Paura della libertà. Ludwig von Mises parlò addirittura di odio. Il capitalismo alle pendici del Reno è, da che mondo e mondo, la cartina di tornasole del modo di pensare tedesco. Il mercato non è cosa per ruvidi sassoni. Più sicurezza, meno libertà. Questo è il fil rouge che corre- pur con qualche lodevole eccezione- da Otto von Bismarck ad Angela Merkel. Prosegui la lettura…
Giovanni Boggero Senza categoria deficit pubblico, FDP, germania, laffer, Merkel, tasse, Westerwelle
Questa settimana nel Regno Unito avviene il rituale appuntamento annuale settembrino delle Trade Unions, la conferenza annuale nella quale il premier laburista annuncia i punti salienti della propria politica economica. Vi ricordo che attualmente i sindacati nel Regno Unito raccolgono solo il 16% dei loro iscritti dal settore privato, mentre tre dipendenti pubblici su cinque ne hanno la tessera in tasca. Con Gordon Brown, le Unions sono tornate a contare di più nel dilaniato Labour Party, felice di aver archiviato i lunghi anni blairiani che qui in Italia qualcuno definirebbe “mercatisti”, ma in rotta con l’elettorato che nelle suppletive ormai non esita ad attribuire ai candidati laburisti il quarto posto nelle preferenze dopo i Tories, i liberali, e i nazionalisti. Un buon esempio di come i media potrebbero trattare fasi politiche convulse della vita nazionale viene oggi dal Sunday Times. Invece di dedicare paginate alle vischiosità caleidoscopiche interne della lotta a coltello aperta tra correnti del Labour e del sindacato – come si fa qui da noi a proposito di escort o di Fini versus Berlusconi – il quotidiano ha organizzato un bel sondaggio, dal quale emerge che il 60% dei cittadini britannici non hanno dubbi. Di fronte al maxi deficit pubblico browniano da 175 miliardi di sterline quest’anno, invocano come soluzione i tagli di spesa e di tasse. Solo il 21% pensa che si debba coprire la spesa attuale aggiuntiva alzando le imposte. Quando si dice un Paese serio. Ma a cominciare dalla stampa. Pensate che sarebbe davvero molto diverso, se il Corriere o il Sole commissionassero un sondaggio qui in Italia sugli stessi temi? Io penso di no. A patto naturalmente di non confezionare le risposte alla domanda in maniera capziosamente filotassaiola.
Oscar Giannino liberismo Brown, deficit pubblico, Labour Party, sindacati, tasse
Antonio Alfonso economista presso la BCE e Christophe Rault presso la Università di Orléans Cedex 2 hanno appena reso noto un divertente studio che stabilisce una tassonomia nel meccanismo di trasmissione della politica fiscale dei paesi dell’UE. La domanda è: dall’osservazione degli andamenti intertemporali della spesa pubblica e dell’imposizione fiscale è possibile osservare delle inferenze di Granger-causality tra i due aggregati, in modo da distinguere i Paesi che tendenzialmente prima spendono di più e poi tassano di più, da quelli che invece spendono di più grazie all’effetto cassa-piena del buon gettito fiscale raccolto? La differenza è fondamentale. I Paesi spendi-e-tassa hanno com’è ovvio sistemi pubblici più tendenzialmente fuori controllo dal punto di vista della stabilità di medio-lungo periodo. I Paesi tassa-e-spendi sono intrinsecamente più stabili, hanno cioè un track record storico che testimonia una migliore capacità di tenere il freno tirato sulla spesa, per evitare deficit e aumento del debito pubblico, in caso di scelte di alleggerimento fiscale o in caso di contrazione del gettito a seguito di crisi economiche. In una fase storica come l’attuale, in cui i debiti pubblici per ragioni di “dichiarata” anticiclicità – noi siamo molto scettici su questo punto, come avrete capito dai mille post critici del moltiplicatore keynesiano - tendono a crescere esponenzialmente, è intuitivo che i Paesi spendi-e-tassa sono esposti a rischi maggiori di quelli tassa-e-spendi. E dunque i loro politici e regolatori devono usare un’attenzione maggiore, prima di pestare con troppa energia il piede sul pedale della spesa pubblica. Domanda: secondo voi dove sta l’Italia? Ma che domande: tra i Paesi più di tutti spendi-e-tassa, naturalmente. Prosegui la lettura…
Oscar Giannino liberismo, mercato Amato, Ciampi, ciclo della spesa pubblica, deficit pubblico, finanza pubblica, Padoa-Schioppa, pressione fiscale, spesa pubblica, Tremonti
Nota per i lettori: post deliberatamente provocatorio ed anticonvenzionale
Su Econbrowser, Menzie Chinn analizza in prospettiva storica il deficit federale statunitense corretto per il ciclo, per portare argomenti a sostegno della tesi che vuole gli otto anni della presidenza di G.W.Bush come un periodo di sostanziale lassismo fiscale che ha posto le basi per le attuali dissestate condizioni del bilancio pubblico. Tesi che ha (naturalmente) suscitato immediate e robuste polemiche, nel momento in cui si cerca di attribuire responsabilità politiche per la Caporetto del bilancio federale.
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Mario Seminerio Senza categoria deficit pubblico, George W. Bush, Keynes, Stati Uniti
Due giorni fa Comstock Partners Inc. ha rilasciato un report utilissimo. Dà una precisa misura quantitativa del cosiddetto deleveraging in corso nell’economia americana, del massiccio fenomeno di sostituzione tra debito pubblico e debito privato che sta avvenendo grazie al picco di spesa pubblica in deficit, e consente perciò di sviluppare molte osservazioni critiche intorno a ciò che ci attende nel prossimo futuro e nel medio periodo. I dati degli USA non riguardano infatti solo gli americani. Checché si dica e si pensi da parte dei nuovi sostenitori del decoupling dei cicli, senza consumi americani l’offerta di prodotti e servizi del resto del mondo o non ha gli sbocchi ai quali era abituata in passato con conseguenze di produzione stagnante, oppure deve volgersi ai consumi interni – come sta provando a fare la Cina alimentando l’export di mezza Asia verso di lei, ma con grossissimi problemi di tenuta del sistema finanziario e bancario domestico nel medio periodo. Per questo vale la pena di dare un’occhiata al report di Comstock: la cosa riguarda anche noi, secondo Paese manifatturiero ed esportatore dell’Ue.
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Oscar Giannino Senza categoria crescita, crowding out, deficit pubblico, USA
Sulla consunzione della teoria keynesiana del moltiplicatore vi ho già annoiato abbastanza, dunque sapete come la penso. Mi limito qui a segnalarvi un nuovo paper appena rilasciato da Troy Davig, della FED di Kansas City, ed Eric Leeper della Indiana University. È dedicato agli effetti di sostituzione intertemporali e intratemporali di un aumento della spesa pubblica in deficit, e all’effetto ricchezza che s’ingenera a seconda della coerenza tra loro della politica fiscale e di quella monetaria. Una politica monetaria attiva porta poi a inevitabili innalzamenti di contenimento dei tassi d’interesse. Una politica fiscale in passivo induce aspettative di maggiori tasse per il futuro, con contenimento del reddito disponibile rivolto ai consumi. I due studiosi applicano il loro modello alla realtà Usa, ma c’è da riflettere per tutti. Il moltiplicatore della spesa pubblica in deficit diventa maggiore dell’unità solo se “imposto dall’effettiva attuazione di un modello neokeynesiano”, cioè asservendo la politica monetaria a quella della spesa in deficit. E in ogni caso neanche in quello scenario, il moltiplicatore maggiore dell’unità vale per tutti i settori e a prescindere dall’efficacia degli strumenti pubblici attuatori. I politici deficisti hanno di che meditare…
Oscar Giannino Senza categoria deficit pubblico, moltiplicatore, ripresa
Due giorni fa l’aveva detto, il presidente Obama, che la recessione sta finendo, e oggi il dato rilasciato dal BEA sul GDP americano nel secondo trimestre sembra dargli pienamente ragione. A me però viene da pensare alla vecchia canzone dei Righeira, pazzi torinesi: “l’estate sta finendo e un anno se ne va/ sto diventando grande lo sai che non mi va”. Vi spiegherò perché. C’è Keynes di mezzo, ancora una volta. O meglio, la sua vulgata. ma per non apparire pazzi lunatici, bisogna spiegarsi bene.
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Oscar Giannino Senza categoria deficit pubblico, moltiplicatore
Giornata di pessime notizie. Prima e più di quelle italiane, quelle che vengono dal mondo. America: i dati rilasciati oggi della disoccupazione Usa sono una secchiata di ghiaccio, oltre 460 mila nuovi senza lavoro mentre ce ne si attendeva 100 mila in meno: si interrompe dunque seccamente la decrescita dell’espulsione di manodopera, che era scesa dalle 600 mila unità mese circa a poco più della metà. Russia: il rapporto Fitch sui 60 miliardi di dollari di ricapitalizzazione necessaria delle banche russe, se le cose continuano di questo passo – attualmente le proiezioni del GDP per il 2009 dicono meno 8,6% - è una mazzata a chi sperava che la ripresa della Borsa russa fosse un segnale anticipatore del rallentamento della crisi. Con questi prezzi del barile di petrolio – l’80% delle entrate pubbliche russe sono ”energetiche” – lo Stato potrebbe esitare molto, di fronte a ricapitalizzazioni tanto energiche, e Mosca potrebbe ricadere in un’instabilità che da due mesi sembrava prospettiva in via di raffreddamento. Cina: altro rapporto Fitch sulla crescita verticale rilevata negli ultimi due mesi di impieghi bancari ad altissimo rischio, cioè a fronte di asset collaterali o direttamente di garanzia su valori terribilmente “gonfiati”. In apprenza è un segno positivo, significa appunto che lo switch a sostegno della domanda interna deliberato dalle autorità cinesi per fronteggiare la caduta dell’export funziona. Ma, dopo qualche mese, se il tono Usa e Ue resta quello deflazionistico che ufficialmente si vede negli ultimi dati degli impieghi bancari, per via del cambio fisso dollaro-reminmbi la bolla degli asset cinesi interni sarà costretta ad esplodere, a meno di far saltare il cambio come i cinesi negano risolutamente di essere disposti a fare.
Quanto all’Italia, il 9,3% di Pil di fabbisogno pubblico accumulato nel primo trimestre è un dato purtroppo atteso, con una caduta tendenziale del Pil superiore al 5%. Di solito, il primo trimestre è il peggiore, perché poi arrivano gli anticipi dell’autoliquidazione fiscale e più avanti i conguagli. Ma è evidente anche che si tratta di un dato che spinge il deficit tendenziale pubblico a fine 2009 più verso il 6% del Pil che verso il 5, con l’elasticità attuale del calo delle entrate rispetto a quella del prodotto. È vero: è in arrivo lo scudo fiscale. Ma Tremonti si ripromette di usarlo per finanziare interventi aggiuntivi o sin qui negati: e ne riparleremo, nei prossimi giorni, perché ho avuto un’idea che sto testando riservatamente, prima di parlarne in pubblico.
È inutile continuare a negarlo: servono riforme strutturali che recuperino andamenti futuri della spesa pubblica nell’ordine di 4-6 punti di Pil almeno, tra previdenza, sanità eccetera eccetera. Non in un anno: ma l’essenziale è metterli a punto e vararli al più presto.
Oscar Giannino Senza categoria deficit pubblico, deflazione, qelfare