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	<title>CHICAGO BLOG &#187; debito pubblico</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 16:37:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Se la crisi è nella testa – di Antonio Masala</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala</em>.</p>
<p>Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti di Pil ci fa correre il rischio di pensare che l’economia si risolva nella finanza, e che i debiti degli stati siano gli unici componenti rilevanti per l’economia. Rischia insomma di farci dimenticare una verità semplice che gli economisti del passato sapevano, ma che oggi molti sembrano aver dimenticato: l’economia reale, la crescita economica, la fanno le persone. E l’essere umano, per definizione, è una creatura che sa reagire e adattarsi alle opportunità come alle difficoltà. Ecco perché non è inutile guardare all’aspetto umano per leggere le cause e le possibili vie d’uscita dalla crisi.</p>
<p><span id="more-11532"></span>Riguardo le cause. Si è parlato tanto degli speculatori, delle banche che immettono titoli “tossici” ecc.</p>
<p>La solita litania sul mercato senza etica e senza regole, e sulla immancabile necessità di introdurre più regole e più etica. Ma cosa c’è davvero dietro la crisi, in termini di attitudine umana? C’è l’avidità degli operatori economici che deve essere “regolamentata”? Il dato storico innegabile è che il processo di regolamentazione dell’economia cresce ininterrottamente da ben oltre un secolo, e le (rare) parentesi liberali sono state soltanto un rallentamento di quella crescita. Questa economia regolamentata ha indotto a credere che, con lo stato al nostro fianco, il sistema non potesse fallire. Così facendo ha deresponsabilizzato un po’ tutti, inducendo ad esempio le banche a immettere titoli spazzatura e prestare soldi a chi non poteva restituirli. Tanto poi la ricchezza si moltiplica e nessuno se ne accorge, o se malauguratamente qualcuno lo comprende interviene lo stato a salvare la situazione. Pur senza voler negare la cattiva fede di alcuni operatori economici non si può altresì negare che uno stato interventista e iper-regolatore alteri la percezione e il calcolo del rischio, che come si sa è la componente (umana) fondamentale nel processo di crescita economica.</p>
<p>Riguardo le vie d’uscita. È evidente che con la crisi economica c’è pessimismo e meno voglia di rischiare e intraprendere, e dunque la crisi esiste nella testa delle persone prima e più che nei dati economici. Tuttavia gli operatori economici, nonostante la crisi, non hanno dimenticato che un prodotto innovativo può avere successo, o che un miglioramento nel processo produttivo può consentire di fornire lo stesso prodotto a un prezzo più basso. Insomma sanno che, anche in tempi di magra, se fanno bene il loro lavoro, in qualche modo le cose si possono sistemare. Non ci sono solo i macro fattori, ma anche le scelte imprevedibili degli uomini. L’essere umano si sa adattare alle difficoltà, e proprio da questa sua capacità di adattarsi possono venire fuori, imprevedibilmente, i benefici collettivi. Se alle persone si dice in modo chiaro che devono pensare da sole a risolvere i loro problemi personali, e se vengono lasciate libere di farlo perché il fardello statale non è troppo pesante, ci sono ottime possibilità che ci riescano.</p>
<p>Ecco perché per superare la crisi bisogna smettere di pensare solo a come aggiustare i numeri e avere invece più fiducia negli uomini, creando le condizioni perché possano uscirne con le proprie gambe. Cosa che si può fare in un modo soltanto: lasciandoli liberi.</p>
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		<title>Il Fmi ha parlato, lo Stato non faccia l&#8217;indiano a spese nostre: venda!</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 19:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Tempi
Oggi dal Fmi è venuta una frasetta che spiega perché contuinuo a tenere da settimane come primo post quello del suo arrivo in Italia. Da Washington hanno poi corretto, ma come certo sapete il direttore degli Affari Fiscali del Fondo, Carlo Cottarelli, aveva testualmente detto una grande verità: &#8220;l&#8217;Italia non può farcela da sola&#8221;. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <em>Tempi</em></p>
<p>Oggi dal Fmi è venuta una frasetta che spiega perché contuinuo a tenere da settimane come primo post quello del suo arrivo in Italia. Da Washington hanno poi corretto, ma come certo sapete il direttore degli Affari Fiscali del Fondo, Carlo Cottarelli, aveva testualmente detto una grande verità: &#8220;l&#8217;Italia non può farcela da sola&#8221;. Partiamo da qui. Per spiegare che un modo ci sarebbe. Se qualcuno desse retta. Diversi lettori reagiscono alla proposta qui avanzata  – bisogna abbattere il debito pubblico lavorando sugli stock e non sui flussi, perché gli avanzi primari a spesa pubblica pressoché intatta nella sua crescita inerziale non fanno altro che ammazzare il paese con pressione fiscale sempre più record – chiedendomi di documentare meglio le basi documentali sulle quali insisterebbe la proposta. Giusta osservazione. A maggior ragione visto che lunedì il Corriere della sera ci ha rivelato che sarebbe allo studio una proposta che dell&#8217;attivo pubblico farebbe tutt&#8217;altro utilizzo. Oggi per fortuna liquidata dal ministro Corrado Passera.<br />
Partiamo dai numeri, dunque. <span id="more-11435"></span></p>
<p>Segnatevi per cominciare <a href="http://www.dt.tesoro.it/it/cartolarizzazioni/patrimonio_pa/">questo</a>  indirizzo, dal portale del Tesoro, dove troverete gli estremi normativi e i criteri in base ai quali dal 2009 il ministero dell&#8217;Economia ha attivato una procedura di consultazione estesa ad oltre 9 mila soggetti diversi della Pubblica amministrazione centrale e periferica – novemila! &#8211; per compiere ogni anno una rilevazione sempre più accurata delle diverse componenti dell&#8217;attivo: crediti, immobili e terreni, concessioni, partecipazioni. E&#8217; una ricognizione che affonda le sue radici e metodologie in proposte e criteri avanzate molti anni orsono da economisti come Gianfranco Imperatori e giuristi come Stefano Rodotà e Franco Bassanini, (gli interessati possono utilmente trovare i ragguagli più esaustivi a mia conoscenza nella corposa opera <em>La finanza locale nello scenario globale</em>, ed Gianfranco Imperatori onlus, 2010).<br />
A <a href="http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/documentiHp/rendiconto_AA_PP_marzo_2011.pdf">questo </a>indirizzo invece  troverete l&#8217;ultimo rendiconto  dei beni immobili censiti al 31 marzo 2011, poiché questa è la data in cui ogni anno gli oltre 9mila diversi soggetti pubblici dovrebbero inoltrare al Tesoro la ricognizione completa dei loro asset.  Domanda: avviene? ma certo che no! Naturalmente, non avviene. Lo Stato è inflessibile quando siamo noi cittadini-contribuenti a non ottemperare alla legge. Ma ovviamente chiude gli occhi quando sono pezzi di Stato, a sottrarsi al rispetto della legge. Troverete dunque che a marzo 2011 era solo il 53% delle amministrazioni pubbliche ad aver risposto. Il che comunque ha consentito di censire oltre 530mila unità immobiliari, per una superficie complessiva di oltre 222 milioni di metri quadrati, e quasi 760mila terreni, pari a oltre 13 miliardi di metri quadrati. Nel documento si indica la metodologia attraverso la quale seguendo i criteri dell&#8217;OMI, l&#8217;Osservatorio del mercato immobiliare dell&#8217;Agenzia del Territorio, e dell&#8217;AGEA, Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, si giunga a una stima approssimativa tra i 239 e i 319 miliardi di euro per gli immobili, e fino a 49 miliardi per i terreni. Ripeto. Si tratta di una primissima valutazione relativa a poco più del 50% dell&#8217;intera PA.<br />
Per una altrettanto primissima valutazione complessiva invece del totale dell&#8217;attivo, andate a <a href="www.tesoro.it/documenti/open.asp?idd=27992">quest&#8217;altro</a> indirizzo e troverete un pdf denominato patrimonio pubblico, le 19 pagine di slides presentate da Edoardo Reviglio al seminario sullo stesso tema tenutosi al tesoro, il 30 settembre scorso. La stima è ancora del tutto conservativa e per difetto, come spiega correttamente l&#8217;autore, che su questo lavora indefessamenteda anni, ora presso la CdP. Il totale dell&#8217;attivo è stimato in 1815miliardi, dunque poco meno del debito pubblico italiano che ha superato la quota che trovate in costante aumento a destra in altro sotto la nostra testata.. Di quei 1815 miliardi, i cui valori oggi sono sicuramente diversi, 276 erano cassa disponibile, 240 crediti e anticipazioni attive, 78 intangibles in buona sostanza le concessioni, 132 partecipazioni, 420 immobili  (la stima resta molto modesta, se arrivavamo a 320 per metà della PA sei mesi prima), 386 infrastrutture, 176 risorse naturali, 37 beni culturali, 70 beni mobili.<br />
Ora i problemi, poi le soluzioni.<br />
Il primo problema abbastanza scandaloso è l&#8217;arretratezza – a distanza di anni dalla legge – con cui lo Stato risponde all&#8217;obbligo di sapere che cosa ha in pancia. Per uno Stato oltretutto il cui rischio d&#8217;insolvenza è salito drasticamente negli ultimi 7 mesi, avere una cognizione tanto modesta di ciò che garantisce il proprio debito è assolutamente intollerabile. Per non parlare della cura inesistente, visto che tale patrimonio costa più di quanto rende ( è così per l&#8217;intero patrimonio immobiliare, a cominciare dal milione e mezzo di unità immobilliari in carico agli ex Iacp locali che non &#8211; ripeto: NON !-  sono compresi in questa prima stima ma vanno oviamente aggiunti).<br />
Il secondo problema è il valore “vero”, cioè di mercato. Ma la soluzione a questo c&#8217;è: lo deve calcolare chi è del mestiere, non lo Stato.<br />
Che cosa farne? Diceva lunedì il Corriere che nel governo sarebbe matura l&#8217;idea di proporre uno scambio, trasferire dal Tesoro alla Cdp quote di controllo per una cinquantina di miliardi di euro, abbassare così di 3 punti di Pil il debito pubblico poiché gli esborsi di CdP non configurano in Eurostat debito pubblico, e col ricavato il Tesoro pagherebbe buona parte dei 70 miliardi di euro che lo Stato deve a imprese fornitrici, che stanno morendo strangolate visto che lo Stato non ti paga a discrezione sua, ma le tasse e i contributi li pretende con puntualità assoluta.<br />
Sono contrarissimo. Primo perché a Eurostat ci sparerebbero addosso. La Cdp grazie all&#8217;apertura del suo capitale al 30% in mano alle fondazioni bancarie e con peso rilevante nella sua governance, figura per questo come soggetto di mercato nel quadro contabile europeo. Ma se si usa raccolta postale – una passività, cioè debito pubblico – per una partita di giro al Tesoro, allora l&#8217;operazione non è affatto di mercato. E&#8217; oltretutto un regalo improprio alle fondazioni bancarie: penso all&#8217;ipotesi che il Tesoro giri a CdP non solo quote di partecipate, ma anche concessioni, magari a cominciare da quelle televisive. Infine, è un modo travestito – ma neanche troppo &#8211; per dire che del recinto pubblico in realtà non si cede un bel nulla. Né ora né mai. Sai che affare.<br />
La proposta che ci convince è molto diversa. L&#8217;intero mattone di Stato, per cominciare cioè almeno 400 miliardi che sono circa 27 punti di Pil, va girato in dotazione patrimoniale a un fondo immobiliare chiuso costituito come veicolo di mercato, gestito tramite gara da privati, che lo valuteranno e lo cederanno nei tempi più adeguato al miglior realizzo. Che il più del patrimonio sia in capo alle Autonomie, e che in una certa percentuasle sia utilizzato dalle stesse amministrazuioni pubbliche, non &#8211; ripeto: NON &#8211; rappresenta probklema ostativo alla sua cesisone, quando è il rischio default che bisogna affarontare. Un simile fondo, anche se usa una leva finanziaria bassa cioè non superiore a 3, con tutti gli abbattimenti e le cautele del potrebbe emettere obbligazioni pari a una volta e mezzo almeno la stima iniziale del patrimonio, e concedere ai detentori di titoli pubblici italiani uno swap volontario col quale si inizierebbe da subito ad abbattere debito, con abbattimento progressivo per la quota totale di patrimonio negli anni necessari alla sua alienazione totale.</p>
<p>Ecco in che cosa consiste, la strada alternativa per la quale con le cessioni pubbliche abbattiamo il debito, e nel frattempo tagliamo però anche la spesa pubblica per un equilibrio di entrate a ben più basso livello di quello immaginato con la manovra triennale del governo Monti. Di mezzo, tra le due ipotesi, c&#8217;è la sopravvivenza economica dell&#8217;impresa e del lavoro italiani. Oltre a uno Stato molto più magro, e per questo &#8211; proprio per questo &#8211; costretto a diventare più efficiente.</p>
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		<title>Go, Monti go!</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 16:56:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Liberalizzare è necessario. L’Italia è in recessione e la manovra più semplice e a costo zero per rilanciare l’economia è senza dubbio quella di aprire alla concorrenza.
Liberalizzare tutto e velocemente, senza tappe intermedie. È obbligatorio, altrimenti si rimane in un limbo dove tutte le categorie si mettono di traverso per evitare di perdere una rendita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Liberalizzare è necessario. L’Italia è in recessione e la manovra più semplice e a costo zero per rilanciare l’economia è senza dubbio quella di aprire alla concorrenza.</p>
<p>Liberalizzare tutto e velocemente, senza tappe intermedie. È obbligatorio, altrimenti si rimane in un limbo dove tutte le categorie si mettono di traverso per evitare di perdere una rendita da posizione dominante.  <span id="more-11226"></span></p>
<p>La protesta dei taxi sarà forte, così come quella delle farmacie, ma non devono spaventare il Governo. Sono solo due delle piccole categorie dove esistono dei limiti d’accesso molto forti, ma chiaramente non sono le uniche che necessitano maggiore concorrenza.</p>
<p>E la prima bozza del decreto liberalizzazioni sembra andare nel verso giusto; certo qualche cosa in più potrebbe essere fatto, ma tutti i settori economici sono toccati, dalle autostrade fino alle assicurazioni, dal trasporto pubblico locale fino ai notai e gli avvocati.</p>
<p>Non è bene parlare prima di quando il decreto sia definitivo, soprattutto in Italia, dove nemmeno il definitivo è definitivo, ma è bene fare pressione affinché il Governo sia incisivo.</p>
<p>Il 19 gennaio sarà una data cruciale per il destino dell’Italia, come ci ha giustamente ricordato Standard &amp; Poor’s che ha provveduto a far cadere di due gradini il grado di solvibilità del nostro paese.</p>
<p>Quali le motivazioni di tale bocciatura? I soliti motivi, si potrebbe dire. In primo luogo l’elevato livello di debito, che ci fa pagare un differenziale con la Spagna (che fino ad un mese fa aveva un interesse sul debito uguale al nostro) tra un punto e mezzo e due punti superiore.</p>
<p>Secondo, ma non meno importante, la lungaggine nell’arrivare a tale “decreto liberalizzazioni”. I mercati si sono innervositi a vedere che la prima manovra Monti è stata troppo incentrata ad aumentare la pressione fiscale, senza intaccare gli sprechi e le inefficienze del nostro sistema paese.</p>
<p>È possibile che le nostre imprese paghino il 68 per cento di tasso totale di tassazione?</p>
<p>È possibile che la burocrazia sulle start up costi fino a mezzo punto percentuale di prodotto interno lordo all’anno?</p>
<p>È possibile che ogni anno vengano buttati due miliardi di euro per finanziare un trasporto pubblico locale caratterizzato da costi doppi a quelli svedesi o della Gran Bretagna?</p>
<p>È possibile che per le auto blu vi siano costi per lo Stato di diversi miliardi di euro l’anno?</p>
<p>Ora, mentre alle ultime due domande il Governo sta rispondendo con l’eliminazione di gran parte delle auto blu e una liberalizzazione del trasporto pubblico locale, sul tema tasse e diminuzione della burocrazia ancora molto, tutto è da fare.</p>
<p>Non è ancora finita la fase due del Governo Monti, ma dopo la prima di “più tasse”, la seconda di “più liberalizzazioni”, è bene passare velocemente ad una terza di “meno burocrazia” e meno “patrimonio pubblico”.</p>
<p>È bene inoltre procedere velocemente alle privatizzazioni di una parte importante del patrimonio pubblico (molto di più di quanto è stato fatto nella prima manovra Monti), per abbattere velocemente il debito e dunque diminuire la spesa per  il debito che potrebbe sfondare i 100 miliardi di anni nei prossimi anni.</p>
<p>Se infatti i tassi d’interesse dovessero mantenersi a lungo intorno al 7 per cento, è facile che la spesa per pagare il nostro debito (1900 miliardi di euro circa) possa crescere nel prossimo quinquennio fino alla fatidica soglia appena segnalata.</p>
<p>Dice un proverbio che non è bene mettere troppa carne al fuoco, ma l’Italia ha bisogno velocemente di una fase due e di una fase tre del Governo Monti, se vuole evitare di fare la fine della Grecia.</p>
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		<title>In favore delle liberalizzazioni e privatizzazioni</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/11/in-favore-delle-liberalizzazioni-e-privatizzazioni/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 19:51:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[autostrade]]></category>
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		<description><![CDATA[La fase del Governo è pronta a partire. Questo venerdì, il famoso pacchetto liberalizzazioni dovrebbe passare in Consiglio dei Ministri.
In questi giorni si sente spesso confondere il concetto di liberalizzazione e privatizzazione. A nostro parere sono necessarie entrambe, ma sono due concetti molto differenti.

Privatizzare risponde principalmente all’obiettivo di fare cassa per abbassare il debito pubblico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La fase del Governo è pronta a partire. Questo venerdì, il famoso pacchetto liberalizzazioni dovrebbe passare in Consiglio dei Ministri.</p>
<p>In questi giorni si sente spesso confondere il concetto di liberalizzazione e privatizzazione. A nostro parere sono necessarie entrambe, ma sono due concetti molto differenti.</p>
<p><span id="more-11166"></span></p>
<p>Privatizzare risponde principalmente all’obiettivo di fare cassa per abbassare il debito pubblico italiano che ormai si avvicina pericolosamente a 2000 miliardi di euro.</p>
<p>Liberalizzare invece ha un altro obiettivo, quello di rilanciare lo sviluppo economico, che in Italia da ormai un ventennio è fermo a dei tassi di poco superiori allo zero virgola qualcosa. La recessione è ormai accettata come un dato di fatto da tutte le Istituzioni nazionali ed internazionali e il prodotto interno lordo italiano è destinato a contrarsi anche nel 2012.</p>
<p>In un’analisi effettuata dalla CGIA di Mestre si confondevano pericolosamente i concetti di liberalizzazione e privatizzazione, come se fossero la stessa cosa e si arrivava alla conclusione che laddove si liberalizzava i prezzi tendevano ad aumentare più dell’inflazione media. Chiaramente non è così, come si può facilmente vedere anche <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000002140">dall’indice delle liberalizzazioni </a>che evidenzia come il settore postale, le ferrovie o il settore autostradale non siano certo dei mercati aperti alla concorrenza.</p>
<p>Ripartiamo dalle privatizzazioni. L’Italia ha il quarto debito pubblico al mondo e, senza crescita, il rapporto debito/PIL non potrà certo migliorare molto nei prossimi anni, nonostante l’obiettivo di pareggio di bilancio. L’eccessivo debito è fonte di preoccupazione dei mercati, come dimostra il livello raggiunto dal tasso di interesse dei titoli italiani. Lo spread per i buoni a dieci anni è stabilmente superiore ai 500 punti rispetto ai <em>bund</em> tedeschi, ormai lontano da quello spagnolo che è di quasi 1,5 punti percentuali inferiore.</p>
<p>E secondo le ultimi indiscrezioni, il deficit spagnolo dovrebbe essere stato pari all’8 per cento nel 2011, due punti oltre l’obiettivo concordato dal paese iberico con la Commissione Europea. Non che la situazione spagnola sia tranquilla, ma la differenza dei tassi è in gran parte spiegabile dal differente livello di debito. Infatti la Spagna ha un livello pari al 66 per cento del PIL, mentre l’Italia è intorno al 120 per cento.</p>
<p>Privatizzare in Italia non ha dunque solo il senso di snellire lo Stato, ma soprattutto di fare cassa.</p>
<p>Liberalizzare è un concetto molto differente. Aprire il mercato serve per fare entrare operatori che sappiano offrire il servizio in una migliore maniera e possibilmente a dei prezzi più bassi. Chiaramente non sempre i prezzi si contraggono.</p>
<p>L’esempio del trasporto aereo è forse il più eclatante. Il prezzo del biglietto è strettamente dipendente dall’andamento del prezzo del petrolio. A fine anni Novanta, quando si decise di liberalizzare a livello europeo questo settore, il barile quotava a circa 10 dollari al barile. A distanza di quasi 15 anni il prezzo non è raddoppiato o triplicato, bensì è passato ad oltre 100 dollari al barile. Tenendo conto che il costo del carburante incide fino al 40 per cento dei costi totali di un’azienda di trasporto aereo, si capisce che nonostante la liberalizzazione, i prezzi non possano non essere diminuiti.</p>
<p>Il prezzo medio del biglietto aereo è aumentato (come certifica la stessa CGIA di Mestre), ma all’interno della media è aumentata la variabilità. Si possono trovare dei biglietti a prezzi molto bassi, anche intorno ai 10 – 20 euro. Non è un caso che il mercato è raddoppiato nei paesi in cui la liberalizzazione è stata più “spinta” e il trasporto aereo si è trasformato da un servizio di lusso ad uno di massa.</p>
<p>Liberalizzare, tutto e non solo le piccole categorie, è dunque necessario per ridare impulso all’economia italiana. La Banca d’Italia ha stimato che la crescita aggiuntiva del PIL dovuta all’apertura del mercato potrebbe essere di circa un punto percentuale l’anno.</p>
<p>La fase due del Governo deve dunque essere forte, perché il credito dell’Italia sui mercati internazionali è agli sgoccioli e perché l’Italia ne ha estremamente bisogno.</p>
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		<title>2012: rivolta fiscale in arrivo – di Aldo Canovari</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/06/2012-rivolta-fiscale-in-arrivo-%e2%80%93-di-aldo-canovari/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 09:22:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[rivolta]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo o volentieri pubblichiamo da Aldo Canovari.
L’oppressione fiscale e le vessazioni tributarie costituiscono il principale freno allo sviluppo e sono una delle prime cause della rovina delle nazioni.
Questa importantissima lezione si può trarre leggendo For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità di Charles Adams, LIBERILIBRI (2007, 2008).
Una carrellata lunga 5000 anni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo o volentieri pubblichiamo da Aldo Canovari</em>.</p>
<p>L’oppressione fiscale e le vessazioni tributarie costituiscono il principale freno allo sviluppo e sono una delle prime cause della rovina delle nazioni.</p>
<p>Questa importantissima lezione si può trarre leggendo <em>For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità</em> di Charles Adams, LIBERILIBRI (2007, 2008).<span id="more-11134"></span></p>
<p>Una carrellata lunga 5000 anni di storia fiscale, che può aprire gli occhi agli Italiani su tante cose, fra le quali:</p>
<ul>
<li>La gran parte degli eventi traumatici della storia furono causati da rivolte fiscali.</li>
<li>Il cittadino ha il sacrosanto diritto ad opporsi alle rapine tributarie (<em>diritto di appello al cielo</em> di Locke).</li>
<li>I cittadini di una nazione si dividono in due categorie fondamentali: 1) I Consumatori di tasse (<em>tax consumers</em>); 2) I Pagatori di tasse (<em>tax payers</em>).</li>
<li>I primi rappresentano una minoranza composta dai parlamentari, consiglieri regionali e loro clientele, alti burocrati, vertici degli organi istituzionali, amministratori di aziende e agenzie pubbliche e para-pubbliche, di società partecipate. Il loro numero può essere stimato in un ordine di grandezza di 500.000 individui (circa l’1% dei contribuenti).</li>
<li>I secondi rappresentano circa il 99% dei contribuenti.</li>
<li>L’evasione è perlopiù effetto dell’abuso del potere impositivo.</li>
<li>La propensione media all’evasione è direttamente proporzionale alla pressione tributaria.</li>
<li>La vera causa del deficit non è l’evasione, ma l’eccesso di spesa.</li>
<li>La formula <em>No Taxation without Representation</em> è ormai inadeguata (perché i rappresentanti al Parlamento rappresentano in realtà solo i propri interessi e quelli delle proprie clientele).</li>
<li>È necessario quindi separare il potere di spendere da quello di tassare.</li>
<li>La proporzionalità è un principio. La progressività è un arbitrio.</li>
<li>I governanti dovrebbero conoscere, capire, e avere sempre davanti agli occhi la <em>Curva di Laffer</em> e tendere alla <em>Flat Tax</em>.</li>
</ul>
<p>Questi sono gli insegnamenti che la storia delle nazioni ci offre.</p>
<p>In Italia, la pressione tributaria è ai massimi livelli tra le nazioni civili. Le angherie tributarie, l’incomprensibilità delle norme, l’incertezza giuridica, le arbitrarie presunzioni a favore del fisco, l’inversione generalizzata dell’onere della prova a carico del contribuente pongono i cittadini alla mercé del fisco degradandoli al rango di servi della gleba.</p>
<p>In Italia, a fronte di una tassazione spoliatrice lo Stato non rende i servizi in nome dei quali sottrae al cittadino molto più della metà del suo reddito e confisca risparmi già tassati, per destinarli agli sperperi delle oligarchie parlamentari, burocratiche, giudiziarie, clientelari.</p>
<p>In Italia, attraverso una norma di recente introduzione (art. 29, D.L. n. 78/2010, e D.L. n.138/2011), gli atti di accertamento (che per più del 60% in sede contenziosa risultano infondati) daranno luogo a riscossione immediata di un terzo della maggiore imposta pretesa, pur in pendenza di ricorso, e quindi pur nella consapevolezza che nel 60% dei casi la pretesa tributaria è illegittima e il pagamento da parte del contribuente non dovuto.</p>
<p>In Italia, quindi, è stato reintrodotto il principio del <em>solve et repete</em>: un principio incivile, dispotico, contrario al diritto e alla dignità del cittadino, un principio inaccettabile, micidiale sul piano etico e giuridico, che provocherà danni incalcolabili all’economia e alla sopravvivenza delle imprese e dei privati contribuenti.</p>
<p>Con l’entrata in vigore di questa folle legge la situazione economica del nostro Paese, già seriamente pregiudicata, verrà ulteriormente aggravata e spinta al collasso.</p>
<p>A tutto questo si è aggiunta l’ultima follia del nuovo governo il quale in luogo di tagliare drasticamente le spese ha saputo solo imporre ulteriori pesanti inasprimenti fiscali che hanno esasperato ancor più il cittadino.</p>
<p>Questo avvilente quadro sintetizza solo alcuni aspetti della dissennatezza-cecità del legislatore. Pretendere, in tale assetto di rapina legalizzata, che i cittadini assolvano correttamente all’obbligo tributario, e scandalizzarsi se non lo fanno, è ipocrisia o idiozia. E, poiché è stata valicata ogni ragionevole soglia di sopportazione, potrà innescarsi in tempi brevi una vera e propria rivolta.</p>
<p><em>Aldo Canovari è fondatore e direttore editoriale della casa editrice Liberilibri.</em></p>
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		<title>Ma i mercati finanziari sono davvero solo dannosi?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 21:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

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		<description><![CDATA[Come ha già scritto, Nicolò è un po&#8217; angosciato dall&#8217;orologio del debito che, sul sito dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, scandisce l&#8217;inesorabile crescita delle tasse che dovrà pagare solo per rimediare ai danni prodotti da chi lo ha preceduto. Ed è alla ricerca di un meccanismo che fermi la giostra impazzita. Anche se non ha ancora compiuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ha già scritto, Nicolò è un po&#8217; angosciato dall&#8217;orologio del debito che, sul sito dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, scandisce l&#8217;inesorabile crescita delle tasse che dovrà pagare solo per rimediare ai danni prodotti da chi lo ha preceduto. Ed è alla ricerca di un meccanismo che fermi la giostra impazzita. Anche se non ha ancora compiuto gli otto mesi di vita, non gli riesce difficile comprenere che i politici hanno una evidente convenienza a spendere soldi,  che creano consenso,  senza imporre tasse, che invece il consenso lo fanno perdere.<span id="more-10596"></span></p>
<p> E, se proprio costretti, comunque preferiscono spendere quanti più soldi possibile dei propri concittadini, anche a costo di imporre tasse corrispondenti. Per motivi che gli sono invece meno chiari, i suoi concittadini non sono &#8211; o almeno non sono stati &#8211; capaci di utilizzare il loro diritto di voto per arrestare questa ovvia tendenza dei politici a spender soldi e a far debiti. Dunque Nicolò, nella sua ingenuità, ritiene che i mercati finanziari gli stiano facendo un utile servizio: aumentando il costo del debito possono rendere meno conveniente per i politici far debiti. Nonostante la sua giovine età, Nicolò non è tanto ingenuo da pensare che i mercati, o meglio chi su quei mercati opera, gli renda questo servizio per altruismo; per quanto non ne comprenda appieno i meccanismi, immagina che chi vende titoli italiani lo fa per il suo proprio interesse; ma Nicolò ha già sentito parlare degli effetti inintenzionali delle azioni umane;  gli sembra che questo risultato di scoraggiare la propensione dei politici a far debiti che poi lui, Nicolò, dovrà pagare sia un ottimo effetto inintenzionale prodotto da chi guadagna vendendo i titoli di stato italiani.</p>
<p>Ha provato a ragionare della questione con gli amichetti al parco. Non deve essere stato molto convincente, perché ha ricevuto risposte, a lui sembrate piuttosto confuse, che alludevano a misteriosi e nefasti speculatori; ovvero a complicate debolezze istituzionali che caratterizzerebbero l&#8217;euro e che a Nicolò sembrano probabili, ma ininfluenti rispetto al cuore del problema di cui lui si sta ora occupando.</p>
<p>Al più, ha trovato qualche bambino, fra i più saggi, che ha riconosciuto la fondatezza del suo ragionamento, ma ha subito obiettato: bene, i mercati hanno svolto la loro funzione, il costo del debito ha raggiunto un livello inusitato; ma ora basta; fermiamoli prima che si produca l&#8217;irreparabile.</p>
<p>Qui per un momento Nicolò ha vacillato</p>
<p>Ma poi, aiutato dalla tipica concretezza degli infanti, ha provato a guardare la realtà. Si è messo a far quattro conti sulla finanza pubblica italiana; e non nel modo raffinato che adottano coloro che se ne occupana di professione, ma nel modo semplice di chi a malapena conosce le quattro operazioni. E allora ha scoperto che ad oggi, nel bel mezzo di una crisi del debito che &#8211; si sente dire &#8211; potrebbe essere catastrofica, il nostro Paese ha prodotto due manovre finanziarie e una legge di stabilità che promettono di ridurre il nostro deficit pubblico da qui ai prossimi tre anni di 70 miliardi di euro; ma a prezzo di un aumento delle tasse di 115 miliardi; perché le spese da qui al 2014 &#8211; nonostante le manovre etc, &#8211; cresceranno ancora di 45 miliardi.</p>
<p>Nicolò ne conclude che la pressione dei mercati non ha ancora prodotto abbastanza dei suoi effetti inintenzionali e desiderabili. E che prima di neutralizzare quella pressione &#8211; sembra che la via sia quella di fantasioni eurobonds o quella più consueta del fiat money - sarebbe bene aspettare almeno ancora un po&#8217;. Sperando che nel frattempo la politica smetta di prender tempo.</p>
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		<title>&#8220;Pareggio di bilancio, si parte malissimo&#8221;</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/11/24/pareggio-di-bilancio-si-parte-malissimo/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:09:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[pareggio di bilancio]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;onorevole Giorgio Stracquadanio ci scrive da Montecitorio
Ieri è iniziata alla Camera la discussione sulla riforma dell&#8217;articolo 81 e l&#8217;introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Ed è iniziata nel peggiore dei modi. Intanto perché il testo che le due commissioni competenti – Affari Costituzionali e Bilancio – hanno adottato come testo base non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em></em><em></em><em>L&#8217;onorevole Giorgio Stracquadanio ci scrive da Montecitorio</em></p>
<p>Ieri è iniziata alla Camera la discussione sulla riforma dell&#8217;articolo 81 e l&#8217;introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Ed è iniziata nel peggiore dei modi. Intanto perché il testo che le due commissioni competenti – Affari Costituzionali e Bilancio – hanno adottato come testo base non contiene nemmeno l&#8217;espressione pareggio di bilancio. Secondo la proposta delle commissioni approvata con il voto pressoché unanime dei partiti, la Costituzione dovrebbe fissare l&#8217;obbligo per il Parlamento all&#8217;equilibrio di bilancio, un concetto ignoto alla dottrina economica e al diritto.</p>
<p>Come spesso accade lo Stato, il potere pubblico, riserva a se stesso quello che vieta a cittadini ed imprese. Provate a depositare in tribunale un bilancio di impresa in equilibrio come quello dello Stato italiano e vedete se non vi troverete dritti dritti alla sezione fallimentare.<br />
<span id="more-10580"></span>Eppure questa discussione era iniziata il 14 agosto, con la convocazione straordinaria delle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio di Camera e Senato, alle quali l&#8217;allora ministro Tremonti aveva annunciato l&#8217;esistenza della lettera della Bce al governo italiano e la necessità di mettere mano immediatamente alla Costituzione per adempiere al patto Europlus approvato dai Capi di Stato e di Governo della zona euro nella riunione dell&#8217;11 marzo scorso, su impulso franco-tedesco, e condiviso dal Consiglio europeo del 24-25 marzo.</p>
<p>La straordinarietà degli eventi e della convocazione parlamentare poteva illudere sul fatto che il sistema dei partiti acquisisse consapevolezza del fatto che il fallimento politico rappresentato dall&#8217;enorme debito pubblico fosse innanzitutto conseguenza della scientifica elusione della disciplina di bilancio fissata dalla Costituzione, dove è scritto qualcosa che da più di quarant&#8217;anni non avviene, e cioè che “con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese” e che “ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.</p>
<p>Bastava sentire l&#8217;intervento di Peppino Calderisi per rendersi conto del fatto che il parlamento non ignora la propria responsabilità storica: “È indubbio che nelle intenzioni dei nostri padri costituenti l&#8217;articolo 81 avrebbe dovuto assicurare la naturale tendenza al pareggio di bilancio. Così, del resto, si espressero testualmente sia Ezio Vanoni, firmatario dell&#8217;emendamento che sarebbe poi diventato norma costituzionale, sia Luigi Einaudi. Peraltro, se assai rigorose furono le intenzioni dei costituenti, affatto diversi furono gli esiti dell&#8217;applicazione della previsione costituzionale. […] Tanti sono i modi con i quali sono stati aggirati i vincoli dell&#8217;articolo 81 della Costituzione: copertura delle leggi di spesa solo per il primo anno; l&#8217;indebitamento considerato come una forma legittima di copertura, legittimità sancita da una sentenza della Corte costituzionale, la n. 1 del 1966; sentenze della Corte peraltro che, in applicazione del principio uguaglianza, hanno esteso benefici ad una platea enorme di cittadini senza nessuna copertura finanziaria; finanziarie con deficit a doppia cifra negli anni Ottanta, anche superiori al 20 per cento del PIL, con le relazioni di minoranza dell&#8217;allora Partito Comunista Italiano che dicevano che queste finanziarie erano recessive; finanziarie modificate con i meccanismi degli emendamenti vol au vent di Cirino Pomicino, ma questa è già altra questione; finanziarie per le quali ogni navetta parlamentare costava dai mille ai duemila miliardi di lire, con emendamenti votati a scrutinio segreto”.</p>
<p>Eppure nella discussione di ieri questa ricostruzione storica veniva letta con tutt&#8217;altro giudizio di valore dal deputato del Pd, costituzionalista prodiano, Gianclaudio Bressa, che ha sostenuto la tesi sociale della sinistra (e non solo): “L&#8217;articolo 81 è stato scritto da Mortati e Vanoni con l&#8217;importante tutoraggio di Luigi Einaudi. Mortati e Vanoni erano due costituenti favorevoli all&#8217;introduzione in Costituzione dei diritti sociali, ma erano anche preoccupati per programmi realistici di attuazione degli stessi […] La definitiva riplasmazione dei principi dell&#8217;articolo 81 della Costituzione è stata opera, sul piano della dottrina negli anni Sessanta, di Valerio Onida, nel suo fondamentale libro Le leggi di spesa nella Costituzione. È cambiato il tempo e la cultura politico-economica. L&#8217;articolo 81 della Costituzione non intendeva incorporare il principio del pareggio di bilancio e nemmeno quello della tendenza al pareggio. La sua logica è rivolta a permettere una gestione della politica finanziaria statale, impostata dal Governo e consentita dal Parlamento, ma condotta in maniera ordinata secondo un piano prestabilito. La legge di bilancio ha un valore sostanziale, può disporre provvedimenti nuovi, incisivi sugli sviluppi futuri della finanza, e può prestabilire fondi speciali in previsione dell&#8217;approvazione di future leggi. I fondi non cadono sotto il divieto del terzo comma dell&#8217;articolo 81 della Costituzione di nuove spese, perché non predispongono una spesa attuale. Quando la copertura è garantita dai fondi speciali il quarto comma è rispettato. La copertura si fa sul disavanzo legittimamente. La sentenza n. 1 del 1966 della Corte costituzionale conferma la tesi di Onida. Questa diventa la lettura ortodossa dell&#8217;articolo 81 della Costituzione. Qui nasce il problema che porterà, alla fine degli anni Settanta, allo sfondamento sistematico del bilancio. Nel 1979 più del 40 per cento della spesa era finanziato con il ricorso al debito”.</p>
<p>Non c&#8217;è dibattito politico in cui non si affermi che il problema dei problemi è la dimensione del debito pubblico e la sua apparentemente inarrestabile tendenza a crescere. Il contatore del debito presente sulla home page di questo blog cerca di ricordarlo a tutti.</p>
<p>Eppure quando si tratta di predisporre una regola elementare di bilancio, quella del pareggio, il sistema politico cerca di scrivere norme di facile elusione. Come ha ben documentato Serena Sileoni nella audizione parlamentare e in un recente focus IBL (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_193_Sileoni.pdf">PDF</a>), solo le proposte firmate da Nicola Rossi al Senato e Antonio Martino alla Camera sono in grado di determinare una effettiva disciplina di bilancio, con cui almeno stabilire criterio restrittivi e straordinari per contrarre debito. Esse inoltre hanno l&#8217;ardire di volere stabilire un limite alla dimensione della spesa pubblica in rapporto al Pil.</p>
<p>Oggi la Repubblica Italiana fagocita più del 50% della ricchezza prodotta dai suoi cittadini, con il risultato che si produce sempre meno ricchezza. Nicola Rossi e Antonio Martino hanno proposto di ridurre del 5% questo gigantesco importo, fissando al 45% (una percentuale comunque enorme) il limite alla spessa pubblica. Ma questa idea di ragionevole salute pubblica è stata del tutto espulsa – per ora – dalla discussione sull&#8217;equilibrio di bilancio.</p>
<p>Nelle prossime settimane si dovrà dare battaglia sugli emendamenti, per evitare che una riforma gattopardesca venga approvata, con il solo scopo di somministrare narcotici al popolo inquieto. Un piccolo drappello ha firmato la proposta di Antonio Martino, lo stesso piccolo drappello può avviare una battaglia parlamentare. E se non sarà possibile introdurre il principio del pareggio di bilancio e il limite alla voracità della Repubblica, allora è meglio non toccare nulla, altrimenti il debito potrebbe crescere più velocemente.</p>
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		<title>Eurobang, ragioni tedesche e letture &#8220;austriache&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul prossimo Panorama Economy
Considerazioni al volo in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione Europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da “spifferate” a giornali britannici e tedeschi, naturalmente &#8211; tenta un&#8217;impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato dacché esiste l&#8217;euro, cioè le misure straordinarie da assumere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sul prossimo Panorama Economy</em></p>
<p>Considerazioni al volo in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione Europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da “spifferate” a giornali britannici e tedeschi, naturalmente &#8211; tenta un&#8217;impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato dacché esiste l&#8217;euro, cioè le misure straordinarie da assumere prima che il rapidissimo deterioramento di fiducia verso l&#8217;euroarea in quanto tale sfoci in una crisi epocale. Tentativo impervio per il semplice fatto che la Commissione Barroso conta pochissimo in questi anni di leadership germanica travestita da finzione di co-leadership franco-tedesca. Dipendesse da me formulare una scelta sulla base delle minori improbabilità, direi che delle tre ipotesi avanzate dalla Commissione quella forse meno impossibile coniuga insieme la persistente responsabilità solo nazionale di ciascun euromembro verso il proprio debito pubblico, con l&#8217;intervento congiunto di Efsf – una mascherata, viste le sue residue scarne munizioni -  e FMI – preponderante – a garanzia e sostegno di un conferimento di quote di debito pubblico di ciascun euromembro eccedente una certa – elevata, ben superiore al 60% indicato come obiettivo – quota di sicurezza. Anche tale soluzione appare tuttavia ben lungi dalla portata attuale delle intenzioni reali della politica europea. Il tempo incalza, però.  Occore augurarsi che il ritorno di Roma all&#8217;eurotavolo dal quale Berlino e Parigi l&#8217;avevano esclusa   spinga verso una soluzione comunque condivisa. Altrimenti, a questi ritmo di drenaggio dei capitali  dall&#8217;euroarea e di totale inaridimento dell&#8217;interbancario, il big bang è certo. ed è a breve. Al di là di tale funebri considerazioni, un&#8217;osservazione e un consiglio.<span id="more-10572"></span></p>
<p>L&#8217;osservazione nasce dalla contestazione di un caro amico, da molti anni corrispondente del più prestigioso quotidiano germanico. Quanto siete insopportabili voi italiani ed eurolatini, mi scrive.  Sapevate benissimo sin dall&#8217;inizio che l&#8217;euroedificio nasceva dalla rigorosa separazione tra torchio monetario e debiti pubblici, perché alla Bundesbank  avevamo imparato a nostre spese a diffidare dei politici e della loro tendenza disinvolta a far spesa pubblica elettorale: dei nostri politici tedeschi come dei vostri, in generale, perché i politici mentono senza limiti se i limiti non vengono loro posti. Eppure per dieci anni i vostri politici &#8211; continua il mio amico tedesco &#8211; hanno disinvoltamente ignorato che l&#8217;euro avrebbe funzionato nell&#8217;interesse di ciascuno solo autoimponendosi virtù nei conti pubblici e produttività nell&#8217;economia reale. Ve ne siete fregati, e ora tutti a frignare come il vostro Giuliano Ferrara contro i tedeschi contrari a monetizzare il vostro debito pubblico attraverso la Bce. Troppo comodo, non vi pare? Dov&#8217;era Ferarra, quando i 7 punti di Pil di minori interessi sul debito pubblico grazie ai bassi tassi dell&#8217;euro, anche in tutti gli anni sotto Berlusconi e Tremonti, sono diventati più spesa corrente invece di meno tasse e più crescita?</p>
<p>Diciamola tutta, per quanto impopolare sia: i tedeschi che s&#8217;inalberano così hanno ra-gio-ne. E non possiamo convincerli dicendo che è tutta colpa dei magistrati, di De Benedetti e della Cgil, come tentano alcuni nel centrodestra italiano. Il bipolarismo italiano è stato selvaggio e tribale, ma spesa tasse e debito non li hanno decisi i pm. Almeno secondo il mio modestissimo parere.</p>
<p>Che poi abbiano ragione, ma al contempo si debba ora decidere come affrontare il guaio che incombe e sia meglio farlo di comune accordo per evitare un big bang epocale, sono due dati di fatto che devono cercare di andare insieme. Altrimenti, sarà peggio per tutti.</p>
<p>Vengo al consiglio. Da testardo non keynesiano quale sono e resto. Se volete capire perché non è tanto la mancanza di un <em>lender of last resort</em> a condannare oggi l&#8217;euro agli occhi dei mercati, date una letta a due papers illuminanti, a tal proposito. Il primo è <a href="http://www.bis.org/publ/work346.pdf"><em>Global imbalances and the financial crisis: Link or no link?</em></a>, il working paper n.346 che potete scaricare dal sito della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, di Claudio Borio and Piti Disyatat. Il secondo è <a href="http://www.princeton.edu/~hsshin/www/mundell_fleming_lecture.pdf"><em>Global Banking Glut and Loan Risk Premium</em></a>, di Hyun Song Shin della Princeton University, presentato alla Fmi Annual Conference dello scorso 10 e 11 novembre. Sono l&#8217;uno complementare all&#8217;altro, e presentano una disarmante analisi di come il sistema bancario europeo si sia straordinariamente prestato al finanziamento ad alta leva dell&#8217;eccesso di consumi a debito americano. Lo dimostrano con un&#8217;analisi del flusso lordo dei captali euro-atlantico, non netto come siamo abituati a fare nel computo dele bilance dei pagamenti pareggiando claims e liabilities. Le banche europee hanno affiancato le shadow banks americane venute meno nel 2008 e pareggiate dal QE della Fed. Oggi che la Fed ha le armi scariche, il rientro dei capitali in patria è massiccio, ma perché le banche europee hanno colpe maggiori di quelle che ammettono. Una spiegazione da scuola austriaca, quella che non piace ai politici spendisti e mentitori che abbondano nella nostra Europa. Anche se, bisogna ammetterlo, non solo qui da noi.</p>
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		<title>Eurocrisi, way out o big bang</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 11:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; venuto il momento di allargare il punto di osservazione  sulla crisi in corso, ora che il governo Monti con la fiducia parlamentare entra nella pienezza delle sue funzioni, salutato e sostenuto dal consenso esplicito dei vertici europei, di Germania e Francia tanto per sottolineare ancora una volta l&#8217;attenzione tutta particolare riservata al potenziale di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; venuto il momento di allargare il punto di osservazione  sulla crisi in corso, ora che il governo Monti con la fiducia parlamentare entra nella pienezza delle sue funzioni, salutato e sostenuto dal consenso esplicito dei vertici europei, di Germania e Francia tanto per sottolineare ancora una volta l&#8217;attenzione tutta particolare riservata al potenziale di instabilità sistemico rappresentato dal debito pubblico e dalla bassa crescita del nostro Paese. Ora che l&#8217;Italia si pone in condizione di rassicurare i mercati- se farà e se farà bene, se la politica non si mette troppo per traverso, sde si conferma dopo mesi il sorpasso al ribasso sullo spread spagnolo di stamane &#8211; è tempo anche da noi di aprire il dossier della crisi vera, rispetto alla quale l&#8217;Italia non deve fungere da detonatore, ma che rischia comunque di investire tutto il continente. Diciamolo chiaramente. Nel 2012 è l&#8217;euro in quanto tale, a rischiare di saltare. <span id="more-10560"></span></p>
<p>Questo ci dice la tumultuosa vendita da Oltreoceano che ogni giorno si sta realizzando sotto i nostri occhi nei confronti di tutti gli asset europei, a partire dal debito pubblico di tutti i componenti dell&#8217;euroarea ad eccezione della Germania, ed estendendosi ai titoli bancari che portano a sempre nuovi record verso il basso i listini di Borsa dell&#8217;intera Europa, perché le banche sono la cintura più esposta alla crisi di sistema che si sta scatenando.</p>
<p>I segnali sono assai preoccupanti e chiari, per chi li vuole leggere. I differenziali sul Bund che s&#8217;inerpicano verso l&#8217;alto non sono solo quelli greci, e portoghesi e spagnoli.  La Francia stava a 40 punti base di premio sul Bund decennale a fine 2010. Oggi  supera i 200 e da due settimane peggiora ogni giorno, ha di fatto già perso nel giudizio dei mercati la tripla A di cui andava così fiera. Il Belgio è passato da 103 punti a 318. L&#8217;Austria, pur considerata integrata alla Germania euroleader, è salita da 54 a 190. Lo stesso fondo salva-Stati e salva-banche, l&#8217;Efsf, in teoria tripla A anch&#8217;esso, ha dovuto rinviare l&#8217;emissione di una sua obbligazione dopo averne ridotto l&#8217;ammontare, e paga rendimenti in crescita quotidiana allineati a quelli francesi. Tre mesi di incorporazione da parte del sistema bancario di questa stima crescente dei rischi sovrani implicano problemi gravissimi per il credito non più solo dei Paesi sin qui a rischio, ma innanzitutto delle banche francesi, le più esposte al totale di carta pubblica europea.</p>
<p>Perché i mercati scommettono che nel 2012 l&#8217;euro salta, se non si assumono decisioni efficaci e adeguate al rischio a cui l&#8217;euro esposto? Per comprenderlo, è necessario compiere un passo indietro. Diciamo che, con qualche approssimazione tecnica, al mondo esistono due tipi di aree monetarie concepite come ottimali. Una è quella del dollaro. L&#8217;altra quella dell&#8217;euro. Sono due modelli pressoché agli antipodi. Per ragioni serie e storiche però, non per follia o inettitudine come vorrebberom oggi alcuni improvvisatori che gridano soluzioni da bar, anche se hanno nomi e cognomi autorevoli nel giornalismo italiano. E neanche perché i padri dell&#8217;euro ieri e Mario Draghi oggi avrebbero compiuto un golpe a nome delle banche, come strepitano blogger stralunati e cospirazionisti di estrema destra come di sinistra antagonista.</p>
<p>Il modello americano si è evoluto dal 1913 in avanti secondo una concezione per la quale a una valuta comune corrisponde l&#8217;unificazione reale dei mercati sottostanti, dei beni, dei servizi, del lavoro come della relativa regolazione. Lo scopo è quello di consentire che un unico tasso di interesse abbia sì effetti asimmetrici nelle diverse aree dell&#8217;Unione, che sono caratterizzate da tassi di crescita, costi dei fattori produttivi e prezzi degli asset comunque tra loro diversi visto che un continente non ha certo condizioni omogenee. Ma l&#8217;unificazione dei mercati e della regolazione consente che l&#8217;equilibrio a unico tasso d&#8217;interesse tra costi diversi, salari e disoccupazione avvenga per autoregolazione attraverso vasi comunicanti. Ti puoi spostare da uno Stato con più disoccupazione a uno che tira di più, con prezzi diversi, ma senza mettere a rischio risparmio e patrimonio.</p>
<p>In questo modello, quando il ciclo scende e a maggior ragione quando si aprono grandi crisi, la via prescelta è quella di attenuarne i morsi monetizzando il debito – tanto l&#8217;eccesso di debito privato, che delle banche che di quello pubblico – facendo stampare dollari alla FED. Dal 2008 in avanti, la banca centrale americana lo ha fatto per oltre 20 trilioni di dollari per il solo sistema banco-finanziario, praticamente per l&#8217;equivalente dei due terzi del valore attuale di tutti gli asset quotati nelle borse americane. Se si somma il debito pubblico,delle famiglie, delle imprese e delle banche Usa, nel giugno 2011 la quota era pari al 289% del Pil americano. Per fare paragoni, il Regno Unito è a quota 497%. Il Giappone a quota 492%. La Spagna a 388%. La Francia a 341% L&#8217;Italia al 303%.</p>
<p>La differenza tra la sostenibilità del maggior debito americano, britannico e giapponese rispetto al nostro – più basso – dipende dal fatto che le banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito e Giappone monetizzano il debito con il torchio monetario, pressoché illimitatamente (non solo da questo, per essere corretti, conta anche la caratteristica delle economie di ciascuno, la percentuale di debito detenuto dai non residenti, etc etc, ma questo aspetto è comunque fondamentale). Certo, è un sistema che produce bolle nel prezzo degli asset, come quella di Internet prima, dell&#8217;immobiliare poi. E produce inflazione. Ma l&#8217;America, finché il dollaro è la moneta in cui sono denominati i mercati di tutte le commodities mondiali e dunque è riserva prioritaria per tutte le banche centrali, l&#8217;inflazione monetaria l&#8217;esporta verso il resto del mondo, anche grazie alla sua sostenuta produttività domestica. Meglio le bolle ogni tanto di una più alta disoccupazione stabile, pensano in America.</p>
<p>Poi c&#8217;è il secondo modello, quello dell&#8217;euroarea. Vediamo di spiegarlo storicamente, perché questa è la risposta da dare a coloro che non capiscono come mai siamo stati per così dire “commissariati” dai tedeschi, insieme a greci, portoghesi, spagnoli e irlandesi. Il modello BCE nasce dall&#8217;esperienza tragica fatta dalla Germania ai tempi di Weimar. L&#8217;eccesso di torchio monetario e di inflazione, stante l&#8217;enorme debito accumulato nella sconfitta della prima guerra mondiale, portò comunque a disoccupazione di massa e perdita reale e verticale di risparmio. L&#8217;effetto fu il nazismo, la presa sugli strati popolari dei totalitarismi neri e rossi.</p>
<p>Per questo la Germania per decenni, prima della moneta comune, ha affinato il modello su cui l&#8217;euro è poi nato. A differenza degli Usa, nessuna unificazione reale dei mercati sottostanti, del lavoro, dei beni e dei servizi come della regolazione: tranne che nel comparto finanziario. In più, il debito pubblico resta garantito da ciascun Paese membro. Senza un debito comune europeo è come se esso sia denominato in una valuta straniera, rispetto all&#8217;euro. Infine, la BCE non può e non deve monetizzare debiti di alcun tipo, deve solo pensare a tenere bassa l&#8217;inflazione, deve astenersi dal sostenere il ciclo.</p>
<p>Come può reggere un sistema di tal tipo, visto che la curva dei costi come della produttività, e le bilance dei pagamenti tra i diversi paesi dell&#8217;euroarea sono tanto divergenti? Per dire, la Germania è forte perché ha il più grande attivo al mondo di parte corrente dopo la Cina, quasi il 7% del Pil, il Portogallo era in passivo del 14% prima della crisi. Oppure, se consideriamo il costo per unità di lavoro fatto pari a 100 nel 2000,  quello tedesco nel 2008 era a 98 e ora è a 105, quello portoghese  nel 2008 era a 128 e ancora oggi è sceso solo a 125.</p>
<p>Il meccanismo tedesco prevede che, per reggere con queste asimmetrie e avvantaggiarsi tutti dell&#8217;euro, siano le classi politiche dei diversi Paesi a dover tenere la finanza pubblica in equilibrio al più basso livello di spesa pubblica coerente con un welfare decente e la sostenibilità del proprio debito pubblico, e a indurre con adeguate riforme l&#8217;economia reale ad un&#8217;elevata produttività. In caso contrario, con bassa crescita e alto debito e senza torchio monetario della Bce, l&#8217;unico aggiustamento possibile è quello della deflazione interna, cioè del drastico abbassamento in termini di valore reale dei salari e delle pensioni, degli attivi patrimoniali delle banche come delle imprese. Una volta che il conto salato, in termini di disoccupazione e impoverimento reale, cade sulle spalle di lavoratori,  contribuenti e risparmiatori, allora essi richiameranno al dovere i politici mentitori e inadeguati, sostituendoli con politici più virtuosi. E&#8217; un meccanismo kantiano che scommette sulla virtù e sulla saggezza, altrimenti &#8220;il giudice a Berlino&#8221; passa per brutte botte in testa ai popoli.</p>
<p>Siamo esattamente a questo punto. Il conto amaro si abbatte su milioni di portoghesi e spagnoli, italiani e &#8211; tra pochissimo- francesi. Perché i politici mentono e preferiscono dare la colpa al mercato o alle opposizioni, perché i sindacati resistono alle riforme, perché ciascuno dice che la colpa è di un altro. E alla fine a pagare sono imprese e lavoro, coloro che non decidono alcunché ma subiscono.</p>
<p>Perché il mercato scommette che l&#8217;euro salta? Perché, al momento, non ci sono segni che tedeschi e francesi – entrambi sotto elezioni nel 2012 e nel 2013 &#8211; siano pronti ad assumere alcuna delle tre decisioni diverse che ci potrebbero portare fuori dal gorgo. Dico tre non perchè siano davvero tre, il mix può essere molto ampio. Le indico solo per far capire quanto possano essere diverse.</p>
<p>La prima decisione è quella di cambiare con procedura d&#8217;urgenza Trattato e Statuto della Bce, mutandone la natura e inducendola a monetizzare il debito. I tedeschi non si fidano e dal loro punto di vista hanno ragione, con mercati separati è un premio a chi ha accumulato più squilibri traendo a quel punto il massimo vantaggio dall&#8217;euro. Ora molti inneggiano a questa soluzione, Giuliano Ferrara la grida ai quattro venti: la loro ricetta quasi sempre è rimanere padroni a casa propria e lotta senza paura contro il vincolo estero, tranne che poi ci deve pensare la Bce a risolvere il problema degli squilibri insostenibili. Sembrano saggi, e sono matti.  La monetizzazione senza limiti del debito comunque induce i politici ad accumulare debito, tanto ci penserà una banca centrale a evitare il default. Per questo chi la pensa come noi ha sempre pensato che i freni alla monetizzazioen fossero più che giustificati, dagli andamenti della storia e dall&#8217;irresponsabilità crescente dei politici. Ha più titolo per chiedere la monetizzazione chi a quel punto abbraccia l&#8217;armonizzazione fiscale e la cessione ulteriore di sovranità a favore dell&#8217;Unione. Non mi sembra abbondino, tra i nostalgici urlatori del Cavaliere. Diciamo che è una proposta che alberga con maggior titolo a sinistra, che nella destra estrema (altro paio di maniche è la tradizione popolar-cattolica, rispeto alla quale la cessione di sovranità comporta menio problemi fin dai padri fondatori del trattato di Roma).<br />
La seconda è una via intermedia. Senza monetizzazione integrale da parte della Bce,  si potrebbe comunque formare un fondo comune in cui i diversi Paesi membri facessero confluire una quota di debito pubblico eccedente una certa soglia- diciamo il 70% &#8211; chiamandone a garanzia  in parte la Bce, e in parte le stesse riserve accumulate dalla Germania grazie al fatto che tutti comprano solo i suoi Bund vendendo il resto dell&#8217;eurocarta (la fuga dei fondi monetari dalla Francia è ormai massiccia, e i tedeschi se ne avvantaggiano grazie ai loro meriti). E&#8217; una proposta simile a quella avanzata qui in Italia da Paolo Savona. Ha il vantaggio di affriontare l&#8217;emergenza con strumenti comuni, senza pretendere però di varare in due settimane o due mesi uno schema nuovo di unificazione dei mercati e della politica e una Bce &#8220;alla FEd&#8221;: la politica non riuscirebbe mai a farlo, secondo me.</p>
<p>La terza proposta, fuori dai denti, è quella ancora più traumatica. Intavolare un confronto riservato su come uscirne, dall&#8217;euro. In breve &#8211; i problemi tecnici sono immensi &#8211; le ipotesi sono due. Se ad uscirne sono i Paesi eurodeboli, si troverebbero con gli attivi e passività esteri di banche e imprese che restano in euro e dollari, con quelli domestici invece in lire o franchi svalutati tra il 20 e il 40%. L&#8217;effetto sarebbe di fallimenti e disoccupazione di massa. Se invece fossero gli euroforti – Germania, Olanda e Nordeuropea -  allora l&#8217;effetto sarebbe opposto, l&#8217;avvaloramento degli attivi e passivi domestici reggerebbe l&#8217;effetto del maggior valore che il marco o il N-Euro, l&#8217;euro del nord, acquisterebbe sul dollaro rispetto all&#8217;euro attuale, penalizzandone le esportazioni sì, ma non tanto da annullare il vantaggio di competitività tedesco di questi anni. Detta così sembra semplice, non lo è affatto. Ma è anche vero che senza alcuna risposta, l&#8217;esplosione è certa.</p>
<p>I mercati però non vedono i segni, nelle classi politiche tedesche, francesi ed europee, né della consapevolezza del rischio terribile a cui tutti siamo esposti. Né dei rimedi possibili da adottare. La Merkel non passa giorno che non dica no a ciascuna di queste diverse ipotesi. La Germania del resto ha un suo piano B. Ha un suo Lebensraum economico ottimale, che non coincide affatto con l&#8217;euroarea ma si estende all&#8217;est Europa e all&#8217;intera Scandinavia, ha una politica propria e non europea nel braccio di ferro tra yuan e dollaro, in quanto il rapporto di Berlino con la Cina è diretto e  nonpassa certo né per Bruxelles né per Francoforte .Gli altri governi tacciono. I francesi con Sarkozy per grandeur non hanno capito che l&#8217;esposizione del loro sistema bancario pretendeva un rulo diverso dalla fuinzione di essere &#8220;come la Germania&#8221;.</p>
<p>Per questo i mercati scommettono che l&#8217;euro salterà. E per questo l&#8217;Italia deve al più presto recuperare l&#8217;autorevolezza per tornare a sedersi al tavolo europeo, come ha detto ieri Mario Monti.  Non si è mai visto una carrozza trainata da un tiro a quattro in cui il passo debba essere quello del cavallo più veloce. Perché o gli altri tre cavalli crepano oppure, ancor prima, si ribalta la carrozza. Finché siamo in tempo, evitiamolo. Perché di tempo ne è rimasto veramente poco.</p>
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		<title>Attenti a ciò che rischiamo! Già 50 miliardi di oneri e sarà peggio</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 10:48:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli spread stanno impazzendo, tra poche ore rischiamo di essere a quota 600, l&#8217;intera curva dei rendimenti per ogni scadenza è sopra il 7%. L&#8217;Italia rischia non la misisone ordinaria di monitoraggio del Fmi entro fine mese, ma dopodomani una squadra speciale del Fondo che sbarchi dagli elicotteri e ci imponga la secessione temporanea dai mercati, vincoli di capitale obbligatori e sanguinose manovre di ripresa di contatto con la realtà reale: il mondo non intende farsi coinvolgere nella follia di un&#8217;Italia che non è la Grecia ma non per quello che crede la sua classe politica, cioè troppo grande per fallire, ma non lo è appunto perché siccome siamo una fonte di contagio enorme il mondo interverrà con la cavalleria aerea per sbatterci alle corde, finché cambiamo marcia e disinnestiamo il pedale dell&#8217;irresponsabilità. Forse è bene porsi una domanda precisa. Quanto costa all&#8217;Italia, la drastica accelerazione del rischio di insolvenza pubblica che i mercati hanno iniziato a stimare da luglio ad oggi? E&#8217; un esercizio contabile che vale la pena di fare, anche se pone rilevanti problemi economico-statistici, visto che le cifre su cui si può lavorare sono per lo più da stimare per approssimazione. Tuttavia dovrebbe rappresentare un esercizio obbligato per tutti i cittadini italiani, lavoratori e imprenditori, risparmiatori e contribuenti, in modo da sottoporre a un preciso rendiconto le responsabilità politiche di ieri, oggi e domani. E&#8217; comprensibile che vasta parte degli italiani tenda a graduare le proprie valutazioni riferendosi al tradizionale asse valoriale destra-centro-sinistra. Ma non è male tentare anche di appoggiare il proprio ragionamento a qualche numero che si riferisca anche ai valori economici. Ieri sera  ci ho provato, quando lo spread era a 495 e non a 563 dove svetta ora che posto.<span id="more-10493"></span></p>
<p>Cominciamo dal contribuente. Il voto di ieri a Montecitorio è stato letto dai mercati come un aggravamento ulteriore dell&#8217;instabilità politica italiana, e della distanza da ciò che i mercati, Europa e Fondo Monetario ci chiedono per abbattere il debito pubblico più rapidamente che con il solo avanzo primario, per crescere di più, per mettere in ulteriore sicurezza spesa pubblica e pressione fiscale troppo alte per un&#8217;economia sana. Per questo abbiamo toccato quota 500 di spread tra Btp e Bund. Oltre 300 punti base in più rispetto a dove eravamo partiti a fine giugno, quando il differenziale era inferiore ai 200 punti.</p>
<p>Per calcolarne l&#8217;onere sui più alti interessi pubblici da pagare, bisogna ricordare che il debito di Stato attuale è oltre i 1900 miliardi di euro, ha una quota nel 2012 in scadenza compreso il disavanzo pari a circa il 23,5% dell&#8217;ammontare, superiore a quella di ogni altro Paese dell&#8217;euroarea (Grecia 16,5%, Spagna 20,6%, Portogallo 22,3%). La durata media del nostro debito è però la più alta e questo riequilibra, è pari a 7,2 anni rispetto ai 6,9 della Grecia. E la quota detenuta da stranieri è la più bassa, solo al 42%. (Grecia 55%). Tenuto conto di ciò, cento punti base di rendimenti in più significano nei tre anni successivi maggiori interessi sul debito pubblico pari a 1,2 punti di Pil, se incorporati per tre trimestri come media. Nell&#8217;ultimo quadrimestre, bisogna contare non tutti i 300 punti base in più a ieri, ma la media della maggiorazione rispetto alle aste di titoli effettivamente svolte. Siamo a circa 200 punti base in più nella media del quadrimestre. L&#8217;effetto di maggior spesa pubblica per interessi è pari a circa 2,7 punti di Pil nel triennio, circa 47 miliardi di euro. Ma poiché non voglio fare il menagramo, e mi auguro che per miracoloso sussulto di responsabilità questo o qualunque altro governo riesca in due settimane a varare tutti i provvedimenti necessari a riportare lo spread dov&#8217;era – non ci credo, ma formulo questo auspicio – allora ecco il conto di ciò che è intanto avvenuto nei 4 mesi alle nostre spalle: cioè un aggravio già determinatosi e certo intanto pari a 1 punto di Pil, pari cioè a circa 15 miliardi in più. Se li dividiamo per tre anni, ecco che l&#8217;intero piano di dismissioni pubbliche – miserello a mio giudizio &#8211; presentato dal governo nella lettera al Consiglio europeo della settimana scorsa è già andato in fumo, mangiato dagli accresciuti interessi.</p>
<p>Viene poi il conto per le banche. I 300 punti di spread vengono integralmente inglobati nel maggior costo a carico delle banche per la provvista di capitale a breve liquida, e su quella obbligazionaria nel mercato all&#8217;ingrosso. L&#8217;aumento del rischio sovrano genera perdite sul portafoglio finanziario, indebolendone i bilanci e aumentandone la rischiosità. Inoltre i titoli pubblici utilizzati dalle banche perdono valore come collaterale per le operazioni pronti contro termine o presso la BCE. In più, diminuiscono le garanzie pubbliche sulle passività bancarie. Infine, l&#8217;abbassamento del rating pubblico determina un abbattimento del rating delle stesse banche. E&#8217; per questo che nei Paesi sin qui più colpiti dalla crisi, Grecia Irlanda e Portogallo, i depositi in conto corrente di famiglie e imprese sono in forte calo, mentre la remunerazione media sui depositi è aumentata dall&#8217;inizio della loro crisi, un anno e mezzo fa, di un punto mezzo percentuale, cosa che per le banche è una ulteriore compressione del margine di intermediazione.</p>
<p>Sommando tutte queste componenti, per le banche italiane direi che siamo nell&#8217;ordine di grandezza tra 4 e 5 punti di Pil nel biennio, cioè tra 60 e 75 miliardi di maggiori oneri e minori utili e dividendi a tutti gli effetti, se i 300 punti di spread dovessero confermarsi nel tempo diciamo per un altro quadrimestre. Intanto, un punto di Pil in più di maggior capitalizzazione è stato appena comminato dall&#8217;EBA, l&#8217;autorità bancaria europea. Tra giugno e settembre sono venuto meno con certezza già 48 miliardi di raccolta complessiva effettuata attraverso certificati di deposito e carta commerciale dagli intermediari bancari nei Paesi avanzati, siamo in presenza di un vero e  proprio inaridimento dei mercati all&#8217;ingrosso, simile a quello post Lehman.</p>
<p>Per finire il conto approssimativo, bisogna stimare infine il costo per i prenditori a cui i maggiori interessi e la restrizione degli impieghi viene naturalmente traslata dalle banche. Cioè sui bilanci delle famiglie, per i mutui e prestiti al consumo,e su quelli delle imprese. E infine ancora aggiungere l&#8217;abbattimento che lo spread esercita sui titolari di redditi immobiliari, visto che più lo spread sale più indici e capitalizzazione della Borsa scendono. Troppo lungo spiegare le metodologie per un calcolo approssimativo. Diciamo che per l&#8217;ultimo quadrimestre c&#8217;è da aggiungere un altro punto di Pil almeno, nell&#8217;anno a venire, e che l&#8217;elasticità è ben superiore all&#8217;unità se la cosa perdura, cioè il punto si raddoppia se dal quadrimestre giungiamo al semestre.</p>
<p>Come si vede, lo spread non riguarda solo le aste pubbliche ma colpisce tutti, e in tempo reale. Se sommiamo gli effetti del solo quadrimestre ultimo per i contribuenti, per le banche e i loro clienti e su chi ha investito in Borsa, siamo già ben oltre i 3 punti pieni di Pil nel 2012, intorno a 50 miliardi di euro. Tutto ciò avviene in un contesto economico complessivo di forte rallentamento delle economie reali. Ieri il centro Studi di Banca Intesa ha stimato che per questo solo effetto reale nei mesi tra giugno e settembre il fatturato delle imprese italiane perde 94 miliardi di euro nel prossimo biennio. E attenti che il conto sale ogni giorno. Ce n&#8217;è abbastanza, per chiedere alla politica un sussulto di responsabilità? E agli italiani per aprire gli occhi, e per un po&#8217; smetterla di dividersi in tribù pensando invece a come evitare di finire ancor più sputtanati e impoveriti ora che siamo alle corde? O no?</p>
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