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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Crisi</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Se la crisi è nella testa – di Antonio Masala</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala</em>.</p>
<p>Una delle caratteristiche della presente ossessione riguardo la crisi economica è la fissazione per i numeri. Intendiamoci, un po’ è logico essere ossessionati dalla crisi, e certamente i numeri sono imprescindibili per capirla e risolverla. Tuttavia concentrarsi solo sugli indicatori numerici, sulle macro analisi, sullo spread e i punti di Pil ci fa correre il rischio di pensare che l’economia si risolva nella finanza, e che i debiti degli stati siano gli unici componenti rilevanti per l’economia. Rischia insomma di farci dimenticare una verità semplice che gli economisti del passato sapevano, ma che oggi molti sembrano aver dimenticato: l’economia reale, la crescita economica, la fanno le persone. E l’essere umano, per definizione, è una creatura che sa reagire e adattarsi alle opportunità come alle difficoltà. Ecco perché non è inutile guardare all’aspetto umano per leggere le cause e le possibili vie d’uscita dalla crisi.</p>
<p><span id="more-11532"></span>Riguardo le cause. Si è parlato tanto degli speculatori, delle banche che immettono titoli “tossici” ecc.</p>
<p>La solita litania sul mercato senza etica e senza regole, e sulla immancabile necessità di introdurre più regole e più etica. Ma cosa c’è davvero dietro la crisi, in termini di attitudine umana? C’è l’avidità degli operatori economici che deve essere “regolamentata”? Il dato storico innegabile è che il processo di regolamentazione dell’economia cresce ininterrottamente da ben oltre un secolo, e le (rare) parentesi liberali sono state soltanto un rallentamento di quella crescita. Questa economia regolamentata ha indotto a credere che, con lo stato al nostro fianco, il sistema non potesse fallire. Così facendo ha deresponsabilizzato un po’ tutti, inducendo ad esempio le banche a immettere titoli spazzatura e prestare soldi a chi non poteva restituirli. Tanto poi la ricchezza si moltiplica e nessuno se ne accorge, o se malauguratamente qualcuno lo comprende interviene lo stato a salvare la situazione. Pur senza voler negare la cattiva fede di alcuni operatori economici non si può altresì negare che uno stato interventista e iper-regolatore alteri la percezione e il calcolo del rischio, che come si sa è la componente (umana) fondamentale nel processo di crescita economica.</p>
<p>Riguardo le vie d’uscita. È evidente che con la crisi economica c’è pessimismo e meno voglia di rischiare e intraprendere, e dunque la crisi esiste nella testa delle persone prima e più che nei dati economici. Tuttavia gli operatori economici, nonostante la crisi, non hanno dimenticato che un prodotto innovativo può avere successo, o che un miglioramento nel processo produttivo può consentire di fornire lo stesso prodotto a un prezzo più basso. Insomma sanno che, anche in tempi di magra, se fanno bene il loro lavoro, in qualche modo le cose si possono sistemare. Non ci sono solo i macro fattori, ma anche le scelte imprevedibili degli uomini. L’essere umano si sa adattare alle difficoltà, e proprio da questa sua capacità di adattarsi possono venire fuori, imprevedibilmente, i benefici collettivi. Se alle persone si dice in modo chiaro che devono pensare da sole a risolvere i loro problemi personali, e se vengono lasciate libere di farlo perché il fardello statale non è troppo pesante, ci sono ottime possibilità che ci riescano.</p>
<p>Ecco perché per superare la crisi bisogna smettere di pensare solo a come aggiustare i numeri e avere invece più fiducia negli uomini, creando le condizioni perché possano uscirne con le proprie gambe. Cosa che si può fare in un modo soltanto: lasciandoli liberi.</p>
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		<title>La crisi (italiana) spiegata 20 mesi fa</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 13:51:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Arrigo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[finanza pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[manovra]]></category>
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		<description><![CDATA[Riordinando vecchi file ho trovato questo articolo, scritto per il Fatto Quotidiano poco più di un anno e mezzo fa (è stato pubblicato nel numero del 31 dicembre 2009 a p. 12). Lo ripropongo integralmente per i lettori di Chicago-blog poichè mi sembra una buona spiegazione del perchè ci troviamo nella situazione attuale. Mi limito ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riordinando vecchi file ho trovato questo articolo, scritto per il Fatto Quotidiano poco più di un anno e mezzo fa (è stato pubblicato nel numero del 31 dicembre 2009 a p. 12). Lo ripropongo integralmente per i lettori di Chicago-blog poichè mi sembra una buona spiegazione del perchè ci troviamo nella situazione attuale. Mi limito ad aggiungere in calce una breve postilla sulle privatizzazioni.<span id="more-9857"></span></p>
<p><strong>LE VIRTU’ APPARENTI DEL BILANCIO IMMOBILE DI TREMONTI </strong></p>
<p>Chi ha ragione nel valutare la finanza pubblica italiana? Il Financial Times che lo scorso 17 novembre (<em>2009</em>) ha classificato il ministro Tremonti al quinto posto tra i migliori ministri economici dei paesi dell’Unione Europea? Oppure la Corte dei Conti, che ha appena contestato al governo il fatto che entrate incerte, attese dall<em>a lotta all’evasione fiscale, sono utilizzate per coprire nuove e certissime voci di spesa</em>? In realtà essi osservano aspetti differenti della nostra finanza pubblica,  caratterizzata da  vizi strutturali ben noti che ora riescono a essere mascherati, grazie alla recessione internazionale, da virtù solo apparenti.</p>
<p>UN MONDO NATURISTA. Come ha fatto Tremonti a scalare la classifica del Financial Times partendo dalla bassissima posizione del 2008, peraltro simile a quella detenuta in precedenza da Padoa Schioppa? Si è limitato a non lasciar peggiorare troppo i saldi di finanza pubblica, in particolare a lasciare che peggiorassero molto meno della gran parte dei paesi dell’Unione e delle altre economie industrializzate. Poiché i paesi solitamente virtuosi nei conti pubblici hanno rapidamente gettato alle ortiche la loro solidità finanziaria per affrontare la crisi, l’Italia, che non lo ha fatto, si è trasformata in un paese relativamente virtuoso. In sostanza, il nostro bilancio pubblico è nudo come prima (anche di più) ma in un mondo rapidamente divenuto naturista nessuno più ci guarda. Se la disattenzione internazionale è positiva e ci dà margini di manovra insperati, genera tuttavia effetti controproducenti se anziché affrontare i problemi strutturali ci persuadiamo che tutto va bene  com’è. L’immobilismo finanziario di Tremonti, in sostanza, può avere successo come tattica ma diviene fallimentare se si trasforma in strategia.</p>
<p>La virtù apparente dei nostri conti pubblici sta tutta nel limitato peggioramento del rapporto tra disavanzo pubblico e Pil. L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche dovrebbe attestarsi, secondo le previsioni ufficiali più recenti, a circa 81 miliardi di euro, corrispondenti al 5,3% del nostro Pil, una percentuale non troppo distante dal 3% di Maastricht che in quest’anno di recessione nessuno osa ricordare. Se dal disavanzo passiamo invece alle altre variabili chiave, il  debito pubblico da una lato (la stratificazione dei disavanzi passati)  e le entrate e la spesa pubblica dall’altra, i problemi strutturali rimangono invariati o aggravati. Il debito complessivo delle amministrazioni pubbliche ha superato in ottobre i 1800 miliardi di euro, ritornando sopra il 117% del Pil con due anni di anticipo rispetto alle previsioni del governo. In soli dodici mesi è cresciuto di quasi l’8%, in cifra assoluta ben 130 miliardi e l’Ocse prevede che nel 2011 supererà il 120% del Pil. E’ esattamente quello che avvenne nel non troppo lontano 1993, anno nel quale cadde anche la prima repubblica e per impedire il fallimento del paese i partiti dell’epoca, falcidiati da tangentopoli, dovettero farsi da parte e lasciare il passo a governi tecnici.</p>
<p>COME NEL 1993. Oggi la situazione politica e quella economica generale sono molto diverse ma la finanza pubblica è ritornata esattamente allo stesso punto, agli stessi problemi, senza più disporre delle soluzioni che quindici anni fa permisero di mettere in sicurezza i conti pubblici. Allora si ricorse alla privatizzazioni delle imprese pubbliche; oggi non vi sono più grandi imprese pubbliche vendibili e in grado di generare proventi consistenti (*). Undici anni fa il nostro paese fu ammesso alla moneta unica europea e incamerò il consistente vantaggio derivante dalla convergenza degli alti tassi d’interesse che gravavano sul debito espresso in lire verso i bassi tassi degli altri paesi europei. Anche in questo caso si tratta di un vantaggio  non ripetibile, anzi i bassi tassi correnti finiranno col risalire, creando nuove tensioni al bilancio.  Bisognerà quindi affrontare il disavanzo pubblico mettendo mano ai problemi strutturali che gravano sulle entrate fiscali da un lato e sulla spesa pubblica dall’altro. La pressione fiscale non è tuttavia ulteriormente incrementabile, per ragioni sia di efficienza allocativa che di equità distributiva, e la compresenza di tartassati e di evasori nel nostro sistema è tale che tutti i proventi ottenibili dai secondi debbono essere integralmente redistribuiti a favore dei primi. Bisognerà quindi mettere mano alla spesa pubblica e alle sue inefficienze ma la spesa non può essere contenuta se non rivedendo completamente ruolo e  dimensioni del settore pubblico. In sostanza per ridurre le tasse ai tartassati bisogna diminuire la spesa pubblica e per diminuire la spesa pubblica è necessario ridurre il perimetro dello stato. Purtroppo solo la politica può farlo e per essa ridurre il perimetro dell’intervento pubblico equivale a ridurre il proprio.</p>
<p>(*) Postilla sulle privatizzazioni: l&#8217;affermazione &#8220;oggi non vi sono più grandi imprese pubbliche vendibili e in grado di generare proventi consistenti&#8221; deve essere letta in raffronto alla situazione del 1993. Ritengo in realtà che massicce politiche di privatizzazione, che non si arrestino di fronte alla perdita del controllo pubblico, siano l&#8217;antidoto migliore alla gravità dei problemi attuali e l&#8217;alternativa più valida ad incrementi ulteriori della pressione fiscale, iniqui e recessivi. Forse quando ho scritto l&#8217;articolo riportato ero ancora convinto che fosse opportuno conservare la proprietà pubblica delle reti, limitando le privatizzazioni ai servizi che delle reti si avvalgono. Sono invece persuaso, ora, che non esistano aziende pubbliche non privatizzabili; infatti persino nei settori a più alta presenza di imprese pubbliche in Europa si trovano casi molto riusciti di privatizzazione: le poste olandesi sono private al 100%, mentre quelle tedesche sono a controllo pubblico ma collocate sul mercato per circa il 70% e quindi contendibili. Entrambe registrano profitti consistenti e si caratterizzano per un’elevata internazionalizzazione e alta qualità dei servizi. Nel settore ferroviario abbiamo la Gran Bretagna in cui tutte le compagnie di trasporto sono private ormai da più di un quindicennio. Vi è in realtà un solo segmento di servizi pubblici in Europa senza alcun caso di gestione privata: le reti ferroviarie. Questo è pertanto l’unico settore nel quale è opportuno sconsigliare la privatizzazione. Per tutte le restanti imprese pubbliche, poste e trasporti ferroviari compresi, privatizzare non è solo possibile ma anche doveroso, vista la situazione drammatica in cui ci troviamo, e non privatizzare in tempo è molto costoso, per i contribuenti e per gli stessi lavoratori. Nel caso di Alitalia, ad esempio, non aver privatizzato ai tempi dell&#8217;accordo con KLM è costato <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/11/14/9-mld-in-9-anni-e-9-mila-occupati-in-meno-piccolo-guinness-della-vecchia-alitalia/" rel="nofollow">9 miliardi in 9 anni e 9.000 occupati in meno</a>.</p>
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		<title>Flamenco sketches &#8211; La strada verso la prosperità: deregolazione, meno stato e più società</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 12:45:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Quaglino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quali sono i problemi economici della Spagna e come risolverli in modo da favorire la crescita? Questi i principali temi del corso “El camino a la prosperidad” del campus FAES, tenutosi a Navacerrada dal 1 al 9 luglio. Secondo Andrei Shleifer, docente di Economia all’università di Harvard, le difficoltà fondamentali sono almeno tre: il primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quali sono i problemi economici della Spagna e come risolverli in modo da favorire la crescita? Questi i principali temi del corso “El camino a la prosperidad” del <a href="http://www.fundacionfaes.org/es/campus_faes_2011" target="_blank">campus FAES</a>, tenutosi a Navacerrada dal 1 al 9 luglio.<span id="more-9563"></span> Secondo <a href="http://www.diariocritico.com/2011/Julio/opinion/rabassa/279124/rabassaprint.html" target="_blank">Andrei Shleifer</a>, docente di Economia all’università di Harvard, le difficoltà fondamentali sono almeno tre: il primo è la necessità di tempi molto lunghi e una gran quantità di denaro per creare un’impresa (la <a href="http://data.worldbank.org/indicator/IC.BUS.EASE.XQ" target="_blank">Banca Mondiale</a> colloca la Spagna al quarantanovesimo posto per la libertà nel fare affari); il secondo è la rigidità del mercato del lavoro, che protegge soprattutto quanti ne sono dentro, a scapito di quanti ne restano esclusi; l’ultimo, infine, è rappresentato dall’elevata disoccupazione giovanile, pari a circa il 45%.  Inoltre, sostiene <a href="http://www.fundacionfaes.org/es/cospedal_en_el_campus_faes_2011" target="_blank">María Dolores de Cospedal</a> (segretaria generale del Partito Popolare e presidente della Comunità di Castilla La Mancha), in Spagna esiste un’amministrazione pubblica che con i suoi lunghi e ramificati tentacoli gestisce quasi il 50% del PIL, innalzando la spesa pubblica.</p>
<p>La possibile soluzione? Ovviamente la libertà economica, soprattutto per facilitare le esportazioni e l’occupazione nei servizi, due settori in cui la Spagna è particolarmente preparata. Shleifer sottolinea come, prima della crisi, in tutto il mondo il libero mercato ha consentito una crescita pari al 40%, non solo nei paesi ricchi, ma soprattutto in quelli emergenti. Al contrario, dove si è scelto di mantenere un elevato livello di regolazione, come in Giappone, la ripresa e lo sviluppo economico sono stati rallentati. Senza una maggiore deregolazione, quindi, non può esserci crescita economica.</p>
<p>Il problema principale, però, è capire se sia effettivamente possibile intraprendere questa strada. Una delle questioni emerse, infatti, è come la crisi economica sia legata a una certa concezione del potere che giustifica una forte presenza pubblica e da cui deriva un concetto sbagliato della politica governativa: la gestione pubblica delle risorse è spiegata dalla diffusa convinzione che né i cittadini né la società avrebbero abbastanza intelligenza e capacità per governare se stessi. Come dice <a href="http://www.fundacionfaes.org/es/pizarro_en_campus_faes_2011" target="_blank">Manuel Pizzarro</a>, presidente della Bakker &amp; Mackenzie in Spagna, questa crisi è quindi interpretabile come un “problema morale, di principi”, le cui conseguenze si manifestano in una gestione delle risorse pubbliche inefficiente, in quanto non era necessario dar conto a nessuno di ciò che veniva fatto. Influenzati da questa ormai radicata convinzione, spesso la liberalizzazione dei servizi sociali viene ostacolata in nome dell’universalità dell’accesso, ignorando come in realtà la liberalizzazione finalizzata a una gestione efficacie delle risorse pubbliche destinate ai servizi sociali non implichi un taglio di tali servizi. Piuttosto, come ben spiega de Cospedal,  “la prima garanzia dei servizi pubblici essenziali è una gestione efficace delle risorse pubbliche”. Non è però semplice riuscire a far comprendere questa differenza in un paese dove, similmente all’Italia, l’ostacolo maggiore è rappresentato dalla radicata e diffusa convinzione che sia lo Stato a dover fornire ogni servizio. Inoltre ci si scontra con un problema istituzionale, legato alla forte regolazione da parte dello stato, indispensabile per giustificarne la sua esistenza. Quale possibile soluzione, Shleifer suggerisce di leggere queste barriere come un’opportunità per rendere il settore più flessibile. È quindi necessario ripensare al ruolo dello stato e dell’amministrazione pubblica, che devono essere resi più competitivi, trasparenti e partecipativi. A tal fine, sono necessarie due riforme: innanzitutto, servono degli<a href="http://kc3.pwc.es/local/es/kc3/publicaciones.nsf/V1/CD849581D393195CC12578A2002892FC/$FILE/Politicas.pdf" target="_blank"> indicatori</a> che dicano cosa stanno facendo e cosa è prioritario fare, soprattutto in un momento di crisi. Le amministrazioni che si doteranno di questi indicatori, saranno quelle davvero credibili. È poi essenziale ripensare al <a href="http://www.civismo.org/publicaciones/expectativas/numeros/05b-repensando-el-estado/" target="_blank">ruolo dello Stato</a>, limitandone la presenza, ossia acquistando i servizi da una pluralità di fornitori e delimitando la portata delle prestazioni personali universali. Questo non significa non garantire servizi sociali universali, ma legarli al diretto pagamento del servizio. In altre parole, la novità consiste nel focalizzarsi non sull’aumento di produttività dello stato – così facendo si continuerebbe a essere sempre legati all’idea che il pubblico sia moralmente più efficiente del privato &#8211; quanto sul restituire la guida dello stato alla società, per facilitarne lo sviluppo. Come sintetizza il <a href="http://www.civismo.org/" target="_blank">think tank Civismo</a>: “meno stato, più società”.</p>
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		<title>W la Grecia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 14:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nicolò ha uno speciale legame con la Grecia. Ha trascorso le sue prime settimane dopo il concepimento fra le isole di Patmos, Lipsi e Rodi. Ovviamente non poteva vederle. Ma ha ancora nelle narici i profumi  forti della macchia mediterranea, conserva la memoria dela frescura che gli arrivava quando la mamma faceva il bagno in acque che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nicolò ha uno speciale legame con la Grecia. Ha trascorso le sue prime settimane dopo il concepimento fra le isole di <a href="http://www.in2greece.com/grecia/patmos.htm" target="_blank">Patmos</a>, <a href="http://www.lipsi-island.com/lipsi-isola-grecia.html" target="_blank">Lipsi </a>e<a href="http://www.rodi.it/"> Rodi</a>. Ovviamente non poteva vederle. Ma ha ancora nelle narici i profumi  forti della macchia mediterranea, conserva la memoria dela frescura che gli arrivava quando la mamma faceva il bagno in acque che lui immaginava cristalline, ricorda la senzasione di ebbrezza che si accompagnava a un acuto odore di anice quando la mamma &#8211; che non sapeva ancora di recarlo in grembo &#8211; sorseggiava l&#8217;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ouzo" target="_blank">ouzo</a>.</p>
<p><span id="more-9303"></span></p>
<p><!--more--></p>
<p>Per questo Nicolò vive le vicende greche con forte partecipazione. E per questo prova a capire quel che succede, e quel che si sta provando a fare perché le cose vadano un po&#8217; meglio o almeno non evolvano verso il peggio. Sarà perché a due mesi di vita non si può capire tutto, ma Nicolò non è affatto convinto di quel che vede.</p>
<p>Non lo convince la stessa architettura dell&#8217;euro. Nicolò sa che quando 70 anni, sul finire della guerra, molti stati si vincolarono negli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods" target="_blank">accordi di Bretton Woods</a> evitarono di serrare i meccanismi fino al punto di darsi una moneta unica; mantennero margini di oscillazione fra le singole monete. Ma nonostante avessero mantenuto un po&#8217; di flessibilità al sistema, si resero ben conto che sarebbe prima o poi qualcuno non sarre stato in grado di tenere il passo; previdero che in questo caso l&#8217;anello debole della catena potesse svalutare la sua moneta; e previdero che  intervenisse il Fondo Monetario Internazionale per finanziare il Paese in difficoltà fin quando non avesse recuperato l&#8217;equilibrio.</p>
<p>Sembra a Nicolò che i costruttori dell&#8217;Euro siano stati molto meno saggi. Hanno serrato i bulloni privando il sistema di ogni gioco. Non hanno previsto che un paese possa non reggere il passo, e hanno escluso che qualcuno si possa chiamare fuori, anche momentaneamente, dalla moneta unica. Soprattutto non hanno previsto nessun meccanismo di aiuto finanziario per il Paese chiamato a riaggiustare la propria economia per riprendere un passo simile a quello dei partners.</p>
<p>Ora Nicolò vede che nella crisi ci si da molto da fare per correggere gli errori. In tutta fretta si mettono insieme istituzioni chiamate a finanziare i paesi che non reggono il passo. Si chiama in aiuto il Fondo Monetario Internazionale, dopo che sdegnosamente si era detto che se ne sarebbe fatto a meno. Ma la crisi non aiuta la lucidità del ragionamento.</p>
<p>Si considerino i finanziamenti europei concessi alla Grecia. Nicolò, che comincia a sbrigarsela un po&#8217; con l&#8217;algebra elementare, sa bene che alla lunga un paese non può sostenere un tasso d&#8217;interesse sul suo debito superiore al tasso di crescita della propria economia. Ma i finanziamenti concessi alla Grecia sono a un tasso molto alto; di gran lunga maggiore di qualunque tasso di crescita che anche a voler essere molto ottimisti è possibile ipotizzare per la Grecia nei prossimi anni. Così, lo capisce anche un bambino, il debito greco, se anche non lo fosse già, diviene insostenibile. I mercati non saranno perfetti, ma non sono neanche stupidi. E se il debito è insostenibile, son sono disponibili a prestare i propri soldi alla Grecia. Ne&#8217; a rinnovare i prestiti già concessi.</p>
<p>A Nicolò, nella sua beata innocenza, sembra che i paesi forti dell&#8217;Europa avevano due alternative: o accettare che la Grecia <a href="http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=9735&amp;level1=2166" target="_blank">ristrutturasse il proprio debito, facendo sostanzialmente default</a>, ovvero, se pensavano che questa scelta fosse per loro stessi, per le loro banche, per la Banca Centrale Europea troppo costosa, accettare di scommettere sulla Grecia, finanziandola a un tasso d&#8217;interesse aleatorio, pari al tasso di crescita che l&#8217;economia greca sarà capace di conseguire nei prossimi anni.</p>
<p>La scelta di finanziare sì la Grecia, ma malvolentieri, con la lesina e a tassi troppo alti sembra a Nicolò &#8211; che ha letto <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/06/15/la-crisi-greca-e-la-responsabilita-franco-tedesca/#more-9298">il post chiarissimo di Oscar Giannino su questo blog</a> &#8211; portatrice di ulteriori disastri futuri.</p>
<p>Ma Nicolò può fare ben poco; solo scegliere un&#8217;isola dove andare a trascorrere le prossime vacanze, e così dare il proprio contributo al risanamento dell&#8217;economia greca.</p>
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		<title>La Libia abbatterà Alitalia?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/03/06/la-libia-abbattera-alitalia/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 09:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[petrolio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il trasporto si ritrova un’altra volta di fronte ad uno shock esterno. La crisi libica e medio orientale in generale, hanno portato ad un’impennata dei prezzi del petrolio, con il brent che è arrivato quasi a 120 euro al barile.
Un tale incremento di prezzo provoca un diretto aumento dei costi. Chiaramente le compagnie aeree sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il trasporto si ritrova un’altra volta di fronte ad uno shock esterno. <a href="http://costruendo.lindro.it/2011/02/23/il-colonnello-affonda-e-l’italia/">La crisi libica </a>e medio orientale in generale, hanno portato ad un’impennata dei prezzi del petrolio, con il brent che è arrivato quasi a 120 euro al barile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tale incremento di prezzo provoca un diretto aumento dei costi. Chiaramente le compagnie aeree sono coperte con le opzioni sui carburanti, ma se tale aumento dovesse protrarsi nel tempo, il settore si ritroverebbe di fronte all’ennesima crisi.</p>
<p><span id="more-8488"></span></p>
<p>Dopo un  2010 ottimo per tutte le compagnie mondiali, con profitti di circa 16  miliardi dollari per la IATA, il 2011 vedrà un calo generalizzato, con  dei benefici pari ad 8,6 miliardi di dollari. Ogni dollaro in più nel  prezzo medio provoca un aumento di costi di quasi 900 milioni di dollari  per i vettori aerei a livello globale.</p>
<p>Questi  costi difficilmente sono scaricabili direttamente alla clientela, poiché  il settore è altamente concorrenziale e ogni qualvolta il prezzo dei  carburanti aumenta, le compagnie vedono esplodere le perdite. È per tale  ragione che la stima IATA rischia di essere fin troppo ottimistica,  tanto che il prezzo del barile è previsto a 96 dollari, un prezzo  inferiore rispetto alle attuali quotazioni. Le previsioni  dell’Associazione delle compagnie vedono inoltre i vettori aerei in  sofferenza, con dei profitti di “solo” 500 milioni di dollari.</p>
<p>Nel  nostro Continente la pressione concorrenziale è sempre maggiore, visto  che ormai Ryanair è diventato il secondo operatore per numero di  passeggeri nel 2010, superando<a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/3/4/IL-CASO-Se-il-caro-petrolio-avvicina-Alitalia-ad-Air-France-/1/154155/"> AirFrance- KLM</a>.</p>
<p>La  compagnia francese ha trasportato 70,5 milioni di passeggeri lo scorso  anno, contro i 71,3 milioni che hanno volato invece con la compagnia  guidata dall’istrionico O’Leary. Un cambio epocale, se si pensa che la  compagnia irlandese, prima della liberalizzazione di 14 anni fa,  trasportava pochi passeggeri solo dall’Irlanda.</p>
<p>La  compagnia low cost ha approfittato dell’apertura del mercato con una  politica tariffaria molto aggressiva ed è diventata la prima vera  compagnia europea, con basi in molti Stati Europei.</p>
<p>Le  compagnie tradizionali hanno risposto con le fusioni e tale processo  continuerà anche in futuro. Lufthansa è diventata leader del mercato  europeo proprio grazie all’incorporazione progressiva di Swiss, Austrian  Airlines e BMI.</p>
<p>L’altra  politica adottata dai vettori full service è stata quella dei tagli. E  proprio quest’ultima azione è stata messa in atto dai vertici di  Alitalia, che hanno previsto una cassa integrazione per circa 600  dipendenti.</p>
<p>La  compagnia italiana guidata da Rocco Sabelli è ancora leader del mercato  italiano con circa il 21 per cento della quota di mercato dei circa 110  milioni di passeggeri che volano nel nostro Paese. Tuttavia la pressione  competitiva delle low cost è sempre maggiore e Ryanair ha registrato  nel 2010 un incremento della propria quota di mercato arrivando a  detenerne il 20 per cento.</p>
<p>Mentre  Ryanair continua a produrre utili per centinaia di milioni di euro, la  compagnia di bandiera, pur ristrutturata, continua a registrare perdite  nette pari a 168 milioni di euro. Il risultato operativo nel 2010 ha  registrato un rosso per 107 milioni di euro e l’azienda si è posta  l’obiettivo di raggiungere il break even point nel 2011.</p>
<p>Il pareggio non è tuttavia facile principalmente per tre motivazioni:</p>
<ul>
<li> L’aumento del prezzo petrolio sopra ai 100 dollari potrebbe avere un  impatto sui costi operativi del 6/7 per cento, pari ad un incremento di  circa 200 milioni di euro. Questi maggiori costi potrebbero essere  compensati da una maggiore domanda e da un aumento dei prezzi dei  biglietti, ma difficilmente sarà cosi.</li>
</ul>
<p>Qui s’innesta infatti il secondo elemento.</p>
<ul>
<li>La pressione competitiva è in continuo aumento in Italia. La crescita  delle low cost non permette di ipotizzare un forte aumento del prezzo  medio del biglietto, se non sulle tratte intercontinentale. Non è un  caso che la compagnia da Rocco Sabelli stia puntando giustamente su  questo segmento, maggiormente remunerativo e chiuso alla concorrenza. In  generale il traffico italiano potrebbe continuare a crescere, ma è  probabile si registri un rallentamento.</li>
</ul>
<ul>
<li>Il terzo punto riguarda la legislazione. Se nel mercato  intercontinentale Alitalia può difendersi con “barriere normative”, lo  stesso ha potuto fare fino ad oggi nel mercato domestico grazie alla  legge 166 del 2008, detta “Salva Alitalia”. Tale norma permette di  chiudere alla concorrenza sui principali aeroporti, ma è temporanea: a  fine anno tale “difesa” scade e Alitalia si ritroverà con una maggiore  concorrenza sul mercato domestico.</li>
</ul>
<p>I prossimi anni non saranno facili per la compagnia di bandiera e se vuole salvarsi, dovrà passare tramite tagli e fusioni.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mirafiori ha segnato un punto di non ritorno nelle relazioni industriali? Di Mario Unnia</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 09:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni industriali]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo dal Prof. Mario Unnia e volentieri pubblichiamo.
Un sondaggio dei Direttori del personale Associati Gidp sull’evoluzione dei  rapporti tra imprese e sindacati nel prossimo biennio, sponsorizzato da Confindustria Energia –Relazioni Industriali (*).

I risultati possono essere così riassunti. Alla domanda “il nostro Paese è uscito dalla crisi?” ha risposto no il 41%, mentre il 55% ritiene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo dal Prof. Mario Unnia e volentieri pubblichiamo.</em></p>
<p>Un sondaggio dei Direttori del personale Associati Gidp sull’evoluzione dei  rapporti tra imprese e sindacati nel prossimo biennio, sponsorizzato da Confindustria Energia –Relazioni Industriali (*).</p>
<p><span id="more-8451"></span></p>
<p>I risultati possono essere così riassunti. Alla domanda “il nostro Paese è uscito dalla crisi?” ha risposto no il 41%, mentre il 55% ritiene che l’Italia abbia superato solo in parte la congiuntura economica negativa. Anche le previsioni sul prossimo biennio non sono rosee poiché i tempi della ripresa, per il 47% del campione, andranno oltre il biennio; per il 38% bisognerà aspettare la fine del 2012 e solo per il 12% ci riusciremo entro l’anno in corso. Il contesto economico ha inasprito i rapporti  di lavoro: per il 54% la situazione non migliorerà nel prossimo biennio, un 20% ritiene che addirittura peggiorerà e un 23% ha, invece, la convinzione che la situazione è destinata a migliorare. Circa il 50% considera che il protrarsi di condizioni economiche critiche abbia effetti negativi sui rapporti di lavoro, mentre per il 34% le conseguenze potranno essere positive e per il 12% circa non sono rilevanti. In tale contesto si torna a dibattere sul ruolo del libero mercato e della funzione che dovrebbe avere lo stato. Secondo il 60%, seppure con riserva della maggioranza dell’opinione pubblica, al mercato nel prossimo biennio sarà riconosciuta una funzione chiave per lo sviluppo. Per circa il 75% del campione inoltre, le imprese si trovano ad operare in un contesto altamente competitivo che favorirà il recupero di prerogative manageriali ed imprenditoriali.</p>
<p>Circa la metà degli intervistati pensa che nel prossimo biennio il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori si ridurrà rispetto all’attuale 30% attestandosi comunque tra il 25% e il 30%. Un 10% valuta che ci siano le condizioni per raggiungere il 35%. Si ritiene poco probabile una unificazione delle 3 maggiori sigle sindacali, CGIL, CISl e UIL, (86%), anche se il 78% valuterebbe come positivi gli effetti della riconciliazione. Scendendo nel dettaglio, per il 67% del campione le contrapposizioni tra CISL e UIL rispetto alla CGIL sono insanabili. Il ruolo antagonista della CGIL si giustifica a causa di: situazione conseguente alla crisi, componenti minoritarie che ostacolano un processo decisionale coerente, presenza attiva tra gli iscritti della componente ex Rifondazione, la CGIL inverte il processo di subordinazione del sindacato al partito.</p>
<p>Il campione si spacca a metà rispetto al quesito “i sindacati autonomi, nel prossimo biennio potranno diventare concorrenti delle sigle storiche?”, così come risulta diviso a metà rispetto all’ipotesi dell’affermarsi di un sindacalismo professionale non legato alla politica, ma rivolto alla difesa di interessi specifici della libera professione. L’alleanza tra Cisl e Uil è dovuta ad una  visione comune della società come non antagonista e conflittuale e alla volontà di superare la Cgil che ha un maggior numero di iscritti. Per quanto riguarda la contrapposizione tra Cisl e Uil rispetto alla Cgil, il 66,8% del campione ritiene che non è destinata a ricomporsi. La Cgil manterrà, in futuro, il suo ruolo antagonista.</p>
<p>L’idea di regolamentare la presenza sindacale per legge potrebbe contribuire a razionalizzare le relazioni sindacali: ne è convinto circa il 70% del campione poiché creerebbe le condizioni per una maggiore semplificazione e chiarezza, e offrirebbe uno spazio di negoziazione solo a chi ha effettivamente una rappresentanza. Secondo il 60% del campione la contrattazione collettiva nazionale è destinata a diventare, nel prossimo biennio, complementare rispetto a quella aziendale e solo per circa il 14% rimarrà dominante. I rapporti tra le federazioni sindacali che tutelano le nuove identità di lavoro cosiddette atipiche e quelle che rappresentano lavoratori inseriti nell’inquadramento di lavoro strutturato evolveranno in modo convergente per il 43%, parallelo per il 37% e divergente per il 15%.</p>
<p>Alla domanda su quali saranno gli argomenti da valorizzare nel rapporto tra azienda e collaboratori, queste le risposte: la condivisione e la realizzazione della responsabilità sociale d’impresa e il rafforzamento del ruolo del management. Inoltre, tra le forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa, si ritiene che la soluzione con maggiori potenzialità sia l’istituzione di forme di partecipazione dei lavoratori agli utili.</p>
<p>E’ stato chiesto quali potrebbero essere le politiche da attuare in azienda nell’ottica del miglioramento delle condizioni di lavoro pur in un contesto economico che rimane critico. Si registra la quasi l’unanimità dei consensi sull’ipotesi di sviluppare una previdenza complementare, insieme all’assistenza sanitaria integrativa. Da potenziare anche gli asili nido consorziati tra imprese e le mense interne ai luoghi di lavoro. Inoltre, il 90% dei rispondenti ritiene prioritario il passaggio dal sostegno del reddito per la disoccupazione al supporto e orientamento per politiche attive di ricerca di nuova occupazione o ricollocazione. Il campione degli intervistati dimostra di approvare eventuali politiche migliorative di sostegno all’occupazione.</p>
<p>Flessibilità in entrata, ma anche e soprattutto in uscita. Sono queste le parole chiave della futura evoluzione del mercato del lavoro, con eventuali forme alternative all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ipotizzate da oltre l’80% dei rispondenti, convinti che questo possa notevolmente semplificare la vita ai giovani in attesa di occupazione. Accoglienza positiva anche delle ipotesi di incentivazione per la stipula di contratti a tempo indeterminato.</p>
<p><em>di Mario Unnia</em></p>
<p>(*) Il campione d’indagine</p>
<p>Hanno risposto 151 direttori del personale: oltre il 50% opera in aziende multinazionali e solo il 29% opera in aziende a conduzione familiare. Oltre la metà del campione opera in contesti con più di 500 dipendenti; per il 21% i dipendenti sono compresi tra 250 e 499 e per un altro 20% sono compresi tra 50 e 249. Il settore di attività è per il 26% l’industria meccanica ed elettronica, per il 10,60% l’industria chimica e farmaceutica, per l’8,60% il terziario innovativo e i servizi alle imprese, quasi l’8% è rappresentato dal commercio. La parte restante è suddivisa nei settori credito, energia, turismo, alimentare, abbigliamento,telecomunicazioni, editoria, trasporti e assicurazioni.</p>
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		<title>Un programma per crescere, uomini pericolosi cercansi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Dec 2010 19:17:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è da augurarsi che il fine settimana abbia portato consiglio su Mirafiori. Non è in gioco solo la presenza in Italia della Fiat e del suo indotto. La politica ha la testa altrove, nella conta dei fedeli e dei traditori. Ma è l&#8217;intera manifattura italiana da una parte, e dall&#8217;altra la PA e i servizi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è da augurarsi che il fine settimana abbia portato consiglio su Mirafiori. Non è in gioco solo la presenza in Italia della Fiat e del suo indotto. La politica ha la testa altrove, nella conta dei fedeli e dei traditori. Ma è l&#8217;intera manifattura italiana da una parte, e dall&#8217;altra la PA e i servizi, che avrebbero bisogno di una nuova cornice fatta da misure atte ad alzare stabilmente la produttività, e a dare insieme più reddito disponibile ai lavoratori dipendenti, minori esternalità negative a tutti in termini di inflazione, gap infrastrutturale e e sovraccosto energetico. Sogni? No. Servono uomini pericolosi, per realizzarlo. Pericolosi e irriducibili, rispetto alla stantia rassegnazione che domina il dibattito pubblico,  al fuoco statalista che rianima illusioni pericolose. Forse è il caso di ripassare alcuni dati.<span id="more-7782"></span></p>
<p>Nel 2007 precrisi, la manifattura garantiva il 25% del totale del valore aggiunto delle attività di mercato in Italia – se escludiamo l&#8217;immobiliare e relative locazioni – occupando un quinto della manodopera nazionale, 5 milioni di persone. In Italia la manifattura è declinata meno che in altri Paesi avanzati. Nella crisi abbiamo scoperto che è un bene, perché oltre il 70% della reklativa e insufficiente crescita a breve del Paese viene di lì, e dall&#8217;export industriale. Per questo l&#8217;Italia è rimasta quinta potenza industriale al mondo, con il 3,9% della produzione planetaria. Insieme alla Germania – l&#8217;unica a crescere &#8211; siamo l&#8217;unico Paese avanzato che ha mantenuto nella crisi una quota di mercato pari al 4,8% del valore del commercio mondiale. E se consideriamo il prodotto industriale procapite, dopo la Germania al mondo continuiamo a venire noi, prima della Cina, USA e del Giappone. Nel 2008 la bilancia commerciale dell&#8217;export manifatturiero è stata positiva per 63 miliardi di euro, e anche nel terribile 2009 lo è rimasta per 47. Tutto ciò è avvenuto perché dopo le violente ristrutturazioni seguite all&#8217;ingresso nell&#8217;euro e al venir meno delle svalutazioni monetarie, all&#8217;ingresso della Cina nel WTO, all&#8217;indebolimento della domanda interna figlia delle manovre di contenimento della finanza pubblica, la manifattura italiana ha risposto con innovazioni di prodotto e processo, organizzative e gestionali, commerciali e di marketing, grazie alle quali ha preso a esportare ormai per il 60% in settori come le macchine industriali, la metallurgia e i prodotti chimici, mentre l&#8217;export tradizionale legato a tessile, moda, scarpe, mobili etc vale solo più il 15%.</p>
<p>Se le imprese manifatturiere con sedi produttive proprie all&#8217;estero in almeno due altri Paesi oltre l&#8217;Italia sono salite a circa 15 mila, con circa 200mila imprese italiane nel proprio indotto e catene di fornitura, ad aver fatto outsorcing all&#8217;estero per una parte almeno del proprio prodotto sono passate dal 12,5% del totale nazionale nel 200o a un considerevolissimo 25% nel 2009.</p>
<p>Ma questo processo incontra pesanti ostacoli “di sistema”. La produttività, se tralasciamo quella del settore delle costruzioni, è scesa dello 0,75 annuo in media dal 2000 al 2003, per poi tornare a crescere dell&#8217;1,3% annuo dal 2003 al 2007, quando è esplosa la crisi. Restiamo al 78° posto nella graduatoria del business environment della Banca Mondiale, per le difficoltà nell&#8217;esecuzione dei contratti, le tasse pesantissime, l&#8217;invasività delle norme regolatorie e amministrative.</p>
<p>Tra il 2000 e il 2007, il costo del lavoro unitario nel manifatturiero italiano è cresciuto del 19,6%, mentre è sceso del 5,7% in Francia, dell&#8217;8% negli USA, del 9,7% in Germania. Oltre alla bassa produttività si sono aggiunti rincari del costo del lavoro indipendenti dai profitti delle imprese, e il risultato è stata la perdita di 27 punti di competitività sulla Francia, 30 sugli Usa e 32 sulla Germania. Nel 2007 l&#8217;EBIT manifatturiero italiano era al più basso livello dal 1980, il 3%. I bassi profitti medi hanno abbassato gli investimenti: dalla media dell&#8217;1,7% di aumento annuale negli anni Ottanta, all&#8217;1,2% nei Novanta, allo 0,6% tra 2000 e 200 .</p>
<p>Questo scenario è insostenibile. Spiega in larga parte perché in termini di reddito procapite gli italiani siano scesi da 103 nel 2001 – fatta 100 la media dell&#8217;eurozona – a 93 nel 2009. Un calo drastico a cui ha dato una potente mano lo stallo di produttività dei servizi e della PA, entrambi in larghissima misura esclusi dall&#8217;effetto benifico della concorrenza sui e dai mercati esteri.</p>
<p>Per la manifattura italiana basse tasse, PA meno ostile, giustizia più efficiente, sono necessari nel breve per continuare a inseguire la rapidissima trasformazione mondiale in atto. Fino agli anni 80, il 60% del Pil planetario veniva dai Paesi di vecchia industrializzazione, e il 40% da quelli emergenti.</p>
<p>Ora solo il 30% della crescita mondiale viene dai paesi sviluppati, il 70% da Cina ed emergenti. Per il FMI, la crescita media annua del 4,5% di Pil mondiale prevista per il prossimo lustro continuerà stabilmente a venire per iol 3,3% dagli emergenti, per l1.2% dai vecchi industrializzati. Al 2030, ai ritmi attuali, l&#8217;Asia peserà per il 53% del Pil mondiale, il Nordamerica il 20%, l&#8217;Europa solo il 13%. Oggi, la popolazione con reddito procapite superiore ai 30 mila dollari l&#8217;anno è di circa un miliardo di individui, per l&#8217;80% nei paesi sviluppati. Di qui a 20 anni, il loro numero salirà di almeno 600 milioni, dei quali 470 nei Paesi emergenti, 200 milioni nella sola Cina e 70 milioni in India. Saranno consumatori diversi da quelli che conosciamo. Bisogna prepararsi sin da adesso. Più giovani di quelli a cui siamo abituati, Nati “digitali”. E con molte più donne a decidere.</p>
<p>Perché la manifattura italiana possa farcela, sbaglia in pieno chi crede che la concorrenza sia con le paghe e i diritti cinesi.</p>
<p>Il punto è di concentrarsi su tecnologie avanzate, pervasive e cross cutting: materiali avanzati, nanotecnologie, micro e nano elettronica, biotecnologie, fotonica. Conta aver a sostegno finanza, internazionalizzazione, classe dimensionale: condizioni che da noi difettano.</p>
<p>Concentrarsi su queste svolte a breve e di sistema per la manifattura. A fianco, avviare un programma di lungo periodo per produttività e concorrenza nella PA – da cedere in vasti pezzi al mercato, con relativi dipendenti – e servizi. Di questo e nient&#8217;altro, dovrebbe essere fatta, la priorità politica del Paese nell&#8217;eurocrisi che incombe.</p>
<p>Cercasi politici che ne mastichino, e che abbiano ambizione e carisma per girare pagina.</p>
<p>Sogni? No. Non tutti gli uomini sognano nello stesso modo. C&#8217;è chi sogna la notte, e al risveglio si deprime perché si arrende a una realtà che fa apparire vane le immagini notturne. E c&#8217;è chi sogna di giorno ed è pericoloso, perché può darsi che reciti i suoi sogni ad occhi aperti per attuarli. L&#8217;impossibilità è parola che si trova solo nel vocabolario dei rassegnati. Noi, non ci rassegnamo.</p>
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		<title>Poche tasse, molte entrate. Perché l’Irlanda non vuole alzare le imposte sulle imprese</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 20:03:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[commercio mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Alle prese con gravi problemi di bilancio conseguenti alla decisione davvero improvvida di salvare le proprie banche e quindi costretta ad affrontare un deficit fuori controllo (superiore al 30% del pil), l’Irlanda sta studiando in vari modi come ridisegnare la propria economia. Ci saranno tagli alle spese e, soprattutto, vi sarà un massiccio aiuto dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alle prese con gravi problemi di bilancio conseguenti alla decisione davvero improvvida di salvare le proprie banche e quindi costretta ad affrontare un deficit fuori controllo (superiore al 30% del pil), l’Irlanda sta studiando in vari modi come ridisegnare la propria economia. Ci saranno tagli alle spese e, soprattutto, vi sarà un massiccio aiuto dal resto d’Europa. Non è sorprendente che in questa situazione si inviti l’Irlanda a modificare le proprie regole in materia fiscale, in particolare accrescendo il prelievo sulle imprese, che oggi è tra i più modesti d’Europa, dato che è solo al 12,5%.</p>
<p>Da questo orecchio, però, gli irlandesi sembrano non sentirci, per ragioni che <a href="http://www.irefeurope.org/content/imp%C3%B4t-sur-les-soci%C3%A9t%C3%A9s-c%E2%80%99est-l%E2%80%99etat-irlandais-qui-encaisse-le-plus">un recente intervento di Nicolas Lecaussin dell’Iref (Institut de Recherches économiques et fiscales) ha illustrato molto bene</a>.<span id="more-7689"></span></p>
<p>L’Irlanda è infatti il Paese europeo che ottiene le entrate fiscali maggiori. Può sembrar strano che aliquote limitate producano grandi attivi, ma è così. In questo caso non si tratta in primo luogo di portare la mente alla &#8220;curva di Laffer&#8221; (che evidenzia come la tassazione, oltre un certo livello, deprima la produzione e quindi finisca per comprimere anche le entrate tributarie), quanto invece di aver ben presente che siamo ormai in un’economia largamente basata sulla concorrenza tra sistemi fiscali, legali e regolamentari. E poiché molte attività hanno una forte propensione a spostarsi, è normale che si trasferiscano dove il prelievo è più modesto.</p>
<p>In questo senso, i dati sono eloquenti. Con un’aliquota del 12,5% l’Irlanda riesce a introitare il 3,9% del pil, mentre la Francia ottiene solo il 3% (nonostante una tassazione al 34,4%), la Germania il 2,1% (con una tassazione al 29,8%) e la vecchia Europa “a 15” il 3,4% (con una tassazione media del 23,2%). Senza questa limitata tassazione, l&#8217;Irlanda non avrebbe mai conosciuto lo straordinario sviluppo che ha avuto negli ultimi trent&#8217;anni.</p>
<p>Il boom della Tigre celtica è stato figlio in larga misura, infatti, proprio della lungimirante decisione di abbassare le imposte, i contributi sociali, la regolamentazione. E se ora a Dublino la situazione è divenuta drammatica, questo si deve al fatto che le banche irlandesi – come quelle americane – si sono lanciate in operazioni irragionevoli (dando soldi a chi non era in grado di restituirli) e poi alla &#8220;generosità&#8221; con il ceto politico è corso in loro aiuto.</p>
<p>Ora anche i Paesi europei hanno messo mano al portafoglio, per togliere l&#8217;Irlanda dai guai, ma l’hanno fatto anche al fine di premere sul governo dell&#8217;isola affinché cambia la sua fiscalità. Gli &#8220;inferni fiscali&#8221; del continente – Germania, Francia, Italia ecc. – non sono disposti a sopportare la concorrenza delle economia a limitata pressione fiscale, ma i dati sulle entrate e l’esigenza di guardare al futuro sembrano indurre gli irlandesi a non modificare il loro sistema tributario. Speriamo sappiano resistere a lusinghe e minacce.</p>
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		<title>Per fermare le lancette dell&#8217;orologio, tagliamo la spesa. di Vito Tanzi</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 07:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[potere politico]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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		<description><![CDATA[Il “debt clock” dell’Istituto Bruno Leoni, che vede l’orologio muoversi in avanti al ritmo di 2700 e rotti euro al secondo, mi ha fatto ricordare quello che dicevano sul debito pubblico alcuni grandi pensatori del passato. Ne voglio citare solo due.

Nell’anno 43 A.C. Cicerone diceva:
Il bilancio nazionale deve essere mantenuto in equilibrio. Il debito pubblico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il “<a href="http://www.chicago-blog.it/2010/11/01/la-vera-bussola-lorologio-del-terrore-debito-pubblico/" target="_blank">debt clock</a>” dell’Istituto Bruno Leoni, che vede l’orologio muoversi in avanti al ritmo di 2700 e rotti euro al secondo, mi ha fatto ricordare quello che dicevano sul debito pubblico alcuni grandi pensatori del passato. Ne voglio citare solo due.</p>
<p><span id="more-7544"></span></p>
<p>Nell’anno 43 A.C. Cicerone diceva:</p>
<blockquote><p>Il bilancio nazionale deve essere mantenuto in equilibrio. Il debito pubblico deve essere ridotto, e l’arroganza dei politici deve essere controllata (…) Il popolo deve di nuovo imparare a lavorare, invece di vivere con l’assistenza pubblica.</p></blockquote>
<p>David Hume il grande filosofo e storico scozzese del 18mo secolo scrisse:</p>
<blockquote><p>È una grande tentazione per un ministro usare i prestiti pubblici che gli  permettono di fare bella figura senza imporre il peso delle tasse sulle spalle dei cittadini…L’abitudine di contrarre debiti sarà inevitabilmente abusata (…) Le conseguenze (…) saranno due: o la nazione distruggerà il debito, o il debito distruggerà la nazione.</p></blockquote>
<p>Ci sono molti esempi nella storia del mondo in cui il debito ha distrutto nazioni.</p>
<p>Mezzo secolo fa, la spesa pubblica in Italia, così come in altri Paesi, era circa la metà del livello attuale. Nel 2008 la spesa primaria, cioè la spesa pubblica al netto del pagamento di  interessi sul debito pubblico, era il 43,6 per cento del PIL. In quell’anno in Australia era il 30,4 per cento; nella Svizzera era il 31,0 per cento; in Giappone era il 33,5 per cento;in Canada e negli Stati Uniti era il 36,1 per cento. Nella spendacciona Norvegia, la spesa primaria era il 38,5 per cento del PIL (dati del FMI).</p>
<p>Tutti questi altri Paesi hanno una qualità della vita e servizi pubblici tra i migliori nel mondo, e migliori che in Italia. Generalmente si trovano ai primi posti, per qualità della  vita, nelle classifiche internazionali &#8211; per esempio nella classifica pubblicata dal <em>Human Development Report</em> delle Nazioni Unite. Ridurre la spesa primaria italiana al livello di quella norvegese, la più alta tra i Paesi menzionati, farebbe aumentare il superavit primario italiano (cioè al netto di interessi) di più del cinque percento del PIL, abbastanza da far marciare indietro il <em>debt clock</em>. Riducendo la spesa primaria al livello di quella svizzera, aumenterebbe il superavit primario al dieci per cento del PIL, abbastanza da far impazzire il  “Clock” nella corsa all’indietro, eliminando il debito pubblico italiano in pochi anni.</p>
<p>Oltre agli ostacoli politici nella riduzione della spesa che sono ovvi, sarebbe  davvero così dannoso  portare la spesa pubblica primaria italiana (quella al netto degli interessi sul debito pubblico) al livello di quella norvegese? È vero che la riduzione della spesa ridurrebbe la qualità della vita in Italia? Forse la diminuirebbe fino a raggiungere quella dei Norvegesi o degli Svizzeri? Magari!</p>
<p><em>Vito Tanzi è fra i più noti economisti italiani. È stato direttore del Dipartimento di Finanza Pubblica del FMI, e consulente della Banca Mondiale, delle Nazioni Unite. Fra il 2001 e il 2003, è stato Sottosegretario all’Economia e alla Finanza. Ha scritto diversi libri, fra cui (con Ludger Schuknecht) </em><a href="http://www.fupress.com/scheda.asp?idv=1382" target="_blank">La spesa pubblica nel XX secolo. Una prospettiva globale</a><em> (Firenze University Press 2007).</em></p>
<p><em>Per l’Istituto Bruno Leoni Vito Tanzi ha pubblicato:<br />
“Il ruolo dello Stato e della spesa pubblica nell’epoca della globalizzazione”, Occasional Paper n. 25 (25 gennaio 2006) [<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/OP/25_Tanzi.pdf" target="_blank">PDF</a>]<br />
“Stato assistenziale e performance economiche. Il caso dei Paesi scandinavi” (con Ludger Schuknecht), Occasional Paper n. 31 (28 aprile 2006) [<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/OP/31_Tanzi.pdf" target="_blank">PDF</a>]<br />
“Politica fiscale. Quando teoria e realtà si scontrano”, Occasional Paper n. 33 (7 agosto 2006) [<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/OP/33_Tanzi.pdf" target="_blank">PDF</a>]</em><em><br />
“Strade convergenti. La politica fiscale in Italia e negli Stati Uniti”, IBL Focus n. 147 (14 novembre 2009), disponiible qui [<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_147_Tanzi.pdf" target="_blank">PDF</a>].</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Che culo, c&#8217;è la recessione</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/10/13/che-culo-ce-la-recessione/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Oct 2010 12:55:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[20-20-20]]></category>
		<category><![CDATA[austria]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[recessione]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia è uno dei tre paesi dell&#8217;Ue15 &#8211; assieme ad Austria e Danimarca &#8211; che devono rimboccarsi le maniche per raggiungere l&#8217;obiettivo di riduzione delle loro emissioni. Per il resto, l&#8217;Unione europea brinda oggi alla luce del più recente rapporto dell&#8217;Agenzia europea per l&#8217;ambiente. Infatti, Kyoto è vicino, anzi,
large drop in emissions seen in 2008 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia è uno dei tre paesi dell&#8217;Ue15 &#8211; assieme ad Austria e Danimarca &#8211; che devono rimboccarsi le maniche per raggiungere l&#8217;obiettivo di riduzione delle loro emissioni. Per il resto, l&#8217;Unione europea brinda oggi alla luce del <a href="http://www.eea.europa.eu/pressroom/newsreleases/deep-emission-cuts-give-the">più recente rapporto</a> dell&#8217;Agenzia europea per l&#8217;ambiente. Infatti, Kyoto è vicino, anzi,</p>
<blockquote><p>large drop in emissions seen in 2008 and 2009 gives EU-15 a head start to reach and even overachieve its 8 % reduction target under the Kyoto Protocol.</p></blockquote>
<p>Infatti, l&#8217;Ue ha potuto contare sul sostegno di un grande alleato: la recessione.</p>
<p><span id="more-7277"></span>Questa ambiguità non è nuova a Bruxelles. A maggio, quando la commissaria per il clima, Connie Hedegaard, tentò di alzare l&#8217;asticella spostando l&#8217;obiettivo di riduzione per il 2020 al 30 per cento,le organizzazioni industriali del vecchio continente andarono su tutte le furie perché la bozza di comunicazione predisposta dalla Commissione di fatto accreditava l&#8217;idea che il calo osservato l&#8217;anno scorso, e dovuto al crollo della produzione industriale, fosse in qualche modo un vantaggio. Scrisse all&#8217;epoca la Confindustria tedesca, in un documento interno:</p>
<blockquote><p>La minore crescita economica non dovrebbe essere celebrata come uno strumento per la protezione del clima.</p></blockquote>
<p>(<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-05-28/estremisti-clima-vedono-crisi-083300.shtml?uuid=AY8FustB">Qui</a> un commento sull&#8217;episodio). Adesso lo stesso atteggiamento pauperista e anti-crescita ritorna, alla grande, per bocca dell&#8217;Agenzia europea dell&#8217;ambiente, la quale nota, non senza una certa soddisfazione, che l&#8217;obiettivo di Kyoto (-8 per cento nel 2012) è terribilmente vicino, &#8220;grazie&#8221; alla sostanziale riduzione osservata nel 2008-2009. Nel 2009, in particolare, l&#8217;Ue27 ha visto ridursi il suo Pil del 4,2 per cento, e le emissioni del 6,9 per cento. Il nesso tra queste due variazioni è talmente stretto, evidente e chiaro che neppure la stessa Eea riesce a tacerlo, anche se lo confina all&#8217;ultimo punto nei suoi <em>key findings</em> (ritenendolo forse meno importante dell&#8217;auto-incensamento per il grandioso risultato raggiunto). La quale addirittura si spinge a sottolineare che la recessione ha contato meno, nel determinare questa tendenza, rispetto all&#8217;effetto delle politiche di contenimento delle emissioni. Infatti,</p>
<blockquote><p>Return to economic growth could temporarily level off or even reverse the decline in emissions, but the declining trend is expected to continue.</p></blockquote>
<p>Non mi è chiaro in base a cosa si possa sostenere una simile tesi. Non c&#8217;è comunicato dell&#8217;Agenzia degli ultimi dieci anni che non abbia riconosciuto che le due variabili fondamentali dietro l&#8217;andamento delle emissioni sono il tempo (inverno freddo emissioni alte, e viceversa) e la performance economica (crescita sostenuta emissioni alte, e viceversa). In questo senso, trovo abbastanza sconcertante che, se da un lato si magnificano i risultati raggiunti, dall&#8217;altro non si esprima la più piccola preoccupazione per il modo in cui, in larga parte, sono stati ottenuti. Elogiare la recessione (o anche solo accettarla come un fatto) è un approccio due volte autolesionista. Anzitutto perché, se nell&#8217;immediato essa può effettivamente contribuire a ridurre le emissioni, nel lungo termine un impoverimento generalizzato riduce la capacità di investimento dei paesi europei sia in innovazione, sia nelle mitiche fonti rinnovabili (basta guardarsi in giro per vedere ovunque il tentativo di abbassare gli incentivi, e senza incentivi bye bye green economy). La recessione fa pure emergere il lato più distorsivo degli incentivi: schermando la remuneratività delle fonti verdi dagli alti e bassi del mercato (e questo è vero in particolare per le tariffe <em>feed-in</em>) essi tendono a scaricare il calo della domanda unicamente sulle produzioni convenzionali, spingendo così i prezzi effettivi per i consumatori e i costi di generazione per il sistema verso l&#8217;alto, in una spirale pro-ciclica di cui l&#8217;economia non ha certo bisogno.</p>
<p>Il sostanziale fallimento delle <em>politiche</em> climatiche è pure evidente dalla figura chiave, che si trova a p.32 del rapporto linkato sopra. La figura è la seguente (cliccare per ingrandire).</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/10/scenarios.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7279" title="scenarios" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2010/10/scenarios-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a>Il grafico di sinistra mostra lo scenario base; quello di destra illustra invece lo scenario di riferimento nel caso tutte le speranze (aka &#8220;scenario libro dei sogni&#8221; o &#8220;promessa elettorale&#8221;). In entrambi i casi, due aspetti sono evidenti: 1) sotto una ragionevole ipotesi di crescita economica, buona parte della riduzione delle emissioni nel 2009 è destinata a essere riassorbita (al contrario di quanto scritto nel comunicato stampa); 2) la maggior parte delle presunte riduzioni sono attese nei settori &#8220;non Ets&#8221;, cioè quelli che non sono soggetti al mercato dei fumi. Un aspetto interessante: nei settori Ets lo shock della crisi verrà riassorbito solo in minima parte, segno che l&#8217;effetto della recessione sulle produzioni ad alta intensità di energia rischia di essere permanente. In questo, le politiche europee possono effettivamente giocare un ruolo: rendendo strutturale un impatto che, almeno in parte, era solo congiunturale. In altre parole, la crisi è stata una sorta di <em>trigger</em>, spingendo le imprese a delocalizzare sia per fronteggiare il calo della domanda, sia per prevenire il potenziale ulteriore aumento dei costi energetici o della confusione amministrativa, o di entrambi, dovuta alle nuove politiche europee, tanto più che lo scenario internazionale lascia intuire un acuirsi dell&#8217;asimmetria tra l&#8217;Ue, virtuosa e fessa, e il resto del mondo. In breve, la bontà della recessione non viene solo riconosciuta nelle parole dei funzionari europei: la recessione viene consapevolmente (e colpevolmente) integrata tra le politiche climatiche del Vecchio Continente.</p>
<p>Qualche elemento di curiosità desta, poi, il club dei cattivi: di cui fa parte, come sempre, l&#8217;Italia (le cui virtù un giorno emergeranno ché, almeno per l&#8217;elettrico, abbiamo il parco di generazione più pulito d&#8217;Europa), ma anche, a sorpresa, due paesi simbolo delle politiche verdi: Austria e Danimarca. Che è successo? In Austria, molto semplicemente, la sensibilità ambientale si è tradotta più nella meticolosa cura del territorio, che nella lotta alla crescita economica. Anzi: una crescita rapida e sostenuta ha allontanato il paese dagli obiettivi di Kyoto, costringendolo ad acquistare una montagna di crediti sul mercato europeo (e, dal punto di vista degli austriaci, grazie a Dio che costavano poco). Dell&#8217;Italia sappiamo tutto: il punto più importante è che ci siamo trovati in una situazione simile a quella austriaca (seppure senza essere particolarmente corti di permessi) ma per ragioni molto diverse; cioè, non per la crescita alta e prolungata (che non c&#8217;è stata) ma perché siamo stati penalizzati dalla scelta del 1990 come anno di riferimento. L&#8217;Italia è un paese, sotto il profilo delle emissioni, che era virtuoso prima di Kyoto e che dunque è svantaggiato dal modo in cui i meccanismi sono stati implementati. E la Danimarca? Il paese dei <em>green jobs</em> e del <em>wind power</em>? Probabilmente, Copenhagen ha fallito perché aveva assunto un obiettivo irrealistico (-21 per cento, mentre attualmente si trova a -9,2 per cento). Questo suggerisce che <em>ad impossibilia nemo tenetur </em>dovrebbe essere un principio scolpito nella roccia. Tra l&#8217;altro, la Danimarca sta già pagando un pesante tributo alla sua fama di paese verde, come abbiamo spiegato <a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/WP/WP-Green_Jobs-May2010.pdf">qui</a> e come viene più nel dettaglio approfondito <a href="http://www.cepos.dk/fileadmin/user_upload/Arkiv/PDF/Wind_energy_-_the_case_of_Denmark.pdf">qui</a>.</p>
<p>In conclusione, ancora una volta l&#8217;Europa dimostra, nel modo in cui affronta le sue politiche ambientali, tutto il suo strabismo. Fissare obiettivi costosi e sostanzialmente privi di benefici ambientali, intonare il mantra dei loro presunti benefici economici pur sapendo che essi sono inesistenti, e usare tutto ciò come un surrogato della ricerca identitaria è il modo peggiore di affrontare un problema che di per sé può essere serio. Ma arrivare al punto da considerare la recessione una benedizione divina è la prova provata che a Bruxelles si è completamente perso interesse per qualunque considerazione di efficacia ed efficienza.</p>
<p>(Il post gemello si trova <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/11/10/che-figata-la-recessione/">qui</a>).</p>
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