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	<title>CHICAGO BLOG &#187; globalizzazione</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>De Profundis per l’economia – di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 09:43:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco:
Le economie dei G20 ristagnano da tre anni senza che le colossali manovre monetarie e altre misure interventistiche statali abbiano minimamente avuto effetti sul miglioramento delle capacità produttiva dei rispettivi paesi. E’ infatti l’incremento della produzione e della produttività e non quella dei consumi, a caratterizzare una autentica ripresa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>:</p>
<p>Le economie dei G20 ristagnano da tre anni senza che le colossali manovre monetarie e altre misure interventistiche statali abbiano minimamente avuto effetti sul miglioramento delle capacità produttiva dei rispettivi paesi. E’ infatti l’incremento della produzione e della produttività e non quella dei consumi, a caratterizzare una autentica ripresa. Su questo aspetto le grandezze macroeconomiche nominali dei PIL sono fuorvianti.<span id="more-8221"></span>Ad es. negli USA la registrazione di un incremento del 3.2% dei consumi nel quarto trimestre del 2010, salutato come un segnale di crescita dell’economia, non rappresenta altro che pura inflazione determinata dal deficit e dagli stimoli monetari della Riserva Federale.</p>
<p>La realtà è che le manovre monetarie e politiche fiscali espansive sono incompatibili con la crescita economica e ne creano solo l’illusione.</p>
<p>L’espansione monetaria creata dalla banca centrale americana non ha manifestato ancora i suoi effetti distruttivi all’interno perché l’inflazione viene, per ora, esportata all’esterno. Infatti, il dollaro godendo della invidiabile posizione di valuta di riserva, cioè di mezzo di pagamento internazionale, non segue le regole delle altre valute e permette agli Stati Uniti di indebitarsi, spendere e consumare più di quello che guadagnano e producono semplicemente perché la FED crea i dollari dal nulla. In questo modo gli USA possono espropriare risorse degli altri comprando beni e servizi all’estero con un potere d’acquisto fittizio come potrebbe fare qualsiasi contraffattore che clona una valuta a costo zero e la spende nel mercato a spese del potere d’acquisto degli altri. L’eccesso di dollari torna poi in patria per essere trasformato in titoli del tesoro cosicché i partner degli USA con gli stessi dollari finanziano il loro deficit incoraggiando un irresponsabile consumo di risorse. Essi hanno infatti poco incentivo ad usare il surplus di dollari per acquistare beni e servizi in quanto negli ultimi decenni le industrie americane hanno perso completamente competitività. Ma cosa succede alle valute dei partner degli USA? I dollari ottenuti in cambio dei beni esportati devono essere convertiti nelle rispettive valute per effettuare gli acquisti all’interno. Se le forze di mercato operassero liberamente, l’eccesso di dollari alzerebbe il prezzo delle valute con cui il dollaro si scambia e rivalutandosi rispetto a quest’ultimo farebbero rincarare il valore delle loro esportazioni. Per evitare il peggioramento delle ragioni di scambio, l’unica opzione a disposizione dei partner è quella di abbassare artificialmente il valore delle proprie valute attraverso espansioni monetarie competitive. Per mantenere stabile il cambio essi devono acquistare il surplus di dollari ricorrendo deliberatamente al quantitative easing. Quindi, quando la Federal Reserve apre il rubinetto dei dollari anche le altre banche centrali aprono quello delle proprie valute. I dollari acquistati vengono parcheggiati in titoli del tesoro  permettendo così agli USA di mantenere bassi i tassi di interesse e di continuare a vendere il proprio debito. Tutto questo processo porta danni incalcolabili alle economie perché fa scattare un’inflazione mondiale “sincronizzata”.</p>
<p>In questo modo le banche centrali dei G-20 hanno pompato nell’economia un oceano di liquidità che non avendo alcuna relazione con i processi di produzione della ricchezza porta alla crescita dei prezzi delle materie prime, dei generi alimentari, del gonfiamento dei prezzi di borsa creando nei mercati effimere illusioni di prosperità. Di tutto questo, nel salotto economico di Davos naturalmente ci si è ben guardati dal parlarne.</p>
<p>L’ inflazione monetaria è, naturalmente anche il precursore di nuove bolle perché il denaro di nuova creazione filtra nelle economie prima di tutto attraverso il settore delle attività finanziarie incentivando investimenti speculativi, puntellando posizioni viziate, elargendo sussidi a gruppi privilegiati ed aggravando l’indebitamento generale fino all’esplosione di nuove crisi. I cosiddetti squilibri globali (global imbalances) non sono determinati da quelli delle bilance dei pagamenti come si racconta, ma sono le creature delle irresponsabili e metodiche politiche di manipolazione monetaria. Ai surplus commerciali dei paesi esportatori non corrisponde infatti un surplus di risparmio da investire nei paesi importatori ma dei fondi creati dalle banche di emissione che non costituiscono capitale perché non sono la controparte di una riduzione di consumi nel paesi con deficit commerciale. D’altra parte i tassi di cambio che dovrebbero riflettere il rapporto tra i poteri d’acquisto reali fra le valute vengono falsati dalle relative velocità di aumento delle espansioni monetarie che a loro volta ne determinano la velocità di svalutazione. Più un paese aumenta l’espansione monetaria, cioè la circolazione complessiva in rapporto alla produzione reale, più velocemente svaluta la propria moneta ed il suo potere d’acquisto. E poiché, in definitiva, le esportazioni si pagano con le importazioni, per uno stesso ammontare di importazioni si ottengono minori esportazioni. In breve, il paese esportatore si arricchisce di valuta ma impoverisce in termini di beni e servizi che riceve, cioè in termini di ricchezza reale. In un contesto di tassi fluttuanti e di guerra valutaria (dirty floating), chi sostiene che è l’espansione delle esportazioni a generare lo sviluppo economico assume implicitamente che un aumento delle esportazioni comporti automaticamente un aumento dei risparmi e quindi di stock di capitale, il che non è vero. Una valuta di un paese esportatore che perde valore abbassa le sue ragioni di scambio e ciò significa che dovrà esportare di più per ottenere lo stesso ammontare di beni, il che equivale a produrre di più ma ad essere pagati di meno. Un paese  che gode di un genuino sviluppo economico, non è necessariamente quello che esporta di più ma quello in cui la produttività ed i redditi reali crescono più velocemente e perché ciò sia possibile è necessario che lo stock di capitale aumenti. In un contesto di instabilità monetaria l’equazione degli scambi viene falsata, la produzione distorta e la formazione di capitale minata.</p>
<p>Per questo motivo, in un contesto di valute inconvertibili, la forma peggiore di interventismo è quella monetaria e purtroppo non c’è limite al potere delle banche di emissione di espandere i mezzi monetari consentendo loro di perpetrare i più indegni abusi. Questi abusi naturalmente sono strettamente collegati al finanziamento dei governi bancarottieri da parte del sistema bancario che acquista titoli di debito emessi dalle loro tesorerie. A questo riguardo l’Europa è tanto irresponsabile quanto gli Stati Uniti. I governi di entrambi i paesi non essendo più in grado di ripagare il loro debito lo rinnovano attraverso l’emissione di nuovo debito che non ha altra garanzia se non quella di altri titoli di debito che vengono emessi allo stesso modo in un processo di cui non si vede la fine. Non c’è nessuna creazione di valore in questo meccanismo: questi titoli infatti non producono alcun reddito ma rappresentano solo consumo perpetuato su scala gigantesca che ingoia il capitale reale della collettività.</p>
<p>I governi non producendo nulla, non hanno mezzi per pagare interessi e dovranno attingere da chi questi mezzi produce. Ma non essendoci nell’economia privata incrementi di produttività e, quindi, maggiore prodotto con cui pagare i maggiori interessi, i governi o ricorreranno a nuove dosi di debito o al mezzo illegittimo e disonesto dell’inflazione per svalutarli. Ormai le politiche monetarie e fiscali non hanno più nessun nesso con la creazione di valore nell’economia. Esse ammorbano tutta l’atmosfera economica ed impediscono alle strutture economiche di adattarsi a rapidi mutamenti.</p>
<p>In questo clima “bellico”, di instabilità monetaria, di guerre valutarie, di debiti e di generale incertezza  non ci può essere crescita economica reale ma solo impoverimento progressivo.</p>
<p>Le premesse di una ripresa economica non effimera stanno nella stabilità valutaria e nella ricostituzione dello stock di capitale effettivo dissipato nella crisi precedente e affinché ciò avvenga il risparmio della collettività deve aumentare relativamente al consumo. E’ l’ammontare di capitale a determinare la capacità del sistema economico di produrre beni e servizi, di creare occupazione, di aumentarne la produttività e di permettere ai consumatori di acquistare beni durevoli a credito. Purtroppo l’ortodossia economica pensa che il sistema economico abbia sempre capitale a sufficienza e che i problemi economici si risolvano con le iniezioni di liquidità, con la spesa, con i consumi e con provvedimenti legislativi, insomma con un orgia di interventismo piuttosto che incentivando il risparmio e la produzione. Così la crisi dell’organismo economico si dovrebbe risolvere prolungandone la malattia.</p>
<p>Stiamo vivendo un inquietante regresso dell’evoluzione economica, ma crediamo che siano ancora pochi ad averne piena coscienza.</p>
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		<title>La forza di rialzarsi &#8211; Il caso FIAT-FIOM – di Diego Valiante</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 09:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Diego Valiante.
Leggevo senza molte sorprese un articolo sulle scritte contro Marchionne rinvenute a Torino in questi giorni. Al di là del singolo episodio assolutamente da deprecare, c&#8217;è di fatto un conflitto sociale che oggi cresce nel Paese, ma che viene discusso sui nostri media in una maniera strumentale e a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Diego Valiante</em>.</p>
<p>Leggevo senza molte sorprese un articolo sulle scritte contro Marchionne rinvenute a Torino in questi giorni. Al di là del singolo episodio assolutamente da deprecare, c&#8217;è di fatto un conflitto sociale che oggi cresce nel Paese, ma che viene discusso sui nostri media in una maniera strumentale e a mio parere poco costruttiva. Si tratta agli occhi di tutti della solita contrapposizione tra capitalismo/liberismo e coloro che vogliono difendere lo stato sociale e il &#8216;lavoro&#8217; (come se ci fosse una sola definizione di lavoro a cui tutti noi ci dovremmo prostrare).<span id="more-8037"></span>Cercherò di definire un po&#8217; meglio le ragioni di questo malessere, che vanno ben oltre la recente crisi finanziaria, la quale ha solo la responsabilità di aver portato a galla tutte le contraddizioni del nostro sistema economico. Dovremmo buttarci alle spalle un dibattito altamente politicizzato, che si è ridotto ad un mero conflitto tra sedicenti difensori di ideologie di cui si fatica a vederne l&#8217;attualità.</p>
<p>C&#8217;è una sfida importante che dovremo affrontare nei prossimi anni per salvare il nostro sistema economico da una deriva ancor più pericolosa dell&#8217;attuale crisi economica. Ridurre i costi e l&#8217;indebitamento, ed incrementare la competitività a livello internazionale e l&#8217;efficienza del nostro sistema economico, senza abbattere le garanzie sociali o &#8216;assediare&#8217; i diritti di cittadinanza.</p>
<p>Ci sono essenzialmente due possibilità: o, a parità di condizioni, si abbassano i costi del lavoro e la tassazione più o meno ai livelli che sarà la Cina a decidere (come motore trainante della produzione globale) e di conseguenza si dovranno abbattere molte protezioni di welfare (senza necessariamente preservare qualità ed innovazione) ed intaccare i diritti di cittadinanza che hanno reso il nostro un paese &#8216;moderno&#8217; agli occhi del mondo, dopo le sofferenze del dopoguerra e il boom degli anni &#8217;60; oppure, più coscientemente, si punta su un completo rinnovamento del sistema produttivo con enormi investimenti in innovazione e ricerca e sviluppo (su cui la Cina sta solo da pochi anni investendo, con ancora scarso Know-how). Chiaramente la risposta va da sè.</p>
<p>Tuttavia, per raggiungere questo secondo obiettivo, da un lato c&#8217;è un bisogno impellente di cambiare il modo di fare impresa. Il nostro paese soffre perché la generazione di grandi imprenditori che ha costruito l&#8217;Italia non è stata capace di rinnovarsi e sta pian piano scomparendo arroccata intorno a poche rendite di posizione oramai ridotte al lumicino. Il capitalismo familiare soffre di un limite strutturale, ovvero la capacità dei figli di eguagliare le competenze e la genialità dei padri in un contesto globale in forte evoluzione e competizione. Sfortunatamente, questo avviene poche volte. Nella realtà, con gli anni in Italia ha vinto un esempio di imprenditorialità basato sull&#8217;opportunismo e l&#8217;esclusivo arricchimento degli azionisti, che non creano benefici per la società, bensì corrompono la natura originaria dell&#8217;impresa, ovvero la creazione del valore e non di una rendita da sfruttare a tutti i costi, corrompendo e distruggendo tutto quello che ci circonda. Oggi bisogna dare all&#8217;impresa una &#8216;responsabilità sociale&#8217;, che la renda &#8216;creatrice di valore&#8217; non solo finanziario ed economico e non solo per gli azionisti e i dipendenti, ma per tutti gli altri <em>stakeholders</em> (creditori, debitori, etc), nonché la società intera. Un management responsabile e di successo dovrebbe riuscire ad interpretare queste istanze di rinnovamento. Ma anche su questo fronte, tranne pochi valorosi, soffriamo la mancanza di una classe manageriale di prestigio internazionale. La maggioranza dei nostri managers vive così a contatto con la politica che oggi, guardacaso, si fatica a distinguere un manager da un Presidente del Consiglio!</p>
<p>Sull&#8217;altro fronte, quello del lavoro, il nostro Paese avrebbe bisogno di abbandonare fastidiosi pregiudizi sul ruolo dell&#8217;impresa e una visione dei lavoratori e del lavoro in generale che appartiene al XIX secolo. E&#8217; indubbio che abbiamo bisogno di un mercato del lavoro altamente flessibile (non precario) ed altamente qualificato, che significa non solo più produttività ma più retribuzione e posti di lavoro. Mi dispiace dirlo, ma il mercato del lavoro in Italia è in crisi tanto quanto il suo tessuto imprenditoriale per l&#8217;incapacità dimostrata negli anni di rinnovarsi. Le ragioni sono molteplici. La presenza di sindacati che, come le imprese e la classe dirigente, conitnuano a difendere le loro rendite di posizione conquistate e mantenute tramite la contrattazione collettiva nazionale (una delle ragioni della mancanza di incentivi al rinnovamento). Questo li ha spinti &#8211; e con loro la maggioranza del mondo del lavoro &#8211; ad arroccarsi su posizioni di difesa del posto di lavoro &#8216;senza se e senza ma&#8217;, accecati da visioni &#8216;compassate&#8217; e obsolete del lavoro e dell&#8217;economia. La domanda sorge spontanea: se i nostri operai hanno di fatto le stesse competenze di un operaio cinese, ma perché qualsivoglia impresa Italiana od internazionale dovrebbe venire ad investire e dare lavoro nel nostro paese, dove non solo la manodopera è più costosa, ma si pagano anche più tasse per il peso insopportabile di un debito pubblico non più sostenibile? Il resto dei lavoratori che sono fuori dal giro sindacale (oramai milioni di italiani) spesse volte soffre la precarietà e l&#8217;insopportabile abbandono dello Stato e a volte anche della collettività. La distanza poi tra classi ricche e povere è cresciuta non solo in termini assoluti ma anche in termini relativi, ovvero è palese l&#8217;impossibilità delle parti più povere della nostra popolazione di avere opportunità di riscatto sociale per se stessi e la propria famiglia. Questo uccide le speranze di intere nuove generazioni e distrugge il tessuto di idee e forze nuove che hanno reso a suo tempo il nostro paese una grande nazione.</p>
<p>Tornando sulla vicenda della FIAT. Non prendo posizione a favore di Marchionne. Prendo atto che la FIAT sta semplicemente cercando di sopravvivere in un contesto internazionale di forti pressioni concorrenziali da un lato e di declino del mercato automobilistico (come nato e sviluppatosi nel secolo scorso). E&#8217; inevitabile che FIAT tagli sulla manodopera e sul mercato italiano (sempre meno rilevante in temini di numeri), perché non c&#8217;è più nient&#8217;altro da tagliare e perché giustamente (e finalmente) lo Stato ha smesso di sovvenzionarla.</p>
<p>Non credo ci sia una panacea per risolvere i problemi del nostro sistema economico (come di quello sociale) e questo viscerale conflitto sociale e tra generazioni, che nasce principalmente dalla disgregazione del tessuto imprenditoriale, della politica e del mondo del lavoro, incapaci di rincorrere un mondo che va a doppia velocità. Non c&#8217;è una soluzione appunto, ma c&#8217;è un insieme di politiche che possono riuscire a generare ricchezza non solo per le imprese e i lavoratori, ma per la società intera: investire massicciamente in innovazione sul fronte dell&#8217;impresa e della ricerca scientifica primaria e di prodotto, nonché sull&#8217;educazione per l&#8217;intera società. Concentrare le risorse su questi obiettivi, nonché su alcune opere infrastrutturali e strategiche nazionali, è l&#8217;unica via per tentare un New Deal italiano dopo anni di inevitabile declino. Il nostro paese purtroppo fatica ad appropriarsi di questi obiettivi per due motivi: la classe dirigente ed imprenditoriale è offuscata dalle antiche rendite di posizioni, che non hanno dato negli anni passati e non danno oggi incentivi sufficienti ad investire nel futuro (innovazione e ricerca); dall&#8217;altro, il mondo del lavoro soffre un generale impoverimento dei livelli di istruzione e di competenze (di base e di ricerca avanzata), nonché un depauperamento di competenze e conoscenze direttamente applicate al mondo del lavoro. Questo principalmente per mancate o inefficienti politiche pubbliche di sostegno alla ricerca e scarsi investimenti e sensibilità del sistema industriale verso la formazione e l&#8217;educazione dei (futuri) lavoratori.</p>
<p>La strategia da intraprendere a mio avviso è palese, tuttavia i margini economici, temporali, ma soprattutto politici, sono sempre più risicati. Sarà ancora una volta capace il popolo italiano, proprio nel 150esimo dell&#8217;unità, di trovare la forza di rialzarsi e combattere quando il declino sembra un destino lento ed inevitabile? Al tempo l&#8217;ardua sentenza.</p>
<p>Diego Valiante, Ph.D.<br />
Research Fellow<br />
Centre for European Policy Studies (CEPS)<br />
Bruxelles</p>
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		<title>Delocalizzazione e nazionalismo di sinistra</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 22:22:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel Blog di Beppe Grillo, in un commento a un post di Eugenio Benetazzo, mi è capitato d’imbattermi in alcune considerazioni che rappresentano un concentrato delle molte banalità in tema di concorrenza e delocalizzazione. Le riassumo assai liberamente qui di seguito.
« Mio zio è un imprenditore bresciano che per una trentina di anni ha prodotto “resistenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel Blog di Beppe Grillo, in un commento a un post di Eugenio Benetazzo, mi è capitato d’imbattermi in alcune considerazioni che rappresentano un concentrato delle molte banalità in tema di concorrenza e delocalizzazione. Le riassumo assai liberamente qui di seguito.<span id="more-5234"></span></p>
<blockquote><p>« Mio zio è un imprenditore bresciano che per una trentina di anni ha prodotto “resistenze elettroniche” in Italia. Da quando l’Europa ha cominciato ad aprire i propri mercati e quindi abbiamo visto arrivare merci da ogni dove, la sua azienda ha iniziato a perdere colpi su colpi, vedendo assottigliarsi sempre di più la propria clientela. Alla fine, ha dovuto chiudere bottega.</p>
<p>Come vive oggi? Non ha lasciato il settore, perché ha deciso di affidare a una ditta cinese le produzioni che prima realizzava direttamente. Ogni tre mesi il figlio va in Asia per realizzare il controllo della merce e definire sempre meglio le intese commerciali. Se tutto funziona bene, dall’Italia parte il bonifico e in breve la merce arriva da noi, a un costo molto basso. Così facendo, una quota rilevante dei vecchi clienti è tornata sui propri passi. Ovviamente, i 16 dipendenti italiani che prima lavoravano nella sua piccola azienda ora sono a spasso ».</p></blockquote>
<p>Vera o falsa che sia (poco importa: perché senza dubbio vi sono in Italia molte esperienze di questo genere), questa storiella è stata riportata nel blog di Grillo con l’intento di denunciare la globalizzazione. In realtà si tratta di una vicenda tutt’altro che negativa.</p>
<p>Cerchiamo di non dimenticare la grande lezione di Frédéric Bastiat su <em>ciò che si vede</em> e <em>ciò che non si vede</em>: ci aiuterà a capire perché questa retorica sui disastri della delocalizzazione (condivisa dai sindacalisti, i politici e i commentatori di ogni tendenza) non sta in piedi.</p>
<p><em>Ciò che si vede</em> è quanto l’autore di quel testo mette in evidenza: i posti di lavoro perduti nel Bresciano. Prima c’era una ditta che aveva una sua clientela, che dava di che vivere a una ventina di famiglie e che produceva ricchezza. Con l’apertura dei mercati, tutto questo non c’è più.</p>
<p>Ma oltre a <em>ciò che si vede</em>, c’è anche <em>ciò che si non vede</em>. O, meglio, ciò che non si vuol vedere.</p>
<p>Quell&#8217;azienda non ha chiuso perché è stata bombardata dai bombardieri inglesi dell&#8217;ultima guerra, ma semplicemente perché i clienti hanno ritenuto comprare altrove. Quelle aziende, d&#8217;altra parte, hanno bisogno di soddisfare i loro consumatori e per farlo devono rifornirsi da buone imprese, che diano loro prodotti ad un alto rapporto qualità-prezzo. È la libera scelta dei clienti intermedi ad avere decretato quell’insuccesso, ed essi hanno deciso così per poter servirci al meglio in consumatori finali: per poter farci acquistare buoni prodotti a basso prezzo. (A ben guardare, in fondo quel fallimento è stato deciso da noi: qui intesi come l’insieme dei consumatori ultimi).</p>
<p>Ma oltre al beneficio che la globalizzazione ha apportato ai consumatori e agli ex clienti dell’azienda che produceva resistenze, c’è anche il beneficio che è stato ottenuto dall’economia cinese.</p>
<p>Se 20 lavoratori a Brescia non producono più resistenze, è perché ci sono grosso modo 20 lavoratori in Cina che lo fanno al loro posto. Alle famiglie bresciane in (relativa) difficoltà corrisponde un analogo numero di famiglie che grazie alla globalizzazione può sperare di uscire dalla miseria. Non si capisce per quali ragione si dovrebbe sposare la logica dei “posti” invece che quella del “lavoro”, e perché ci si dovrebbe sentire più vicini a un operaio bresciano (che non si conosce) invece che a un operaio cinese e molto più povero (che ugualmente non si conosce). Personalmente non sono nazionalista, ma soprattutto non vedo come si possa esserlo: sulla base di quali argomenti.</p>
<p>Chi sta a Brescia e deve fronteggiare la crisi deve ora darsi da fare per produrre qualcosa che interessi la gente, che risponda a esigenze altrui e, quindi, che stia sul mercato. L&#8217;integrazione economica (quanto è stato citato non è altro che un piccolo episodio di tale processo) è ciò che ha fatto uscire l&#8217;uomo dalle caverne e dalle piccole tribù, oltre che dalla miseria. Quando negli anni Cinquanta le multinazionali americane hanno investito da noi &#8211; dove c&#8217;era manodopera a basso costo &#8211; l&#8217;America non è crollata. Se quindi ora dovessero andare i rovina &#8211; ipotesi che non va scartata &#8211; non  sarà perché gli imprenditori fanno il loro mestiere (produrre al meglio e ai minimi prezzi), ma semmai perché lo Stato non li lascia lavorare come vorrebbero, distruggendoli con un debito pubblico stellare, tasse da rapina e regole di ogni tipo.</p>
<p>Che larga parte della destra sia ottusamente nazionalista e protezionista non sorprende. Ma è curioso che da sinistra non si sappia vedere come il processo di delocalizzazione si basi su una riduzione dell’area del potere – la circolazione dei beni deriva da questo – e produca molti più benefici che danni. L’integrazione economica tra l’economia europea e quella asiatica non fa che sviluppare la divisione del lavoro e la specializzazione. Siamo davvero all’abc dell’economia, ma evidentemente bisogna fare i conti con un analfabetismo di dimensioni preoccupanti.</p>
<p>Ancor meno si comprende come una parte rilevante della cultura progressista, avversando la globalizzazione in nome dei posti di lavoro persi a Brescia e guadagnati in Cina, non si avveda di pescare nel torbido nel risentimento tra culture, dell’odio tra paesi diversi, del conflitto tra civiltà.</p>
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		<title>Davos, mito zoppo della governance globale</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 17:29:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Festeggiamo il novecentesimo articolo del nostro blog dedicandolo al grande caravanserraglio dell&#8217;Uomo Globalizzato, il World Economic Forum che da domani sera a Davos apre la sua quarantesima edizione.  Il più grande merito di Klaus Schwab, è di averlo ideato riuscendo a farne dipendere ogni anno la crema del business e della politica mondiale come da una droga. Ma non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Festeggiamo il novecentesimo articolo del nostro blog dedicandolo al grande caravanserraglio dell&#8217;Uomo Globalizzato, il World Economic Forum che da domani sera a Davos apre la sua quarantesima edizione.  Il più grande merito di Klaus Schwab, è di averlo ideato riuscendo a farne dipendere ogni anno la crema del business e della politica mondiale come da una droga. Ma non mi pare, che quest&#8217;anno Davos sarà in grande spolvero.  Non si è ancora ripreso dalla botta terribile del 2009.<span id="more-4934"></span></p>
<p> Quella dell&#8217;anno scorso fu inevitabilmente un&#8217;edizione di guerra, per la portentosa macchina di leadership economico-politico-finanziaria messa in piedi dal professore svizzero di business strategy. Appena eletta l&#8217;amministrazione Obama, assenti tutti i suoi principali esponenti per la febbrile messa a punto dei primi provvedimenti con cui arginare la crisi e le emergenze internazionali, l&#8217;edizione dell&#8217;anno scorso fu consegnata alle cronache per le aspre accuse che proprio agli Stati Uniti e al suo modello banco-finanziario furono rivolte dal leader cinese Wen Jabao e da Vladimir Putin, con il primo che puntava il dito contro “un modello di sviluppo insostenibile, caratterizzato da un debole risparmio sul lungo periodo e da forti consumi nel breve”, e il secondo che esigeva dagli occidentali “l&#8217;abbandono dell&#8217;ideologia colonialista nelle relazioni bilaterali, economiche e finanziarie non meno che politiche”.</p>
<p>Gli effetti sono rimasti, sull&#8217;agenda del WEF. Che infatti quest&#8217;anno si ferma a 30 capi di Stato e di governo, rispetto ai 43 dell&#8217;anno scorso. Per carità, banchieri e Ceo del grande business mondiale ci sono come al solito tutti o quasi, tra i 2500 partecipanti. Ma lo speech di apertura a Sarkozy, con tutto che è la prima volta a Davos per un presidente francese, è una scelta di ripiego, la Francia non è proprio al top del potere mondiale. Né basta per elevare l&#8217;audience l&#8217;intervento di Zapatero, del presidente sudafricano Zuma, i reiterati interventi di Trichet, quello dell&#8217;ancora sconosciuta Mrs Pesc Catherine Ashton o di Almunia, nonché l&#8217;intera compagnia di giro dei capi delle ex istituzioni di Bretton Woords, FMI, Banca Mondiale, Ocse e ONU.</p>
<p>La lezione sino-russa &#8211; ! &#8211; sull&#8217;etica del business &#8211; !! &#8211; che deve tornare a orientare banca e finanza appare larghissimamente non recepita, un anno dopo.</p>
<p>La quarantesima edizione inizia sotto la sberla del rilancio polemico di Obama, proprio contro i banchieri del suo Paese. Colpito sotto la cintola dalle supplettive in Massachussetts e dalla vittoria del repubblicano Scott Brown che leva ai democratici la possibilità di far approvare la discussa riforma sanitaria, in crisi verticale di popolarità come nessun altro presidente USA al primo anno dall&#8217;elezione, Obama ha sparato a zero contro gli “osceni” bonus e lanciato l&#8217;idea di una megatassa da 90 miliardi di dollari in un decennio, che separi coattivamente le banche che fanno impieghi tradizionali a famiglie e imprese, rispetto a quelle – tutte le grandi, per altro – che continuano allegramente a fare il più di revenues e utili da proprietory trading, cioè dal vendere e acquistare per sé coi mezzi dei depositanti azioni e obbligazioni, futures e derivati su commodities, valute e indici. Per molti CEOs a Davos, un pugno in faccia.</p>
<p>A un anno di distanza, bisogna riconoscere che aveva ragione Timothy Garton Ash, e io non sono di quelli che glie la danno spesso. Dopo le accuse di Putin e Wen Jabao, scrisse che l&#8217;Uomo di Davos – l&#8217;idealtipo frequentatore dei corridoi più che delle sale in cui si tengono in questi giorni ben 225 diversi meeting tematici – ne usciva ferito a morte. Dopo anni di globalizzazione ormai galoppante, dopo l&#8217;ingresso della Cina nel Wto, la terribile crisi sembrava stoppare il più fermo credo della business community internazionale. La via del nazionalismo economico e degli aiuti di Stato ognun per sé e Dio per tutti inevitabilmenente levava a Davos priorità e status. Sarebbero stati gli oscuri leader politici nazionali, non i CEO arcimultiplurimilionari, a dettare un&#8217;agenda non più comune.</p>
<p>Il WEF 2010 non vuole ammetterlo, visto che è come riconoscere una sconfitta epocale, che mina il pingue business che Schwab condivide con la moglie Hilde. Ma è avvenuto ciò che Ash temeva. L&#8217;unica agenda davvero condivisa, in materia finanziaria, è quella affidata alle mani di Mario Draghi e del Financial Stability Board che egli coordina. Per il resto, l&#8217;America ha cambiato tre volte strada sul TARP e oggi Obama cambia direzione per l&#8217;ennesima volta, quasi disposto a sacrificare gli stessi Bernanke e Geithner. I salvataggi bancari in Europa sono avvenuti con ciascuno che ha pensato ai propri confini, e al massimo un coordinamento di massima tra le rinazionalizzazioni avvenute a palla in UK, Olanda, Belgio, Francia, Germania. La nascita del G20 è stata positiva, anche se resta un G2 &#8211; inefficiente &#8211; travestito. Ma al di là dell&#8217;agenda Draghi c&#8217;è solo la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea – l&#8217;unica grande istituzione mondale che vanamente per anni, proprio a Davos, mise in guardia contro gli effetti del denaro facile praticato da Gresnspan e delle deregulation finanziarie adottate negli Usa – a lavorare seriamente a a chiedere alle banche di ricapitalizzare, senza scuse. Non c&#8217;è ombra del grande accordo valutario che servirerebbe tra dollaro, yuan ed euro, perché i cinesi hanno rimandato a casa a mani vuote Obama, alla sua prima grande uscita internazionale dopo il discorso egiziano ad Al Azhar che non gli è valso né consenso nei Paesi musulmani, né di evitare l&#8217;aggravamento in Afghanistan, né meno tensioni con l&#8217;Iran di Ahmadinejad.</p>
<p>E&#8217; la sessione con Bill Clinton sui Haiti, una delle punte di attenzione a Davos. Ma anche ad Haiti ha ragione Bertolaso, al di là dell&#8217;inopportunità di puntare il dito a voce alta contro gli USA: di coordinamento internazionale vero, non ce n&#8217;è stato neanche l&#8217;ombra. Quanto allo spolvero che Davos quest&#8217;anno dedica a James Cameron e al suo Avatar, è singolare omaggiare il polpettone ambientalista concepito evidentemente senza immaginare il buco nell&#8217;acqua in cui per fortuna si è risolto il summit “epocale” di Copenhaghen sul clima.</p>
<p>“Rethink, Redesign, Rebuild”, recita il motto di Davos 2010. Già dal wording, si direbbe l&#8217;insegna di un&#8217;officina di riparazioni, più che la Camelot della sfolgorante globalizzazione. Eppure eppure, bisogna evitare di buttare il bambino con l&#8217;acqua sporca. L&#8217;errore è stato l&#8217;eccesso d paillettes del passato, non è il mondo s sbagliare. Per fortuna, al di là di tutto, la globalizzazione regge alla crisi finanziaria, e il commercio mondiale dopo il meno 15% del 2009 guadagnerà nel 2010 oltre la metà di ciò che aveva perduto. Con Cina, India e Brasile a tirare mentre l&#8217;America ristruttura e aumenta la produttività, e l&#8217;Europa spera. A non reggere non è il commercio globale, ma l&#8217;illusione che esistano valori universali, e governance condivise. E&#8217; su questo, che l&#8217;Uomo di Davos ha sbagliato ricetta. Lo stesso sondaggio globale messo in rete all&#8217;inizio del WEF dice che se i due terzi degli intervistati ritiene che la crisi sia nata da mancanza di etica e valori, oltre il 50% nega che esistano però valori universali. Sì, la politica resta ancora nazionale, e i politici non vengono a farsi dare i voti dai CEO, preferiscono prenderli alle elezioni. Chi avesse dubbi, pensi al ferrigno Tremonti e al suo bando contro le tecnocrazie-oclocrazie.</p>
<p>Infine, il mio personale programma a Davos. Prima i meeting a cui non andare, inutili dal mio punto di vista. Quello sulla nuova idea di “crescita normale”, per esempio, dove non ha avuto senso far parlare Roubini col suo Cigno Nero, che riguarda tutt&#8217;altro. Quello sui “nuovi valori”, dove pontificato il solito Nobel Yunus: ma la sua Grameen Bank ammettere con successo al credito coloro che ne sono esclusi dalle banche, nulla può per piegare le banche stesse a diverse soglie di rischio dalle attuali. Quello sulla credibilità dell&#8217;economia: i nemici di Eugene Fama e della sua Efficient Market Hyphotesis, come Stiglitz, sono troppo in vantaggio nel panel (ma wqui da noi ormai anche il Corriere della sera dice che la scuola di Chicago è morta, e lo fa dire a una firma considerata evidentemente insospettabile di pendenze a sinistra,. come quella di Michele Salvati). Quello sui bonus ai banchieri: dove, appunto, brilla l&#8217;assenza dei banchieri stessi. Quello sulla Nuova Europa, riedizione di mille dibattiti già visto. Quello sulla exit strategy governative dai maxisalvataggi puibblici: parlano svedesi e israeliani, ma nessun politico europeo o americano.</p>
<p>Da sentire, invece. Larry Summers sul disastro americano, innanzitutto. Poi Profumo e Howard Davies, sula riforma dei mercati dei capitali. Il direttore generale della BRI, Jaime Caruana, sui rischi finanziari sistemici. Cheng Siwei e Yuan Xetong, su come ridare senso al rapporto tra USA e Cina. Non troppo altro. Capisco i premier che sono rimasti a casa.</p>
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		<title>L&#8217;Argentina nuovamente sul baratro del default</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 14:07:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo
di Lorenzo Guggiari
La nuova crisi istituzionale causata dalla dinastia Kirchner
Il nuovo anno in Argentina si è aperto con la peggiore crisi istituzionale dal 2001-2002 e, nonostante la situazione risulti essere ancora molto fluida, non è da scartare che nel 2010 il paese sudamericano incorra in un nuovo default.
Nel dicembre dello scorso anno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo</em></p>
<p>di Lorenzo Guggiari</p>
<p><em>La nuova crisi istituzionale causata dalla dinastia Kirchner</em></p>
<p>Il nuovo anno in Argentina si è aperto con la peggiore crisi istituzionale dal 2001-2002 e, nonostante la situazione risulti essere ancora molto fluida, non è da scartare che nel 2010 il paese sudamericano incorra in un nuovo default.</p>
<p><span id="more-4917"></span>Nel dicembre dello scorso anno la presidente Cristina Kirchner creò con un decreto il cosiddetto Fondo Bicentenario per pagare i bond in scadenza nel 2010 e che ammontano a USD 18.7 miliardi tra capitale e interessi maturati (la maggior parte scadrà in agosto).</p>
<p>Il problema è sorto nel momento in cui Cristina Kirchner ha deciso di prelevare USD 6.5 miliardi dalle riserve in valuta estera della Banca Centrale argentina. Il governatore Martin Redrado si è opposto fermamente a questa misura e il 6 gennaio la presidente gli ha intimato di dimettersi ma Redrado si è rifiutato; così con un decreto di urgenza la Kirchner lo ha rimosso dall’incarico.<br />
A questo punto Redrado è ricorso in tribunale e l’8 gennaio il giudice Maria José Sarmiento ha annullato il decreto di urgenza argomentando che si tratta di un caso ordinario e quindi lo ha reintegrato, oltre a ciò ha vietato al governo di usare le riserve per pagare i bond in scadenza nel 2010. Di questo passo il processo può trascinarsi per settimane bloccando di fatto i fondi della Banca Centrale.</p>
<p>Il susseguirsi  di questi eventi ha preso in contropiede la Kirchner in quanto Redrado era un uomo di fiducia visto che era stato messo a capo della Banca Centrale nel 2004 dall’ ex presidente, nonché consorte, Nestor Kirchner. Il governatore era conosciuto come un uomo schivo e poco portato allo scontro ma in questa occasione si è dimostrato molto risoluto per tentare di difendere l’autonomia della Banca Centrale.</p>
<p>La crisi istituzionale si è aperta in quanto il governatore può essere sfiduciato solo da una commissione parlamentare guidata dal presidente del Senato e quindi, con tale decreto, è stato violato lo statuto della Banca Centrale. Inoltre da dicembre il governo non dispone più della maggioranza in Parlamento e il presidente del Senato Julio Cobos &#8211; che riveste anche la carica di vice presidente della repubblica -  è in rotta con i Kirchner.  Anche l’opposizione ha preso la palla al balzo per scagliarsi contro il governo e accusando la presidente di autoritarismo.</p>
<p>Cristina è partita al contrattacco e ha sostenuto che bisogna assolutamente pagare i bond in scadenza affinché le imprese argentine possano trovare credito sul mercato internazionale dei capitali. Ha ricordato che nel 2006 – per pagare i debiti contratti da Menem &#8211; suo marito Nestor versò quasi USD 10 miliardi al FMI prelevando il 100% delle riserve di valuta estera mentre adesso si tratta di un importo molto inferiore, infatti le riserve attuali ammontano a USD 48 miliardi. Altro punto forte è che il paese non può permettersi di mantenere dei fondi che rendono lo 0,5% mentre paga il 15% di interessi sui titoli di propria emissione, quindi si tratterebbe di migliorare il profilo del debito.<br />
Anche il marito si è schierato al suo lato, insinuando che sarebbe in atto una cospirazione per fare cadere il governo da parte del presidente del Senato e del quotidiano Clarin, che negli ultimi anni è stato la principale fonte di denuncia nei confronti dei Kirchner.<br />
Esponenti del governo hanno accusato il giudice di avere preso una decisione politica e non tecnica, per questo motivo Maria José Sarmiento  ha denunciato che si sente vittima di pressioni e intimidazioni da parte del potere esecutivo.</p>
<p>In realtà le cose stanno in modo molto diverso. Nel 2011 ci saranno le elezioni presidenziali e la popolarità del governo è in caduta libera, pertanto c’è bisogno di espandere la spesa pubblica per accattivarsi i favori dell’elettorato argentino e contemporaneamente non aumentare il carico fiscale.<br />
Nel bilancio del corrente anno erano già state stanziate le risorse per pagare i bond ma, prelevando i fondi della Banca Centrale, si libererebbero nuovi mezzi da investire in opere pubbliche, in nuovi programmi sociali e in prebende per sindaci e governatori della base alleata.</p>
<p>Se nel 2011 il governo vorrà avere qualche chance di successo avrà bisogno di spendere tutto quello che può e anche quello che non può!<br />
La popolazione è abbastanza scettica, se c’è una cosa che gli argentini hanno capito – come eredità degli anni ’80 – è che usare le riserve aumenta la capacità da parte del governo di creare inflazione. Il brutto clima che si è instaurato ha fatto in modo che le agenzie indipendenti abbiano portato le stime dell’inflazione per il 2010 dal 18% al 22%. Fitch ha dichiarato che la crisi potrebbe far peggiorare il rating del debito argentino, mettere in serio rischio la stabilità monetaria e la credibilità del paese. Ovviamente i mercati finanziari hanno reagito di conseguenza, in pochi giorni il rischio paese è aumentato dell’8%, la borsa ha perso quasi il 6% e i titoli del debito pubblico quasi il 10%!</p>
<p>Il 13 gennaio è arrivato un’altra doccia fredda per il già pessimo umore di Cristina: il giudice federale di New York ha bloccato USD 1,7 milioni che la Banca Centrale argentina detiene presso la Federal Reserve americana; questa cifra rappresenta una piccola parte dei USD 15 milioni utilizzati per gli interventi giornalieri nel mercato dei cambi.<br />
L’azione legale è in corso da anni da parte di alcuni fondi che nel 2005 non aderirono all’emissione dei nuovi bond a fronte di quelli andati in default nel 2001. In effetti la cifra è simbolica dato che i fondi vantano un credito di USD 30 miliardi ma questa sentenza crea un pericoloso precedente.<br />
Fino ad oggi i tribunali internazionali non hanno considerato le riserve in valuta delle Banche Centrali come di pertinenza del Tesoro e quindi non potevano essere confiscate per soddisfare i creditori. Con la destinazione di parte delle riserve al Fondo Bicentenario si è indebolita questa interpretazione, tant’è vero che Redrado, in previsione di un’azione di questo tipo aveva ridotto al minimo i fondi depositati presso la FED. Se dovesse passare la nuova interpretazione giurisprudenziale tutte le riserve depositate presso la BIS in Svizzera potrebbero essere a rischio.<br />
Oltre a ciò i creditori hanno ragioni da vendere per sostenere che l’Argentina dispone delle condizioni finanziarie per onorare i propri debiti e che quindi il Fondo Bicentenario deve innanzi tutto soddisfare le loro richieste.<br />
Ormai i coniugi Kirchner devono solo decidere se favorire i loro interessi e fare sprofondare l’Argentina nell’ennesima crisi economica oppure salvare il paese e rinunciare alle loro pretese di potere, in ogni caso sembra che la loro parabola politica stia giungendo alla fine.</p>
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		<title>Un mondo più uguale</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 09:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A noi piace sempre mettere l&#8217;accento sull&#8217;efficienza. Il mercato e la globalizzazione ci piacciono perché sono giusti &#8211; nel senso che valorizzano la libertà individuale &#8211; e perché sono efficienti &#8211; cioè massimizzano la ricchezza prodotta. Ma sono anche equi? L&#8217;obiezione è frequente e diffusa. L&#8217;ultimo esempio, seppure molto specifico, sta nelle parole di Giulio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A noi piace sempre mettere l&#8217;accento sull&#8217;efficienza. Il mercato e la globalizzazione ci piacciono perché sono giusti &#8211; nel senso che valorizzano la libertà individuale &#8211; e perché sono efficienti &#8211; cioè massimizzano la ricchezza prodotta. Ma sono anche equi? L&#8217;obiezione è frequente e diffusa. L&#8217;ultimo esempio, seppure molto specifico, sta nelle parole di Giulio Tremonti, che ha negato la possibilità di tagliare le tasse in nome della lotta alla &#8220;<a href="http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_23/tremonti-calo-tasse_06ceb624-0830-11df-b78d-00144f02aabe.shtml">macelleria sociale</a>&#8220;. Queste obiezioni ora devono fare i conti con un avversario imprevisto: la realtà. La globalizzazione ha ridotto, non aumentato, le diseguaglianze sociale. Lo spiegano, numeri e dati alla mano, Maxim Pinkovskiy e Xavier Sala-i-Martin in <a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/4508">questo articolo</a> su Voxeu, che riprende le conclusioni di un loro <a href="http://www.nber.org/papers/w15433">corposo paper</a>.</p>
<p><span id="more-4913"></span></p>
<p>Dall&#8217;analisi delle evidenze disponibili sulla distribuzione dei redditi, Pinkovskiy e Sala-i-Martin trovano che non solo la povertà, intesa come massa di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, si è ridotta in misura straordinaria, tra il 1970 e il 2006. Questo già lo sapevamo (anche se è bene ricordarlo). Si sono ridotte anche le disuguaglianze, sia misurate attraverso i quintili di reddito, sia attraverso il coefficiente di Gini. I due grafici sotto, che riportano la distribuzione del reddito nel 1970 e nel 2006 per il mondo e per aree geografiche, non hanno bisogno di commenti.</p>
<p><img class="alignnone" title="1970" src="http://www.voxeu.org/sites/default/files/image/sala%20fig%202a.JPG" alt="" width="511" height="360" /></p>
<p><img class="alignnone" title="2006" src="http://www.voxeu.org/sites/default/files/image/sala%20fig%202b.JPG" alt="" width="509" height="362" /></p>
<p>L&#8217;osservazione di questi fenomeni non è priva di un sostegno teorico: i meccanismi di mercato tendono a creare ricchezza diffusa, perché favoriscono la mobilità sociale e, grazie alle pressioni competitive, rendono anche gli strati sociali meno abbienti dei mercati attraenti (e dunque li rendono più ricchi). Un aspetto molto significativo dello studio è che, ovviamente, esso doveva fare i conti con una modellizzazione non facile, in particolare per l&#8217;indisponibilità di dati sistematici e sufficientemente dettagliati, e per i difetti intrinseci dei dati stessi. Normalmente la distribuzione dei redditi viene valutata conducendo interviste, e questo può portare sia a sovrastimare la povertà (per esempio considerando solo i redditi formali e in moneta, non quelli informali e in natura) sia a sottostimarla (perché è difficile rintracciare i poveri, e trovare da loro una disponibilità a parlare, specie nei paesi poveri). Allo stesso modo, possono sottostimare la ricchezza (perché i ricchi sono normalmente meno disponibili e tendono a sminuire la loro ricchezza). Insomma: i quintili più alto e più basso tendono a essere i meno accurati, pur essendo &#8211; per certi versi &#8211; quelli più interessanti. L&#8217;aspetto veramente forte dello studio è dunque questo:</p>
<blockquote><p>our methodology allows us to conduct a thorough stress-test of our results to alternative assumptions. World poverty and inequality fall markedly for all the variations we try.</p></blockquote>
<p>La globalizzazione e il mercato servono non solo a creare ricchezza, ma anche a distribuirla in modo più diffuso. Saperlo rafforza le nostre convinzioni, e indebolisce le posizioni di quanti difendono lo status quo.</p>
<p>(Hat tip: <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Letture_per_il_fine_settimana_23-1-2010">Moro, Topa e Brusco</a>)</p>
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		<title>La Svezia tra Nobel e jeans neri</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/12/08/la-svezia-tra-nobel-e-jeans-neri/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 15:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Mura</dc:creator>
				<category><![CDATA[commercio mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[corea del nord]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Non vi è forse paese al mondo che rifiuti il confronto politico e commerciale con la comunità internazionale più della Corea del Nord, una delle poche autentiche dittature comuniste ancora in vita. E pochi sono i leader che nutrono un’ostilità così aspra nei confronti dell’Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, quanto quella di Kim [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non vi è forse paese al mondo che rifiuti il confronto politico e commerciale con la comunità internazionale più della Corea del Nord, una delle poche autentiche dittature comuniste ancora in vita. E pochi sono i leader che nutrono un’ostilità così aspra nei confronti dell’Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, quanto quella di Kim Jong Il, capace persino di vietare ai propri cittadini di indossare l’indumento che, per la sua versatilità, è forse il più diffuso – “globalizzato” ante litteram – al mondo: i jeans.</p>
<p><span id="more-4192"></span>Eppure l’ostilità del “caro leader” sembra in qualche modo attenuarsi quando si tratta di produrli per l’esportazione. Certo si tratta, almeno per ora, di solo 1100 capi in due soli modelli e di colore rigorosamente nero. Una scelta quest’ultima che nulla ha che vedere con moda o marketing bensì con l’ideologia, essendo il blu rigorosamente vietato in quanto giudicato troppo “americano”.</p>
<p>Dietro a questo piccolo ma, a ben vedere significativo, gesto di distensione nei rapporti con l’Europa, l’idea imprenditoriale di re giovani svedesi, Rauden Kallstigen, Jakob Ohlsson e Jacob Astrom, tutti sotto i trent’anni, ideatori del marchio “Noko Jeans” – dove “Noko” sta per North Korea.</p>
<p>Per evitare equivoci i tre hanno da subito precisato che la loro iniziativa non era in alcun modo da ritenere mirata ad avvantaggiare un governo così (eufemisticamente) «anti democratico». Più che il profitto in sé, il loro desiderio più vivo è sempre stato quello di tendere la mano a un popolo diverso da quello, ritratto dalla televisione di Stato per impressionare l’Occidente, che marcia irreggimentato dietro missili e carri armati.</p>
<p>Per la vendita dei loro indumenti, oltre che ricorrere al web, i tre giovani imprenditori avevano preso accordi con Pub, uno dei più grandi centri commerciali del paese, due interi edifici nel centro di Stoccolma.</p>
<p>Ora però, a poche ore dal lancio sul mercato dell’inusuale (e non esattamente economico: 200-220 dollari il paio) prodotto, la direzione dei grandi magazzini fa un passo indietro, rischiando di vanificare ancora prima del giudizio del mercato i due anni e mezzo di sforzi dei tre giovani imprenditori. Rene Stephansen, direttore commerciale di Pub, ha dichiarato che «i magazzini non vogliono associare il loro nome» a una questione politica delicata. La paura della strumentalizzazione politica è evidente nell’ulteriore precisazione che «sale e corridoi non possono diventare il forum di dialogo sulla Corea del Nord».</p>
<p>E dire che la  Svezia è uno di quei pochi paesi europei che intrattengono rapporti diplomatici con il regime (comunista). E che recentemente ha voluto ancora confermare la sua inclinazione all’ecumenismo geopolitico insignendo del Nobel per la pace una figura che non era certo al di sopra di delicate questioni politiche al momento dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento: Barack Obama. Premio – per inciso – quantomeno discutibile e, di fatto, da più parti discusso.</p>
<p>Che il commercio sia il migliore antidoto alla guerra l’hanno spiegato in tanti. Montesquieu e, ancora meglio, Bastiat com’è ben noto. E ancora, per rimanere nella tradizione a noi cara, quel Richard Cobden che negli scritti dell’autore de <em>La loi</em> trovò tanta linfa per la sua battaglia contro quel fatale protezionismo da cui l’Inghilterra si lasciava già circuire sul finire dell’Ottocento.</p>
<p>La Corea del Nord è una perfetta rappresentazione del nesso tra chiusura commerciale e inclinazioni guerrafondaie (per le quali, ricordiamolo, è soggetta a un rigido embargo). Ed è proprio per questo che sarebbe assolutamente qualificata a rappresentare anche la relazione opposta, quella tra libertà economica e libertà politica, così come già è stato in passato per la “sorella” del Sud.</p>
<p>Sul web circola una diceria. Si narra che nella primavera del 1917 alcuni amici svedesi di Lenin, in occasione di un periodo di permanenza del leader bolscevico a Stoccolma si premurarono di accompagnarlo da Pub perché non ritornasse in Russia prima di avervi acquistato un nuovo abito.</p>
<p>Chissà che se gli attuali responsabili dei magazzini avessero il coraggio di tornare sui propri passi tra qualche decennio, navigando su internet, non ci si possa imbattere in un altro aneddoto.</p>
<p>Non sarebbe suggestivo leggere che proprio da lì sarebbe scoccata la scintilla destinata a far scoppiare una grande rivoluzione pacifica in un piccolo e lontano paese accartocciato su sé stesso?</p>
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		<title>L’economia algerina va di male in peggio. E ora sposa il protezionismo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 18:47:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Algeria]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La situazione economica dell’Algeria è da tempo piuttosto dura, anche a causa delle molte difficoltà politiche conosciute da un Paese uscito in maniera drammatica dal dominio francese e poi governato per decenni da un’élite corrotta, che con il suo comportamento ha favorito l’ascesa di movimenti fondamentalisti. Da qui tensioni, violenze efferate da una parte e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La situazione economica dell’Algeria è da tempo piuttosto dura, anche a causa delle molte difficoltà politiche conosciute da un Paese uscito in maniera drammatica dal dominio francese e poi governato per decenni da un’<em>élite</em> corrotta, che con il suo comportamento ha favorito l’ascesa di movimenti fondamentalisti. Da qui tensioni, violenze efferate da una parte e dall’altra, elezioni annullate e così via.<span id="more-3838"></span></p>
<p>Da qualche tempo, pur tra molti problemi, la società e l’economia algerine stavano cercando di muoversi verso uno sviluppo che permettesse di sganciare il Paese dalla dipendenza rispetto agli idrocarburi. Ma la crisi ha finito per portare alla luce e radicalizzare i terribili ritardi storici di un&#8217;economia che – come evidenzia il giovane economista Youcef Maouchi in un suo intervento intitolato <a href="http://www.unmondelibre.org/Maouchi_Algerie_protectionnisme_191109">“Le virage protectionniste”</a> apparso sul sito <a href="http://www.unmondelibre.org/">www.unmondelibre.org</a> – resta agli ultimi posti di tutte le principali classifiche riguardanti la libertà d’impresa, la competitività, la trasparenza.</p>
<p>Maouchi evidenzia, in particolare, come a seguito delle ultime difficoltà il governo di Algeri abbia deciso di introdurre riforme che si muovono tutte nella direzione del protezionismo e della chiusura di fronte alla globalizzazione.</p>
<p>A seguito di queste nuove norme, “tutti i futuri investimenti stranieri dovranno essere effettuati in associazione con azionisti algerini, i quali dovranno controllare almeno il 51% del capitale. Sapendo che le imprese locali hanno difficoltà a finanziarsi, questa regola finirà senza dubbio per uccidere sul nascere molte ipotesi di collaborazione”.</p>
<p>Un rafforzamento del protezionismo, ovviamente, si accompagna spesso con un aumento del controllo burocratico. E infatti “ogni progetto d’investimento diretto straniero ora dovrà innanzi tutto essere approvato dal Consiglio nazionale per gli investimenti, aggiungendo in tal modo un altro po’ di burocrazia. E siccome le strutture per trattare tutti i dossier mancano, ciò rafforzerà soltanto la corruzione”.</p>
<p>La conclusione a cui giunge Maouchi è chiara: “invece che liberare l’iniziativa economica, il governo algerino sta per restringere gli spazi di autonomia, burocratizzando la decisione d’investire”.</p>
<p>Riuniti in un convegno tenutosi ad Algeri nello scorso settembre, gli imprenditori algerini si erano molto lamentati del triste stato della situazione dell’economia nazionale, ma non è certo adottando queste misure protezioniste che ci si può illudere di aiutare l’economia. Lo dimostra lo sfacelo dell’Argentina, che su logiche analoghe aveva investito moltissimo.</p>
<p>Già il 4 luglio scorso il gruppo EMAAR Properties, un gigante nel settore immobiliare (sotto il controllo degli Emirati), aveva deciso di chiudere la propria filiale algerina. Il gruppo – a cui deve ad esempio la realizzazione della gigantesca torre di Burj Dubai &#8211; ha lasciato il Paese mediterraneo probabilmente a causa delle enormi difficoltà a operare. L’Algeria appare insomma dominata da un nazionalismo economico che è destinato “a impedire il rinnovamento dell’apparato produttivo e la diversificazione degli investimenti in Algeria, con il risultato che si accrescerà la dipendenza di quest’ultima dal petrolio e dal gas: ciò che la chiuderà in maniera duratura nella ‘maledizione delle risorse naturali’”.</p>
<p>Per l’Italia, che con l’Algeria ha rapporti tanto stretti e dalla quale tanto dipende, non si tratta davvero di buone notizie.</p>
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		<title>La globalizzazione non comprime i diritti sociali, li estende</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 19:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[commercio mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mercato dove è possibile, lo Stato quando necessario. Era questa, nella campagna elettorale 2008, la formula standard con la quale Giulio Tremonti ribadiva la proposta ampiamente illustrata nel suo libro, La paura e la speranza: non tirarsi indietro nell’uso dei dazi, sia pur coordinati a livello europeo, per rispondere alla concorrenza sleale in tanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mercato dove è possibile, lo Stato quando necessario. Era questa, nella campagna elettorale 2008, la formula standard con la quale Giulio Tremonti ribadiva la proposta ampiamente illustrata nel suo libro, <em>La paura e la speranza</em>: non tirarsi indietro nell’uso dei dazi, sia pur coordinati a livello europeo, per rispondere alla concorrenza sleale in tanti settori esercitata dalla Cina, precipitosamente ammessa al WTO nel 2001 per sostenere, in realtà, lo squilibrio delle partite estere degli Usa in cambio dell’ingresso in forze nel mercato a più alti consumi del mondo. Ma già dal 2003 Tremonti aveva preso a indicare la via dei dazi anticinesi. In quell’anno si recò insieme a Bossi per la prima a volta apposta a Prato, nel distretto tessile occupati dai cinesi in forze, per dire che il leader leghista aveva ragione, e che bisognava piantarla con il mercatismo arrendevole. Senonché oggi Tremonti parla di posto fisso, dell’IRAP intoccabile, della finanziaria da tutelare dall’assalto dei suoi colleghi di governo. Di dazi, non parla più. Né lui né la Lega. Un caso? Non proprio. Sono almeno tre, le ragioni per cui il tema ha perso punti.<span id="more-3469"></span>La prima è la più condivisa. Nella fascia pedemontana del Nord e nel Triveneto, dove la Lega è tornata a mietere consensi talora fino al 30% e oltre, si concentrano massicciamente le piccole imprese delle filiere più colpite dal calo di fatturato e di ordinativi internazionali: metallurgia, meccanica, macchine utensili. Adottare oggi dazi a favore dei prodotti italiani comporterebbe con certezza eguali ritorsioni proprio sui mercati del Far East, gli unici che tirano nel pianeta e ai quali giocoforza devono guardare gli imprenditori italiani, troppo concentrati sul mercato tedesco e intra Ue.</p>
<p>La seconda ragione è monetaria. I dazi portano nel breve termine all’apprezzamento delle valute dei Paesi che li praticano. Ma oggi l’euro ha già fin troppo il problema di un cambio troppo alto. Rende assai meno competitive le nostre merci, e ciò significa ancora più crisi. E così, anche se questa terza ragione la sostengono i mercatisti e non certo Tremonti e la Lega, cade anche il motivo “sociale” dei dazi, cioè il fatto che solo adottandoli a casa nostra si obbliga l’Asia ad assumere tutele sindacali e di sicurezza dei propri lavoratori, con conseguente più alti costi dei loro prodotti. Michael Huberman che insegna storia dell’economia a Montreal, e Christopher Meissner che insegna alla Davis University di California, hanno appena prodotto un <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1478792" target="_blank">paper</a> in cui si dimostra il contrario. Tra il 1880 e il 1913, quando nei Paesi avanzati si estendevano le prime tutele del lavoro e contemporaneamente si diffondeva nel mondo la prima globalizzazione, l’abbattersi dei dazi significò sia più commercio a minor prezzo delle merci, sia più veloci ed efficaci tutele del lavoro anche nei Paesi che prima ne erano totalmente sprovvisti. Vengono esplicitamente analizzati i casi della Francia e dell&#8217;Italia, rispetto alle prime tutele del lavoro femminile. una lettura molto interessante, da opporre a chi ancor oggi sostiene il contrario.</p>
<p>Resterebbe la quarta ragione: la difesa a oltranza del posto fisso “italiano”. Ma nelle filiere che oggi continuano a segnare cali superiori al 30%, nemmeno i leghisti pensano che la sfida si possa vincere difendendo tutto com’era ieri. Solo ristrutturando e razionalizzando si può affrontare il problema di eccessi di sovraccapacità tanto forti, spostandosi verso segmenti a più alta efficienza e maggior valore aggiunto. E per quello non servono i dazi. Ma ammortizzatori sociali efficienti e maggiore intensità di capitale.</p>
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		<title>Se anche il Burkina-Faso gioca al dumping fiscale</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 20:24:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[barriere doganali]]></category>
		<category><![CDATA[Burkina Faso]]></category>
		<category><![CDATA[Ghana]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[paradisi fiscali]]></category>

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		<description><![CDATA[Incontro George in treno (dove trascorro una parte rilevante della mia esistenza) e mi racconta la sua vita di emigrato ghanese finito a lavorare nella Bergamasca. È operaio presso un’azione che commercia sabbia: “lavoro da questo padrone ormai da nove anni e mi vuole tanto bene”.
Ogni cinque mesi, mi racconta, torna a Kumasi (“è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Incontro George in treno (dove trascorro una parte rilevante della mia esistenza) e mi racconta la sua vita di emigrato ghanese finito a lavorare nella Bergamasca. È operaio presso un’azione che commercia sabbia: “lavoro da questo padrone ormai da nove anni e mi vuole tanto bene”.<span id="more-3154"></span></p>
<p>Ogni cinque mesi, mi racconta, torna a Kumasi (“è la seconda città, un po’ quello che Milano è in Italia&#8230;”) e approfitta del viaggio per fare un po’ di commercio e pagarsi il biglietto aereo. Infatti, ogni volta prende a nolo un container che riempie di beni che poi vende nel suo Paese.</p>
<p>Recentemente – mi spiega – ha comprato da noi anche una vettura usata (costo: 2.600 euro), ma quando il container spedito a Genova è arrivato ad Accra egli ha dovuto pagare ben 2.000 euro alla dogana.</p>
<p>Che fare, quindi?</p>
<p>George è ingegnoso, conosce tanta gente, si definisce un buon cristiano (è un evangelico pentecostale) e quindi ha grande facilità nel raccogliere informazioni. Così è riuscito a sapere che in Burkina Faso lo stesso sdoganamento costa assai meno: solo 200 euro. La volta prossima, confida, il container si limiterà a passare nel porto di Accra, in transito, e arriverà a destinazione invece solo nel paese confinante a Nord. Da lì egli troverà sicuramente il modo di smistare a piacere la merce di provenienza italiana.</p>
<p>Ora mi sorge un dubbio.</p>
<p>Da mesi ci sentiamo ripetere che il più grave problema del mondo sono i “paradisi fiscali”, ossia quei sistemi legali che adottano una pressione fiscale e anche regolamentare inferiore. Paesi che fanno <em>dumping fiscale</em> e sono abitati da gnomi cattivi (che sono cattivi per definizione), i quali affamano la gente e rendono impossibile la sopravvivenza dei nostri amati <em>welfare State</em>.</p>
<p>La vicenda che mi riferisce George, mio compagno di viaggio nelle carrozze di Trenitalia, ci presenta invece un povero immigrato di colore che finisce per sbattere la testa contro la persecuzione fiscale del dispotismo africano e, per evitare tutto questo, trae beneficio dalla bassa fiscalità del Burkina Faso: che non è certo la Svizzera d’Africa, dato che il reddito medio pro-capite è soltanto di 100 dollari al mese.</p>
<p>Il Burkina Faso adotta tasse doganali assai inferiori rispetto al Ghana e in questo modo dà una mano a George. Ma quest’ultimo, con la sua “defezione” dal sistema fiscale ghanese, manda un segnale importante ai governanti di Accra, e se molti lo seguiranno (se molti salteranno il porto ghanese per sdoganare i loro container altrove) in Ghana si sarà presto costretti a ridurre questa forma feroce di tassazione: in modo tale da ricuperare la propria base imponibile.</p>
<p>In conclusione, alla luce di tale racconto di vita vissuta ha ancora senso prendere sul serio le tesi anti-mercatiste gridate ai quattro venti dai nemici della globalizzazione e dei paradisi fiscali (una lista in cui, di recente, sono state inserire perfino il Regno Unito e l’Austria)? Per quello che vale, io sto dalla parte di George, piccolo grande eroe del capitalismo selvaggio.</p>
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