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	<title>CHICAGO BLOG &#187; governi</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Una ricetta rapida per ridurre tasse e spesa pubblica</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 17:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Arrigo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo il post sulla &#8220;tassonomia dei governi&#8221; ritorno sul tema tasse/spesa pubblica, sollecitato dai commenti ricevuti. Perchè i governi non riescono a ridurre le tasse? Parlo ovviamente dei governi che reputano positivo farlo e non di quelli per i quali &#8216;tassare è bellissimo&#8217;(*). Il post precedente, nella sua sinteticità, intendeva dare la colpa della mancata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il post sulla &#8220;tassonomia dei governi&#8221; ritorno sul tema tasse/spesa pubblica, sollecitato dai commenti ricevuti. Perchè i governi non riescono a ridurre le tasse? Parlo ovviamente dei governi che reputano positivo farlo e non di quelli per i quali &#8216;tassare è bellissimo&#8217;(*). Il post precedente, nella sua sinteticità, intendeva dare la colpa della mancata riduzione (e apparente mancata riducibilità) delle tasse alla spesa pubblica che non è solo un vincolo, un ostacolo, ma anche un beneficio per i governi e la classe politica, per di più indistinto tra i governi a cui le tasse piacciono e quelli ai quali non piacciono.<span id="more-4800"></span></p>
<p>La spesa pubblica per i governi è un pò come  il canto melodioso delle sirene per Ulisse, senza tuttavia che vi siano pali (costituzionali?) ai quali legarlo e marinai-elettori in grado di farlo. O se si preferisce una metafora differente, una sorta di sostanza stupefacente verso la quale i governi acquisiscono dipendenza, compresi quelli formati dalle forze politiche che prima di divenire di governo, e di provarla, manifestavano assoluta contrarietà nei suoi confronti.</p>
<p>Un buon argomento per i governi che non vogliono ridurre la tasse è sostenere che non lo si può fare aumentando il deficit e accrescendo più rapidamente il debito e che non lo si può fare riducendo in maniera equivalente la spesa, dato il ciclo economico negativo. Hanno ragione? A mio avviso si sul primo argomento e no sul secondo. Sin sul primo argomento perchè abbassare le tasse in deficit significa togliere tasse oggi per averne di più domani e farle pagare a generazioni future che non avranno goduto della spesa pubblica di oggi e avranno (se si estrapola dalle tendenze in corso) meno reddito reale pro capite per farlo.</p>
<p>Sono pienamente d&#8217;accordo con <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/12/28/spesa-o-tasse/">Pietro Monsurrò</a>: le tasse sono sempre preferibili al deficit e mi piacerebbe che vi fosse  un vincolo costituzionale al bilancio in pareggio che permettesse di usare negli anni di recessione solo gli avanzi  di bilancio accumulati in precedenza. Dato che la spesa è al 50% del Pil, se anche la pressione fiscale fosse al 50% per vincolo costituzionale, i cittadini si ribellerebbero alla spesa mentre al contrario, con la spesa al 50% e la pressione fiscale al 43% l&#8217;abnorme spesa pubblica  (e con essa l&#8217;abnorme peso dello Stato) viene tranquillamente accettata.</p>
<p>Tuttavia anche la riduzione della spesa attraverso le consuete manovre di finanza pubblica ha le sue controindicazioni, che non dipendono dal ciclo economico. Se si esclude la spesa per interessi che, dato lo stock del debito è decisa dal mercato e non dalle leggi finanziarie, la rimanente spesa corrente si articola in due maxi aggregati, sostanzialmente equivalenti nelle dimensioni: a) la spesa per trasferimenti (a famiglie e imprese); (b) la spesa per la produzione di servizi non destinati al mercato. In relazione alla componente b) il bilancio dello stato stanzia valori di spesa per le distinte categorie e finalità senza tuttavia essere in grado di porre paletti su quantità e qualità  dei servizi che con quei fondi saranni prodotti</p>
<p>Un esempio: uno stanziamento di 100 euro per produrre il servizio X può dar luogo a 20 unità prodotte a un costo unitario di 5, a 10 unità a un costo unitario di 10, a 5 unità a un costo unitario di 20 (solo per semplificare il ragionamento ipotizzo qualità costante). Nelle tre ipotesi il costo totale di produzione, che coincide con la spesa pubblica per quel servizio dato che esso non è allocato tramite il mercato, sarà sempre 100 ma il benessere del cittadino è evidentemente molto differente. Cosa succede se (trovandoci in Italia) vengono prodotte 1o unità a un costo unitario di 10 quando ne potrebbero essere prodotte 20 a un costo di 5 e Tremonti taglia con la finanziaria il 20% dello stanziamento, abbassandolo a 80 euro? Saranno ancora prodotte 10 unità ma a un costo unitario di 8 oppure ne saranno prodotte solo 8 a un costo unitario di 10? Lascio al lettore la risposta ma io propendo per la seconda. Se ho ragione, il cittadino che usa quel servizio starà peggio dopo il taglio se il risparmiodi spesa non verrà trasferito a lui sotto forma di minori imposte e se non troverà sul mercato quelle 2 unità che lo stato non gli garantisce più. E&#8217; quindi probabile che dopo la riduzione di spesa stia persino peggio di prima.</p>
<p>Cosa si può fare dunque se le tasse non si possono abbassare in deficit e neppure la spesa si può abbassare con metodo ordinario per poter ridurre le tasse? Bisognerebbe abbassare entrambe contemporaneamente con metodo non ordinario. Illustro al riguardo una semplice e rapida ricetta che avrebbe il vantaggio non solo di abbassare la spesa e le tasse ma anche di aumentare la qualità, di ridurre i costi dei servizi pubblici e di accrescere le libertà dei cittadini. Ben cinque piccioni con una sola fava.</p>
<p>Di che si tratta? Mentre una quota rilevante dei servizi pubblici prodotti nell&#8217;area b) precedente, non destinati al mercato, rappresenta servizi a domanda collettiva per i quali è inevitabile che quantità e caratteristiche siano definite attraverso processi di scelta collettiva (cioè dalla politica) una quota ancora maggiore rappresenta servizi a domanda individuale. Per essi noi cittadini siamo benissimo in grado di scegliere da soli (a condizione che la tassazione ci lasci il potere d&#8217;acquisto per farlo) e non vi è nessuna necessità di delegare le nostre scelte alla politica.</p>
<p>La produzione di servizi pubblici a domanda individuale potrebbe pertanto essere spostata dall&#8217;attuale recinto della pubblica amministrazione verso organizzazioni esterne, non necessariamente di tipo privatistico (quali società, fondazioni, cooperative&#8230;). Potrebbero essere senza problemi enti pubblicistici (quali enti pubblici economici) purchè esterni alla P.A., da essa autonomi, e purchè finanziati non più dallo stato attraverso imposte bensì dai cittadini attraverso tariffe. Un esempio: se un anno di frequenza alla elementari ha un costo di produzione di 4 mila euro e uno di frequenza universitaria 6 mila, non vi è nessuna necessità che lo stato mi tassi per questi servizi per poi erogarmeli &#8216;gratuitamente&#8217;. E&#8217; sufficiente che la tassazione mi lasci il reddito aggiuntivo per poterli pagare. In tal modo se sono benestante me li pagherò io e lo stato mi permetterà di dedurli dal reddito imponibile, permettendomi così di recuperarne una quota; se invece non sono benestante mi permetterà di detrarli per intero dalle tasse; se, infine, sono povero e il mio debito d&#8217;imposta sui redditi è inferiore a tale importo riceverò un trasferimento monetario equivalente o un buono.</p>
<p>Qual è il vantaggio di questa proposta, dato che nel preciso momento in cui venisse attuata noi pagheremmo una tariffa di 10 euro per ognuna delle quantità di servizio del mio esempio al posto di una somma equivalente attraverso le imposte? Che ora avremmo il coltello della scelta dalla parte del manico e incominceremmo a far pesare agli enti che ci forniscono servizi insoddisfacenti  che il costo è troppo alto e la qualità è troppo bassa, a usare gli strumenti della voce (la lamentela) e dell&#8217;uscita (l&#8217;abbandono del fornitore in favore di un concorrente più valido), ben descritti da Albert Hirschman in &#8216;Exit, voice and loyalty&#8217;. Gli enti produttori avrebbero tutto il vantaggio a soddisfare le nostre preferenze dato che dalle nostre scelte, e non dalla benevolenza di Tremonti, dipenderebbero i loro ricavi, i redditi dei loro dipendenti e la sopravvivenza delle organizzazioni nel tempo.</p>
<p>Certo si tratta di una grande riforma  (anche se semplice) con grandi &#8216;controindicazioni&#8217; dal punto di vista del primato delle scelte collettive e della politica sulle scelte individuali. Ad esempio dopo una riforma di questi tipo gli Atenei dovrebbero finalmente usare le cattedre per produrre laureati validi anzichè usare gli studenti iscritti per produrre cattedre mentre non sarebbero più gli assessori regionali alla sanità a scegliere i fornitori di protesi ortopediche per gli ospedali.</p>
<p>(*) In realtà l&#8217;infelice affermazione di Padoa Schioppa sosteneva che &#8216;pagare le tasse è bellissimo&#8217; e detta dal ministro responsabile del fisco è un pò come se il principe Dracula sostenesse quanto sia bello donare il sangue.</p>
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		<title>Tassonomia dei governi</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 22:08:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Arrigo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I governi si dividono in due soli gruppi, radicalmente contrapposti:
a) quelli che non vogliono ridurre la tassazione;
b) quelli che non possono ridurre la tassazione.
Tuttavia i governi di tipo a) non  vogliono ridurre la tassazione perchè non vogliono ridurre la spesa pubblica mentre i governi di tipo b) non possono ridurre la tassazione perchè non vogliono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I governi si dividono in due soli gruppi, radicalmente contrapposti:</p>
<p>a) quelli che non vogliono ridurre la tassazione;</p>
<p>b) quelli che non possono ridurre la tassazione.</p>
<p>Tuttavia i governi di tipo a) non  vogliono ridurre la tassazione perchè non vogliono ridurre la spesa pubblica mentre i governi di tipo b) non possono ridurre la tassazione perchè non vogliono ridurre la spesa pubblica, e in questo sta la fondamentale differenza tra le due tipologie.</p>
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		<title>Settore Auto: quegli aiuti inutili</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 07:36:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[auto]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
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		<description><![CDATA[La settimana scorsa si è tenuto un importante vertice tra Fiat e il Governo; l’incontro ha messo in evidenza la strategia del gruppo torinese, che è quella di focalizzarsi sempre più sul mercato internazionale.
Questa è una necessità dovuta sia ad un mercato dell’automotive sempre più globalizzato che allo scarso appeal del nostro Paese come paese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La settimana scorsa si è tenuto un importante vertice tra Fiat e il Governo; l’incontro ha messo in evidenza la strategia del gruppo torinese, che è quella di focalizzarsi sempre più sul mercato internazionale.<br />
Questa è una necessità dovuta sia ad un mercato dell’automotive sempre più globalizzato che allo scarso appeal del nostro Paese come paese produttore di autovetture.<br />
La Fiat ha esplicitato tale strategia non solamente con l’acquisizione del 20 per cento della proprietà di Chrysler e il tentativo di fusione con Opel, ma con una delocalizzazione, negli ultimi anni, della produzione verso paesi con un migliore ambiente atto agli investimenti.<br />
Il gruppo guidato da Sergio Marchionne mette in evidenza due punti chiave del settore automobilistico italiano.<span id="more-1096"></span>Nella nuova alleanza tra Chrysler e Fiat, nel 2008, in Italia si sono prodotte circa il 15 per cento del totale delle vetture.<br />
La quota di produzione italiana è molto bassa ed è in calo nell’ultimo decennio. Se nel 2000 la produzione di auto italiane era pari a 1,42 milioni, nel 2008 si sono fabbricate solamente 659 mila vetture. Il calo è stato pari ad oltre il 50 per cento, ma quel che più colpisce è il confronto con gli altri paesi europei.</p>
<p>Il primo paese produttore europeo di automobili è la Germania, che nel 2008 ha visto uscire dalle proprie fabbriche oltre 5,5 milioni di veicoli. La Francia ha fabbricato circa 2,14 milioni di auto, seguita da Spagna, 1,94 milioni e Gran Bretagna, 1,45 milioni. I livelli italiani di produzione sono molto distanti e questo è imputabile sia ad un costo del lavoro elevato che ad un ambiente non favorevole agli investimenti.<br />
Si posso trovare due modelli di sviluppo del settore auto:</p>
<ul>
<li>quello della Germania e  della Francia, i quali hanno diversi produttori nazionali, come Volkswagen, BMW, Mercedes per il primo paese o PSA e Renault per il paese Transalpino.</li>
<li>Spagna e Gran Bretagna sono invece caratterizzate da una produzione di case automobilistiche estere.</li>
</ul>
<p>L’Italia ha un modello invece incentrato solo su Fiat, che nel 2007, ultimo anno con le statistiche disponibili, produceva il 97 per cento di tutte le automobili italiane.</p>
<p>Lo stesso Belgio, la Polonia e la Repubblica Ceca, nel 2008 hanno fabbricato più automobili dell’Italia e questo è dovuto non tanto a Fiat, che ha cercato di produrre laddove le condizioni economiche erano migliori, quanto ai diversi Governi Italiani che si sono succeduti e non sono mai stati in grado di favorire una produzione italiana con un abbassamento del costo del lavoro.<br />
Quello che ne deriva è che, quando la Fiat ha dei problemi, tutta la produzione auto italiana ne risente e il Governo si sente costretto ad intervenire.</p>
<p>L’incontro tra l’azienda torinese e il Governo di settimana scorsa quindi è stato molto influenzato dagli errori passati delle diverse amministrazioni. Un aumento della Cassa Integrazione è il tipico intervento che non risolve il problema, ma è  la solita amara medicina per il contribuente italiano. Tale medicina che il Governo Italiano continua a somministrare al settore auto, forse era inevitabile, ma certamente non è il cambio di marcia che serviva per attirare produttori esteri.</p>
<p>Le politiche dovrebbero cambiare radicalmente, cercando di abbassare la tassazione, semplificare l’investimento di produttori esteri, al fine di rilanciare un settore, quello automobilistico, che in Italia ha sempre meno importanza.</p>
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		<title>Franco Debenedetti sulla vicenda Opel</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 14:59:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Mingardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Debenedetti]]></category>
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		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo da Franco Debenedetti:
Non si capisce il perché delle reazioni scandalizzate sull’esito della vicenda Opel.
Il Governo italiano ha fatto bene a non intervenire: poteva offrire solo o chiusure di stabilimenti in Italia o soldi.
Marchionne si é impegnato nella sola partita che poteva giocare, proponendo una soluzione basata su logiche industriali. Ma quando il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo da <a href="http://www.francodebenedetti.it">Franco Debenedetti</a>:</p>
<blockquote><p>Non si capisce il perché delle reazioni scandalizzate sull’esito della vicenda Opel.<br />
Il Governo italiano ha fatto bene a non intervenire: poteva offrire solo o chiusure di stabilimenti in Italia o soldi.<br />
Marchionne si é impegnato nella sola partita che poteva giocare, proponendo una soluzione basata su logiche industriali. Ma quando il destino dell’Opel si decide tra i capi di Governo della prima e della terza economia mondiale, e delle loro agende politiche, non ha molto altro da dire.<br />
L’operazione, dal punto di vista delle competenze, si configura come un “reverse takeover”: quelle chiave stanno tutte nell’azienda acquisita. Management e sindacati di Opel si sono scelti i padroni ideali: entrambi stranieri, uno un subfornitore senza conoscenze di marketing automobilistico, l’altro un sub finanziatore con la garanzia del Governo tedesco.<br />
Certo, sono aiuti di stato: ma solo chi ha la memoria corta, da noi, può scandalizzarsi.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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