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	<title>CHICAGO BLOG &#187; gas</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>La distribuzione locale del gas in Piemonte: “ritorno di fiamma” dei monopolisti pubblici?</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 09:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Quaglino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella distribuzione locale del gas c’è il rischio di un “ritorno di fiamma” dei monopolisti pubblici. La questione è al centro di un Briefing Paper dell’Istituto Bruno Leoni. Anche il Piemonte non fa eccezione. In questo post intendiamo verificare se:  a. il mercato è potenzialmente aperto alla concorrenza; b. pubblico e privato giocano ad armi pari.
Tabella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella distribuzione locale del gas c’è il rischio di un “ritorno di fiamma” dei monopolisti pubblici. La questione è al centro di un <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_105_Distribuzione_Gas.pdf" target="_blank">Briefing Paper </a>dell’Istituto Bruno Leoni. Anche il Piemonte non fa eccezione. In questo post intendiamo verificare se:  a. il mercato è potenzialmente aperto alla concorrenza; b. pubblico e privato giocano ad armi pari.<span id="more-11148"></span></p>
<p>Tabella 1: Gli ambiti nella Regione Piemonte</p>
<p align="center"><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2012/01/ambiti1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11152" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2012/01/ambiti1-290x300.jpg" alt="" width="290" height="300" /></a></p>
<p>La prima domanda trova facilmente risposta: su 18 ambiti (Asti è esclusa non essendo metanizzata), i gestori in posizione dominante sono solo 8, dal momento che 5 di essi sono presenti in più ambiti. Tra questi spicca il Gruppo Italgas che, essendo il soggetto dominante in 7 diversi ambiti, detiene il 38,8% del mercato piemontese; è seguito da F2i, che ne serve 4, ossia il 22,2 % e Erogasmet, l’unico privato, che comunque ha una quota molto ridotta, pari all’11,1%. In particolare, su 1.787.439 punti di riconsegna, questi 8 soggetti ne gestiscono 1.255.419: questo significa che il 70% del mercato è in mano a meno della metà dei gestori. Di questi, l’87% sono pubblici. Gli operatori pubblici tendono ad avere quote di mercato assai importanti: nell’83% degli ambiti (10 su 12) essi controllano più della metà dei punti di riconsegna, mentre solo in 2 casi il market leader è privato.</p>
<p>Tabella 2: Numero di operatori pubblici e privati che gestiscono più o meno del 50% dei punti di riconsegna negli ambiti dove sono soggetti dominanti</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2012/01/Immagine1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11153" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2012/01/Immagine1-300x111.jpg" alt="" width="300" height="111" /></a></p>
<p>L’elevato livello di concentrazione del settore si manifesta anche nel fatto che le quote dei gestori superano spesso il 75%: Gruppo F2i a Biella possiede il 77%, Amag S.p.a ad Alessandria 2 l’87%, Italgas a Cuneo 1 &#8211; il 75%, a Cuneo 2 l’88%, a Torino 1 l’ 84%, a Torino 2 il 97% e a Torino 4 l’86%. In sostanza, tre soli soggetti – pubblici – controllano il 52,6% del mercato del gas piemontese: questo conferma quanto sostenuto prima, ossia che, con ambiti così grossi e quindi con costi fissi rilevanti legati all’eventuale subentro, lo svolgimento delle gare può non essere condizione sufficiente a rendere contendibili le gestioni. Per ovvie ragioni, infatti, un soggetto che controlla la larga maggioranza dei punti di riconsegna in un ambito molto grosso è assai favorito nella competizione per il mercato; se questa coincide con l’intero ambito, farà en plein spazzando via ogni forma di concorrenza.</p>
<p>Per rispondere alla seconda domanda, basta invece guardare le quote, molto inferiori a quelle pubbliche, dei due soggetti privati che hanno più del 50% del mercato: la percentuale maggiore, 59%, è quella di Aeg reti distribuzione S.r.l., mentre Egea S.p.a. ha il 56%. Un terzo privato, Erogasmet, è il soggetto dominante in due ambiti (Novara 1 e VCO) ma controlla un numero relativamente ristretto dei pdr: rispettivamente il 43% e 48%. E’ chiaro che, in una gara, la sua posizione di vantaggio non sarebbe altrettanto pronunciata.</p>
<p>Sebbene questi dati non siano sufficienti per giungere a conclusioni definitive, in quanto offrono mera evidenza descrittiva, essi mostrano comunque che il Piemonte ha gli stessi rischi dell’Italia, evidenziati nel paper dell’IBL. La Regione corre quindi il pericolo che il numero di gestori si riduca ulteriormente e, di conseguenza, che il monopolio locale diventi sempre meno locale. Del resto, l’ampia diffusione di operatori pubblici desta il sospetto che le barriere all’ingresso del mercato siano troppo elevate per suscitare l’interesse e la convenienza dei privati, a conferma del timore che, più o meno involontariamente, il disegno degli attuali ambiti possa rendere inefficace il ricorso alle gare.</p>
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		<title>Dietro ogni aumento c&#8217;è una politica sbagliata. Con un buon anno ai nostri politici</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 10:38:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi ultimi giorni dell&#8217;anno, gli italiani sono stati bombardati da notizie piuttosto preoccupanti sugli aumenti che sono arrivati o arriveranno. Per esempio, la Cgia di Mestre ha notato che i prezzi della maggior parte dei servizi pubblici sono cresciuti assai più rapidamente del costo della vita, Lorenzo Salvia sul Corriere ha parlato dell&#8217;evergreen dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi giorni dell&#8217;anno, gli italiani sono stati bombardati da notizie piuttosto preoccupanti sugli aumenti che sono arrivati o arriveranno. Per esempio, la Cgia di Mestre ha notato che i prezzi della maggior parte dei <a href="http://www.cgiamestre.com/2011/12/tariffe-aumenti-boom-soprattutto-tra-quelle-amministrate-dai-comuni/">servizi pubblici</a> sono cresciuti assai più rapidamente del costo della vita, Lorenzo Salvia sul <em>Corriere</em> ha parlato dell&#8217;<em>evergreen</em> dei rincari, <a href="http://www.corriere.it/economia/11_dicembre_30/benzina-aumenta-salvia_cfcf8ae8-32af-11e1-be67-1119b87d83b7.shtml">i carburanti</a>, e Stefano Agnoli, sul suo blog, si è occupato di <a href="http://energia.corriere.it/2011/12/31/rinnovabili-e-gas-quanto-ci-costano/">elettricità e gas</a>. Sebbene stiamo parlando di cose molto diverse tra di loro, c&#8217;è un elemento unificante: in tutti questi casi, gli aumenti sono figli di scelte politiche. Quindi, si tratta di aumenti che sono stati intenzionalmente e deliberatamente voluti dai governi che si sono avvicendati negli ultimi anni alla guida del paese (escludo l&#8217;ipotesi che essi abbiano preso certe determinazioni senza rendersi conto che avrebbero inevitabilmente portato a un&#8217;ondata di rincari, perché pensare altrimenti implicherebbe che siamo stati governati da una banda di cialtroni incompetenti &#8211; e questo non è possibile, <em>vero?</em>).</p>
<p><span id="more-11096"></span>Almeno in parte questi aumenti derivano dal fatto che molte voci di costo &#8211; come nel caso dell&#8217;acqua &#8211; si sono spostate dalla fiscalità alle bollette. Ma a questo spostamento non ha fatto da pendant l&#8217;attesa riduzione del prelievo fiscale: anzi, sempre secondo la Cgia le <a href="http://www.cgiamestre.com/2011/08/tasse-locali-aumento-del-138/">imposte locali</a> sono aumentate del 138 per cento in 15 anni. Ma questo non spiega interamente la crescita dei prezzi, né vale per tutti i settori di cui stiamo parlando.</p>
<p>Prendiamo i tre casi citati. Per quel che riguarda i prezzi dei servizi pubblici, è evidente a chiunque che essi sono cresciuti più rapidamente nei servizi non esposti alla concorrenza. In alcuni casi &#8211; come nel gas e nelle ferrovie &#8211; l&#8217;assenza di concorrenza è dovuta al permanere di barriere all&#8217;ingresso di palmare evidenza: l&#8217;integrazione verticale dell&#8217;ex monopolista del gas, che controlla anche la rete di trasporto nazionale, e tutte le norme che impediscono l&#8217;arrivo di nuovi entranti sul mercato nel trasporto ferroviario (in particolare regionale, ma anche nell&#8217;alta velocità e nel cargo non sono tutte rose e fiori). In altri casi, dove la concorrenza &#8220;nel mercato&#8221; non è possibile &#8211; per esempio acqua, rifiuti, e in parte trasporto urbano &#8211; l&#8217;ostinazione dei comuni nell&#8217;affidare direttamente il servizio anziché passare attraverso procedure a evidenza pubblica è un formidabile cocktail di azzardo morale e inefficienza produttiva. Tant&#8217;è che le società di trasporto pubblico sono tutte in panne a causa dei tagli ai trasferimenti, ma continuano a spendere circa un terzo in più della media europea, a parità di servizio (come <a href="http://brunoleoni.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_44_TPL.pdf">dimostra</a> Ugo Arrigo). Questo significa che, mantenendo l&#8217;offerta inalterata, si potrebbero ridurre i costi (cioè i trasferimenti, o il biglietto) di circa un terzo, ovvero che, a parità di entrate, si potrebbero offrire un terzo delle corse in più. Ora, se le gare non vengono bandite (o se, dove la concorrenza in senso consueto è possibile, essa non è consentita o è scoraggiata) non è perché stia scritto nelle stelle: è perché, con le loro scelte e prassi, o con le norme che approvano oppure che non abrogano, i nostri politici (nazionali e locali) lasciano che le cose siano e restino in questi termini. La questione è aggravata e resa ancor più patologica dal fatto che la maggior parte dei monopolisti (nazionali, come l&#8217;Eni, o locali, come le municipalizzate), sono controllati o posseduti da enti pubblici. Questo crea un conflitto di interesse enorme in capo al soggetto pubblico che è al tempo stesso regolatore (e quindi teoricamente incaricato di proteggere l&#8217;interesse pubblico) e azionista (e quindi titolare di un interesse privato). Se non si privatizza, le liberalizzazioni sono a rischio (nelle prossime settimane pubblicheremo uno studio realizzato assieme a Mattia Bacciardi proprio su questi temi); se non si liberalizza, i prezzi resteranno alti e la qualità bassa. Viceversa, assetti privatistici tendono a creare spinte verso l&#8217;efficienza (Lucia Quaglino lo illustra attraverso il caso del <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-Report-Acqua_Libera.pdf">servizio idrico</a>).</p>
<p>Oltre alla mancanza di concorrenza, c&#8217;è poi il drammatico peso degli interventi diretti sul livello dei prezzi da parte della politica. Agnoli riflette sul peso degli oneri parafiscali (come i sussidi alle fonti rinnovabili) sulla bolletta elettrica, e sulle conseguenze della struttura del nostro mercato (che lega i prezzi alle indicizzazioni contrattuali, anziché all&#8217;effettivo gioco di domanda e offerta) su quella del gas. Salvia si occupa invece dei carburanti, dove &#8211; se pure c&#8217;è un <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL_Report-Carburanti.pdf">problema ovvio di concorrenza</a> (ce ne siamo occupati con Stefano Verde) - a determinare le ultime impennate sono stati gli incrementi delle accise, per entità e frequenza senza precedenti (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_99_Cultura_Accise.pdf">qui</a> con Filippo Cavazzoni sull&#8217;aumento pro-Fus, e <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/05/manovra-monti-piu-accise-meno-crescita/">qui</a> sul &#8220;regalo natalizio&#8221; di Mario Monti agli automobilisti). Se poi aggiungiamo la Robin Tax, che ha una serie di conseguenze anti-concorrenziali come ha notato la stessa Autorità per l&#8217;energia in una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/016-11pas.pdf">segnalazione</a> (inascoltata) a Parlamento e governo, il quadro è completo.</p>
<p>La morale della storia è piuttosto semplice, dunque: la maggior parte degli aumenti osservati, molti dei quali si sono amplificati proprio quando non dovevano, cioè nel mezzo della recessione, sono legati a scelte politiche. La scelta di introdurre nuove imposte, per esempio; oppure quella di proteggere posizioni di rendita o di monopolio; o, ancora, la scelta di non far nulla per intaccare tali rendite. In alcuni casi ci si è provato, ed è andata male, ora per le opposizioni parlamentari (come per il ddl Lanzillotta e l&#8217;emendamento Morando, ai tempi del governo Prodi, sulla separazione di Snam Rete Gas dall&#8217;Eni), ora a causa del ciclone referendario (come per l&#8217;acqua e i servizi pubblici), ora per la forte resistenza degli interessi colpiti (come con la controriforma, abortita, dell&#8217;ordinamento forense). In tutti questi casi, e in molti altri, fatti salvi pochi coraggiosi che hanno tentato e hanno fallito (ma hanno tentato e lo hanno fatto con convinzione e con tutti i mezzi di cui disponevano), la maggior parte della nostra classe dirigente è stata o attivamente responsabile delle norme anticoncorrenziali, o passivamente solidale con le lobby. Non sono sicuro su quale di questi due comportamenti sia peggiore. All&#8217;atto pratico, comunque, non fa grande differenza, perché il risultato è che, proprio mentre il paese si impoverisce, il costo dei fattori di produzione aumenta; e il paese si impoverisce anche perché non riesce ad accedere a servizi essenziali a prezzi e con qualità comparabili a quelle dei concorrenti. Che si tratti di norme o di imposte, ancora una volta, non fa molta differenza, perché il risultato è essenzialmente lo stesso.</p>
<p>Così, la fotografia scattata nei tre articoli citati all&#8217;inizio di questo post non è solo deprimente perché indica il salasso a cui andiamo incontro; è anche e soprattutto devastante perché rappresenta la cifra dei problemi italiani, problemi che ben pochi sembrano voler realmente risolvere. E&#8217; perlomeno singolare, d&#8217;altra parte, che i nostri politici non trovino di meglio, per chiudere l&#8217;anno, che creare nuove tasse e nuove barriere, senza toccare nessuna di quelle vecchie. Il loro modo di augurarci &#8220;felice 2012&#8243; è provocare aumenti nei prezzi dei beni e servizi essenziali: o perché lo scelgono consapevolmente, o perché neppure se ne rendono conto, tanto sono occupati a razzolare tra le loro e nostre miserie.</p>
<p>Tante grazie, buon anno anche a voi e andate a farvi fottere.</p>
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		<title>Provocazione natalizia: esistono sussidi buoni?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 19:54:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La risposta breve è no, non esistono sussidi buoni. La risposta lunga e complessa è che, in alcuni casi, un sussidio può essere un second best, nell&#8217;impossibilità di risolvere i problemi per vie dirette. Come nel caso delle interconnessioni energetiche.
Lo spunto per affrontare questo tema mi viene da un bell&#8217;articolo di Federico Rendina sul Sole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La risposta breve è no, non esistono sussidi buoni. La risposta lunga e complessa è che, in alcuni casi, un sussidio può essere un <em>second best</em>, nell&#8217;impossibilità di risolvere i problemi per vie dirette. Come nel caso delle interconnessioni energetiche.</p>
<p><span id="more-11086"></span>Lo spunto per affrontare questo tema mi viene da un <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-12-24/litalia-nuova-sfida-081345.shtml?uuid=AaKcaMXE">bell&#8217;articolo di Federico Rendina</a> sul <em>Sole 24 Ore </em>di oggi, che parla dell&#8217;opportunità per l&#8217;Italia di diventare un hub energetico &#8211; sia nel gas, sia nell&#8217;elettrico &#8211; per l&#8217;Europa meridionale. Rendina spiega che il nostro paese, per posizione geografica, ha una serie di vantaggi &#8220;naturali&#8221;. La realizzazione di nuovi gasdotti o elettrodotti, ricorda Rendina, è sostenuta anche dalla Bers (la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), che eroga circa 2,5 miliardi di euro all&#8217;anno per progetti nel Mediterraneo di cui circa 600 milioni potenzialmente su infrastrutture energetiche. Al di là della valutazione sui singoli progetti (e tenendoci ben lontani dal &#8220;gioco del pollo&#8221; tra South Stream e Nabucco), ci sono in questa riflessione due aspetti importanti.</p>
<p>Uno riguarda la funzione che un paese può esercitare in quanto &#8220;hub&#8221;. Qualcuno, quando si è discusso di questi temi (anche per le sollecitazioni dell&#8217;ex presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Alessandro Ortis, ricordate dallo stesso Rendina) tende a liquidare la questione con uno sbuffo di &#8220;orgoglio nazionale&#8221;, come se conquistare la posizione di snodo cruciale per gli approvvigionamenti energetici europei fosse dequalificante. In realtà, si tratta di una grande opportunità di liberalizzazione, concorrenza e crescita.</p>
<p>Il secondo aspetto ha a che vedere con la natura delle infrastrutture che dovrebbero essere prese in considerazione per un sussidio. Su questo aspetto, credo sia opportuno adottare una definizione <em>molto</em> restrittiva &#8211; sicuramente più di quella della Bers (che implicitamente Federico condivide). Il fatto è che costruire infrastrutture di adduzione è possibile e non vi sono particolari ostacoli, in generali. Infatti, specie se si guarda a livello europeo, esistono numerose infrastrutture controllate da soggetti diversi. In prospettiva ne serviranno di più (specie se davvero paesi come la Germania abbandoneranno il nucleare) ma non c&#8217;è particolare ostacolo <em>teorico</em> alla loro realizzazione.</p>
<p>Dove invece l&#8217;Europa è deficitaria (sia nell&#8217;elettrico, sia nel gas) è nelle interconnessioni. Le interconnessioni fisiche sono fondamentali perché consentono di mettere in comunicazione mercati che oggi non lo sono, o lo sono solamente per una quota marginale dell&#8217;energia da essi domandata. La domanda rilevante è: perché le interconnessioni sono insufficienti? Se si guardano i <a href="http://www.energy.eu/">differenziali di prezzo</a>, al netto delle imposte e degli oneri tariffari, non sembra esservi una specifica ragione di mercato. Se il mercato europeo fosse realmente integrato, dovremmo vedere prezzi convergenti (ciò che non vediamo neppure a livello nazionale, date le troppe strozzature che ancora restano!). Poiché ciò non accade, deve esserci una ragione. Dubito essa consista nel costo delle infrastrutture stesse: per l&#8217;elettricità e il gas, il costo dell&#8217;infrastruttura è relativamente piccolo rispetto al valore del bene scambiato. La mia risposta &#8220;scolastica&#8221; è che i paesi europei sono poco interconnessi a causa di una serie di ostacoli &#8220;politici&#8221; dovuti al fatto che, nella maggior parte di essi, il mercato vede la presenza di un soggetto dominante di proprietà pubblica, che riesce a mantenere &#8220;isolato&#8221; il &#8220;suo&#8221; mercato allo scopo di estrarvi una rendita monopolistica, più o meno grande.</p>
<p>A parità di scelte normative e regolatorie, interconnessioni più fitte &#8220;allargherebbero&#8221; le dimensioni del mercato, superandone l&#8217;attuale balcanizzazione e trasformando quella che oggi è poco più della somma di vari mercati nazionali o regionali, in un unico mercato interno. Questo, senza bisogno di altri provvedimenti (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">pure necessari</a>), avrebbe l&#8217;effetto di mettere in modo meccanismi competitivi oggi sconosciuti. Non solo: aumenterebbe anche la sicurezza del sistema, rendendo le reti più &#8220;magliate&#8221; e meglio connesse, e scongiurando il pericolo (come avvenne alcuni anni fa con la crisi del gas russo-ucraina) che alcuni paesi restino &#8220;a secco&#8221;, mentre altri neppure si accorgono degli shock. Più è ampio il sistema, più è facile &#8220;spalmare&#8221; gli shock e assorbirli senza effetti negativi o con effetti negativi piccoli e tollerabili. Questo vale anche per i mercati relativamente aperti (come, in Italia, quello elettrico) ma è essenziale per quelli poco o per nulla concorrenziali (come l&#8217;elettrico francese o il gas italiano).</p>
<p>La mia conclusione, dunque, è che i sussidi sono sempre sbagliati, ma se proprio vanno erogati, sarebbe opportuno farlo a favore di interconnessioni interne all&#8217;Unione europea. Questo anche perché sarebbe un modo di controbilanciare il &#8220;potere politico&#8221; dei monopolisti nazionali, riducendone non tanto l&#8217;influenza sui governi, quanto l&#8217;effettiva capacità di controllare il mercato. Ciò non esimerebbe dall&#8217;intraprendere altre misure di apertura e liberalizzazione, ma certo le renderebbe più facili e farebbe crollare una delle grandi barriere &#8220;oggettive&#8221; che attualmente impediscono all&#8217;Europa di chiamare se stessa un mercato unico.</p>
<p>Quindi, la risposta alla domanda contenuta nel titolo è questa: non esistono sussidi buoni, ma esistono sussidi meno buoni di altri, ed esistono sussidi che, pur essendo in sé discutibili, possono controbilanciare altre cose ancora meno buone. Per citare <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Barbalbero">Barbalbero</a>,</p>
<blockquote><p>Io non sto dalla parte di nessuno perché nessuno è del tutto dalla mia parte; ci sono però, beninteso, casi in cui io sono del tutto dalla parte opposta.</p></blockquote>
<p>Se parliamo di monopolisti pubblici, bé, io sto del tutto dalla parte opposta. Perfino se questo implica accettare una piccola dose di sussidi.</p>
<p>Buon Natale a tutti!</p>
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		<title>Di elettricità e cospirazioni</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/09/22/di-elettricita-e-cospirazioni/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 09:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggendo i resoconti sulle audizioni delle imprese elettriche all&#8217;Autorità per l&#8217;energia, mi è venuta in mente una famosa citazione di Adam Smith:
Raramente la gente dello stesso mestiere si ritrova insieme, anche se per motivi di svago e di divertimento, senza che la conversazione risulti in una cospirazione contro i profani o in un qualche espediente per far alzare i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo i resoconti sulle audizioni delle imprese elettriche all&#8217;Autorità per l&#8217;energia, mi è venuta in mente una famosa citazione di Adam Smith:</p>
<blockquote><p>Raramente la gente dello stesso mestiere si ritrova insieme, anche se per motivi di svago e di divertimento, senza che la conversazione risulti in una cospirazione contro i profani o in un qualche espediente per far alzare i prezzi.</p></blockquote>
<p><span id="more-10114"></span>Come si legge in un affilato commento su <em>Quotidiano energia </em>(<a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=56205">qui</a>, ma solo per abbonati)</p>
<blockquote><p>Sul mercato elettrico, i produttori spingono per un anticipo “transitorio” del disegno di capacity payment che, tra non pochi mal di pancia di una parte del settore, è stato per ora rinviato al 2017 dall’Autorità per l’Energia.</p></blockquote>
<p>Inoltre,</p>
<blockquote><p>Di qui la proposta sulla possibile introduzione, anche nel gas come esiste appunto nell’elettrico, di strumenti regolatori attraverso il riconoscimento di una remunerazione specifica che possa tutelare i produttori dalle fluttuazioni del prezzo spot.</p></blockquote>
<p>E, per non farsi mancare nulla,</p>
<blockquote><p>intanto i grossi consumatori cercano ricette per il carogas con un sistema di rilascio di disponibilità sui gasdotti con l’estero attualmente poco utilizzati, sempre (ma non solo – QE20/9) per effetto della congiuntura.</p></blockquote>
<p>La situazione ha, evidentemente, del paradossale, seppure ampiamente comprensibile. La recessione ha ridotto volumi e margini nella generazione elettrica, rendendo il parco esistente &#8211; frutto di un boom di investimenti nello scorso decennio &#8211; chiaramente sovradimensionato (una condizione destinata a protrarsi nel breve termine). Le cose non sarebbero state drammatiche come sono, però, se non si fossero sommati tre altri elementi: 1) per ragioni politiche e ambientali, quasi tutto il rinnovamento del parco di generazione ha visto l&#8217;ingresso di cicli combinati a gas, caratterizzati da alti costi marginali; 2) l&#8217;approvvigionamento di gas si regge perlopiù su contratti a lungo termine indicizzati a un paniere di greggi e prodotti petroliferi, che pertanto impongono <em>costi</em> superiori ai <em>prezzi</em> che si trovano sui mercati spot europei: il perdurante regime monopolistico ha impedito ai produttori elettrici (per i quali, in generale, il gas è un costo) di beneficiare della bonanza europea, sicché essi si sono trovati stretti tra volumi (e margini) calanti e costi di produzione stabili; 3) l&#8217;improvvidamente generosa politica di sussidi alle fonti rinnovabili, specie il fotovoltaico, specie nel 2010-2011, ha determinato l&#8217;ingresso di una enorme capacità produttiva (si stima che il solo fotovoltaico raggiungerà alla fine di quest&#8217;anno i 12 GW) totalmente slegata dai segnali di mercato: infatti, essa non risente del calo della domanda in quanto gode di priorità di dispacciamento sulla rete, e non risente (se non minimamente) del calo dei prezzi perché gran parte della remunerazione arriva dai sussidi. Ciliegina sulla torta, il fotovoltaico produce principalmente nelle ore centrali della giornata, quando la domanda (e i prezzi) sono massimi: in questo modo sposta verso destra la curva di offerta e riduce i prezzi di mercato abbassando i costi di generazione dell&#8217;impianto marginale che, nell&#8217;attuale <em>system marginal price</em>, fissa prezzi e margini. [Nota bene: per il consumatore il gioco è comunque a somma negativa, perché il risparmio da minor prezzo è più che compensato dall'extraspesa per incentivi; il gioco resta a somma negativa anche includendo il valore della CO2 non emessa, prezzata ai livelli della borsa europea dei fumi].</p>
<p>Risultato: gli elettrici chiedono il soccorso pubblico per mantenere aperta la capacità in eccesso, e chiedono ulteriore soccorso per tutelarsi dal gap tra il costo del gas e il suo valore di mercato. Gli energivori, a loro volta, chiedono un soccorso uguale e contrario (le <em>gas release</em> possono essere occasionalmente un tampone, ma sono una risposta assolutamente inadeguata al bisogno di concorrenza che c&#8217;è sul mercato gas: ne avevo parlato <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/09/10/gas-release-teoria-del-complotto-o-gioco-delle-coppie/">qui</a>). A questo labirinto l&#8217;Autorità ha tentato di rispondere con la <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/11/098-11arg.pdf">delibera sul <em>capacity payment</em></a>, che stabilisce (dal 2017) un meccanismo di remunerazione della capacità non utilizzata. Tracciare la linea tra il sussidio &#8220;pro bono&#8221; e la necessità effettiva di rete (segnalata anche, mesi fa, dal tentativo di Terna di dare risposta autonoma al problema investendo nei <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/23/patologia-chiama-patologia-lo-strano-caso-dei-pompaggi/">pompaggi</a>) è esercizio di estrema complessità. L&#8217;Autorità tenta di darvi una risposta, ma si tratta &#8211; a mio avviso &#8211; di una risposta inefficiente.</p>
<p>Bisogna, anzitutto, cercare di distinguere, prima a livello teorico, e poi a livello pratico quale e quanta capacità è necessaria e quale e quanta non lo è. La necessità di un eccesso strutturale di capacità dipende dall&#8217;effetto dirompente della produzione rinnovabile (a proposito di conseguenze inintenzionali dei sussidi). Il sistema elettrico, per funzionare, deve sempre essere in equilibrio. Le rinnovabili &#8211; specie sole e vento &#8211; producono in modo intermittente e poco o per nulla prevedibile. Questo significa che, in ogni istante, devono esserci delle centrali convenzionali pronte a essere spente (se improvvisamente spunta il sole o il vento inizia a tirare) o accese (se accade il contrario). A questo tipo di problema Terna ha dichiarato di voler rispondere realizzando nuovi bacini di pompaggio, per accumulare l&#8217;eccesso di produzione e tappare i &#8220;buchi&#8221;. Questa proposta, al di là del merito tecnico, ha un risvolto importante sul mercato: significa che l&#8217;operatore di rete diventa produttore e scende in concorrenza con gli altri operatori? Terna risponde che non è così, sia perché il saldo netto dei pompaggi è negativo (cioè si spende più energia per pompare l&#8217;acqua nei bacini di quanta ne venga prodotta dal percorso inverso), il che farebbe di Terna un <em>consumatore</em>, sia perché la finalità del meccanismo è il bilanciamento della rete, e dunque fa parte dei suoi compiti istituzionali. A me questa spiegazione non pare convincente, per le ragioni che ho spiegato <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/23/patologia-chiama-patologia-lo-strano-caso-dei-pompaggi/">in un altro post</a>, ma non è del tutto peregrina. In ogni caso, un meccanismo di <em>capacity payment</em> finalizzato unicamente al bilanciamento della rete è un male necessario, a prescindere dalla sua traduzione pratica.</p>
<p>Quello che non è necessario &#8211; che è anzi dannoso &#8211; è un meccanismo che vada al di là di questa funzione e che si proponga obiettivi di ben altro tipo, come per esempio (cito dal bizzarro <a href="http://www.autorita.energia.it/it/com_stampa/11/110722_capacity.htm">comunicato</a> con cui l&#8217;Autorità annunciava la delibera di luglio)</p>
<blockquote><p>Tutelare i consumatori dal rischio-prezzi, assicurando un&#8217;adeguata capacità produttiva di energia elettrica, in grado di soddisfare i consumi nel tempo.</p></blockquote>
<p>In realtà, tutelare i consumatori dal rischio prezzi è esattamente la funzione di un mercato competitivo. Il presupposto di una delibera come quella dell&#8217;Autorità è, dunque, che (a) il mercato non sappia fissare i prezzi; (b) il mercato non sappia neppure governare l&#8217;offerta; (c) il regolatore possa conoscere gli uni e l&#8217;altra. Ora, per ripetermi, capisco benissimo che il settore abbia bisogno di ossigeno e che abbia individuato nel <em>capacity payment</em> il pentolone d&#8217;oro alla base dell&#8217;arcobaleno. Ma è davvero nell&#8217;interesse del mercato &#8211; e nell&#8217;interesse stesso di lungo termine dei produttori &#8211; affidarsi a un meccanismo che segna inevitabilmente una regressione verso un controllo regolatorio molto più serrato?</p>
<p>Se l&#8217;obiettivo (reale) della delibera è davvero controllare l&#8217;offerta, nel timore che il mercato non sappia aggiustarsi ai cicli di sovra- e sotto-dimensionamento della capacità produttiva che caratterizzano questo e altri mercati<em> commodity</em>, siamo di fronte a quella che Hayek chiamava la &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Fatal_Conceit">presunzione fatale</a>&#8220;. Cosa ci fa pensare, infatti, che il regolatore &#8220;sappia&#8221; quale è la &#8220;corretta&#8221; capacità produttiva e quanto va remunerata? Il regolatore avrebbe saputo prevedere la recessione, che è il male a cui tutti tentano di rispondere? Se invece l&#8217;obiettivo (reale) della delibera è salvare imprese in difficoltà, è peggio ancora. Perché, come ha scritto <a href="http://knowledgeproblem.com/2011/09/21/resiliency-comes-from-more-risk-of-bank-failure-not-less/">Lynne Kiesling</a>,</p>
<blockquote><p>Regulators believe that by increasing control, by limiting the range of actions that agents can take in complex systems, they are reducing the risk of bad outcomes. But what they do not realize (or choose to ignore) is, as Evans points out <a href="http://www.cityam.com/forum/we-need-banks-fail-more-often-not-less">here</a>, that by imposing more top-down centralized control on their actions and interactions, they reduce the incentives of the agents to develop their own forms of individual control based on their local knowledge and their own experimentation. Thus regulation makes this complex system more rigid, more brittle, less resilient, and therefore regulation does not achieve its stated goals.</p></blockquote>
<p>Il settore stesso ha bisogno di essere davvero aperto, cioè deregolamentato. Infatti, proprio perché il grado di liberalizzazione del mercato elettrico è ormai sufficiente (il nostro <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Indice_Libs/2011/Indice_2011-Presentazione-Web.pdf">Indice</a> lo valuta al 72 per cento), è giunto il momento di sciogliere le briglie. Il che non significa che la situazione non sia estremamente difficile, tanto per ragioni legate all&#8217;andamento generale dell&#8217;economia, quanto per ragioni politiche. Su queste si può e si deve incidere, ma occorre farlo direttamente, non per vie traverse e tortuose. Per esempio, se il governo riesce a dedicare all&#8217;energia un briciolo dell&#8217;attenzione che dedica ad altre cose, sarebbe opportuno, necessario e urgente cancellare immediatamente l&#8217;intervento scellerato sulla Robin Tax &#8211; essa sì in grado di ridurre margini, volumi, concorrenza e affidabilità del mercato tutto in un colpo solo, come peraltro ha rilevato la stessa Autorità in una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/016-11pas.pdf">comunicazione</a> a governo e parlamento (sordi che non vogliono sentire).</p>
<p>Ma, appunto, i problemi non possono essere risolti creandone altri; l&#8217;oggettiva difficoltà del settore elettrico non può trovare risposta nel rifiuto delle logiche concorrenziali. Non si può pensare che, avendo buttato il bambino, tenere l&#8217;acqua sporca possa fornire sollievo o consolazione.</p>
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		<title>Edison: se non puoi vincerli, rimandali</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 15:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;incontro tra il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, e l&#8217;amministatore delegato di Edf, Henri Proglio, si è concluso secondo le attese, spostando al 30 ottobre il calo del sipario sui patti parasociali che legano il colosso francese alla cordatina dei colossini italiani, guidati da A2a, nell&#8217;azionariato di Edison. Non so se i tempi supplementari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;incontro tra il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, e l&#8217;amministatore delegato di Edf, Henri Proglio, si è concluso secondo le attese, spostando al 30 ottobre il calo del sipario sui patti parasociali che legano il colosso francese alla cordatina dei colossini italiani, guidati da A2a, nell&#8217;azionariato di Edison. Non so se i tempi supplementari in questa partita siano una buona notizia. So però che non sta né in cielo né in terra che sia il governo a preoccuparsene.</p>
<p><span id="more-10007"></span>La vicenda è nota e ne abbiamo parlato <a href="http://www.chicago-blog.it/tag/edison/">più volte</a> anche qui su Chicago-blog. Edison, uno dei maggiori attori italiani nell&#8217;elettricità e nel gas, vede il suo capitale diviso tra i francesi di Edf e, attraverso una serie di scatole cinesi, A2a e altre municipalizzate (in particolare Iren, che la partita la sta giocando, o meglio subendo, in proprio). Il matrimonio, nato per convenienza, è finito male. Tutti sanno e tutti sapevano che era destinato dunque al divorzio. Il problema sono le modalità del divorzio, dettate dall&#8217;accordo prematrimoniale (cioè il patto di sindacato) che, per il modo in cui venne redatto, lascia sostanzialmente il campo aperto al coniuge finanziariamente più forte, che pure non è privo di problemi, anche perché l&#8217;altro coniuge non è solo più piccolo ma è anche afflitto da un debito insostenibile che rende di fatto impossibile qualunque ulteriore impegno.</p>
<p>Di fronte a questa telenovela, la reazione più normale del mondo è: fatti loro (cioè degli azionisti). Si scannino pure e la risolvano come gli pare. Purtroppo, il primo a non pensarla così è il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, che è intervenuto a gamba tesa, diversi mesi fa, sullo schema di divisione dei beni che era stato concordato. Risultato dell&#8217;operazione? Mesi persi in trattative estenuanti, gesto d&#8217;orgoglio dei francesi che hanno messo un loro uomo (Bruno Lescoeur) alla testa di Edison, fiorire di ipotesi le più improbabili, e infine, fatalmente, ritorno verso l&#8217;ipotesi iniziale. In sostanza, Edf assumerà il controllo di Edison, mentre A2a guadagnerà i bacini idroelettrici e manterrà un&#8217;opzione call sulle azioni in suo possesso. Nel riassetto potranno entrare anche gli asset di Edipower, che sta in pancia a Foro Buonaparte per il 50 per cento ed è per un altro 20 per cento di A2a, ma queste sono (complicate) variazioni sul tema. Il punto essenziale è: Milano si prende gli alimenti, Parigi trattiene il tetto coniugale. Per ragioni incomprensibili, i politici italiani una cosa del genere, tanto semplice e tanto lineare e tanto ovvia dato il contesto, non la digeriscono. Sicché siamo dove siamo.</p>
<p>Siamo, cioè, al punto che la cosa diventa l&#8217;oggetto di un vertice tra il ministro italiano dello Sviluppo economico e il numero uno di Edf. Commento di Proglio: &#8220;<a href="http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Edison-Proglio-Edf-andata-Milano-bel-tempo/05-09-2011/1-A_000244061.shtml">a Milano fa bel tempo</a>&#8220;. Commento di Romani: &#8220;<a href="http://www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/201109051532-eco-rt10137-edison_romani_cordata_italiana_aperta_ogni_possibilita">si aprono tutte le possibilità</a>&#8221; (inclusa quella di una cordata italiana pronta a respingere lo straniero). Lo stile è l&#8217;uomo.</p>
<p>Dicevo che questo vertice è una pagina vergognosa. Perché? Perché Romani non c&#8217;entra nulla, il governo non c&#8217;entra nulla, la politica (se non locale, e indirettamente) non c&#8217;entra nulla con la trattativa in corso. Il controllo di Edison non è &#8220;strategico&#8221; in nessun senso del termine. Il Tesoro non possiede, direttamente o indirettamente, partecipazioni in Edison né nei suoi azionisti. L&#8217;intero confronto dovrebbe interessare i vertici di A2a (e soci) e quelli di Edf. La trattativa dovrebbe svolgersi a livello aziendale.</p>
<p>Perché il ministro ritiene di doverci mettere il becco? Lo fa su mandato del presidente del Consiglio? O del ministro dell&#8217;Economia? E a che titolo ha ricevuto questo mandato? Oppure lo fa su mandato dei vertici di A2a? E a che titolo il ministro dello Sviluppo obbedisce ai vertici di un&#8217;azienda quotata? O, ancora, lo fa su richiesta dei maggiori azionisti di A2a, cioè i sindaci di Milano e Brescia? (Vale la pena ricordare che, appena eletto, Giuliano Pisapia <a href="http://www.blitzquotidiano.it/economia/edison-a2a-riapre-la-trattativa-con-edf-pisapia-vede-tremonti-919507/">incontrò</a> Tremonti proprio a proposito di Edison &#8211; perché?). Se è così, perché Romani, anziché occuparsi dei problemi che ha in agenda, si preoccupa delle patologie del capitalismo municipale?</p>
<p>Sono le domande che chiunque dovrebbe porsi di fronte a un simile, dannoso, imbarazzante pasticcio.</p>
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		<title>Gnl Porto Empedocle. L&#8217;Italia del gas fa un passo avanti</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 17:16:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il rigassificatore di Porto Empedocle si farà. Il Consiglio di stato ha accolto i ricorsi dell&#8217;Enel (attraverso la società Nuove Energie, di cui Viale Regina Margherita detiene il 90 per cento) e del comune di Porto Empedocle, affiancati da Confindustria Sicilia, contro la decisione del Tar Lazio di quasi cancellare la valutazione d&#8217;impatto ambientale (via) per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2011/20-luglio-2011/porto-empedocle-rigassificatore-si-fara-1901131482679.shtml">Il rigassificatore di Porto Empedocle si farà</a>. Il Consiglio di stato ha accolto i ricorsi dell&#8217;Enel (attraverso la società Nuove Energie, di cui Viale Regina Margherita detiene il 90 per cento) e del comune di Porto Empedocle, affiancati da Confindustria Sicilia, contro la decisione del Tar Lazio di quasi cancellare la valutazione d&#8217;impatto ambientale (via) per il rigassificatore in seguito a un ricorso del comune di Agrigento. Della decisione del Tar Lazio ci eravamo occupati <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/12/20/chi-il-rigassificatore-ferisce-di-inedia-perisce%E2%80%A6/">qui</a>, con Luciano Lavecchia. Quella di oggi è, finalmente, una buona notizia.</p>
<p><span id="more-9697"></span>Il comune di Agrigento (che non è territorialmente interessato dal rigassificatore), col supporto di varie associazioni più o meno ambientaliste, si era opposto alla realizzazione di un rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi, la cui realizzazione è prevista nel comune di Porto Empedocle (favorevole all&#8217;opera) e che, tra le opere compensative, prevede la completa riqualificazione del porto della città siciliana. Un investimento dell&#8217;ordine di 800 milioni di euro che consentirà di attrarre gas liquefatto, probabilmente proveniente dalla Nigeria (con Luciano abbiamo brevemente ricostruito la <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/12/20/chi-il-rigassificatore-ferisce-di-inedia-perisce%E2%80%A6/">storia</a> paradossale di quel gas, coperto da un contratto siglato ai tempi dell&#8217;impianto, abortito, di Monfalcone e successivamente swappato con Gaz de France con annesse penali che tuttora i consumatori elettrici italiani pagano in bolletta sotto forma di stranded cost).</p>
<p>La vicenda è davvero surreale. Non c&#8217;è alcun argomento razionale, infatti, per cui un comune privo di collegamento territoriale col rigassificatore, privo di ricadute negative derivanti dalla sua realizzazione, e <span style="text-decoration: underline;"><strong><em>privo pertanto di compensazioni</em></strong></span>, abbia deciso di mettersi alla guida di una eterogenea coalizione di soggetti &#8211; da Legambiente all&#8217;Arci &#8211; determinati a impedire la realizzazione dell&#8217;investimento. Le motivazioni della decisione non sono ancora note, poiché al momento ne è stato pubblicato solo il dispositivo. Il fatto è, semplicemente, che l&#8217;intervento a gamba tesa del Tar contro una Via condotta, per una volta, con tutti i crismi, era assolutamente incomprensibile, al punto da essere citato, in un puntuto editoriale di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-04/litalia-bloccata-fare-112643.shtml?uuid=AaohZ8cD&amp;fromSearch">Carmine Fotina e Jacopo Giliberto</a> sul <em>Sole 24 Ore</em> di qualche settimana fa, come uno degli esempi più clamorosi di un paese che respinge gli investimenti e, con essi, le prospettive di crescita. Opposizione, quella al rigassificatore, ancora più incomprensibile in una regione come la Sicilia e in un momento come l&#8217;attuale: dire no all&#8217;impianto avrebbe significato dire no a un&#8217;opportunità forse unica di rilancio industriale, di creazione (parte transitoria parte permanente) di opportunità occupazionali, di generazione di infinite esternalità positive. Non è solo retorico, il commento dell&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Enel, Fulvio Conti, secondo cui</p>
<blockquote><p>Il rigassificatore che realizzeremo a Porto Empedocle è fondamentale per la diversificazione degli approvvigionamenti del Paese, strategico per l&#8217; integrazione verticale dell&#8217; Enel nella filiera del gas naturale e di grande stimolo per lo sviluppo dell&#8217; economia siciliana.</p></blockquote>
<p>La realizzazione del rigassificatore è importante anche per un&#8217;altra ragione. Come già ha dimostrato l&#8217;impianto di Rovigo, nella sua quotidiana operatività, un rigassificatore, date le condizioni dell&#8217;approvvigionamento di metano del nostro paese, rappresenta ben più di un&#8217;infrastruttura strategica: è un&#8217;opera pivotale per mettere il paese in sicurezza contro i possibili shock esterni derivanti da una dipendenza eccessiva da mezzi di trasporto come i tubi che sono rigidi per ragioni fisiche e per ragioni contrattuali. Ogni rigassificatore è in più è un piccolo colpetto al monopolio: perché implica che nuovo gas si riverserà sul mercato, perché collega il nostro paese a nuovi paesi fornitori (a Rovigo hanno scaricato navi provenienti dal Qatar, dall&#8217;Egitto, dal Nordeuropa e persino dal Pacifico), perché produce sicurezza per il paese e opportunità per i consumatori, perché non può non generare più concorrenza e perché, in prospettiva, l&#8217;aumento dell&#8217;offerta renderà sempre meno credibili gli argomenti scanditi con monotona arroganza dal monopolista a difesa di sé e dei suoi privilegi.</p>
<p>Più infrastrutture abbiamo, più esse sono gestite da soggetti diversi dall&#8217;<em>incumbent</em>, più ci collegano a paesi che in passato non erano nostri fornitori, e più sottile si farà il pavimento lobbistico su cui passeggia il monopolista. Ciò che è bene per il mercato, è bene per il paese.</p>
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		<title>Autorità energia. Bortoni ha parlato</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 11:43:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri il presidente dell’Autorità per l’Energia, Guido Bortoni, ha letto la sua prima relazione annuale. Cosa ha detto? (Qui il testo della presentazione, qui la mia “best guess” della vigilia).
Bortoni ha affrontato una serie di questioni molto interessanti, e lo ha fatto in modo tale da fornire importanti indicazioni sugli orientamenti del nuovo collegio. Meritano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri il presidente dell’Autorità per l’Energia, Guido Bortoni, ha letto la sua prima relazione annuale. Cosa ha detto? (<a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/11/ra11_presentazione.pdf">Qui</a> il testo della presentazione, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/07/05/energia-relazione-annuale-cosa-dira-bortoni/">qui</a> la mia “best guess” della vigilia).</p>
<p><span id="more-9493"></span>Bortoni ha affrontato una serie di questioni molto interessanti, e lo ha fatto in modo tale da fornire importanti indicazioni sugli orientamenti del nuovo collegio. Meritano eguale attenzione i detti, i non-detti, e i quasi-detti. Una serie di elementi erano, in qualche modo, stati anticipati da interventi precedenti: per esempio, sulle rinnovabili ha ribadito le perplessità già ampiamente espresse in una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/audizioni/parlamentari/012-11pas.pdf">segnalazione</a> del 19 maggio, e sulla polemica relativa all’intenzione di Terna di investire nei <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/23/patologia-chiama-patologia-lo-strano-caso-dei-pompaggi/">pompaggi</a> ai fini del bilanciamento della rete tutto quello che l’Autorità intende dire si trova <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/013-11pas.pdf">qui</a>. Su alcuni temi ha lasciato il fiato sospeso a molti, compreso yours truly: l’Autorità</p>
<blockquote><p>sta per definire una modifica del disegno del mercato nel segno dell’istituzione di un sistema di remunerazione della capacità produttiva di energia elettrica nel medio-lungo termine (c.d. capacity payment).</p></blockquote>
<p>Su tre temi, però, bisogna approfondire: l&#8217;introduzione di un meccanismo di capacity payment, la progressiva liberalizzazione del mercato del gas e il ruolo dell&#8217;autorità. Sui primi due, mi permetto di rimandare al mio pezzo sul Foglio e a quello di <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/pdf/radD2578.tmp.pdf">Massimo Mucchetti</a> sul Corriere della sera, che affrontano esattamente le stesse questioni da prospettive leggermente diverse (essenzialmente per me il bicchiere è potenzialmente mezzo pieno, per Massimo mezzo vuoto: in ogni caso mi pare che entrambi ci vediamo dentro 60 centilitri).</p>
<p>Sul ruolo dell&#8217;Autorità ho accennato sul Foglio, ma vorrei approfittare di Chicago-blog per qualche considerazione disordinata. Il precedente collegio veniva accusato di essere troppo prolifico (anche al di là del merito dei singoli atti). Ieri Bortoni ha segnato su questo punto, seppure senza enfatizzarlo, l&#8217;elemento di massima discontinuità rispetto alla gestione di Alessandro Ortis. Bortoni ha speso una porzione di tempo altrimenti inspiegabile sul principio di &#8220;regolazione-capacitazione&#8221;, cioè</p>
<blockquote><p>il primo obiettivo di una regolazione moderna consiste proprio nella definizione  di un insieme di regole volte a “capacitare” i diversi attori così da allineare il perseguimento dei loro legittimi obiettivi individuali all’interesse del sistema nel suo complesso ed a quello dell’insieme dei consumatori in particolare. Affinché questa fase di regolazione ex ante possa funzionare in maniera efficace è necessario affiancarla con una fase ex post, nella quale monitorare e garantire il rispetto delle regole attraverso le opportune azioni di enforcement.</p></blockquote>
<p>Tale principio servirebbe come antidoto contro la</p>
<blockquote><p>tentazione paternalistica insita in una iper-regolazione, eccessivamente ambiziosa nell’immaginare di potersi sostituire sempre e comunque al consumatore da un lato, ed alla fantasia e creatività degli operatori dall’altro. Laddove possibile, è il mercato che deve proporre la soluzione più adatta alle esigenze di ciascun consumatore.</p></blockquote>
<p>Parole chiare e condivisibili, anche se vanno poi qualificate negli atti. Un operatore, a margine della relazione, ha commentato con una battuta fulminante: “dalla santa regolazione alla regolazione condivisa (con alcuni)”. Una battuta probabilmente ingenerosa, ma che coglie un rischio o, se preferite, un’incertezza relativa alle scelte future di un collegio appena insediatosi attraverso un processo politico farraginoso e piuttosto disomogeneo al suo interno (elemento che alcuni ritengono peraltro un valore, anche se non ne sono del tutto convinto).</p>
<p>Bortoni ha poi insistito molto sulla capacità dell&#8217;autorità di decidere secondo &#8220;indipendenza e merito tecnico&#8221;. Bortoni stesso é un tecnico &#8211; a parte la breve parentesi al ministero dello Sviluppo prima con Claudio Scajola e poi con Paolo Romani, ha speso buona parte della sua carriera come direttore dell&#8217;area Mercati, oggi affidata all&#8217;ottimo Massimo Ricci. Questa insistenza su questi temi ha persino infastidito alcuni operatori presenti in sala, che hanno lamentato l&#8217;eccessiva generalità dell&#8217;intervento e la scarsezza di indicazioni concrete (che pure, su alcuni temi molto precisi, non sono mancate: in modo esplicito, per esempio, sulla pratica peraltro marginale di allacciare contratti non richiesti, in modo più criptico sulla tutela del consumatore nel mercato gas). Personalmente credo che il presidente abbia fatto bene a dichiarare il suo orientamento e il tipo di approccio che intende avere nell&#8217;attività regolatoria.</p>
<p>Il collegio precedente &#8211; e, ancora prima, quello guidato da Pippo Ranci &#8211; avevano la missione di costruire un mercato che fino a dieci anni fa non esisteva. Le cose potevano essere fatte meglio? Alcuni scivoloni si potevano evitare? Cose fatte sarebbe stato meglio non farle, e cose non fatte farle. Ma il bilancio di questi 15 anni &#8211; lo ha riconosciuto lo stesso Bortoni &#8211; é indubitabilmente ed enormemente positivo. Proprio per questo, però, si pone il problema, almeno nel mercato elettrico, di superare una regolamentazione che era stata pensata in un momento in cui il mercato, gli operatori e i consumatori erano tutti più immaturi. Ora si può cominciare a ragionare sulla “fase 2”: cosa che, del resto, si stava già facendo nella fase conclusiva della gestione Ortis. Per esempio, ha ancora senso, nell’elettrico, mantenere delle tariffe di riferimento? O non sarebbe il caso di superare un sistema di tutele del consumatore di natura “pubblicistica” e muovere verso forme più privatistiche?</p>
<p>In questo, Bortoni sembra intenzionato a ingranare la marcia giusta. Restano aperti, tuttavia, vari punti. Uno è proprio quello della rete gas: il presidente dell’Authority ha detto chiaramente di trovare “preferibile” la separazione proprietaria rispetto a forme ibride come quella scelta dal governo, ma quali misure intende prendere per favorire questa evoluzione? E’ vero che non è competenza dell’Aeeg procedere, ma è dovere del regolatore svolgere una funzione di segnalazione e consiglio che non può ignorare un tema tanto rilevante (su questo concordo con Mucchetti). Un altro, più ampio e meno “di puntiglio”: alle parole seguiranno i fatti? Bortoni saprà mantenere alla “sua” Autorità l’indipendenza che tutti hanno riconosciuto – sovente lamentandosene – ai collegi precedenti? Una prima risposta verrà man mano che la riforma dell’organizzazione interna si dipanerà e diverrà operativa – riforma che ha sollevato contestazioni e discussioni a non finire e che va valutata nella sua operatività, e alla luce delle persone che saranno a chiamate a ricoprire i diversi incarichi.</p>
<p>Le parole sono, dunque, incoraggianti. Adesso dovranno essere fatti e comportamenti effettivi a parlare.</p>
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		<title>Energia, relazione annuale. Cosa dirà Bortoni?</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 09:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domani, il presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Guido Bortoni, leggerà la sua prima relazione annuale. Cosa dirà?
Il nuovo collegio si è insediato a febbraio 2011, e quindi ha preso possesso dell&#8217;Autorità da un tempo troppo breve per poter vantare dei risultati. Non si può dire, però, che sia rimasto inattivo: ha già assunto (se non ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domani, il presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Guido Bortoni, leggerà la sua prima relazione annuale. Cosa dirà?</p>
<p><span id="more-9488"></span>Il nuovo collegio si è insediato a febbraio 2011, e quindi ha preso possesso dell&#8217;Autorità da un tempo troppo breve per poter vantare dei risultati. Non si può dire, però, che sia rimasto inattivo: ha già assunto (se non ho contato male) 121 delibere, quasi una al giorno. Per confronto, il collegio precedente, nello stesso periodo (15 febbraio-5 luglio) ne aveva prodotte 164 (ed era ritenuto, dai critici, troppo prolifico). Questi numeri vanno letti per quello che sono: come mera statistica descrittiva, priva di qualunque implicazione. La produttività non si misura, in questi casi, col numero degli atti, ma col loro contenuto (e, a parità di contenuto, è meglio fare meno atti). La delibera forse più interessante non ha a che fare col &#8220;mondo esterno&#8221;, ma con la stessa Autorità, che viene profondamente <a href="http://www.autorita.energia.it/it/docs/11/017-11gop.htm">riformata</a>, col superamento della segreteria generale &#8220;forte&#8221; &#8211; che ne aveva caratterizzato il funzionamento fino a oggi &#8211; e uno più articolato spacchettamento delle funzioni. Vedremo quali effetti avrà la riforma sulle attività dell&#8217;Aeeg.</p>
<p>Né si può dire che la cinquina guidata da Bortoni sia arrivata a Piazza Cavour in un momento poco movimentato. Solo per citare gli eventi più clamorosi, che direttamente o indirettamente impattano sulle sue decisioni, in questi mesi abbiamo avuto la guerra in Libia (con la chiusura del gasdotto Greenstream), lo scontro Enel-Terna sui pompaggi, il recepimento del terzo pacchetto energia, il referendum sul nucleare, il gran casino sulle rinnovabili (apparentemente ancora in corso). Tutto ciò ha, ovviamente, conseguenze importanti sui mercati, in un momento di ripresa (nel 2010, la domanda elettrica e quella di gas sono tornate a crescere, dopo il grande tonfo del 2009).</p>
<p>Cosa dirà Bortoni, di tutto questo? Sarà interessante vedere quale stile sceglierà &#8211; se ruvido come quello del suo predecessore, Alessandro Ortis, che ha sempre impiegato la relazione annuale per costringere la politica a confrontarsi col &#8220;da farsi&#8221;, oppure più vellutato. Sarà anche utile vedere quali messaggi vorrà lanciare e in che modo intenderà caratterizzare la propria attività, posto che &#8211; essendo la prima relazione annuale &#8211; tutti si aspettano che in qualche modo Bortoni tracci un &#8220;manifesto&#8221; delle intenzioni del nuovo collegio.</p>
<p>A me pare che, al di là di tutto, ci siano almeno due temi, sul piatto, che meriterebbero l&#8217;attenzione di Bortoni. Uno è quello della liberalizzazione del mercato del gas: sgombrato il campo dall&#8217;equivoco nucleare, è chiaro che non solo l&#8217;Italia, ma la stessa Europa troverà sempre più nel metano il suo baricentro. Questo rende assolutamente improrogabile il ricupero di margini di efficienza e concorrenzialità nel settore: qual&#8217;è la posizione dell&#8217;Autorità? La linea Ranci-Ortis sulla separazione proprietaria della rete dall&#8217;operatore dominante quale perno della liberalizzazione è confermata oppure cambia? O, ancora, l&#8217;Autorità decide di non esprimere posizione rispettando l&#8217;autonomia della politica (ma venendo meno, in qualche maniera, al suo ruolo di indicazione e consiglio)? E, soprattutto, l&#8217;Autorità sceglierà di porre il problema in questa sede, oppure utilizzerà altri momenti e altre sedi, sostituendo il confronto per così dire pubblico con la tattica del caldeggiare in modo più soft le misure che si ritengono necessarie?</p>
<p>L&#8217;altra faccenda su cui mi aspetto di sentire &#8211; o non sentire, che sarebbe ugualmente indicativo &#8211; qualche parola è il ruolo dell&#8217;Autorità e la sua indipendenza, recentemente messa più volte in discussione con pensieri, parole, opere e omissioni da parte del governo, della maggioranza e della stessa opposizione (che, con lodevoli eccezioni, ha difeso l&#8217;Autorità solo quando non era più in pericolo, oppure quando la battaglia era già persa). Fino a che punto l&#8217;Autorità ritiene che la propria autonomia &#8211; decisionale, finanziaria, organizzativa, e nella scelta degli uomini (o donne) da promuovere e rimuovere &#8211; sia un valore da preservare, in che modo intende preservarlo, e quanto ritiene di dover rendere pubblica non solo la difesa di questo valore, ma anche la sua semplice affermazione?</p>
<p>Al di là di tutto l&#8217;inevitabile contorno &#8211; e dell&#8217;eventuale approfondimento sui problemi ancora aperti nel sostegno alle fonti verdi, che l&#8217;Aeeg ha spesso denunciato come eccessivamente oneroso &#8211; e dei salamelecchi di rito, credo siano questi i grandi problemi aperti e le grandi questioni su cui l&#8217;Autorità deve prendere posizione, con le parole e/o con i fatti. La trasparenza nel dichiarare gli obiettivi che intende perseguire, e i mezzi con cui intende perseguirli, incluso il mix tra esposizione pubblica e discrezione, è importante perché tutti possiamo esprimere un giudizio sulla conduzione della cinquina (oltre a <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Bortoni_cv.pdf">Bortoni</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Biancardi_cv.pdf">Alberto Biancardi</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Carbone_cv.pdf">Luigi Carbone</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Colicchio_cv.pdf">Rocco Colicchio</a> e Valeria Termini).</p>
<p>Guido Bortoni ha tutte le carte in regola per essere un buon presidente: conosce il settore, è consapevole delle conseguenze (anche in termini di business dei regolati) delle sue decisioni, e sa ascoltare. Nel fare ancora una volta gli auguri per la nuova missione, attendo la relazione annuale nella speranza che offra il pretesto per dichiarare i grandi obiettivi che l&#8217;Autorità intende inseguire, e che tra questi obiettivi ci sia una piena liberalizzazione del mercato da attuare con <em>tutti</em> i mezzi utili e necessari.</p>
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		<title>Il declino del nucleare</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 16:12:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle scorse settimane ho &#8211; consapevolmente &#8211; trascurato il tema del nucleare. Infatti, mi sono limitato ad aderire a due appelli &#8211; quello di Galileo 2001 e quello del Forum nucleare italiano &#8211; che mi sembrava dicessero tutto quello che c&#8217;era da dire sul referendum di domenica scorsa. In più, la formulazione definitiva del quesito, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle scorse settimane ho &#8211; consapevolmente &#8211; trascurato il tema del nucleare. Infatti, mi sono limitato ad aderire a due appelli &#8211; quello di <a href="http://www.galileo2001.it/rapid/styled/files/page14-appello.pdf">Galileo 2001</a> e quello del <a href="http://www.forumnucleare.it/index.php/notizie/notizie2/perche-non-ritirare-la-scheda-sul-nucleare-appello-di-65-scienziati-e-intellettuali-2">Forum nucleare italiano</a> &#8211; che mi sembrava dicessero tutto quello che c&#8217;era da dire sul referendum di domenica scorsa. In più, la formulazione definitiva del quesito, come <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/06/01/la-corte-di-cassazione-mantiene-il-referendum-sul-nucleare-prime-note/">ha spiegato</a> la nostra Serena Sileoni, aveva poco o nulla a che fare col nucleare, nella sostanza, mentre aveva tutto a che fare con l&#8217;atomo nella retorica. (Per inciso: se avessi votato, dato il contenuto tecnico del referendum, avrei votato un convinto &#8220;sì&#8221;: e ora mi divertirò molto, tutte le volte che qualcuno parlerà della necessità di programmare, pianificare, strategizzare, eccetera, a sbattergli in faccia il risultato e l&#8217;effetto della consultazione popolare). Da ultimo, il confronto referendario mi sembrava puramente virtuale, perché nella sostanza le prospettive del nucleare italiano, che fin dall&#8217;inizio non erano parse particolarmente brillanti, erano del tutto tramontate ben prima del referendum (come abbiamo spiegato Antonio Sileo <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/04/23/nucleare-quaquaraqua-di-antonio-sileo/">qui</a>, e io <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/04/19/nucleare-incapaci/">qui</a>). Per tutte queste ragioni trovavo il dibattito pre-referendario un po&#8217; inutile, e un po&#8217; frustrante. Questo non toglie che il nucleare resti, se non a livello italiano, a livello europeo e globale una <em>issue</em> importante. E&#8217; infatti sempre più chiaro che la vittoria verde contro l&#8217;atomo è una vittoria di Pirro: perché, come <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002213.html">aveva lucidamente scritto</a> Pippo Ranci all&#8217;indomani del disastro di Fukushima, la vera vittima incolpevole di tutto questo è la politica del clima. Altro inciso: io non sarò tra quelli che piangeranno al funerale delle politiche climatiche. Mi limito a rilevare l&#8217;ironia e a guardare le conseguenze, oltre che sulle emissioni, anche sulle questioni serie.</p>
<p><span id="more-9311"></span>Quindi, visto che vogliamo parlare di cose serie, dimentichiamo l&#8217;Italia. Cominciamo a guardare il paese che più di tutti si è distinto per la radicalità delle sue scelte: la Germania. Un paese, tra l&#8217;altro, che a differenza del nostro non ha scelto su uno scenario ipotetico (sostituire l&#8217;energia che forse, in un futuro molto lontano, il nucleare avrebbe potuto generare) ma su uno concreto (se e quando e come rimpiazzare gli impianti atomici attualmente in esercizio). Partiamo dai dati.</p>
<p>In Germania esistono 17 reattori nucleari, per una capacità complessiva di circa 20 GW. Nel 2009 hanno generato circa 131 TWh di elettricità, pari a circa il 22 per cento del totale. (<a href="http://www.energy.eu/#non-renewable">Qui</a> i dati; <a href="http://www.world-nuclear.org/NuclearDatabase/rdResults.aspx?id=27569">qui</a> la lista dei reattori). Come è noto, Angela Merkel &#8211; che pochi mesi fa aveva prolungato di 14 anni la vita utile delle centrali &#8211; ha reagito a Fukushima e alla batosta elettorale (non necessariamente in quest&#8217;ordine) riportando a 40 anni la vita degli impianti e rilanciando il vecchio piano rosso-verde di Gerhard Schroeder di <em>phase out</em> atomico. Le centrali più vecchie sono già state spente, e la loro produzione tamponata &#8211; per ora &#8211; aumentando l&#8217;import (dalla nuclearissima Francia). Le altre nove <a href="http://www.forumnucleare.it/index.php/notizie/notizie2/nuclearegermaniasi-a-legge-che-spegne-centrali-2022">usciranno di scena</a> da qui al 2022: tre verranno chiuse nel 2015, nel 2017 e nel 2019. Poi ancora tre nel 2021 e altrettante nel 2022. (Piccola parentesi sospettosa e infingarda: c&#8217;è ancora tempo per ri-prolungare la vita ad almeno alcune di esse, nel caso fosse necessario&#8230;)</p>
<p>Bene. Che succede, ora? Succede che Berlino sta gradualmente aprendo, nella sua produzione elettrica, un &#8220;buco&#8221; che vale tra un quinto e un quarto del totale. Come tamponarlo? La litania dice: con l&#8217;efficienza energetica e con le fonti rinnovabili. Indubitabilmente vero. Sennonché, pur tenendo conto di tutta l&#8217;efficienza energetica del mondo che ridurrà l&#8217;aumento dei consumi (ma i consumi aumenteranno lo stesso); pur tenendo conto di tutte le rinnovabili del mondo che copriranno parte di questo aumento (ma parte no); pur tenendo conto di tutto ciò, serve altro. Cosa, lo ha detto &#8211; <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304259304576375154034042070.html">nel modo più esplicito possibile</a> &#8211; la stessa Kanzlerin:</p>
<blockquote><p>&#8220;If we want to exit nuclear energy and enter renewable energy, for the transition time we need fossil power plants,&#8221; Ms. Merkel said in a parliamentary declaration on her government&#8217;s decision to phase out nuclear power. &#8220;At least 10, more likely 20 gigawatts [of fossil capacity] need to be built in the coming 10 years.&#8221;</p></blockquote>
<p>La Germania deve, cioè, grossomodo raddoppiare la potenza fossile che credeva di dover mettere in campo. O, per usare <a href="http://blogs.wsj.com/source/2011/06/09/merkel-has-a-nuclear-problem-the-size-of-belgium/">l&#8217;efficace sintesi</a> di Bernd Radowitz sul Wsj, &#8220;Merkel ha un problema nucleare grande come il Belgio&#8221;. Infatti,</p>
<blockquote><p>Mrs. Merkel says that Germany is required to have enough spare capacity to guarantee the power supply of Europe’s biggest economy. But she doesn’t explain who should build the gas and coal fire plants. The government wants to come up with a new program to foster the construction of power plants by small utilities. Whether that will do the job is uncertain. Twenty gigawatts is a lot of electricity generating capacity, more than all of Belgium’s power plants can produce. And big power utilities balk at Germany’s low electricity prices that make investments in new capacity unattractive. Even less well explained is how Germany wants to reach its target of reducing greenhouse gas emissions by 40% until 2020 from 1990 levels, as Mrs. Merkel insists the country will still do. Just replacing the first seven shuttered reactors with conventional energy would add some 25 million metric tons in CO2 to Germany’s emissions, the International Energy Agency recently said.</p></blockquote>
<p>Ma, come ho detto, la CO2 non è il primo dei miei pensieri. Mi interessa un altro aspetto. Se bisogna rimpiazzare il nucleare con carbone e gas, il carbone e il gas vanno da qualche parte estratti e in qualche modo importati &#8211; non solo in Germania, che a questo punto possiamo allargare lo sguardo agli altri paesi, tra cui l&#8217;Italia, che pensavano di soddisfare almeno parte della propria fame di energia con l&#8217;atomo. Per spostare gas da un paese all&#8217;altro, in particolare, servono massicci investimenti in infrastrutture &#8211; tubi e terminali di liquefazione/rigassificazione &#8211; e serve rassegnarsi (si fa per dire, dal mio punto di vista) alla rivoluzione dell&#8217;<em>unconventional</em>. Che, è questo il bello, molti ambientalisti &#8211; gli stessi che a Berlino osannano Merkel e a Roma festeggiano il referendum &#8211; vedono come il fumo negli occhi. Del resto, è ovvio che, se le politiche del clima devono avere ancora qualche straccio di significato, il gas dovrà essere il protagonista dei prossimi anni. E la ritirata del nucleare &#8211; dopo un &#8220;rinascimento&#8221; appena accennato &#8211; non fa che spingere ancor più il combustibile che, secondo l&#8217;Agenzia internazionale dell&#8217;energia, va incontro alla sua <a href="http://www.iea.org/weo/docs/weo2011/WEO2011_GoldenAgeofGasReport.pdf">età dell&#8217;oro</a> (attenzione: rapporto da leggere con attenzione, a differenza di questa <a href="http://srren.ipcc-wg3.de/report/IPCC_SRREN_Full_Report">fuffa</a> che, in 1700 pagine, non riesce a fare alcun conto decente sui costi della rivoluzione rinnovabile, e se lo fa, lo nasconde molto bene). Per Iea, l&#8217;età dell&#8217;oro è mossa principalmente da due variabili: la enorme disponibilità di gas (&#8220;much of it unconventional gas&#8221;), l&#8217;attenzione al clima (il gas &#8220;displaces coal and to a lesser extent oil, driving down emissions&#8221;) ma non-così-tanto (&#8220;it also displaces some nuclear power, pushing up emissions&#8221;). E&#8217; importante notare che questo scenario risale a <em>prima</em> di Fukushima e di certo non incorpora la crisi del nucleare innescata dall&#8217;incidente giapponese, e dunque il saldo netto sulle emissioni viene spinto verso il &#8220;più&#8221;.</p>
<p>Fukushima, dunque, e con essa la decisione tedesca e, nel suo piccolo, il referendum italiano, ci rendono ancora più metano-centrici. E quindi ci chiamano ad affrontare due sfide: 1) realizzare le infrastrutture di trasporto e le centrali elettriche necessarie, sconfiggendo ogni remora dettata da ambientalismi infantili, sindromi Nimby più o meno pilotate, velleitarismi rinnovabili (per carità, due pale e tre pannelli non si negano a nessuno), eccetera; 2) visto che il gas diventerà ancora più baricentrico, e visto che in Italia già lo è, a maggior ragione dobbiamo prendere sul serio la liberalizzazione del mercato del gas, scardinando le rendite monopolistiche e iniziando una seria revisione che parta dagli elementi strutturali (la separazione di rete e stoccaggi dall&#8217;<em>incumbent</em>) e scenda giù giù lungo tutte le fasi della filiera, sia quelle regolate, sia quelle libere.</p>
<p>Governo, dove sei? Opposizione, dove sei? Avete fatto assieme il pasticcio &#8211; gli uni per incapacità, gli altri per opportunismo &#8211; ora provate, se non a trovare delle soluzioni, almeno a cercarle.</p>
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		<title>Asterix e l’energia. Perché su Edison diciamo vive la France!</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 14:10:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli italiani non avevano ancora deposto il tricolore dopo aver festeggiato il centocinquantenario dell’unificazione che si sono risvegliati improvvisamente nazionalisti economici. A tenere banco è stata soprattutto la discussione sull’italianità del latte. Ma sullo sfondo un’altra guerra si stava consumando: il derby Roma contro Parigi sul controllo di Edison.
Le ragioni generali per cui l’intrommissione pubblica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli italiani non avevano ancora deposto il tricolore dopo aver festeggiato il centocinquantenario dell’unificazione che si sono risvegliati improvvisamente nazionalisti economici. A tenere banco è stata soprattutto la discussione sull’italianità del latte. Ma sullo sfondo un’altra guerra si stava consumando: il derby Roma contro Parigi sul controllo di Edison.</p>
<p><span id="more-8620"></span>Le ragioni generali per cui l’intrommissione pubblica negli assetti proprietari delle imprese è negativa le hanno descritte <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/03/23/generali-unicredit-e-intesa/">Oscar Giannino</a> e <a href="http://brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10186">Alberto Mingardi</a>. Qui guardiamo al caso specifico del gruppo di Foro Buonaparte. Per prima cosa, bisogna ricordare che nel capitale di Edison ci sono tre azionisti forti: il colosso francese Edf (19 per cento), la Carlo Tassara (10 per cento) e Transalpina di Energia (61 per cento). Transalpina è una joint venture paritaria tra Edf e Delmi. Parentesi: Edf controlla, direttamente o indirettamente, il 50 per cento di Edison. Delmi a sua volta è una &#8220;scatola&#8221; che ha nel colossino milanese-bresciano A2a il suo azionista forte (51 per cento), seguita da altre municipalizzate (Iren col 15 per cento, ereditato da Enìa, Sel e Dolomiti Energia col 10 per cento ciascuno) e soci finanziari (Mediobanca, Cassa di risparmio di Torino e Banca popolare di Milano col 6 per cento, 5 per cento e 3 per cento rispettivamente). Seconda parentesi: attraverso un gioco di scatole cinesi, e in virtù dei patti parasociali siglati a suo tempo, A2a, pur avendo una dimensione molto inferiore e una partecipazione effettiva pari a poco più del 15 per cento, &#8220;conta&#8221; nella governance di Edison quanto Edf. Edison inoltre partecipa, in un ulteriore intreccio, col 50 per cento del capitale di Edipower, i cui altri azionisti sono A2a (20 per cento), Alpiq (20 per cento) e Iren (10 per cento via Iride).</p>
<p>Ricostruire le tappe dello scontro tra i due gruppi – che, come si diceva una volta, viene da lontano – e tutti i colpi bassi che sono stati tirati sarebbe complesso (il colpo più basso, però, fu il congelamento del diritto di voto di Edf, ridotto al 2 per cento nonostante avesse circa il 20 per cento del capitale). Quello che conta è che i due azionisti di riferimento, Edf e A2a, non sono mai andati d’accordo. Il contrasto di interessi e di opinioni sul futuro dell’azienda, sia pure tra alti e bassi, si è fatto progressivamente più stridente fino a raggiungere, alla vigilia dello scadere dei patti parasociali, l’insostenibilità.</p>
<p>Le opzioni in campo erano diverse finché il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è entrato a <a href="http://www.milanofinanza.it/giornali/preview_giornali.asp?id=1704578&amp;codiciTestate=7">gamba tesa</a>. A questo punto la situazione è davvero critica e una mischia <a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=57209581">tutta politica</a> mette a repentaglio il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-03-11/roma-parigi-perdere-edison-063925.shtml?uuid=AaH8UAFD&amp;fromSearch">futuro</a> dell’azienda. La soluzione ovvia, un divorzio consensuale in cui A2a si focalizza sull’idroelettrico ed Edison (cioè, a questo punto, Edf) si porta via il termico sembra ormai impraticabile – anche se lì, o nei dintorni, porterebbe il rispetto dei patti parasociali. E pensare che una soluzione simile, con una equa spartizione dei contratti gas e delle centrali Edipower, sarebbe utile a entrambi (così come ai soci di minoranza quali Iren, che si trovano costretti a dover trattare quella che è nata come partecipazione industriale alla stregua di un&#8217;avventura meramente, e infelicemente, finanziaria): Edison è lunga di metano, A2a è corta. E’ impraticabile anche l’alternativa ovvia, cioè la scalata di A2a nel capitale di Edison: il gruppo lombardo non ha i soldi ed è già afflitto dai <a href="http://www.a2a.eu/gruppo/cms/a2a/it/investor/debito/">debiti</a>. Per spuntarla dovrebbe tentare un aumento di capitale, ma ciò significherebbe che i comuni azionisti rinunciano al controllo e accettano di scendere. Il che è politicamente impossibile. Quindi, che fare?</p>
<p>Il capo di A2a, e presidente di Edison, Giuliano Zuccoli, lo ha obliquamente suggerito in una <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefeconomica/PDF/2011/2011-03-24/2011032418229997.pdf">intervista</a> al Sole 24 Ore:</p>
<blockquote><p>monitoriamo con attenzione le eventuali azioni che verranno intraprese in futuro per definire i settori strategici per il paese, dei quali farà parte anche il comparto energetico. Crediamo che questo potrà portare acqua al nostro mulino conferendo alla compagine italiana maggiore autorevolezza nel momento in cui dovrà nuovamente sedere al tavolo della trattativa con Edf.</p></blockquote>
<p>Traducendo in italiano corrente il messaggio lanciato da Zuccoli, qui viene detto che le ambizioni di A2a dovranno sostituire i soldi (che non ci sono) con l’ “autorevolezza”, cioè l’intervento della politica. Zuccoli può contare sull’appoggi di Tremonti, che è si Sondrio come lui e che non ha mancato di mandare messaggi anche <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/03/19/le-atomiche-amnesie-di-monsieur-tremonti/">indiretti</a> a Edf, e soprattutto della Lega, che sull’idroelettrico si è mossa <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/07/14/viva-la-diga/">prima e più di tutti</a>. Ma in che modo l’ “autorevolezza” della politica può fare la differenza? In <a href="http://brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=7685&amp;level1=2166&amp;codice=9">questi casi</a>, si cerca generalmente uno o più imprenditori italiani disposti a fare il lavoro sporco in cambio di una ricompensa più o meno differita nel tempo. Oppure si ricorre a enti statali, parastatali e affini. Oppure una via di mezzo tra queste due opzioni.</p>
<p>Secondo le <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-03-24/caso-edison-profila-piano-220305.shtml?uuid=AaTudIJD&amp;fromSearch">indiscrezioni</a> rese note dal Sole 24 Ore, si starebbe lavorando a una discesa in campo di Eni ed Enel (il Cane a sei zampe ha però <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-03-25/edison-dossier-agenda-piano-183239.shtml?uuid=AaEOeVJD&amp;fromSearch">smentito</a>), e non mi stupirei se in qualche modo si inserisse nella dicussione anche il mitologico <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=4702">fondo per le infrastrutture</a> che doveva colmare il gap infrastrutturale italiano. L’idea di fondo, comunque, è che i due “campioni nazionali” dovrebbero spartirsi i brandelli di Edison (Enel rilevando gli asset nel gas ed Eni nell’elettrico attraverso Enipower, per evitare problemi antitrust) in modo tale da ridurre il boccone a dimensione adeguata per A2a, lasciando magari anche qualche briciola per Iren che, in tutta questa vicenda, appare l’azionista più scontento, meno corteggiato e più di tutti fuori dai giochi e costretto a subire e soffrire un allineamento solo parziale di interessi con A2a.</p>
<p>Vale la pena sottolineare che, se davvero tale “piano B” si concretizzasse, la situazione sarebbe paradossale. Nel <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_1_3.pdf">mercato gas</a>, Edison è il secondo produttore nazionale (con una quota di mercato del 7,9 per cento, a netta distanza dall’84,5 per cento dell’Eni), il secondo importatore (15,7 per cento, subito dietro Eni col 49,9 per cento e subito avanti a Enel col 13 per cento), ed è a oggi l’unico concorrente di Eni nello stoccaggio, oltre che il terzo venditore di gas (8,7 miliardi di metri cubi contro 9,9 di Enel Trade e 36,3 di Eni). Sul <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_1_2.pdf">mercato elettrico</a>, il gruppo di Foro Buonaparte è il secondo produttore (con una quota di mercato dell’11 per cento a cui andrebbe aggiunto il 7 per cento di Edipower, contro il 30 per cento di Enel e il 9,7 per cento di Eni). In più, Edison possiede una quota del 10 per cento nell’unica infrastruttura di adduzione gas non-Eni, il <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/10/20/io-rigassificatore/">rigassificatore di Rovigo</a>.</p>
<p>E’ evidente, quindi, che la “soluzione politica” per Edison – qualunque forma essa assuma – avrebbe l’effetto di cancellare dal panorama il secondo operatore elettrico e del gas, lasciando gran parte di ciascun mercato nelle mani del suo ex monopolista e del suo rivale diretto, cioè l’altro ex monopolista, vale a dire due aziende che – seppure ciò non si sia mai tradotto in forme più o meno esplicite di collusione, anzi – condividono lo stesso azionista di riferimento. In entrambi i mercati, il terzo operatore si troverebbe a molte lunghezze di distanza, rendendo di fatto il processo competitivo assai più ingessato e facendo istantaneamente peggiorare tutti gli indici di contendibilità del mercato.</p>
<p>Forse è vero che l’energia è un settore strategico, ma se è così l’obiettivo politico dovrebbe essere garantire mercati efficienti e concorrenziali. Uccidere il secondo operatore dei mercati elettrico e del gas farebbe peggiorare la situazione su entrambi. Per il bene del paese, è più strategico avere aziende forti e competitive, piuttosto che grasse e protette. L’interesse del paese è lasciare che sia il mercato a decidere chi vince, chi perde e chi deve competere con chi, non i ministri della repubblica, i sindaci, e i boiardi di municipalizzata.</p>
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