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	<title>CHICAGO BLOG &#187; imposta patrimoniale</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Bad company Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 14:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Arrigo</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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		<category><![CDATA[Tremonti]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervengo ancora sul tema del debito pubblico, dopo l&#8217;ottimo post di Oscar, segnalando il mio stupore per le numerose personalità che hanno in maniera superficiale avvalorato l&#8217;idea che un&#8217;imposta patrimoniale consistente sia soluzione praticabile e consigliabile per aggredire il problema del debito. Ritengo infatti che non sia praticabile e che in ogni caso sia sconsigliabile per una molteplicità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervengo ancora sul tema del debito pubblico, dopo l&#8217;ottimo post di Oscar, segnalando il mio stupore per le numerose personalità che hanno in maniera superficiale avvalorato l&#8217;idea che un&#8217;imposta patrimoniale consistente sia soluzione praticabile e consigliabile per aggredire il problema del debito. Ritengo infatti che non sia praticabile e che in ogni caso sia sconsigliabile per una molteplicità di motivi. Quello principale consiste nel fatto che il problema non è lo stock del debito, il cui ammontare leggiamo sul tassametro qui in alto a destra. Pur  consistente in valore assoluto (il terzo al mondo a pari merito con la Germania) e in percentuale del Pil, non è il debito il problema bensì il fatto che esso continui a crescere nel tempo. <span id="more-8158"></span></p>
<p>Poichè il suo gradino annuale di crescita è il fabbisogno (i pagamenti della PA  che non possono  essere finanziati dagli incassi), è proprio il fabbisogno (principalmente determinato dal disavanzo di bilancio della PA) il vero problema. Ma anche il fabbisogno non sarebbe un gran problema se il Pil (non quello con la U finale che va tanto di moda in questo periodo) crescesse a velocità adeguata. Invece il fabbisogno annuo è un multiplo della crescita (in valore assoluto) del Pil nominale, 2,3 volte nel 2010, prevedibilmente 2,0 nel 2011. In tal modo il rapporto debito/pil risulta in continua crescita e sta ritornando al 120% della prima metà degli anni &#8217;90. Per arrestarne la crescita il rapporto fabbisogno/pil dovrebbe stare al di sotto del 120% e per avviarne la convergenza al 60% richiesto da Maastricht dovrebbe stare non al di sopra del 60%.</p>
<p>In sintesi si può sostenere che la finanza pubblica italiana soffra di un grandissimo problema e che questo problema si chiami (mancata) crescita. Per risolvere il problema di finanza pubblica occorrerebbero quindi maxi  riforme  pro mercato, non maxi patrimoniali, ad esempio liberalizzare (anche) i mercati (non solo i costumi). In attesa che si risvegli la crescita del Pil bisogna tuttavia rallentare la crescita del  debito. I governi degli anni &#8217;90 usarono come strumento le politiche di privatizzazione: vendere asset pubblici, non asset privati, per evitare debito pubblico. Purtroppo anche il termine privatizzazione sembra essere stato depennato dal vocabolario economico dell&#8217;Italia contemporanea. Qualsiasi soggetto eccessivamente indebitato cercherà di ridurre i propri debiti cedendo asset patrimoniali suoi, solo gli stati sono in grado di espropriare allo scopo asset altrui (*).  E&#8217; il gioco delle due tasche della giacca, citate da Tremonti all&#8217;Ecofin di inizio autunno: nell&#8217;una c&#8217;è il debito pubblico, nell&#8217;altra la ricchezza, quella privata, però.</p>
<p><em>[(*) Immaginiamo questo dialogo surreale di fronte a un funzionario di banca al quale stiamo chiedendo un prestito: (Domanda) Quali asset può dare in garanzia? (Risposta) L'appartamento del mio vicino. Tradotto in lingua statalista diventa così: (Domanda al ministro del Tesoro da parte dei mercati finanziari) Quali asset può dare in garanzia dell'elevato debito pubblico? (Risposta) Gli appartamenti dei miei contribuenti.]</em></p>
<p>La metafora delle due tasche della giacca suggerisce che la seconda tasca garantisce la prima e che, in caso di necessità, si possono sempre effettuare travasi (che vanno sotto il nome di patrimoniali). Nessuno ricorda invece la terza tasca, quella nascosta di Tremonti che contiene gli asset pubblici e che funziona solo in entrata, mai in uscita (ultimamente c&#8217;é entrata una banca). Nessuno sostiene che l&#8217;impresa pubblica semplicemente non ce la possiamo più permettere, che i politici che si dilettano a fare gli imprenditori con i soldi dei cittadini non sono più ammissibili, che contribuenti e consumatori starebbero molto meglio se la mano invisibile di Adam Smith (il mercato di concorrenza) fosse in grado di svuotare la tasca invisibile dove sono gelosamente celate imprese pubbliche senza efficienza.</p>
<p>Ma bad policy (patrimoniale) e good policy (privatizzazioni di imprese pubbliche e di immobili non utili per le attività pubbliche) sono comunque provvedimenti  non necessari e non sufficienti per risolvere il problema  della finanza pubblica. L&#8217;unico risolutivo è il pareggio di bilancio (è tollerabile in realtà un disavanzo sino all&#8217;1% del Pil), grazie al quale il rapporto debito/pil risulterebbe continuamente in diminuzione nel corso del tempo. Senza il pareggio di bilancio tanto la maxipatrimoniale quanto maxi privatizzazioni non risulterebbero risolutive, dato che dopo di esse il debito riprenderebbe a salire come prima (e forse anche di più). Con pareggio di bilancio permanente e privatizzazioni potremmo invece far diminuire non solo il rapporto debito/pil ma anche lo stock del debito, realizzando un notevole riordino della finanza pubblica.</p>
<p>Un bilancio pubblico stabilmente in pareggio (come si è vincolata a realizzare la Germania attraverso norma costituzionale) avrebbe l&#8217;effetto di mettere in quarantena il problema del debito pubblico elevato e di non rendere necessario alcun drastico intervento su di esso. Non si può tuttavia realizzare aumentando di cinque punti la pressione fiscale (*), bisogna metter mano con provvedimenti strutturali alla spesa pubblica, cosa che non è avvenuta neppure nei momenti più critici della nostra finanza pubblica (la crisi del 1992-93 e l&#8217;esame di ammissione a Maastricht del 1996-97).</p>
<p><em>[(*) La pressione fiscale italiana effettiva, calcolata come rapporto tra il gettito fiscale e il Pil emerso, è già la più alta dell'universo, salvo che vi sia vita sul pianeta di recente scoperta Gliese 581d e una pressione superiore al 54% attuata dal collega extragalattico di Tremonti, oppure che vi sia una consistente economia sommersa in Danimarca, che è il paese al secondo posto al mondo per pressione fiscale (prima di correggere anch'essa per il sommerso). C'é del nero in Danimarca? Molto difficile credere che sia tale da scalzare l'Italia dal primo posto nella classifica mondiale della pressione fiscale effettiva.]</em></p>
<p>Come si fa a intervenire in maniera strutturale sulla spesa pubblica (superando l&#8217;approccio finanziario e il metodo dei tagli che nulla risolve)? E&#8217; realtà molto semplice. Basta rovesciare l&#8217;attuale modello organizzativo pubblico, consistente in una molteplicità di organizzazioni, agenzie, uffici per i quali il sistema delle tasse garantisce che possano pagare i fattori produttivi che usano. Queste organizzazioni, agenzie e uffici, pur restando pubblici, possono essere resi autonomi, separati tra di loro e da chi li finanzia, messi in concorrenza e pagati per i servizi che effettivamente producono anzichè per i fattori produttivi che consumano. Si tratterebbe in sostanza di prendere dall&#8217;economia di mercato due dei tre elementi chiave che la caratterizzano: l&#8217;uso del sistema dei prezzi e la concorrenza, senza necessità di adottare anche il terzo, la proprietà privata. Organizzazioni pubbliche in concorrenza tra di loro, finanziate sulla base della quantità e qualità di quello che producono, sarebbero indirizzate sulla via dell&#8217;efficienza e poste di fronte al rischio di procedure di fallimento/liquidazione/accorpamento in caso di performance non adeguate. Nel caso dei servizi pubblici a domanda individuale, che sono circa i due terzi del totale, l&#8217;ideale è che sia il cittadino-consumatore a pagare direttamente il prezzo utilizzando un&#8217;equivalente riduzione delle tasse e, in caso d&#8217;incapienza, trasferimenti pubblici ad hoc o vouchers.</p>
<p>Questa riforma avrebbe il vantaggio di sottrarre cospicue risorse a chi sinora ha effettuato scelte inefficienti senza subirne conseguenze (classe politica e dirigenza pubblica ad essa sottoposta) e di ridarle ai cittadini i quali hanno un forte incentivo, l&#8217;interesse personale, a usarle in maniera corretta e a non sprecarle. I sostenitori della patrimoniale vanno invece nella direzione opposta, la &#8216;ricapitalizzazione&#8217; di una classe politica impreparata e inefficente (*). Probabilmente senza rendersene conto stanno proponendo una &#8216;soluzione Alitalia&#8217; da applicarsi a tutto lo stato attraverso la creazione di una &#8216;bad company&#8217; che verrebbe spalmata sui contribuenti attraverso la maxipatrimoniale e in una &#8216;good company&#8217; che verrebbe riaffidata alla stessa classe politica di prima. Non è difficile prevedere che l&#8217;aggettivo good sarebbe destinato a evaporare in pochissimo tempo. Basta guardare agli effetti delle ricapitalizzazioni Alitalia attuate nel decennio 2000: dopo ognuna di esse la compagnia ha regolarmente aumentato le perdite di esercizio.</p>
<p><em>(*) E&#8217; come ricapitalizzare il figliol prodigo pensando che possa essere un viatico sulla strada della frugalità.</em></p>
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		<title>&#8220;Vogliamo pagare più tasse&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 23:23:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[imposta patrimoniale]]></category>
		<category><![CDATA[statalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Ogni tanto i talk-show tedeschi rischiano di essere più surreali di certi teatrini che si osservano sulla televisione italiana. Su ARD, nel corso dell’ultima puntata del popolare programma Anne Will, si è discusso di quanto “unsozial” rischia di essere il prossimo esecutivo giallo-nero. Ad aver preso parte al dibattito anche un simpatico psichiatra in pensione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni tanto i talk-show tedeschi rischiano di essere più surreali di certi teatrini che si osservano sulla televisione italiana. Su ARD, nel corso dell’<a href="http://daserste.ndr.de/annewill/videos/annewill1438.html">ultima puntata</a> del popolare programma Anne Will, si è discusso di quanto “<em>unsozial</em>” rischia di essere il prossimo esecutivo giallo-nero. <span id="more-3611"></span>Ad aver preso parte al dibattito anche un simpatico psichiatra in pensione, il quale, dopo aver ereditato un discreto malloppo di quattrini dal padre, si è reso conto di quanto poco in Germania i ricchi vengano tassati (che poi siano proprio i ricchi a pagare la stragrande maggioranza delle tasse, questo a lui non interessa) e ha perciò deciso di <a href="http://www.spiegel.de/politik/deutschland/0,1518,625749,00.html">fondare un movimento</a> per l’introduzione di una bella imposta patrimoniale, abolita una decina di anni fa ai tempi di Helmut Kohl. Lo strabiliante motto dell&#8217;iniziativa è: &#8220;Vogliamo pagare più tasse!&#8221;. Il professore berlinese che gli sedeva di fronte, tal Norbert Bolz, ha magistralmente fatto notare, con puntuale ironia e lucido sarcasmo, come e in che misura lo statalismo abbia ormai del tutto annichilito le menti degli uomini; a tal punto che se si è troppo ricchi, si rischia di non sapere che uso fare del proprio denaro e si convenga sulla necessità che tocchi allo Stato provvedere. “<em>Una delle cose più stupide che una persona ricca può fare, è quella di privarsi del proprio denaro e darlo allo Stato</em>”, ha detto Bolz. Dietro l’idea molto pop in voga presso i socialdemocratici, che accumulare troppo capitale sia male e che lo Stato possa farne un uso molto più nobile, si cela la mostruosa abdicazione dell’individuo nei confronti di sé stesso; e ciò nella convinzione che vi sia qualcuno intellettualmente e moralmente superiore, che sappia precisamente come debba essere gestito il denaro di una vasta moltitudine di persone completamente diverse le une dalle altre. La via verso la schiavitù è segnata.</p>
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		<title>Amato e la patrimoniale: l&#8217;eterno dirigismo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 12:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi sul Messaggero Giuliano Amato ha rilanciato un suo vecchio pallino, l&#8217;imposta patrimoniale. Come rimedio per reperire risorse analoghe a quelle che verrebbero meno abbattendo in maniera significativa l&#8217;IRPEF, cosa di cui ci sarebbe gran bisogno, dice. del resto, è lo stesso uomo politico che nel 1992, da premier, dovendo fronteggiare una crisi della lira pressoché da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi sul <a href="http://sfoglia.ilmessaggero.it/view.php?data=20090817&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=AMATO_5.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Messaggero</a> Giuliano Amato ha rilanciato un suo vecchio pallino, l&#8217;imposta patrimoniale. Come rimedio per reperire risorse analoghe a quelle che verrebbero meno abbattendo in maniera significativa l&#8217;IRPEF, cosa di cui ci sarebbe gran bisogno, dice. del resto, è lo stesso uomo politico che nel 1992, da premier, dovendo fronteggiare una crisi della lira pressoché da default e un deficit pubblico fuori controllo, mise le mani nei conti correnti bancari degli italiani. Onestamente, lo ricorda egli stesso. La patrimoniale è un tema ricorrente a sinistra, e non a caso solo pochi mesi fa Giulio Tremonti sul <a href="http://www.selpress.com/confindustriatoscana/immagini/220409S/2009042230774.pdf" target="_blank">Corriere della sera</a> respinse chi, in cattedra ma da sinistra, citava Luigi Einaudi come fautore dell&#8217;imposta.  Non è questo il luogo per aprire un dibattito generale. Ma almeno per fissare almeno un punto fermo, ricordando un grande &#8220;classico&#8221; italiano di scienza delle finanze, direi di sì.</p>
<p><span id="more-2154"></span> Ci sono migliaia di pagine, sull&#8217;evoluzione negli ordinamenti da tassazione patrimoniale e imposte personali, a imposte generali progressive sul reddito. Io per esempio sarei per una flat tax ad aliquota modestissima, ben inferiore al 20%, comunque progressiva nei suoi effetti reali grazie al gioco delle deduzioni - che vorrei fortemente favorevoli alla famiglia e alla neoimprenditorialità, nella concreta situazione attuale dell&#8217;Italia - affiancata da un&#8217;imposta generale sui consumi alla quale affidare gli effetti di maggior progressività.  Ma, ripeto, non è il caso di sbizzarrirsi qui ciascuno sul suo modello, anche se per ogni scelta fiscale dietro ci sono fior di teorie sui tre fini generali del sistema fiscale: creare reddito; redistribuirlo; incentivare e disincentivare esternalità considerate &#8220;negative&#8221; o &#8220;positive&#8221; dalla politica. Per chi la pensa come noi, il primo fine &#8211; creare reddito ma da destinare al sostentamento del settore pubblico - in Italia equivale molto spesso a distruggere reddito, o comunque ad allocarlo in maniera assolutamente inefficiente. Il secondo fine &#8211; la redistribuzione tra le diverse coorti di percettori del reddito &#8211; viene paradossalmente violato quanto più la progressività è maggiore, nell&#8217;imposizione sui redditi. Il terzo fine &#8211; quello &#8220;dirigista&#8221; dall&#8217;alto, attraverso incentivi e disincentivi effetto del gioco delle imposte e relative aliquote &#8211; ci vede generalmente nemici, in quanto fautori il più possibile della neutralità degli effetti d&#8217;imposta rispetto alla libera scelta di risparmio, investimento e consumo del contribuente.</p>
<p>Lo statalismo al potere nell&#8217;Europa continentale ha concretamente determinato ordinamenti del tutto ibridi, in cui convivono in diverse proporzioni, fattispecie e conseguenze imposte sul reddito, sui patrimoni e sui consumi. Lo ha fatto pressoché sempre con la finalità che anche oggi Amato sinceramente dichiara: non la coerenza e l&#8217;efficienza ordinamentale, bensì la massimizzazione del gettito pur di alimentare in qualunque modo spesa pubblica in crescita reale. In Italia abbiamo avuto patrimoniali come l&#8217;ICI che grazie all&#8217;arlecchinata da aliquote variabilissime è diventata di fatto un&#8217;imposta personale, solo parzialmente abolita da Berlusconi sulla prima casa. Manteniamo imposte sul reddito virtuale e anche sul reddito negativo come l&#8217;IRAP, che identifica come capacità imponibile un  misto di elementi reddituali e patrimoniali. È sicuramente un errore parlare di patrimoniale in termini generali, poiché i suoi fini ed effetti mutano in maniera molto significativa a seconda di quale sia il cespite identificato per tipologia di diverso sistema economico. Tuttavia, aiuta molto una citazione del grande Cesare Cosciani, successore nella cattedra romana di Scienza delle Finanze di De Viti De Marco e Gustavo Del Vecchio dei quali era stato allievo; grande amico e maestro di Bruno Visentini e financo di Guido Rossi; modernizzatore del sistema tributario sotto Vanoni; pilota per molti anni del progetto di riforma fiscale fino ad abbandonare il coordinamento a metà anni Sessanta e poi molto critico della sua attuazione da parte di Visentini; fino a regalarci, al termine della sua fervida parabola di studioso, uno studio essenziale ancora a distanza di 25 anni, <em>La crisi dell’imposizione personale progressiva sul reddito in Italia</em> ( F. Angeli ed. Milano 1984). Cesare Cosciani scrisse nel 1946 un testo essenziale, <em>L’imposta straordinaria sul patrimonio</em>, che estendeva e approfondiva in forma di monografia &#8211; la prima veramente &#8220;moderna&#8221; destinata al tema, in Italia &#8211; un <a href="http://www.ssef.it/sites/ssef/files/Documenti/Classici%20della%20economia/Cosciani_Imposta_ordinaria_sul_patrimonio.pdf" target="_blank">ampio saggio </a>risalente a 6 anni prima e pubblicato per le edizioni universitarie dell&#8217;Ateneo di Urbino. Da quel saggio traggo appunto la seguente citazione</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Chicago/citazione%20cosciani.jpg" alt="Cit. Cosciani " width="671" height="558" /></p>
<p>Naturalmente, Amato e la sinistra dicono di essere sfavorevoli a un&#8217;imposta che gravi sui contribuenti a redditi medio bassi, &#8220;perché altrimenti quelli giustamente impugnano il forcone e mi inseguono&#8221;, dice l&#8217;ex premier. Ma in un Paese in cui l&#8217;iperpatrimonializzazione rispetto alle medie Ocse riguarda le famiglie e non le imprese, pensare a patrimoniali sui redditi elevati patrimoni &#8211; alla luce degli effetti indicati da Cosciani &#8211; incentiverebbe anzinchenò operazioni immobiliari a fini speculativi &#8211; a maggior reddito nominale - per le persone fisiche, e costituirebbe elevata barriera d&#8217;ingresso invece a quell&#8217;incentivo a patrimonializzare le imprese da parte di milioni di piccoli imprenditori che le controllano. Il problema è abbattere l&#8217;Irpef-Ire e tagliare seccamente la spesa pubblica, non far diventare l&#8217;ordinamento ancor più borbonico al fine di fargli quadrare comunque i conti.</p>
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