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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Eni</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Decreto liberalizzazioni: Eni nuda e senza rete?</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 19:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[decreto legge]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;articolo 18 del decreto impone la separazione proprietaria di Snam Rete Gas dall&#8217;Eni, che dovrà essere disciplinata da un decreto della presidenza del consiglio dei ministri da emanare entro sei mesi dall&#8217;entrata in vigore del decreto liberalizzazioni. Per chi, come noi dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, ha fatto dell&#8217;ownership unbundling nel gas una questione sia pratica sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;articolo 18 del decreto impone la separazione proprietaria di Snam Rete Gas dall&#8217;Eni, che dovrà essere disciplinata da un decreto della presidenza del consiglio dei ministri da emanare entro sei mesi dall&#8217;entrata in vigore del decreto liberalizzazioni. Per chi, come noi dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, ha fatto dell&#8217;<em>ownership unbundling</em> nel gas una questione sia pratica sia di principio (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf" target="_blank">PDF</a>), rappresenta senza dubbio una buona notizia. Forse una tra le notizie migliori che si possono trovare all&#8217;interno del provvedimento governativo. Possiamo esultare?<span id="more-11291"></span>Sì, ma fino a un certo punto. Come sempre, in questi casi il diavolo si nasconde nei dettagli, quindi prima di cantar vittoria sarà necessario vedere il testo del dpcm &#8220;fantasma&#8221; &#8211; un dpcm atteso da anni, in quanto, come ricostruisce la relazione illustrativa al decreto,</p>
<blockquote><p>La scelta della separazione proprietaria è stata già definita con la legge n. 290/03, che aveva disposto che “nessuna società operante nel settore della produzione, importazione, distribuzione e vendita dell’energia elettrica e del gas naturale, anche attraverso società controllate o controllanti (…) possa detenere, direttamente o indirettamente, a decorrere dal 1° luglio 2007, quote superiori al 20 per cento del capitale delle società che sono proprietarie e che gestiscono reti nazionali di trasporto di energia elettrica e di gas naturale.”</p>
<p>Tale termine è stato spostato al 31 dicembre 2008 con la legge n. 266/05 (finanziaria 2006) e successivamente, con la legge n. 296/06 (finanziaria 2007), a 24 mesi dall’emanazione di uno specifico DPCM, tuttora non emanato.</p>
<p>Nell’ottica quindi di promuovere la separazione proprietaria di Snam Rete Gas da eni Spa è sufficiente stabilire con norma un termine per l’emanazione del citato DPCM.</p></blockquote>
<p>Vedremo a quali termini e con quali tempistica verrà resa cogente la riduzione della partecipazione Eni al capitale di Snam. Questo non toglie che restino già ora diversi punti aperti. Uno riguarda il tetto del 20 per cento, secondo me eccessivo: il 5 per cento basta e avanza. È vero che potrebbe accadere come nel settore elettrico, dove in presenza di un cap analogo l&#8217;Enel scelse di abbandonare ogni influenza concreta in Terna, ma è meglio evitare rischi, tentazioni e paraculismi vari.</p>
<p>Una seconda criticità riguarda il fatto che il provvedimento investe solo la rete di trasporto nazionale e non anche gli stoccaggi. E&#8217; vero che il servizio di stoccaggio ha una dimensione concorrenziale e quindi, in teoria, è meno importante definire i confini rispetto agli operatori, ma nella pratica Stogit ha in pancia la quasi totalità degli stoccaggi italiani, ed è opinione comune che il sottoinvestimento in questo segmento della filiera dipenda anche dalla solidarietà di interessi con la capogruppo. Dunque sarebbe opportuna la separazione pure di Stogit da Eni, magari dopo averne fatto spezzatino.</p>
<p>Ciò non toglie che, se le cose andranno avanti, sarà un grande passo avanti per il nostro mercato del gas. Un passo avanti che ci porterà a porci una domanda: se Eni non avrà più controllo sui tubi e, dunque, perderà la caratteristica (comunque evanescente) di gestore di infrastrutture rilevanti per la sicurezza nazionale, avrà ancora senso per il Tesoro e la Cassa depositi e prestiti mantenere il 30 per cento del suo capitale? Oppure potremo finalmente parlare di privatizzazione? (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf" target="_blank">PDF</a>)</p>
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		<title>Questa sì che è bella / 3. La privatizzazione delle società pubbliche</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 10:31:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
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		<description><![CDATA[Alcuni giorni fa, si è svolto al ministero dell&#8217;Economia un seminario da cui, secondo il mito corrente, è uscito un grande piano di privatizzazioni. Siamo finalmente arrivati al momento in cui i colossi pubblici diventano privati?
Terzo di una serie di post: il primo sulla &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2 è disponibile qui, il secondo sugli immobili si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni giorni fa, si è svolto al ministero dell&#8217;Economia un seminario da cui, secondo il mito corrente, è uscito un <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/governo-battuto-camera-mille-120727.shtml?uuid=AaiHGU8D">grande piano di privatizzazioni</a>. Siamo finalmente arrivati al momento in cui i colossi pubblici diventano privati?</p>
<p><em>Terzo di una serie di post: il primo sulla &#8220;privatizzazione&#8221; della CO2 è disponibile <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/09/30/questa-si-che-e-bella-1-la-privatizzazione-della-co2/">qui</a>, il secondo sugli immobili si trova <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/03/questa-si-che-e-bella-2-la-privatizzazione-del-patrimonio-immobiliare/">qui</a></em>.</p>
<p><span id="more-10196"></span>In un <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf">paper di quest&#8217;estate</a>, l&#8217;Ibl ha azzardato una valutazione della cifra ricavabile della completa dismissione delle società in pancia al Tesoro, e ha spiegato perché le privatizzazioni (se ben fatte) possono avere non solo un effetto immediato sulla riduzione del debito pubblico, ma anche un effetto pro-crescita di lungo termine. Al tempo stesso, non ci siamo nascosti che, in molti casi, prima di privatizzare occorre mettere mano alla struttura societaria delle aziende da cedere (per esempio, l&#8217;Eni o le Ferrovie) e/o aprire i settori economici in cui operano per creare condizioni effettivamente concorrenziali.</p>
<p>Purtroppo, di tutto questo non c&#8217;è traccia nei <a href="http://www.tesoro.it/primo-piano/primo-piano.asp?ppid=27991">documenti del Tesoro</a>. La presentazione di Stefano Scalera parla praticamente solo delle società &#8220;municipalizzate&#8221; (che pure andrebbero cedute, ma per definizione non sono nella disponibilità di Via XX Settembre) mentre Edoardo Reviglio ricorda le partecipazioni del Tesoro (valutandole in circa 50 miliardi di euro, che in realtà sottostimano il totale perché vengono trascurate alcune società &#8211; quali le Ferrovie e l&#8217;Inail &#8211; e vengono ignorate le partecipazioni della Cassa depositi e prestiti) ma, nel fornire indicazioni sulla valorizzazione, si sofferma solo sul capitalismo municipale. Inoltre, alcuni resoconti di stampa (per esempio <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-30/tesoro-studia-maxicedola-gioielli-090203.shtml?uuid=Aaz3vl8D">Carlo Festa sul <em>Sole 24 Ore</em></a>) parlano addirittura di un progetto opposto alla privatizzazione: un dividendo straordinario da parte dei soggetti che hanno liquidità in cassa. Ora, vale la pena evidenziare che la contropartita di un dividendo straordinario, in una congiuntura negativa per tutti, non può che essere la blindatura degli assetti anticoncorrenziali, in modo tale da finanziare l&#8217;elargizione col mantenimento delle rendite monopolistiche o quasi-monopolistiche tuttora esistenti. A completare il quadro, quasi tutti gli osservatori hanno considerato irrealistica la proposta di far uscire lo Stato dalle sue roccaforti aziendali: perfino un privatizzatore senza se e senza ma come Giuliano Ferrara, in una puntata di <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/10582">Qui Radio Londra dedicata al tema</a>, ha esplicitamente escluso &#8220;Eni, Enel e Finmeccanica&#8221; dalla lista della spesa.</p>
<p>Ma perché tanto pudore nel dire che lo Stato dovrebbe uscire da business quali l&#8217;energia, i trasporti, le poste, eccetera? A parte l&#8217;Ibl, ricordo di aver letto proposte in tal senso pochissime volte (tra le poche, <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-07-13/ecco-come-arrivare-subito-082038.shtml?uuid=Aa9UChnD">Roberto Perotti e Luigi Zingales</a> sul <em>Sole 24 Ore </em>e <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Cosa_fare_e_cosa_non_fare">Michele Boldrin</a> su noisefromAmerika). Tipicamente, l&#8217;obiezione che viene rivolta è che le imprese pubbliche non possono essere privatizzate perché sono &#8220;strategiche&#8221; o per questioni di &#8220;sicurezza nazionale&#8221;. Confesso che, sicuramente per mia ignoranza o insensibilità, non ho mai ben capito cosa si intenda: nella maggior parte dei paesi a noi simili, uno o più dei settori che in Italia sono presidiati dallo Stato sono sguarniti dalla presenza pubblica, e non risultano particolari problemi. Per quel che ne so, la posta viene recapitata anche in Olanda, gli inglesi consumano regolarmente elettricità e gas, eccetera. D&#8217;altro canto, con la privatizzazione degli ex monopolisti pubblici perfino in Italia i telefoni continuano a funzionare e le autostrade sono ancora lì senza che nessuno si sia portato via l&#8217;asfalto. Ho insomma la sensazione che chi sostiene l&#8217;impossibilità di privatizzare in nome della strategicità delle imprese pubbliche non abbia ben chiaro cosa tali imprese facciano.</p>
<p>A scopo puramente didattico, prendiamo per esempio quella che, nella vulgata, è la meno privatizzabile delle società del Tesoro: l&#8217;Eni. E guardiamo in cosa consistono le sue attività. Tutte le informazioni necessarie si trovano nel <a href="http://annualreport.eni.com/2010-ita/">bilancio</a>.</p>
<p>Nel 2010, l&#8217;attività principale (in termini di contributo al conto economico del gruppo) dell&#8217;Eni è quella di &#8220;Exploration &amp; Production&#8221;, con un utile netto di 5,6 miliardi di euro. E&amp;P ha <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/exploration-production/exploration-production.shtml">prodotto</a>, l&#8217;anno scorso, 1,815 milioni di barili equivalenti di petrolio al giorno, tra olio e gas. Su un monte riserve di circa 6,84 miliardi di barili di petrolio equivalente, <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/exploration-production/riserve-idrocarburi/riserve-idrocarburi.shtml">solo 724 milioni si trovano in Italia</a>. Quindi, la principale e più lucrosa attività dell&#8217;Eni è perforare il sottosuolo di paesi stranieri. E&#8217;, questo, parte della sicurezza nazionale italiana? In quale senso del termine controllarne le attività è &#8220;strategico&#8221; per il nostro governo?</p>
<p>La seconda più importante attività del gruppo è quella di &#8220;Gas &amp; Power&#8221;, che nel 2010 ha portato un utile netto di 2,9 miliardi di euro. G&amp;P si occupa di trasporto e commercializzazione di gas e generazione e vendita di energia elettrica. Per quel che riguarda il gas, Eni <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/gas-power/approvvigionamenti-gas/approvigionamenti.shtml">si approvvigiona</a> in Italia per 7,29 miliardi di metri cubi (il 9 per cento del totale) e altri 75,20 all&#8217;estero, principalmente in Algeria (20 per cento), Russia (17 per cento), e altri. Che se ne fa, di tutto questo ben di Dio? <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/gas-power/vendite-gas/vendite.shtml">Nel 2010</a>, 34,29 miliardi di metri cubi li ha venduti in Italia, 62,77 miliardi di metri cubi all&#8217;estero (una parte dei quali destinati comunque al nostro paese). Il grosso, comunque, altrove. Eni G&amp;P è anche un produttore elettrico di discrete dimensioni in Italia, con 5,3 GW di <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/gas-power/energia-elettrica-gas/energia-elettrica.shtml">potenza installata</a> al 31/12/2010 e <a href="http://www.eni.com/it_IT/azienda/attivita-strategie/gas-power/energia-elettrica-gas/energia-elettrica.shtml">vendite</a> per quasi 40 TWh, corrispondenti a una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/11/ra11_1_2.pdf">quota di mercato</a> nella generazione elettrica del 9,9 per cento. Occupare una posizione importante ma minoritaria nella produzione di elettricità, detenere contratti di approvvigionamento gas e vendere elettricità e gas sui mercati all&#8217;ingrosso e al dettaglio fa parte della sicurezza nazionale italiana? In quale senso del termine controllare tali attività è &#8220;strategico&#8221; per il nostro governo?</p>
<p>Una minuscola parte del business di G&amp;P è connessa alla gestione di infrastrutture, siano esse monopoli tecnici (le reti di trasporto nazionale e di distribuzione locale) o potenzialmente in concorrenza (gli stoccaggi). Per ragioni di concorrenza, abbiamo più volte spiegato (per esempio <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">qui</a> e <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-03.pdf">qui</a>) che le reti andrebbero separate dagli operatori del mercato. Personalmente non credo che la proprietà pubblica delle reti abbia o possa avere alcun ruolo di garanzia, ma transeat. Diciamo pure che le reti, <em>dopo essere state scorporate</em>, possono restare in mani pubbliche perché sono &#8220;strategiche&#8221; (sebbene mi risulti difficile pensare a un azionista straniero e malevolo che, nottetempo, si porti i tubi al di là della frontiera).</p>
<p>Dopo G&amp;P, viene il contributo di Ingegneria &amp; Costruzioni, che portano all&#8217;azienda un utile netto di 892 milioni di euro. Costruire gasdotti sottomarini, la maggior parte dei quali all&#8217;estero, è una stigmata della sovranità nazionale?</p>
<p>Infine, registrano lievi (ma strutturali) perdite le attività di Refining &amp; Marketing e la Petrolchimica. Perdere soldi vendendo la benzina agli italiani, o perderli mantenendo stabilimenti decotti, sono gioielli della corona italiana? Se lasciassimo ai privati il compito di riempirci il serbatoio, l&#8217;autonomia del nostro paese ne soffrirebbe davvero a morte?</p>
<p>Ecco, queste sono le cose che fa Eni. Ognuno giudichi quali e quanto sono rilevanti per difendere la sicurezza nazionale. Ognuno faccia un elenco. E, dopo aver fatto un elenco, mi spieghi per quale ragione tutto quello che ne sta fuori &#8211; e che, presumibilmente, rappresenta la larga maggioranza del business dell&#8217;Eni &#8211; non può essere venduto. I più volenterosi possono ripetere l&#8217;esercizio per le altre aziende del Tesoro.</p>
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		<title>Energia, relazione annuale. Cosa dirà Bortoni?</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 09:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domani, il presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Guido Bortoni, leggerà la sua prima relazione annuale. Cosa dirà?
Il nuovo collegio si è insediato a febbraio 2011, e quindi ha preso possesso dell&#8217;Autorità da un tempo troppo breve per poter vantare dei risultati. Non si può dire, però, che sia rimasto inattivo: ha già assunto (se non ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domani, il presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Guido Bortoni, leggerà la sua prima relazione annuale. Cosa dirà?</p>
<p><span id="more-9488"></span>Il nuovo collegio si è insediato a febbraio 2011, e quindi ha preso possesso dell&#8217;Autorità da un tempo troppo breve per poter vantare dei risultati. Non si può dire, però, che sia rimasto inattivo: ha già assunto (se non ho contato male) 121 delibere, quasi una al giorno. Per confronto, il collegio precedente, nello stesso periodo (15 febbraio-5 luglio) ne aveva prodotte 164 (ed era ritenuto, dai critici, troppo prolifico). Questi numeri vanno letti per quello che sono: come mera statistica descrittiva, priva di qualunque implicazione. La produttività non si misura, in questi casi, col numero degli atti, ma col loro contenuto (e, a parità di contenuto, è meglio fare meno atti). La delibera forse più interessante non ha a che fare col &#8220;mondo esterno&#8221;, ma con la stessa Autorità, che viene profondamente <a href="http://www.autorita.energia.it/it/docs/11/017-11gop.htm">riformata</a>, col superamento della segreteria generale &#8220;forte&#8221; &#8211; che ne aveva caratterizzato il funzionamento fino a oggi &#8211; e uno più articolato spacchettamento delle funzioni. Vedremo quali effetti avrà la riforma sulle attività dell&#8217;Aeeg.</p>
<p>Né si può dire che la cinquina guidata da Bortoni sia arrivata a Piazza Cavour in un momento poco movimentato. Solo per citare gli eventi più clamorosi, che direttamente o indirettamente impattano sulle sue decisioni, in questi mesi abbiamo avuto la guerra in Libia (con la chiusura del gasdotto Greenstream), lo scontro Enel-Terna sui pompaggi, il recepimento del terzo pacchetto energia, il referendum sul nucleare, il gran casino sulle rinnovabili (apparentemente ancora in corso). Tutto ciò ha, ovviamente, conseguenze importanti sui mercati, in un momento di ripresa (nel 2010, la domanda elettrica e quella di gas sono tornate a crescere, dopo il grande tonfo del 2009).</p>
<p>Cosa dirà Bortoni, di tutto questo? Sarà interessante vedere quale stile sceglierà &#8211; se ruvido come quello del suo predecessore, Alessandro Ortis, che ha sempre impiegato la relazione annuale per costringere la politica a confrontarsi col &#8220;da farsi&#8221;, oppure più vellutato. Sarà anche utile vedere quali messaggi vorrà lanciare e in che modo intenderà caratterizzare la propria attività, posto che &#8211; essendo la prima relazione annuale &#8211; tutti si aspettano che in qualche modo Bortoni tracci un &#8220;manifesto&#8221; delle intenzioni del nuovo collegio.</p>
<p>A me pare che, al di là di tutto, ci siano almeno due temi, sul piatto, che meriterebbero l&#8217;attenzione di Bortoni. Uno è quello della liberalizzazione del mercato del gas: sgombrato il campo dall&#8217;equivoco nucleare, è chiaro che non solo l&#8217;Italia, ma la stessa Europa troverà sempre più nel metano il suo baricentro. Questo rende assolutamente improrogabile il ricupero di margini di efficienza e concorrenzialità nel settore: qual&#8217;è la posizione dell&#8217;Autorità? La linea Ranci-Ortis sulla separazione proprietaria della rete dall&#8217;operatore dominante quale perno della liberalizzazione è confermata oppure cambia? O, ancora, l&#8217;Autorità decide di non esprimere posizione rispettando l&#8217;autonomia della politica (ma venendo meno, in qualche maniera, al suo ruolo di indicazione e consiglio)? E, soprattutto, l&#8217;Autorità sceglierà di porre il problema in questa sede, oppure utilizzerà altri momenti e altre sedi, sostituendo il confronto per così dire pubblico con la tattica del caldeggiare in modo più soft le misure che si ritengono necessarie?</p>
<p>L&#8217;altra faccenda su cui mi aspetto di sentire &#8211; o non sentire, che sarebbe ugualmente indicativo &#8211; qualche parola è il ruolo dell&#8217;Autorità e la sua indipendenza, recentemente messa più volte in discussione con pensieri, parole, opere e omissioni da parte del governo, della maggioranza e della stessa opposizione (che, con lodevoli eccezioni, ha difeso l&#8217;Autorità solo quando non era più in pericolo, oppure quando la battaglia era già persa). Fino a che punto l&#8217;Autorità ritiene che la propria autonomia &#8211; decisionale, finanziaria, organizzativa, e nella scelta degli uomini (o donne) da promuovere e rimuovere &#8211; sia un valore da preservare, in che modo intende preservarlo, e quanto ritiene di dover rendere pubblica non solo la difesa di questo valore, ma anche la sua semplice affermazione?</p>
<p>Al di là di tutto l&#8217;inevitabile contorno &#8211; e dell&#8217;eventuale approfondimento sui problemi ancora aperti nel sostegno alle fonti verdi, che l&#8217;Aeeg ha spesso denunciato come eccessivamente oneroso &#8211; e dei salamelecchi di rito, credo siano questi i grandi problemi aperti e le grandi questioni su cui l&#8217;Autorità deve prendere posizione, con le parole e/o con i fatti. La trasparenza nel dichiarare gli obiettivi che intende perseguire, e i mezzi con cui intende perseguirli, incluso il mix tra esposizione pubblica e discrezione, è importante perché tutti possiamo esprimere un giudizio sulla conduzione della cinquina (oltre a <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Bortoni_cv.pdf">Bortoni</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Biancardi_cv.pdf">Alberto Biancardi</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Carbone_cv.pdf">Luigi Carbone</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Colicchio_cv.pdf">Rocco Colicchio</a> e Valeria Termini).</p>
<p>Guido Bortoni ha tutte le carte in regola per essere un buon presidente: conosce il settore, è consapevole delle conseguenze (anche in termini di business dei regolati) delle sue decisioni, e sa ascoltare. Nel fare ancora una volta gli auguri per la nuova missione, attendo la relazione annuale nella speranza che offra il pretesto per dichiarare i grandi obiettivi che l&#8217;Autorità intende inseguire, e che tra questi obiettivi ci sia una piena liberalizzazione del mercato da attuare con <em>tutti</em> i mezzi utili e necessari.</p>
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		<title>Separazione Snam. Un coitus sempre più interruptus</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/05/13/separazione-snam-un-coitus-sempre-piu-interruptus/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 09:47:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Can che abbia non morde. La montagna partorì il topolino. Restare con un pugno di mosche. Scegliete voi l&#8217;espressione più banale per commentare il risultato più banale e prevedibile. Dopo tanto discutere sulla possibile aggregazione tra Terna, la società indipendente che gestisce la rete di trasmissione elettrica, e Snam Rete Gas, la sussidiaria dell&#8217;Eni che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Can che abbia non morde. La montagna partorì il topolino. Restare con un pugno di mosche. Scegliete voi l&#8217;espressione più banale per commentare il risultato più banale e prevedibile. Dopo tanto discutere sulla possibile aggregazione tra Terna, la società indipendente che gestisce la rete di trasmissione elettrica, e Snam Rete Gas, la sussidiaria dell&#8217;Eni che ha in pancia i tubi del gas, il progetto è saltato. Nulla di nuovo sul fronte occidentale (per restare in clima di cliché), visto che da anni si cerca di implementare una vera concorrenza nel mercato del metano, senza riuscire a strappare dalle mani del monopolista lo strumento del monopolio.</p>
<p><span id="more-8997"></span>Intendiamoci: non sono un fan sfegatato dell&#8217;aggregazione tra Snam e Terna. Nel senso che la cosa ha un senso limitato, non sembrano esserci enormi economie di scala. Al tempo stesso, non ci sono (che io sappia) particolari controindicazioni. Quindi, se l&#8217;aggregazione con Terna è lo <em>strumento</em> per recidere il conflitto di interessi Eni-Snam, ben venga. Ma sia chiaro quale è l&#8217;<em>obiettivo</em>, e quale il <em>mezzo</em>. Le ragioni per cui scorporare Snam da Eni sarebbe un passaggio fondamentale a rilanciare la concorrenza nel settore (anche se non necessariamente sarebbe sufficiente) le abbiamo spiegate, con Federico Testa, in questo <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">paper</a>, ribadite su <em>Management delle utilities </em>(in un articolo ripreso anche da <em><a href="http://www.qdrmagazine.it/2011/5/9/13_testastagnaro.aspx">Qdr Magazine</a></em>), e confrontate con le obiezioni di Leonardo Bellodi e Mario Sechi in un forum su <em><a href="http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=26701&amp;id_sezione=65">Formiche</a></em>. Che la separazione proprietaria della rete possa essere una soluzione <em>win-win</em> &#8211; cioè tale da favorire il mercato senza necessariamente danneggiare l&#8217;Eni, anzi favorendone un&#8217;evoluzione positiva come del resto ha sperimentato Enel &#8211; lo ha ribadito anche <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-13/scelta-europea-danneggia-petrolifero-063605.shtml?uuid=AaROUfWD">Federico Rendina</a> sul <em>Sole 24 Ore </em>di oggi.</p>
<p>Dunque, perché non si riesce ad andare avanti? Per rispondere, bisogna anzitutto concentrarsi per un attimo sul dito anziché sulla luna. Come <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-13/stop-maxipolo-reti-energetiche-063554.shtml?uuid=AaD1TfWD">spiega</a> Laura Galvagni, le motivazioni che hanno frenato il progetto sono, in ultima analisi e incredibilmente, di finanza pubblica:</p>
<blockquote><p>Complice il verdetto della Borsa che, sulla carta, sancisce di fatto la supremazia &#8220;numerica&#8221; di Snam su Terna considerato che il gruppo guidato da Carlo Malacarne capitalizza il doppio rispetto a quello di Flavio Cattaneo: 15 miliardi a fronte di 7 miliardi. Il che, in caso di nozze, avrebbe impedito alla società di trasmissione di fare la parte del leone. Di qui l&#8217;idea di uno snellimento del perimetro di Snam, magari con la cessione di Italgas, e del contemporaneo rafforzamento di Terna attraverso un aumento di capitale. Come è noto, Terna è controllata al 36% dal Governo, attraverso Cassa Depositi e Prestiti e il ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze. Un simile progetto, di conseguenza, doveva per forza passare prima al vaglio del ministro Giulio Tremonti, che di fronte all&#8217;ipotesi di dover partecipare direttamente o indirettamente a un aumento di capitale ha subito fatto intendere che questo non è il momento adatto: non ci sono né i denari né le condizioni per poter dar seguito a un simile progetto.</p></blockquote>
<p>Questo tipo di ostacoli può essere aggirato a vari livelli. Un primo livello è quello, brutalmente, finanziario. Non c&#8217;è dubbio, infatti, che Snam capitalizzi circa il doppio di Terna, e che questo renda complicato un&#8217;incorporazione della prima nella seconda (anziché il contrario, che però è per ovvie ragioni improponibile, allo stato dell&#8217;arte). Nessuno vieta, peraltro, di seguire la via opposta: cedere Snam al mercato e perseguire, <em>poi</em>, l&#8217;acquisto di Terna da parte di Snam. Ma questo è politicamente impossibile (e forse non del tutto sensato, perché Terna ha maturato un&#8217;esperienza di indipendenza che Snam non ha e quindi, dal punto di vista del <em>sentiment</em> interno, è ragionevole stare fermi sull&#8217;ipotesi originaria). Quindi facciamo finta di niente.</p>
<p>Per ragionare di numeri, i numeri bisogna guardarli. <a href="http://www.terna.it/LinkClick.aspx?fileticket=XUbvWcZAJ%2bc%3d&amp;tabid=5127">Qui</a> il bilancio 2010 di Terna, <a href="http://www.snamretegas.it/portal/pls/portal/docs/1/2390070.PDF">qui</a> quello di Snam. Terna ha avuto ricavi per circa 1,6 miliardi di euro, mentre Snam ha raggiunto circa 3,5 miliardi, con un utile operativo di 1,3 miliardi, quasi pari a tutte le entrate della società della rete elettrica. Ma stiamo davvero confrontando oggetti simili? La risposta è <em>no</em>, come suggerisce anche Galvagni. Snam Rete Gas, infatti, non è solo Snam Rete Gas: è un gruppo &#8211; che ha raggiunto la sua struttura attuale meno di due anni fa &#8211; che raccoglie, oltre alla rete di trasporto nazionale del gas, anche le altre società del gruppo Eni che gestiscono <em>business </em>regolati, cioè Gnl Italia (che gestisce il rigassificatore di Panigaglia), Stogit (gli stoccaggi) e Italgas (la rete di distribuzione locale del gas). Terna, al contrario, ha il suo <em>core business</em> nella sola trasmissione nazionale dell&#8217;energia elettrica. Va da sé che l&#8217;integrazione ha senso, se ha senso, tra la rete di trasmissione nazionale dell&#8217;elettricità e la rete di trasporto nazionale del gas, la quale ha ricavi per 1,9 miliardi di euro. <em>Questa</em> è la grandezza su cui concentrarsi, ed è dello stesso ordine di grandezza di Terna: non stiamo, dunque, parlando di grandezze incommensurabili.</p>
<p>Quindi, la mia proposta è: se dobbiamo parlare di aggregazione, benissimo, ma facciamolo mettendo assieme i simili, e mettendo da parte il &#8220;non simile&#8221;. Si tratta di un killeraggio della &#8220;SuperSnam&#8221;? No, no e no. Infatti, la Supersnam venne costituita nel 2009 con un obiettivo dichiarato (e solo parzialmente valido) e, secondo me che sono malizioso, un obiettivo (o almeno un effetto) non dichiarato. L&#8217;obiettivo dichiarato era quello di razionalizzare la struttura del gruppo Eni mettendo le attività regolate in una &#8220;scatola&#8221; unica e distinta da quelle non regolate. L&#8217;obiettivo che i maliziosi come me ritengono non dichiarato è quello, sorpresa sorpresa, di rendere più complessa la procedura di separazione proprietaria, attraverso la costituzione di un&#8217;azienda più grande (quindi meno scalabile) e soprattutto mischiando attività che devono essere separate (come le reti) con attività che non c&#8217;è particolare ragione di togliere a Eni (il rigassificatore). Mi perdonerete l&#8217;ineleganza se auto-cito quello che <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=7611">scrivevo</a> (su <em>Quotidiano energia</em>) nel giorno in cui l&#8217;operazione di &#8220;Supersnam&#8221; venne annunciata, il 13 febbraio 2009:</p>
<blockquote><p>L’aggregazione delle attività regolate, infatti, avrà due conseguenze. Da un lato, le strategie di Supersnam saranno ancora più opache, e sarà più complesso distinguere i comportamenti – e gli investimenti – opportunistici da quelli corretti. Questo determinerà una minore efficacia della regolazione e, di riflesso, una sua facilmente prevedibile intensificazione. Dall’altra parte, la massa critica della compagnia crescerà, rendendo più complesse (anche dal punto di vista politico) forzature nel senso della separazione proprietaria delle infrastrutture essenziali dall’ex monopolista.</p></blockquote>
<p>Quindi, a meno di due anni di distanza, credo di poter dire che il mio sospetto non era del tutto infondato. Ne segue che il <em>first best</em> sarebbe, oggi, il passo indietro: tornare alla struttura originaria, cedendo Snam a Terna (o a chiunque diverso dall&#8217;Eni), Italgas a chi la vuole, Stogit al mercato (magari facendone spezzatino), e lasciando Panigaglia a Piazzale Mattei (se lo desidera).</p>
<p>Ma c&#8217;è un <em>second best</em>. Supponiamo che sia troppo tardi per tornare indietro, o che ci siano buone ragioni industriali per non farlo. Supponiamo, quindi, che resti valido il progetto Snam-Terna (anche se non capisco che se ne facciano degli stoccaggi), e che l&#8217;unico modo per farlo sia di passare attraverso un aumento di capitale di Terna. Per quale ragione al mondo questo dovrebbe costituire un ostacolo? Se serve una ricapitalizzazione, e se il Tesoro non ha i soldi per farla, e se la Cdp non può partecipare perché altrimenti verrebbe meno il presunto effetto pro-competitivo dello scambio azionario <a href="http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-826717/cdp-ok-cda-swap-azioni-eni/">operato</a> tempo fa (anche qui con qualche <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9398">perplessità</a> che avevo sollevato sulla <em>Staffetta quotidiana</em>), dove mai sta il problema nel diluire la quota pubblica in Terna-Snam? C&#8217;è una qualche, pur remota, ragione di interesse generale nel preservare la quota pubblica al livello del 30 per cento? Se c&#8217;è, non si vede: infatti le reti sono comunque regolate, e comunque lo Stato manterrebbe una quota sufficiente a condizionare la gestione a tutela di un qualche fumoso &#8220;interesse pubblico&#8221; che peraltro non si capisce perché non possa essere garantito da una buona regolazione e dall&#8217;auto-interesse del gestore a fare profitti.</p>
<p>Comunque ci si giri intorno, non c&#8217;è ragione né industriale, né finanziaria, né tantomeno regolatoria per impedire che Terna si pigli Snam, se vuole. Può esserci un problema di tempistica e di strumenti e di prezzo, ma queste sono tecnicalità che si possono risolvere, se si vuole. C&#8217;è, piuttosto, un problema di <em>volontà politica</em>, che ha almeno due corni: da un lato il Tesoro (azionista di riferimento dell&#8217;Eni) non ha alcuna intenzione di mollare la presa, perché ritiene così (presumibilmente) di proteggere quella bizzarra entrata parafiscale che convenzionalmente chiamiamo &#8220;dividendi&#8221;. Dall&#8217;altro lato, al ministero dello Sviluppo economico (di cui l&#8217;Eni è, passatemi l&#8217;ossimoro, azionista di riferimento) non si muove foglia che San Donato non voglia, e questa è per me la più clamorosa dimostrazione della necessità e urgenza della separazione proprietaria di Snam e, per spingerci un po&#8217; più in là, della privatizzazione dell&#8217;Eni.</p>
<p>Le obiezioni tecniche possono trovare risposte tecniche. Sono gli ostacoli politici a non poter essere aggirati.</p>
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		<title>Asterix e l’energia. Perché su Edison diciamo vive la France!</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 14:10:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli italiani non avevano ancora deposto il tricolore dopo aver festeggiato il centocinquantenario dell’unificazione che si sono risvegliati improvvisamente nazionalisti economici. A tenere banco è stata soprattutto la discussione sull’italianità del latte. Ma sullo sfondo un’altra guerra si stava consumando: il derby Roma contro Parigi sul controllo di Edison.
Le ragioni generali per cui l’intrommissione pubblica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli italiani non avevano ancora deposto il tricolore dopo aver festeggiato il centocinquantenario dell’unificazione che si sono risvegliati improvvisamente nazionalisti economici. A tenere banco è stata soprattutto la discussione sull’italianità del latte. Ma sullo sfondo un’altra guerra si stava consumando: il derby Roma contro Parigi sul controllo di Edison.</p>
<p><span id="more-8620"></span>Le ragioni generali per cui l’intrommissione pubblica negli assetti proprietari delle imprese è negativa le hanno descritte <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/03/23/generali-unicredit-e-intesa/">Oscar Giannino</a> e <a href="http://brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10186">Alberto Mingardi</a>. Qui guardiamo al caso specifico del gruppo di Foro Buonaparte. Per prima cosa, bisogna ricordare che nel capitale di Edison ci sono tre azionisti forti: il colosso francese Edf (19 per cento), la Carlo Tassara (10 per cento) e Transalpina di Energia (61 per cento). Transalpina è una joint venture paritaria tra Edf e Delmi. Parentesi: Edf controlla, direttamente o indirettamente, il 50 per cento di Edison. Delmi a sua volta è una &#8220;scatola&#8221; che ha nel colossino milanese-bresciano A2a il suo azionista forte (51 per cento), seguita da altre municipalizzate (Iren col 15 per cento, ereditato da Enìa, Sel e Dolomiti Energia col 10 per cento ciascuno) e soci finanziari (Mediobanca, Cassa di risparmio di Torino e Banca popolare di Milano col 6 per cento, 5 per cento e 3 per cento rispettivamente). Seconda parentesi: attraverso un gioco di scatole cinesi, e in virtù dei patti parasociali siglati a suo tempo, A2a, pur avendo una dimensione molto inferiore e una partecipazione effettiva pari a poco più del 15 per cento, &#8220;conta&#8221; nella governance di Edison quanto Edf. Edison inoltre partecipa, in un ulteriore intreccio, col 50 per cento del capitale di Edipower, i cui altri azionisti sono A2a (20 per cento), Alpiq (20 per cento) e Iren (10 per cento via Iride).</p>
<p>Ricostruire le tappe dello scontro tra i due gruppi – che, come si diceva una volta, viene da lontano – e tutti i colpi bassi che sono stati tirati sarebbe complesso (il colpo più basso, però, fu il congelamento del diritto di voto di Edf, ridotto al 2 per cento nonostante avesse circa il 20 per cento del capitale). Quello che conta è che i due azionisti di riferimento, Edf e A2a, non sono mai andati d’accordo. Il contrasto di interessi e di opinioni sul futuro dell’azienda, sia pure tra alti e bassi, si è fatto progressivamente più stridente fino a raggiungere, alla vigilia dello scadere dei patti parasociali, l’insostenibilità.</p>
<p>Le opzioni in campo erano diverse finché il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è entrato a <a href="http://www.milanofinanza.it/giornali/preview_giornali.asp?id=1704578&amp;codiciTestate=7">gamba tesa</a>. A questo punto la situazione è davvero critica e una mischia <a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=57209581">tutta politica</a> mette a repentaglio il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-03-11/roma-parigi-perdere-edison-063925.shtml?uuid=AaH8UAFD&amp;fromSearch">futuro</a> dell’azienda. La soluzione ovvia, un divorzio consensuale in cui A2a si focalizza sull’idroelettrico ed Edison (cioè, a questo punto, Edf) si porta via il termico sembra ormai impraticabile – anche se lì, o nei dintorni, porterebbe il rispetto dei patti parasociali. E pensare che una soluzione simile, con una equa spartizione dei contratti gas e delle centrali Edipower, sarebbe utile a entrambi (così come ai soci di minoranza quali Iren, che si trovano costretti a dover trattare quella che è nata come partecipazione industriale alla stregua di un&#8217;avventura meramente, e infelicemente, finanziaria): Edison è lunga di metano, A2a è corta. E’ impraticabile anche l’alternativa ovvia, cioè la scalata di A2a nel capitale di Edison: il gruppo lombardo non ha i soldi ed è già afflitto dai <a href="http://www.a2a.eu/gruppo/cms/a2a/it/investor/debito/">debiti</a>. Per spuntarla dovrebbe tentare un aumento di capitale, ma ciò significherebbe che i comuni azionisti rinunciano al controllo e accettano di scendere. Il che è politicamente impossibile. Quindi, che fare?</p>
<p>Il capo di A2a, e presidente di Edison, Giuliano Zuccoli, lo ha obliquamente suggerito in una <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefeconomica/PDF/2011/2011-03-24/2011032418229997.pdf">intervista</a> al Sole 24 Ore:</p>
<blockquote><p>monitoriamo con attenzione le eventuali azioni che verranno intraprese in futuro per definire i settori strategici per il paese, dei quali farà parte anche il comparto energetico. Crediamo che questo potrà portare acqua al nostro mulino conferendo alla compagine italiana maggiore autorevolezza nel momento in cui dovrà nuovamente sedere al tavolo della trattativa con Edf.</p></blockquote>
<p>Traducendo in italiano corrente il messaggio lanciato da Zuccoli, qui viene detto che le ambizioni di A2a dovranno sostituire i soldi (che non ci sono) con l’ “autorevolezza”, cioè l’intervento della politica. Zuccoli può contare sull’appoggi di Tremonti, che è si Sondrio come lui e che non ha mancato di mandare messaggi anche <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/03/19/le-atomiche-amnesie-di-monsieur-tremonti/">indiretti</a> a Edf, e soprattutto della Lega, che sull’idroelettrico si è mossa <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/07/14/viva-la-diga/">prima e più di tutti</a>. Ma in che modo l’ “autorevolezza” della politica può fare la differenza? In <a href="http://brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=7685&amp;level1=2166&amp;codice=9">questi casi</a>, si cerca generalmente uno o più imprenditori italiani disposti a fare il lavoro sporco in cambio di una ricompensa più o meno differita nel tempo. Oppure si ricorre a enti statali, parastatali e affini. Oppure una via di mezzo tra queste due opzioni.</p>
<p>Secondo le <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-03-24/caso-edison-profila-piano-220305.shtml?uuid=AaTudIJD&amp;fromSearch">indiscrezioni</a> rese note dal Sole 24 Ore, si starebbe lavorando a una discesa in campo di Eni ed Enel (il Cane a sei zampe ha però <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-03-25/edison-dossier-agenda-piano-183239.shtml?uuid=AaEOeVJD&amp;fromSearch">smentito</a>), e non mi stupirei se in qualche modo si inserisse nella dicussione anche il mitologico <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=4702">fondo per le infrastrutture</a> che doveva colmare il gap infrastrutturale italiano. L’idea di fondo, comunque, è che i due “campioni nazionali” dovrebbero spartirsi i brandelli di Edison (Enel rilevando gli asset nel gas ed Eni nell’elettrico attraverso Enipower, per evitare problemi antitrust) in modo tale da ridurre il boccone a dimensione adeguata per A2a, lasciando magari anche qualche briciola per Iren che, in tutta questa vicenda, appare l’azionista più scontento, meno corteggiato e più di tutti fuori dai giochi e costretto a subire e soffrire un allineamento solo parziale di interessi con A2a.</p>
<p>Vale la pena sottolineare che, se davvero tale “piano B” si concretizzasse, la situazione sarebbe paradossale. Nel <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_1_3.pdf">mercato gas</a>, Edison è il secondo produttore nazionale (con una quota di mercato del 7,9 per cento, a netta distanza dall’84,5 per cento dell’Eni), il secondo importatore (15,7 per cento, subito dietro Eni col 49,9 per cento e subito avanti a Enel col 13 per cento), ed è a oggi l’unico concorrente di Eni nello stoccaggio, oltre che il terzo venditore di gas (8,7 miliardi di metri cubi contro 9,9 di Enel Trade e 36,3 di Eni). Sul <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_1_2.pdf">mercato elettrico</a>, il gruppo di Foro Buonaparte è il secondo produttore (con una quota di mercato dell’11 per cento a cui andrebbe aggiunto il 7 per cento di Edipower, contro il 30 per cento di Enel e il 9,7 per cento di Eni). In più, Edison possiede una quota del 10 per cento nell’unica infrastruttura di adduzione gas non-Eni, il <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/10/20/io-rigassificatore/">rigassificatore di Rovigo</a>.</p>
<p>E’ evidente, quindi, che la “soluzione politica” per Edison – qualunque forma essa assuma – avrebbe l’effetto di cancellare dal panorama il secondo operatore elettrico e del gas, lasciando gran parte di ciascun mercato nelle mani del suo ex monopolista e del suo rivale diretto, cioè l’altro ex monopolista, vale a dire due aziende che – seppure ciò non si sia mai tradotto in forme più o meno esplicite di collusione, anzi – condividono lo stesso azionista di riferimento. In entrambi i mercati, il terzo operatore si troverebbe a molte lunghezze di distanza, rendendo di fatto il processo competitivo assai più ingessato e facendo istantaneamente peggiorare tutti gli indici di contendibilità del mercato.</p>
<p>Forse è vero che l’energia è un settore strategico, ma se è così l’obiettivo politico dovrebbe essere garantire mercati efficienti e concorrenziali. Uccidere il secondo operatore dei mercati elettrico e del gas farebbe peggiorare la situazione su entrambi. Per il bene del paese, è più strategico avere aziende forti e competitive, piuttosto che grasse e protette. L’interesse del paese è lasciare che sia il mercato a decidere chi vince, chi perde e chi deve competere con chi, non i ministri della repubblica, i sindaci, e i boiardi di municipalizzata.</p>
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		<title>Come fai a sapere se un monopolista sta mentendo?</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 12:08:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scaroni]]></category>
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		<description><![CDATA[La barzelletta americana sugli agenti federali mi è venuta in mente leggendo le ultime su Snam Rete Gas. La risposta in fondo al post.
Incontrando gli analisi finanziari a Londra, l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, ha parlato della situazione del gruppo, del suo indebitamento, delle sue strategie di crescita, dell&#8217;impatto della Libia e di molte altre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La barzelletta americana sugli agenti federali mi è venuta in mente leggendo le <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-03-10/incognita-libia-piano-20112014-161157.shtml?uuid=AazMw2ED">ultime</a> su Snam Rete Gas. La risposta in fondo al post.</p>
<p><span id="more-8539"></span>Incontrando gli analisi finanziari a Londra, l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, ha parlato della situazione del gruppo, del suo indebitamento, delle sue strategie di crescita, dell&#8217;impatto della Libia e di molte altre cose. Ha però anche parlato di Snam Rete Gas, rivelando una inedita &#8211; apparentemente &#8211; disponibilità a discutere sul suo futuro. Scaroni, che ha definito la vicenda una &#8220;saga&#8221; e ha ribadito quanto già detto in passato, cioè di non avere &#8220;<a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=42892209">dogmi</a>&#8221; sulla proprietà della rete di trasporto nazionale, si è però espresso in modo più esplicito che in passato. Ha detto:</p>
<blockquote><p>Se trovassimo un compratore gradito al Governo italiano che ce la pagasse più del valore di mercato, allora potremmo considerare di cedere Snam.</p></blockquote>
<blockquote><p>Resistendo alle pressioni per la vendita abbiamo fatto un favore ai nostri azionisti oggi abbiamo le mani libere e possiamo scegliere cosa fare.</p></blockquote>
<p>Inoltre ha aggiunto di essere &#8220;contento&#8221; della performance della controllata e del contesto regolatorio emerso dal decreto di recepimento del terzo pacchetto energia.</p>
<p>(<a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=51362">qui</a> il resoconto di <em>Quotidiano energia</em>, <a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=92028">qui</a> quello di <em>Staffetta quotidiana</em>).</p>
<p>I manager, si sa, sono come Dio: scrivono dritto su righe storte. Quindi, per interpretarli correttamente, non basta guardare le sacre scritture: occorre anche tener presente la tradizione e il magistero della <a href="http://www.eni.com">Chiesa</a>.</p>
<p>La posizione del capo di Piazzale Mattei appare più che ragionevole: egli dice di essere disposto a vendere pur di ottenere una congrua remunerazione, che nessuno gli vuole negare, e purché il governo sia d&#8217;accordo. Tutto ciò contrasta con la memoria storica &#8211; anche recente &#8211; riguardo le posizioni del gruppo, che (dicono i maligni) pare sia estremamente sensibile a qualunque <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">intervento</a> possa far vacillare la <a href="http://www.soldionline.it/notizie/azioni-italia/eni-conferma-le-indicazioni-sul-dividendo-del-2011">fede</a> dei <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it">credenti</a>, mettendone in dubbio l&#8217;unità mistica (oil company, utility e rete). Ma questi sono pettegolezzi che solo dei maldicenti come noi di Chicago-blog pensano di prendere sul serio.</p>
<p>Quel che non è pettegolezzo, ma è ampiamente documentato anche da dichiarazioni pubbliche, è una sorta di cortocircuito sottostante la &#8220;apertura&#8221;, come l&#8217;hanno definita i giornali di oggi, di Scaroni. Infatti, egli dice di essere disposto a vendere se il governo è d&#8217;accordo. Bene. Ma qual&#8217;è la posizione del governo? Ce lo rivela una recente dichiarazione del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, relativa al recepimento del terzo pacchetto energia, secondo cui il governo &#8220;<a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201102011706001524&amp;chkAgenzie=PMFNW">può convergere</a>&#8221; sulle posizioni dell&#8217;Eni. Dunque, credo di poter dedurre che il governo è d&#8217;accordo se l&#8217;Eni è d&#8217;accordo. Questo mi aiuta a capire la tranquillità di Scaroni.</p>
<p>Che, però, si spinge oltre. Sostiene che la mancata vendita sia stata &#8220;un favore ai nostri azionisti&#8221;. Cosa significa? Io che sono ottuso, riesco a dare solo due possibili interpretazioni: 1) significa che Scaroni è un uomo disinteressato e generoso che ha &#8220;resistito&#8221; a un <a href="http://www.parlamento.it/parlam/leggi/03290l.htm">obbligo di legge</a> nonché alle <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_presentazione.pdf">pressioni del regolatore</a> per il bene dei suoi poveri, inermi e maltrattati azionisti; 2) significa che l&#8217;Eni trae, dal controllo di Snam Rete Gas, un beneficio che va al di là del rendimento finanziario dell&#8217;investimento. Un momento, però: non sta scritto in ogni documento ufficiale, nelle norme nazionali, nelle direttive europee, che l&#8217;infrastruttura deve essere gestita in modo del tutto terzo e indipendente, e che cioè essa <em>non può </em>generare benefici come, per fare solo un esempio, quelli connessi all&#8217;attuazione di una politica di investimenti orientata a tenere fuori dal mercato i concorrenti?</p>
<p>Comunque, prendiamo atto con gioia che l&#8217;Eni non ha obiezioni di principio alla cessione della rete e che, se il <a href="http://www.eni.com">governo</a> è d&#8217;accordo, l&#8217;<a href="http://www.governo.it">Eni</a> è d&#8217;accordo.</p>
<p>Ah, dimenticavo la barzelletta. Come si fa a sapere se un agente federale sta mentendo? Muove le labbra.</p>
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		<title>La Libia e noi / 2. Il gas</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/02/27/la-libia-e-noi-2-il-gas/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 17:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
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		<category><![CDATA[sicurezza energetica]]></category>

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		<description><![CDATA[In un precedente post ho spiegato perché il nostro approvvigionamento di petrolio non è messo a repentaglio dalla crisi libica. In questo mi occuperò del gas.
La mia tesi sul petrolio è che la guerra civile a Tripoli ha, ovviamente, un effetto sui mercati petroliferi. Ma, poiché esiste sufficiente capacità inutilizzata per rimpiazzare l’intera produzione libica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/02/26/la-libia-e-noi-1-il-petrolio/">precedente post</a> ho spiegato perché il nostro approvvigionamento di petrolio non è messo a repentaglio dalla crisi libica. In questo mi occuperò del gas.</p>
<p><span id="more-8444"></span>La mia tesi sul petrolio è che la guerra civile a Tripoli ha, ovviamente, un effetto sui mercati petroliferi. Ma, poiché esiste sufficiente capacità inutilizzata per rimpiazzare l’intera produzione libica (circa 1,8 milioni di barili al giorno) nel caso in cui essa venisse meno, sarà possibile trovare altro greggio per sostituire quel 25 per cento che l’Italia importa dalla Libia. Non c’è, insomma, motivo di timore sul fronte dei volumi. C’è e ci sarà una conseguenza sui prezzi (dovuta essenzialmente all’incertezza sulla possibilità che le rivolte si diffondano), che potrebbe essere esacerbata se la resa delle raffinerie italiane si riducesse nel trattare greggi diversi da quelli tradizionali. Ma un conto è dire che il petrolio lo pagheremo di più: altra cosa è sostenere che il greggio non ci sarà, a prescindere da quanto siamo disposti a pagare.</p>
<p>La principale ragione per cui il petrolio non ci crea alcun problema di sicurezza è che “the world market, like the world ocean, is one great pool”. Purtroppo, questo non è vero per il gas. Non esiste una “pozza mondiale” a cui tutti attingono: il gas per la massima parte viaggia via gasdotto, e i gasdotti non possono essere ridirezionati, vanno sempre da un punto A a un punto B. Esistono degli stagnetti che danno qualche margine di flessibilità: gli “hub” che servono mercati più o meno integrati (per esempio, per l’Europa, Baumgarten), dove è possibile acquistare volumi spot, e soprattutto il Gnl (gas naturale liquefatto). Il Gnl – che ha <a href="http://www.bp.com/liveassets/bp_internet/globalbp/globalbp_uk_english/reports_and_publications/statistical_energy_review_2008/STAGING/local_assets/2010_downloads/natural_gas_section_2010.pdf">rappresentato</a> nel 2009 il 28 per cento di tutte le importazioni, ossia circa un quarto di tutto il trading di gas al netto degli “autoconsumi” nazionali – ha una flessibilità comparabile al petrolio, ma può approdare solo dove esistono infrastrutture adeguate a riceverlo (i <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_68_Rigassificatori.pdf">rigassificatori</a>). Questo a livello generale. Qual’è la situazione dei rapporti tra Italia e Libia?</p>
<p>I due paesi sono collegati dal gasdotto <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Greenstream_pipeline">Greenstream</a>, che va da Mellitah in Libia a Gela in Sicilia. Greenstream ha una capacità di trasporto pari a circa 11 miliardi di metri cubi di gas all’anno, della quale nell’anno termico 2009-2010 era stata <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_1_3.pdf">conferito</a> l’83,4 per cento. Nel 2009, cioè, a Gela è entrata una quantità di gas pari al 13,2 per cento della domanda nazionale, ossia, in valore assoluto, 9,2 miliardi di metri cubi. Greenstream è stato chiuso in seguito ai fatti di Tripoli. Questo al momento non ci preoccupa, vuoi perché l’economia va come va, vuoi perché le temperature quasi marzoline sono miti (tranne che negli ultimi pochi giorni) e, quindi, la domanda di metano per riscaldamento è bassa. Supponiamo, però, che Greenstream resti chiuso per un periodo di tempo sufficientemente lungo: saremo in grado di rifornirci del gas che ci serve?</p>
<p>Come dicevo, nel caso del petrolio il vincolo a cui guardare era la produzione: se la produzione globale è sufficiente a coprire la domanda globale, ossia se esiste abbastanza capacità inutilizzata da assorbire lo stop libico, l’Italia non ha altri problemi che il prezzo. Per il gas la faccenda è molto diversa: il vincolo (in prima approssimazione e in questo momento) non è costituito dalla produzione mondiale di gas, ma dalla capacità di trasporto inutilizzata nelle infrastrutture esistenti. Cioè: dati gli attuali livelli di consumo e gli attuali livelli di utilizzo delle infrastrutture, possiamo (riempiendo di più tubi e rigassificatori) rimpiazzare le importazioni libiche? (Sto ragionando, per semplicità, al netto di eventuali deficit di trasporto nazionali).</p>
<p>Prima di entrare nel merito faccio un esercizio un po’ arbitrario. Nel 2008 l’Italia ha consumato 77,8 miliardi di metri cubi di gas, producendone 8,5. Nel 2009 ha consumato 71,6, di cui 7,4 autoprodotti. Assumo, scolasticamente, che nel 2011 l’economia andrà bene, e quindi la domanda di gas tornerà a metà strada tra i livelli 2008 e 2009, cioè a circa 75 miliardi di metri cubi. Assumo anche che la produzione nazionale continuerà a scendere, assestandosi a 5 miliardi di metri cubi. La mia ipotesi di partenza è che il paese dovrà procurarsi all’estero 70 miliardi di metri cubi di gas. Ce la faremo, senza Greenstream?</p>
<p>I conti sono presto fatti: la <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_1_3.pdf">capacità conferibile</a> su tutte le altre infrastrutture è pari a 108,5 miliardi di metri cubi (molto teorici), di cui 96 sui gasdotti esistenti, e 12 nei due rigassificatori di Panigaglia e Rovigo. Sulla carta, ci siamo. Nella pratica, il livello di saturazione dei tubi nel 2009 – in particolare per le tre pipeline maggiori, Tag dalla Russia, Ttpc dall’Algeria, e Tenp dal Nordeuropa – era sempre superiore al 90 per cento, e quindi senza grande capacità di manovra. Oltre tutto, nei mesi scorsi una serie di guasti al gasdotto Transitgas (che sta a monte di Tenp e lo rifornisce) ne hanno causato prima la momentanea interruzione e poi il funzionamento solo parziale, riducendo di fatto la disponibilità teorica. In sostanza, quindi, la nostra polizza di assicurazione contro Gheddafi ha nome e cognome: Edison-ExxonMobil-Qatar Petroleum che, mettendo in campo gli 8 miliardi di metri cubi di capacità del rigassificatore di Rovigo, hanno fornito capacità aggiuntiva sufficiente a offsettare quasi completamente la Libia.</p>
<p>L’analisi dei numeri, dunque, induce un moderato senso di tranquillità ma, a differenza che nel petrolio, la tranquillità è legata essenzialmente alle prospettive non proprio eccitanti di crescita economica. Se la domanda dovesse tornare ai livelli pre-crisi, o se la produzione nazionale dovesse scendere più rapidamente del previsto, potremmo avere qualche problema. Si tratta, comunque, di un’eventualità remota.</p>
<p>Quello che sta accadendo, però, dimostra quanto sia importante aumentare la capacità di importazione nel paese, specialmente di Gnl che, per sua natura, è più flessibile (<a href="http://www.autorita.energia.it/it/dati/infragas1.htm">qui</a> la lista dei gasdotti in sospeso e <a href="http://www.autorita.energia.it/it/dati/infragas3.htm">qui</a> quella dei terminali di rigassificazione). Inoltre, paradossalmente, la chiusura di Greenstream non rappresenta per Eni (titolare del gasdotto e della maggior parte della capacità di trasporto) soltanto un costo, ma nasconde anche un elemento di beneficio: la crisi ha messo il gruppo di San Donato in difficoltà di fronte all’obbligo di onorare tutti i contratti “take or pay” che impongono (banalizzando) di pagare anche per i volumi di gas non ritirati. Questo ha causato una (momentanea) “bolla” del gas che ha depresso i prezzi spot. Il venir meno degli 11 miliardi di metri cubi libici risolve il problema.</p>
<p>Per chiarire, il mio ragionamento è pressapoco questo. Nel 2010, l’Eni ha <a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=56322540">pagato</a> circa 1,24 miliardi di euro in penali <em>take or pay</em> con la Russia, dove ha deciso di concentrare gli effetti del calo della domanda italiana. Facendo alcune ragionevoli assunzioni sul contenuto dei <em>take or pay</em> e sul prezzo medio del gas a Baumgarten, si può stimare che i volumi non ritirati da Piazzale Mattei fossero dell’ordine dei 10-12 miliardi di metri cubi: guarda caso (non è ironico) proprio quello che viaggia tramite Greenstream. Per ulteriore chiarezza, bisogna anche aggiungere che non è Eni a importare il gas libico (formalmente), in quanto tale gas viene <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/04/IC22.pdf">ceduto</a> prima della frontiera, per rispettare i tetti antitrust, a tre altre società. Grazie a Gheddafi, l’Eni probabilmente nel 2011 non dovrà pagare penali a Putin.</p>
<p>Detto in termini più brutali, la chiusura del Greenstream e la conseguente scarsità di metano (che va a cancellare lo scenario precedente di eccesso d’offerta) consentirà da un lato all’Eni di ritirare, e rivendere, tutti i volumi contrattualizzati, dall’altro di sostenere i prezzi sul mercato – del metano e dunque, indirettamente, dell’elettricità. Quindi, anche in questo caso, il problema è più di sicurezza che di prezzi. A differenza che col petrolio, però, il problema è di prezzi e non di sicurezza per ragioni <em>congiunturali</em>, e non strutturali. Staremmo tutti meglio se la nostra sicurezza energetica non dipendesse dalle sfighe economiche e se, per continuare a garantirci l’approvvigionamento, non dovessimo accendere ceri a Santa Recessione.</p>
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		<title>Borsa chiusa. L&#8217;alternativa: o è grave, o è gravissimo</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 10:19:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stamane la Borsa italiana non ha avviato le sue operazioni di contrattazione. Uno scarno comunicato ha informato che sussiterebbero &#8220;problemi tecnici&#8221; non meglio identificati, e in via di accertamento. Ma è stato comunicato altresì che si ignora per quanto potrebbe durare la chiusura.  Per carità, il diavolo si nasconde sempre nella complessità. Ma è molto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamane la Borsa italiana non ha avviato le sue operazioni di contrattazione. Uno scarno comunicato ha informato che sussiterebbero &#8220;problemi tecnici&#8221; non meglio identificati, e in via di accertamento. Ma è stato comunicato altresì che si ignora per quanto potrebbe durare la chiusura.  Per carità, il diavolo si nasconde sempre nella complessità. Ma è molto grave che la cosa avvenga oggi, e che non se se sappia di più. Non fateci pensar male. Cioè che si tratti di un escamotage per impedire o dilazionare l&#8217;effetto sui tanti titoli &#8211; Eni, Unicredit, Impregilo, Finmeccanica -  toccati e coinvolti dalle vicende libiche. ieri la Borsa italiana è quella che più ha perso, per l&#8217;esposizione nazionale al Gheddafi System. Non è che i mercati si possano tenere aperti solo i giorni in cui brilla il sole. Così, si tagliano le mani a tutti coloro che legittimamente opererebbero sui nuovi prezzi in via di formazione. Se guasto è, bisogna saperlo con precisione e con tempi affidabili di riavvio. Se guasto non dovesse essere, sarebbe uno scandalo gravissimo, una ferita alle regole elementari del mercato stesso e, prima di tutto, alla libertà senza della quale il mercato non esiste. Ogni eventuale accostamento  alle interruzioni automatiche alla trattazione in caso di crollo dei prezzi per eccesso di High Frequency Trading- le vendite automatiche disposte dai computer per soglia abbattuta di prezzo di resistenza &#8211; non ha infatti alcuna logica. Ripeto: quando i regimi crollano e rischi e convenienze economiche e finanziarie si riallenano drasticamente, il mercato deve eessere lasciato proprio allora assolutamente libero di valutarle e prezzarle. Ci mancherebbe solo che lo Stato si metta di mezzo, perché sono grandi gruppi pubblici e grandi banche a esserne investite.</p>
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		<title>Autorità energia. Se il cane (a sei zampe) non abbaia, morde</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 11:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulla separazione di Snam Rete Gas dall&#8217;Eni, si delinea il primo cambiamento di rotta della nuova Autorità per l&#8217;energia, se anche la Camera confermerà il &#8220;via libera&#8221; dato dal Senato alla cinquina. Una presa di distanze dalle posizioni attuali dell&#8217;Aeeg, dunque, e un segnale importante di &#8220;normalizzazione&#8221; del suo ruolo. Dobbiamo dunque attenderci un&#8217;Autorità più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla separazione di Snam Rete Gas dall&#8217;Eni, si delinea il primo cambiamento di rotta della nuova Autorità per l&#8217;energia, se anche la Camera confermerà il &#8220;via libera&#8221; <a href="http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-895972/energia-ok-commissione-senato-nuovi/">dato</a> dal Senato alla cinquina. Una presa di distanze dalle posizioni attuali dell&#8217;Aeeg, dunque, e un segnale importante di &#8220;normalizzazione&#8221; del suo ruolo. Dobbiamo dunque attenderci un&#8217;Autorità più sensibile alle sollecitazioni del governo e degli <em>incumbent</em>, e meno rigorosa nella difesa delle istituzioni del mercato?</p>
<p><span id="more-8222"></span></p>
<p>Di fronte a una precisa domanda, secondo il <a href="http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/X5X/X5XA1.pdf">resoconto</a> di Federico Rendina, il presidente designato dell&#8217;Autorità, Guido Bortoni, prima ha sottolineato che simili scelte &#8220;spettano al governo, l&#8217;Autorità non può avere preferenze&#8221;, e poi ha anticipato che</p>
<blockquote><p>si sceglierà con tutta probabilità (ma &#8220;stiamo lavorando&#8221;) la soluzione morbida della società verticalmente integrata con l&#8217;Eni, che sarà però &#8220;rigorosamente&#8221; chiamato a garantire l&#8217;indipendenza decisionale e funzionale. Una formula intermedia tra le altre due (separazione proprietaria secca e gestore separato) offerte in opzione dalla Ue nelle direttive sull&#8217;unbundling dell&#8217;energia, che impongono comunque &#8211; ricorda Bortoni &#8211; di procedere anche nel gas entro il 3 marzo prossimo. La separazione proprietaria &#8211; spiega Bortoni &#8211; di per sé &#8220;non sarebbe sufficiente&#8221; e anzi &#8220;potrebbe creare problemi sugli investimenti in infrastrutture, come ha dimostrato il caso della Gran Bretagna&#8221;. Andrebbe corredata in ogni caso da &#8220;un insieme di regole&#8221; per garantire &#8220;la separazione effettiva e gli investimenti adeguati&#8221;. Del resto il modello &#8220;radicale&#8221; lo abbiamo sperimentato &#8220;con qualche perplessità&#8221; afferma Bortoni senza specificare meglio.</p></blockquote>
<p>Un ulteriore e concreto segnale viene dalle reazioni all&#8217;intervento (<a href="http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/X6V/X6VLQ.pdf">qui</a> ricostruite da Luca Pagni). Il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, prendendo atto delle dichiarazioni di Bortoni, ha annunciato che, nel recepimento del terzo pacchetto energia, il governo &#8220;convergerà&#8221; sulla soluzione scelta dall&#8217;Eni (!!!). Il garante della concorrenza, Antonio Catricalà, ha rivendicato che &#8220;l&#8217;Antitrust non è mai stata una fanatica assertrice della separazione proprietaria di Snam&#8221;. Il capo dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, ha sinuosamente chiosato che &#8220;è la stessa soluzione adottata da Francia e Germania&#8221;. Poche e isolate le voci scettiche: in particolare Federico Testa, già responsabile servizi pubblici del Pd che col suo partito è entrato in rotta di collisione proprio sulle nomine dell&#8217;Autorità (&#8220;mi pare un modo abbastanza formale e francamente ingiusto di criticare l&#8217;Autorità uscente, che proprio della separazione reale ed effettiva della rete di trasporto dall&#8217;operatore dominante ha fatto una questione, a mio modo di vedere giusta, di aumento della concorrenzialità del settore nel nostro paese e di diminuzione dei prezzi per i consumatori&#8221;).</p>
<p>Si intrecciano, nel valutare le parole di Bortoni, una serie di considerazioni di opportunità, di pragmatismo, di interesse generale, di diritto e, non ultimo, di &#8220;ruolo&#8221; e prerogative dell&#8217;Autorità. Parto da queste ultime: pur essendo tecnicamente vero che non spetta all&#8217;Autorità decidere sulla separazione della rete, mi sembra troppo comodo rivendicare il diritto all&#8217;indifferenza. Tale diritto non esiste non solo perché l&#8217;Autorità non può essere indifferente su una scelta che condiziona pesantemente sia il funzionamento del mercato, sia la sua stessa attività (forme deboli di separazione richiedono una regolamentazione molto più aggressiva e di difficile <em>enforcement</em>, date le asimmetrie informative tra il regolatore e il gestore della rete). Ma soprattutto l&#8217;Autorità, come <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/10/027-10pas.pdf">non è stata indifferente</a> nel passato, non lo sarà nel futuro e non lo è neppure nel presente: tant&#8217;è che lo stesso Bortoni suggerisce quella che secondo lui è la soluzione più appropriata, riscuotendo il consenso, tra gli altri, del governo e del monopolista. (Apro una parentesi: quando Romani dice che intende concordare con l&#8217;Eni la soluzione, così come del resto <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-12-28/2011-parte-nuovi-incentivi-063639.shtml?uuid=AYIk1CvC">disse</a> a Carmine Fotina di aver fatto con Poste sul recepimento della terza direttiva comunitaria, proclama pubblicamente un tale conflitto di interessi e una tale sudditanza ai monopolisti pubblici che solo un paese come l&#8217;Italia può assistere in silenzio, e che conferma tutti i nostri pregiudizi sulla proprietà pubblica delle imprese e sulle soluzioni regolatorie pasticciate).</p>
<p>Non solo, come dicevo, l&#8217;Autorità non <em>può</em> essere indifferente alle soluzioni adottate. Essa non <em>deve </em>esserlo. Infatti, a differenza di quanto un marziano potrebbe pensare se assistesse al dibattito attuale, non è che il paese debba compiere una scelta: l&#8217;Italia ha già scelto e, colpevolmente, non ha mai applicato tale scelta. Regnante Silvio Berlusconi un&#8217;era geologica fa, veniva approvata la <a href="http://www.parlamento.it/parlam/leggi/03290l.htm">legge 290/2003</a>, articolo 1, comma 4, che dice testualmente:</p>
<blockquote><p>Ciascuna società operante nel settore della produzione, importazione, distribuzione e vendita dell&#8217;energia elettrica e del gas naturale, anche attraverso le società controllate, controllanti, o controllate dalla medesima controllante, e comunque ciascuna società a controllo pubblico, non può detenere, direttamente o indirettamente, a decorrere dal 1° luglio 2007, quote superiori al 20 per cento del capitale delle società che sono proprietarie e che gestiscono reti nazionali di trasporto di energia elettrica e di gas naturale.</p></blockquote>
<p>La decisione sull&#8217;<em>unbundling </em>proprietario, insomma, è già presa, sebbene la <em>deadline </em>del 1 luglio 2007 sia stata rimandata prima al 31 dicembre 2008, e poi &#8211; con la legge 296/2006 &#8211; ai 24 mesi successivi all&#8217;adozione di un Dpcm (per l&#8217;emanazione del quale però non è prevista alcuna scadenza, sicché si tratta a tutti gli effetti di una proroga sine die, voluta dal governo Prodi per un diktat della sinistra massimalista e duramente <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2007/gennaio/27/alla_vendita_Snam_unisce_Azzurri_co_9_070127099.shtml">criticata</a>, all&#8217;epoca, da Enrico Morando). Secondo l&#8217;interpretazione dell&#8217;Autorità, esplicitata nella segnalazione <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/10/027-10pas.pdf">linkata sopra</a>, questa scelta impegna il governo a procedere, alla luce della direttiva che deve essere recepita. La Commissione europea, infatti, riconosce che la separazione proprietaria è lo strumento migliore, e concede &#8211; transitoriamente e trattandolo esplicitamente come un compromesso &#8211; forme meno forti di separazione, in base però al principio che non si può &#8220;tornare indietro&#8221;. Avendo già optato per la separazione proprietaria, dunque, anche se non è mai stata implementata, secondo l&#8217;attuale Aeeg non si può abbassare l&#8217;asticella. Chissà come il nuovo collegio argomenterà l&#8217;inversione di marcia, sempre che ritenga utile argomentarla, esplicitarla in un documento formale, e giustificarla.</p>
<p>Non mi soffermo, ma trovo preoccupante, che addirittura ci si sia spinti a mettere in discussione la bontà della separazione proprietaria della rete di trasmissione elettrica, che invece pone il nostro paese all&#8217;avanguardia in Europa e fa del nostro mercato elettrico uno dei più liberalizzati del continente (come documentiamo nel nostro <a href="http://brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000002140&amp;level1=2166">Indice delle liberalizzazioni</a>). Fatto sta che i dubbi, i distinguo e le cautele avanzate durante le audizioni lasciano immaginare un&#8217;Autorità che, nella migliore delle ipotesi, sarà silente sul tema, togliendo una spina dal fianco dell&#8217;Eni (per paradosso, proprio quando, anche per le pressioni del fondo azionista Knight-Vinke, Piazza Mattei è stata <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/03/02/piu-forte-scaroni/">costretta a valutare</a> non solo i costi, ma anche le opportunità insite nella cessione della rete). Di sicuro, l&#8217;endorsement delle posizioni Eni da parte di Bortoni, Catricalà e Romani, e l&#8217;immediato placet di Scaroni, sono una manifestazione palese della forza e dell&#8217;arroganza del monopolista. Una forza e un&#8217;arroganza che si riversano direttamente sui consumatori e sui concorrenti, e che sono il principale ostacolo sulla strada della piena apertura del mercato alla concorrenza.</p>
<p>Queste perplessità non mi impediscono di sottolineare, visto che finora è rimasto nel cono d&#8217;ombra della questione che <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=7672&amp;level1=2166&amp;codice=9">più mi sta a cuore</a>, che Bortoni è uomo competente e preparato e che la scelta del suo nome è, senza dubbio, una garanzia. Eppure, nel fare a Guido i migliori auguri per la conferma e per il settennato che lo attende, non posso nascondere e nascondergli il mio disappunto.</p>
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		<title>Eni, Russia, Berlusconi. Dove stanno i soldi?</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 06:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tornado di piombo sulla “torbida relazione” tra il Cav. e Vlad ha impedito a molti di porsi la domanda più scontata: perché l’Eni vuole il gasdotto russofilo South Stream, anziché quello atlantista Nabucco? Come spesso accade, si è trascurata la risposta più semplice: perché lì stanno i soldi.
Si potrebbe replicare, con Giuseppe D’Avanzo, Andrea Greco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il tornado di piombo sulla “torbida relazione” tra il Cav. e Vlad ha impedito a molti di porsi la domanda più scontata: perché l’Eni vuole il gasdotto russofilo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/South_Stream">South Stream</a>, anziché quello atlantista <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nabucco_(gasdotto)">Nabucco</a>? Come spesso accade, si è trascurata la risposta più semplice: perché lì stanno i soldi.</p>
<p><span id="more-7854"></span>Si potrebbe replicare, con Giuseppe D’Avanzo, Andrea Greco e Federico Rampini (<a href="http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/08/news/wikileaks_berlusconi_putin-9950307/">1</a>, <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/09/news/berlusconi-putin_condanna_usa_si_esporta_corruzione_in_europa-9986509/?rss">2</a>, <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/10/news/gas_terza-10023464/">3</a>), che South Stream è “antieconomico”. Forse. E’ molto difficile dirlo, senza conoscere dettagli precisi che nessuno (tranne Eni e Gazprom) conosce. Però, nella testa del Cane a sei zampe ciò potrebbe essere irrilevante, et pour cause. Presumibilmente, “antieconomico” significa che il costo del gas trasportato via South Stream sarebbe superiore a quello dello stesso gas trasportato via Nabucco. Ammettiamolo pure. Questo è, potenzialmente, un problema per i consumatori. Ma è soprattutto un problema per chi quel gas deve venderlo, a meno che non sia in grado di ribaltare l’extracosto sui consumatori – nel qual caso il problema vero starebbe nella struttura del mercato, e <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000002271">in parte è senz’altro così</a>, non negli assetti proprietari dei gasdotti internazionali.</p>
<p>Il fatto è che nessuno ha mai detto che quel gas sarà gas Eni. Nessuno ha mai neppure sospettato, in verità, che Gazprom – titolare dei giacimenti a cui South Stream attingerebbe – sia intenzionata, o disposta, a cedere parte del suo gas a Eni o altri. E’ ragionevole aspettarsi che South Stream non trasporterebbe altro che gas di Gazprom. Dunque, se l’idrocarburo sia competitivo oppure no è una questione dei russi – non dei loro partner. Allora, l’Eni che ci sta a fare?</p>
<p>La risposta può venire da un’esperienza passata, ma simile: quella di Blue Stream, un tubo sottomarino di 1.250 km che va dalla Russia alla Turchia attraverso il Mar Nero. Eni ha il 25 per cento di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Blue_Stream">Blue Stream</a>, ma non controlla una singola molecola del gas che vi transita (tranne per uno scambio formalmente fisico, ma sostanzialmente finanziario, che si svolge alla frontiera turca e serve per remunerare il capitale). Come tutte le infrastrutture del genere, Blue Stream si finanzia solo in piccola parte con equity, e per il resto a debito. Trovare i capitali in banca fu, all’epoca, compito dei russi. Quanto all’equity di Eni, secondo fonti interne all’azienda, esso garantisce un rendimento tra il 10 e il 15 per cento. I soldi veri Eni li fece in altro modo: cioè aggiudicandosi (tramite Saipem) la realizzazione del tubo. Blue Stream fu una torta da 3,2 miliardi di euro, 1,7 dei quali relativi al tratto offshore: buona parte di questi ultimi andarono a Saipem. A queste condizioni – con zero debito, remunerazione garantita sull’equity, e soprattutto ricche commesse – all’Eni interessava che il gasdotto si facesse: non che il gas trasportato fosse competitivo, non che fosse venduto, e neppure che fosse trasportato.</p>
<p>Torniamo a South Stream. Il modello è, molto probabilmente, lo stesso di Blue Stream. Idem per Nabucco. Dunque, per Eni i due gasdotti sono, in astratto, equivalenti, tranne che per due particolari determinanti. Primo, e meno importante: scegliendo South Stream Eni consolida il suo rapporto con un partner strategico. Secondo, e più rilevante: South Stream vuol dire 900 km di tubo sottomarino che solo Saipem può realizzare, e qualche altro centinaio di km a terra. Nabucco sono 3.300 km tutti a terra, che possono essere divisi in lotti e affidati a “n” soggetti ugualmente bravi. Cioè, South Stream dà la certezza di una grassa commessa per Saipem; Nabucco no. I giochi sono solo e tutti lì.</p>
<p>Come si è visto, l’eventuale non-competitività di South Stream può tuttavia scaricarsi sui consumatori finali. I critici – se credono che esso non sia effettivamente competitivo – dovrebbero impegnarsi nell’aprire i mercati a valle, creando una concorrenza vera e rimuovendo (e facendo rimuovere) ogni sussidio erogato a qualunque titolo. In questo modo, la questione si trasferirebbe sui desk delle banche: è economico quel che è bancabile, punto, perché il recupero dei costi non è garantito.</p>
<p>In tutto questo, non solo non c’è traccia, ma più profondamente non c’è bisogno di Silvio Berlusconi. Che egli abbia degli interessi privati oppure no, può essere al massimo un de cuius; può investire la scelta di un intermediario anziché un altro, ma è ridicolo pensare che l’influenza di Palazzo Chigi arrivi tanto lontano. Anche perché quella che finora è stata la <a href="http://www.eni.com/en_IT/media/press-releases/2007/06/Eni_and_Gazprom_sign_the_agree_23.06.2007.shtml">firma più importante</a> risale al 23 giugno 2007, con Romano Prodi presidente del Consiglio, Pierluigi Bersani ministro delle Attività produttive e Massimo D’Alema ministro degli Esteri, un anno dopo la vittoria elettorale del centrosinistra e molto prima che la crisi dell’Unione divenisse evidente. Pensare che il Cav. potesse manovrare i fili in quelle condizioni equivale a credere che Prodi, Bersani e D’Alema fossero troppo stupidi, troppo distratti, o troppo filorussi o cointeressati per accorgersi di quello che facevano Non credo che fossero né l&#8217;una né l&#8217;altra cosa e penso che sapessero benissimo cosa stavano firmando. Peraltro, L’inizio della progettazione di Blue Stream risale al 1997, il Memorandum of understanding con l’Eni al 1999, e la costruzione avvenne tra il 2000 e il 2002: quasi tutto si svolse quando in Italia dominava il centrosinistra. Poiché le due operazioni appaiono strettamente imparentate, viene da pensare che, storicamente, centrodestra e centrosinistra sono stati ugualmente interessati, o disinteressati, alla relazione tra Italia e Russia; ugualmente leader, o follower, dell’Eni; e ugualmente attenti, o disattenti, alle implicazioni geopolitiche di tali scelte.</p>
<p>E’ vera una cosa: ci sono alcuni indizi di coinvolgimenti berlusconiani. Ma su una scala molto inferiore. Il caso, troppe volte citato, di <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/dicembre/03/Quegli_affari_opachi_gas_petrolio_co_9_101203051.shtml">Bruno Mentasti</a> – l’intermediario vicino al Cav. che avrebbe dovuto commercializzare gas russo in Italia – è indicativo non solo perché si pone, per la dimensione dell’investimento, a qualche anno luce di distanza dalla realizzazione di un gasdotto, ma anche perché – per imperizia, goffaggine o mancanza del pudore – non se ne fece nulla. C’è altro? Forse, diciamo pure probabilmente. Ma è un “altro” rispetto al quale gli stessi D’Avanzo, Greco e Rampini non hanno prova alcuna, distillano voci nell’aria. C’è di sicuro – ma questo non lo dicono – un perverso allineamento di interessi tra l’Eni e il governo che però non dipende da Berlusconi, ma è congenito nel fatto che il più grande gruppo industriale italiano è pubblico al 30 per cento. Questo è il vero conflitto di interessi e questo andrebbe sciolto – privatizzando l’Eni. Tutto il resto è un ricamare sull’inutile per evitare <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/12/04/unovvieta-sulleni-e-berlusconi/">l’ovvio</a>.</p>
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