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	<title>CHICAGO BLOG &#187; energia</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Un po’ di chiarimenti sul funzionamento della rete carburanti – di Gabriele Masini</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/20/un-po-di-chiarimenti-sul-funzionamento-della-rete-carburanti-di-gabriele-masini/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 09:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[benzina]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carburanti]]></category>
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		<category><![CDATA[energia]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gabriele Masini, Staffetta Quotidiana.
Perché, alla fine, dobbiamo ringraziare i Moratti per i prezzi delle pompe bianche
Di chi sono i punti vendita carburanti in Italia? Come funziona l’esclusiva? Chi rifornisce gli impianti no logo? Conoscere il mercato dei carburanti per deliberare al meglio su una sua riforma.
La rete carburanti italiana conta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gabriele Masini</em>, Staffetta Quotidiana.</p>
<p><strong><em>Perché, alla fine, dobbiamo ringraziare i Moratti per i prezzi delle pompe bianche</em></strong></p>
<p><em>Di chi sono i punti vendita carburanti in Italia? Come funziona l’esclusiva? Chi rifornisce gli impianti no logo? Conoscere il mercato dei carburanti per deliberare al meglio su una sua riforma</em>.</p>
<p>La rete carburanti italiana conta 24.000 punti vendita.</p>
<p>Di questi, poco più della metà (il 55%) sono di proprietà delle compagnie petrolifere.</p>
<p>Il restante 45% è di proprietà di operatori indipendenti (i cosiddetti retisti) o, in misura marginale, di operatori della grande distribuzione organizzata.<span id="more-11271"></span></p>
<p>Gli impianti di proprietà delle compagnie sono gestiti da operatori (i gestori, appunto) che ricevono l’impianto in comodato d’uso gratuito con contratti di 6 anni più 6. Gli impianti di proprietà dei retisti possono essere gestiti direttamente dal proprietario oppure da un gestore.</p>
<p><strong>Impianti delle compagnie</strong>. A fronte del comodato gratuito, il gestore accorda alla compagnia il privilegio della fornitura esclusiva, anche per garantire alla compagnia petrolifera che ha effettuato l’investimento un ritorno sul capitale investito. E anche perché la compagnia è responsabile in solido di tutti gli aspetti relativi alla sicurezza del punto vendita, dall’integrità delle cisterne a eventuali problemi relativi alla qualità dei carburanti.</p>
<p><strong>Impianti dei retisti</strong>. Per quanto riguarda gli impianti di proprietà dei retisti, questi possono decidere se fare una convenzione con una compagnia petrolifera che fornisce loro i carburanti in esclusiva in cambio della possibilità di utilizzare il marchio, le campagne sconto, le carte fedeltà ecc, oppure se mettere un proprio marchio, andare sul mercato dei carburanti all’ingrosso e, ogni settimana, fare il giro delle raffinerie e dei depositi della zona per vedere chi fa il prezzo migliore e comprare di volta in volta autobotti di prodotto. Questo è possibile già oggi.</p>
<p>Negli ultimi cinque anni le “pompe bianche” (che sono appunto impianti di proprietà di retisti che hanno optato per questa seconda scelta, quella di fare il giro dei depositi ogni settimana) sono raddoppiate, passando da circa 1.000 a oltre 2.000 (quasi il 10% della rete). Un aumento dovuto sia all’apertura di nuovi impianti, sia al fatto che molti retisti che avevano fatto convenzioni con le compagnie e ne issavano i marchi hanno deciso, alla scadenza delle convenzioni, di non rinnovarle e di andare sul mercato, rischiando qualcosa in più ma con la possibilità di spuntare prezzi migliori e quindi aumentare i volumi di vendita.</p>
<p>Questo passaggio è stato possibile sia grazie all’ampia disponibilità di prodotti dovuta al calo dei consumi e al “lungo” della raffinazione, sia grazie alla dismissione di impianti marginali da parte delle compagnie petrolifere, e sia grazie alle ripetute <strong>liberalizzazioni</strong> attuate dal ’98 (col passaggio dal regime di concessione a quello di autorizzazione) al 2008 (con la manovra estiva firmata Scajola che, sotto la spinta dell’Antitrust europeo, ha eliminato quasi tutte le restrizioni che rendevano difficile aprire nuovi impianti, come contingentamenti relativi a distanze minime, superfici minime, servizi obbligatori per i nuovi impianti ecc). Le <strong>Regioni</strong> hanno poi reintrodotto alcuni vincoli (come l’obbligo per i nuovi impianti di erogare Gpl o metano o l’obbligo di istallare pannelli fotovoltaici), ma ancora oggi sempre più retisti non rinnovano le convenzioni con le compagnie alla loro scadenza e si mettono “in proprio”.</p>
<p>Tra l’altro, le <strong>pompe bianche</strong> non sono un fenomeno nuovo. Negli anni ’50 e ’60 quasi il 40% degli impianti era di proprietà di operatori indipendenti che vendevano prodotto “senza marchio” facendo concorrenza alle compagnie petrolifere presenti sul mercato (allora le compagnie operanti in Italia erano circa una ventina). Questa realtà fu spazzata via dalle tre grandi crisi petrolifere poiché i proprietari non riuscirono ad approvvigionare gli impianti o dovettero farlo a condizioni proibitive. La conseguenza fu la corsa al convenzionamento con le compagnie petrolifere. Questo fece passare, per un lungo periodo, la voglia di operare “senza marchio”.</p>
<p>La differenza di prezzo tra le pompe bianche e gli impianti “colorati” dipende dal fatto che sul prezzo che le compagnie forniscono agli impianti col proprio marchio pesano i costi di ammortamento dell’impianto, i costi di manutenzione e quelli di trasporto. Tutti costi che, nel caso del retista indipendente che ha un proprio marchio, ricadono in capo al retista stesso.</p>
<p>L’ultima bozza di <strong>decreto-legge</strong> sulle liberalizzazioni prevede che i retisti (proprietari degli impianti) possano approvvigionarsi per il 50% delle forniture al di fuori del vincolo di esclusiva. Il punto è che già oggi, se lo vogliono, i retisti possono approvvigionarsi per il 100% delle forniture al di fuori dell’esclusiva. Basta non firmare la convenzione con la compagnia e comprare ogni settimana i carburanti dal migliore offerente, rinunciando al marchio della compagnia. Questo, oggi, si può già fare.</p>
<p>Per i <strong>gestori</strong> (non proprietari degli impianti) la quota minima prevista dalla bozza di decreto-legge è del 20%. Ma è possibile che un gestore di un impianto che ha le insegne della compagnia XY, compagnia che è proprietaria dell’impianto, venda carburanti della compagnia ZK, col marchio XY? E che vuol dire “impianto multimarca”? Che andiamo dal benzinaio e ci sono tante piazzole con tante pompe ciascuna con un colore diverso con il carburante della relativa compagnia? Questa cosa l’avete mai vista da qualche parte nel mondo? Se sì, vogliamo le foto.</p>
<p>Ora, siccome non vogliamo difendere nessuno e tanto meno le compagnie petrolifere, diciamo che una strozzatura il mercato ce l’ha. Ma non sta nell’anello della distribuzione, cioè sulla proprietà dei punti vendita. Sta piuttosto nella struttura <strong>logistica</strong>. Cioè i depositi e le raffinerie.</p>
<p>Dov’è che i carburanti costano meno in Italia? In Veneto. Perché? Perché a Marghera e sul territorio ci sono molti depositi (oltre alla raffineria Eni). In particolare ce n’è uno, quello della San Marco Petroli, che è il principale fornitore delle pompe bianche della Regione e che un paio di anni fa ha acquistato dalla compagnia austriaca Omv anche 90 punti vendita sparsi nel nordest. È un imprenditore che ha un deposito di ottima qualità e che ha investito in un mercato, quello dei carburanti, in contrazione. In tutto il Nord Italia la presenza di molti depositi, costieri e non, realizza un regime di concorrenza sugli approvvigionamenti da parte dei proprietari degli impianti e fa abbassare i prezzi. I proprietari degli impianto possono cioè confrontare diverse offerte e scegliere la migliore, e sono stimolati a mettersi in proprio, sciogliendo le convenzioni con le compagnie.</p>
<p>Altro esempio. Sapete chi è il più grande fornitore di carburanti alle pompe bianche o no logo che dir si voglia? Chi sta salvando i propri bilanci di raffinatore grazie all’aumento dei punti vendita indipendenti? La <strong>Saras</strong>. La famiglia Moratti. I più petrolieri che ci siano. Attraverso la controllata Arcola Petrolifera, Saras sta alimentando il mercato extra-rete e facendo abbassare i prezzi alla pompa. In questo caso la compagnia Saras non è completamente integrata, nel senso che ha l’upstream (ricerca e produzione di idrocarburi), ha la raffinazione (con uno degli impianti più grandi del Mediterraneo a Sarroch, in Sardegna) e ha la logistica (depositi, tra l’altro, a Genova e Napoli). Ma non ha una rete con proprio marchio (o, meglio, ce l’ha ma in Spagna). E fa concorrenza alle altre compagnie integrate.</p>
<p>Un’ultima osservazione: si è favoleggiato in questi giorni sul fatto che la riforma potrà far calare i prezzi di dieci centesimi al litro. Tutto è possibile. Ma osserviamo una cosa. In Italia i carburanti costano in media, al netto delle tasse, 3-5 centesimi al litro in più della media degli altri Paesi dell’Unione europea. Questo, a nostro modesto avviso, è quanto si può recuperare con questa o con un’altra riforma. Il motivo per cui abbiamo i prezzi alla pompa più alti d’Europa è che per ogni litro di benzina paghiamo circa un euro di tasse. Il resto sono più o meno chiacchiere.</p>
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		<title>È tutta colpa delle rinnovabili!</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 16:41:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[gas naturale]]></category>
		<category><![CDATA[incentivi]]></category>
		<category><![CDATA[mercato elettrico]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Giuseppe Artizzu e Carlo Durante.
L’ultima volta ci siamo sentiti a marzo. Ci dicevano che eravamo a 7.000 MW di fotovoltaico e che era una follia. Tagliare! Tagliare! Poi qualcuno glielo spiega, e gli sorge il dubbio che i soldi dati alle rinnovabili non siano solo buttati a quattro bucanieri in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Giuseppe Artizzu e Carlo Durante</em>.</p>
<p>L’ultima volta ci siamo sentiti a marzo. Ci dicevano che eravamo a 7.000 MW di fotovoltaico e che era una follia. Tagliare! Tagliare! Poi qualcuno glielo spiega, e gli sorge il dubbio che i soldi dati alle rinnovabili non siano solo buttati a quattro bucanieri in cerca di soldi facili. Intanto però il danno era fatto.<span id="more-10263"></span>Passano sei mesi, e eccolo lì che ritorna, garrulo, e dice: visto che bravi? Il gas sale, l’elettricità no! Un attimo&#8230; ma non dicevate che gli incentivi sarebbero stati un salasso? Si, ma avevamo trascurato che con sole e vento si brucia meno gas, quello caro, e di giorno l’elettricità in borsa costa meno. Chi consuma tanto, ci va almeno in pari. Le famiglie no, per farle risparmiare manca ancora tempo, ma intanto respirano aria più pulita…</p>
<p>Non che i soldi non siano un problema, però mi sa che l’avevate gonfiata un po’. Nel 2008, l’ultima volta che il petrolio era schizzato, la bolletta era salita di un centesimo e mezzo a chilowattora. Quest’anno meno di uno (un cono con due palline di gelato al mese a famiglia, a farsi i conti), e ci abbiamo guadagnato 13 terawattora l’anno di fotovoltaico, puliti, indigeni, garantiti venticinque anni. Sono costosi, ma il costo è quasi tutto riassorbito dal risparmio che generano sul mercato elettrico. Pensaci bene, già a marzo, fosse stata solo questione di soldi, ci tagliavi le tariffe e basta: invece ci hai messo i “cap”.</p>
<p>Dice: adesso però abbiamo grane vere. Tanto per cominciare, ai ragazzi si è grippato il sistema del gas: a luglio ha fatto fresco, Enel ci dà giù col carbone, e in più col fotovoltaico quest’estate abbiamo risparmiato quasi un miliardo di metri cubi. Fra calo dei consumi e boom delle altre fonti, gli stoccaggi sono pieni già a inizio ottobre. E della Libia ferma da mesi non ci siamo neanche accorti! Per farti capire, pensa che nel 2012 col solo fotovoltaico risparmiamo due miliardi e mezzo di metri cubi: è il 10% di quello che bruciamo per fare elettricità. Capisci bene che quelli non stanno tanto tranquilli.</p>
<p>Ma i ragazzi non si erano già impegnati a comprarne per parecchi anni? Dice: È proprio quello il problema: per decenni, e con il petrolio che non scende quello sì che potrebbe diventare un salasso! Con gli stoccaggi pieni non possono neanche prendersi il gas e sperare in un inverno freddo. D’altra parte con questi contratti ci hanno scaldato per cinquant’anni, non è mica che adesso, come dice sempre un mio amico, giriamo il tubo da un’altra parte. Facile dirlo oggi, ma a un bilanciamento fra fonti si sarebbe potuto pensare.</p>
<p>Dice: e a quelli dei cicli combinati che gli dico? Siamo sempre di rincorsa e mai in anticipo: così nel luglio 2003 ce la vedemmo brutta, e dicemmo che ci servivano centrali nuove. Ci hanno dato retta e all’inizio ci hanno pure guadagnato tanto, ma hanno esagerato. Poi però è arrivata la crisi e non si vede via d’uscita. Ci mancavano pure le rinnovabili che tolgono spazio al picco. Se poi fanno Porto Tolle, lassù chiudono bottega. Quando si erano fatti i <em>business plan</em> gli impianti dovevano andare a tutto motore, e invece si ritrovano a mezzo servizio quando va bene.</p>
<p>Dice: fosse tutto qui &#8230; ne è venuta fuori un’altra. Cioè? Fai che domenica fa bello e c’è vento: non solo spengono un sacco di cicli combinati (meno gas), ma non riescono neanche a importare tutto quello che potrebbero da Francia e Svizzera. Le centrali nucleari non ce le hanno fatte fare, ma almeno godiamo un pò di quelle altrui. Macché! troppe rinnovabili tutte insieme e dobbiamo tagliare l’import: è roba che costava poco, peccato.</p>
<p>Dice: e poi, tanto per dirla tutta, non si capisce bene questa storia della sicurezza della rete. Solare e eolico sono ballerini: è un fatto, anche se mica ci vuole tanto a prevederli bene. Però anche la domanda è un pò ballerina: che la rete vada bilanciata non è una novità. Terna ci sa fare, nel 2008 di dispacciamento spendevamo due miliardi e mezzo, l’anno scorso meno di uno e mezzo. Sembra che l’intermittenza di sole e vento Terna la veda come un’opportunità di fare business, non certo come un’emergenza. A sentire quegli altri invece apriti cielo: siamo sull’orlo di una catastrofe elettrica! Fosse vero, Terna alzerebbe bandiera rossa, no? Invece ci propone interventi di medio termine, mica ci dice di fermare tutto. Anzi, investe pure lei in parchi fotovoltaici: a ben vedere siamo tutti azionisti indiretti, e quindi piccoli speculatori.</p>
<p>Certo che è roba complicata, ma con chi ne parli? Dice: e  con chi ne vuoi parlare, con i soliti! Il sistema lo hanno costruito loro, hanno qualche interesse costituto, ma ne capiscono. Gli altri, delle rinnovabili, saranno pure svegli, ma se ne inviti uno si presentano in ventisei e dicono uno il contrario dell’altro. Ai tempi del decreto, energivori e Assoelettrica si sono alleati; dall’altra parte non c’era un comunicato stampa con gli stessi loghi.</p>
<p>Dice:  non so che fare. Questi vogliono già un quinto conto energia, vogliono fermare pure gli impianti sui tetti. Gli eolici li sistemano con le aste farlocche così&#8230; si rincomincia finalmente a ragionare solo fra amici. Certo che è un peccato, ci si sono buttati in tanti, c’era spazio per tutti, anche per valorizzare qualche nobile competenza industriale. In fin dei conti, non è mica giusto che non facciamo rinnovabili solo perché siamo pieni di gas. In questo modo la zavorra del passato ipoteca il futuro, chi glielo spiega ai nipoti?</p>
<p>E se per una volta si facesse Politica, invece che tattica di logoramento? Se fosse concordato un modello cui tendere, anziché difendere il cortile dei gioielli di famiglia? Aiutiamoli a giocare nei cortili dei vicini, completiamone la trasformazione in <em>global player</em>, invece di fare i bulli qui. O forse che, in queste condizioni, contano più loro dei loro azionisti? Siamo di fronte a un “baco” di sistema.</p>
<p>Molti i nodi da sciogliere. Ecco i più critici, o forse scomodi.</p>
<p><strong>Uno</strong>. C’è troppo gas? Sicuramente c’è troppo gas caro, perché indicizzato al petrolio. D’altra parte è un caposaldo della nostra sicurezza energetica, e il gas è più pulito del carbone e dei derivati petroliferi. Lato offerta non ci sono flessibilità, bisogna agire sulla domanda: per esempio, favoriamo una volta per tutte una rapida penetrazione del gas nell’autotrazione. Senza ripensamenti.</p>
<p><strong>Due</strong>. Ci sono troppi cicli combinati? Sì, e anche le sere d’inverno ne serviranno meno di quanto si pensi. È vero che di sera non c’è sole, ma gli idroelettrici stanno già intuendo il cambiamento e a mezzogiorno risparmiano per ore più profittevoli. Ossia: le rinnovabili aumentano la disponibilità idroelettrica per il picco serale. Quindi? All’americana: <em>capacity payment</em> solo per i cicli combinati che servono davvero.</p>
<p><strong>Tre</strong>. Ha senso ridurre l’import elettrico dall’estero, finché ce n’è? No. Ha senso spegnere moduli e turbine quando vanno troppo? No. Soluzione chiavi in mano: i pompaggi sono lì fermi, perché non si usano all’occorrenza? Se c’è troppa offerta i prezzi scendono e si creano gli spazi di arbitraggio. E se chi li ha non li usa va&#8230; incoraggiato.</p>
<p><strong>Quattro</strong>. Ci sono problemi di sicurezza della rete? Lasciamolo dire a Terna, e lasciamo che Terna proponga le soluzioni. Il Ministero e l’Autorità vigilino, come da ordinamento. Se c’è un’architettura che negli ultimi anni ha funzionato è questa. Su che base se ne mette in dubbio l’efficacia?<strong></strong></p>
<p><strong>Cinque</strong>. Gli incentivi. È giusto che vengano alla fine, perché se non si aggiusta il contesto tocca riparlarne ogni tre mesi. Il fotovoltaico sta quasi in piedi da solo: prima si entra in un sistema di tipo tedesco verso la grid parity e meglio è. Con giudizio però, basta violenze alla certezza del diritto. Per le altre tecnologie, stimoliamo la ricerca, realizziamo una filiera italiana, troviamo i modi per abbattere il costo del kilowattora fino a renderlo indipendente dall’incentivo. Se proprio vogliamo le aste almeno diamo certezza agli investimenti, evitando il blocco dello sviluppo e il consolidamento delle iniziative nelle mani di pochi. Insomma che il settore perda i caratteri speculativi e diventi un vero motore di diversificazione delle fonti.</p>
<p><strong>Sei</strong>. Le rinnovabili devono essere abituate al mercato, e i proprietari degli impianti devono imparare a vendere il loro prodotto. Tranne che per i piccoli impianti, il monopsonio del GSE è una distorsione. Per garantire i livelli minimi di valorizzazione dell’energia, lo strumento è il contratto alle differenze, non la cessione fisica al gestore.</p>
<p>A farla breve, è una questione di sistema, di visione, non di incentivi. È ora di rivedere i meccanismi del mercato elettrico, fermo ai soliti protagonisti, stabili e prevedibili, e adeguarlo al nuovo mix. Le stesse logiche di approvvigionamento energetico dovranno cambiare. È il modello stesso che ci ha retto per cinquant’anni che va ripensato in chiave moderna.</p>
<p>Dice: e va bene, parliamone…</p>
<p><em>Giuseppe Artizzu è Amministratore Delegato di Cautha &#8211; Carlo Durante è Amministratore Delegato di Maestrale Green Energy</em></p>
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		<title>Robin Tax. Non c&#8217;è limite al peggio</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 15:13:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[elettricità]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando, tra le pieghe della manovra correttiva, è spuntata l&#8217;addizionale di 4 punti percentuali alla Robin Tax, con la sua estensione a reti e rinnovabili, credevo avessimo toccato il fondo. Poi è venuta fuori l&#8217;idea ancora più assurda di applicare l&#8217;imposta ad altri settori regolati, quali telecomunicazioni e autostrade. Adesso siamo ben oltre il fondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, tra le pieghe della manovra correttiva, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/08/16/energia-se-si-muove-tassala/">è spuntata l&#8217;addizionale</a> di 4 punti percentuali alla Robin Tax, con la sua estensione a reti e rinnovabili, credevo avessimo toccato il fondo. Poi è venuta fuori <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/08/25/robin-tax-sotto-a-chi-tocca-sotto-sotto-tocca-tutti/">l&#8217;idea ancora più assurda</a> di applicare l&#8217;imposta ad altri settori regolati, quali telecomunicazioni e autostrade. Adesso siamo ben oltre il fondo del barile: sembra che <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-02/sconto-light-comuni-attacco-063720.shtml?uuid=AaI3Jt0D">verranno proprio dalla Robin Tax</a> i fondi con cui il governo intende comprare il via libera degli enti locali.</p>
<p><span id="more-9997"></span>Copio dalla relazione tecnica relativa all&#8217;emendamento governativo che ha lo scopo di &#8220;girare&#8221; sugli enti locali il tesoretto di 1,8 miliardi di euro atteso dalla Robin Tax:</p>
<blockquote><p>Il decreto legge [originale] prevede che tali maggiori entrate, derivanti da modifiche dell&#8217;addizionale Ires prevista dall&#8217;art.81, commi 16-18 del decreto legge n.112/2008 [la Robin Tax], possano essere destinate alla riduzione fino al 50 per cento degli interventi inerenti, rispettivamente, gli obiettivi di contenimento della spesa sia dei ministeri, di cui al comma 1 dell&#8217;articolo 1, sia degli enti territoriali, di cui al comma 8 dell&#8217;articolo 1. La disposizione in esame modifica le suddette misure percentuali, eliminando la quota destinata agli interventi sui ministeri e prevedendo di conseguenza l&#8217;integrale destinazione delle maggiori entrate alla riduzione delle suddette misure relative agli enti territoriali.</p></blockquote>
<p>Che c&#8217;è di male? Ci sono almeno tre cose che non vanno, oltre alle critiche più generali già espresse dall&#8217;Ibl (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_58_Robin_Hood.pdf">fin dalla genesi dell&#8217;imposta, nel 2008</a>) e, in una recente <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/016-11pas.pdf">segnalazione a governo e parlamento</a>, dalla stessa Autorità per l&#8217;energia.</p>
<p>1) L&#8217;addizionale di 4 punti introdotta dalla manovra è stata presentata come transitoria: in sostanza, il messaggio del Tesoro è stato che bisogna stringere i denti e passare la nottata. Essendo questo l&#8217;obiettivo, lo strumento è stato &#8211; sempre secondo il Tesoro &#8211; prendere i soldi dove ci sono e dove è più facile cavarli. Che questo abbia enormi controindicazioni, inclusi i danni diretti e indiretti ai consumatori e attraverso essi alle prospettive di crescita economica, non è evidentemente un tema di interesse del ministero. Personalmente non ho mai creduto alla presunta natura transitoria del tributo, ma adesso l&#8217;inganno davvero non regge: se il gettito di un&#8217;imposta serve a coprire spesa corrente (centrale o locale poco conta), quel gettito sarà sempre necessario, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte. Dunque quell&#8217;imposta è destinata a rimanere scolpita nel nostro sistema tributario e, poiché noialtri dell&#8217;Ibl siamo dei cinici sospettosi e malfidenti, nei fatti prelude a un aumento generalizzato, settore per settore, della tassazione sul reddito d&#8217;impresa, come aveva commentato a caldo <a href="http://brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10601">Alberto Mingardi</a>. Per questo trovo che l&#8217;assurda guerra lobbistica che si è scatenata &#8211; energetici contro telefonici e infrastrutture &#8211; sia quanto di più dannoso potesse accadere.</p>
<p>2) Una delle cose positive della congiuntura attuale è che l&#8217;obbligo alla responsabilità fiscale poteva essere un grande volano per un federalismo concretamente attuato: i tagli ai trasferimenti, nella pratica, equivalevano a mettere i comuni con le spalle al muro, costringendoli a scegliere tra nuovi tributi o minori spese, e dunque responsabilizzarli. Tornare a finanziare gli enti locali con un tributo nazionale è un tradimento di questa evoluzione che rende perfino peggiore la sostanza della manovra.</p>
<p>3) Una buona parte delle imprese colpite sono municipalizzate, il cui azionista unico o largamente maggioritario è il comune. Queste imprese possono tranquillamente riversare il maggior onere fiscale in una riduzione dei dividendi, lasciando il comune azionista in condizioni di assoluta indifferenza rispetto alle entrate (in media). Le imprese private, invece, non possono permetterselo, perché devono comunque remunerare gli azionisti. In prospettiva, questo significa che fare impresa privata nel settore dell&#8217;energia sarà sempre meno conveniente non solo in assoluto (cioè rispetto allo stesso settore in altri paesi o ad altri settori in Italia), ma addirittura in termini relativi: la Robin Tax avrà un effetto diseguale su imprese pubbliche e private e, pertanto, ha una natura profondamente anticompetitiva. Va da sé che la riduzione della concorrenza attuale e potenziale si tradurrà, in un circolo perverso, in un aumento dei prezzi per i consumatori, e avrà un effetto &#8211; in senso lato &#8211; fiscale essa stessa, rendendo possibili extraprofitti per le imprese pubbliche e quindi dividendi relativamente più alti (rispetto al livello &#8220;normale&#8221;) per i comuni azionisti.</p>
<p>In conclusione, la Robin Tax sta diventando una delle più feroci armi di distruzione di massa dell&#8217;economia italiana. Disarmate Robin Hood, prima che faccia il deserto nella foresta di Sherwood.</p>
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		<title>Robin Tax: sotto a chi tocca? Sotto sotto tocca tutti</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/08/25/robin-tax-sotto-a-chi-tocca-sotto-sotto-tocca-tutti/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 08:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Commissione industria del Senato ha suggerito di estendere la Robin Hood Tax – l&#8217;addizionale Ires di 4 punti percentuali per tutte le imprese energetiche, incluse reti e rinnovabili, che si aggiunge alle precedenti addizionali – ad altri settori &#8220;concessionari&#8221;, quali le telecomunicazioni e le autostrade. Questo ha scatenato una vera e propria guerra lobbistica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Commissione industria del Senato <a href="http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&amp;leg=16&amp;id=00612029&amp;part=doc_dc-allegato_a&amp;parse=no&amp;stampa=si&amp;toc=no" target="_blank">ha suggerito di estendere la Robin Hood Tax </a>– l&#8217;addizionale Ires di 4 punti percentuali per tutte le imprese energetiche, incluse reti e rinnovabili, che si aggiunge alle precedenti addizionali – ad altri settori &#8220;concessionari&#8221;, quali le telecomunicazioni e le autostrade. Questo ha scatenato una vera e propria guerra lobbistica tra aziende e associazioni di settore, con gli energetici che lamentano uno sfavore fiscale inconcepibile e gli altri che tentano di evitare un aggravio d&#8217;imposta. Non è uno spettacolo esaltante: è ben comprensibile che le diverse industrie cerchino di tutelarsi, utilizzando tutte le armi a propria disposizione. Gli energetici hanno ragione: già oggi pagano un&#8217;aliquota Ires superiore del 25 per cento a quella di tutti gli altri, alzarla ancora (specie in un momento di crisi) sarebbe una follia. Hanno ugualmente ragione le aziende di tlc e infrastrutture: già sono piene di magagne, ci manca solo un aumento fiscale tra capo e collo, peraltro in un quadro congiunturale tutto fuorché roseo. <span id="more-9934"></span></p>
<p>Sono i guasti che provoca l&#8217;interventismo, che continua a &#8220;chiamare&#8221; altro interventismo. <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/06/21/le-lobby-saranno-pure-democrazia-ma-non-sono-liberta/" target="_blank">Pietro Monsurrò ha spiegato bene</a> come &#8220;le lobby parassitarie nascono spontaneamente non appena si forma un potere in grado di elargire privilegi&#8221;. Come ci ha insegnato la <em>public choice</em>, il riconoscere ai poteri pubblici sovranità sull&#8217;economico porta le imprese a cercare di avvantaggiarsi, di quegli stessi poteri pubblici. Questo porta talora a giocare &#8220;in attacco&#8221; (come nella richiesta di incentivi, agevolazioni <em>ad hoc</em>, denari a fondo perduto) e talvolta &#8220;in difesa&#8221;, come in questo caso. Ma siccome gli attori coinvolti, come comprensibile, sono concentrati sul breve termine e il resto del dibattito li segue, fatica ad emergere con chiarezza l&#8217;unica posizione che coincide davvero con l&#8217;interesse generale: quella della libera impresa.</p>
<p>È esattamente per interpretare questo punto di vista che esiste l&#8217;Istituto Bruno Leoni. Non a caso ci siamo occupati di Robin Hood Tax ben da prima delle polemiche attuali, e abbiamo detto la nostra in più di una occasione. A prescindere dai settori colpiti, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_58_Robin_Hood.pdf" target="_blank">la Robin Tax è una imposta assurda</a>, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/08/16/energia-se-si-muove-tassala/" target="_blank">i ripetuti aumenti sono doppiamente assurdi</a>, <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10601" target="_blank">l&#8217;estensione ad altri settori è tre volte assurda e prelude in realtà a un innalzamento generalizzato dell&#8217;Ires</a>. In altre parole, la questione per noi è semplice: questa imposta non s&#8217;ha da fare, e non s&#8217;aveva da fare quando si è messo il piede, per la prima volta nel 2008, sul piano inclinato della tassazione discrezionale.</p>
<p>La sua popolarità (anche oggi sui giornali si legge di ipotesi di incidere sulla Robin Tax per bilanciare una rimodulazione del &#8220;contributo di solidarietà&#8221;) è dovuta ad una illusione ottica. Come in altri tempi sui &#8220;petrolieri&#8221; (diventati poi buona parte del settore energetico), si pensa di agire &#8220;sulle imprese energetiche&#8221; o &#8220;sulle concessionarie&#8221;: come se queste imprese fossero &#8220;colpibili&#8221; (<em>rectius</em>: rapinabili) senza che ciò andasse a penalizzare individui in carne ed ossa &#8211; come azionisti, impiegati o consumatori dei servizi offerti dalle medesime. La reazione iniziale fu confusa: alcune delle imprese colpite combatterono la tassa, ma, forse per piaggeria verso il governo appena insediato e verso il ministro dell&#8217;economia che &#8220;aveva previsto la crisi&#8221;, accettarono la tassa e alcune di esse &#8211; le due più grandi &#8211; addirittura vi aggiunsero un &#8220;contributo volontario&#8221; del valore complessivo di 250 milioni di euro. Gli azionisti, naturalmente, zitti e mosca. L&#8217;errore fu lì: una volta accettato il principio, perché fermarsi?</p>
<p>Questa è una tassa sbagliata: lo è a prescindere dall&#8217;entità e lo è a prescindere da chi colpisce (&#8220;mal comune mezzo gaudio&#8221; non è un principio di equità fiscale) o da come la base imponibile viene definita. Lo è perché è discriminatoria, distorsiva, anti-certezza del diritto, anti-investimenti e in ultima analisi anti-crescita e anti-europea come hanno spiegato <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-08-24/corto-circuito-robin-092618.shtml?uuid=AabbqZyD" target="_blank">Testa e Di Mario sul Sole 24 Ore</a>. Il gettito che garantisce è inferiore a quello che potrebbe essere recuperato, sotto forma di minore spesa per interessi, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/IBL-PolicyPaper-04.pdf" target="_blank">privatizzando gli <em>asset</em> pubblici</a>. In ogni caso, quel gettito potenziale non giustifica la perdita di credibilità che avrebbe l&#8217;Italia dimostrando, una volta di più, di essere un Paese dove i decisori politici non si fanno scrupolo a &#8220;mettere le mani nelle tasche&#8221; di chiunque sia sospettabile di non avercele vuote.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Energia. Se si muove, tassala</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/08/16/energia-se-si-muove-tassala/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 14:40:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[carburanti]]></category>
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		<description><![CDATA[Se il settore dell&#8217;energia è davvero così &#8220;strategico&#8221;, perché continuano a tassarlo a morte?
L&#8217;articolo 7 della manovra correttiva introduce un&#8217;addizionale di quattro punti percentuali all&#8217;addizionale di un punto percentuale all&#8217;addizionale di 5,5 punti percentuali sull&#8217;aliquota Ires per il settore energetico. In pratica, a parità di utili prima delle tasse, un&#8217;azienda energetica dovrà pagare un&#8217;aliquota Ires del 38 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se il settore dell&#8217;energia è davvero così &#8220;strategico&#8221;, perché continuano a tassarlo a morte?</p>
<p><span id="more-9913"></span>L&#8217;articolo 7 della <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2011-08-14/testo-integrale-manovra-172426.shtml?uuid=Aa2tNIwD&amp;p=27">manovra correttiva</a> introduce un&#8217;<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-08-13/robin-hood-pesante-estesa-081255.shtml?uuid=Aa3NRzvD">addizionale di quattro punti percentuali</a> all&#8217;<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-06-22/laumento-robin-slitta-unico-111100.shtml?uuid=AY5xBu0B">addizionale di un punto percentuale</a> all&#8217;<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/06/robin-tax-ires-33.shtml?uuid=c9a2770e-3dc9-11dd-862f-00000e251029&amp;DocRulesView=Libero">addizionale di 5,5 punti percentuali</a> sull&#8217;aliquota Ires per il settore energetico. In pratica, a parità di utili prima delle tasse, un&#8217;azienda energetica dovrà pagare un&#8217;aliquota Ires del 38 per cento anziché del 27,5 per cento, come tutte le altre. Non solo: pure la platea delle imprese interessate si è allargata, in quanto il fatturato oltre il quale si applica l&#8217;addizionale &#8220;super&#8221; scende da 25 a 10 milioni di euro, con un reddito imponibile di appena 1 milione di euro. La base imponibile si estende pure per il tipo di aziende colpite dalla misura, che passa da:</p>
<blockquote><p>a) ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi;</p>
<p>b) raffinazione petrolio, produzione o commercializzazione di benzine, petroli, gasoli per usi vari, oli lubrificanti e residuati, gas di petrolio liquefatto e gas naturale;</p>
<p>c) produzione o commercializzazione di energia elettrica.</p></blockquote>
<p>a:</p>
<blockquote><p>a) ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi;</p>
<p>b) raffinazione petrolio, produzione o commercializzazione di benzine, petroli, gasoli per usi vari, oli lubrificanti e residuati, gas di petrolio liquefatto e gas naturale;</p>
<p>c) produzione, trasmissione e dispacciamento, distribuzione o commercializzazione dell&#8217;energia elettrica;</p>
<p>c-bis) trasporto o distribuzione del gas naturale.</p></blockquote>
<p>In più, viene meno l&#8217;esclusione dall&#8217;ambito di applicazione del provvedimento delle società che producono energia rinnovabile.</p>
<p>Per riassumere, l&#8217;aliquota viene aumentata (quasi raddoppiata rispetto all&#8217;importo originario) e viene allargato il bersaglio, fino a includere le fonti verdi e le reti. La sola Snam Rete Gas <a href="http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Snam-Robin-tax-maggiori-oneri-fiscali-annui-150-mln/16-08-2011/1-A_000237267.shtml">stima</a> oneri addizionali per 150 milioni di euro.</p>
<p>Ci sono varie ragioni per cui si tratta di un intervento assolutamente assurdo. In linea di principio, valgono per questo aumento gli argomenti che, <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_58_Robin_Hood.pdf">assieme a Piercamillo Falasca</a>, avevamo svolto all&#8217;introduzione della prima Robin Tax. Vale la pena ricordare che, inizialmente, l&#8217;imposta venne creata per colpire i presunti extraprofitti di compagnie che avevano ingiustamente goduto dell&#8217;aumento dei prezzi petroliferi, e allo scopo di finanziare la &#8220;social card&#8221;. Apparentemente, il governo è passato con disinvoltura attraverso lo specchio: non solo ignorando del tutto il <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8012">palese fallimento della social card</a>, ma anche e soprattutto perché, nel frattempo, i presunti extraprofitti sono diventati prima profitti normali, poi profittini, e spesso perdite. A titolo di esempio, basta citare la <a href="http://www.unionepetrolifera.it/it/CMS/interventi/get/2010/Tavola_rotonda/Position%20paper%20sulla%20raffinazione.pdf">crisi del settore della raffinazione</a>, il <a href="http://www.terna.it/LinkClick.aspx?fileticket=xcIkintcHgs%3d&amp;tabid=57&amp;mid=21766">crollo della domanda elettrica</a>, il <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/05/quarto-conto-energia-ecco-il-decreto/">(giusto) taglio degli incentivi alle rinnovabili</a>.</p>
<p>Al di là di tutto questo, comunque, resta incomprensibile come un governo e un ministro che hanno passato gli ultimi mesi a lamentarsi (giustamente) del peso e dell&#8217;effetto distorsivo delle mille eccezioni fiscali, si rendano protagonisti di un clamoroso esempio di politica fiscale punitiva. Punitiva perché del tutto priva di senso: se davvero esistono extraprofitti, sta all&#8217;Antitrust individuarli e rimuoverli, certo non per via fiscale. Punitiva perché priva di logica: adottare il criterio del fatturato per individuare le aziende da colpire significa non distinguere tra i soggetti per i quali l&#8217;aumento dei prezzi petroliferi (fonte dei presunti extraprofitti) è fonte di reddito, e quelle per cui esso è un mero costo. Punitiva perché priva di prospettiva: tassare a morte il settore dell&#8217;energia significa deprimere gli investimenti, e allora non venite più a raccontarci che questo è un settore strategico bisognoso di un occhio di riguardo (occhio di riguardo che sarebbe meglio guardasse altrove, come illustrano, tra le altre, le opposte telenovele su <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/03/26/asterix-e-l%e2%80%99energia-perche-su-edison-diciamo-vive-la-france/">Edison</a> e su <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_98_Rete_Gas.pdf">Snam Rete Gas</a>). Punitiva perché include pure la beffa del &#8220;divieto di trasferimento&#8221; dell&#8217;imposta sui consumatori finali. Tale divieto non solo è di fatto impossibile da attuare, ma è anche sbagliato, visto che (stante la premessa che siamo in regime di concorrenza) la libertà delle politiche di prezzo non può e non deve essere messa in discussione. Punitiva perché discriminatoria: per quale ragione al mondo l&#8217;investimento in una cosa che si chiama energia deve essere trattato diversamente (cioè più duramente) dell&#8217;investimento in qualunque altro settore? Risposta: perché è più facile prendere i soldi qui che altrove. Punitiva, infine, perché rappresenta l&#8217;ennesimo schiaffo alla certezza del diritto in un paese che ha bisogno di crescere, che per crescere ha bisogno di investimenti, e che per attrarre investimenti non può cambiare le norme, peraltro sistematicamente in senso peggiorativo, a ogni stormir di foglie. <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10330">Guido Ghisolfi vi spiega perché</a>.</p>
<p>L&#8217;incremento della Robin Tax è uno dei provvedimenti più odiosi di questa manovra correttiva, perché è uno tra quelli che riescono a combinare nel modo più nocivo tutti gli ingredienti che stanno alla base della bassa crescita italiana: la discrezionalità e volubilità delle norme, il volto aggressivo e rapace del fisco, la cecità di fronte agli effetti dinamici dei provvedimenti, la miopia rispetto ai bisogni del paese, la patente incoerenza coi fini dichiarati di altre politiche, e un generale campanello di allarme sulla capacità italiana di non mettere le mani in qualunque tasca sia sufficientemente ampia (non importa se sufficientemente piena).</p>
<p>Chi ha scritto questa rappresenta la parte peggiore dell&#8217;Italia.</p>
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		<title>Energia, relazione annuale. Cosa dirà Bortoni?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/07/05/energia-relazione-annuale-cosa-dira-bortoni/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 09:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[autorità per l'energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Domani, il presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Guido Bortoni, leggerà la sua prima relazione annuale. Cosa dirà?
Il nuovo collegio si è insediato a febbraio 2011, e quindi ha preso possesso dell&#8217;Autorità da un tempo troppo breve per poter vantare dei risultati. Non si può dire, però, che sia rimasto inattivo: ha già assunto (se non ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domani, il presidente dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia, Guido Bortoni, leggerà la sua prima relazione annuale. Cosa dirà?</p>
<p><span id="more-9488"></span>Il nuovo collegio si è insediato a febbraio 2011, e quindi ha preso possesso dell&#8217;Autorità da un tempo troppo breve per poter vantare dei risultati. Non si può dire, però, che sia rimasto inattivo: ha già assunto (se non ho contato male) 121 delibere, quasi una al giorno. Per confronto, il collegio precedente, nello stesso periodo (15 febbraio-5 luglio) ne aveva prodotte 164 (ed era ritenuto, dai critici, troppo prolifico). Questi numeri vanno letti per quello che sono: come mera statistica descrittiva, priva di qualunque implicazione. La produttività non si misura, in questi casi, col numero degli atti, ma col loro contenuto (e, a parità di contenuto, è meglio fare meno atti). La delibera forse più interessante non ha a che fare col &#8220;mondo esterno&#8221;, ma con la stessa Autorità, che viene profondamente <a href="http://www.autorita.energia.it/it/docs/11/017-11gop.htm">riformata</a>, col superamento della segreteria generale &#8220;forte&#8221; &#8211; che ne aveva caratterizzato il funzionamento fino a oggi &#8211; e uno più articolato spacchettamento delle funzioni. Vedremo quali effetti avrà la riforma sulle attività dell&#8217;Aeeg.</p>
<p>Né si può dire che la cinquina guidata da Bortoni sia arrivata a Piazza Cavour in un momento poco movimentato. Solo per citare gli eventi più clamorosi, che direttamente o indirettamente impattano sulle sue decisioni, in questi mesi abbiamo avuto la guerra in Libia (con la chiusura del gasdotto Greenstream), lo scontro Enel-Terna sui pompaggi, il recepimento del terzo pacchetto energia, il referendum sul nucleare, il gran casino sulle rinnovabili (apparentemente ancora in corso). Tutto ciò ha, ovviamente, conseguenze importanti sui mercati, in un momento di ripresa (nel 2010, la domanda elettrica e quella di gas sono tornate a crescere, dopo il grande tonfo del 2009).</p>
<p>Cosa dirà Bortoni, di tutto questo? Sarà interessante vedere quale stile sceglierà &#8211; se ruvido come quello del suo predecessore, Alessandro Ortis, che ha sempre impiegato la relazione annuale per costringere la politica a confrontarsi col &#8220;da farsi&#8221;, oppure più vellutato. Sarà anche utile vedere quali messaggi vorrà lanciare e in che modo intenderà caratterizzare la propria attività, posto che &#8211; essendo la prima relazione annuale &#8211; tutti si aspettano che in qualche modo Bortoni tracci un &#8220;manifesto&#8221; delle intenzioni del nuovo collegio.</p>
<p>A me pare che, al di là di tutto, ci siano almeno due temi, sul piatto, che meriterebbero l&#8217;attenzione di Bortoni. Uno è quello della liberalizzazione del mercato del gas: sgombrato il campo dall&#8217;equivoco nucleare, è chiaro che non solo l&#8217;Italia, ma la stessa Europa troverà sempre più nel metano il suo baricentro. Questo rende assolutamente improrogabile il ricupero di margini di efficienza e concorrenzialità nel settore: qual&#8217;è la posizione dell&#8217;Autorità? La linea Ranci-Ortis sulla separazione proprietaria della rete dall&#8217;operatore dominante quale perno della liberalizzazione è confermata oppure cambia? O, ancora, l&#8217;Autorità decide di non esprimere posizione rispettando l&#8217;autonomia della politica (ma venendo meno, in qualche maniera, al suo ruolo di indicazione e consiglio)? E, soprattutto, l&#8217;Autorità sceglierà di porre il problema in questa sede, oppure utilizzerà altri momenti e altre sedi, sostituendo il confronto per così dire pubblico con la tattica del caldeggiare in modo più soft le misure che si ritengono necessarie?</p>
<p>L&#8217;altra faccenda su cui mi aspetto di sentire &#8211; o non sentire, che sarebbe ugualmente indicativo &#8211; qualche parola è il ruolo dell&#8217;Autorità e la sua indipendenza, recentemente messa più volte in discussione con pensieri, parole, opere e omissioni da parte del governo, della maggioranza e della stessa opposizione (che, con lodevoli eccezioni, ha difeso l&#8217;Autorità solo quando non era più in pericolo, oppure quando la battaglia era già persa). Fino a che punto l&#8217;Autorità ritiene che la propria autonomia &#8211; decisionale, finanziaria, organizzativa, e nella scelta degli uomini (o donne) da promuovere e rimuovere &#8211; sia un valore da preservare, in che modo intende preservarlo, e quanto ritiene di dover rendere pubblica non solo la difesa di questo valore, ma anche la sua semplice affermazione?</p>
<p>Al di là di tutto l&#8217;inevitabile contorno &#8211; e dell&#8217;eventuale approfondimento sui problemi ancora aperti nel sostegno alle fonti verdi, che l&#8217;Aeeg ha spesso denunciato come eccessivamente oneroso &#8211; e dei salamelecchi di rito, credo siano questi i grandi problemi aperti e le grandi questioni su cui l&#8217;Autorità deve prendere posizione, con le parole e/o con i fatti. La trasparenza nel dichiarare gli obiettivi che intende perseguire, e i mezzi con cui intende perseguirli, incluso il mix tra esposizione pubblica e discrezione, è importante perché tutti possiamo esprimere un giudizio sulla conduzione della cinquina (oltre a <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Bortoni_cv.pdf">Bortoni</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Biancardi_cv.pdf">Alberto Biancardi</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Carbone_cv.pdf">Luigi Carbone</a>, <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/che_cosa/Colicchio_cv.pdf">Rocco Colicchio</a> e Valeria Termini).</p>
<p>Guido Bortoni ha tutte le carte in regola per essere un buon presidente: conosce il settore, è consapevole delle conseguenze (anche in termini di business dei regolati) delle sue decisioni, e sa ascoltare. Nel fare ancora una volta gli auguri per la nuova missione, attendo la relazione annuale nella speranza che offra il pretesto per dichiarare i grandi obiettivi che l&#8217;Autorità intende inseguire, e che tra questi obiettivi ci sia una piena liberalizzazione del mercato da attuare con <em>tutti</em> i mezzi utili e necessari.</p>
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		<title>Riflessioni sul referendum per la politica nucleare</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/06/09/riflessioni-sul-referendum-per-la-politica-nucleare/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 08:24:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Pier Paolo Signorelli.
In questi ultimi settimane, sull’onda ansiogena per quanto è avvenuto in Giappone, si sono rincorsi in un tourbillon di latrati, dichiarazioni apocalittiche di ambientalisti, funamboliche contro-prese di posizione di ministri,  sdegno pubblico sui mass media; insomma l’intera gamma di reazione emotiva dello squallido teatrino mediatico che a noi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Pier Paolo Signorelli</em>.</p>
<p>In questi ultimi settimane, sull’onda ansiogena per quanto è avvenuto in Giappone, si sono rincorsi in un tourbillon di latrati, dichiarazioni apocalittiche di ambientalisti, funamboliche contro-prese di posizione di ministri,  sdegno pubblico sui mass media; insomma l’intera gamma di reazione emotiva dello squallido teatrino mediatico che a noi italiani tanto piace.<span id="more-9218"></span>Ad accendere ancor di più gli animi si aggiunge l’appuntamento (assai travagliato) dell’imminente referendum e su cui, invero, gli oppositori al nucleare sperano di assestare un duro colpo al Governo. Premesso che il progetto nuclearista di quest’ultimo appare avventato, perché privo del necessario coordinamento con l’attuale parco centrali a gas, ed assai superficiale perché non è stato  capace di strutturare la nuova offerta di energia nel numero e la potenza degli impianti senza preventivamente tracciare una via della crescita economica ed industriale del Paese per i prossimi decenni, resta il fatto però che, su un tema tanto importante, le factiones politiche non siano riuscite ad impostare una seria riflessione scientifica, non populista, affrontando la tematica con spirito analitico e propositivo, e non solo polemico – ideologico, trascinandoci tutti quanti a decidere, al posto loro,  secondo una situazione antinomica: sì o no.</p>
<p>Per misteriose ragioni, la proverbiale virtù conciliatrice italiana viene meno e si assumono invece posizioni estremamente intransigenti, quasi da fanatici. Si ripropone, mutatis mutandis, quella spaccatura degli anni ’70 apertasi coi referendum sul divorzio e l’aborto. In quel caso, il Vaticano premeva per una radicalizzazione delle posizioni, impedendo una qualunque possibile sintesi e/o conciliazione: se si è per la famiglia non si può accettare l’opzione del divorzio e dell’aborto!</p>
<p>Eppure a distanza di anni si è ampiamente constatato che dichiararsi aperti a simile eventualità, non comporta l’automatica adozione di tali rimedi. Significa piuttosto che nell’eventualità in cui si presentassero gli estremi di opportunità e necessità, quelle opzioni si possono adottare. Egualmente – riteniamo –  nel caso del nucleare: l’apertura, innanzitutto culturale ed intellettuale, verso tale fonte non comporta l’automatica adozione di un progetto di installazione atomica. Perché ciò possa avvenire, devono prima verificarsi tutta una serie di condizioni, in primis la sicurezza e l’economicità, senza le quali la centrale in esame non si costruisce. Si tratta cioè di una disamina molto attenta ed analitica su singoli progetti. E forse non è avventato credere che nel corso dello sviluppo tecnologico sia più facilmente  raggiungibile la prima condizione piuttosto che la seconda, soprattutto nella ristagnante economia italiana.</p>
<p>Infatti, se la domanda energetica nazionale non crescerà significativamente nei prossimi decenni, come effetto di un autentico rilancio economico, non si potranno mai sostenere gli onerosissimi costi di costruzione, risultando il prezzo del kW nucleare non conveniente. Per l’appunto, vanno analizzati e vagliati singoli progetti e specifici contesti, piuttosto che fare di tutta l’erba un fascio e scegliere acriticamente ed in modo aprioristico.</p>
<p>In tutta questa complessa vicenda, il ricorso al referendum per simili tematiche, appare del errata, sia perché il referendum è per sua stessa natura strumento molto semplice, quasi rozzo, che   risolve tutto in un “sì” od un “no”. Sia perché l’eventuale bocciatura impedirebbe di costruire una centrale atomica “a prescindere”, indipendentemente cioè dal tipo di contesto futuro che si andrà poi a delineare, dalla prossima tecnologia disponibile e dallo scenario geo-politico generale. Di poi, l’uso referendario è politicamente molto delicato, spesso non appropriato, poiché una qualunque parte politica ricorrendo a tale strumento sull’onda emotiva del momento, priva il Parlamento del suo proprio ruolo decisionale e del relativo fardello di responsabilità politica che dovrebbe sempre sapersi  assumersi, soprattutto su un temi tanto importanti.  Infine, va riconosciuto che ai votanti va richiesto di esprimersi su tematiche dove è necessaria una competenza tecnica di cui la quasi totalità dell’elettorato è sprovvisto.</p>
<p>Tutto considerato, allora, appare più prudente tenersi aperta la porta, non decidendo in modo preventivo, superficiale e definitivo.  Conservando come disponibile l’opzione nucleare, qualora ne ricorrano le necessità economiche e/o politiche, il Paese un domani potrà  avvalersi di una tale alternativa. E questa evenienza, che si distribuisce su  di un’ottica di lungo periodo, all’incirca un 40 – 50 anni, cioè il tempo di vita di una centrale, non è remota, soprattutto nel secolo della Globalizzazione, che vede il risveglio dei giganti asiatici e dei paesi loro partner, cioè quasi metà della popolazione mondiale. In simile scenario,  il problema dell’accaparramento delle risorse, prime fra tutte quelle energetiche, è tutt’altro che peregrino; anzi, non è difficile ipotizzare future tensioni internazionali e consequenziali conflitti locali, quale sfogo di scala medio – piccola, per accaparrarsi lo sfruttamento dei siti migliori. Prova ne sia che, ad oggi, non c’è mai stato, non solo un secolo, ma neanche un decennio senza sanguinosi conflitti per l’acquisizione delle risorse, e la prima decade  del XXI° secolo è stata contraddistinta proprio da un diffuso confronto bellico. Rebus sic stantibus, non è saggio per un paese povero di risorse energetiche e minerarie affrontare il secolo della Globalizzazione rinunciando preventivamente alla tecnologia nucleare, nonché  alla relativa ricerca e competenze tecniche che nel frattempo si potrebbero acquisire strada facendo. A tal proposito, si rammenti che una volta che si è fuori da una filiera tecnologica-industriale è poi quasi impossibile recuperare il terreno perduto, specie con il livello di concorrenza asfissiante che  si è oggi andato strutturando nel mondo.</p>
<p>In realtà riteniamo che questo del referendum sia stato un “grimaldello” populista per battere l’altro populismo, quello di destra, facendo leva sulle paure storiche e le angosce recenti che il fantasma nucleare esercita sugli italiani. E come fin troppo spesso accade, il controllo sull’innesco sfugge, e s’innesta – ironia della sorte – una razione a catena di ben altre proporzioni. Perché quello del referendum risulterà essere non già una semplice e democratica consultazione popolare, ma “un pubblico lavacro assolutorio” che vada a giustificare, innanzitutto moralmente, la debolezza culturale e politica del modello italiano. Cioè, ciò che si sta chiedendo –  e su cui gli italiani  come tanti folli lemming accorrono a certificare – è una giustificazione, una assoluzione di massa di fronte alla nostra incapacità tecnica ed organizzativa di risolvere il problema del nucleare. In altre parole, poiché lo temiamo – evidentemente troppo – lo rifuggiamo anziché ricercare strade risolutive.</p>
<p>Si tratta del più evidente sintomo del declino di un paese, incapace di accettare le sfide di lungo raggio. Pare ravvisare, recuperando la visione di Spelgler nella “Decadenza dell’Occidente”, la cristallizzazione della crescita, delle forze, in  favore di un più quieto, ma inesorabile, ripiegamento su se stessi. Riconosciamo in una simile processo l’atteggiamento di una società senile, spaventata ed incerta, che si sente disturbata nel suo placido e mediocre vivere quotidiano dal fragore di simili impegni.</p>
<p>Si rifletta sull’impietoso confronto fra la situazione descritta con la società occidentale di appena 40 anni fa, quando l’Uomo andava sulla Luna, si costruivano le Twin Towers (enormemente innovative per quell’epoca e per  i successivi 30 anni i più alti grattacieli al mondo) o si inaugurava il volo supersonico per linee civili con il Concorde.</p>
<p>È volutamente mancata la risoluzione di una responsabile posizione di convergenza che da una parte riconoscesse le eventuali problematiche delle scelte nucleari e dall’altra sprigionasse la volontà di superarle, di venirne a capo. Al contrario, da entrambi gli schieramenti si è fatto un chiaro gioco strumentale, e per dirla alla romana “l’hanno buttata in caciara”, con sempiterna pace per la ricerca tecnologica.</p>
<p>Con evidente probabilità il referendum sul nucleare riuscirà pienamente, ed il nucleare da fissione verrà sepolto sotto una pesantissima pietra tombale. Temiamo che  sarà una scelta che  ci potrà costare molto cara se nel corso dei prossimi decenni si verificherà una crisi energetica internazionale di fronte alla quale non si abbia approntato, anni prima, un piano di risposta, che – si badi bene – non deve necessariamente includere il nucleare, sebbene questo possa essere un’opzione di cui tener conto nel lungo periodo.</p>
<p>Non ci si illuda sull’aleatorietà di un simile scenario, poiché la sfida della Globalizzazione è appena agli inizi, e non attiene solo alle  complesse problematiche energetiche, ma a tutto il nostro sistema Paese, a cominciare dall’industria che sta’ perdendo un pezzo dopo l’altro, alle infrastrutture che dopo decenni continuano a mancare,  al mancato recupero e rilancio del patrimonio artistico più grande del mondo. Siamo un Paese immobile al quale, effettivamente, non servono le potenti energie del nucleare, almeno fino a quando il mondo gli consentirà di vegetare…</p>
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		<title>Vogliono privatizzare il sole! Guest star Alex Zanotelli</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 10:54:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non solo sorella acqua, ma anche fratello sole è sotto assedio. Il demone del profitto ha preso possesso delle perfide multinazionali che vogliono catturare la luce del sole, energia che il buon Dio ha regalato come un dono comune all&#8217;intera umanità, la luce che è gratis per tutti, e vendercela, e addirittura pretendono di essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Non solo sorella acqua, ma anche fratello sole è sotto assedio. Il demone del profitto ha preso possesso delle perfide multinazionali che vogliono catturare la luce del sole, energia che il buon Dio ha regalato come un dono comune all&#8217;intera umanità, la luce che è gratis per tutti, e vendercela, e addirittura pretendono di essere sussidiate. Vogliono privatizzare il sole. Questo è intollerabile. Il Sole è di tutti! ¡El pueblo unido, jamás será vencido! <a href="http://pdsulbiate.blogspot.com/2011/05/p-zanotelli-appello-referendum-acqua-9.html">Liberamente tratto da p. Adriano Sella e p. Alex Zanotelli</a>.</em></p>
<p>Carissimi sacerdoti, missionari(e) e religiosi(e). Ci stanno rubando il sole! Come possiamo permettere che il sole, nostro padre, sia violentato e fatto diventare mera merce per il mercato? Per noi cristiani il sole è un grande dono di Dio, che fa parte della sua straordinaria creazione e che non può mai essere trasformata in merce.</p>
<p><span id="more-9169"></span>“Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita” dice Gesù, nel Vangelo letto in tutte le Chiese cattoliche del mondo.</p>
<p>“Dateci la luce! gridano oggi milioni di impoveriti. In un pianeta, dove la popolazione sta crescendo e l’energia diminuendo per il picco del petrolio, quel “io sono la luce!”, diventerà un grido sempre più angosciante. Nei volti di quelli affamati di energia, noi credenti vediamo il volto di quel povero Cristo che ci ripeterà: “ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare”</p>
<p>L’ONU afferma che più di un miliardo di persone vivono nella povertà energetica. È un problema etico e morale di dimensioni planetarie che ci tocca direttamente. Di fatto, per noi cristiani il sole è sacro, il sole è vita, il sole è il padre di tutta la vita sulla terra. Inoltre, per noi cristiani la luce ha un enorme valore simbolico e sacramentale.</p>
<p>Il sole, per la sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale.</p>
<p>Nell’ambito del convegno “Fratello Sole” si è detto che: “In questo scenario conservano tutto il loro peso i processi di privatizzazione, che vedono poche multinazionali trasformare la luce del sole in affare, a detrimento dell’accesso all’energia e quindi dell’approvvigionamento, con conseguente perdita di autonomia da parte degli enti governativi. Il tema va affrontato dalla comunità internazionale, per un uso equo e responsabile di questa risorsa, bene strategico attorno al quale si gioca una delle partite decisive del prossimo futuro. Richiede un impegno comune, che sappia orientare le scelte e le politiche per l’energia, concepita e riconosciuta come diritto umano, come bene dalla destinazione universale (…) E non solo le multinazionali vogliono appropriarsi della luce del sole e vendercela, ma addirittura pretendono di percepire sussidi pagati con le tasse dei poveri”.</p>
<p>Come cristiani non possiamo accettare il conto energia, che dichiara la luce del sole come bene di rilevanza economica. Ci vuole un referendum per bloccare questo processo di privatizzazione del sole e per salvare il sole come un grande dono per l’umanità.</p>
<p>Scendiamo in piazza! Così come hanno fatto i monaci in Myanmar (ex Birmania) contro il regime che opprime il popolo.</p>
<p>Invitiamo, quindi, i sacerdoti, le missionarie e i missionari, i consacrati e le consacrate a trovarci in Piazza San Pietro, a Roma, per fare un grande digiuno. Venite con i vostri simboli sacerdotali e religiosi, ma anche con i vostri manifesti pastorali, per poter innalzare a tutto il popolo italiano il nostro clamore: Salviamo il sole!</p>
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		<title>Nucleare: grande confusione sotto il cielo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 08:55:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Lavecchia</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>

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		<description><![CDATA[A pochi giorni dai referendum del 12 e 13 giugno, si attende ancora la pronuncia da parte della Corte di Cassazione sul quesito n.2, inerente l&#8217;energia nucleare (qui, testo quesito). Fine delle certezze. Ciò che non è chiaro, è cosa stia succedendo alle normativa riferita al nucleare in Italia.
In estrema sintesi, sull&#8217;onda di Fukushima, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A pochi giorni dai referendum del 12 e 13 giugno, si attende ancora la pronuncia da parte della Corte di Cassazione sul quesito n.2, inerente l&#8217;energia nucleare (qui, <a href="http://www.forumcivico.it/referendum-12-13-giugno-2011-325.html">testo quesito</a>). Fine delle certezze. Ciò che non è chiaro, è cosa stia succedendo alle normativa riferita al nucleare in Italia.</p>
<p><span id="more-9031"></span>In estrema sintesi, sull&#8217;onda di Fukushima, il Governo approva il decreto-legge  31 marzo 2011 n.34, ergo ha 60 giorni per farlo convertire dal Parlamento. Carlo Stagnaro <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/04/19/nucleare-incapaci/">ha chiaramente spiegato</a> le conseguenze in termini di stabilità del quadro normativo e affidabilità nel lungo termine di questa mossa: sacrificare il nucleare (e la credibilità del Paese) sull&#8217;altare delle prossime elezioni.<br />
Nel  <a href="http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&amp;datagu=2011-03-31&amp;task=dettaglio&amp;numgu=74&amp;redaz=011G0074&amp;tmstp=1301633218559">testo del decreto legge</a>, all&#8217;art 5 si parla <span style="text-decoration: underline">esclusivamente di una moratoria di 1 anno</span>,  attuata come sospensione efficacia di quasi tutto il  d.lgs 15 febbraio 2010  n.31.</p>
<p>Nel frattempo monta il caos, le accuse al Governo di voler fare saltare il referendum, la situazione a Fukushima si complica e al <a href="http://nuovo.camera.it/Camera/view/doc_viewer_full?url=http%3A//www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp%3Fcodice%3D16PDL0047960&amp;back_to=http%3A//nuovo.camera.it/126%3FPDL%3D4307%26leg%3D16%26tab%3D2">Senato ci vanno giù pesante</a> e riscrivono il d.lgs 31/2010, praticamente lasciando intatta solo l&#8217;Agenzia di sicurezza nucleare.</p>
<p>Il testo emendato del senato e <a href="http://nuovo.camera.it/126?PDL=4307&amp;leg=16&amp;tab=1">approvato dall&#8217;assemblea il 20  aprile</a>, arriva alla Camera e viene discusso in Commissione (relatrice Gabriella Carlucci&#8230;.), ma ancora  non è stato approvato. Nel frattempo tutti con il fiato sospeso perchè se il  testo non viene approvato entro il 31 maggio, le leggi rimangono così  come sono, si fa il referendum con esiti pressochè<a href="http://www.ecologiae.com/risultati-referendum-nucleare-sardegna/40199/"> scontati</a>, nonchè il verificarsi di quel famoso effetto traino su acqua e legittimo impedimento tanto temuti dal Cavaliere. D&#8217;altra parte, se il testo  venisse approvato con modifiche, dovrebbe ritornare per la rilettura al  Senato, i.e. very likely che non venga approvato in tempo. Ergo, la  Camera deve approvarlo così com&#8217;è anche se, giustamente, qualcuno fa  osservare che c&#8217;è grande confusione <a href="http://nuovo.camera.it/453?bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/201105/0505/html/0507#3n2">sotto il cielo</a></p>
<p>&#8220;Maino MARCHI (PD) ritiene che le         disposizioni dell&#8217;articolo 5 del decreto-legge siano         profondamente contraddittorie, osservando come, da un lato,         si dispone l&#8217;abrogazione della normativa vigente in materia         di impianti nucleari mentre dall&#8217;altro, specificamente nei         commi 1 e 8, il Governo sembri prevedere una semplice         moratoria, lasciando impregiudicata ogni scelta in ordine         al contenuto della Strategia energetica nazionale da         adottare entro un anno.&#8221;</p>
<p>Alzi la mano chi si è perso. E se qualcuno <a href="http://www.finzionimagazine.it/news/achtung/">ci ha capito qualcosa</a>, per favore, ci faccia sapere&#8230;</p>
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		<title>Quarto conto energia: ecco il decreto</title>
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		<pubDate>Thu, 05 May 2011 14:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Finalmente Paolo Romani e Stefania Prestigiacomo hanno trovato l&#8217;accordo e firmato il decreto per il Quarto conto energia. La buona notizia è che si tratta di un compromesso abbastanza ragionevole. La cattiva notizia è che, pur intervenendo su alcuni aspetti patologici del settore (e delle prime versione del decreto stesso), non ne cura i problemi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente Paolo Romani e Stefania Prestigiacomo hanno trovato l&#8217;accordo e firmato il decreto per il Quarto conto energia. La buona notizia è che si tratta di un compromesso abbastanza ragionevole. La cattiva notizia è che, pur intervenendo su alcuni aspetti patologici del settore (e delle prime versione del decreto stesso), non ne cura i problemi fisiologici.</p>
<p><span id="more-8915"></span>Anzitutto, i contenuti: il decreto impone una riduzione molto rapida degli incentivi, particolarmente acuta per gli impianti di grande taglia, che &#8211; in funzione del momento in cui sono allacciati alla rete &#8211; crolleranno dalla bonanza attuale a meno di 20 centesimi / kWh alla fine del 2011, meno di 15 l&#8217;anno prossimo, per poi convergere verso un valore omnicomprensivo (anch&#8217;esso gradualmente in calo) a partire dal 2013. Viene pure messo un tetto alla potenza incentivabile anno per anno, come <a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=52912">riferisce</a> <em>Quotidiano energia</em>:</p>
<blockquote><p>Per il periodo 1<strong>° giugno 2011-2° semestre 2012</strong> gli incentivi attesi sono pari a circa <strong>580 milioni di euro</strong> (erano pari a 820) mentre la potenza installabile è prevista in<strong>2.690 MW</strong> (3.100). Tra <strong>il 2013 ed il 2016 il</strong> costo passa<strong> a 1.361 milioni di euro</strong>, la potenza a<strong> 9.770 MW</strong> (entrambi invariati). Nel complesso, tra giugno 2011 e la scadenza 2016 il Mse si attende un impegno di incentivazione del settore per poco più di<strong> 1.941 milioni di euro </strong>per un limite di potenza al livello di<strong> 12.460 MW.</strong></p></blockquote>
<p>La ghigliottina del nuovo decreto scatterà a decorrere dal 31 agosto (una scelta ancora troppo dura, secondo me, data la durata del ciclo d&#8217;investimento nel fotovoltaico, ma in qualche maniera necessaria). Una novità importante è che, nel caso l&#8217;impresa scivoli in uno scaglione di incentivo meno favorevole a causa di ritardi nell&#8217;allacciamento alla rete, l&#8217;Autorità per l&#8217;energia dovrà intervenire per risarcirla. E&#8217; un procedimento un po&#8217; macchinoso ma, se non altro, ha un fondo di ragionevolezza.</p>
<p>A questo punto, quali sono le ragioni di soddisfazione e quali quelle di perplessità? Una prima e generale impressione è che il governo si sia reso conto che l&#8217;intervento era troppo drastico non tanto nella sua entità (che infatti si è fatta più severa) quanto nella tempistica. Aveva effetti nella pratica retroattivi e soprattutto creava una grande alea riguardo al valore degli incentivi che il nuovo impianto percepirà, rendendoli dipendenti dal mese di ingresso in funzione. Questo tipo di problema, pur rimanendo, è stato comunque tamponato. Probabilmente sarebbe stato meglio scegliere, come data del discrimine, quella dell&#8217;autorizzazione, o almeno tener conto anche del momento in cui l&#8217;autorizzazione è stata rilasciata. Lo stesso vale, naturalmente, per il &#8220;periodo di grazia&#8221; garantito a quelli che si trovano nel limbo. Sarà divertente vedere cosa succederà nell&#8217;ultimo paio di settimane di agosto, comunque.</p>
<p>Una seconda ragione di soddisfazione è il rapido decremento delle tariffe una volta che il decreto sarà andato &#8220;a regime&#8221;. Se davvero, come dicono le imprese del settore, i costi si sono ridotti del 40 per cento negli ultimi due o tre anni, e se davvero arriveremo alla grid parity (o oltre) nel 2017, allora bisogna tenerne conto. La stessa decisione di contingentare la potenza incentivata è assolutamente condivisibile (anzi, noi ci eravamo spinti molto <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/PP/IBL_PP_13-Rinnovabili.pdf">oltre</a>): è vero che gli obiettivi (europei e nazionali) non sono dei tetti, ma è anche vero che l&#8217;esecutivo non vieta a nessuno di installare capacità rinnovabile senza percepire incentivi.</p>
<p>Le perplessità sorgono invece altrove. Sorgono soprattutto in relazione alla scelta di assoggettare gli impianti all&#8217;iscrizione a un apposito registro presso il Gse. Questo avrà due effetti: in primo luogo creerà una massa di lavoro burocratico al Gse (già impegnato nella verifica della congruità delle informazioni ricevute), e secondariamente rappresenta un ostacolo all&#8217;ingresso sul mercato. Ora, per limitare (si fa per dire, visto che stiamo comunque parlando di qualche miliardata di euro all&#8217;anno) l&#8217;onere per i consumatori è corretto porre un tetto alla capacità incentivabile: non lo è porre un tettuccio nascosto e intessuto di carte bollate. Infatti, la complicazione e l&#8217;incertezza normative stanno <em>a monte</em>, e non <em>a valle</em>, dei costi italiani relativamente più alti e quindi (almeno in parte) dell&#8217;eccessiva generosità degli incentivi.</p>
<p>In generale, il paese non ha dato una bella immagine di sé in questi mesi. Il governo ha cambiato idea n volte; le associazioni di categoria erano talvolta difficilmente distinguibili da un pollaio e, sebbene alcune si siano distinte per pragmatismo, altre hanno dato la sensazione di confondere il proprio mestiere con quello degli arruffapopolo. Strappare applausi scrocianti da una platea di imprenditori arrabbiati, come è accaduto ieri a Solarexpo, è abbastanza facile, ma è controproducente: il ministro pro tempore potrà non piacere, ma è e resta l&#8217;interlocutore istituzionale, nonché la persona col potere di firma sui decreti rilevanti. Ha fatto non bene, benissimo, quindi, ieri il direttore scientifico di Solarexpo, Luca Zingale, a invitare alla calma e al rispetto. Rispetto che, naturalmente, è sovente mancato da entrambi i lati.</p>
<p>Sia come sia, arriviamo oggi a un punto provvisoriamente fermo. Dico &#8220;provvisoriamente&#8221; perché il settore delle rinnovabili resta malato di nanismo industriale e di dipendenza da rendimenti eccessivi, e non sarà facile guarire. Il decreto allontana le tentazioni, ma non fornisce la virtù necessaria. Per quella, dovremo aspettare ulteriori riforme.</p>
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