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Posts Tagged ‘Europa’

Non è la panacea di ogni male, ma il Fme è meglio delle sue concrete alternative

10 marzo 2010

- Lo dico apertis verbis: a differenza di Oscar Giannino, a me la proposta di Daniel Gros e Thomas Mayer d’istituire un Fondo monetario europeo non dispiace. L’idea dei due mi convince alquanto soprattutto in termini ‘relativi’, e cioè rispetto alle alternative immaginabili: il governo economico della politica monetaria (di cui Sarkozy e sodali vanno troppo spesso discorrendo), la discrezionalità e la violazione sistematica del Trattato UE in materia di salvataggio degli Stati membri, la sempreverde armonizzazione fiscale.

Tra l’esercizio intellettuale di Gros e Mayer e l’eventuale implementazione c’è una distanza siderale, ovviamente, soprattutto se si considera quanti e quali passaggi politici ci vorrebbero per trasformare la proposta in un’istituzione reale, con tutti i danni che i Governi nazionali potrebbero arrecare al progetto originario. In concreto, Gros e Mayer partono da due assunti: primo, di fronte al dirompere di crisi finanziarie come quella greca, l’obiettivo delle istituzioni politiche non può essere quello di prevenire a tutti i costi i default sovrani, quanto quello di renderli possibili e possibilmente più ‘ordinati’; secondo, va limitato l’azzardo morale. Prosegui la lettura…

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Un divertissement per convincere gli americani a non europeizzarsi

22 gennaio 2010

Qualche giorno fa Paul Krugman sentenziò sulle pagine del New York Times che gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare dall’Europa (“Learning from Europe”), un’economia dinamica quanto quell’americana – a detta dell’economista liberal – che avrebbe dimostrato come “la giustizia sociale ed il progresso possono andare mano nella mano”. Per Krugman è solo un vecchio luogo comune quello che dipingerebbe la socialdemocrazia europea come un modello economico rigido, lento e decadente. Prosegui la lettura…

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A400M, il bidone evitato da Martino: grazie Antonio!

11 dicembre 2009

Oggi primo volo dell’A400M, il velivolo da trasporto militare del consorzio pubblico Airbus-EADS. Nel 2001-02, l’allora ministro della Difesa Antonio Martino tenne fuori l’Italia dal megacontratto europeo, che accomuna Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Regno Unito e Turchia. All’epoca, l’opposizione levò fuoco e  fiamme, accusandolo di antieuropeismo. Fui tra i pochi a difendere la bontà della scelta. Oggi più che mai penso sia giusto – lo faremo in pochi – tributare il giusto omaggio a Martino. Aveva visto lontano. Il contratto fu firmato nel 2003, le consegne dovevano cominciare nel 2010. Invece il programma è in ritardo di anni, e forse – forse – le prime vere consegne arriveranno nel 2014. Perché prima bisogna risolvere il problema degli extra costi, passati da 20 a 25 miliardi di euro. Con EADS, il gruppo franco-tedesco più strapuntino spagnolo di fatto pubblico, che rifiuta di addossarseli per la sua inefficienza come da contratto, e chiede invece li paghino i governi. Avremmo dovuto sobbarcarci a spese pazze, mentre tagliamo i bilanci della Difesa. Senza per altro avere gli aerei. È esattamente questa l’Europa statalista e sprecona dalla quale stare sempre lontano, tutte le volte che ci si riesce. Grazie Antonio!

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Think tank. Stato dell’Unione (europea)

12 novembre 2009

Come per qualsiasi altra attività produttiva la produzione d’idee non è opera semplice. Uomini, mezzi, strutture e risorse non si creano dal nulla. Ancora più difficile diventa poi coordinare il tutto e mettere in campo delle idee non confinate o confinabili al mero dibattito accademico, ma capaci di “avere delle conseguenze”.

Se le istituzioni deputate alla produzione delle idee (spesso e soprattutto in Italia le università pubbliche) si rifugiano nel conservatorismo e nel nepotismo, a pagarne caro il prezzo sono i cittadini che ne hanno sovvenzionato le attività mediante la tassazione generale.

A tal proposito Chicago Blog ha già affrontato in alcuni interventi precedenti la rilevanza del fenomeno think tank e le pecche del sistema Italia.

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Liberalizzazione dei cieli: langue pure in Africa

2 novembre 2009

Yamoussoukro è una città di cui pochi, in Europa, conoscono il nome: eppure se si tratta della capitale della Costa d’Avorio e della città da cui proveniva anche colui che per più di trent’anni – dal 1960 al 1993 – ha gestito i destini di questa nazione africana: Félix Houphouët-Boigny.

Una decina di anni fa in questo centro si tenne pure un summit panafricano che avrebbe dovuto favorire, con la “decisione di Yamoussoukro”, appunto, lo sviluppo dell’aviazione del continente grazie ad un processo di liberalizzazione. Poco e niente, però, ne è derivato. Prosegui la lettura…

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2009 fuga da Copenhagen. Chicago anticipa le conclusioni del vertice

16 settembre 2009

Come ampiamente previsto, l’amministrazione Obama ridefinisce al ribasso il suo impegno per Copenhagen. Lo spiega, in un articolo zeppo di informazioni e molto ben documentato, David Adam del Guardian, che evidenzia come gli americani abbiano messo nel mirino i due pilastri del ponte che da Kyoto avrebbe dovuto portare a Copenhagen: la definizione di obiettivi sfidanti e l’assegnazione, a ciascun paese, di un target di riduzione delle emissioni legalmente vincolante. Non sorprendentemente, Obama si allinea alla posizione negoziale di George W. Bush e, dunque, di Bill Clinton.

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Europeisti di tutto il mondo unitevi

24 agosto 2009

I nostri politici, di destra e di sinistra, mettono spesso in piazza il loro altissimo grado di europeismo.  Antonello Cherchi e Marco Gasparini sul Sole24ore di oggi ci dicono che in realtà le nostre casse pubbliche rischiano di pagare caro l’europeismo di mera facciata delle nostre istituzioni pubbliche. Sono infatti numerose le procedure di infrazione aperte dalla Commissione contro l’Italia.  I due giornalisti del Sole24ore nel loro articolo non ci dicono  però nulla sulle ragioni di tutte queste presunte, ma spesso reali, violazioni del diritto comunitario.

I problemi per l’Italia? La nostra maledetta e pletorica pubblica amministrazione. Ce lo spiegano in questo working paper  harvardiano cinque studiosi cinque:

The UK and Germany are much more complaiant than France and Italy, which command similar political power but whose administrations are ridden by bureaucratic inefficiency and corruption.

Maggiori info qui.

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Mi ricordo Monti verdi…

14 giugno 2009

Come spesso accade, Mario Monti nella sua enciclica domenicale muove da una dato incontestabile, ne deduce una conseguenza sulfurea e giunge a una conclusione rispetto alla quale l’unico atteggiamento corretto è l’esorcismo. Per il rais dell’Università Bocconi, la vittoria dei verdi in gran parte dei paesi europei – e in particolare nella Francia di Daniel Cohn-Bendit – dimostra la rinata “domanda di Europa” e, segnatamente, di “un’Europa che protegga, che non ostacoli troppo gli Stati che proteggono i loro cittadini e le loro imprese, anche all’interno della stessa Ue”. La risposta politica a questa domanda, che per Monti è stata finora interpretata soprattutto da formazioni di destra e più o meno euroscettiche, consiste, paradossalmente, nel tradimento di quello che fu e in qualche misura ancora è lo spirito autentico dell’unficazione: “consentire, da parte della Ue, che ogni Stato si occupi delle istanze sociali senza riguardo all’apertura rispetto al resto della Ue, anche in violazione delle regole del mercato unico”. Questo tipo di risposta Monti la condanna, giustamente. In contrasto, egli propone di estendere l’integrazione “ad aspetti, come il coordinamento della fiscalità. che permettano agli Stati di dare grande attenzione al sociale pur rispettando il mercato unico”. Sarà sicuramente un mio limite, ma non vedo grande differenza: mi pare, semmai, un modo di evitare la contrapposizione tra i protezionismi nazionali e l’ “aperturismo” comunitario sacrificando quest’ultimo, e facendo dell’Ue un mega-Stato che, anziché superare le vecchie logiche, le adotta e ne moltiplica gli effetti. Tra parentesi, a me pare abbastanza ovvio che l’ “onda verde” non sia tanto il frutto di una tardiva conversione degli europei all’ecologismo sulla spinta della crisi, quanto piuttosto l’equivalente (mutatis mutandis) del voto italiano all’Italia dei Valori: è un modo di incanalare la protesta contro i partiti della sinistra senza confluire né nel voto di destra, né nell’astensionismo. Il problema è che le attuali politiche ambientali europee, che pure rispondono da tanti punti di vista alla sensibilità di Monti e di quelli come lui, finiranno per gravare l’economia europea di una zavorra che potrebbe farsi insostenibile, con buona pace della competitività e infine dello stesso sociale. Come si può pensare di costruire un welfare state efficiente, ammesso che sia possibile e utile, in un contesto di declino economico, nel quale la platea dei beneficiari netti dello Stato sociale è destinata a crescere come risultato del combinato disposto tra la crisi e le politiche anti-crescita da un lato, dall’altro della rinuncia a perseguire una autentica integrazione dei mercati? Da questo punto di vista, la vittoria dei verdi è un fallimento dell’europeismo vero: se davvero Bruxelles seguirà la strada indicata da Monti, ed è ben possibile, lo spazio politico comunitario comprimerà sempre più il mercato. Del sogno europeo, ci resterà solo la burocrazia.

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Monti per e diviso Tre

9 giugno 2009

Sul Sole 24 Ore di oggi, due anticipazioni dal prossimo Aspenia: Giulio Tremonti e Mario Monti, un tempo avversari ora sostanzialmente sulle stesse latitudini. Quale dei due sia finito per convergere sulle posizioni dell’altro, è ovvio e cosa non imprevedibile per chi li guardi con attenzione, anche se di lontano. Già Commissario a Bruxelles, per il Presidente della Bocconi l’europeismo è un valore irrinunciabile. Ciò a cui invece si può tranquillamente rinunciare è l’Europa. L’Europa intesa non come macchina burocratica, ma come esperienza storica fondata sul pluralismo, sul gusto della libertà nella sperimentazione istituzionale, sui principi del mercato. Fra l’Europa di Adam Smith e l’Europa di Colbert, Monti ha una preferenza costante: gli sta bene l’Europa che ha più probabilità di vincere, in un particolare momento nel tempo. “Mercato quando possibile, Stato quando necessario” è slogan tre-montiano montianamente adattabile in pluralismo quando possibile, armonizzazione quando necessario, libertà quando possibile, schiavitù quando necessario, eccetera, in un’orgia di atteggiamenti pseudo-pragmatici che trovano in quella che ci viene ancora dipinta come l’illusione generosa della generazione post-bellica: l’europeismo, un’utile foglia di fico. Non si riesce in altro modo a commentare affermazioni come la seguente:

L’Unione è stata costruita come soggetto d’integrazione fondato su uno zoccolo duro, che è appunto l’integrazione di mercato. Oggi, però, l’economia di mercato versa in una grave crisi, una crisi di sistema e globale. Allora ci si deve porre una domanda: potrà andare avanti la costruzione europea, visto che è fondata su un sistema in crisi?

Detto altrimenti, franza o spagna purché se magna, mercato o Stato purché Europeo. La quadratura del cerchio sarebbe quella “economia sociale di mercato” che avrà tanti difetti, ma che – difendiamo i “cugini che sbagliano” Roepke etc – non era mica la schifezza di cui parla Monti. Per il quale “economia sociale di mercato” è semplicemente sinonimo di social-democrazia. Una social-democrazia per giunta rafforzata da un controllo “fiscale” internazionale, che sgomini i paradisi fiscali. Perché? L’ex Commissario alla concorrenza dimostra una volta di più quello che da queste parti si è sempre sospettato. Cioè di credere nelle virtù della concorrenza talmente poco, da voler sottrarre alla concorrenza la produzione di beni pubblici in capo agli Stati, e il momento in cui per quei “beni pubblici” si è costretti volenti o nolenti a pagare: il prelievo fiscale.

Avere affrontato il tema dei paradisi fiscali in sede di G-20 è stata certamente un’opera meritoria e importante. Ma iniziative utili per combattere l’evasione fiscale sono insufficienti per contrstare l’elusione legale. La realtà, infatti, è che ciascuno dei paesi dell’Unione Europea, o del G-20, funziona per certi versi da paradiso fiscale per i residenti degli altri.

Poche righe più in là Monti chiarisce da dove gli venga il sogno sotteso a frasi terrificanti come queste, che auspicano di fatto la fine della concorrenza istituzionale in Europa, che poi significherebbe l’eclissi della parte più positiva del processo di unificazione, quella legata alle libertà di movimento: che senso ha potersi muovere, se ovunque vado il panorama è sempre quello? Il sogno di questa orwelliana piallatura delle differenze gli viene dal fatto che negli anni scorsi le “economie sociali di mercato” hanno dovuto – purtroppo! – “avvicinarsi alle economie anglosassoni” (dove Monti è bizzarramente convinto che lo Stato sociale non esista, ignorando che, ahinoi, si potrebbe semmai sostenere che proprio nelle economie anglosassoni è stato inventato…), più parche nei prelievi e generalmente per questo capaci di attrarre capitali e fare crescere più rigogliose le proprie imprese. Insomma, la concorrenza istituzionale fa male perché ci obbligherebbe ad abbandonare il nostro “modello sociale”. Tesi che avete già letta nel libro del Monti moltiplicato per tre. Il quale se non altro è intellettualmente abbastanza sincero e schietto da non voler contrabbandare la rivolta contro la concorrenza fra ordinamenti (perché che la concorrenza fra ordinamenti si combatta coi dazi o con un coordinamento fiscale o normativo internazionale, è questione di mezzi ma non di fini, che sono identici) come una “difesa” del mercato unico europeo. Difesa da che? Dai principi sui quali esso stesso è stato fondato?

Consiglio vivamente la lettura di tutto l’articolo di Monti. A suo modo, è esemplare. Raramente infatti si hanno esiti più deludenti di quando un intellettuale scalpita per fare il politico, o di quando un politico gioca a fare l’intellettuale. Monti unisce le inadeguatezze dell’intellettuale che ambisce a fare politica, cosa che originariamente era, a quelle del politico che scalpita per darsi un tono da intellettuale, cosa che ora è.  Coerentemente con un profilo molto diffuso nelle nostri classi dirigenti. Il centauro con le gambe d’uomo e la testa del cavallo.

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Assicurazioni, la concorrenza puo’ attendere

29 aprile 2009

La Corte di Giustizia europea ha salvato l’ “obbligo a contrarre” sulle RC auto, e secondo i giornali italiani sarebbe un’ottima notizia. Con uno scatto patriottico, il Sole 24 Ore afferma che “la sentenza va accolta con soddisfazione”, salvo prescisare – giustamente – che non bisogna “dimenticare la realta’ di un Paese che, anche per gli incidenti stradali, risulta spaccato in due”. Contro l’obbligo a contrarre le polizze, aveva presentato ricorso la Commissione europea vedendolo per quel che e’: una norma che viola la liberta’ contrattuale, e che lede la liberta’ di stabilimento – cioe’ la liberta’ per le imprese di stabilirsi in un Paese UE che non e’ quello d’origine, per esercitarvi la propria attivita’.

Alla Corte, l’obbligo a contrarre e’ apparso coerente con le sue motivazioni: garantire su tutto il territorio nazionale il risarcimento alle vittime d’incidenti stradali, con tariffe “adeguate”. Per le assicurazioni, cio’ invece implica l’obbligo di assumersi tutti i rischi che vengono loro proposti, e una moderazione “coatta” dei premi. Che sia una limitazione della liberta’ contrattuale, e’ evidente. Ed e’ parimenti evidenti che esso ha un effetto “protezionistico”: rende meno attrattivo l’accesso in Italia ad imprese estere (non a caso le imprese assicurative, italiani ed estere, attive in Italia sono piu’ o meno tante quante quelle attive in Irlanda, dove il mercato e’ sensibilmente piu’ piccolo ma meno vincolato). L’assicuratore francese che voglia competere in Val d’Aosta ha l’ “obbligo” di rendere disponibile la propria offerta anche al cliente campano, o calabrese.

Come ricorda il Sole (e come sanno anche i sassi), i rischi (e pure la certezza del diritto) sono sensibilmente diversi, sul territorio nazionale, e perdendo la possibilita’ di diversificare le tariffe si perdono anche i benefici piu’ tipici dell’assicurazione: a cominciare dalla possibilita’ di “prezzare” il rischio. Per il Presidente dell’Isvap, Giannini, “l’accoglimeno del ricorso avrebbe arrecato grave pregiudizio a intere fasce di utenti che, soprattutto al Sud, rischiavano o di pagare premi molto alti o di trovarsi scoperte pur essendo tenute per legge ad assicurarsi”. Questo e’ cio’ che si vede. Cio’ che non si vede e’ che la persistenza dell’obbligo a contrarre, se da una parte “tutela” il Sud per come e’ (levandogli un altro piccolo stimolo a “diventare” qualcosa di diverso), dall’altra “ingessa” la concorrenza in altre aree del Paese, sbarrando la strada a concorrenti potenziali e dunque evitando che i clienti possano cogliere le opportunita’ che una concorrenza piu’ intensa produrrebbe. Certo, l’obbligo a contrarre e’ intimamente legato all’obbligo ad assicurarsi. Ma che l’obbligatorieta’ dell’RC auto giustifichi un mercato meno dinamico e’ una ben strana idea.

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