendo scegliere tra l&#8217;essere azionista di Enel o di Edf (il presunto esempio positivo nella citazione iniziale di Tremonti), il ministro dell&#8217;Economia preferirebbe il gruppo francese. L&#8217;apparente paradosso è che, contemporaneamente, sono cresciute sia Enel, sia i concorrenti, tanto che oggi esistono almeno cinque gruppi di grandi dimensioni nella generazione elettrica (Enel, Edison, Eni, Edip0wer, E.On) e svariati altri di dimensioni medie o piccole.</p>
<p>La privatizzazione e lo spezzatino si sono sviluppati di pari passo con la progressiva apertura del mercato, che dal 1 luglio 2007 riguarda tutti i consumatori, compresi quelli domestici. Come spieghiamo nell&#8217;<em><a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000002271">Indice delle liberalizzazioni</a></em>, il mercato ha così raggiunto un grado di apertura dignitoso sia in assoluto, sia rispetto ai <em>benchmark </em>più sfidanti (nel nostro caso, la Gran Bretagna). Con o senza benefici per i consumatori? La risposta sta non solo nei <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=7886">risultati</a> raggiunti in termini di &#8220;<em>switch</em>&#8221; (cioè l&#8217;effettiva mobilità dei consumatori) che non sono disprezzabili, ma anche e soprattutto nel mutamento generale che privatizzazione e liberalizzazione e spezzatino hanno imposto al settore. Il bilancio di questi anni sta nella <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_presentazione.pdf">presentazione</a> della relazione annuale del Presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Alessandro Ortis:</p>
<blockquote><p>A questi fini serve pure completare e sostenere le liberalizzazioni e le regolazioni che hanno già garantito risultati importanti: nel settore elettrico del nostro Paese, ad esempio, una riduzione di oneri stimabile in più di 4,5 miliardi di euro all’anno, rispetto al 1999. A questo dato ha contribuito, per il 40%, la riduzione di componenti tariffarie regolate e, per il 60%, la pressione competitiva che ha indotto investimenti per impianti nuovi e più efficienti.</p></blockquote>
<p>Ciascuno è libero di valutare autonomamente questi dati &#8211; se siano positivi o negativi, meglio o peggio di quanto si attendeva &#8211; ma sarebbe sbagliato ignorarli. E&#8217; appena il caso di osservare che, nonostante l&#8217;aumento esponenziale dei prezzi dei combustibili nel periodo pre-crisi, i prezzi dell&#8217;energia elettrica in Italia sono restati (in termini reali) costanti o moderatamente crescenti, e ciò per effetto proprio della cornice competitiva che è stata creata. Dunque, per tornare al punto di partenza, è difficile sostenere che la somma di privatizzazione, spezzatino e liberalizzazione abbia penalizzato l&#8217;Italia. E sarebbe ingeneroso pensare che la sola liberalizzazione, senza la (parziale) privatizzazione e senza lo spezzatino, avrebbe sortito risultati altrettanto significativi in così poco tempo. Chi è sfiorato da questo dubbio, dovrebbe chiedersi perché nulla del genere si sia verificato nel contiguo settore del gas, dove &#8211; a una liberalizzazione formale &#8211; non ha corrisposto il tentativo di &#8220;smontare&#8221; il monopolio dando respiro alla concorrenza (in parte, va riconosciuto, perché i fondamentali del <em>business</em> sono diversi: ma non <em>così</em> diversi da impedire un&#8217;evoluzione parallela). Questo non significa che tutto va bene: significa che tutto va meglio (e potrebbe andare ancora meglio se applicassimo, con più convinzione, gli insegnamenti di questo decennio). Per usare una formula abusata, rovesciandola, molto resta da fare, ma molto è stato fatto. Con errori e ingenuità, ma nondimeno nella direzione giusta e con conseguenze concrete.</p>
<p>Il ministro Tremonti ci ha abituati al suo gusto per la provocazione, ma la provocazione non può prescindere da una base fattuale che, nel caso in questione, esiste, è facilmente accessibile e si suppone sia nota al responsabile dell&#8217;Economia, quanto meno nella sua veste di azionista di Enel (e percettore di dividendi forse perfino troppo lauti). Dunque, la domanda di Tremonti non è retorica. Il ministro si chiedeva &#8220;a cosa sia servito&#8230; lo spezzatino dell’Enel&#8221;. E&#8217; servito a creare un&#8217;azienda seria, un mercato che funziona abbastanza bene, e un sistema elettrico che non ha nulla da invidiare, e molto da insegnare, ai competitor europei.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.chicago-blog.it/2010/09/14/lo-spezzatino-indigesto-di-tremonti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

