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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Italia</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Che fine ha fatto la delega fiscale? C&#8217;è qualche liberale?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 09:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal numero odierno di  Panorama
Appello ai liberali in Parlamento, e &#8211; se tra loro esistono, anche a eventuali liberisti antistatalisti (non sto parlando di Antonio Martino, ovvio). Fate la cortesia, non fatevi prendere per l’ennesima volta di sorpresa. Cercate di capire che dopo le quattro manovre triennali approvate nel 2011 per  81,4 miliardi di euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal numero odierno di  Panorama</em></p>
<p>Appello ai liberali in Parlamento, e &#8211; se tra loro esistono, anche a eventuali liberisti antistatalisti (non sto parlando di Antonio Martino, ovvio). Fate la cortesia, non fatevi prendere per l’ennesima volta di sorpresa. Cercate di capire che dopo le quattro manovre triennali approvate nel 2011 per  81,4 miliardi di euro di cui quasi all’80% solo da nuove tasse, c’è un&#8217;unica vera grande occasione per ribaltare il vampirismo fiscale. E’ l’esercizio della delega fiscale che questo governo eredita dal governo precedente. <span id="more-11550"></span>Doveva sfoltire e abbattere i 720 bonus dai quali lo Stato incassa 253 miliardi in meno l’anno.  83 miliardi sono stati &#8220;blindati&#8221; dai tecnici, perché eviterebbero doppie imposizioni, garantirebbero l&#8217;ordinamento comunitario, o ancora i principi costituzionali. Su questo, liberali in Parlamento, fossi in voi andrei bene a controllare: in molti casi non mi pare proprio.</p>
<p>Il lavoro tecnico è stato compiuto dalla commissione che Tremonti affidò  a Vieri Ceriani della Banca d’Italia. Oggi è sottosegretario all’Economia. A lui Monti ha affidato l’intera partita della delega. Ma ne è stata annunciata un’altra, tre settimane fa: non ho capito su che base, visto che la delega ereditata è la più colossale occasione per ridisegnare l’intero complesso del welfare e degli aiuti pubblici agli “amici degli amici”. Quel che ho capito della nuova delega non mi è piaciuto,  “equità” e “perequazione”, il mantra di chi crede allo Stato distributore. Noi vogliamo invece non ostacoli la crescita.</p>
<p>Il Parlamento aveva promesso lavori preparatori sul tema in pochi mesi, altrimenti a ottobre sarebbero scattati tagli lineari di finanza pubblica. Monti ha sostituito ai tagli lineari l’aumento dell’IVA dal 21% al 23% e dal 10 al 12%, sempre da ottobre, se i 170 miliardi di detrazioni e deduzioni non coprono il gettito equivalente. I tecnici attuali sono keynesiani e statalisti, vogliono solo recuperare altro gettito allo Stato. Le sovrapposizioni tra fisco e stato sociale, su cui ha lavorato la commissione presieduta da Mauro Marè, sembra non interessare più nessuno. E il governo con il decreto salva-Italia si è data anche la facoltà di indicare entro maggio il  nuovo ISEE, l’indicatore di capacità del contribuente che dà diritto a tariffe agevolate e sconti.</p>
<p>State attenti, residui liberali. O siete capaci di incalzare da subito il governo, avete pronta in parallelo una spending review che abbatta spesa pubblica e tasse di 5-6 punti di Pil in un quinquennio come ha fatto la Germania tra 2002 e 2008, e vi affiancate  una proposta secca di riarticolazione di bonus fiscali solo a favore di famiglia, lavoro e impresa. Oppure i tecnici statalisti e keynesiani vi uccelleranno ancora una volta e definitivamente in questa legislatura. E avremo ancora più Stato e più gettito per lui.</p>
<p>“Quando gli scopi del governo sono snaturati e la libertà pubblica è manifestamente posta in pericolo, e tutti gli altri mezzi di correzione sono inutili e vani, il popolo può e di diritto deve riformare il vecchio governo o stabilirne uno nuovo. La non resistenza contro il potere arbitrario e contro l’oppressione è assurda, da schiavi e distruttiva del bene e della felicità dell’umanità”. Costituzione del New Hampshire, articolo 10. Sante parole!</p>
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		<title>Lavoro: quattro lezioni tedesche</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/02/08/lavoro-quattro-lezioni-tedesche/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 09:39:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato]]></category>
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		<description><![CDATA[Da  Panorama Economy
Licenziamenti, ristrutturazioni d&#8217;impresa e CIG, lavoro nero, indennità di disoccupazione. Su questo quattro punti, a tavolo aperto da parte di Monti e Fornero, l&#8217;esempio tedesco dovrebbe parlare all&#8217;Italia.
Leggo da una tabella pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine il 31 dicembre del 2011. Eon, 6 mila dipendenti; Media-Saturn, 3000;Nokia-Siemens, 3000; WestLB, 2700; Axa, 1600; Deutsche Telekom, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da  Panorama Economy</em></p>
<p>Licenziamenti, ristrutturazioni d&#8217;impresa e CIG, lavoro nero, indennità di disoccupazione. Su questo quattro punti, a tavolo aperto da parte di Monti e Fornero, l&#8217;esempio tedesco dovrebbe parlare all&#8217;Italia.<span id="more-11548"></span></p>
<p>Leggo da una tabella pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine il 31 dicembre del 2011. Eon, 6 mila dipendenti; Media-Saturn, 3000;Nokia-Siemens, 3000; WestLB, 2700; Axa, 1600; Deutsche Telekom, 1600; Praktiker, 1400; Areva, 1300; RWE, 1000; Unicreditbank, 1000; Koeing&amp;Bauer, 700. E via proseguendo. Sono licenziamenti.  Nella tabella c&#8217;è l&#8217;intera lista delle maggiori imprese germaniche, di ogni settore della manifattura e dei servizi, che abbiano attuato dismissioni supeiori ai 200 addetti per ciascuna nel 2011: il conto finale delle 40 maggiori supera abbondantemente le 30 mila unità.</p>
<p>C&#8217;è una tabella a fianco.  Quella delle assunzioni. Qui la lista delle maggiori imprese che hanno assunto più di 200 unità aggiuntive è più lunga, siamo a più di 60. E 15 tra esse sono superiori a 2000 nuovi assunti ciascuna come McDonald&#8217;s e BMW, su su fino ai 4000 di Daimler, ai 6ooo di Volkswagen, ai 7000 di Adecco, agli 8.500 addirittura di Rundstad Deutschland.  Oltre metà delle 60, hanno assunto più di mille dipendenti a testa.</p>
<p>Ogni anno la FAZ pubblica queste tabelle riepilogative. E&#8217; un sano e trasparente esercizio di rendiconto delle capacità delle imprese, e delle loro difficoltà. Il senso delle tabelle è chiaro: in Germania le imprese assumono molto, ma al contempo licenziano anche molto. Se si procedere a ritroso, si osserva che più hanno iniziato ad assumere, quanto più hanno potuto al contempo anche ristrutturare al variare della domanda, dei prodotti e dei processi, e conseguentemente anche licenziare. Negli ultimi anni le cose sono andate di bene in meglio, con le crescite record del Pil al più 3.6% nel 2010 e al più 3% nel 2011, al netto di un ultimo trimestre in cui è cominciata un forte rallentamento. Ma il miglioramento da metà anni 2000 è stato graduale e costante, rispetto al 2001,-2002 e 20003-2004 in cui la disoccupazione tedesca toccò i livelli record del secondo dopoguerra, superando il 10% e le 5,5 milioni di unità, con una media superiore all&#8217;8% nella ex Germania Ovest e fino al 18% nella ex DDR. Nel gennaio 2012, i disoccupati tedeschi sono scesi al 5,5%, il minimo dal 1983 poco più della disoccupazione frizionale, 2,8 milioni di unità cioè meno della metà rispetto a 7 anni prima.</p>
<p>E stato solo merito della ripresa economica? Concordano economisti e studiosi di ogni scuola: nossignore, non è stato solo merito della ripresa. Anzi, la ripresa è venuta tanto più robusta perché, tra le altre cose, la politica tedesca e innanzitutto la SPD di Schroeder misero mano a un coraggioso pacchetto complessivo di riforma del mercato del lavoro e del welfare, articolato nei quattro pacchetti Hartz del 2002-2003, che hanno preso il nome da uno che di mercato del, lavoro s&#8217;intendeva, visto che Peter Hartz era l&#8217;ex capo del personale della Volkswagen.</p>
<p>Ho scritto “tra l&#8217;altro”, perché le riforme Hartz da sole neppur esse avrebbero spiegato il miracolo tedesco. I 30 punti di competitività guadagnati sull&#8217;Italia da allora dipendono non solo dal mercato del lavoro cambiato. Hanno concorso al successo due altri pilastri. Grandi contratti di produttività condivisi e non avversati dal sindacato in tutti i grandi gruppi di Deutschland AG – in parole povere: più lavoro flessibile per retribuzione ferma o addirittura cedente, solo negli ultimi due anni siamo in presenza di richieste salariali superiori all&#8217;inflazione, a successo avvenuto e registrato. E poi uno Stato che ha deciso di darsi un&#8217;energica riregolata abbattendo spesa pubblica e tasse di più di 6 punti di Pil, per pesare meno sulla Germania produttiva e sul lavoro.</p>
<p>Ma qui parliamo appunto di riforma del mercato del lavoro. E sono tanti, gli spunti offerti dai pacchetti Hartz che stridono con le proposte che alcuni qui da noi avanzano al tavolo aperto dal governo Monti e dal ministro Fornero. Stridono con molti luoghi comuni italiani, su almeno quattro diversi punti: sia sui licenziamenti, sia sul tema della durata dell&#8217;equivalente della nostra CIG, sia sul lavoro nero o precario e sui relativi costi e contributi, sia infine sulle indennità di disoccupazione.</p>
<p>Poiché l&#8217;obiettivo dei diversi interventi è stato quello di potenziare l&#8217;occupabilità, sì, è stata toccata anche la materia qui tabù dei licenziamenti. E&#8217; stato deciso di non applicare la precedente tutela per le aziende che coi nuovi assunti superavano dal 2004 la soglia dei 10 dipendenti – equivalente alla nostra dei 15 dipendenti, stabilita nello Statuto dei lavoratori -  e di consentire a tutti i dipendenti l&#8217;opzione di rinunciare alla tutela giudiziale in cambio di un indennizzo pari a mezza mensilità per ogni anno di anzianità.</p>
<p>Non solo si è riformato l&#8217;intero impianto del collocamento pubblico, in un&#8217;ottica totalmente mista pubblico-privato, sussidiaria e aperta alla somministrazione di lavoro sia a tempo indeterminato sia determinato che part time. La legge che ha fatto del part time una grande forma di conciliazione dei tempi parentali era in Germania precedente, del 2000. E a fine 2008, di fronte ai morsi della crisi, si è deciso una sua estensione con rapporti part time che arrivano fino a 6 mesi di non lavoro in attesa che l&#8217;impresa valuti se procedere al riassorbimento o meno degli addetti (l&#8217;equivalente della nostra Cig, che da noi estesa in forma straordinaria può durare invece anni e anni).</p>
<p>Ma al contrario di quel che si pensa da noi, per favorire anche i mini jobs – cioè quella che si definisce spesso precarietà in nero e a bassa qualifica – non si è affatto pensato che fosse utile alzare tasse e contributi per renderli svantaggiosi, perché così si avrebbe solo ottenuto l&#8217;effetto di far scomparire quelle forme di occupazione, o di farle restare vieppiù in nero. In Germania al contrario si è deciso a questo scopo di innalzare la quota di salario non soggetta a imposizione fiscale di qualunque genere fino ai 400 euro, e di tenere fino agli 800 euro aliquote fiscali e contribuitive iper-ridotte.  Allo stesso modo, per l&#8217;auto occupabilità si sono concesse aliquote di grande favore alle imprese che prestano servizi in mansioni non complesse, le cosiddette Ich-AG, fondate da disoccupati. In questo caso l&#8217;aliquota è del 10% fino ai 25mila euro di reddito l&#8217;anno, e l&#8217;agevolazione sale ulteriormente se all&#8217;impresa sono associati componenti della famiglia. Allo stresso modo</p>
<p>Infine, si è intervenuti con decisione sui trattamenti di integrazione del reddito. Il sussidio di disoccupazione di natura assicurativo-contributiva e dunque  a carico per lo più delle imprese è stato ridotto  – non aumentato ma ridotto – dai precedenti 32 mesi a 12 o eccezionalmente 18, in base all&#8217;età del disoccupato e per un importo pari al 60% del salario op del 67% se con un figlio a carico. Il disoccupato non si può sottrarsi alle proposte di rioccupazione, altrimenti il diritto decade . E il sussidio per le persone in grado di lavorare non è più cumulabile, come in precedenza, con il sussidio sociale di indigenza. Quest&#8217;ultimo,a  carico della fiscalità generale, e con contributi per una casa e per il sostentamento, gestito dai Comuni, è riservato agli inabili temporanei o permanenti per almeno tre ore di lavoro al giorno al lavoro, è proporzionato al carico familiare, ed è gestito dai Comuni che si riservano di offrire a questa fascia lavori socialmente utili a bassa intensità e bassa remunerazione (fino a 3 euro l&#8217;ora e anche meno, in Italia sarebbe considerato uno scandalo). Inutile,dire che bisogna comunicare tempestivamente ogni cambiamento del reddito, e che i controlli sono rigorosi e implacabili.</p>
<p>Su questi quattro punti, io sono per la linea tedesca. E possibile farla costare meno alle imprese e meno ai lavoratori, se lo Stato decide di dimagrire invece di continua</p>
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		<title>Sbaglia chi accusa l&#8217;Europa, la rapina di Stato è italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:03:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di &#8220;Tempi&#8221;
Alcuni chiedono: poiché il fiscal compact sul quale hanno trovato convergenza 25 su 27 governi dell&#8217;Unione europea &#8211; l&#8217;opting out è stato scelto da Londra e Praga – conformerà per anni a venire la politica di bilancio di ogni singolo Paese membro, non sarebbe  non solo utile ma fors&#8217;anche necessario sottoporlo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di &#8220;Tempi&#8221;</em></p>
<p>Alcuni chiedono: poiché il fiscal compact sul quale hanno trovato convergenza 25 su 27 governi dell&#8217;Unione europea &#8211; l&#8217;opting out è stato scelto da Londra e Praga – conformerà per anni a venire la politica di bilancio di ogni singolo Paese membro, non sarebbe  non solo utile ma fors&#8217;anche necessario sottoporlo a referendum nazionale? Ebbene la mia risposta è secca: no. Per una serie di ragioni diverse. Alcune sono di ordine giuridico-formale. Altre, di carattere politico-sostanziale. Quelle giuridico-formali affondano le proprie radici nell&#8217;interpretazione sin qui totalmente univoca che l&#8217;ordinamento italiano ha dato dell&#8217;adesione dell&#8217;Italia ai diversi ordinamenti europei succedutisi nel tempo. Quelle sostanziali e politiche si riassumono in una frase: non è l&#8217;Europa ma è la politica italiana &#8211; in buona compagnia di quella greca etc etc &#8211; a ciurlare nel manico e spaccirea per colpe europee responsabilità che sono nazionali e sue; non è l&#8217;Europa ma la politica italiana a procurarsi con la forza la droga crescente della spesa pubblica, rapinando sempre di più le nostre tasche.</p>
<p><span id="more-11546"></span>L&#8217;adesione agli accordi europei nella dottrina e nella giurisprudenza costituzionale italiana è considerata pienamente conforme all&#8217;anelito sovranazionale di cessione contrattata di sovranità indicato nella nostra Costituzione: è adesione affidata ai governi e per questo, in reiterati dibattiti parlamentari nell&#8217;adesione al Trattato di Roma e a quelli ad esso successivi nei decenni, sottoposta all&#8217;ordinario processo di vaglio e legittimazione  da parte di Camera e Senato. La nostra tradizione e giurisprudenza costituzionale considera altresì il recepimento diretto delle fonti primarie di diritto europeo un naturale compimento della vocazione sovranazionale europea che ispirò i Padri Costituenti.</p>
<p>Altre tradizioni costituzionali continuano nell&#8217;Unione europea ad essere ancorate ad un fondamento ancora “nazionale”: di qui sono venuti referendum, dalla Francia alla Danimarca all&#8217;Irlanda, che hanno visto negli anni le opinioni pubbliche rigettare Trattati e infiggere severi colpi a quella necessità di una nuova governance  che contemperasse insieme più ampia rappresentanza – con l&#8217;apertura ad est dell&#8217;Unione – a princìpi di efficienza e decisionalità.</p>
<p>Vi sono poi Nazioni, come quella tedesca, che hanno sin dall&#8217;inizio aderito a un&#8217;interpretazione della propria Carta Fondamentale del tutto analoga a quella italiana, però con un grande “ma”. All&#8217;atto del recepimento dei Trattati di Maastricht e di Lisbona, tanto il Bundestag quanto la Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale tedesca, hanno esplicitamente richiamato che in nessun caso i nuovi impegni europei potevano chiamare i cittadini tedeschi a una violazione degli articoli 38, 115 e 14 della Legge fondamentale tedesca, il Grundgesetz. L’art. 38 attribuisce ai cittadini tedeschi il diritto di partecipare all’esercizio dei poteri pubblici tramite il Bundestag. L&#8217;articolo 115 prescrive che solo il Bundestag possa determinare il bilancio pubblico.  Mentre  l&#8217;articolo 14 ancora nella Costituzione tedesca l&#8217;obiettivo fondamentale di preservare la stabilità dei prezzi.</p>
<p>Di qui la serie successiva di ricorsi che sono fioriti in questi anni alla Corte costituzionale germanica, nella scorsa estate anche contro l&#8217;adesione del governo Merkel alla nascita dell&#8217;EFSF e agli aiuti alla Grecia. Secondo i ricorrenti tali atti del governo Merkel erano in violazione non solo della discplina di bilancio pubblico che deve restare esclusivamente nelle mani del Parlamento tedesco, unico organo al quale possano direttamente partecipare candidandosi e con il loro voto i cittadini germanici. Ma erano altresì in violazione  degli stessi articoli dei Trattati europei di Maastricht e Lisbona, e in particolare della clausola del <em>no bail-out </em>prevista all&#8217;articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), che vieta qualsiasi forma di aiuto. Nonché dell&#8217;articolo 122 del Tfue, che invece  ammette bensì finanziamenti ad uno Stato membro, ma solo per il caso di gravi difficoltà al di fuori di ogni controllo. E tali non potevano qualificarsi difficoltà conseguenti alla politica finanziaria di uno Stato, secondo i ricorrenti.  Di qui l&#8217;avversione tanto forte nel dibattito pubblico tedesco  alla cosiddetta <em>Haftungs-und Transferunion</em>, cioè al trasformarsi inevitabile dell&#8217;Unione europea in un&#8217;Unione dei trasferimenti, un’unione di tipo mutualistico dalla quale discendano automaticamente obblighi di spesa pubblica a carico del contribuente tedesco che non passino per il Parlamento nazionale.</p>
<p>La Corte costituzionale tedesca ha rigettato sin qui i ricorsi. Ma, ripeto, quelli erano ricorsi dettati dal tentativo di porre limiti ad aiuti automatici ai Paesi eurodeboli. Da noi, l&#8217;appello alle urne referendarie non mette in questione la solidarietà a chi è in difficoltà, verrebbe invece da chi pensa che il fiscal compact sia un limite intollerabile alla libera capacità del Parlamento italiano di spendere in deficit, continuando a indebitarsi, e dunque respingendo l&#8217;idea che proprio l&#8217;ammontare tanto ingente del nostro debito pubblico abbia finito non solo per farci crescere così poco da un quindicennio, ma abbia altresì anche costituito “il” detonatore potenziale dell&#8217;intera euroarea.</p>
<p>Non ci sono però solo considerazioni giuridiche e formali, per essere di tuttì&#8217;altra idea. La sostanza politica è un&#8217;altra. L&#8217;azzeramento del deficit e l&#8217;abbattimento del debito pubblico per ogni anno nella misura almeno di un ventesimo della parte eccedente il 60% del Pil sono ottime cose per l&#8217;Italia. Anche se la nostra Costituzione è assai meno rigorosa di quella tedesca, figlia della doppia sconfitta del nazismo prima, e prim&#8217;ancora del disastro di Weimar e della cecità europea nel richiedere danni di guerra impossibili all&#8217;ex Impero guglielmino a sua volta sconfitto, da cui il nazismo nacque e trovò consenso.</p>
<p>Il problema è che nel fiscal compact non è affatto scritto che quegli obiettivi &#8211; necessari e salutari &#8211; si debbano raggiungere con sanguinosi avanzi primari nell&#8217;ordine di 5-6 punti di Pil l&#8217;anno, realizzati attraverso ulteriori aggravi fiscali. E che solo così, procedendo per decenni con pressione fiscale oltre il 505 del Pil, abbasseremo a poco a poco il debito. Questa interpretazione del fiscal compact oggi e del vincolo dell&#8217;euro ieri la dà la politica italiana: sotto destra, sinistra e sotto i tecnici. Ma è una scelta demenziale della politica italiana, non dell&#8217;Europa, continuare a far crescere la spesa pubblica e alzare la tasse, e non abbattere il debito attraverso massicce dismissioni pubbliche. Chi sogna il referendum vorrebbe un bel plebiscito a favore di altra spesa pubblica e  altre tasse. Invece è proprio questa strategia ammazza-Paese, che bisogna mettere nel mirino e abbattere. L&#8217;Europa coi suoi vincoli non c&#8217;entra un fico secco.</p>
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		<title>Uno Stato meno ladro: paghi i suoi debiti come pretende le nostre tasse</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 19:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione invece non ti paga a discrezione, per mesi e per anni. E tu non puoi farci niente. La dimensione dei ritardati pagamenti non ha una sola stima attendibile, perché la PA si guarda bene dal dare numeri sui propri debiti commerciali. Ma si pensa non sia ormai inferiore ai 70 miliardi di euro. Cinque punti di Pil. Poiché si tratta di una cifra che non solo ammazza imprese a centinaia, ma ha anche un impatto diretto sul totale del debito pubblico, è ovvio che la risposta al problema impone una strategia duplice. Da una parte, si tratta di risolvere l’oscena asimmetria nei rapporti tra creditori e debitori, se uno dei due è pubblico. Dall’altra, di cambiare strada nella gestione del debito pubblico in quanto tale, il peggior nemico della solvibilità e della crescita per l’intero sistema-Italia. Si può fare? Certo che sì.<span id="more-11530"></span></p>
<p>Cominciamo dal primo capitolo. Tra le tante misure previste nel decreto liberalizzazioni enfaticamente denominato cresci-Italia, è stato compiuto anche un primo passo per l’accelerazione del pagamento dei debiti pubblici a privati.  E’ un passo parzialissimo e insoddisfacente, ma almeno è la rottura dell’omertà di Stato a proprio vantaggio, intollerabile mentre la crisi ha aggravato le condizioni delle imprese proprio in una fase in cui il credito scarseggia e la liquidità rappresenta un’urgenza quotidiana. Al fine di favorire il pagamento dei crediti commerciali &#8211; certi, liquidi ed esigibili &#8211; vantati  dalle imprese nei confronti delle amministrazioni statali sono stati resi disponibili 5,7 miliardi, almeno 2 dei quali mediante assegnazione di titoli di Stato. Bene? No.  Intanto,  le disposizioni contenute nel decreto sono riferite alle sole amministrazioni statali, mentre la gran parte dei debiti fa capo alle amministrazioni locali. Poi è contraddittoria con la finalità generale della norma la scelta di attingere le maggior parte delle risorse per il pagamento dei debiti pregressi da quelle disponibili per rimborsi e compensazioni di crediti d’imposta. Infine, viene rinviata a un successivo decreto MEF la definizione delle caratteristiche dei titoli che saranno utilizzati per il pagamento dei crediti: tali caratteristiche sono però fondamentali ai fini della valutazione dell’intervento.</p>
<p>In altre parole, siamo ancora mille miglia lontani dal recepimento della Direttiva Comunitaria “Late Payments” &#8211; approvata a marzo 2011 &#8211; che fissa in 60 giorni il termine massimo di pagamento nei rapporti commerciali fra PA ed imprese. Mancano infatti del tutto i necessari interventi sull’assetto organizzativo e sull’ordinamento contabile della pubblica amministrazione, così da renderli coerenti con le finalità della Direttiva e in particolare con l’obiettivo di assicurare il pagamento dei debiti entro 60 giorni. Mancano le norme per la certificazione dei crediti che pure sono state previste dalla Legge di Stabilità 2012, finalizzate a favorire lo smobilizzo degli stessi crediti presso il sistema bancario. A differenza di quanto previsto dalla stessa legge, occorre  estendere la piena certificazione e lo smobilizzo bancario  anche al settore della sanità che, sebbene sia tra i più colpiti dal fenomeno dei ritardati pagamenti, è sino a oggi rimasto escluso dalla possibilità di avvalersi della certificazione. Occorre ancora modificare le regole sul patto di stabilità interno in modo tale che gli enti locali virtuosi, con i conti in regola e che abbiano disponibilità di cassa possano pagare i propri debiti commerciali e quelli relativi agli investimenti. Bisogna rimuovere il blocco delle azioni esecutive relative ai debiti commerciali nei confronti delle aziende sanitarie operanti nelle Regioni firmatarie dei piani di rientro e/o commissariate, previsto, per il 2012, dal DL 98/2011. Bisogna prevedere la possibilità per le imprese di compensare i crediti verso la PA con i debiti iscritti a ruolo, indicata da u,a legge del 2010 puntualmente mai attuata, e che va semmai estesa  per assicurare alle imprese la più ampia possibilità di compensare i crediti con debiti verso il settore pubblico di qualsiasi natura.</p>
<p>Ma parliamoci chiaro. Senza un deciso cambi di marcia sulla gestione del debito pubblico, lo Stato avrà sempre buon gioco nel sostenere che far emergere altri  70 miliardi di euro di debito non è esattamente una decisione da considerare priorità nazionale. Anche per questo, infatti, bisogna abbandonare la strada sin qui seguita con assoluta continuità,  da 20 anni a questa parte, dalle manovre del governo Amato a quelle di Ciampi per entrare nell’euro, da quelle di Visco e Padoa Schioppa per abbattere il deficit a quelle di Tremonti della scorsa estate quando l’Italia è diventata il possibile detonatore dell’euro, sino al cosiddetto decreto salva-Italia del governo Monti, nello scorso dicembre.</p>
<p>La strada seguita è stata sempre la stessa, ad onta del variare dei governi, di sinistra, di destra o dei tecnici. Quella di proporsi come unica soluzione la via di un graduale abbattimento del debito, attraverso sanguinosi avanzi primari nell’ordine di 5-6 punti di Pil l’anno, da realizzare pressoché esclusivamente attraverso aggravi fiscali. E’ una strada che ha inchiodato il Paese a tassi di crescita sempre più bassi. Che ci ha regalato una pressione fiscale record, e che avvelena il Paese nella diuturna polemica tra chi sono i veri evasori.</p>
<p>Le quattro manovre triennali 2012-2014 susseguitesi nel 2011 hanno disegnato un orizzonte complessivo di miglioramento dei saldi pubblici fatto di 48,3 miliardi nel 2012, 75,6 nel 2013, 81,2 miliardi nel 2013. Per il 74% il miglioramento complessivo è stato deliberato da Berlusconi-Tremonti, per un quarto da Monti. Ma entrambi i governi condividono la via della sberla fiscale. Nel 2012, l’80% del miglioramento dei saldi si deve a più tasse. Con una pressione fiscale che supererà nel 2013 il 46% del Pil, e levando il 17% di Pil “nero” inglobatovi dall’Istat ecco che siamo al record mondiale del 54%.</p>
<p>Una via alternativa c’è. C’è eccome. Si tratta di decidersi ad abbattimenti del debito non lavorando sui flussi, ma sullo stock. Per decine di punti insieme, e senza effetti recessivi. La sola cessione dei mattoni della PA,  costituendoli in dotazione patrimoniale di un fondo chiuso immobiliare, da far gestire da attori di mercato e secondo procedure e con tempi di di mercato, è operazione che vale secondo le stime degli attivi patrimoniali del Tesoro dai 400 ai 500 miliardi. Un’azione di tal genere può diventare ancor più incisiva estendendola a tante delle 7mila società pubbliche a controllo pubblico locale, se proprio non si vogliono toccare quelle a controllo statale. Ed è un’azione che va accompagnata da interventi sempre sugli stock  e non più sui flussi estesi anche alla spesa pubblica: la spending review promessa dal governo non deve riguardare i 5 o al più 10 miliardi di euro di cui si vocifera, cioè briciole, ma 6-7 punti di Pil entro 6 anni come realizzato in Germania negli anni 2002-2007.</p>
<p>Chi dice “non si può fare” lavora solo per la permanenza del peggiore ostacolo alla crescita italiana. Cioè lo Stato come attualmente si presenta ai nostri occhi. Ipertrofico, inefficiente, guardiano di interessi per soli amici degli amici. E ladro, per di più. Ladro! Ladro!</p>
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		<title>Ancora Grecia, i mille paradossi e l&#8217;exit che serve all&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 17:05:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Tempi
Ccelebiamo il diciassettesimo vertice europeo dedicato alla sostenibilità dell&#8217;eurodebito, dall&#8217;inizio della crisi greca cioè in 24 mesi. E ancora una volta la crisi greca è al centro del confronto. Alcuni mi criticano perché da mesi inizio tutte le mattine la mia trasmissione a Radio24 con The End dei Doors, quella in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Tempi</em></p>
<p>Ccelebiamo il diciassettesimo vertice europeo dedicato alla sostenibilità dell&#8217;eurodebito, dall&#8217;inizio della crisi greca cioè in 24 mesi. E ancora una volta la crisi greca è al centro del confronto. Alcuni mi criticano perché da mesi inizio tutte le mattine la mia trasmissione a Radio24 con <em>The End</em> dei Doors, quella in apertura di <em>Apocalypse Now</em>, fantastico film non di guerra ma dello sgretolarsi delle convinzioni occidentali. Ebbene la copertina ultima dell&#8217;<em>Economist</em> mi ha dato ancora una volta ragione, col titolo Acropolis Now e gli elicotteri di Apocalypse incomenti sul Partenone. La cosa peggiore è che a questo vertice si è giunti riuscendo ancora una volta a incattivire ulteriormente opinioni pubbliche già tanto provate. Perché la richiesta tedesca di un vero e proprio commissariamento della Grecia con un bilancio pubblico scritto a Bruxelles e Berlino, &#8211; richiesta non ufficiale ma avanzata sui media da autorevoli membri della coalizione di governo tanto della Cdu-Csu che del Fdp – ha suscitato reazioni ufficiali e ufficiose greche ormai assolutamente esasperate, con le maggiori testate d&#8217;informazione giunte ormai a evocare l&#8217;ombra di un nuovo Gauleiter germanico come quando davanti all&#8217;Eretteo si pavoneggiavano azzimati ufficiali della Wehrmacht e della Luftwaffe. Il cumulo di paradossi e contraddizioni del procedere a zigzag delle classi dirigenti europee sembra non avere mai fine. Ecco perché secondo me l&#8217;Italia dovrebbe costruirsi un exit strategy &#8220;sua&#8221;, in ogni caso. <span id="more-11495"></span></p>
<p>Alcuni esempi di paradossi. La Grecia non riesce a rispettare i programmi di rientro pattuiti. Il suo deficit pubblico 2011 sarà ancora più vicino al 10% del Pil che all&#8217;8% promesso (quello dell&#8217;Egitto è di poco superiore, poi terzo viene il Regno Unito con il 9 e rotti per cento del Pil, tanto per ricordare chi sfora di più oggi al mondo). Le privatizzazioni promesse non sono andate oltre decisioni e incassi di 1,4 miliardi. E via proseguendo.</p>
<p>E&#8217; impietoso, il rapporto consegnato all&#8217;eurovertice dalla troika, Ue-Fmi-Bce. Ma è anche vero che la recessione sarà a fine 2011 più vicina al 6% che al 4% previsto, e che se il governo greco avesse accettato il taglio nominale del suo debito contenuto al 50%  più il riscadenzamento della parte restante su un orizzonte trentennale a un tasso superiore al 4% come immaginavano i tedeschi, ancora alla fine di questo decennio il debito pubblico sarebbe al 130% del Pil, per effetto di un denominatore che continua a contrarsi. Richieste di rigore e rigore insostenibile sono il paradosso da affrontare. Ma il paradosso non è figlio dell&#8217;imprevedibile. Quando a maggio 2010 i tedeschi fecero passare la linea della compartecipazione “volontaria” dei privati a riduzioni del valore nominale del debito di Paesi in semi-default, per evitare che divenisse default vero e incontrollato, furono essi a mettere a verbale che dunque i default non erano affatto esclusi da aiuti cooperativi. Dunque il mercato ha avuto le sue ragioni a fuggire ulteriormente dalla Grecia, abbassandone ulteriormente le attività, deprimendone le banche che hanno abbattuto gli impieghi, e spingendone la disoccupazione verso il 20%.</p>
<p>Dopodiché, se le banche private devono mettere in conto una riduzione del valore reale dei bond greci nella misura del 69-70%, tra taglio nominale e riscadenzamento a bassi tassi, è un altro paradosso voluto dai tedeschi che a simile compartecipazione dell&#8217;ingente costo di ristrutturazione debbano sottrarsi la Bce e/ l&#8217;EFSF, per i titoli pubblici greci da essi detenuti.  Dopodiché ancora, è ovvio e comprensibile che Washington e il Fmi premano da due settimane energicamente sui tedeschi perché questo invece avvenga – di qui il parziale rasserenamento dei mercati della scorsa settimana -  visto che altrimenti dopo la Grecia salta il Portogallo, e l&#8217;effetto su una crescita mondiale già scesa dal 55 al 3% diventa ancora più serio e incontrollato. Ma a quel punto significa che entra in crisi la credibilità del meccanismo di estensione dei collaterali decretato dalla Bce per le sua aste straordinarie di liquidità che hanno ridato fiato alle banche eruropee, perché è come ammettere che in realtà la carta pubblica, accettata da Francoforte come garanzia a pieno valore nominale, vale invece di fatto il più basso prezzo che ha sul mercato secondario. Ma allora ancora significa che in realtà le aste di liquidità tanto lodate servono solo a salvare le banche europee – che portano in garanzia mutui e prestiti a bassa solvibilità &#8211; ma non gli Stati, a copertura delle cui emissioni ad alto rendimento le banche si trovano ad avere finalmente liquidità che pagano alla Bce meno dell&#8217;inflazione.</p>
<p>E infine: poiché l&#8217;Fmi deve a sua volta sostenere la Grecia, Washington si chiede a che titolo debba farlo in un quadro non chiaro, dove la chiarezza che manca è relativa al punto centrale, cioè se Berlino e Bruxelles vogliano far seguire alle parole i fatti, all&#8217;intento cioè di tenere la Grecia nell&#8217;euro le misure cooperatiove necessarie per rendere tale impegno credibile sul serio. Sul portale della Brookings Institution, che è storicamente vicina ai democratici americani e non certo sospettabile di isolazionismo, trovate in questi giorni <a href="http://www.brookings.edu/opinions/2012/0125_european_debt_crisis_yeyati.aspx">un giudizio</a> chiarissimo e coerente: fateci per una volta capire con chiarezza, cari amici europei, se intendete fare dell&#8217;euro la moneta davvero comune cioè quella in cui sono denominati anche i debiti pubblici fin qui in valuta nazionale cioè straniera e dunque non sostenuti da Bce-Efsf-Esm o comunque vogliate chiamare i  parti della vostra immaginazione comune, oppure no. Perché in questo secondo caso affiancare l&#8217;intervento a sostegno degli SDR – i diritti speciali di prelievo ai quali è commisurato l&#8217;aiuto Fmi – cioè di una terza moneta ulteriore, è un pasticcio ancor meno difendibile.<br />
Potrei continuare così a iosa. Il problema è che che quel che vale oggi – fa ridere dire oggi, da due anni! &#8211; per la Grecia vale in linea di principio e conseguenze per tutti gli eurodeboli. E niente di tutto questo può esser risolto dalla più rigorosa disciplina di bilancio indicata nel fiscal compact , che varrà negli anni prossimi mentre le decisioni sul sostegno o sul mancato sostegno agli eurodeboli vanno assunte ora, dove ora significa appunto due anni fa. La drammatica alternativa non comporta tanto facilmente terze vie.</p>
<p>Se davvero i governi europei credono alle loro parole e cioè alla difesa dell&#8217;euro comune – anche il 70% dei greci continua a volere l&#8217;euro, anche se non a queste condizioni – è fisiologico che accettino perdite di sovranità nazionali su bilancio e produttività, e che muovano a mercati davvero comunicati in cambio di una banca centrale prestatore di ultima istanza. Ma significa che la politica deve ammettere di aver sbagliato di grosso, nei paesi eurodeboli, a cominciare dall&#8217;Italia che tra tutti è il più grosso e quello con maggiore debito pubblico e minor crescita precrisi. Il 58% dell&#8217;intera spesa mondiale per welfare pubblico è nella sola euroarea, per dirne una: pensate davvero che sia sostenibile nel continente di vegliardi che ci candidiamo a essere? In cambio di questa colossale operazione-verità, l&#8217;euroarea può concentrare il suo bilancio di aiuti di medio periodo sui paesi che dovranno sostenere il maggior sforzo di convergenza partendo da medie di reddito procapite più basse, e mutare natura alla Bce. Altrimenti sono solo chiacchiere. Perché senza convergenza vera e rinunce alla sovranità la liquidità straordinaria della Bce è un palliativo. Al debito non si risponde con altro debito senza maggior produttività. Significa solo nascondersi che qualcun altro dovrà pagarlo. O con fallimenti, o con inflazione.<br />
Questo dicono la logica, e la storia cioè l&#8217;esperienza. Cosa diversa è se mi chiedete se davvero ci creda, all&#8217;operazione-verità e a massicce rinunce a sovranità da parte di Francia, Italia, Spagna e via proseguendo. No, non ci credo. Per questo penso che dovremmo ridurre a gogo il nostro debito con massicce dismissioni pubbliche e tagli corposi a spesa e tasse. Pronti alla malaparata, cioè a riprenderci sovranità su tassi d&#8217;interesse, di cambio e sul budget, piuttosto che continuare a credere  che il salvataggio verrà da quella sinora si è portata come una barca di matti.</p>
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		<title>Il Fmi ha parlato, lo Stato non faccia l&#8217;indiano a spese nostre: venda!</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 19:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fisco]]></category>
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		<description><![CDATA[Da Tempi
Oggi dal Fmi è venuta una frasetta che spiega perché contuinuo a tenere da settimane come primo post quello del suo arrivo in Italia. Da Washington hanno poi corretto, ma come certo sapete il direttore degli Affari Fiscali del Fondo, Carlo Cottarelli, aveva testualmente detto una grande verità: &#8220;l&#8217;Italia non può farcela da sola&#8221;. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <em>Tempi</em></p>
<p>Oggi dal Fmi è venuta una frasetta che spiega perché contuinuo a tenere da settimane come primo post quello del suo arrivo in Italia. Da Washington hanno poi corretto, ma come certo sapete il direttore degli Affari Fiscali del Fondo, Carlo Cottarelli, aveva testualmente detto una grande verità: &#8220;l&#8217;Italia non può farcela da sola&#8221;. Partiamo da qui. Per spiegare che un modo ci sarebbe. Se qualcuno desse retta. Diversi lettori reagiscono alla proposta qui avanzata  – bisogna abbattere il debito pubblico lavorando sugli stock e non sui flussi, perché gli avanzi primari a spesa pubblica pressoché intatta nella sua crescita inerziale non fanno altro che ammazzare il paese con pressione fiscale sempre più record – chiedendomi di documentare meglio le basi documentali sulle quali insisterebbe la proposta. Giusta osservazione. A maggior ragione visto che lunedì il Corriere della sera ci ha rivelato che sarebbe allo studio una proposta che dell&#8217;attivo pubblico farebbe tutt&#8217;altro utilizzo. Oggi per fortuna liquidata dal ministro Corrado Passera.<br />
Partiamo dai numeri, dunque. <span id="more-11435"></span></p>
<p>Segnatevi per cominciare <a href="http://www.dt.tesoro.it/it/cartolarizzazioni/patrimonio_pa/">questo</a>  indirizzo, dal portale del Tesoro, dove troverete gli estremi normativi e i criteri in base ai quali dal 2009 il ministero dell&#8217;Economia ha attivato una procedura di consultazione estesa ad oltre 9 mila soggetti diversi della Pubblica amministrazione centrale e periferica – novemila! &#8211; per compiere ogni anno una rilevazione sempre più accurata delle diverse componenti dell&#8217;attivo: crediti, immobili e terreni, concessioni, partecipazioni. E&#8217; una ricognizione che affonda le sue radici e metodologie in proposte e criteri avanzate molti anni orsono da economisti come Gianfranco Imperatori e giuristi come Stefano Rodotà e Franco Bassanini, (gli interessati possono utilmente trovare i ragguagli più esaustivi a mia conoscenza nella corposa opera <em>La finanza locale nello scenario globale</em>, ed Gianfranco Imperatori onlus, 2010).<br />
A <a href="http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/documentiHp/rendiconto_AA_PP_marzo_2011.pdf">questo </a>indirizzo invece  troverete l&#8217;ultimo rendiconto  dei beni immobili censiti al 31 marzo 2011, poiché questa è la data in cui ogni anno gli oltre 9mila diversi soggetti pubblici dovrebbero inoltrare al Tesoro la ricognizione completa dei loro asset.  Domanda: avviene? ma certo che no! Naturalmente, non avviene. Lo Stato è inflessibile quando siamo noi cittadini-contribuenti a non ottemperare alla legge. Ma ovviamente chiude gli occhi quando sono pezzi di Stato, a sottrarsi al rispetto della legge. Troverete dunque che a marzo 2011 era solo il 53% delle amministrazioni pubbliche ad aver risposto. Il che comunque ha consentito di censire oltre 530mila unità immobiliari, per una superficie complessiva di oltre 222 milioni di metri quadrati, e quasi 760mila terreni, pari a oltre 13 miliardi di metri quadrati. Nel documento si indica la metodologia attraverso la quale seguendo i criteri dell&#8217;OMI, l&#8217;Osservatorio del mercato immobiliare dell&#8217;Agenzia del Territorio, e dell&#8217;AGEA, Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, si giunga a una stima approssimativa tra i 239 e i 319 miliardi di euro per gli immobili, e fino a 49 miliardi per i terreni. Ripeto. Si tratta di una primissima valutazione relativa a poco più del 50% dell&#8217;intera PA.<br />
Per una altrettanto primissima valutazione complessiva invece del totale dell&#8217;attivo, andate a <a href="www.tesoro.it/documenti/open.asp?idd=27992">quest&#8217;altro</a> indirizzo e troverete un pdf denominato patrimonio pubblico, le 19 pagine di slides presentate da Edoardo Reviglio al seminario sullo stesso tema tenutosi al tesoro, il 30 settembre scorso. La stima è ancora del tutto conservativa e per difetto, come spiega correttamente l&#8217;autore, che su questo lavora indefessamenteda anni, ora presso la CdP. Il totale dell&#8217;attivo è stimato in 1815miliardi, dunque poco meno del debito pubblico italiano che ha superato la quota che trovate in costante aumento a destra in altro sotto la nostra testata.. Di quei 1815 miliardi, i cui valori oggi sono sicuramente diversi, 276 erano cassa disponibile, 240 crediti e anticipazioni attive, 78 intangibles in buona sostanza le concessioni, 132 partecipazioni, 420 immobili  (la stima resta molto modesta, se arrivavamo a 320 per metà della PA sei mesi prima), 386 infrastrutture, 176 risorse naturali, 37 beni culturali, 70 beni mobili.<br />
Ora i problemi, poi le soluzioni.<br />
Il primo problema abbastanza scandaloso è l&#8217;arretratezza – a distanza di anni dalla legge – con cui lo Stato risponde all&#8217;obbligo di sapere che cosa ha in pancia. Per uno Stato oltretutto il cui rischio d&#8217;insolvenza è salito drasticamente negli ultimi 7 mesi, avere una cognizione tanto modesta di ciò che garantisce il proprio debito è assolutamente intollerabile. Per non parlare della cura inesistente, visto che tale patrimonio costa più di quanto rende ( è così per l&#8217;intero patrimonio immobiliare, a cominciare dal milione e mezzo di unità immobilliari in carico agli ex Iacp locali che non &#8211; ripeto: NON !-  sono compresi in questa prima stima ma vanno oviamente aggiunti).<br />
Il secondo problema è il valore “vero”, cioè di mercato. Ma la soluzione a questo c&#8217;è: lo deve calcolare chi è del mestiere, non lo Stato.<br />
Che cosa farne? Diceva lunedì il Corriere che nel governo sarebbe matura l&#8217;idea di proporre uno scambio, trasferire dal Tesoro alla Cdp quote di controllo per una cinquantina di miliardi di euro, abbassare così di 3 punti di Pil il debito pubblico poiché gli esborsi di CdP non configurano in Eurostat debito pubblico, e col ricavato il Tesoro pagherebbe buona parte dei 70 miliardi di euro che lo Stato deve a imprese fornitrici, che stanno morendo strangolate visto che lo Stato non ti paga a discrezione sua, ma le tasse e i contributi li pretende con puntualità assoluta.<br />
Sono contrarissimo. Primo perché a Eurostat ci sparerebbero addosso. La Cdp grazie all&#8217;apertura del suo capitale al 30% in mano alle fondazioni bancarie e con peso rilevante nella sua governance, figura per questo come soggetto di mercato nel quadro contabile europeo. Ma se si usa raccolta postale – una passività, cioè debito pubblico – per una partita di giro al Tesoro, allora l&#8217;operazione non è affatto di mercato. E&#8217; oltretutto un regalo improprio alle fondazioni bancarie: penso all&#8217;ipotesi che il Tesoro giri a CdP non solo quote di partecipate, ma anche concessioni, magari a cominciare da quelle televisive. Infine, è un modo travestito – ma neanche troppo &#8211; per dire che del recinto pubblico in realtà non si cede un bel nulla. Né ora né mai. Sai che affare.<br />
La proposta che ci convince è molto diversa. L&#8217;intero mattone di Stato, per cominciare cioè almeno 400 miliardi che sono circa 27 punti di Pil, va girato in dotazione patrimoniale a un fondo immobiliare chiuso costituito come veicolo di mercato, gestito tramite gara da privati, che lo valuteranno e lo cederanno nei tempi più adeguato al miglior realizzo. Che il più del patrimonio sia in capo alle Autonomie, e che in una certa percentuasle sia utilizzato dalle stesse amministrazuioni pubbliche, non &#8211; ripeto: NON &#8211; rappresenta probklema ostativo alla sua cesisone, quando è il rischio default che bisogna affarontare. Un simile fondo, anche se usa una leva finanziaria bassa cioè non superiore a 3, con tutti gli abbattimenti e le cautele del potrebbe emettere obbligazioni pari a una volta e mezzo almeno la stima iniziale del patrimonio, e concedere ai detentori di titoli pubblici italiani uno swap volontario col quale si inizierebbe da subito ad abbattere debito, con abbattimento progressivo per la quota totale di patrimonio negli anni necessari alla sua alienazione totale.</p>
<p>Ecco in che cosa consiste, la strada alternativa per la quale con le cessioni pubbliche abbattiamo il debito, e nel frattempo tagliamo però anche la spesa pubblica per un equilibrio di entrate a ben più basso livello di quello immaginato con la manovra triennale del governo Monti. Di mezzo, tra le due ipotesi, c&#8217;è la sopravvivenza economica dell&#8217;impresa e del lavoro italiani. Oltre a uno Stato molto più magro, e per questo &#8211; proprio per questo &#8211; costretto a diventare più efficiente.</p>
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		<title>L&#8217;Italia ha fatto il necessario? Noi diciamo: no!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 17:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Tempi
E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&#38;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <em>Tempi</em></p>
<p>E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&amp;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona fede e a parecchia malafede. Anche in ambienti culturali e  intellettuali che mi sono assai cari. Monta un mix sempre più stizzoso di accuse ai tedeschi, di inconsapevole miopia o di consapevole volontà di Gotterdammerung, e di teorie della cospirazione per le quali le agenzie di rating sarebbero il braccio armato del capitalismo americano.  Capisco – ma non giustifico – chi si lanci in queste accuse perché spaventato dalle conseguenze di una crisi senza fine e in via di ulteriore peggioramento, ed esacerbato per le manovre su manovre di correzione della finanza pubblica. E questa è la buona fede. Ma respingo e condanno invece la malafede, che allinea in politica chi ieri diceva nel centrodestra che tutto era stato fatto, e chi oggi dal pulpito del governo dei tecnici prende purtroppo a dire la stessa cosa, dopo il decreto enfaticamente battezzato salva-Italia. E in attesa, domani, di quello sulle liberalizzazioni, che commenteremo copiosamente domani a provevdimento approvato, visto che la bozza di ieri sera già molto amaro in bocca ci lascia.<br />
Francamente, da chi  nutre un&#8217;idea sussidiaria e non dirigista della politica economica,  e personalista e non comunitarista o collettivista della filosofia politica, penso di dovermi aspettare tutt&#8217;altro. Ecco perché, quando mi sento ripetere  “ ma i tedeschi con la loro rigida pretesa di rigore non capiscono che si va a sbattere, oppure il loro vero interesse è la rottura dell&#8217;euro, per restare con pochi Paesi intorno a sé mentre noi andiamo a fondo?”; quando  si aggiunge  “perché mai accettare che le agenzie di rating debbano dettare le politiche?”; quando si conclude “ma non è meglio tornare a una banca centrale che obbedisca a parlamento e politica?”, francamente capisco che è inutile farsi cadere le braccia, da parte mia. Occorre semplicemente e umilmente rispiegare come noi &#8211; non sono solo &#8211; la pensiamo. Cerco di andare al punto, senza perdermi in tante considerazioni tecniche. Tre premesse, però. Una sull&#8217;euro e i tedeschi. Una seconda, sulle agenzie di rating. Una terza, sul bivio di fronte a noi. Poi, le conclusioni. <span id="more-11253"></span><br />
Prima premessa. Non è questo il momento per rifare la storia delle storture dell&#8217;euro ab origine. Mi limito a ripetere che tenendo separati da regolamentazioni nazionali – alle quali la politica di qualunque colore non vuole abdicare, in nessuna euronazione  – i diversi mercati dei beni e dei servizi, le diverse curve di costo di aree nazionali e subnazionali dei diversi Paesi a moneta comune restano incapaci di equilibrarsi per il principio dei vasi comunicanti. Poiché i debiti pubblici sono nazionali, fu accettato per definizione da politici e opinione pubbliche che hanno aderito all&#8217;euro il postulato che la convergenza dovesse avvenire attraverso rigore in finanza pubblica cioè poco debito di Stato, e produttività nell&#8217;economia reale cioè poca esposizione sull&#8217;estero nelle partite correnti. Altrimenti l&#8217;euro salta, c&#8217;è poco da fare. Non è che sono i tedeschi a farlo saltare, perché loro sono stati rigorosi in finanza pubblica e hanno riscritto welfare e contratti di produttività per rendere competitiva l&#8217;economia reale.<br />
Seconda premessa. I soci di molte agenzie di rating sono grandi fondi d&#8217;investimento americani e  anglosassoni. Non prendono ordini dalla Cia. Cercate di guarire, dal sospetto autarchico-latino-  machiavellico che vi sia sempre una perfida Albione e uno spregiudicato zio Sam che tentano sistematicamente di disconoscere che l&#8217;Italia e l&#8217;Europa abbiano diritto al loro Impero. I conflitti d&#8217;interesse delle agenzie di rating sono conclamati nell&#8217;esame delle aziende private, perché da loro stesse prendono i soldi. Ma nel caso dei debiti sovrani no, il problema è un altro: quello cioè che Fed e Sec  non diano più automaticamente fede pubblica ai giudizi di S%P. Moody&#8217;s, Fitch eccetera quanto a valutazione dei collaterali offerti da intermediari. Ricordo a tutti che la decisione di riconoscere alle agenzie di rating la fede pubblica fu adottta dalla SEC nel 1975, attribuendo loro la natura di NRSRO, Nationally Recognized Statistical Rating Organization, il che le ha erette e continua a erigerle come cartello monopolistico. La Bce già di fatto non si comporta così. Fine. Che i grandi fondi mondiali e nazionali invece diano retta alle agenzie è invece fisiologico. Rispondete alle seguenti domande. E&#8217; vero o no, che il giorno precedente il downgrading continentale Germania esclusa, la Grecia ha interrotto le trattative con le banche per la loro compartecipazione a tagliare del 50% il debito greco in circolo?  E&#8217; vero o no, che il governo greco ha dichiarato che in caso di mancato accordo è pronto a fregarsene dell&#8217;accordo, e a procedere autonomamente per legge svalutando il debito motu proprio almeno del 70%? E&#8217; vero o no, che questo significherebbe default argentino cioè ritorno alla dracma svalutata ancor più del 70%, e uscita dall&#8217;euro? E&#8217; vero o no, che a quel punto per tutti gli eurodeboli tutto diventerebbe ancor più difficile? E&#8217; vero o no che le difficoltà aumenterebbero anche per noi, con i nostri 440 miliardi di titoli da piazzare nel 2012 per di più con una larga percentuale a lunga durata decennale e settennale, cioè i titoli che meno le banche possono tornare a comprare perché implicano maggior assorbimento di capitale, rispetto a quelli a corta scadenza pur dopo la provvista straordinaria Bce? Poiché a tutte queste domande la risposta è “sì, è vero”, lasciamo allora ai politici l&#8217;attacco a testa bassa alle agenzie di rating che ne giudicano insufficiente ancora l&#8217;operato. E l&#8217;ambizione di creare un&#8217;agenzia pubblica europea come hanno fatto i cinesi, con la loro Dagong che valuta il merito di credito e solvibilità a seconda di quanto si sia amici o nemici della Cina.<br />
Terza premessa. Nessuno può onestamente dire che cosa avverrà della Grecia, né se arriveremo in un paio di mesi a una modifica del cosiddetto “fiscal compact” concordato l&#8217;8 dicembre e in via di stesura tecnica, accordo che in quanto tale i mercati hanno secondo me ragione e non torto a giudicare inadeguato alla risposta a una domanda secca: c&#8217;è un meccanismo cooperativo immediato europeo per salvare gli Stati più a rischio? No che non c&#8217;è, nel fiscal compact. E perché ci sia non è vero che bisogna piegare i tedeschi e convincere la Bce a fare la Fed. Basta anticipare da subito l&#8217;ESM previsto nel 2013, dotato di capitale proprio e non di garanzie nazionale sottoposte a svalutazione di rating, e aprire all&#8217;ESM la possibilità di interfacciarsi con la Bce come una qualunque banca europea. Basterebbe eccome. E se obiettate che i tedeschi non si fanno prendere per il naso perché comunque significherebbe un sostegno centrale per quanto indiretto ai debiti nazionali, io vi rispondo che è quel che già oggi avviene, anche se molti antigermanisti lo dimenticano. Nel sistema Target di finanziamenti tra banche centrali, la Bundesbank è esposta per quasi 700 miliardi di euro verso le banche centrali degli altri euroappartenenti, per lo più verso gli eurodeboli. Vi faccio notare che l&#8217;intero Tarp americano valeva 2,2 trilioni di dollari, dei quali 1,4 destinati a intermediari bancari, il resto a non bancari. Ma 700 miliardi di euro sono 1 trilione di dollari, e poiché la Germania conta 80 milioni di abitanti rispetto a più di tre volte di americani, la conseguenza  da ricordare a chi accusa Berlino è che la Germania si è esposta in aiuto al resto dell&#8217;euroarea assai più di quanto gli Usa abbiano fatto per l&#8217;intero proprio mercato!<br />
Fatte queste tre premesse, in realtà, stante la sua bassissima crescita da 15 anni e il suo altissimo debito pubblico, all&#8217;Italia conviene perseguire la via del rigore e della produttività in entrambi i casi. Sia che l&#8217;euro si salvi con un nuovo accordo. Sia che salti, e in quel caso bisogna sperare di poterne concordare un exit condiviso, per contenerne i costi comunque paurosi, e con tanti drammatici saluti alla leadership germanica di una delle tre macroaree monetarie mondiali.</p>
<p>Veniamo dunque al punto finale. E&#8217; vero o è falso, che l&#8217;Italia ha fatto dopo la manovra Monti tutto quel che doveva fare, e che dunque la colpa ora è degli altri? Qui conta il punto di vista. Il mio è quello richiamato all&#8217;inizio: sussidiario e personalista, non dirigista e collettivista. E la mia risposta – la mia che ho pure sostenuto questa formula di governo emergenziale come necessaria, come sapete -  è: no, non è vero. Non è vero affatto.</p>
<p>La linea adottata dal decreto &#8220;salva Italia&#8221; è infatti di totale continuità rispetto a quella seguita dal centrodestra suo predecessore, e dal centrosinistra prima. Dei 48, 71 e 81 miliardi di miglioramento dei saldi pubblici nel triennio 2012-13-14, i tre quarti quasi si devono ai decreti Tremonti, poco più di un quarto al decreto Monti. Ma quel che conta è che l&#8217;81% del saldo migliorato nel 2012, il 72% e il 76% nei due anni successivi si devono esclusivamente ad aggravi fiscali. In totale continuità, ripeto, con la linea Visco-Tremonti.<br />
Perché avviene questo? Possiamo e dobbiamo cominciare a dirlo. Perché in realtà anche se al governo c&#8217;era il centrosinistra o il centrodestra oppure i tecnici, dai tempi della manovra Amato a oggi tutte le volte in cui siamo andati a un millimetro dal burrone a “comandare” davvero – al di là delle recite politiche &#8211; è stata la medesima impostazione tecnico-culturale. Se dovessi brutalmente sintetizzarla, la somma dei keynesiani “macro” della Cattolica e della Bocconi, come li definisce Francesco Forte, una somma che ha impregnato di sé la Ragioneria generale dello Stato come i vertici della tecnocrazia ministeriale. E&#8217; questo lo zoccolo duro del potere economico pubblico italiano. Persone assolutamente rispettabili e per bene come Grilli e Giarda, lì da 20 anni a cercare di attuare ogni volta quel che Nino Andreatta diceva però più di 20 anni fa, quando le cose stavano ben diversamente, perché oggi certo Nino di fronte a peso di spesa pubblica e pressione fiscale sul Pil avrebbe ben cambiato idea.</p>
<p>L&#8217;idea del continuismo è che il rientro del debito pubblico italiano si persegue operando sui flussi, cioè attraverso sanguinosi avanzi primari nella proporzione di almeno 5 punti di Pil l&#8217;anno, da realizzare soprattutto tramite più tasse visto che la spesa a loro giudizio è comprimibile solo per pochi &#8220;sprechi&#8221; essendo sociale. E pazienza se la conseguenza di consimili avanzi primari per via fiscale è obbligatoriamente minor crescita quando va bene, e recessione quando la congiuntura europea e mondiale come oggi ci spinge ancor più in basso.</p>
<p>Al contrario, l&#8217;esperienza &#8211; non dico la scuola perché in questo caso significa abiurare al &#8220;Keynes all&#8217;italiana idest all&#8217;amatriciana&#8221;, da decenni in voga nell&#8217;accademia e nei media italiani  &#8211; dico almeno l&#8217;esperienza dovrebbe farci cambiare linea. L&#8217;esperienza oggettiva dico di 15 anni di scarsa crescita e di pressione fiscale record mondiale, visto che le manovre del 2011 alzano di oltre 300 punti base la pressione fiscale sul Pil per ognuno dei 3 anni  rispetto alle previsioni pubbliche del giugno 2011. Il che significa sfiorare il 46% nel 2013 e 2014 sul Pil, e depurando il denominatore dal 16,8% aggiunto dall&#8217;Istat per il nero di chi le tasse non le paga siamo ormai al 54% e rotti sul prodotto di chi le tasse le paga. Il che ulteriormente significa che sull&#8217;utile lordo d&#8217;impresa arriveremo dal 68% di pressione del 2010 a circa il 75%, come media tra livelli ancora più elevati per la stragrande maggioranza di imprese micro e piccole (non chiediamoci poi perché in tante provino ad evadere) e 40 e più punti in meno dell&#8217;impresa grande e delle banche.<br />
Rispetto a questa linea, l&#8217;alternativa sussidiaria e personalista rispetto alla linea dirigista e collettivista è lavorare sugli stock, non sui flussi.<br />
Ripeto, viene dalla constatazione che così continuando ammazziamo ulteriormente il Paese. Ma è anche e innanzitutto un&#8217;alternativa di scuola. Perché se abbiamo l&#8217;idea del debito pubblico come NON debito tra noi e noi stessi che è tipica del keynesimo, ma invece passività a carico del futuro taxpayer tanto più distorcente quanto più l&#8217;attore economuico &#8220;incorpora&#8221; da subito diminuendo consumi e investimenti dando per sccntato che tanto sarà affrontata solo o quasi attraverso più tasse &#8211; seguendo le tesi di James Buchanan e di Bob Barro, nonché l&#8217;equivalenza ricardiana applicata alla teoria del ciclo del risparmio vitale su cui Franco Modigliani prese il Nobel &#8211; allora ne discende che DOBBIAMO  affrontare deficit e debito impugnando l&#8217;ascia dei tagli agli stock, non la pompa incrementale ai flussi fiscali.</p>
<p>Ergo: il debito pubblico va abbattuto con dismissione per 30 punti di Pil di attivo pubblico, a partire dal mattone di Stato ma non solo. La spesa pubblica va abbassata in 8-10 anni di almeno 10 punti di Pil, dagli attuali 840 miliardi tendenziali. Della stessa quantità va abbassata la pressione fiscale, sommando imposte e contributi, perché è questo il peggior freno alla crescita.  Come hanno fatto diversi Paesi avanzati nel precrisi, paesi di democrazia welfarista, non parlo della Thatcher. La Germania, l&#8217;Australia, il Canada, la Nuova Zelanda.  Non smantellando i diritti sociali, bensi rivedendo il welfare come in coi pacchetti Hartz a Berlino,  rivedendo dalle fondamenta apparati pubblici, costi e meccanismi di fornitura, livelli sovrapposti di governance, e cedendo al mercato pezzi interi di PA con relativo personale pubblico. Ricordo a tutti che nel Regno Unito  non c&#8217;è un solo treno pubblico da più di 20 anni &#8211; hanno ripubblicizzato la sola rete cioè i binari, anni fa &#8211; e grazie a questo la domanda e l&#8217;offerta sono aumentati entrambi consuiderevolmente dalla privatizzazione, come ci ricorda sempre Ugo Arrigo. Da noi col &#8220;tutto pubblico&#8221; abbiamo sin  qui iperfinanziato   l&#8217;alta velocità – con costi-km per investimenti a carico contribuente talora dai 3 ai 5 volte superiori alla media europea &#8211; che è aperta alla concorrenza e che dunque ha più marginalità, ma il totale dei cui passeggeri non pareggia quello che l&#8217;incumbent ha perso su tutti gli altri segmenti che ha dovuto ridurre. Potrei continuare a iosa, lo sapete benissimo&#8230; Dalle Poste, a molto altro. Sèpero di essere smentito, ma direi che potrei continuare esagttamente con ciò che sembra sparire dall&#8217;ultima bozza di liberalizzazioni annunciate, di cui appunto parleremo solo dopo aver visto ciò che davvero esce dal Consiglio dei ministri.</p>
<p>L&#8217;alternativa c&#8217;è, alla linea macro-keynesista statalista e fiscalista. E&#8217; una linea micro-offertista, sussidiaria e personalista. Che abbassa spesa ed entrate avvicinandole a chi paga per tornare all&#8217;einaudiano principio del beneficio, che libera energie per la crescita invece di drenarle, e che smonta dalle fondamenta l&#8217;opaco consenso tra nicchie protette d&#8217;impresa e 250 mila italiani che campano di politica e amministrazione apicale pubblica (non stupitevi, perché se sommate gli 8mila Comuni e le Province e le Regioni ai 1000 parlamentari e alle 7mila società locali e alle centinaia di società controllate dallo Stato a livello centrale coi loro cda, il conto purtroppo torna come ordine di grandezza).<br />
Non è affatto vero, che a pensarla così siano solo “pittoreschi personaggi che evidentemente difendono gli evasori”, come ha scritto Corrado Augias su Repubblica. La pensano così economisti come Paolo Savona – leggete il suo appena edito “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”- come Nicola Rossi, come Mario Baldassarri, come Alberto Bisin, come Giulio Zanella, come Eugenio Somaini. E tanti, tanti altri. Se avesse avuto testa, il centrodestra avrebbe dovuto dar loro retta, invece di continuare sulla linea dominante. Non bisogna abbandonarla perché è di sinistra, ma perché è sbagliata, perché ci taglia le gambe. Prima di dire che abbiamo fatto tutto il necessario, allotra, direi che è il caso di imboccare la strada giusta.</p>
<p>Voi che dite? E quando dico imboccare, significa una sola cosa. Temo che il governo dei tecnici non la condivida, questa linea. Ma allora  chi la pensa così deve lavorare perchè questa posizione abbia anche rappresentanza alle prossime elezioni politiche. Ci sia l&#8217;euro, o meno. Perché questa è l&#8217;unica strada, per un&#8217;Italia che a testa alta e a portafogli che tornino pieni, conti domani 40 milioni di occupati. Sì, avete letto bene, 40: cioè che dia lavoro a giovani anziani e donne, alzando di 15 punti almeno la partecipazione al mercato del lavoro, e piantandola di dar colpa agli altri dei guai che a casa nostra hanno combinato politica e classi dirigenti italiane.</p>
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		<title>Disobbedienza fiscale: i presupposti dimenticati, è ora di riscoprirli!</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:09:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; tempo di riscoprire i presupposti della disobbedienmza fiscale. Pubblica e organizzata. Befera e l&#8217;Agenzia delle Entrate ed anche Equitalia non c&#8217;entrano. Chi manda bombe e proiettili, è il nostro nemico e deve smetterla al più presto. Perché ci sono cascati tutti o quasi. Per l&#8217;ennesima volta. Ed è anche per questo che nutro una considerazione sempre più elevata per Attilio Befera, il capo dell&#8217;Agenzia delle Entrate e di Equitalia, e per la sua squadra che da anni ha mutato assetto organizzativo, efficacia e risultati concreti della lotta all&#8217;evasione, in perenne crescita. Non è un camaleonte perché confermato da sinistra e destra, come ha titolato<em> La Stampa</em>, perché in un Paese iperammalato di spoil system se Visco e Tremonti gli hanno dato fiducia è solo per i risultati concreti. E non è vero che la lena delle Entrate si è attenuata quando non c&#8217;era Visco, come l&#8217;intemerato deus ex machina fiscale della sinistra ha tuonato in un&#8217;intervista dopo Cortina. Al contrario, Befera coglie nel segno non solo perché il recuperato fiscale è cresciuto sempre e raddoppiato in cinque anni superando gli 11 miliardi in 12 mesi. Va a segno anche perché si è fatto aumentare i poteri sia dalla destra che dal governo dei tecnici. E perché l&#8217;azione delle Entrate si svolge anche con un abile occhio agli echi mediatici delle sue iniziative. Dai vip dello sport alle star dello spettacolo ai vacanzieri di Cortina, l&#8217;incazzatura dei lavoratori dipendenti soggetti senza scampo al sostituto d&#8217;imposta è assicurata. Ma il problema non è Befera e non sono i suoi. Fanno tostamente il loro mestiere.  Il viso dell&#8217;arme è ciò che lo Stato chiede loro.  Servono lo Stato. Il problema è la politica, che dello Stato scrive le leggi fiscali. Anzi i decreti legge, le circolari e i regolamenti, in violazione dell&#8217;articolo 23 della Costituzione che prescrive la riserva di legge assoluta per i nuovi tributi. Il problema è la giustizia, che tanto in Cassazione quanto alla Corte costituzionale ha accumulato una terrificante giurisprudenza a senso unico, per la quale in materia fiscale lo Stato ha praticamente sempre ragione. Ha sempre ragione, anche quando asimmetricamente pretende per sé un rispetto assoluto dei tempi di versamento e del quantum gli si deve, mentre per pagare le fatture dovute ai privati o per il rimborso dei crediti fiscali impiega discrezionalmente anni. Ha sempre ragione, anche quando stabilisce e pretende che per la sola temeraria decisione del contribuente di accedere a contenzioso fiscale, questi debba versare allo Stato subito un terzo di ciò che lo Stato pretende e che i contribuente contesta, con in più oneri e aggi. Ha sempre ragione, anche se nel contenzioso il giudice tributario non è affatto terzo rispetto a contribuente ed Entrate, ma di fatto parte esterna e concomitante dell&#8217;amministrazione tributaria. Ha sempre ragione, anche quando con il governo Monti lo Stato dispone il pieno accesso delle Entrate non solo ai conti bancari con relativi saldi, ma a qualunque operazione bancaria da parte di chiunque. Col che in nome della lotta all&#8217;evasione e al riciclaggio passiamo da una foto statica del patrimonio e dei saldi bancari di noi tutti all&#8217;integrale film comportamentale di qualunque cosa facciamo per ogni singola unità di tempo. In maniera che un pm potrà anche solo da una successione di operazioni bancarie nel tempo incardinare fascicoli identificandoli come ipotesi di reato. E la Costituzione, dove la mettiamo? <span id="more-11168"></span></p>
<p>Gli studi di settore, per anni divenuti strumenti induttivi dai quali far discendere unilateralmente da parte dello Stato cifre d&#8217;affari, basi imponibili e imposte dovute e pretese, prescindendo da ciò che capita davvero in concreto a ciascuna microimpresa artigiana o professionale interessata, non sono forse in violazione dell&#8217;articolo 53 della Costituzione sulla capacità contributiva individuale? E i conti correnti in toto girati allo Stato, non sono violazione dell&#8217;articolo 15 della Carta Fondamentale? Quell&#8217;articolo che testualmente afferma: “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell&#8217;autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”?</p>
<p>Il diritto naturale pre esiste a ogni statuizione dell&#8217;ordinamento positivo, per chi non è hegeliano sostenitore dello Stato etico, e non fa differenza se sia rosso o nero a seconda di quale filone dei discepoli di Fichte abbia fondato le rispettive ideologie politiche. Ma ogni più sacro fondamento del diritto di persone e individui viene da anni sempre più calpestato, in materia fiscale. Perché lo Stato assetato di risorse si dà ragione nel diritto e nella giurisprudenza. Persino l&#8217;abuso di diritto, secondo la Repubblica italiana e i suoi giudici, si configura solo a carico del contribuente contro lo Stato e mai viceversa. Nemmeno quando l&#8217;Agenzia delle Entrate non rimuove i pignoramenti su appartamenti per debiti fiscali contestati inferiori agli 8mila euro, come pure una sentenza di Cassazione avrebbe stabilito nel 2010.</p>
<p>Quando si muovono tali obiezioni una risposta corale viene immediatamente dal fronte statalista, che di fatto ha accomunato negli anni sinistra, destra e oggi governo dei tecnici, tutti uniti nella sacra parola d&#8217;ordine “lotta all&#8217;evasione”, tutti dimentichi e conniventi dello scandalo di una pressione fiscale in perenne crescita, salita di oltre 20 punti di Pil in una sola generazione, al continuo inseguimento di una spesa pubblica superiore a metà del prodotto nazionale, scandalosamente inefficiente e clientelare, al servizio degli interessi di chi protempore amministra lo Stato perennemente, impunemente e sfacciatamente spacciati per interesse generale. La risposta corale del fronte statalista è “vergogna, voi difendete quei criminali abietti che sono gli evasori”.</p>
<p> Le quattro mosche bianche residue liberali ne hanno le tasche piene, di questa accusa. Non serve aver letto e citare de la Boètie e John Locke, sant&#8217;Agostino e san Tommaso, Thomas Jefferson e l&#8217;abate Mably (che pure è fondatore del socialismo utopico, più che liberale), i fondamenti del diritto naturale in materia fiscale che hanno ispirato le grandi evoluzioni liberali della Storia, la testa tagliata di Carlo I e la Glorious Revolution del 1688, la rivolta delle Colonie americane e la nascita egli Stati Uniti. Ti aggrediscono come un nemico del popolo, dicono che vuoi sottrarre risorse ai servizi pubblici. Quando invece è vero il contrario. Loro mandano in tv spot tambureggianti in cui l&#8217;evasore è accusato di rubarmi in tasca, quando invece tutto ciò che lo Stato recupera se lo tiene per sé come spesa aggiuntiva, mica lo retrocede a chi le tasse le paga per premiarlo: ed è colpa suprema del centrodestra, non aver riconosciuto e introdotto tale principio.</p>
<p>E allora, penso io, è tempo che i liberali si organizzino. E che pensino alla disobbedienza fiscale. Quella pubblica e autodichiarata. Esposta a pene che spacchino e facciano discutere l&#8217;opinione pubblica per aprire gli occhi e risvegliare coscienze dormienti. Alla ricerca di magistrati che incardinino presso la Corte costituzionale giudizi incidentali che sollevino il problema dell&#8217;incostituzionalità di una delle tante aberrazioni fiscali che nel nostro Paese ci hanno reso servi di fatto, da cittadini di nome. Ce ne sarà almeno uno, su settemila magistrati, che la pensi così. E che segua la stessa strada per cui la Germania 10 anni fa è tornata a un sacro rispetto di un tetto, aggiornato anno per anno con pubblico voto parlamentare, di reddito personale e familiare intangibile a ogni pretesa dell&#8217;ordinamento. E&#8217; bastato stabilire questo, perché spesa pubblica e imposte siano scesi in equilibrio di quasi 7 punti di Pil, liberando energie potenti per la crescita del Paese e del benessere di ciascuno.</p>
<p>Le basi di diritto, per la disobbedienza civile fiscale? Ci sono eccome. Prendete <em>La giustizia costituzionale</em> di Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte e teso sacro alla sinistra. A pagina 276 dell&#8217;edizione 1988 leggerete: a) la legge incostituzionale non è obbligatoria; b) tuttavia non è neppure obbligatoria la disobbedienza ad essa, tale disobbedienza essendo solo consentita o ammessa; c) la disobbedienza alla legge è invece giuridicamente doverosa nei casi i cui i singoli si rappresentino con piena consapevolezza l&#8217;indiscutibile incostituzionalità della legge.</p>
<p>Alla prima sottocommisione della Costituente, il 3 dicembre 1946, furono tra gli altri Aldo Moro, Meuccio Ruini e Giuseppe Dossetti a difendere una formulazione che così recitava, annessa a quello che divenne poi l&#8217;articolo 54 odierno della Costituzione: “la resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino”. Togliatti, sprezzante, intervenne sostenendo che le rivoluzioni sono tali perché vincono, non perché esistano diritti alla disobbedienza in Costituzione. Naturalmente, la disobbedienza civile liberale non c&#8217;entrava nulla con le rivoluzioni rosse e nere. Ma tanto bastò perché la proposta cadesse, al fine di non dare appigli alla piazza filosovietica. E&#8217; amaro dirlo. Ma gli statalisti che allora vinsero in nome della rivoluzione contro i diritti naturali della persona, oggi continuano a farne strame in nome del fisco e della spesa pubblica. Finché almeno qualcuno non si svegli, in campo liberale. Sve-glia-mo-ci! Non è cosa da far da soplòi. E non è da delegare alle associazioni di categoria e d&#8217;impresa. E&#8217; cosa da uomini liberi, che sappiano misurare le parole agli insulti che riceveranno. Solo ancora ieri, Corrado Augias rispondeva a un lettore di Repubblica caricaturando i &#8220;pittoreschi personaggi&#8221; che vanno in tv e per gionali a dire quel che dico io e che pensiamo noi.  Saremo pure pittoreschi, ma abbiamo letto e studiato abbastanza per sapere che chi difende lo Stato nei suoi vizi e stravizi non può che essere un nemico della libertà. Fosse anche il più grande ideale a indurlo a giustificare una sopesa pubblica e un prelievo pubblico tanto scandalosi, per noui resta un ideale sbagliato. Perché la libertà viene prima.</p>
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		<title>Operazione Cortina: il lusso alla berlina, lo Stato in portantina</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 13:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[evasione]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
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		<description><![CDATA[Mi spiace che il mio amico Michele Boldrin scriva e pensi che a protestare per l&#8217;operazione antievasione a Cortina siano i &#8220;liberali alle vongole&#8221;. Le vongole, mai piaciute. Ma nemmeno mi può piacere il pescecane pubblico italiano. E se lo difendi, amico mio, puoi dire tutto ma non di essere un liberale. In sintesi, ecco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi spiace che il mio amico Michele Boldrin scriva e pensi che a protestare per l&#8217;operazione antievasione a Cortina siano i &#8220;liberali alle vongole&#8221;. Le vongole, mai piaciute. Ma nemmeno mi può piacere il pescecane pubblico italiano. E se lo difendi, amico mio, puoi dire tutto ma non di essere un liberale. In sintesi, ecco 7 punti a proposito di &#8220;Operazione Cortina&#8221;: l&#8217;ennesima ottima trovata di comunicazione di chi sa fare il suo mestiere, alla testa dell&#8217;Agenzia delle Entrate. L&#8217;operazione è stata un successo mediatico clamoroso, infatti. Come molte operazioni &#8220;a effetto&#8221; contro ricchi e vip dello sport, cinema belcanto et similia, che di quando in quando centrano rumorosamente l&#8217;obiettivo di consensi che è compito sacrosanto conseguire se siete alla testa dell&#8217;apparato pubblico antievasione. Detto questo, i liberali veri e sinceri servono proprio a vedere oltre il fumo mediatico. E il fumo qui è proprio una grande cortina fumogena, che serve e riesce a far dimenticare a tutti qual è lo sacandalo vero numero uno, in materia di fisco. Lusso alla berlina e Stato in portantina? No grazie, da parte mia. Ecco perché.<span id="more-11121"></span></p>
<p>A) personalmente ero a Cortina ieri per un dibattito con Ennio Doris e altri, e per scatenare un finimondo in sala è bastato leggere a voce alta brani <a href="http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=175301&amp;sez=NORDEST" target="_blank">del pezzo sul  Gazzettino</a> in cui l&#8217;ufficiale della Finanza competente per territorio si dissocia e afferma che loro non utilizzerebero mai i sistemi adottati su indagini delegate da Agenzia Entrate: assistere ai primi incroci di accuse tra apparati dello Stato impegnati nella sacra crociata antievasione ha dell&#8217;esilarante&#8230;</p>
<p>B) stamane alla mia trasmissione su Radio24 ho letto pressoché integralmente l&#8217;<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9615&amp;ID_sezione=29" target="_blank">editoriale  </a>sulla Stampa odierna di Luca  Ricolfi: reazioni del pubblico da entusiasmo puro, il vero problema numero uno è la pressione fiscale reale intorno a 60% di Pil, e <em>total tax rate</em> su imprese al 68%;</p>
<p>C) rispetto le idee di tutti, ma il sacro mantra della lotta all&#8217;evasione NON è credibile a mio giudizio finché non si assisterà a governi capaci di aggredire lo scandalo numero uno di cui l&#8217;evasione è figlia e non viceversa: lo scandalo numero uno è l&#8217;aumento di quasi 25 punti di Pil di pressione fiscale inseguendo il continuo aumento della spesa corrente avutosi in 25 anni, cioè nell&#8217;arco di una sola generazione. Siamo ai record mondiali. Mentre i Paesi ad alto prelievo hanno modulato aumenti in un secolo da Bismarck in poi, in cambio di un&#8217;efficienza pubblica che da noi manca, e con assai minori fenomeni di nicchie di impresa e mercato protette, che vivono al riparo di prezzi e tariffe e aste falsate governate dal pubblico, il che spiega la dinamica pazzesca dei beni e consumi intermedi della PA nel nostro Paese, solo scalfiti da meccanismi di acquisizione centralizzata tipo Consip, e che regolarmente invece vengono confusi con servizi finali da tagliare al pubblico quando lo Stato centrale impugna la scure lineare come ha fatto quel buontempone di Tremonti. In altre parole BASTA CHIACCHIERE ETERNE SULLE SPENDING REVIEW DA ELABORARE DOMANI: SAPPIAMO BENISSIMO DA ANNI che cosa va tagliato e quanto, il problema è credere di avere consenso politico, capacità tecnica e coraggio leonino necessari PER FARLO! Altro che il disgusto dei signori parlamentari che dicono di essere pagati poco, e degli stenografi parlemantari che guadagnano più del presidente della FED. AGGIUNGO CHE ABBATTERE DI 20 PUNTI di Pil almeno IL  DEBITO PUBBLICO TRAMITE DISMISSIONE DI MATTONE DI STATO E&#8217; POSSIBILE E NECESSARIO, E RESTITUISCE FIDUCIA NELL&#8217;ITALIA SENZA AMMAZZARE ULTERIORMENTE LA CRESCITA CON TASSE SCHIANTA-PAESE!;</p>
<p>D) ricordo a tutti che il mantra della lotta all&#8217;evasione ci ha spinto ormai a misure che non hanno eguali in ALCUN paese avanzato: il limite al contante a 1000 euro non c&#8217;è in Germania come non c&#8217;è in Uk, in Francia c&#8217;è un limite mensile alle operazioni in contanti oltre il quale scatta la segnalazione. Da noi, passando in questo 2012 dalla fotografia statica di conti e saldi bancari alla condivisione in banche dati publiche dell&#8217;intera dinamica quotidiana di OGNI OPERAZIONE BANCARIA, consentiamo ad Agenzia delle Entrate e pm il controllo comportamentale profilato di ciascuno di noi. Per dire: un pm sulla successione temporale di operazioni bancarie potrà disporre l&#8217;apertura di fascicoli in cui il mero determinarsi di flussi può costituire ipotesi di reato. Se alcuni o molti di voi sono convinti che tutto ciò è utile e giustificabile in nome della lotta all&#8217;evasione e al riciclaggio, cioè se pensate come Michele Boldrin che ad avere dubbi e contrarietà fortissime su questa batteria di misure si sia amici di evasori e &#8220;liberali alle viongole&#8221;, secondo me siete invece o vittime in buona fede della campagna di balle di Stato, oppure siete passati consapevolmente o meno armi e bagagli in campo statal-populista.  Personalmente mi ha dato molto da riflettere il libro ultimo del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che vi invito a leggere - <em>Soldi Sporchi</em>. Mi hanno provocato forti maldistomaco cifre  citate da fonti assolutamente non credibili tipo la Loretta Napoleoni che va tanto per la maggiore in Italia (esempio: &#8220;le oltre 200 filiali di banche italiane all&#8217;estero hanno riciclato 5000 miliardi di dollari&#8221; Bum! un terzo del gdp USA? In quanti anni? da dove si prende il dato? chi lo dice? su quali basi? è l&#8217;Ocse? è il FMI? è la BCE? E&#8217; bankitalia? ma no, ah beh allora scatta la risata&#8230;. a Grasso glie l&#8217;ho chiesto in trasmissione, la sua risposta è che a difendere il sistema della libertà assoluta del capitale transnazionale si difende la possibilità della mafia di nascondersi, e che questo è lo stesso scopo delle imprese, nascondere i proventi agli Stati e al fisco, frase che trovate anch&#8217;essa testuale nel libro pregevolissimo del signor procuratore&#8230; al che ho doppiamente rabbrividito, perché se imprese private uguale mafia allora viva il comunismo e la facciamo finita con le chiacchiere</p>
<p>E) ricordo inoltre a tutti che l&#8217;esperienza di questi anni ci dovrebbe aver dimostrato a che cosa porta la sin qui verificata impossibilità di limitare e controllare l&#8217;infinito numero di punti di accesso a banche dati unificate tributarie catastali e bancarie e contributive. Il mio povero ex professore di diritto costituzionale Pizzetti, garante della Privacy, può a quattr&#8217;occhi chiarirvi quando volete l&#8217;impossibilità che egli e la sua esilissima struttura possano svuotare l&#8217;oceano con un cucchiaino, per limitare gli abusi. Cinque anni fa i soli punti d&#8217;accesso nei Comuni italiani risultavano essere oltre 90mila, e oggi ne restano oltre 20mila, la promessa tracciabilità degli ingressi per effettuare controlli resta sulla carta, perché le password sono condivise. A tali accessi se ne sommano migliaia di altri nell&#8217;intero sistema periferico delle quattro agenzie tributarie, Gdf, forze di polizia, polizia giudiziaria  etc etc, nei quali la tracciabilità è ancor più sulla carta che nei Comuni, dove un giro di vite venne effettuato dopo lo scandalo relativo agli accessi &#8211; centinaia, erano &#8211; per controllare Prodi e sua moglie oltre a Berlusconi e famiglia&#8230;  Dovremmo inoltre tutti ricordare che il mercato nero opaco e parallelo delle <em>security</em> private &#8211; di solito funzione affidata nelle imprese italiane non a caso ad ex appartenenti dei corpi dello Stato, vedi Tavaroli &#8211; prospera esattamente su dati ricavati illecitamente da punti d&#8217;accesso alle banche dati sensibili pubbliche, accessi effettuati da ex colleghi e amici in cambio di piaceri e denaro. Se anche qui mi dite che chi non ha nulla da nascondere non ha niente da preoccuparsi allora è certificato, siete statalisti orwelliani, piantatela di dirvi o pensarvi liberali e iniziate a cantare che l&#8217;ignoranza è forza e la privacy l&#8217;ombra dietro la quale si nascondono i nemici dello Stato;</p>
<p>F) sempre in materia di lotta all&#8217;evasione e di arcifamoso e plurinvocato contrasto d&#8217;interessi in materia di scarico dell&#8217;Iva, purtroppo si commenta da sola la figura penosa sul Corriere di ieri e autocorrezione di oggi di Giavazzi e di Alesina, trascinato temo dal primo non per la prima volta in argomenti di cui evidentemente sa poco e me ne dispiace, perché ne ho una stima assoluta come stimo l&#8217;a volte però troppo acceso Giavazzi. Finché a invoncare la detrazione per tutti sono lettori e ascoltatori che ignorano il diritto tributario, o politici demagoghi, va bene. Altrimenti l&#8217;abc del diritto tributario italiano dovrebbe ricordarci  due cosette basilari: il divino contrasto d&#8217;interessi invocato da anni per far emergere nero fiscale fa dimenticare a molti che IVA NON è imposta generale sui consumi ma appunto sul valore aggiunto, ergo HA PIENA COERENZA che a detrarre siano solo i soggetti &#8211; fisici e giuridici &#8211; per i quali l&#8217;acquisto di beni e servizi intermedi costituisce input rispetto al quale c&#8217;è output di beni e servizi offerti a terzi con proprio valore aggiunto. ERGO ANCORA E&#8217; certo ovvio che potremmo &#8211; dietro complesso negoziato con Europa, per evitare asimmetrie comunitarie, e la materia posso garantire che è assai spinosa &#8211; cambiare natura all&#8217;imposta e a quel punto estendere a tutti sia pur diversamente graduate  detrazioni, MA A QUEL PUNTO dovremmo abbassare energicamente il prelievo sui redditi  perché in caso contrario accresceremmo ulteriormente gli effetti della mancata neutralità del prelievo complessivo;</p>
<p>G) solo che NESSUNO qui parla più di riequilibrare il sistema per abbassare di molto il prelievo su redditi e impresa a fronte di VERE compressioni di spesa: nell&#8217;ambito quantitativo di riferimento di quei quasi meno 7 punti di Pil di spesa pubblica e prelievo che la Germania ha totalizzato dai primi anni 2000 al precrisi. Certo, i tedeschi hanno cambiato il welfare e realizzato grandi contratti aziendali di produttività in tutte le grandi imprese, per accompagnare un simile <em>turnaround</em> pubblico con più produttività privata. E&#8217; quel che si dovrebbe fare. Obiettare alle verità taglienti di Ricolfi accusandole di stantia polemica antimeridionale, inoltre con il mantra della lotta all&#8217;evasione,  per me equivale a negare che da quelle priorità sacrosante discendono conseguenze politico-economico-fiscali altrettanto sacrosante. Ed è di questa negazione costante, che vive la difesa di un prelievo fiscale rapinoso che cresce cresce cresce, e la difesa di una spesa pubblica vergognosa che si riesce al massimo &#8211; nei punti di maggior crisi nazionale come il 2010-2011 e sotto Amato &#8211; a fermare per pochissimo nella sua dinamica di costante crescita, ma MAI A invertirne stabilmente il segno per un decennio a venire con misure strutturali. Lo hanno fatto negli ultimi decenni Paesi come Canada e Germania, Australia e Nuova Zelanda, e cito apposta queste democrazie welfariste per evitare di farmi dire che sono solo thatcheriano. Ma viva la Thatcher tutta la vita, per quello che mi riguarda, e vergogna a chi si fa cameriere della rapina di Stato.</p>
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		<title>La manovra del governo dei tecnici</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 14:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[A otto mesi di vita, buona parte del tempo viene impiegato a tentare di associare alle parole il loro significato. Nicolò si sta dedicando a questo sforzo con grande impegno. Il suo spirito analitico lo ha dapprincipio condotto ad affrontare la questione attraverso lo studio. Gli sembrava di aver trovato molte risposte nel Tractatuss logico-philosophicus  di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A otto mesi di vita, buona parte del tempo viene impiegato a tentare di associare alle parole il loro significato. Nicolò si sta dedicando a questo sforzo con grande impegno. Il suo spirito analitico lo ha dapprincipio condotto ad affrontare la questione attraverso lo studio. Gli sembrava di aver trovato molte risposte nel <em>Tractatuss logico-philosophicus  </em>di<em> Ludwig Wittgenstein<strong>; </strong></em>è rimasto molto deluso quando ha scoperto che lo stesso L.W. aveva demolito il <em>tractatus</em> nelle sue <em>Philosophical Investigations. </em>Nicolò è quindi tornato a un metodo schiettamente popperiano: lui assume che, se gli indicano un affare verde pieno di lucine intermittenti e di palline colorate e lo chiamano albero di Natale, ebbene quello deve essere un albero di Natale; salvo che successive osservazioni non falsifichino l&#8217;assunto. Così diviene abbastanza facile comprendere cosa sia un albero di Natale. Ma Nicolò sta trovando molto più difficile scoprire cosa sia un <em>governo tecnico</em> e cosa lo distingua da un <em>governo politico</em>.<span id="more-11037"></span></p>
<p>Soprattutto perché chi sia un <em>politico</em> gli sembra piuttosto oscuro. Pensava però Nicolò di aver ben compreso cosa fosse un tecnico. Uno che, di quella specifica materia, se ne intende, perché la ha studiata, ovvero perché comunque se ne è occupato professionalmente. Nella sua semplicità di infante, a Nicolò non dispiaceva affatto il governo dei tecnici: un po&#8217; di competenza, pensava Nicolò, non potrà che far bene a questa disastrata Italia in cui mi è capitato di nascere.</p>
<p>Ma la cosa si è complicata quando la semplice mente di Nicolò si è trovata di fronte alla manovra finanziaria del governo dei tecnici. Nella sua, appunto, semplicità, Nicolò pensava che il governo dei tecnici avrebbe usato le specifiche competenze dei suoi componenti per migliorare &#8211; sente dire la parola ottimizzare &#8211; l&#8217;utilizzazione delle risorse. Non gli sfugge che ciò potrebbe dire produrre di più con le stesse risorse, ovvero produrre le stesse quantità con risorse minori. Nella situazione italiana, teme però Nicolò che non ci possiamo permettere la prima strada (incombe su tutti noi l&#8217;orologio del debito dell&#8217;IBL), e che quindi sia necessario scegliere la seconda: produrre la stessa quantità di beni pubblici con una quantità minore di risorse. Ecco quindi che Nicolò si sarebbe atteso dai tecnici quelli che ha imparato a chiamare &#8220;tagli&#8221; alla spesa pubblica; e non già i &#8220;tagli lineari&#8221; praticati quando c&#8217;erano tre monti, ma i tagli selettivi, accompagnati da una riorganizzazione degli apparati pubblici, che a Nicolò sembravano ovvi dopo la semplificazione orografica.</p>
<p>Ma quanto è faticoso il metodo di <em>trials an errors</em>! E Nicolò ha dovuto velocemente concludere che la sua tesi riguardo al significato del governo dei tecnici era falsificata dai fatti. La manovra del governo tecnico infatti, rinunciando praticamente a ogni possibile taglio &#8211; più o meno lineare &#8211; della spesa pubblica, ha pensato bene di aumentare le risorse a disposizione dello Stato; in altre parole, ha alzato le tasse. E addirittura le ha alzate di più di quanto sarebbe stato semplicemente necessario per ridurre il deficit; perché ha pensato che fosse necessario aggiungere ancora un po&#8217; di spesa. Della &#8220;ottimizzazione&#8221; nell&#8217;uso delle risorse, della riorganizzazione dell&#8217;apparato pubblico, se ne parlerà un&#8217;altra volta.</p>
<p>Quindi, il tentativo di Nicolò di comprendere cosa sia un governo dei tecnici a partire da quel che il governo fa, si è rivelata fallace. Ma forse la ricerca non è stata inutile. Non sarà che a Nicolò è riuscito quel che non riuscì a Cristoforo Colombo, cioè di buscare il levante per il ponente? E, mentre cercava di capire cosa fosse il governo dei tecnici, si è trovato invece a capire cosa sia il governo dei politici?</p>
<p>&nbsp;</p>
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