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	<title>CHICAGO BLOG &#187; germania</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Lavoro: quattro lezioni tedesche</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 09:39:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Da  Panorama Economy
Licenziamenti, ristrutturazioni d&#8217;impresa e CIG, lavoro nero, indennità di disoccupazione. Su questo quattro punti, a tavolo aperto da parte di Monti e Fornero, l&#8217;esempio tedesco dovrebbe parlare all&#8217;Italia.
Leggo da una tabella pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine il 31 dicembre del 2011. Eon, 6 mila dipendenti; Media-Saturn, 3000;Nokia-Siemens, 3000; WestLB, 2700; Axa, 1600; Deutsche Telekom, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da  Panorama Economy</em></p>
<p>Licenziamenti, ristrutturazioni d&#8217;impresa e CIG, lavoro nero, indennità di disoccupazione. Su questo quattro punti, a tavolo aperto da parte di Monti e Fornero, l&#8217;esempio tedesco dovrebbe parlare all&#8217;Italia.<span id="more-11548"></span></p>
<p>Leggo da una tabella pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine il 31 dicembre del 2011. Eon, 6 mila dipendenti; Media-Saturn, 3000;Nokia-Siemens, 3000; WestLB, 2700; Axa, 1600; Deutsche Telekom, 1600; Praktiker, 1400; Areva, 1300; RWE, 1000; Unicreditbank, 1000; Koeing&amp;Bauer, 700. E via proseguendo. Sono licenziamenti.  Nella tabella c&#8217;è l&#8217;intera lista delle maggiori imprese germaniche, di ogni settore della manifattura e dei servizi, che abbiano attuato dismissioni supeiori ai 200 addetti per ciascuna nel 2011: il conto finale delle 40 maggiori supera abbondantemente le 30 mila unità.</p>
<p>C&#8217;è una tabella a fianco.  Quella delle assunzioni. Qui la lista delle maggiori imprese che hanno assunto più di 200 unità aggiuntive è più lunga, siamo a più di 60. E 15 tra esse sono superiori a 2000 nuovi assunti ciascuna come McDonald&#8217;s e BMW, su su fino ai 4000 di Daimler, ai 6ooo di Volkswagen, ai 7000 di Adecco, agli 8.500 addirittura di Rundstad Deutschland.  Oltre metà delle 60, hanno assunto più di mille dipendenti a testa.</p>
<p>Ogni anno la FAZ pubblica queste tabelle riepilogative. E&#8217; un sano e trasparente esercizio di rendiconto delle capacità delle imprese, e delle loro difficoltà. Il senso delle tabelle è chiaro: in Germania le imprese assumono molto, ma al contempo licenziano anche molto. Se si procedere a ritroso, si osserva che più hanno iniziato ad assumere, quanto più hanno potuto al contempo anche ristrutturare al variare della domanda, dei prodotti e dei processi, e conseguentemente anche licenziare. Negli ultimi anni le cose sono andate di bene in meglio, con le crescite record del Pil al più 3.6% nel 2010 e al più 3% nel 2011, al netto di un ultimo trimestre in cui è cominciata un forte rallentamento. Ma il miglioramento da metà anni 2000 è stato graduale e costante, rispetto al 2001,-2002 e 20003-2004 in cui la disoccupazione tedesca toccò i livelli record del secondo dopoguerra, superando il 10% e le 5,5 milioni di unità, con una media superiore all&#8217;8% nella ex Germania Ovest e fino al 18% nella ex DDR. Nel gennaio 2012, i disoccupati tedeschi sono scesi al 5,5%, il minimo dal 1983 poco più della disoccupazione frizionale, 2,8 milioni di unità cioè meno della metà rispetto a 7 anni prima.</p>
<p>E stato solo merito della ripresa economica? Concordano economisti e studiosi di ogni scuola: nossignore, non è stato solo merito della ripresa. Anzi, la ripresa è venuta tanto più robusta perché, tra le altre cose, la politica tedesca e innanzitutto la SPD di Schroeder misero mano a un coraggioso pacchetto complessivo di riforma del mercato del lavoro e del welfare, articolato nei quattro pacchetti Hartz del 2002-2003, che hanno preso il nome da uno che di mercato del, lavoro s&#8217;intendeva, visto che Peter Hartz era l&#8217;ex capo del personale della Volkswagen.</p>
<p>Ho scritto “tra l&#8217;altro”, perché le riforme Hartz da sole neppur esse avrebbero spiegato il miracolo tedesco. I 30 punti di competitività guadagnati sull&#8217;Italia da allora dipendono non solo dal mercato del lavoro cambiato. Hanno concorso al successo due altri pilastri. Grandi contratti di produttività condivisi e non avversati dal sindacato in tutti i grandi gruppi di Deutschland AG – in parole povere: più lavoro flessibile per retribuzione ferma o addirittura cedente, solo negli ultimi due anni siamo in presenza di richieste salariali superiori all&#8217;inflazione, a successo avvenuto e registrato. E poi uno Stato che ha deciso di darsi un&#8217;energica riregolata abbattendo spesa pubblica e tasse di più di 6 punti di Pil, per pesare meno sulla Germania produttiva e sul lavoro.</p>
<p>Ma qui parliamo appunto di riforma del mercato del lavoro. E sono tanti, gli spunti offerti dai pacchetti Hartz che stridono con le proposte che alcuni qui da noi avanzano al tavolo aperto dal governo Monti e dal ministro Fornero. Stridono con molti luoghi comuni italiani, su almeno quattro diversi punti: sia sui licenziamenti, sia sul tema della durata dell&#8217;equivalente della nostra CIG, sia sul lavoro nero o precario e sui relativi costi e contributi, sia infine sulle indennità di disoccupazione.</p>
<p>Poiché l&#8217;obiettivo dei diversi interventi è stato quello di potenziare l&#8217;occupabilità, sì, è stata toccata anche la materia qui tabù dei licenziamenti. E&#8217; stato deciso di non applicare la precedente tutela per le aziende che coi nuovi assunti superavano dal 2004 la soglia dei 10 dipendenti – equivalente alla nostra dei 15 dipendenti, stabilita nello Statuto dei lavoratori -  e di consentire a tutti i dipendenti l&#8217;opzione di rinunciare alla tutela giudiziale in cambio di un indennizzo pari a mezza mensilità per ogni anno di anzianità.</p>
<p>Non solo si è riformato l&#8217;intero impianto del collocamento pubblico, in un&#8217;ottica totalmente mista pubblico-privato, sussidiaria e aperta alla somministrazione di lavoro sia a tempo indeterminato sia determinato che part time. La legge che ha fatto del part time una grande forma di conciliazione dei tempi parentali era in Germania precedente, del 2000. E a fine 2008, di fronte ai morsi della crisi, si è deciso una sua estensione con rapporti part time che arrivano fino a 6 mesi di non lavoro in attesa che l&#8217;impresa valuti se procedere al riassorbimento o meno degli addetti (l&#8217;equivalente della nostra Cig, che da noi estesa in forma straordinaria può durare invece anni e anni).</p>
<p>Ma al contrario di quel che si pensa da noi, per favorire anche i mini jobs – cioè quella che si definisce spesso precarietà in nero e a bassa qualifica – non si è affatto pensato che fosse utile alzare tasse e contributi per renderli svantaggiosi, perché così si avrebbe solo ottenuto l&#8217;effetto di far scomparire quelle forme di occupazione, o di farle restare vieppiù in nero. In Germania al contrario si è deciso a questo scopo di innalzare la quota di salario non soggetta a imposizione fiscale di qualunque genere fino ai 400 euro, e di tenere fino agli 800 euro aliquote fiscali e contribuitive iper-ridotte.  Allo stesso modo, per l&#8217;auto occupabilità si sono concesse aliquote di grande favore alle imprese che prestano servizi in mansioni non complesse, le cosiddette Ich-AG, fondate da disoccupati. In questo caso l&#8217;aliquota è del 10% fino ai 25mila euro di reddito l&#8217;anno, e l&#8217;agevolazione sale ulteriormente se all&#8217;impresa sono associati componenti della famiglia. Allo stresso modo</p>
<p>Infine, si è intervenuti con decisione sui trattamenti di integrazione del reddito. Il sussidio di disoccupazione di natura assicurativo-contributiva e dunque  a carico per lo più delle imprese è stato ridotto  – non aumentato ma ridotto – dai precedenti 32 mesi a 12 o eccezionalmente 18, in base all&#8217;età del disoccupato e per un importo pari al 60% del salario op del 67% se con un figlio a carico. Il disoccupato non si può sottrarsi alle proposte di rioccupazione, altrimenti il diritto decade . E il sussidio per le persone in grado di lavorare non è più cumulabile, come in precedenza, con il sussidio sociale di indigenza. Quest&#8217;ultimo,a  carico della fiscalità generale, e con contributi per una casa e per il sostentamento, gestito dai Comuni, è riservato agli inabili temporanei o permanenti per almeno tre ore di lavoro al giorno al lavoro, è proporzionato al carico familiare, ed è gestito dai Comuni che si riservano di offrire a questa fascia lavori socialmente utili a bassa intensità e bassa remunerazione (fino a 3 euro l&#8217;ora e anche meno, in Italia sarebbe considerato uno scandalo). Inutile,dire che bisogna comunicare tempestivamente ogni cambiamento del reddito, e che i controlli sono rigorosi e implacabili.</p>
<p>Su questi quattro punti, io sono per la linea tedesca. E possibile farla costare meno alle imprese e meno ai lavoratori, se lo Stato decide di dimagrire invece di continua</p>
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		<title>Sbaglia chi accusa l&#8217;Europa, la rapina di Stato è italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:03:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di &#8220;Tempi&#8221;
Alcuni chiedono: poiché il fiscal compact sul quale hanno trovato convergenza 25 su 27 governi dell&#8217;Unione europea &#8211; l&#8217;opting out è stato scelto da Londra e Praga – conformerà per anni a venire la politica di bilancio di ogni singolo Paese membro, non sarebbe  non solo utile ma fors&#8217;anche necessario sottoporlo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di &#8220;Tempi&#8221;</em></p>
<p>Alcuni chiedono: poiché il fiscal compact sul quale hanno trovato convergenza 25 su 27 governi dell&#8217;Unione europea &#8211; l&#8217;opting out è stato scelto da Londra e Praga – conformerà per anni a venire la politica di bilancio di ogni singolo Paese membro, non sarebbe  non solo utile ma fors&#8217;anche necessario sottoporlo a referendum nazionale? Ebbene la mia risposta è secca: no. Per una serie di ragioni diverse. Alcune sono di ordine giuridico-formale. Altre, di carattere politico-sostanziale. Quelle giuridico-formali affondano le proprie radici nell&#8217;interpretazione sin qui totalmente univoca che l&#8217;ordinamento italiano ha dato dell&#8217;adesione dell&#8217;Italia ai diversi ordinamenti europei succedutisi nel tempo. Quelle sostanziali e politiche si riassumono in una frase: non è l&#8217;Europa ma è la politica italiana &#8211; in buona compagnia di quella greca etc etc &#8211; a ciurlare nel manico e spaccirea per colpe europee responsabilità che sono nazionali e sue; non è l&#8217;Europa ma la politica italiana a procurarsi con la forza la droga crescente della spesa pubblica, rapinando sempre di più le nostre tasche.</p>
<p><span id="more-11546"></span>L&#8217;adesione agli accordi europei nella dottrina e nella giurisprudenza costituzionale italiana è considerata pienamente conforme all&#8217;anelito sovranazionale di cessione contrattata di sovranità indicato nella nostra Costituzione: è adesione affidata ai governi e per questo, in reiterati dibattiti parlamentari nell&#8217;adesione al Trattato di Roma e a quelli ad esso successivi nei decenni, sottoposta all&#8217;ordinario processo di vaglio e legittimazione  da parte di Camera e Senato. La nostra tradizione e giurisprudenza costituzionale considera altresì il recepimento diretto delle fonti primarie di diritto europeo un naturale compimento della vocazione sovranazionale europea che ispirò i Padri Costituenti.</p>
<p>Altre tradizioni costituzionali continuano nell&#8217;Unione europea ad essere ancorate ad un fondamento ancora “nazionale”: di qui sono venuti referendum, dalla Francia alla Danimarca all&#8217;Irlanda, che hanno visto negli anni le opinioni pubbliche rigettare Trattati e infiggere severi colpi a quella necessità di una nuova governance  che contemperasse insieme più ampia rappresentanza – con l&#8217;apertura ad est dell&#8217;Unione – a princìpi di efficienza e decisionalità.</p>
<p>Vi sono poi Nazioni, come quella tedesca, che hanno sin dall&#8217;inizio aderito a un&#8217;interpretazione della propria Carta Fondamentale del tutto analoga a quella italiana, però con un grande “ma”. All&#8217;atto del recepimento dei Trattati di Maastricht e di Lisbona, tanto il Bundestag quanto la Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale tedesca, hanno esplicitamente richiamato che in nessun caso i nuovi impegni europei potevano chiamare i cittadini tedeschi a una violazione degli articoli 38, 115 e 14 della Legge fondamentale tedesca, il Grundgesetz. L’art. 38 attribuisce ai cittadini tedeschi il diritto di partecipare all’esercizio dei poteri pubblici tramite il Bundestag. L&#8217;articolo 115 prescrive che solo il Bundestag possa determinare il bilancio pubblico.  Mentre  l&#8217;articolo 14 ancora nella Costituzione tedesca l&#8217;obiettivo fondamentale di preservare la stabilità dei prezzi.</p>
<p>Di qui la serie successiva di ricorsi che sono fioriti in questi anni alla Corte costituzionale germanica, nella scorsa estate anche contro l&#8217;adesione del governo Merkel alla nascita dell&#8217;EFSF e agli aiuti alla Grecia. Secondo i ricorrenti tali atti del governo Merkel erano in violazione non solo della discplina di bilancio pubblico che deve restare esclusivamente nelle mani del Parlamento tedesco, unico organo al quale possano direttamente partecipare candidandosi e con il loro voto i cittadini germanici. Ma erano altresì in violazione  degli stessi articoli dei Trattati europei di Maastricht e Lisbona, e in particolare della clausola del <em>no bail-out </em>prevista all&#8217;articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), che vieta qualsiasi forma di aiuto. Nonché dell&#8217;articolo 122 del Tfue, che invece  ammette bensì finanziamenti ad uno Stato membro, ma solo per il caso di gravi difficoltà al di fuori di ogni controllo. E tali non potevano qualificarsi difficoltà conseguenti alla politica finanziaria di uno Stato, secondo i ricorrenti.  Di qui l&#8217;avversione tanto forte nel dibattito pubblico tedesco  alla cosiddetta <em>Haftungs-und Transferunion</em>, cioè al trasformarsi inevitabile dell&#8217;Unione europea in un&#8217;Unione dei trasferimenti, un’unione di tipo mutualistico dalla quale discendano automaticamente obblighi di spesa pubblica a carico del contribuente tedesco che non passino per il Parlamento nazionale.</p>
<p>La Corte costituzionale tedesca ha rigettato sin qui i ricorsi. Ma, ripeto, quelli erano ricorsi dettati dal tentativo di porre limiti ad aiuti automatici ai Paesi eurodeboli. Da noi, l&#8217;appello alle urne referendarie non mette in questione la solidarietà a chi è in difficoltà, verrebbe invece da chi pensa che il fiscal compact sia un limite intollerabile alla libera capacità del Parlamento italiano di spendere in deficit, continuando a indebitarsi, e dunque respingendo l&#8217;idea che proprio l&#8217;ammontare tanto ingente del nostro debito pubblico abbia finito non solo per farci crescere così poco da un quindicennio, ma abbia altresì anche costituito “il” detonatore potenziale dell&#8217;intera euroarea.</p>
<p>Non ci sono però solo considerazioni giuridiche e formali, per essere di tuttì&#8217;altra idea. La sostanza politica è un&#8217;altra. L&#8217;azzeramento del deficit e l&#8217;abbattimento del debito pubblico per ogni anno nella misura almeno di un ventesimo della parte eccedente il 60% del Pil sono ottime cose per l&#8217;Italia. Anche se la nostra Costituzione è assai meno rigorosa di quella tedesca, figlia della doppia sconfitta del nazismo prima, e prim&#8217;ancora del disastro di Weimar e della cecità europea nel richiedere danni di guerra impossibili all&#8217;ex Impero guglielmino a sua volta sconfitto, da cui il nazismo nacque e trovò consenso.</p>
<p>Il problema è che nel fiscal compact non è affatto scritto che quegli obiettivi &#8211; necessari e salutari &#8211; si debbano raggiungere con sanguinosi avanzi primari nell&#8217;ordine di 5-6 punti di Pil l&#8217;anno, realizzati attraverso ulteriori aggravi fiscali. E che solo così, procedendo per decenni con pressione fiscale oltre il 505 del Pil, abbasseremo a poco a poco il debito. Questa interpretazione del fiscal compact oggi e del vincolo dell&#8217;euro ieri la dà la politica italiana: sotto destra, sinistra e sotto i tecnici. Ma è una scelta demenziale della politica italiana, non dell&#8217;Europa, continuare a far crescere la spesa pubblica e alzare la tasse, e non abbattere il debito attraverso massicce dismissioni pubbliche. Chi sogna il referendum vorrebbe un bel plebiscito a favore di altra spesa pubblica e  altre tasse. Invece è proprio questa strategia ammazza-Paese, che bisogna mettere nel mirino e abbattere. L&#8217;Europa coi suoi vincoli non c&#8217;entra un fico secco.</p>
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		<title>Ancora Grecia, i mille paradossi e l&#8217;exit che serve all&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 17:05:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Tempi
Ccelebiamo il diciassettesimo vertice europeo dedicato alla sostenibilità dell&#8217;eurodebito, dall&#8217;inizio della crisi greca cioè in 24 mesi. E ancora una volta la crisi greca è al centro del confronto. Alcuni mi criticano perché da mesi inizio tutte le mattine la mia trasmissione a Radio24 con The End dei Doors, quella in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Tempi</em></p>
<p>Ccelebiamo il diciassettesimo vertice europeo dedicato alla sostenibilità dell&#8217;eurodebito, dall&#8217;inizio della crisi greca cioè in 24 mesi. E ancora una volta la crisi greca è al centro del confronto. Alcuni mi criticano perché da mesi inizio tutte le mattine la mia trasmissione a Radio24 con <em>The End</em> dei Doors, quella in apertura di <em>Apocalypse Now</em>, fantastico film non di guerra ma dello sgretolarsi delle convinzioni occidentali. Ebbene la copertina ultima dell&#8217;<em>Economist</em> mi ha dato ancora una volta ragione, col titolo Acropolis Now e gli elicotteri di Apocalypse incomenti sul Partenone. La cosa peggiore è che a questo vertice si è giunti riuscendo ancora una volta a incattivire ulteriormente opinioni pubbliche già tanto provate. Perché la richiesta tedesca di un vero e proprio commissariamento della Grecia con un bilancio pubblico scritto a Bruxelles e Berlino, &#8211; richiesta non ufficiale ma avanzata sui media da autorevoli membri della coalizione di governo tanto della Cdu-Csu che del Fdp – ha suscitato reazioni ufficiali e ufficiose greche ormai assolutamente esasperate, con le maggiori testate d&#8217;informazione giunte ormai a evocare l&#8217;ombra di un nuovo Gauleiter germanico come quando davanti all&#8217;Eretteo si pavoneggiavano azzimati ufficiali della Wehrmacht e della Luftwaffe. Il cumulo di paradossi e contraddizioni del procedere a zigzag delle classi dirigenti europee sembra non avere mai fine. Ecco perché secondo me l&#8217;Italia dovrebbe costruirsi un exit strategy &#8220;sua&#8221;, in ogni caso. <span id="more-11495"></span></p>
<p>Alcuni esempi di paradossi. La Grecia non riesce a rispettare i programmi di rientro pattuiti. Il suo deficit pubblico 2011 sarà ancora più vicino al 10% del Pil che all&#8217;8% promesso (quello dell&#8217;Egitto è di poco superiore, poi terzo viene il Regno Unito con il 9 e rotti per cento del Pil, tanto per ricordare chi sfora di più oggi al mondo). Le privatizzazioni promesse non sono andate oltre decisioni e incassi di 1,4 miliardi. E via proseguendo.</p>
<p>E&#8217; impietoso, il rapporto consegnato all&#8217;eurovertice dalla troika, Ue-Fmi-Bce. Ma è anche vero che la recessione sarà a fine 2011 più vicina al 6% che al 4% previsto, e che se il governo greco avesse accettato il taglio nominale del suo debito contenuto al 50%  più il riscadenzamento della parte restante su un orizzonte trentennale a un tasso superiore al 4% come immaginavano i tedeschi, ancora alla fine di questo decennio il debito pubblico sarebbe al 130% del Pil, per effetto di un denominatore che continua a contrarsi. Richieste di rigore e rigore insostenibile sono il paradosso da affrontare. Ma il paradosso non è figlio dell&#8217;imprevedibile. Quando a maggio 2010 i tedeschi fecero passare la linea della compartecipazione “volontaria” dei privati a riduzioni del valore nominale del debito di Paesi in semi-default, per evitare che divenisse default vero e incontrollato, furono essi a mettere a verbale che dunque i default non erano affatto esclusi da aiuti cooperativi. Dunque il mercato ha avuto le sue ragioni a fuggire ulteriormente dalla Grecia, abbassandone ulteriormente le attività, deprimendone le banche che hanno abbattuto gli impieghi, e spingendone la disoccupazione verso il 20%.</p>
<p>Dopodiché, se le banche private devono mettere in conto una riduzione del valore reale dei bond greci nella misura del 69-70%, tra taglio nominale e riscadenzamento a bassi tassi, è un altro paradosso voluto dai tedeschi che a simile compartecipazione dell&#8217;ingente costo di ristrutturazione debbano sottrarsi la Bce e/ l&#8217;EFSF, per i titoli pubblici greci da essi detenuti.  Dopodiché ancora, è ovvio e comprensibile che Washington e il Fmi premano da due settimane energicamente sui tedeschi perché questo invece avvenga – di qui il parziale rasserenamento dei mercati della scorsa settimana -  visto che altrimenti dopo la Grecia salta il Portogallo, e l&#8217;effetto su una crescita mondiale già scesa dal 55 al 3% diventa ancora più serio e incontrollato. Ma a quel punto significa che entra in crisi la credibilità del meccanismo di estensione dei collaterali decretato dalla Bce per le sua aste straordinarie di liquidità che hanno ridato fiato alle banche eruropee, perché è come ammettere che in realtà la carta pubblica, accettata da Francoforte come garanzia a pieno valore nominale, vale invece di fatto il più basso prezzo che ha sul mercato secondario. Ma allora ancora significa che in realtà le aste di liquidità tanto lodate servono solo a salvare le banche europee – che portano in garanzia mutui e prestiti a bassa solvibilità &#8211; ma non gli Stati, a copertura delle cui emissioni ad alto rendimento le banche si trovano ad avere finalmente liquidità che pagano alla Bce meno dell&#8217;inflazione.</p>
<p>E infine: poiché l&#8217;Fmi deve a sua volta sostenere la Grecia, Washington si chiede a che titolo debba farlo in un quadro non chiaro, dove la chiarezza che manca è relativa al punto centrale, cioè se Berlino e Bruxelles vogliano far seguire alle parole i fatti, all&#8217;intento cioè di tenere la Grecia nell&#8217;euro le misure cooperatiove necessarie per rendere tale impegno credibile sul serio. Sul portale della Brookings Institution, che è storicamente vicina ai democratici americani e non certo sospettabile di isolazionismo, trovate in questi giorni <a href="http://www.brookings.edu/opinions/2012/0125_european_debt_crisis_yeyati.aspx">un giudizio</a> chiarissimo e coerente: fateci per una volta capire con chiarezza, cari amici europei, se intendete fare dell&#8217;euro la moneta davvero comune cioè quella in cui sono denominati anche i debiti pubblici fin qui in valuta nazionale cioè straniera e dunque non sostenuti da Bce-Efsf-Esm o comunque vogliate chiamare i  parti della vostra immaginazione comune, oppure no. Perché in questo secondo caso affiancare l&#8217;intervento a sostegno degli SDR – i diritti speciali di prelievo ai quali è commisurato l&#8217;aiuto Fmi – cioè di una terza moneta ulteriore, è un pasticcio ancor meno difendibile.<br />
Potrei continuare così a iosa. Il problema è che che quel che vale oggi – fa ridere dire oggi, da due anni! &#8211; per la Grecia vale in linea di principio e conseguenze per tutti gli eurodeboli. E niente di tutto questo può esser risolto dalla più rigorosa disciplina di bilancio indicata nel fiscal compact , che varrà negli anni prossimi mentre le decisioni sul sostegno o sul mancato sostegno agli eurodeboli vanno assunte ora, dove ora significa appunto due anni fa. La drammatica alternativa non comporta tanto facilmente terze vie.</p>
<p>Se davvero i governi europei credono alle loro parole e cioè alla difesa dell&#8217;euro comune – anche il 70% dei greci continua a volere l&#8217;euro, anche se non a queste condizioni – è fisiologico che accettino perdite di sovranità nazionali su bilancio e produttività, e che muovano a mercati davvero comunicati in cambio di una banca centrale prestatore di ultima istanza. Ma significa che la politica deve ammettere di aver sbagliato di grosso, nei paesi eurodeboli, a cominciare dall&#8217;Italia che tra tutti è il più grosso e quello con maggiore debito pubblico e minor crescita precrisi. Il 58% dell&#8217;intera spesa mondiale per welfare pubblico è nella sola euroarea, per dirne una: pensate davvero che sia sostenibile nel continente di vegliardi che ci candidiamo a essere? In cambio di questa colossale operazione-verità, l&#8217;euroarea può concentrare il suo bilancio di aiuti di medio periodo sui paesi che dovranno sostenere il maggior sforzo di convergenza partendo da medie di reddito procapite più basse, e mutare natura alla Bce. Altrimenti sono solo chiacchiere. Perché senza convergenza vera e rinunce alla sovranità la liquidità straordinaria della Bce è un palliativo. Al debito non si risponde con altro debito senza maggior produttività. Significa solo nascondersi che qualcun altro dovrà pagarlo. O con fallimenti, o con inflazione.<br />
Questo dicono la logica, e la storia cioè l&#8217;esperienza. Cosa diversa è se mi chiedete se davvero ci creda, all&#8217;operazione-verità e a massicce rinunce a sovranità da parte di Francia, Italia, Spagna e via proseguendo. No, non ci credo. Per questo penso che dovremmo ridurre a gogo il nostro debito con massicce dismissioni pubbliche e tagli corposi a spesa e tasse. Pronti alla malaparata, cioè a riprenderci sovranità su tassi d&#8217;interesse, di cambio e sul budget, piuttosto che continuare a credere  che il salvataggio verrà da quella sinora si è portata come una barca di matti.</p>
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		<title>L&#8217;Italia ha fatto il necessario? Noi diciamo: no!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 17:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Tempi
E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&#38;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <em>Tempi</em></p>
<p>E&#8217; con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l&#8217;ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&amp;Poor&#8217;s, declassamento nel quale l&#8217;Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona fede e a parecchia malafede. Anche in ambienti culturali e  intellettuali che mi sono assai cari. Monta un mix sempre più stizzoso di accuse ai tedeschi, di inconsapevole miopia o di consapevole volontà di Gotterdammerung, e di teorie della cospirazione per le quali le agenzie di rating sarebbero il braccio armato del capitalismo americano.  Capisco – ma non giustifico – chi si lanci in queste accuse perché spaventato dalle conseguenze di una crisi senza fine e in via di ulteriore peggioramento, ed esacerbato per le manovre su manovre di correzione della finanza pubblica. E questa è la buona fede. Ma respingo e condanno invece la malafede, che allinea in politica chi ieri diceva nel centrodestra che tutto era stato fatto, e chi oggi dal pulpito del governo dei tecnici prende purtroppo a dire la stessa cosa, dopo il decreto enfaticamente battezzato salva-Italia. E in attesa, domani, di quello sulle liberalizzazioni, che commenteremo copiosamente domani a provevdimento approvato, visto che la bozza di ieri sera già molto amaro in bocca ci lascia.<br />
Francamente, da chi  nutre un&#8217;idea sussidiaria e non dirigista della politica economica,  e personalista e non comunitarista o collettivista della filosofia politica, penso di dovermi aspettare tutt&#8217;altro. Ecco perché, quando mi sento ripetere  “ ma i tedeschi con la loro rigida pretesa di rigore non capiscono che si va a sbattere, oppure il loro vero interesse è la rottura dell&#8217;euro, per restare con pochi Paesi intorno a sé mentre noi andiamo a fondo?”; quando  si aggiunge  “perché mai accettare che le agenzie di rating debbano dettare le politiche?”; quando si conclude “ma non è meglio tornare a una banca centrale che obbedisca a parlamento e politica?”, francamente capisco che è inutile farsi cadere le braccia, da parte mia. Occorre semplicemente e umilmente rispiegare come noi &#8211; non sono solo &#8211; la pensiamo. Cerco di andare al punto, senza perdermi in tante considerazioni tecniche. Tre premesse, però. Una sull&#8217;euro e i tedeschi. Una seconda, sulle agenzie di rating. Una terza, sul bivio di fronte a noi. Poi, le conclusioni. <span id="more-11253"></span><br />
Prima premessa. Non è questo il momento per rifare la storia delle storture dell&#8217;euro ab origine. Mi limito a ripetere che tenendo separati da regolamentazioni nazionali – alle quali la politica di qualunque colore non vuole abdicare, in nessuna euronazione  – i diversi mercati dei beni e dei servizi, le diverse curve di costo di aree nazionali e subnazionali dei diversi Paesi a moneta comune restano incapaci di equilibrarsi per il principio dei vasi comunicanti. Poiché i debiti pubblici sono nazionali, fu accettato per definizione da politici e opinione pubbliche che hanno aderito all&#8217;euro il postulato che la convergenza dovesse avvenire attraverso rigore in finanza pubblica cioè poco debito di Stato, e produttività nell&#8217;economia reale cioè poca esposizione sull&#8217;estero nelle partite correnti. Altrimenti l&#8217;euro salta, c&#8217;è poco da fare. Non è che sono i tedeschi a farlo saltare, perché loro sono stati rigorosi in finanza pubblica e hanno riscritto welfare e contratti di produttività per rendere competitiva l&#8217;economia reale.<br />
Seconda premessa. I soci di molte agenzie di rating sono grandi fondi d&#8217;investimento americani e  anglosassoni. Non prendono ordini dalla Cia. Cercate di guarire, dal sospetto autarchico-latino-  machiavellico che vi sia sempre una perfida Albione e uno spregiudicato zio Sam che tentano sistematicamente di disconoscere che l&#8217;Italia e l&#8217;Europa abbiano diritto al loro Impero. I conflitti d&#8217;interesse delle agenzie di rating sono conclamati nell&#8217;esame delle aziende private, perché da loro stesse prendono i soldi. Ma nel caso dei debiti sovrani no, il problema è un altro: quello cioè che Fed e Sec  non diano più automaticamente fede pubblica ai giudizi di S%P. Moody&#8217;s, Fitch eccetera quanto a valutazione dei collaterali offerti da intermediari. Ricordo a tutti che la decisione di riconoscere alle agenzie di rating la fede pubblica fu adottta dalla SEC nel 1975, attribuendo loro la natura di NRSRO, Nationally Recognized Statistical Rating Organization, il che le ha erette e continua a erigerle come cartello monopolistico. La Bce già di fatto non si comporta così. Fine. Che i grandi fondi mondiali e nazionali invece diano retta alle agenzie è invece fisiologico. Rispondete alle seguenti domande. E&#8217; vero o no, che il giorno precedente il downgrading continentale Germania esclusa, la Grecia ha interrotto le trattative con le banche per la loro compartecipazione a tagliare del 50% il debito greco in circolo?  E&#8217; vero o no, che il governo greco ha dichiarato che in caso di mancato accordo è pronto a fregarsene dell&#8217;accordo, e a procedere autonomamente per legge svalutando il debito motu proprio almeno del 70%? E&#8217; vero o no, che questo significherebbe default argentino cioè ritorno alla dracma svalutata ancor più del 70%, e uscita dall&#8217;euro? E&#8217; vero o no, che a quel punto per tutti gli eurodeboli tutto diventerebbe ancor più difficile? E&#8217; vero o no che le difficoltà aumenterebbero anche per noi, con i nostri 440 miliardi di titoli da piazzare nel 2012 per di più con una larga percentuale a lunga durata decennale e settennale, cioè i titoli che meno le banche possono tornare a comprare perché implicano maggior assorbimento di capitale, rispetto a quelli a corta scadenza pur dopo la provvista straordinaria Bce? Poiché a tutte queste domande la risposta è “sì, è vero”, lasciamo allora ai politici l&#8217;attacco a testa bassa alle agenzie di rating che ne giudicano insufficiente ancora l&#8217;operato. E l&#8217;ambizione di creare un&#8217;agenzia pubblica europea come hanno fatto i cinesi, con la loro Dagong che valuta il merito di credito e solvibilità a seconda di quanto si sia amici o nemici della Cina.<br />
Terza premessa. Nessuno può onestamente dire che cosa avverrà della Grecia, né se arriveremo in un paio di mesi a una modifica del cosiddetto “fiscal compact” concordato l&#8217;8 dicembre e in via di stesura tecnica, accordo che in quanto tale i mercati hanno secondo me ragione e non torto a giudicare inadeguato alla risposta a una domanda secca: c&#8217;è un meccanismo cooperativo immediato europeo per salvare gli Stati più a rischio? No che non c&#8217;è, nel fiscal compact. E perché ci sia non è vero che bisogna piegare i tedeschi e convincere la Bce a fare la Fed. Basta anticipare da subito l&#8217;ESM previsto nel 2013, dotato di capitale proprio e non di garanzie nazionale sottoposte a svalutazione di rating, e aprire all&#8217;ESM la possibilità di interfacciarsi con la Bce come una qualunque banca europea. Basterebbe eccome. E se obiettate che i tedeschi non si fanno prendere per il naso perché comunque significherebbe un sostegno centrale per quanto indiretto ai debiti nazionali, io vi rispondo che è quel che già oggi avviene, anche se molti antigermanisti lo dimenticano. Nel sistema Target di finanziamenti tra banche centrali, la Bundesbank è esposta per quasi 700 miliardi di euro verso le banche centrali degli altri euroappartenenti, per lo più verso gli eurodeboli. Vi faccio notare che l&#8217;intero Tarp americano valeva 2,2 trilioni di dollari, dei quali 1,4 destinati a intermediari bancari, il resto a non bancari. Ma 700 miliardi di euro sono 1 trilione di dollari, e poiché la Germania conta 80 milioni di abitanti rispetto a più di tre volte di americani, la conseguenza  da ricordare a chi accusa Berlino è che la Germania si è esposta in aiuto al resto dell&#8217;euroarea assai più di quanto gli Usa abbiano fatto per l&#8217;intero proprio mercato!<br />
Fatte queste tre premesse, in realtà, stante la sua bassissima crescita da 15 anni e il suo altissimo debito pubblico, all&#8217;Italia conviene perseguire la via del rigore e della produttività in entrambi i casi. Sia che l&#8217;euro si salvi con un nuovo accordo. Sia che salti, e in quel caso bisogna sperare di poterne concordare un exit condiviso, per contenerne i costi comunque paurosi, e con tanti drammatici saluti alla leadership germanica di una delle tre macroaree monetarie mondiali.</p>
<p>Veniamo dunque al punto finale. E&#8217; vero o è falso, che l&#8217;Italia ha fatto dopo la manovra Monti tutto quel che doveva fare, e che dunque la colpa ora è degli altri? Qui conta il punto di vista. Il mio è quello richiamato all&#8217;inizio: sussidiario e personalista, non dirigista e collettivista. E la mia risposta – la mia che ho pure sostenuto questa formula di governo emergenziale come necessaria, come sapete -  è: no, non è vero. Non è vero affatto.</p>
<p>La linea adottata dal decreto &#8220;salva Italia&#8221; è infatti di totale continuità rispetto a quella seguita dal centrodestra suo predecessore, e dal centrosinistra prima. Dei 48, 71 e 81 miliardi di miglioramento dei saldi pubblici nel triennio 2012-13-14, i tre quarti quasi si devono ai decreti Tremonti, poco più di un quarto al decreto Monti. Ma quel che conta è che l&#8217;81% del saldo migliorato nel 2012, il 72% e il 76% nei due anni successivi si devono esclusivamente ad aggravi fiscali. In totale continuità, ripeto, con la linea Visco-Tremonti.<br />
Perché avviene questo? Possiamo e dobbiamo cominciare a dirlo. Perché in realtà anche se al governo c&#8217;era il centrosinistra o il centrodestra oppure i tecnici, dai tempi della manovra Amato a oggi tutte le volte in cui siamo andati a un millimetro dal burrone a “comandare” davvero – al di là delle recite politiche &#8211; è stata la medesima impostazione tecnico-culturale. Se dovessi brutalmente sintetizzarla, la somma dei keynesiani “macro” della Cattolica e della Bocconi, come li definisce Francesco Forte, una somma che ha impregnato di sé la Ragioneria generale dello Stato come i vertici della tecnocrazia ministeriale. E&#8217; questo lo zoccolo duro del potere economico pubblico italiano. Persone assolutamente rispettabili e per bene come Grilli e Giarda, lì da 20 anni a cercare di attuare ogni volta quel che Nino Andreatta diceva però più di 20 anni fa, quando le cose stavano ben diversamente, perché oggi certo Nino di fronte a peso di spesa pubblica e pressione fiscale sul Pil avrebbe ben cambiato idea.</p>
<p>L&#8217;idea del continuismo è che il rientro del debito pubblico italiano si persegue operando sui flussi, cioè attraverso sanguinosi avanzi primari nella proporzione di almeno 5 punti di Pil l&#8217;anno, da realizzare soprattutto tramite più tasse visto che la spesa a loro giudizio è comprimibile solo per pochi &#8220;sprechi&#8221; essendo sociale. E pazienza se la conseguenza di consimili avanzi primari per via fiscale è obbligatoriamente minor crescita quando va bene, e recessione quando la congiuntura europea e mondiale come oggi ci spinge ancor più in basso.</p>
<p>Al contrario, l&#8217;esperienza &#8211; non dico la scuola perché in questo caso significa abiurare al &#8220;Keynes all&#8217;italiana idest all&#8217;amatriciana&#8221;, da decenni in voga nell&#8217;accademia e nei media italiani  &#8211; dico almeno l&#8217;esperienza dovrebbe farci cambiare linea. L&#8217;esperienza oggettiva dico di 15 anni di scarsa crescita e di pressione fiscale record mondiale, visto che le manovre del 2011 alzano di oltre 300 punti base la pressione fiscale sul Pil per ognuno dei 3 anni  rispetto alle previsioni pubbliche del giugno 2011. Il che significa sfiorare il 46% nel 2013 e 2014 sul Pil, e depurando il denominatore dal 16,8% aggiunto dall&#8217;Istat per il nero di chi le tasse non le paga siamo ormai al 54% e rotti sul prodotto di chi le tasse le paga. Il che ulteriormente significa che sull&#8217;utile lordo d&#8217;impresa arriveremo dal 68% di pressione del 2010 a circa il 75%, come media tra livelli ancora più elevati per la stragrande maggioranza di imprese micro e piccole (non chiediamoci poi perché in tante provino ad evadere) e 40 e più punti in meno dell&#8217;impresa grande e delle banche.<br />
Rispetto a questa linea, l&#8217;alternativa sussidiaria e personalista rispetto alla linea dirigista e collettivista è lavorare sugli stock, non sui flussi.<br />
Ripeto, viene dalla constatazione che così continuando ammazziamo ulteriormente il Paese. Ma è anche e innanzitutto un&#8217;alternativa di scuola. Perché se abbiamo l&#8217;idea del debito pubblico come NON debito tra noi e noi stessi che è tipica del keynesimo, ma invece passività a carico del futuro taxpayer tanto più distorcente quanto più l&#8217;attore economuico &#8220;incorpora&#8221; da subito diminuendo consumi e investimenti dando per sccntato che tanto sarà affrontata solo o quasi attraverso più tasse &#8211; seguendo le tesi di James Buchanan e di Bob Barro, nonché l&#8217;equivalenza ricardiana applicata alla teoria del ciclo del risparmio vitale su cui Franco Modigliani prese il Nobel &#8211; allora ne discende che DOBBIAMO  affrontare deficit e debito impugnando l&#8217;ascia dei tagli agli stock, non la pompa incrementale ai flussi fiscali.</p>
<p>Ergo: il debito pubblico va abbattuto con dismissione per 30 punti di Pil di attivo pubblico, a partire dal mattone di Stato ma non solo. La spesa pubblica va abbassata in 8-10 anni di almeno 10 punti di Pil, dagli attuali 840 miliardi tendenziali. Della stessa quantità va abbassata la pressione fiscale, sommando imposte e contributi, perché è questo il peggior freno alla crescita.  Come hanno fatto diversi Paesi avanzati nel precrisi, paesi di democrazia welfarista, non parlo della Thatcher. La Germania, l&#8217;Australia, il Canada, la Nuova Zelanda.  Non smantellando i diritti sociali, bensi rivedendo il welfare come in coi pacchetti Hartz a Berlino,  rivedendo dalle fondamenta apparati pubblici, costi e meccanismi di fornitura, livelli sovrapposti di governance, e cedendo al mercato pezzi interi di PA con relativo personale pubblico. Ricordo a tutti che nel Regno Unito  non c&#8217;è un solo treno pubblico da più di 20 anni &#8211; hanno ripubblicizzato la sola rete cioè i binari, anni fa &#8211; e grazie a questo la domanda e l&#8217;offerta sono aumentati entrambi consuiderevolmente dalla privatizzazione, come ci ricorda sempre Ugo Arrigo. Da noi col &#8220;tutto pubblico&#8221; abbiamo sin  qui iperfinanziato   l&#8217;alta velocità – con costi-km per investimenti a carico contribuente talora dai 3 ai 5 volte superiori alla media europea &#8211; che è aperta alla concorrenza e che dunque ha più marginalità, ma il totale dei cui passeggeri non pareggia quello che l&#8217;incumbent ha perso su tutti gli altri segmenti che ha dovuto ridurre. Potrei continuare a iosa, lo sapete benissimo&#8230; Dalle Poste, a molto altro. Sèpero di essere smentito, ma direi che potrei continuare esagttamente con ciò che sembra sparire dall&#8217;ultima bozza di liberalizzazioni annunciate, di cui appunto parleremo solo dopo aver visto ciò che davvero esce dal Consiglio dei ministri.</p>
<p>L&#8217;alternativa c&#8217;è, alla linea macro-keynesista statalista e fiscalista. E&#8217; una linea micro-offertista, sussidiaria e personalista. Che abbassa spesa ed entrate avvicinandole a chi paga per tornare all&#8217;einaudiano principio del beneficio, che libera energie per la crescita invece di drenarle, e che smonta dalle fondamenta l&#8217;opaco consenso tra nicchie protette d&#8217;impresa e 250 mila italiani che campano di politica e amministrazione apicale pubblica (non stupitevi, perché se sommate gli 8mila Comuni e le Province e le Regioni ai 1000 parlamentari e alle 7mila società locali e alle centinaia di società controllate dallo Stato a livello centrale coi loro cda, il conto purtroppo torna come ordine di grandezza).<br />
Non è affatto vero, che a pensarla così siano solo “pittoreschi personaggi che evidentemente difendono gli evasori”, come ha scritto Corrado Augias su Repubblica. La pensano così economisti come Paolo Savona – leggete il suo appena edito “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”- come Nicola Rossi, come Mario Baldassarri, come Alberto Bisin, come Giulio Zanella, come Eugenio Somaini. E tanti, tanti altri. Se avesse avuto testa, il centrodestra avrebbe dovuto dar loro retta, invece di continuare sulla linea dominante. Non bisogna abbandonarla perché è di sinistra, ma perché è sbagliata, perché ci taglia le gambe. Prima di dire che abbiamo fatto tutto il necessario, allotra, direi che è il caso di imboccare la strada giusta.</p>
<p>Voi che dite? E quando dico imboccare, significa una sola cosa. Temo che il governo dei tecnici non la condivida, questa linea. Ma allora  chi la pensa così deve lavorare perchè questa posizione abbia anche rappresentanza alle prossime elezioni politiche. Ci sia l&#8217;euro, o meno. Perché questa è l&#8217;unica strada, per un&#8217;Italia che a testa alta e a portafogli che tornino pieni, conti domani 40 milioni di occupati. Sì, avete letto bene, 40: cioè che dia lavoro a giovani anziani e donne, alzando di 15 punti almeno la partecipazione al mercato del lavoro, e piantandola di dar colpa agli altri dei guai che a casa nostra hanno combinato politica e classi dirigenti italiane.</p>
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		<title>L&#8217;Europa affonda, l&#8217;Italia pure</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 10:49:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Europa affonda. Questo è quanto si puó comprendere dalla bocciatura da parte di Standard &#38; Poor&#8217;s che ha abbassato il rating sul debito di ben nove Paesi dell&#8217;Unione Europea. Una strage di bocciature che non colpisce solo il Sud dell&#8217;Europa, ma è arrivata fino all&#8217;Austria. Alcuni Paesi che potevano pensare di restare tranquilli, evidentemente non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Europa affonda. Questo è quanto si puó comprendere dalla bocciatura da parte di Standard &amp; Poor&#8217;s che ha abbassato il rating sul debito di ben nove Paesi dell&#8217;Unione Europea. Una strage di bocciature che non colpisce solo il Sud dell&#8217;Europa, ma è arrivata fino all&#8217;Austria. Alcuni Paesi che potevano pensare di restare tranquilli, evidentemente non potranno continuare a beneficiare dell&#8217;&#8221;effetto Germania&#8221;.</p>
<p>Il caso piú forte, mediaticamente parlando, è certamente la perdita della tripla A da parte della Repubblica Francese. A dire il vero, tale bocciatura era ampiamente aspettata dal mercato, poichè erano mesi che si sussurrava di questo downgrading.</p>
<p><span id="more-11207"></span>La Francia ha ormai un rapporto del debito sul prodotto interno lordo superiore alla media europea e nel medio periodo, senza manovre molto dure, questo valore potrebbe sfondare quota 100. Il debito francese rischia dunque di pareggiare il proprio PIL.</p>
<p>Quel che preoccupa i mercati è anche l&#8217;esposizione delle principali banche francesi nei confronti del debito sovrano di molti Paesi del Sud dell&#8217;Unione Europea; e sono proprio questi ultimi Stati a soffrire maggiormente. La bocciatura di S&amp;P è di addirittura due scalini per quanto riguarda Italia, Spagna e Portogallo, oltre a Cipro.</p>
<p>Ma quali sono le principali motivazioni del downgrading? Nelle settimane e mesi scorsi chicago-blog aveva presentato tutte le problematiche irrisolte dell&#8217;Unione Europea. Troppo pessimisti? Evidentemente no. </p>
<p>La mancanza di una risposta seria da parte della UE è il primo problema.</p>
<p>Sinteticamente: troppe promesse e nessuna azione. Sono quasi due anni che è scoppiato il caso Grecia e ancora si parla di sospensione del credito internazionale al Paese Ellenico per mancanza del rispetto delle condizioni da parte del Governo Greco. L&#8217;Unione Europea non sta dimostrando di avere il polso duro per rispondere ad una crisi ormai tutta Europea.</p>
<p>Chi da la colpa agli Stati Uniti per questa crisi, sbaglia. È vero che la crisi dei subprime ha portato ad una recessione quasi globale, ma sono stati soprattutto i Paesi Europei a rispondere con un aumento impressionante del debito.</p>
<p>La maggior parte degli Stati  Europei hanno risposto con politiche keynesiane alla crisi, con la conseguenza di far esplodere il debito. Vi sono casi un po&#8217; diversi, quali ad esempio l&#8217;Irlanda, dove la crisi è fortemente legata al settore bancario ed è molto piú legata alla crisi subprime; tuttavia la crisi del debito è ormai un problema Europeo.</p>
<p>Guardando al nostro paese, la bocciatura dell&#8217;Italia non può sorprendere gli analisti. Bastava guardare l&#8217;andamento dello spread, stabilmente sopra i 500 punti rispetto ai bund tedeschi. Senza riforme serie e solo con una manovra Monti (quella di dicembre) fortemente recessiva e tassaiola, l&#8217;economia è destinata a precipitare.</p>
<p>È la ragione per cui bisogna agire velocemente e con forza verso un processo di privatizzazioni e liberalizzazioni. Non risolvono tutti i problemi, ma certo potrebbero aiutare l&#8217;Italia ad avere quella spinta all&#8217;economia di cui tanto si sente il bisogno.</p>
<p>È da almeno due decenni che l&#8217;Italia viaggia a ritmi di crescita del PIL di zero virgola qualcosa&#8230;quando è troppo è troppo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Operazione Cortina: il lusso alla berlina, lo Stato in portantina</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 13:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi spiace che il mio amico Michele Boldrin scriva e pensi che a protestare per l&#8217;operazione antievasione a Cortina siano i &#8220;liberali alle vongole&#8221;. Le vongole, mai piaciute. Ma nemmeno mi può piacere il pescecane pubblico italiano. E se lo difendi, amico mio, puoi dire tutto ma non di essere un liberale. In sintesi, ecco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi spiace che il mio amico Michele Boldrin scriva e pensi che a protestare per l&#8217;operazione antievasione a Cortina siano i &#8220;liberali alle vongole&#8221;. Le vongole, mai piaciute. Ma nemmeno mi può piacere il pescecane pubblico italiano. E se lo difendi, amico mio, puoi dire tutto ma non di essere un liberale. In sintesi, ecco 7 punti a proposito di &#8220;Operazione Cortina&#8221;: l&#8217;ennesima ottima trovata di comunicazione di chi sa fare il suo mestiere, alla testa dell&#8217;Agenzia delle Entrate. L&#8217;operazione è stata un successo mediatico clamoroso, infatti. Come molte operazioni &#8220;a effetto&#8221; contro ricchi e vip dello sport, cinema belcanto et similia, che di quando in quando centrano rumorosamente l&#8217;obiettivo di consensi che è compito sacrosanto conseguire se siete alla testa dell&#8217;apparato pubblico antievasione. Detto questo, i liberali veri e sinceri servono proprio a vedere oltre il fumo mediatico. E il fumo qui è proprio una grande cortina fumogena, che serve e riesce a far dimenticare a tutti qual è lo sacandalo vero numero uno, in materia di fisco. Lusso alla berlina e Stato in portantina? No grazie, da parte mia. Ecco perché.<span id="more-11121"></span></p>
<p>A) personalmente ero a Cortina ieri per un dibattito con Ennio Doris e altri, e per scatenare un finimondo in sala è bastato leggere a voce alta brani <a href="http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=175301&amp;sez=NORDEST" target="_blank">del pezzo sul  Gazzettino</a> in cui l&#8217;ufficiale della Finanza competente per territorio si dissocia e afferma che loro non utilizzerebero mai i sistemi adottati su indagini delegate da Agenzia Entrate: assistere ai primi incroci di accuse tra apparati dello Stato impegnati nella sacra crociata antievasione ha dell&#8217;esilarante&#8230;</p>
<p>B) stamane alla mia trasmissione su Radio24 ho letto pressoché integralmente l&#8217;<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9615&amp;ID_sezione=29" target="_blank">editoriale  </a>sulla Stampa odierna di Luca  Ricolfi: reazioni del pubblico da entusiasmo puro, il vero problema numero uno è la pressione fiscale reale intorno a 60% di Pil, e <em>total tax rate</em> su imprese al 68%;</p>
<p>C) rispetto le idee di tutti, ma il sacro mantra della lotta all&#8217;evasione NON è credibile a mio giudizio finché non si assisterà a governi capaci di aggredire lo scandalo numero uno di cui l&#8217;evasione è figlia e non viceversa: lo scandalo numero uno è l&#8217;aumento di quasi 25 punti di Pil di pressione fiscale inseguendo il continuo aumento della spesa corrente avutosi in 25 anni, cioè nell&#8217;arco di una sola generazione. Siamo ai record mondiali. Mentre i Paesi ad alto prelievo hanno modulato aumenti in un secolo da Bismarck in poi, in cambio di un&#8217;efficienza pubblica che da noi manca, e con assai minori fenomeni di nicchie di impresa e mercato protette, che vivono al riparo di prezzi e tariffe e aste falsate governate dal pubblico, il che spiega la dinamica pazzesca dei beni e consumi intermedi della PA nel nostro Paese, solo scalfiti da meccanismi di acquisizione centralizzata tipo Consip, e che regolarmente invece vengono confusi con servizi finali da tagliare al pubblico quando lo Stato centrale impugna la scure lineare come ha fatto quel buontempone di Tremonti. In altre parole BASTA CHIACCHIERE ETERNE SULLE SPENDING REVIEW DA ELABORARE DOMANI: SAPPIAMO BENISSIMO DA ANNI che cosa va tagliato e quanto, il problema è credere di avere consenso politico, capacità tecnica e coraggio leonino necessari PER FARLO! Altro che il disgusto dei signori parlamentari che dicono di essere pagati poco, e degli stenografi parlemantari che guadagnano più del presidente della FED. AGGIUNGO CHE ABBATTERE DI 20 PUNTI di Pil almeno IL  DEBITO PUBBLICO TRAMITE DISMISSIONE DI MATTONE DI STATO E&#8217; POSSIBILE E NECESSARIO, E RESTITUISCE FIDUCIA NELL&#8217;ITALIA SENZA AMMAZZARE ULTERIORMENTE LA CRESCITA CON TASSE SCHIANTA-PAESE!;</p>
<p>D) ricordo a tutti che il mantra della lotta all&#8217;evasione ci ha spinto ormai a misure che non hanno eguali in ALCUN paese avanzato: il limite al contante a 1000 euro non c&#8217;è in Germania come non c&#8217;è in Uk, in Francia c&#8217;è un limite mensile alle operazioni in contanti oltre il quale scatta la segnalazione. Da noi, passando in questo 2012 dalla fotografia statica di conti e saldi bancari alla condivisione in banche dati publiche dell&#8217;intera dinamica quotidiana di OGNI OPERAZIONE BANCARIA, consentiamo ad Agenzia delle Entrate e pm il controllo comportamentale profilato di ciascuno di noi. Per dire: un pm sulla successione temporale di operazioni bancarie potrà disporre l&#8217;apertura di fascicoli in cui il mero determinarsi di flussi può costituire ipotesi di reato. Se alcuni o molti di voi sono convinti che tutto ciò è utile e giustificabile in nome della lotta all&#8217;evasione e al riciclaggio, cioè se pensate come Michele Boldrin che ad avere dubbi e contrarietà fortissime su questa batteria di misure si sia amici di evasori e &#8220;liberali alle viongole&#8221;, secondo me siete invece o vittime in buona fede della campagna di balle di Stato, oppure siete passati consapevolmente o meno armi e bagagli in campo statal-populista.  Personalmente mi ha dato molto da riflettere il libro ultimo del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che vi invito a leggere - <em>Soldi Sporchi</em>. Mi hanno provocato forti maldistomaco cifre  citate da fonti assolutamente non credibili tipo la Loretta Napoleoni che va tanto per la maggiore in Italia (esempio: &#8220;le oltre 200 filiali di banche italiane all&#8217;estero hanno riciclato 5000 miliardi di dollari&#8221; Bum! un terzo del gdp USA? In quanti anni? da dove si prende il dato? chi lo dice? su quali basi? è l&#8217;Ocse? è il FMI? è la BCE? E&#8217; bankitalia? ma no, ah beh allora scatta la risata&#8230;. a Grasso glie l&#8217;ho chiesto in trasmissione, la sua risposta è che a difendere il sistema della libertà assoluta del capitale transnazionale si difende la possibilità della mafia di nascondersi, e che questo è lo stesso scopo delle imprese, nascondere i proventi agli Stati e al fisco, frase che trovate anch&#8217;essa testuale nel libro pregevolissimo del signor procuratore&#8230; al che ho doppiamente rabbrividito, perché se imprese private uguale mafia allora viva il comunismo e la facciamo finita con le chiacchiere</p>
<p>E) ricordo inoltre a tutti che l&#8217;esperienza di questi anni ci dovrebbe aver dimostrato a che cosa porta la sin qui verificata impossibilità di limitare e controllare l&#8217;infinito numero di punti di accesso a banche dati unificate tributarie catastali e bancarie e contributive. Il mio povero ex professore di diritto costituzionale Pizzetti, garante della Privacy, può a quattr&#8217;occhi chiarirvi quando volete l&#8217;impossibilità che egli e la sua esilissima struttura possano svuotare l&#8217;oceano con un cucchiaino, per limitare gli abusi. Cinque anni fa i soli punti d&#8217;accesso nei Comuni italiani risultavano essere oltre 90mila, e oggi ne restano oltre 20mila, la promessa tracciabilità degli ingressi per effettuare controlli resta sulla carta, perché le password sono condivise. A tali accessi se ne sommano migliaia di altri nell&#8217;intero sistema periferico delle quattro agenzie tributarie, Gdf, forze di polizia, polizia giudiziaria  etc etc, nei quali la tracciabilità è ancor più sulla carta che nei Comuni, dove un giro di vite venne effettuato dopo lo scandalo relativo agli accessi &#8211; centinaia, erano &#8211; per controllare Prodi e sua moglie oltre a Berlusconi e famiglia&#8230;  Dovremmo inoltre tutti ricordare che il mercato nero opaco e parallelo delle <em>security</em> private &#8211; di solito funzione affidata nelle imprese italiane non a caso ad ex appartenenti dei corpi dello Stato, vedi Tavaroli &#8211; prospera esattamente su dati ricavati illecitamente da punti d&#8217;accesso alle banche dati sensibili pubbliche, accessi effettuati da ex colleghi e amici in cambio di piaceri e denaro. Se anche qui mi dite che chi non ha nulla da nascondere non ha niente da preoccuparsi allora è certificato, siete statalisti orwelliani, piantatela di dirvi o pensarvi liberali e iniziate a cantare che l&#8217;ignoranza è forza e la privacy l&#8217;ombra dietro la quale si nascondono i nemici dello Stato;</p>
<p>F) sempre in materia di lotta all&#8217;evasione e di arcifamoso e plurinvocato contrasto d&#8217;interessi in materia di scarico dell&#8217;Iva, purtroppo si commenta da sola la figura penosa sul Corriere di ieri e autocorrezione di oggi di Giavazzi e di Alesina, trascinato temo dal primo non per la prima volta in argomenti di cui evidentemente sa poco e me ne dispiace, perché ne ho una stima assoluta come stimo l&#8217;a volte però troppo acceso Giavazzi. Finché a invoncare la detrazione per tutti sono lettori e ascoltatori che ignorano il diritto tributario, o politici demagoghi, va bene. Altrimenti l&#8217;abc del diritto tributario italiano dovrebbe ricordarci  due cosette basilari: il divino contrasto d&#8217;interessi invocato da anni per far emergere nero fiscale fa dimenticare a molti che IVA NON è imposta generale sui consumi ma appunto sul valore aggiunto, ergo HA PIENA COERENZA che a detrarre siano solo i soggetti &#8211; fisici e giuridici &#8211; per i quali l&#8217;acquisto di beni e servizi intermedi costituisce input rispetto al quale c&#8217;è output di beni e servizi offerti a terzi con proprio valore aggiunto. ERGO ANCORA E&#8217; certo ovvio che potremmo &#8211; dietro complesso negoziato con Europa, per evitare asimmetrie comunitarie, e la materia posso garantire che è assai spinosa &#8211; cambiare natura all&#8217;imposta e a quel punto estendere a tutti sia pur diversamente graduate  detrazioni, MA A QUEL PUNTO dovremmo abbassare energicamente il prelievo sui redditi  perché in caso contrario accresceremmo ulteriormente gli effetti della mancata neutralità del prelievo complessivo;</p>
<p>G) solo che NESSUNO qui parla più di riequilibrare il sistema per abbassare di molto il prelievo su redditi e impresa a fronte di VERE compressioni di spesa: nell&#8217;ambito quantitativo di riferimento di quei quasi meno 7 punti di Pil di spesa pubblica e prelievo che la Germania ha totalizzato dai primi anni 2000 al precrisi. Certo, i tedeschi hanno cambiato il welfare e realizzato grandi contratti aziendali di produttività in tutte le grandi imprese, per accompagnare un simile <em>turnaround</em> pubblico con più produttività privata. E&#8217; quel che si dovrebbe fare. Obiettare alle verità taglienti di Ricolfi accusandole di stantia polemica antimeridionale, inoltre con il mantra della lotta all&#8217;evasione,  per me equivale a negare che da quelle priorità sacrosante discendono conseguenze politico-economico-fiscali altrettanto sacrosante. Ed è di questa negazione costante, che vive la difesa di un prelievo fiscale rapinoso che cresce cresce cresce, e la difesa di una spesa pubblica vergognosa che si riesce al massimo &#8211; nei punti di maggior crisi nazionale come il 2010-2011 e sotto Amato &#8211; a fermare per pochissimo nella sua dinamica di costante crescita, ma MAI A invertirne stabilmente il segno per un decennio a venire con misure strutturali. Lo hanno fatto negli ultimi decenni Paesi come Canada e Germania, Australia e Nuova Zelanda, e cito apposta queste democrazie welfariste per evitare di farmi dire che sono solo thatcheriano. Ma viva la Thatcher tutta la vita, per quello che mi riguarda, e vergogna a chi si fa cameriere della rapina di Stato.</p>
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		<title>Germania egoista? Non esattamente &#8211; di Alexander Joachim</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 06:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo di seguito il contributo di Alexander Joachim sulla questione TARGET 2. Il dibattito è partito l&#8217;estate scorsa in Germania e ancora oggi continua a far discutere.
In questo post parlo del sistema TARGET2 e dei suoi effetti sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi dell’area Euro (si veda l’acceso dibattito nei mesi scorsi aperto dall’economista tedesco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo di seguito il contributo di Alexander Joachim sulla questione TARGET 2. Il dibattito è partito l&#8217;estate scorsa in Germania e ancora oggi continua a far discutere</em>.</p>
<p>In questo post parlo del sistema <strong>TARGET2</strong> e dei suoi effetti sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi dell’area Euro (si veda l’acceso dibattito nei mesi scorsi aperto dall’economista tedesco Hans-Werner Sinn). TARGET2 è un sistema di pagamento che garantisce l’esecuzione di tutte le transazioni infra-Euroarea attraverso le banche centrali nazionali. Tale sistema richiede un’elevata liquidità da parte delle banche commerciali perché i debiti/crediti fra banche centrali nazionali non vengono saldati periodicamente. In condizioni normali la BCE determina la politica monetaria, delegando alle banche centrali nazionali l’esecuzione delle operazioni di rifinanziamento. Operativamente funziona così: le banche centrali raccolgono la domanda delle banche commerciali e la banca centrale determina il tasso d’interesse stabilendo l’ammontare offerto di credito. In genere l’offerta di moneta è proporzionale alle dimensioni dell’economia. Dopo il crack <em>Lehman Brothers</em> &#8211; e il conseguente congelamento dei finanziamenti interbancari, la liquidità necessaria è stata assicurata dalla banca centrale attraverso operazioni di rifinanziamento illimitate (<em>full allotment</em>). Poiché in queste situazioni (<em>sudden stop</em>) il flusso commerciale e quello di capitali non possono arrestarsi senza gravi conseguenze sull’economia di un Paese, i saldi netti verso l’Eurosistema delle banche centrali dei Paesi creditori si accumulano.<span id="more-11029"></span></p>
<p>La controparte economica dei pagamenti TARGET è costituita da flussi commerciali e movimenti di capitale. La crisi finanziaria prima e quella fiscale poi hanno parzialmente frenato i movimenti di capitale che, principalmente dalla Germania, finanziavano i deficit commerciali dei PIIGS. Ai flussi di capitale (di privati e banche) si è quindi sostituita la <em>Bundesbank</em> i cui crediti verso l’Eurosistema sfiorano ad oggi i 500 miliardi di Euro.</p>
<p>Da un punto di vista economico le conseguenze di questo meccanismo sono tre:</p>
<p><strong>1)</strong> TARGET2 permette attraverso le operazioni di rifinanziamento di agire sulla leva monetaria; ma in assenza di un istituto di supervisione a livello UE (la BCE non ha questa funzione) e di eterogenee garanzie pubbliche la garanzia di liquidità illimitata implica un salvataggio automatico degli Stati con un disavanzo della bilancia dei pagamenti. E’ evidente la difficoltà nel distinguere una crisi di liquidità temporanea (intervento giustificato) da una crisi di insolvenza (<em>hidden bailout</em>).</p>
<p><strong>2)</strong> Un massiccio trasferimento del rischio di credito dalle banche commerciali nazionali alle banche centrali.</p>
<p><strong>3)</strong> I crediti TARGET perpetrano il disavanzo della bilancia dei pagamenti, perché il flusso di <em>central bank money</em> finanzia sia la fuga di capitali (Italia), sia le importazioni di beni e servizi dei Paesi in deficit (Grecia, Portogallo, Spagna).</p>
<p>I termini del dibattito vertono essenzialmente sui seguenti dubbi: se le transazioni vengono eseguite con <em>central bank money</em> (moneta creata attraverso le operazioni di rifinanziamento con collaterali di qualità sempre minore) l’accumularsi di crediti presso la banca centrale dello Stato in surplus (<em>Bundesbank</em>) sono da considerarsi un aiuto (<em>hidden bailout</em>)? Cosa succede se una delle parti fallisce (ad es. l’impresa greca che acquista un macchinario tedesco, il cui pagamento avviene attraverso l’Eurosistema)? Rispondere a quest’ultima domanda è sufficiente per chiarire il problema. Poiché i crediti TARGET sono verso l’Eurosistema, il fallimento della controparte implica il mancato pagamento da parte della banca commerciale; il debito viene coperto dalla garanzia prestata; se questa è insufficiente, si registra una perdita nel Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) che viene coperta prima dagli utili accantonati e poi dagli azionisti (le singole banche centrali) pro-quota, (il 19% nel caso della <em>Bundesbank</em>, il 12,5% per la Banca di Italia). Tutto bene quindi? No, perché il rapido deteriorarsi delle condizioni economiche nei PIIGS aumenta le probabilità di fallimento di imprese, banche e Stati. Come si può allora immaginare che questi stessi Stati rispondano delle perdite che hanno generato? E’ questa la paura tedesca. E mi pare del tutto giustificata.</p>
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		<title>Il passato è il problema per il futuro dell&#8217;Euro</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 20:21:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<category><![CDATA[golden rule]]></category>
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		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Moody’s e le Borse confermano i dubbi sull’Euro Vertice sollevati qui lo scorso fine settimana. Troppo poco è stato deciso circa il futuro dell’Unione Europea ed in particolare sull’Euro. Non è tanto la non adesione della Gran Bretagna al nuovo Trattato che non convince i mercati, quanto le mancate decisioni sul futuro dell’Europa.
I problemi dell’Euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Moody’s e le Borse confermano i dubbi sull’Euro Vertice <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/09/leuroscelta-che-obbliga-allo-scetticismo-miracoli-in-tre-mesi-dopo-anni-di-vizi/">sollevati qui </a>lo scorso fine settimana. Troppo poco è stato deciso circa il futuro dell’Unione Europea ed in particolare sull’Euro. Non è tanto la non adesione della Gran Bretagna al nuovo Trattato che non convince i mercati, quanto le mancate decisioni sul futuro dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify">I problemi dell’Euro non verranno risolti con una golden rule dello 0,5 per cento di deficit sul prodotto interno lordo o con sanzioni automatiche per i paesi che sforeranno i vincoli dei Trattati. Il problema per l’Euro è il passato ed in particolare tutte le promesse non mantenute da parte di tutti i Paesi dell’Eurozona e dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-10969"></span></p>
<p style="text-align: justify">La Grecia è solo l’ultimo esempio di come la Commissione Europea non sia in grado di controllare l’introduzione di determinate misure in uno dei Paesi membri. Da maggio 2010 ad oggi non sono serviti tre salvataggi ed innumerevoli miliardi di euro per alleggerire la crisi greca e circoscriverla.</p>
<p style="text-align: justify">Il Governo socialista di Papandreou non ha mantenuto le promesse di fare le liberalizzazioni e le privatizzazioni necessarie per fare ripartire l’economia ellenica, ma con l’inasprimento della tassazione (l’IVA è stata aumentata di dieci punti percentuali) si è approfondita la recessione.</p>
<p style="text-align: justify">Tale situazione ricorda molto quella italiana, dove nelle ultime manovra finanziarie, Tremonti prima e Monti dopo, si introducono essenzialmente nuove tasse che deprimeranno un’economia già in recessione. La previsione di meno 0,5 per cento del PIL per il 2012 è già accettata a livello italiano e dell’OECD, ma come giustamente sostengono Giavazzi ed Alesina è prevedibile che con tale manovra la caduta sarà ben maggiore.</p>
<p style="text-align: justify">C’è il concreto rischio che con la manovra Monti la recessione sarà molto dura per il 2012 e per questo motivo è urgente che il neo-Ministro Passera agisca in direzione dell’apertura dei mercati.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro evento che Moody’s così come il mercato non dimenticano è il vertice di luglio di questo anno. Doveva essere quello risolutivo di tutti i problemi dell’Euro, con il salvataggio definitivo della Grecia e la stabilizzazione anche quella definitiva della crisi. Di definitivo non c’è stato un bel niente, anzi. Proprio da inizio agosto è cominciato l’attacco contro i Paesi più deboli dell’Euro non ancora caduti, Italia e Spagna. Lo spread è schizzato a livelli mai toccati dalla nascita dell’Euro e i tassi d’interesse hanno sfondato l’8 per cento.</p>
<p style="text-align: justify">La Banca dei Regolamenti Internazionali ha sottolineato proprio ieri che se anche i tassi dovessero ritornare ai quei massimi, l’impatto sul deficit sarebbe limitato per l’Italia: “solo” lo 0,95 del PIL. Ma cosa significa lo 0,95 per cento del PIL?Sono oltre 15 miliardi di euro, vale a dire mezza manovra finanziaria di Monti. Un impatto notevole, che di limitato non ha proprio nulla.</p>
<p style="text-align: justify">Un terzo elemento che crea sfiducia nell’Euro e che di fatto rischia di essere la pietra tombale della moneta unica è il rispetto dei Trattati.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, se anche i nuovi Trattati dovessero essere approvati nei prossimi tre mesi da un’Unione Europea risvegliata dal suo torpore, perché non c’è il rischio che questi non vengano violati? Per la golden rule o per le sanzioni automatiche?</p>
<p style="text-align: justify">A parte che le sanzioni automatiche possono essere “abolite” con l’85 per cento dei voti dei Paesi membri, perché questa volta, al contratto del Trattato di Maastricht, verrà rispettato?</p>
<p style="text-align: justify">Si ricorda che proprio la Francia e la Germania violarono il “sacro” principio del 3 per cento del deficit sul PIL a metà degli anni 2000 e da quel momento il Trattato di Maastricht perse il suo valore.</p>
<p style="text-align: justify">La memoria del passato ha un diverso orizzonte temporale per i politici ed i mercati: a breve termine per i primi, a lungo termine per i secondi.</p>
<p style="text-align: justify">Il passato dunque non gioca a favore dell’Euro.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;euroscelta che obbliga allo scetticismo: miracoli in tre mesi dopo anni di vizi?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/12/09/leuroscelta-che-obbliga-allo-scetticismo-miracoli-in-tre-mesi-dopo-anni-di-vizi/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 20:09:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Unione europea distinta dall&#8217;euroarea non c&#8217;è più, dopo l&#8217;accordo della notte scorsa. Nove Paesi dell&#8217;Ue dei 10 che non aderiscono alla moneta unica hanno accolto la proposta tedesca di impegnarsi duramente insieme ai 17 dell&#8217;eurozona per far nascere insieme entro pochi mesi l&#8217;abbozzo di una vera Unione Fiscale Europea. Il Regno Unito è rimasto fuori. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Unione europea distinta dall&#8217;euroarea non c&#8217;è più, dopo l&#8217;accordo della notte scorsa. Nove Paesi dell&#8217;Ue dei 10 che non aderiscono alla moneta unica hanno accolto la proposta tedesca di impegnarsi duramente insieme ai 17 dell&#8217;eurozona per far nascere insieme entro pochi mesi l&#8217;abbozzo di una vera Unione Fiscale Europea. Il Regno Unito è rimasto fuori. Non è stato l&#8217;accordo che salva l&#8217;euro una volta e per sempre. Restano delusi sia i sostenitori degli eurobond per dar corpo immediatamente a politiche comuni, sia coloro che invocavano subito una BCE pronta a monetizzare i debiti pubblici. L&#8217;accordo prevede esattamente quanto Angela Merkel aveva illustrato con chiarezza a tutti gli altri governi. La Germania non ha ceduto di un millimetro. In 10 anni di euro, troppi governi hanno approfittato dei bassi tassi garantiti dalla moneta comune per rinviare riforme incisive e necessarie, sia per mettere in equilibrio e sicurezza la finanza pubblica sia per accrescere la produttività dell&#8217;economia reale. Ora, per la Germania credibilità ed esistenza stessa dell&#8217;euro si salvaguardano solo imparando la lezione. E la lezione si impara facendo in fretta e con procedure ferree le riforme mancate da ciascuno in ambito nazionale. E&#8217; una scelta molto rischiosa, giusta ma rischiosa. Non so quanto davvero la politica nazionale europea ne sia in grado. A me, pare di no. In quel caso l&#8217;euro salta.<span id="more-10935"></span>In ogni caso,invece, probabilmente scommettendo per l&#8217;ennesima volta che si tratti di comprare tempo con mere dichiarazioni d&#8217;intenzioni, i 26 governi aderenti all&#8217;impostazione tedesca prendono impegno a mettere in Costituzione il divieto di deficit pubblico superiore allo 0,5% di Pil, a procedure di bilancio verificate ex ante e sottoposte al controllo ex post, a sanzioni automatiche e al giudizio della Corte europea di giustizia.</p>
<p>Il difetto è che tali intenzioni dovranno essere tradotte in una forma giuridica cogente entro tre soli mesi, e che tale accordo o non sarà un nuovo Trattato ma in quel caso non dovrà confliggere con quello dell&#8217;Unione, e allora al regno Unito resterà aperta la possibilità di sollevare molti problemi, oltre al fatto che una mera cornice di accordi bilaterali avrà efficacia minore agli occhi dei mercati. Oppure sarà un nuovo Trattato vero e proprio, aperto però a ratifiche naziomali e referendum dall&#8217;esito assai incerto.</p>
<p>La posizione tedesca è stata condivisa anche sul no ad aumenti di dotazione rispetto agli attuali 500 miliardi dell&#8217;attuale Efsf, lo strumento salvabanche e salvaStati varato per la Grecia, e che non ha funzionato. Se ne riparlerà a marzo, quando si prenderanno gli ultimi accordi per sostituire all&#8217;Efsf un più solido Esm, il Meccanismo di Stabilizzazione Europea che viene anticipato a metà 2012. Sarà gestito dalla Bce, ma non potrà essere una banca. Cioè non avrà un&#8217;autonomia d&#8217;intervento propria, resterà soggetto al vincolo del consenso all&#8217;85% dei consensi dei Paesi membri invece che all&#8217;unanimità come accadeva all&#8217;Efsf.</p>
<p>Un accordo siffatto continuerà deliberatamente a esporre al morso di mercati e spread i Paesi a maggior debito e deficit e a bassa produttività. Solo così i governi, la politica e le opinioni pubbliche capiranno che le riforme vanno fatte in fretta, che d&#8217;ora in poi contano i fatti e non le promesse. Per gli interventi d&#8217;emergenza di ristrutturazione del debito pubblico che dovessero rendersi necessari a seguito di spread insostenibili, l&#8217;Unione Fiscale finanzierà con 200 miliardi aggiuntivi il Fondo Monetario Internazionale, che a quel punto potrà intervenire con le sue tradizionali procedure d&#8217;emergenza. Innanzitutto alla politica italiana deve essere chiaro che il rischio di intervento rapido del Fmi resta aperto innanzitutto per noi, perché il nostro spread continuerà a ballare se non procediamo spediti sul pacchetto Monti, e poi a riformare il mercato del lavoro, ad abbattere il debito con dismissioni pubbliche invece che con nuove stangate fiscali, a crescere di più con meno imposte su lavoro e imprese.</p>
<p>Londra ha detto no scommettendo che le regole comuni su banche e investimenti finanziari – si varerà una tassa europea sulle transazioni – sarebbero un danno intollerabile per la City, mentre attualmente malgrado l&#8217;alto deficit e debito il Regno Unito paga un premio al rischio inferiore a quello tedesco. Fossi britannico, ragionerei anch&#8217;io così. Senza nascondermi che è comunque un azzardo, perché se l&#8217;Unione Fiscale Europea dovesse invece funzionare malgrado i mille ostacoli formali e sostanziali che avrà di fronte, a quel punto a Londra starne fuori costerebbe caro.</p>
<p>Il fatto sostanziale è che l&#8217;accordo di ieri rifiuta che debiti pubblici nazionali possano essere salvati da una Banca Centrale che stampa moneta. Per chi la pensa come me, è un bene. Bestemmia, per chi pensa invece che alla politica spetti decidere quel che vuole, e che le banche centrali debbano stare alla cavezza. La Bce di Mario Draghi non salverà gli Stati a malpartito per colpa dei loro politici, ma farà altre due cose. Abbasserà i tassi, e farà tutto il necessario per mettere in sicurezza e salvare le banche. Ha già cominciato entrambe le cose. Le banche saranno le più esposte, nelle prossime settimane, e potrebbero occorrere misure anche eccezionali.</p>
<p>Ma il rischio terribile è che la rapidità e l&#8217;intensità del deterioramento dell&#8217;economia reale, con molti euromembri a crescita zero o in recessione come l&#8217;Italia, renda imperseguibile intanto politiche restrittive di finanza pubblica troppo a lungo rinviate. C&#8217;è il rischio che si ripeta l&#8217;errore compiuto nel 1931 e 1932 da Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, che sboccò in un 1929 bis e da cui nacquero le premesse del secondo conflitto mondiale. Vedi l&#8217;articolo in proposito dell&#8217;Economist, sul numero in edicola oggi.</p>
<p>E&#8217; un rischio ben chiaro, si spera, a tutti i governi europei. Washington per questo avrebbe preferito più crescita e meno ortodossia subito. Ed è la stessa cosa che continueranno a chiedere molti politici europei, indisponibili a dire la verità ai propri elettori, e convinti che eurobond e torchio monetario subito siano l&#8217;unica risposta per reggere. L&#8217;eurocompromesso di ieri ha invece un altro segno. Se l&#8217;euro reggerà, sarà solo se la politica nei fatti aprirà all&#8217;unificazioe dei mercati dei beni e dei servizi che oggi restano separati, se accetterà diminuzioni reali di sovranità nei deficit, se promuoverà produttività e crescita del valore aggiunto. Dopo e solo dopo, arriveremo a una BCE che sostiene il debito pubblico comune. Se non si seguirà questa strada l&#8217;euro salterà, o meglio resterà strumento comune solo dei Paesi disposti a fare quella scelta. E&#8217; una scommessa molto ambiziosa. Soprattutto per Paesi in forte ritardo di crescita ed efficienza e già ipertassati, come l&#8217;Italia. Messa in questi termini, con le prove che abbiamo dato nel recnete passato, lo scetticismo mi embra più che dovuto. necessario.</p>
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		<title>Si ballerà eccome e comunque, dopo l&#8217;eurovertice</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 10:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ammettiamo per ipotesi che l&#8217;eurosummit di stasera e domani vada al meglio. Che il six pack, i sei punti convenuti &#8211; conven uti davvero? -tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a inizio settimana vengano condivisi entusiasticamente da tutti. Che il Protocollo 12 &#8211; come i tedeschi definiscono con disprezzo la proposta minimalista di van Rompuy avanzata ieri &#8211; venga scartato, in nome di una modifica vera e rapida ai Trattati per far nascere l&#8217;Unione fiscale. Non ci credo ma immaginiamo che accada davvero, e che inizi il complesso processo di ratifica a tappe forzate dei Trattati, a favore di procedure di bilancio “blindate” e con ruolo ispettivo e sanzionatorio della Corte di giustizia europea. Che l&#8217;Esm sostituisca l&#8217;Efsf già entro il 2012. Ammettiamo tutto questo per ipotesi. La domanda diventa: quanto durerà il test dei mercati sulla solidità, tempestività ed efficacia di tali nuovi determinazioni? che cosa avverrà, nel frattempo? E&#8217; possibile immaginarlo senza la pretesa di voler fare gli auguri che interrogavano con il volo degli uccelli la volontà dei dei, superni o inferi a seconda di quale fosse il quadrante da cui i pennuti si manifestavano? Con una certa approssimazione, certo che è possibile immaginarlo. Nel senso che i politici e tantissimi con loro possono forse immaginare che come ad opera di una bacchetta magica il selling colossale di asset europpei si arresti, il beta e la volatilità dei mercati si plachi,gli spread convergano di nuovo come ai vecchi tempi, e tutti vissero felici e contenti. Naturalmente, però, l&#8217;esperienza ci dice che molto probabilmente non sarà così. Per diverse ordini di ragioni. <span id="more-10882"></span></p>
<p>La prima è che il mercato ha buone ragioni per diffidare di una neoconvergenza virtuosa,  quando le politiche nazionali europee al di là dell&#8217;ufficialità recalcitrano più o meno dovunque. La seconda è che squilibri tanto rilevanti da eccesso di consumi privati o pubblici finanziati a debito impiegano anni e non settimane a riequilibrarsi. E nel frattempo i mercati continueranno a testare per ciascuno degli eurosquilibrati la volontà di imboccare davvero e perseverare sulla via dell&#8217;aggiustamento al ribasso di salari e pensioni, l&#8217;unica maniera – non potendo svalutare monetariamente – per rendersi virtuosi quando non si vuole procedere a un default totale o pilotato.</p>
<p>I problemi più seri continueranno dunque ad essere quelli del sistema bancario. Non solo nel sistema europeo delle banche centrali, ma nelle banche ordinarie.</p>
<p>Per avere un&#8217;idea dello squilibrio attualmente raggiunto nel SEBC, basta dare una rapida occhiata all&#8217;analisi effettuata da Aaron Tornell dell&#8217;Università di California e Frank Westermann dell&#8217;Università di Osnabueck (<a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/7391%29.n">http://www.voxeu.org/index.php?q=node/7391).</a> Negli ultimi mesi, le banche centrali di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna hanno dovuto estendere sempre più i propri crediti agli intermediari finanziari nazionali. Un meccanismo che si è sommato ai massicci ricorsi degli intermediari alle linee di liquidità straordinaria apprestate dalla Bce (siamo arrivati a quasi 290 miliardi di euro enon è un errore, duecentottantasette per la precisione, nella settimana pre varo della manovra Monti, da parte di 187 banche europee). Per finanziare i propri crediti alle banche commerciali, le banche centrali degli eurodeboli non hanno potuto rivolgersi alla Bce, per evitare che la cosa si traducesse in espansione dell&#8217;offerta monetaria. Si sono tutte rifinanziate presso la Bundesbank attraverso l&#8217;eurosistema  Target. La Bundesbank, a propria volta, per non estendere la base monetaria equivalente al proprio balance sheet, equilibrava l&#8217;espansione fino a quasi quota 500 miliardi di euro di prestiti alle altre banche centrali dell&#8217;eurozona abbattendo simmetricamente la quota si securities tedesche detenute, da quasi 300 miliardi a meno di 20 miliardi. Poiché siamo arrivati a una quota di assets tedeschi detenuti da Bundesbank  prossima allo zero, perché gli eurofinanziamenti Target possano continuare bisognerebbe immaginare che la banca centrale tederca accettasse di vendere parte delle proprie riserve auree, o a propria volta si indebitasse sul mercato internazionale. Per quello che sappiamo da Berlino, è inipotizzabile. Il mercato lo sa benissimo. Per questo è ragionevole attendersi che provi presto un attacco concentrico sugli asset di un solo paese eurodebole, per vedere in poche ore se Bundesbank continua nel suo ruolo di prestatore a costo di impegnare riserve, oppure se si sfonda la renitenza della Bce a stampare denaro visto che la sua attuale limitata base di capitale non è coerente con acquisti illimitati di eurosecurities a rischio.</p>
<p>Per le banche commerciali, che sono la catena esposta di questa scommessa all&#8217;insolvenza e del mtrasferimento all&#8217;economia reale della recessione,  rimanere impegnate sul sentiero tracciato dall&#8217;EBA – ricapitalizzazioni rapide ad opera del mercato tutte le volte che si può -  è incredibilmente rischioso. Non è un caso che il governo tedesco abbia rapidamente deciso di rifinanziare Soffin, il braccio pubblico attraverso il quale sono stati operati i salvataggi bancari nel post Lehman. In modo che essa possa tornare a offrire fino a 400 miliardi di garanzie alle banche tedesche a rischio. La più esposta? Commerzbank, la seconda banca tedesca, piena di eurocarta nella sua EuroHypo, e che ha ancora un 25% di capitale pubblico dopo il salvataggio del 2009.</p>
<p>No, decisamente anche se le cose andassero al meglio, il 9 dicembre, l&#8217;euromare resterà agitato e occorreranno ottimi nocchieri. Tutte le grandi banche svizzwere e biritanniche hanno pronti contingency plans per frorteggiare l&#8217;eurobreak eventuale, questa è la verità.</p>
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