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	<title>CHICAGO BLOG &#187; federalismo</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Il ritorno di Gianfranco Miglio: tra 150mo e crisi di sistema</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 19:05:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[federalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
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		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Miglio]]></category>
		<category><![CDATA[Stato moderno]]></category>

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		<description><![CDATA[La lettura del Corriere della Sera, stamattina, offriva un curioso succedersi di fatti e commenti. Mentre molte delle prime pagine erano ovviamente dedicate al progressivo sgretolarsi del welfare State nazionale (sfiancato da decenni di democrazia in deficit, per usare l’immagine di Buchanan e Wagner) e anche dal rianimarsi di uno spirito “anti-politico” prigioniero dell’illusione che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lettura del <em>Corriere della Sera</em>, stamattina, offriva un curioso succedersi di fatti e commenti. Mentre molte delle prime pagine erano ovviamente dedicate al progressivo sgretolarsi del <em>welfare State</em> nazionale (sfiancato da decenni di <em>democrazia in deficit</em>, per usare l’immagine di Buchanan e Wagner) e anche dal rianimarsi di uno spirito “anti-politico” prigioniero dell’illusione che basti ridurre i privilegi della casta parlamentare per evitare il fallimento del sistema redistributivo, le pagine sempre un po’ più atemporali consacrate ai temi culturali focalizzavano l’attenzione su quello che, senza dubbio, verrà ricordato come il maggior scienziato politico di secondo Novecento: Gianfranco Miglio.<span id="more-9685"></span></p>
<p>Dopo il decennio abbondante di silenzio che ha fatto seguito alla morte, si torna insomma a parlare dello studioso comasco, soprattutto grazie alla determinazione con cui Alessandro Vitale – che di Miglio è stato l’ultimo allievo – ha  bussato alla porta di molti per far sì che la trascrizione delle sue straordinarie lezioni universitarie degli anni Settanta e Ottanta fossero raccolte in volume. E così il 25 agosto sarà finalmente in libreria (edita dal Mulino e intitolata <em>Lezioni di politica</em>) un’opera in due tomi, curata da Davide G. Bianchi e dal medesimo Vitale, in cui sono riunite lezioni che, a distanza di anni, non hanno perso per nulla il vigore originario e anzi mostrano quanto fosse visionaria la prospettiva teorica adottata da questo studioso.</p>
<p>Per chi ha avuto la fortuna di sentire la voce di Miglio risuonare nelle aule dell’università Cattolica di Milano la pubblicazione di queste pagine permette di rivivere un’esperienza particolare. Ma non si pensi che questa del Mulino sia un’operazione di tipo nostalgico. Al contrario, i testi migliani contengono elementi in qualche modo esplosivi anche perché, come ha rilevato Carlo Galli sul <em>Corriere</em>, nella teoria di questo autore lo Stato “è il grande nemico da combattere”, dato che egli “intende superare la distinzione tra la sfera pubblica e quella privata per organizzare la convivenza mediante un patto tra interessi corporati”.</p>
<p>Questo spiega come in Miglio (e particolarmente negli ultimi anni) la critica della modernità statuale lo abbia portato a valorizzare il federalismo: poiché la sua idea è che una politica legittima e destinata a durare implichi rapporti pattizi, liberamente scelti, e quindi una società di uomini responsabili e affrancati dai miti della religione civile e del repubblicanesimo.</p>
<p>Questo aiuta anche a comprendere perché si sia dovuto tanto aspettare per questa riscoperta di Miglio. E il motivo sta nel fatto che la sua è un’eredità imbarazzante per molti: quasi per tutti. Miglio è un autore scomodo per tanti cattolici, perché sebbene egli abbia sempre operato negli ambienti di largo Gemelli – dove fu anche preside della facoltà di Scienze Politiche – è sempre stato distante dal moralismo di quei cristiani portati a confondere la libera fraternità volontaria e la solidarietà di Stato imposta da politici e burocrati. Proprio perché strutturalmente “conservatore” (come hanno rilevato Lorenzo Ornaghi e Pierangelo Schiera nel loro intervento sul <em>Corriere</em>), egli tendeva a mostrarsi assai scettico di fronte alla retorica socialdemocratica che nel corso del Novecento ha pervaso il mondo cattolico e ha snaturato una tradizione culturale lunga due millenni.</p>
<p>Ma anche chi ha voluto vedere in lui un “reazionario” – sebbene <em>di genio</em> – si trova oggi un poco a disagio dinanzi all’eredità migliana. Diversamente da un autore come Carl Schmitt, ad esempio, Miglio appare assai poco utilizzabile dagli statalisti di destra e di sinistra, perché in lui il realismo politico si è progressivamente convertito in una critica radicale della modernità che ha finito per contestare il vero totem degli intellettuali del nostro tempo: il potere pubblico. Mentre post-fascisti e post-comunisti possono amabilmente duettare in convegni consacrati al problema della tecnica in Heidegger o alla crisi del sentimento comunitario, l’aspra critica dello Stato e del parassitismo organizzato che sono al centro della riflessione migliana fa sì che questo autore sparigli le carte e obblighi ad abbandonare i minuetti di quel gioco accademico che tende a mantenere le cose sempre identiche a se stesse.</p>
<p>Per Miglio, il federalismo poteva rappresentare una vera alternativa allo Stato: era la costituzione di un ordine basato su autonomia, concorrenza istituzionale, libertà locale, responsabilità, diritto di secessione. Era la riscoperta di quell’altra “metà del cielo”, per usare una tipica metafora migliana, in cui lo studioso lombardo collocava le istituzioni <em>perdenti</em> del mondo moderno: dalle Province Unite olandesi alla Lega Anseatica. Tutti ordini politici privi di un vero centro di potere e basati su accordi essenzialmente privatistici, che hanno indicato all’Europa una strada alternativa rispetto a quella dello Stato che quasi nessuno, però, ha voluto o saputo imboccare. (Forse l’unica eccezione è rappresentata dalla Svizzera.)</p>
<p>In ragione di questo suo radicalismo, Miglio è scomodo anche per chi oggi vorrebbe contrabbandare per federalismo una semplice revisione di quello Stato centralizzato, giacobino e prefettizio, che la Destra storica ha costruito all’indomani dell’unificazione italiana.</p>
<p>Questo spiega perché quello di Miglio sia un pensiero destinato a disturbare molti. E non a caso, dopo la sua morte, il silenzio è sceso come una pesante coltre sopra quelle riflessioni ancora oggi esplosive e più di altre meglio in grado di aiutarci a far fronte ai disastri del presente.</p>
<p>Oggi, comunque, Miglio sta tornando al centro della scna, proprio mentre nel 150mo anniversario dell&#8217;unità vengono al pettine tutti gli errori commessi in quei lunghi decenni durante i quali il professore ha vivisezionato vizi e paradossi della politica nostrana. Miglio ora è riscoperto a dispetto di tutto, ma in fondo non c&#8217;è da stupirsi. Alla fine, il destino del genio è quello d&#8217;imporsi.</p>
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		<title>Tassonomia del federalismo</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/05/20/tassonomia-del-federalismo-2/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 10:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Arrigo</dc:creator>
				<category><![CDATA[federalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[In relazione al federalismo gli stati europei sono classificabili in quattro categorie:
1)      Paesi che non sono federalisti e non dichiarano di esserlo (tutti tranne Belgio, Germania, Italia, Spagna e Svizzera);
2)      Paesi che sono federalisti e dichiarano di esserlo (Germania e Svizzera);
3)      Paesi che sono federalisti ma non dichiarano di esserlo (Spagna);
4)      Paesi che dichiarano di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In relazione al federalismo gli stati europei sono classificabili in quattro categorie:<br />
1)      Paesi che non sono federalisti e non dichiarano di esserlo (tutti tranne Belgio, Germania, Italia, Spagna e Svizzera);<br />
2)      Paesi che sono federalisti e dichiarano di esserlo (Germania e Svizzera);<br />
3)      Paesi che sono federalisti ma non dichiarano di esserlo (Spagna);<br />
4)      Paesi che dichiarano di essere federalisti ma non lo sono (Italia).</p>
<p>(Manca all’appello il Belgio ma lì il dilemma è se si tratti di un paese oppure due)</p>
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		<title>I 5 decreti sul federalismo: addio alla promessa di costi standard sanitari</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 16:41:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[federalismo]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Da domani – il ministro Calderoli illustra ai relatori di maggioranza e minoranza della commissione bicamerale attuativa per il federalismo le varianti del governo apportate al decreto sul fisco municipale – comincia la maratona che dal 17 al 23 gennaio dovrebbe condurre all&#8217;approvazione dei cinque decreti attuativi restanti, in cui è stata accorpata tutta l&#8217;intera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da domani – il ministro Calderoli illustra ai relatori di maggioranza e minoranza della commissione bicamerale attuativa per il federalismo le varianti del governo apportate al decreto sul fisco municipale – comincia la maratona che dal 17 al 23 gennaio dovrebbe condurre all&#8217;approvazione dei cinque decreti attuativi restanti, in cui è stata accorpata tutta l&#8217;intera materia non compresa nei primi tre già approvati, relativi al federalismo demaniale, a Roma capitale, e ai fabbisogni standard di Comuni e province per superare il vecchio criterio della spesa storica. Nella commissione l&#8217;equilibrio numerico è di 15 a 15 tra attuale maggioranza e opposizione, con il finiano Baldassarri a fare la differenza. L&#8217;Udc ha votato contro il federalismo, il Pd ha votate a favore di Roma capitale, ma presenta moltissimi emendamenti ai decreti in via di esame. Il parere della commisione non è vincolante, ma in quel caso è dura per il governo andare avanti. Vla cosa a mio giudizio più grave è che l&#8217;intero perimetro del federalismo fiscale è costruito sull&#8217;obiettivo di far restare sostanzialmente eguale &#8211; al netto degli sfodbnamenti contestati dall&#8217;Economia su sanità, in via di rientro coatto &#8211; il livello di spesa pubblica complessiva e lem risorse totali provenienti da gettito fiscale. In più, i costi standard sanitari, dopo 15 anni di promesse al Nord per ottenere che fossero i costi delle prestazioni più economiche ed efficienti a far testo, sono stati invece del tutto abbandonati. Senza che nessuno lo riconosca a cominciare dalla Lega, che continua a parlare di costo standard quando invece si recuopera la spesa storica precedente. Ha vinto il Sud e in generale l&#8217;inefficienza, pur di estendere l&#8217;area di consenso ai decreti attuativi e proclamare poi &#8211; sempre che ci sia &#8211; una vittoria che a me pare di Pirro. Perché è vero che a regime, sempre che ripeto la legislatura non s&#8217;interrompa, le Autonomie avrebbero più risorse proprie. Ma i tanto opredicati risparmi di spesa non ci sarebbero.  E se non ci sono come obiettivo quantificato, si può solo essere certi che la spesa crescerà, e di conseguenza la seguirà il livello di prelievo. Sedici anni di polemiche valevano tutto questo? No. Vediamo comunque i principali problemi aperti.<span id="more-8000"></span></p>
<p><strong>Fisco comunale.</strong> Opposizione e Baldassarri hanno sollevato un primo problema sull&#8217;IMU, l&#8217;imposta municipale unica che dovrebbe costituire la fonte primaria dell&#8217;autonomia finanziaria comunale. Il governo respinge la stima che essa farebbe venire meno alle casse comunali rispetto ad oggi – 21,5 miliardi ai Comuni &#8211;  almeno 2,5 miliardi di euro, confermando cioè a regime i tagli biennali ai Comuni della scorsa manovra estiva, che il governo si era invece impegnato a ripristinare proprio col federalismo. Calderoli replica che l&#8217;aliquota IMU non è ancora fissata nel decreto (anche se dai calcoli allegati si poteva desumere in 10,6 per mille sugli immobili di di proprietà interessati, e al 5,3 per mille per quelli d&#8217;impresa e dati in affitto: c&#8217;è naturalmente il problema &#8211; visto che la rendita si calcolerebbe sui valori catastali &#8211; dekll&#8217;aggiornamebntod el catasto che in due terzi d&#8217;Italia è indietrissimo, per questo i Comuni sono incentivati a farlo trattenendo quote parte proporzionali all&#8217;emersione, c&#8217;è da contare che le polemiche copi proprietari esploderanno, per recuperare gettito) ). Il governo ha altresì respinto la stima di 450 milioni in meno per i soli Comuni del Sud.  Accolta invece l&#8217;obiezione secondo cui l&#8217;IMU, tenendo escluse le prime case in coerenza all&#8217;abolizione dell&#8217;ICI, finirebbe per premiare troppo i Comuni turistici, incoraggiando per di più attribuzioni proprietarie di comodo ad altri membri della famiglia. Il rischio è che manchino 5 miliardi all&#8217;appello. Calderoli ha annunciato un meccanismo anti-frode per le intestazioni di comodo, e proporrà un abbattimento del 2% dell&#8217;aliquota d&#8217;imposta sui trasferimenti immobiliari, dal 45 al 25 per la prima casa e dal 10% all&#8217;8% per la seconda. Ai Comuni resterebbe per intera l&#8217;IMU di possesso, e solo un quinto di quella di trasferimento. Recuperato in questo modo almeno metà di ciò che l&#8217;opposizione stima mancante, il governo pensa per il resto ad innalzare la compartecipazione IRPEF. La TIA, scelta da un solo Comune su 8, verrebbe abolita, la TARSU sui rifiuti ancorata alla rendita e non alla superficie: respinta l&#8217;idea del PD di accorpare i tributi in un&#8217;unica imposta sui servizi immobiliari anche sulla prima casa.</p>
<p>Altro nodo su cui le opinioni divergono è quello della cedolare secca al 20% sugli affitti. Baldassarri e Fli hanno proposto invano di stralciarla e vararla con decreto autonomo. Le obiezioni riguardano il fatto che l&#8217;aliquota prevista al 20% non scoraggerebbe abbastanza il fenomeno degli affitti in nero, poiché gli inquilini non avrebbero vantaggi alla denuncia. Il governo pensa di tenere l&#8217;aliquota al 20% solo sui canoni concordati, innalzando al 23% quelli si canoni liberi e lasciando il 3% di differenza come deduzione d&#8217;imponibile a vantaggio degli inquilini, per incoraggiarli a segnalare il nero.</p>
<p><strong>Fisco regionale e provinciale, costi standard sanitari.</strong> Il 16 dicembre la Conferenza Stato Regioni ha dato il via libera al testo che attribuisce alla regioni un&#8217;ampia compartecipazione IVA, un&#8217;addizionale IRPEF fino al 3%, la possibilità di azzerare l&#8217;IRAP. Resta aperto il contenzioso sui saldi finali, rispetto ai tagli pluriennali della manovra estiva dopo il recupero ridotto a soli due terzi di quelli previsti per il 2011. Per i costi standard sanitari, è stato definitivamente abbandonato ogni criterio che si riferisca alla prestazione di servizi secondo costi unitari nelle Regioni più efficienti: mancavano i dati da parte di molte Regioni, e per quelle più lontane dall&#8217;efficienza avrebbero comportato tagli che, di fatto, dopo tanti anni di promesse vengono invece a cadere. Si sceglieranno 5 Regioni di cui almeno 3 con i conti in ordine e 2 no, delle quali si farà media dei fabbisogni storici  – cioè della spesa sanitaria procapite – riparametrandola secondo coefficienti demografici, come percentuale di anziani, immigrati e caratteristiche orografiche e di dispersione territoriale. Si resta al costo storico, per quanto rivisto e corretto. Questa si chiama: presa per i fondelli. Almeno al paese mio.</p>
<p><strong>Armonizzazione dei bilanci</strong>. Comuni Province e Regioni vengono obbligati finalmente a redigere bilanci secondo principi contabili comuni – oggi non è così -, a formulare un bilancio per missioni e programmi come quello dello Stato, ad adottare un consolidato comprendente i conti di tutte le aziende e società controllate. Non ci dovrebbero essere grandi problemi: ma attenti a vedere se il consolidato sia solo proforma o civilistico a tutti gli effetti.</p>
<p><strong>Premi e sanzioni.</strong> Si introducono premi alle amministrazioni virtuose, sanzioni fino all&#8217;ineleggibilità per chi arriva al default. A parole tutti d&#8217;accordo, ma resta da vedere se l&#8217;ineleggibilità passa davvero: al Sud è molto temuta. Molti nelle Autonomie temono che il conto  si presenti solo a chi è eletto a situazione già pregiudicata.</p>
<p><strong>Infrastrutture. </strong>L&#8217;ultimo decreto attuativo fissa i nuovi criteri per le politiche di coesione in materia di fondi comunitari e FAS, oggetto di innumerevoli polemiche i questi anni, e sulla perequazione infrastrutturale. E&#8217; uno dei capitoli del piano per il Mezzogiorno su cui ha lavorato Fitto. Le opposizioni sostengono che il Sud resta troppo svantaggiato, visto l&#8217;abbattimento maggiore di spesa per investimenti pubblici degli ultimi anni. Il decreto attuativo fissa princìpi generali: servono invece cifre e proporzioni dell&#8217;ammontare concreto, conh tanto di meccanismi di responsabilità in caso di inadempimento.</p>
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		<title>Se la Sicilia può dare il buon esempio (una volta tanto…)</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 12:32:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Lavecchia</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[federalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Il nuovo Governo regionale di Raffaele Lombardo (il quarto dalla sua elezione, avvenuta nell’aprile 2008) ha iniziato con una serie di annunci all’insegna dell’austerity: taglio del 10% dell’indennità degli Assessori (circa 4000€ su uno stipendio di 19.000), delle auto blu e soprattutto, la volontà di tagliare le “Province Regionali” e gli enti inutili (che entro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo Governo regionale di Raffaele Lombardo (il quarto dalla sua elezione, avvenuta nell’aprile 2008) ha iniziato con una serie di annunci all’insegna dell’austerity: taglio del 10% dell’indennità degli Assessori (circa 4000€ su uno stipendio di 19.000), delle auto blu e soprattutto, la volontà di tagliare le “Province Regionali” e gli enti inutili (che entro 60 giorni verranno identificati e soppressi, <a href="http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/10/01/news/debutta_la_nuova_giunta_lombardo_e_prepara_l_abolizione_delle_province-7620362/">dice</a>…);</p>
<p><span id="more-7236"></span>In tempi di crisi, il taglio della spesa pubblica improduttiva è una priorità nelle agende dei governatori, che vedranno i loro budget decurtati notevolmente nei prossimi anni e il taglio delle Province è da diversi anni sotto i riflettori: giudicate inutili dai più (le competenze principali sono viabilità stradale provinciale e gestione delle scuole superiori), nel tempo non hanno ricevuto competenze aggiuntive rilevanti (la polizia provinciale ad <a href="http://www.provincia.milano.it/polizia_provinciale/">esempio</a>) e i costi stimati dalla loro eliminazione (con ripartizione del personale fra i comuni, i.e. perdita solo degli incarichi politici) sono stati stimati in circa 135 mln per il 2010 dal Ministro Tremonti (che però giudica i risparmi irrisori… invece tagliare l’insegnamento della seconda lingua nei licei è giudicato <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/10/07/cannizzaro-abolita-la-seconda-lingua-per-protesta.html">più produttivo..</a>)  e in 1,9 mld da uno studio di <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_170_Giuricin.pdf">Andrea Giuricin di IBL</a>. Premesso che qualsiasi taglio di spesa improduttiva non può che trovarmi favorevole, rimane da capire se questo è realizzabile politicamente. Può Giulio Tremonti (a.k.a. Voltremont per gli amici www.noisefromamerika.org) mandare a  casa 4207 politici, fra i quali molti appartenenti alla Lega Nord? E la stessa Lega, non aveva forse fatto dell’abolizione delle Province il suo cavallo di battaglia? Fine delle considerazioni “politiche”. Torniamo alla Sicilia: con un PIL che nel 2009 si è contratto del 2,7% (vs. -4,3% del Mezzogiorno e -5% dell’Italia) , 80.000 precari stimati che dipendono dalla P.A., ed <a href="http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/09/24/news/agenda_2000_il_conto_finale_spesi_8_5_miliardi_senza_risultati-7374077/">il fallimento della gestione dei fondi comunitari per il 2000-2006</a> , il Governatore Lombardo ha deciso, meritoriamente, di tagliare i rami secchi: lo Statuto della Regione Siciliana, che precede la nascita della Repubblica ed ha rango di legge costituzionale, prevede infatti (fra tante <a href="http://www.ars.sicilia.it/home/Statuto.pdf">altre chicche</a>) all’art. 15, comma 1, l’abolizione delle province che sono state re-introdotte con una legge ad hoc nel 1986 (Legge regionale n. 9 del 6 Marzo 1986), con l’escamotage di quel “regionale” accanto a “Provincia”.</p>
<p>La  Giunta Regionale Siciliana proporrà un disegno di legge che ne determini l’abolizione, trasferendo il personale ai vari comuni e ad appositi consorzi fra i comuni. Da un punto di vista politico, il Governatore ha tutto l’interesse per farlo (i Presidenti delle 3 province più grandi sono tutti suoi oppositori politici) e inoltre potrebbe spendere il buon impegno della Sicilia per intaccare lo stereotipo del Sud parassita. E’ inutile dire, che quale che sia lo scopo politico del Governatore, il successo del caso Sicilia metterebbe in moto un processo nazionale che porterebbe all’abolizione delle province in tutta Italia (confidando nell’orgoglio degli elettori duri e puri della Lega!). Adesso bisogna mantenere l’attenzione sul Presidente Lombardo affinchè onori i suoi impegni, e sui suoi oppositori politici affinchè si assumano la responsabilità politica di voler mantenere un sistema di poltrone che andrebbe eliminato e che, in virtù dei poteri speciali della Regione Siciliana, potrebbe essere fatto senza ricorrere a modifiche della Costituzione.</p>
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		<title>Prima di spostare i ministeri, spostiamo il ministro&#8230;</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/09/17/prima-di-spostare-i-ministeri-spostiamo-il-ministro/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2010/09/17/prima-di-spostare-i-ministeri-spostiamo-il-ministro/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 06:58:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Lavecchia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le dichiarazioni del ministro Calderoli possono fare pensare all’ennesima boutade dell’esponente leghista: una volta propone la castrazione chimica per gli stupratori, un’altra volta porta a passeggio dei maiali, oggi propone di spostare i ministeri… domani, leghisti su marte! In tempi di crisi (e quanto dura sta crisi!), c&#8217;è bisogno di ridere ogni tanto..

Tralasciando il fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le dichiarazioni del ministro <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-15/calderoli-ipotizza-ministero-interno-175413.shtml?uuid=AYaMrCQC">Calderoli</a> possono fare pensare all’ennesima boutade dell’esponente leghista: una volta propone la castrazione chimica per gli <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/06_Giugno/21/calderoli.shtml">stupratori</a>, un’altra volta porta a passeggio dei <a href="http://it.wikinews.org/wiki/Calderoli:_Maiale-day_contro_la_costruzione_della_moschea_di_Bologna">maiali</a><a href="http://it.wikinews.org/wiki/Calderoli:_Maiale-day_contro_la_costruzione_della_moschea_di_Bologna"></a>, oggi propone di spostare i ministeri… domani, leghisti su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2fimRgciuLQ">marte</a>! In tempi di crisi (e quanto dura sta crisi!), c&#8217;è bisogno di ridere ogni tanto..</p>
<p><span id="more-7065"></span></p>
<p>Tralasciando il fatto che un Ministro della Repubblica (italiana…di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=nPdRwEau3gg">questi tempi</a> è bene specificarlo) dovrebbe evitare di parlare a sproposito, le sue intenzioni sembrano serie: “<strong>La legge che ha stabilito il governo a livello della Capitale, la 33, è del 1871 e parla di &#8220;governo centrale&#8221;</strong> senza precisare, quindi, quali dicasteri dovrebbero essere a livello della Capitale. Ma dato pure per scontato che così sia credo che qualunque legge successiva possa modificare quella legge ordinaria, perchè nulla si dice nella Costituzione». Insomma, Calderoli si è persino informato sul fondamento giuridico delle sue pretese, sintomo che la cosa potrebbe avere seguito (anche se il ministro ha precisato di aver parlato come esponente della Lega Nord, non come ministro). Urge allora fare una riflessione sulle (deliranti) esternazioni del ministro: «Io metterei il ministero dell&#8217;Interno a Palermo piuttosto che a Reggio Calabria, quello dell&#8217;Ambiente a Napoli, le Finanze a Milano e lo Sviluppo economico a Torino». Forse al ministro sfugge che solo di costi di trasferimento di attrezzature e, soprattutto di personale, questo giochetto costerebbe uno sproposito (e sarebbe interessante calcolarlo prima di fare affermazioni di tale stupidità), a  meno che il ministro non pensi ad un licenziamento di massa dei dipendenti pubblici coinvolti e relativa sostituzione con personale locale (assist per Brunetta!);</p>
<p>Andiamo per ordine: Milano ha un senso logico (l’unico come vedremo), in quanto principale piazza finanziaria del nostro paese; ciò non toglie che non sia possibile (e forse auspicabile) una separazione fra centro di potere politico ed economico, basti pensare a Washington e Wall Street.</p>
<p>Passiamo adesso alle altre proposte: Sviluppo Economico a Torino; certo, c’è la FIAT, avrà pensato il brillante esponente dal sole delle Alpi: peccato che il contribuente italiano abbia dato (<a href="http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=774185&amp;lang=it">e continui a dare</a>), dunque, anche in questo caso, sarebbe meglio evitare. Le ultime due sono esilaranti e dimostrano la (perversa) logica che guida le azioni del ministro, almeno quando pensa al Sud; seguitemi: a Napoli c’è stata (e c’è ancora..) una enorme crisi ambientale derivante dalla cattiva gestione del sistema dei rifiuti e dalle infiltrazioni della Camorra? Allora trasferiamo il Ministero apposito! Sulla scia, quale miglior posto per il Ministero degli Interni della capitale della mafia (Palermo) e della ‘ndrangheta (Reggio Calabria)? Fin qui le proposte del ministro, ma è facile continuare il giochetto e ci permettiamo di suggerirne alcuni: a Messina il Ministero della Salute, Potenza per il Turismo, Lampedusa per gli Esteri e per finire, Coverciano per lo Sport.</p>
<p>Sappiamo tutti qual è l’obiettivo ultimo del Ministro: la   Difesa nella sua Berghem, vicino alle sue care, cammellate ronde padane. Giovani laureati siete avvisati: se conoscete il bergamasco (de hura, però), preparatevi: presto servirà qualcuno per tradurre i documenti ministeriali..</p>
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		<title>Il Sud, il federalismo e le cattive abitudini PdL</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 11:45:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->L&#8217;attacco ferragostano dell&#8217;onorevole Bossi ha avuto il merito di puntare il dito su una verità che finora raccontavano solo i giornali. La verità è che, nella frattura tra Berlusconi e PdL da una parte e Fini e la neonata Futuro e Libertà dall&#8217;altra, il Mezzogiorno è il tema decisivo e centrale. Più della giustizia, più delle tasse, più di tutto il resto. Ad alcuni poteva sembrare che fosse suggestione, che si trattasse di esagerazione. Al contrario l&#8217;accusa di Bossi &#8211; “Fini e si suoi vogliono un po&#8217; di soldi da sprecare al Sud” &#8211; conferma che, quando si tratta di indicare alla propria base il problema numero uno della frattura nel centrodestra , è proprio al Sud che ci si riferisce. Tanto che è anche già cominciata la rituale serie di pensosi editoriali di grandi testate d&#8217;informazione, che da una parte riconoscono il problema e dall&#8217;altro invocano sia i colonnelli di Berlusconi sia quelli di Fini ad evitare una deriva  pericolosa: quella, cioè, di una gara improvvisa tra chi più si posiziona davanti all&#8217;elettorato del Mezzogiorno invocando la propria primazia, nell&#8217;impedire che l&#8217;agenda del governo finisca per svantaggiare ulteriormente il Sud. E&#8217; un rischio concreto? Sì che lo è, almeno  a mio avviso. <span id="more-6825"></span>Ma, per come si son messe le cose tra PdL e Fini, non credo affatto che si possa risolvere con qualche generico e moralistico appello a moderare i toni. Partiamo da tre dati di fatto. Il primo è che tutti i sondaggi mostrano che la stragrande maggioranza di elettori del Sud hanno la convinzione che in questi anni il Nord abbia avuto la meglio, nelle attenzioni concrete del governo e nelle risorse. E&#8217; vero, non è vero? Non è vero, visto che finora le cose sono ontinuate più o meno esattamente come in passato, Tremonti ha  stretto i cordoni della borsa ma non aveva titolo per cambiare criterio di alocazione delle riorse. Ha dato dei &#8220;cialtroni&#8221; agli amminitratori del Sud , spreconi e recriminanti, questo sì. Cosa che ha confermato a moltisimi elettori del Sud la falsa mpressione di essere spodestati. E&#8217; purtroppo secondario che di fatto non si cambiato pressoché nulla, quel che conta per delle forze politiche desiderose di contarsi e pesare è  che l&#8217;elettorato che mirano a rappresentare la pensi così.</p>
<p>Secondo. Da 16 anni la Lega ha saputo vendere al Nord con crescente successo e consenso la convinzione che solo con il federalismo spinto &#8211; pur senza mai entrare in particolari e numeri, ciò che solo in realtà fa la differenza &#8211; aupicato da Bossi e dai suoi, il Nord riequilibra a proprio vantaggio l&#8217;eccesso di risorse che dà allo Stato rispetto a quelle che si vede tornare indietro, pur spendendo in media meno e meglio. Rispetto a questo, in 16 anni nel Sud il consenso elettorale, alle politiche come per le Autonomie, ha visto le diverse componenti tanto della sinistra quanto della destra ripetere in realtà – al di là del colore delle bandiere &#8211; esattamente la stessa cosa. E cioè che, appunto, quello a sé era il miglior voto per equilibrare quello dato al Nord alla Lega. Gli elettori del Sud  pensano la Lega sia debordante nel centrodestra non tanto perché neghino gli aiuti finanziari straordinari  che in realtà Tremonti ha autorizzato solo in casi eccezionali nel Mezzogiorno, ma perché se lo son sentiti ripetere da anni in primis dai candidati alle elezioni dello stesso PdL</p>
<p>E&#8217; da questi due dati di fatto, che deriva il terzo. Se rottura finale dovesse essere tra Berlusconi e Fini, come i toni sembrano sin qui continuare a indicare, allora è ovvio che a essere in condizione di avvantaggiarsi della cosa alle elezioni, presto o tardi che siano, sono proprio Bossi da una parte al Nord, e al Sud Fini e i suoi, seguaci e futuri alleati.</p>
<p>Sono Berlusconi e il PdL, nelle condizioni attuali, a rimetterci di più. Bossi al Nord avrebbe buon gioco a dire agli elettori di centrodestra che è meglio votare direttamente Lega, visto che in caso contrario  il federalismo vien promesso vien promesso, ma poi di fatto ancora una volta come sempre non arriva mai. Al Sud. a Fini a quel punto converrebbe far AntiLega con Lombardo e Micciché e, aggiungo, con tutte le Poli Bortone  inascoltate dai colonnelli PdL, e che se sinora sembrano più vicine a Berlusconi è sol perché da quella posizione – sulla carta, la più forte &#8211; si è poi in migliori condizioni, per trattare poi al momento buono gli sviluppi più convenienti. Un PdL che non portasse a casa i premi di maggioranza in Sicilia e anche solo poco più che in Sicilia, nel resto del Mezzogiorno, con la Lega in crescita ulteriore al Nord comunque al Senato non avrebbe la maggioranza, con l&#8217;attuale legge elettorale.</p>
<p>Per evitare questo rischio, meglio sarebbe stato se Berlusconi e la Pdl negli anni scorsi avessero parlato al Mezzogiorno una lingua chiara e univoca. Capace cioè di ammettere che nel Mezzogiorno in media c&#8217;è un eccesso di spesa pubblica discrezionale, e cioè acquisti stipendi e sussidi dove il rapporto tra Sud e Nord è di 125 a 100, perché la politica ha preferito moltiplicare i redditi indotti dal settore pubblico, alla ricerca di voti. Ma altresì aggiugendo che in ogni caso c&#8217;è Sud e Sud, visto che sommando tutte le componenti Puglia e Campania figurano più tra tre le creditrici che le debitrici rispetto a Calabria, Basilicata e Sicilia dove il riequilibrio è inevitabile e deve essere pure molto energico. E, infine, ribadendo come garanzia agli elettori che l&#8217;orizzonte temporale della convergenza verso la virtù sarebbe stato adeguato: diciamo da 5 ma anche fino 10 anni, per  chi vi è più distante come Calabria e Sicilia.</p>
<p>Difficile immaginare che, essendo mancata questa chiarezza per 16 anni, venga proprio ora e sia scritta nel punto “Mezzogiorno” che Berlusconi ha ormai pronto, da sottoporre a Fini prima che, a inizio settembre, l&#8217;annuncio ormai scontato di un partito nuovo diventi anche la tomba della maggioranza. Per questo continuo a pensare che se Berlusconi non ha già deciso comunque di provare la via elettorale, allora non solo sul Sud dovrà indicare impegni il più possibile precisi &#8211; il punto non sono gli 80 miliardi fondi FAS e di coesione europea di cui si occupa Fitto e che bisogna sperare vengano sbloccati su poche priorità vere condivise dalle Regioni che hanno potre di veto, invece che su mille progettoi inutili, il punto sono i numeri del federalismo che sin qui mancano nei decreti attuativi della delega -  ma soprattutto dovrà anche essere disposto a concedere che sia un esponente finiano, a rappresentare quegli impegni nell&#8217;agenda, nella composizione e nelle attribuzioni del governo stesso.</p>
<p>Per me, sbaglierò ma resta del tutto improbabile. In quel caso, comunque la pensiate su Fini rispetto al patto elettorale sottoscxritto due anni fa con gli elettori, il PdL può però prendersela solo con se stesso.</p>
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		<title>Modesto consiglio sui cento giorni di Zaia in Veneto</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 11:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Modesto consiglio a Luca Zaia, presidente del Veneto. “Prima delle elezioni è opportuno dire che le si vincerà perché si hanno buone idee, e solo dopo averle vinte è il caso di dimostrarlo”. Era il buon Winston Churchill a parlare così. Ma ai suoi tempi la televisione non esisteva, e i giornali a contare erano due, perché ai tabloid pomeridiani per pendolari un premier britannico non rivolgeva neanche la parola. Neanche a Churchill del resto andò sempre bene, visto che due volte da giovane sfumò l’elezione ai Commons, e infine, appena vinta la seconda guerra mondiale, Downing Street gli fu sottratta alle urne dal laburista Eden. Ma se non è andata liscia neanche a Churchill, la lezione da trarre è una sola. A un politico che ha vinto  ancora da poco le elezioni, i conti delle promesse già mantenute è meglio farli ragionando, che incarognendo. Questa sarà la regola a cui mi atterrò, per i cento giorni ormai già più che trascorsi, dacché Luca Zaia è alla guida del Veneto.<span id="more-6615"></span></p>
<p>Nei giorni recenti su varie testate, dal Corriere del Veneto al Foglio, non glie le hanno risparmiate, a Zaia. Che, in effetti, era stato larghissimamente ottimista, nell’indicare in cento giorni il termine entro il quale avrebbe prodotto un nuovo regolamento d’aula, per attenuare i diritti all’ostruzionismo e rafforzare i poteri di governo, nonché nel dare scadenza entro fine anno, per l’appuntamento con il nuovo Statuto regionale. Quando si tratta di adempimenti che ricadono appieno nei poteri delle assemblee elettive, chi è alla testa di un governo – nazionale o regionale poco importa – dovrebbe sapere che anche le maggioranze più ampie e coese prendono tempo e moltiplicano i propri punti di vista. Quanto alle Olimpiadi 2020 e alle finali di Miss Italia a Jesolo, la buona volontà di Zaia non poteva far la differenza. Mentre invece, sui costi della politica, le intenzioni in qualcosa di concreto si sono tradotte, vista la riduzione degli emolumenti agli assessori – sia pure espressa in un poco più che simbolico 5% &#8211; e il dimezzamento da 12 a 6 dei dirigenti apicali della macchina amministrativa regionale.</p>
<p>A mio modo di vedere, però, si fa torto a una vittoria alle urne del 60% se la si misura su questo. Diciamo allora che ci sono almeno due vie diverse, per tentare un primo bilancio del dogato Zaia. La prima è molto battuta: consiste nel misurare al bilancino il seguito personale di Zaia nella Lega, rispetto a quello di altre figure “pesanti” del movimento in Veneto, come il sindaco di Verona Flavio Tosi, il capogruppo al senato Federico Bricolo, il capogruppo leghista alla regione Federico Caner, il sindaco di Treviso Giancarlo Gobbo, e via continuando maggiorente per maggiorente di qual grande partito popolare che è oggi la Lega in Veneto dopo la sua fortissima affermazione. Questa via, però e secondo me, interessa meno i veneti, per quanto capisca bene che intrighi invece il giornalismo, che campa anche strologando sulla maggior vicinanza o distanza di Zaia rispetto a ciascuno degli altri capi leghisti veneti, rispetto al Re Sole della Lega che resta sempre Umberto Bossi.</p>
<p>C’è poi una via diversa. Quella che aspetta di capire non i primi cento giorni, ma i primi atti che Zaia compirà in grado di far davvero intendere quali e quanto buone siano le sue idee, ma solo dopo aver vinto le elezioni. Proprio come diceva Churchill. Diciamo allora che ci sono almeno tre questioni davvero essenziali, al di là delle promesse elettorali, su cui misurare ciò che da Zaia è lecito attendersi. La prima è istituzionale. La seconda è politica. La terza è economica. Ma io inverto l’ordine, e comincio proprio da quest’ultima.</p>
<p>La questione economica è quella disegnata dal rapporto della Fondazione Nordest fresco di stampa, e che abbiamo illustrato la settimana scorsa. In sintesi estrema, il Veneto è oggi la Regione più manifatturiera d’Italia. Difende questa peculiarità nella crisi mondiale meglio di quanto si temesse. E, di conseguenza, per il governo regionale e chi lo guida rappresenta una sfida: Zaia si trova ad essere il governatore regionale che potrà contare naturalmente sul miglior rapporto con Confidustria di ogni suo collega del Nord. E parliamo delle confindustrie veronesi, vicentina, trevigiana: tranne Assolombarda, le più forti d’Italia. L’industria veneta è diffusa, internazionalizzata, impegnata in uno spettacolare sforzo di creazione di valore all’estero migliorando le catene di fornitura. Uscendo dai vecchi distretti con cui si facevano economie di scala per la domanda interna. Se l’agronomo Zaia prende la testa del movimento industriale del Nordest che a palazzo Balbi chiede non incentivi ma un modello di “rete d’impresa” su cui commisurare consolidati fiscali per le tasse e bond di filiera da chiedere alle banche, c’è un futuro per il suo governo da banco di prova nazionale delle politiche economiche.</p>
<p>La questione politica e quella istituzionale sono collegate, perché sono la stessa: il federalismo, nella sua traduzione di autonomia impositiva rispetto al Centro, e nel peso che le Regioni virtuose del Nord sapranno esercitare insieme rispetto a Roma, dove sarà forte – anche nel Pdl è forte – il richiamo al solidarismo per le scassate Regioni del  Centrosud. Se Zaia osa, c’è una partita del Nord che unisce le Regioni guidate dalla Lega alla Lombardia di Formigoni. Se Zaia presta invece orecchio alla politica romana, allora Veneto e Lombardia si dividono, perché tra Tremonti, Berlusconi e Letta nel Pdl vi sono oggi più cose di quanto nella filosofia della battuta dell’Amleto. Inutile dire che, dal mio punto di vista, Zaia e la Lega dovrebbero osare. Ma è dall’industria e dalla produttività dei servizi alla persona e all’impresa, che devono partire. Perché il Veneto che si trovano a guidare è, davvero, un modello per l’Italia e per farla uscire dalla crisi.</p>
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		<title>Dedicato ai veneti. Nooo, anche la Lega fa le ronde antievasione&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 17:08:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Letto stamane che la Lega farà ronde antievasione, ho mandato questo scorato editoriale al Gazzettino, che lo pubblicherà domani. Ronde anti-spesa e anti-Stato, altro che anti-evasori, questa è la nostra sempre più solitaria proposta.
Può esser contento, Giulio Tremonti. Prima ancora che la manovra, approvata dal Senato, superi l&#8217;esame di Montecitorio, dopo le tante critiche prendono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Letto stamane che la Lega farà ronde antievasione, ho mandato questo scorato editoriale al Gazzettino, che lo pubblicherà domani. Ronde anti-spesa e anti-Stato, altro che anti-evasori, questa è la nostra sempre più solitaria proposta.</em><span id="more-6581"></span></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Può esser contento, Giulio Tremonti. Prima ancora che la manovra, approvata dal Senato, superi l&#8217;esame di Montecitorio, dopo le tante critiche prendono a manifestarsi anche reazioni positive. Tra le quali una delle più significative è l&#8217;entusiasmo degli amministratori dei Comuni per il 33% di gettito che resterà nelle loro casse, per ogni accertamento che condurranno in proprio al fine di stanare gli evasori fiscali. Era una decisione da anni promessa e che per  i Comuni può significare molto, visto che anche i più virtuosi tra loro si trovano impediti nell&#8217;utilizzo dei residui attivi, per effetto del bislacco Patto di stabilità interno che impedisce alle municipalità di considerare le risorse da esse risparmiate come a loro disposizione. In più, se oltre 5mila Comuni su 8mila, cioè tutti quelli inferiori ai 3 mila abitanti, saranno obbligati ad associarsi invece di replicare ciascuno uffici e dipendenti di troppo – in Giappone in 3 anni con questa stessa logica oltre 4 mila municipalità sono state abrogate, noi ci fermiamo a mezza strada ma è un passo avanti, se a Montecitorio la lobby dell&#8217;ANCI non ci mette lo zampino – in realtà Tremonti ha messo sul piatto delle Città una nuova succulenta portata.</p>
<p>E&#8217; l&#8217;imposta municipale unica, il nuovo pilastro dell&#8217;autonomia federalista comunale che, unificando tutti i tributi sin qui dovuti sugli immobili, aggiungendo all&#8217;ICI seconda casa le imposte ipotecarie, catastali e la cedolare secca sugli affitti, porterà nelle casse comunali la bellezza di 25 miliardi.</p>
<p>L&#8217;entusiasmo produce i primi effetti. Mi riferisco all&#8217;invito che la Padania ha rivolto ai sindaci e amministratori leghisti al fine di organizzare “ronde antievasione”. Invito ripreso con convinzione dal sindaco leghista di Cittadella in provincia di Padova, Massimo Bitonci, fresco anche di nomina a vicepresidente del&#8217;ANCI. Dopo anni di a volte aspra polemica nei confronti della Lega, accusata di secessionismo, antipolitica e di larvata simpatia per gli evasori, è una nuova tappa verso la piena istituzionalizzazione del movimento di Bossi, ormai forte nel Nord di consensi tali da farne pressoché ovunque pilastro essenziale dei governi locali, e sempre più decisivo anche nel centrodestra nazionale.</p>
<p>Ma ora che la Lega si somma all&#8217;union sacrée a difesa del fisco contro i furbi, c&#8217;è anche un&#8217;altra riflessione da fare. Non vorrei che scattasse la trappola che è la vera forza dello statalismo. Quella per cui le imposte sono troppe e “cattive” sinché è qualcun altro a deciderne l&#8217;allocazione di spesa. Mentre improvvisamente diventano “buone”, quando al posto di quel qualcun altro tanto criticato ci si siede infine alla sua poltrona.</p>
<p>E&#8217; il caso di ricordare a chiunque ricopra incarichi politici che il problema numero uno nel nostro Paese è l&#8217;eccesso d&#8217;imposta. E che l&#8217;eccesso di furbi è un prodotto dell&#8217;eccesso d&#8217;imposta cioè di spesa pubblica, non viceversa. Se anche la Lega dimentica questa ferrea concatenazione logica, stiamo freschi. Vorrà dire che restiamo ancora più soli, nel batterci contro l&#8217;esosità di una politica che in Italia resta dannatamente abituata a mettere troppo becco nel reddito nazionale, visto che la spesa pubblica è al 53,5% del Pil. E visto che, al netto dell&#8217;economia sommersa, la pressione fiscale italiana è di 7 punti superiore alla Francia, di 10 alla Spagna, di 15 alla Germania, di 16 del Regno Unito, di 20 dell&#8217;Irlanda, di 27 degli Stati Uniti.</p>
<p>La domanda diventa: anche la Lega si è convinta di quel che per anni hanno ripetuto Visco e Padoa-Schioppa, sinistre e statalisti di tutte le sigle e bandiere, e cioè che solo se prima si stanano gli evasori sarà possibile abbattere le imposte su chi le paga? Non voglio crederlo. Possiamo solo sperare che la Padania e Bitonci non ci abbiano pensato bene, prima di partire in quarta con l&#8217;idea delle ronde. Perché lo slogan “se non becchi l&#8217;evasore non ti taglio le tasse”, per quanto nobile e giusto possa apparire di primo acchito è stata sin qui la bandiera di chi difende come intoccabile la spesa pubblica da rapina praticata in Italia. Rapina alle imprese e ai lavoratori insieme, visto che su entrambi pesa in maniera abnorme il prelievo. Rapina ancor più ingiusta in terre come il Veneto, che in tutte le graduatorie di stima d&#8217;evasione per le diverse imposte, dirette e indirette, è la seconda o la terza Regione tra le più virtuose, con tassi pari a meno della metà e talora a meno di un terzo di quelli del Sud.</p>
<p>Una Regione i cui dipendenti complessivi costano per abitante circa 30 euro, rispetto ai 53 del Lazio, ai 187 del Molise e ai 349 della Sicilia, a mio modesto avviso non ha bisogno di ronde antievasione, ma di ronde antitasse. E se anche la Lega ha cambiato idea, poveri noi tutti e voi che leggete.  «La frode fiscale non potrà essere davvero considerata alla stregua degli altri reati finché le leggi tributarie rimarranno vessatorie e pesantissime e finché le sottili arti della frode rimarranno l&#8217; unica arma di difesa del contribuente contro le esorbitanze del fisco». Queste parole le scriveva Luigi Einaudi sul Corriere della Sera. Era il  del 22 settembre 1907. Allora, la pressione fiscale era più bassa di 26 punti di PIL, rispetto a oggi.</p>
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		<title>I tagli alle Regioni e il federalismo promesso</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 12:51:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi ha ragione e chi ha torto tra le Regioni e il Governo, sulla manovra correttiva dei conti pubblici? Le Regioni, se i tagli non vanno insieme a uno schema preciso per l&#8217;individuazione di come funzionerà il federalismo fiscale, per premiare le più efficienti. Il Governo, se però si guarda complessivamente al contributo necessario per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Chi ha ragione e chi ha torto tra le Regioni e il Governo, sulla manovra correttiva dei conti pubblici? Le Regioni, se i tagli non vanno insieme a uno schema preciso per l&#8217;individuazione di come funzionerà il federalismo fiscale, per premiare le più efficienti. Il Governo, se però si guarda complessivamente al contributo necessario per il contenimento del deficit. Cerchiamo di capire, numeri alla mano.<span id="more-6393"></span></p>
<p>Le Regioni sostengono che la manovra è irricevibile nella parte che le riguarda. Per quelle a statuto ordinario, la manovra dispone nel 2011-2012 minori trasferimenti per le funzioni loro delegate dalla  &#8220;Bassanini&#8221; – trasporto pubblico, sostegno all&#8217;impresa, edilizia residenziale, viabilità, ambiente &#8211; di 8,5 miliardi, più un miliardo e mezzo a carico di quelle a statuto speciale. Le Regioni lamentano che a questi tagli si aggiungono  altri 7 miliardi per le ordinarie e 1,5 per quelle a statuto speciale, per il giro di vite al Patto di stabilità già disposto l&#8217;anno scorso. Dicono le Regioni che i tagli alla loro spesa biennale sarebbero di conseguenza del 13%, solo del 4% per quelle a statuto speciale, del 3% per Province e Comuni, di un misero 1,6% in capo allo Stato. Tutto questo, aggiungono, quando il loro contributo nell&#8217;ultimo quinquennio è già stato di un meno 6% alla formazione di debito pubblico, rispetto al meno 3,9% dei Comuni e al più 10%, invece, dello Stato.</p>
<p>Che cosa ribatte il governo? Che ad essere irricevibili sono i calcoli delle Regioni. La Ragioneria dello Stato risponde infatti che, dei poco meno di 40 miliardi di minor deficit disposti per il 2011-2013, il conto va fatto complessivamente, e cioè sul totale sia delle delle minori uscite che pesano per il 60% della correzione, sia dei 25 miliardi maggiori entrate, in parte a compensazione di maggiori spese. Computando insieme sia le minori spese sia l&#8217;impopolarità delle maggiori entrate sia le maggiori spese che vengono  dichiarate a  sostegno dello sviluppo, ecco che le  Amministrazioni centrali e locali non solo hanno pesi quasi equivalenti, ma è lo Stato ad accollarsi il più della correzione: con 29,6 miliardi rispetto ai 27,3 delle Autonomie.</p>
<p>Tremonti aggiunge poi due argomenti che considera decisivi. Se si considera il totale delle manovre varate dal governo, a cominciare dalla pluriennale di due estati fa, lo Stato e gli Enti che controlla hanno dato il  57% del contributo alla correzione dell&#8217;indebitamento netto intervenuto, Regioni ed Enti Locali solo il 41%. Che poi lo Stato continui a indebitarsi di più di loro sui mercati è ovvio, aggiunge Tremonti, visto che il debito pubblico è nazionale, ma comprende appunto anche i trasferimenti alle Regioni: quelle stesse Regioni che, passata loro la competenza sugli invalidi, in un decennio hanno chiuso gli occhi di fronte al lievitare della spesa relativa, da 6 a 16 miliardi di euro.</p>
<p>L&#8217;argomento centrale di Tremonti, che lo ha spinto a dire incontrando le Regioni  che possono decidere loro come ripartire tra quelle a statuto speciale e ordinario i tagli ma sull&#8217;ammontare di questi il governo non transige, sta tutto in queste due cifre: dal 1997 al 2008 la spesa corrente primaria centrale è salita del 38%,  nel frattempo la spesa corrente delle Regioni e delle Autonomie è aumentata dell’80%. Anche se ciò ha riflesso in parte i trasferimenti di funzioni dal centro alla periferia col Titolo V della Costituzione nel 2001, è chiaro che si tratta di dinamiche esplosive, che soffocano l’economia e la società, che impediscono ogni speranza di ridurre le imposte.</p>
<p>Dall&#8217;altra parte, però, Formigoni ed Errani, alla testa della protesta delle Regioni, non hanno torto quando sottolineano che tagli di queste proporzioni oggi incidono in maniera esattamente contraria a quanto il centrodestra promette da anni con il federalismo fiscale. I tagli senza adozione contestuale del meccanismo del costo-standard, infatti, puniscono di più proprio le Regioni più efficienti. Tanto che la più colpita sarà l&#8217;unica Regione che, negli anni 2006-2008, ha ridotto la propria spesa dell&#8217;11,4%: la Lombardia, che si vede tagliati in 2 anni 1,4 miliardi aggiuntivi. Idem dicasi per il Veneto, con 640 milioni in meno, malgrado abbia aumentato la propria spesa corrente del 13%  in un biennio. Cifra che può apparire alta solo a chi dimentica che nelle Regioni più inefficienti essa nel solo 2006-08 è salita di tre o quattro volte tanto: in Campania del 23%, nel Lazio del 56%, in Molise – la Regione meno toccata dalla manovra, per soli 79 milioni &#8211; addirittura del 66%.</p>
<p>Fino ad oggi, il Governo ha avuto un approccio più aperto con i Comuni. Partiti lancia in resta anch&#8217;essi contro i tagli della manovra, sedendosi al tavolo con il Governo  è stato illustrato ai sindaci lo schema della Service Tax, che con il federalismo fiscale verrà loro attribuita come principale fonte di entrata propria, accorpando diverse imposte attuali di registro e catastali sugli immobili: per circa 25 miliardi, cifra che ha immediatamente rabbonito i Comuni.  Ma sul meccanismo del costo standard  per le spese primarie delle Regioni, cioè fuori dalla Bassanini – sanità, assistenza sociale e istruzione, l&#8217;85% del loro bilancio – il promesso decreto attuativo delle legge delega sul federalismo da una parte è atteso a brevissimo, dall&#8217;altra si è ancora indietro sui meccanismi per individuarlo. Tanto che è solo dell&#8217;altroieri, l&#8217;indiscrezione secondo la quale il compito di elaborarlo verrà attribuito alla Sose, la società fin qui incaricata di elaborare e correggere nel tempo e per andamenti territoriali gli studi di settore, in base ai quali pagano le imposte oltre 200 tipologie di professionisti e lavoratori autonomi. Ma ciò implicherà tempi lunghi: nel frattempo, o alle Regioni virtuose il governo dà garanzie concrete che il costo standard non si applicherà sulla base di spesa ridimensionata dalla manovra, oppure in effetti avrà ragione Formigoni, quando sostiene che la promessa della Lega è stata violata.</p>
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		<title>Il federalismo polis-centrico. Di Mario Unnia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 07:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo da Mario Unnia e volentieri pubblichiamo.
Quale il ruolo di Milano in una Lombardia schiacciata, come un tramezzino, tra Piemonte e Veneto animati da un forte protagonismo? Si potrà ancora parlare di un primato di Milano, ovvero di una sua egemonia sull’intero Nord? Per rispondere giovano alcune riflessioni proprio sul federalismo di cui si farà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo da Mario Unnia e volentieri pubblichiamo</em>.</p>
<p>Quale il ruolo di Milano in una Lombardia schiacciata, come un tramezzino, tra Piemonte e Veneto animati da un forte protagonismo? Si potrà ancora parlare di un primato di Milano, ovvero di una sua egemonia sull’intero Nord? Per rispondere giovano alcune riflessioni proprio sul federalismo di cui si farà un gran parlare nei prossimi mesi.</p>
<p><span id="more-5618"></span>A sentire il dibattito post elettorale il grande vincitore serebbe il federalismo regionalista e il partito del territorio, grazie ai quali l’Itala si avvierebbe a vivere la sua stagione di progressivo spostamento dell’egemonia politica dallo stato (che pur vive un momento di rilancio, ma solo a causa della crisi)  alle regioni: il tutto presentato come un portato dei tempi.</p>
<p>Il paradosso è che in verità le cose non stanno proprio così, come insegna l’esperienza dei paesi confrontabili con il nostro. Nel grande processo di globalizzazione, rallentato dalla crisi, ma non interrotto e destinato a riprendersi e a sviluppare, non sono né gli stati e tanto meno le regioni, bensì le grandi città i luoghi in cui avviene l’intersezione tra i processi di globalizzazione e le dinamiche culturali, sociali e politiche (le due dimensioni espresse dal vocabolo ‘glocal’). In un mondo strutturato dalle reti, una di queste collega le capitali politiche, un’altra le città finanziarie, una terza le città della scienza e della ricerca, una quarta quelle della comunicazione, e così via. Ma sono i nodi che contano, perché la reti sono a modo loro gerarchiche (come a maggior ragione è gerarchica la ‘grande rete’ per antonomasia, a dispetto di quel che pensano gli ingenui navigatori) . Infatti è l’eccellenza della funzione ad assegnare ad una città la leadership nella rete di appartenenza; senonchè, la vera leadership la guadagna e la mantiene la città che si trova all’intersezione del più alto numero di reti. L’esempio emblematico è Londra, che è al tempo stesso capitale politica, finanziaria, dell’informazione, della cultura, e dello spettacolo.</p>
<p>Ne consegue una forte competizione tra città (dall’Expo alla Formula Uno) all’interno del sistema urbano transnazionale, trasversale rispetto agli stati, che in parte coincide, in parte no, con la competizione tra territori.  Emerge una sorta di confederazione di centri di potere urbani, verrebbe da dire una lega di potenziali città-stato. Le città che non si inseriscono in questo sistema vengono prima  o poi retrocesse a capitali di contado.</p>
<p>La tendenza all’affermazione del sistema urbano transnazionale sinteticamente evocato capovolge i paradigmi concettuali del federalismo, e suggerisce proprio ai fautori del medesimo una pausa di riflessione. E’ un paradosso non solo apparente, ma lo spostamento di fatto, al di là dei desideri e delle ideologie, del peso politico dal territorio ai nodi delle reti, costituiti dalle città, ridimensiona il modello del federalismo regionalista dal momento che non è la regione, e tanto meno la macroregione, il soggetto percepito come soggetto politico principale (vedi il recente comportamento elettorale). Si può aggiungere, altro paradosso solo apparente, che è proprio il territorio il soggetto sconfitto dalla globalizzazione se è privo al suo interno di un nodo di eccellenza, di una città egemone nella rete transnazionale, e questo è vero anche se molti federalisti impiegheranno tempo per rendersene conto. Va da sé che la tendenza in atto rende obsolete le ipotesi secessioniste dei territori; e, terzo paradosso solo apparente, condanna i partiti territoriali proprio nel momento in cui sembrerebbero essere i dominatori dell’arena politica.</p>
<p>Il federalismo cui guardare è dunque il cosiddetto ‘federalismo polis-centrico’. L’obiezione, che il federalismo polis-centrico estremizzi la frammentazione territoriale, non regge, perché proseguirà in futuro la frammentazione degli stati in unità più piccole ed emergeranno alcune città non solo in forza della dimensione, bensì anche della funzione e dell’autosufficienza fiscale. Un’ altra possibile evoluzione è verso l’expanded federalism, che comprende le città-nodo come terzo partner al fianco del governo federale e degli stati. In Usa si discute di federalismo urbano e di federalismo urbecentrico: ambedue i modelli evidenziano il posto che le città occupano nella struttura del sistema federale, tra i governi degli stati e il governo di Washington.</p>
<p>Occorre aggiungere che questo neofederalismo polis-centrico è il prodotto del declino della forma stato dominante nell’epoca moderna, e a modo suo è un ritorno alle origini del federalismo: evidenzia infatti la prevalenza della negoziazione e tendenzialmente del ‘contratto’ tra comunità federate, in primis le città-nodo, piuttosto che del ‘patto politico’. Dalla crisi dello stato emergerebbe  un insieme di contratti, di aggregazioni di diritti e di obblighi che hanno alla base negoziazioni di carattere privatistico, ciò che esisteva nella fase che precedette appunto la formazione e il consolidamento dello stato moderno.</p>
<p>In questa prospettiva Milano può evitare la fine del salame nel tramezzino. Purchè rifletta su se stessa, sui suoi assets, faccia un check up delle sue energie vitali, e si ponga l’obiettivo di diventare davvero una città-nodo nel federalismo transnazionale polis-centrico. Con una classe dirigente all’altezza della partita.</p>
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