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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Concorrenza</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Le liberalizzazioni: assicurazioni e facile propaganda – di Paolo Marigliani</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/26/le-liberalizzazioni-assicurazioni-e-facile-propaganda-di-paolo-marigliani/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:40:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Paolo Marigliani.
Sono agente di assicurazioni dal 1971 ed ho 60 anni.
Monomandatario per il ramo danni, quindi anche Rc auto, inizialmente per obbligo e ,successivamente, per scelta (non ho un portafoglio tale da potere sostenere 2 mandati).
Mi risparmio i commenti sulla prima proposta del governo, che prevedeva l&#8217;obbligo dei due mandati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Paolo Marigliani</em>.</p>
<p>Sono agente di assicurazioni dal 1971 ed ho 60 anni.</p>
<p>Monomandatario per il ramo danni, quindi anche Rc auto, inizialmente per obbligo e ,successivamente, per scelta (non ho un portafoglio tale da potere sostenere 2 mandati).</p>
<p><span id="more-11447"></span>Mi risparmio i commenti sulla prima proposta del governo, che prevedeva l&#8217;obbligo dei due mandati (il che sarebbe significato la chiusura della mia agenzia) ma non posso esimermi da commentare negativamente <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/01/21/decreto-liberalizzazioni-le-assicurazioni-chiuse-in-una-scatola-nera/" target="_blank">quanto indicato nel decreto liberalizzazioni</a> e, più precisamente:</p>
<p>(1) <em>L&#8217;obbligo di presentare ulteriori tre preventivi di altre compagnie ed illustrarne le garanzie</em>.</p>
<p>Questo vorrebbe dire che dovrei scaricarmi dal sito delle singole compagnie i preventivi e le condizioni contrattuali, studiarle e poi illustrarle al cliente; ma questo lo può già fare il cliente stesso per cui non riesco a comprenderne l&#8217;utilità reale. Tra l&#8217;altro tutti sappiamo che le tariffe indicate nei siti delle compagnie, praticamente, non vengono mai applicate in quanto esiste il montesconti di agenzia e la stariffazione in base alla strategia commerciale delle singole compagnie.</p>
<p>Inoltre non capisco come potranno soddisfare tale obbligo (inutile) le compagnie telefoniche e quelle internet.</p>
<p>Rammento che siamo l&#8217;unica attività che INDICA AL CLIENTE quali sono le provvigioni sulla polizza.</p>
<p>(2) <em>Obbligo per le Banche</em></p>
<p>Qui sorge qualche sospetto sui rapporti tra l&#8217;esecutivo ed il sistema bancario in quanto l&#8217;UNICO provvedimento corretto da emettere era che le Banche non potessero più obbligare il cliente a sottoscrivere la polizza incendio-scoppio e la polizza vita: non devono neanche proporle perché non sono agenti di assicurazione.</p>
<p>Mi sembra che l&#8217;esecutivo sia intervenuto su molti temi ma, mi chiedo, quando comincerà a toccare la casta delle 8.000 (ottomila) società pubbliche/partecipate con i 40.000 (quarantamila) membri dei consigli di amministrazione che non hanno alcuna attività operativa ma che drenano una quantità enorme di denaro pubblico; quando determineranno che gli stipendi dei dipendenti di queste società (in particolare quelli dei funzionari-dirigenti) dovranno essere pari a quanto percepito dai pari ruolo nei contratti del settore privato?<br />
Probabilmente non lo faranno mai in quanto siamo un popolo che ad ogni trasmissione di «Striscia la notizia» vede opere pubbliche in abbandono e non si indigna.</p>
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		<title>Decreto Liberalizzazioni: serve un governo &#8220;politico&#8221;?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/24/decreto-liberalizzazioni-serve-un-governo-politico/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 10:42:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
Pochi dubbi che, per chi nel mercato ci crede davvero, queste liberalizzazioni sono un debole palliativo. A essere onesti tuttavia ci si deve anche chiedere cosa era lecito aspettarsi da un governo come questo. Al di là della cultura economica (notoriamente incline ad esaltare il ruolo delle “buone regolamentazioni” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala</em>.</p>
<p>Pochi dubbi che, per chi nel mercato ci crede davvero, queste liberalizzazioni sono un debole palliativo. A essere onesti tuttavia ci si deve anche chiedere cosa era lecito aspettarsi da un governo come questo. Al di là della cultura economica (notoriamente incline ad esaltare il ruolo delle “buone regolamentazioni” statali) dei suoi principali esponenti, non si deve dimenticare che si tratta di un governo che non è nato da un consenso popolare a favore di grandi cambiamenti liberali, ma che esiste e opera solo perché la “crisi” ce lo impone.</p>
<p><span id="more-11428"></span>Allora la domanda è se un tale governo può davvero fare delle riforme liberali profonde che, se ben fatte, rivoluzionerebbero l’intera economia, e non solo.</p>
<p>L’unico esempio certo che abbiamo, almeno per quanto riguarda l’Europa occidentale, di una rivoluzione di tale portata è quello dei governi della Thatcher. Governi eminentemente politici, che in virtù della loro maggioranza parlamentare conquistata nelle urne affrontarono, in un arco temporale di undici anni e mezzo, non uno sciopero dei tassisti, ma delle vere e proprie rivolte, brutali, lunghe, violente. E le seppero affrontare perché potevano a ragione sostenere che ad arrestare quelle riforme, a modificarle, poteva essere solo la volontà popolare e non degli scioperi.</p>
<p>Il governo Monti riforme di quella portata probabilmente non le vuole, ma se anche le volesse non avrebbe il diritto di farle. Davanti a queste “riformette” possiamo pensarla in maniera diversa.  Si può sperare che le piccole liberalizzazioni diano buoni risultati e che i politici, con l’intenzione di un guadagno in termini di voti, ci promettano di migliorarle in futuro. Si può temere che riforme siffatte non producano buoni risultati, ma solo tante minoranze organizzate di scontenti, e che l’averle fatte, per quanto in maniera così soft, consenta alla politica di lavarsi le mani riguardo future riforme davvero incisive. La tentazione di credere che la seconda delle ipotesi sia molto verosimile non ci deve far desistere dal tentativo di inchiodare i politici (più che il governo Monti) rispetto alla necessità, come dice Mingardi, di “non mollare la presa” su quelle riforme. Ricordandoci però che esse possono essere attuate solo da un’autentica volontà politica, e non per via di (più o meno) fantomatiche costrizioni esterne. Certo guardando alla nostra “classe politica” un po’ di sconforto viene…</p>
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		<title>Decreto liberalizzazioni: Quale spinta per l&#8217;economia dall&#8217;aggiunta di 5000 farmacie? – di Fabrizio Gianfrate</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:45:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Fabrizio Gianfrate.
Come si realizza il risparmio per il cittadino e su quale classe di farmaci, aumentando di 5000 unità il numero delle farmacie? Non certo su quelli a carico del Ssn, avendo questi i prezzi fissati per legge dallo Stato e quindi devono restano gli stessi. Costituiscono la metà del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Fabrizio Gianfrate</em>.</p>
<p>Come si realizza il risparmio per il cittadino e su quale classe di farmaci, aumentando di 5000 unità il numero delle farmacie? Non certo su quelli a carico del Ssn, avendo questi i prezzi fissati per legge dallo Stato e quindi devono restano gli stessi. Costituiscono la metà del mercato della farmacia.</p>
<p><span id="more-11367"></span>Il cittadino risparmia su quelli a pagamento diretto? Ma già meta di questi, gli OTC, quelli senza obbligo di ricetta e che sono il 10% circa del mercato dei farmaci, sono stati liberalizzati anni fa in supermercati e parafarmacie, con un effetto di riduzione di prezzi mediamente del 10% . Se da 22000 punti vendita (18000 farmacie, 3500 parafarmacie e 400 corner nei supermercati) si passa a 27000 si può difficilmente sperare in ulteriori ribassi, dato che il numero dei punti vendita é già capillare e copre ampiamente la domanda sul territorio, ma soprattutto perché la nuova farmacia delle 5000 previste, come impresa neocostituita dal farmacista neolaureato difficilmente avrà la forza economica e commerciale con i fornitori e le capacità di realizzare economie di scala superiori a Coop e Auchan tali da praticare prezzi piú bassi di loro o della farmacia economicamente solida e consolidata.</p>
<p>Quale dovrebbe essere allora la spinta alla crescita dell&#8217;economia nazionale (cresci Italia) dall&#8217;apertura delle nuove 5000 farmacie? Magari aumentando i punti vendita si allarga il mercato di quei farmaci? Ma allora si fanno spendere di piú i cittadini per comprare farmaci anche quando non gli servono. Non mi pare il modo piú sano per spingere l&#8217;economia. Fortunatamente non sarà cosí perché compriamo quei farmaci quando ne abbiamo uno specifico bisogno, infatti il loro mercato e piatto da anni.</p>
<p>Quindi a mercato piatto e prezzi che non scenderanno ulteriormente per i motivi appena esposti, si ridistribuirà tra 27000 quanto finora avveniva tra 22000.</p>
<p>Quei 22000 avranno quindi di meno. In particolare le 18000 farmacie avranno di meno rispetto a prima. Molte di esse dovranno quindi tagliare i costi, a decremento del servizio (uno o piú farmacisti collaboratori in meno, ecc) compensando in negativo l&#8217;eventuale nuova occupazione delle nuove 5000, dato il mercato piatto. Forse qualcuna, in paesi piccoli o località disagiate, montane o simili, dovrà persino chiudere, interrompendo quindi il servizio di dispensazione anche e soprattutto dei farmaci del Ssn. Insomma un mero effetto re distributivo di un mercato piatto, con pure il rischio di deteriorare il servizio al cittadino/paziente.</p>
<p>Va ricordato, circa il conto economico della farmacia, che negli ultimi tre anni con l&#8217;aumentare rilevante del numero di ricette e la riduzione del valore medio unitario delle stesse, i costi sono cresciuti e i ricavi diminuiti.</p>
<p>E poi non va dimenticato che le farmacie sono esercizi per le quali e assai difficile evadere le tasse: metà dei loro incassi sono per i farmaci pagati dal Ssn quindi é impossibile. Per l&#8217;altra metà ognuno di noi può scaricarsi lo scontrino dalla dichiarazione dei redditi, una delle pochissime detrazioni possibili a tutti e non solo ai lavoratori autonomi.</p>
<p>Ultimo appunto: si criticano le farmacie perché vendono anche generi di largo consumo &#8220;sanitario&#8221;, integratori, pantofole, cosmetici, saponi, ecc. venduti in supermercati, profumerie, e altri esercizi. Ovvero si critica con la mano destra la liberalizzazione della vendita mentre con la sinistra si scrive il decreto sulle liberalizzazioni. A dir poco buffo.</p>
<p>Insomma, concludendo, si comprende poco, dato l&#8217;obiettivo di far crescere l&#8217;economia, come sia possibile contribuire a farlo aumentando il numero delle farmacie.</p>
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		<title>Decreto liberalizzazioni: la fragilità del diritto di iniziativa economica</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Sileoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel nuovo decreto Monti ci sono due articoli degni di nota che vanno letti in combinato disposto.
Il primo è l’articolo di apertura del decreto stesso, il quale, come varie volte si era tentato invano di codificare, rende più cogente il diritto all’iniziativa economica privata sancito dall’art. 41 Cost. L’articolo abroga infatti le norme che pongono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel nuovo decreto Monti ci sono due articoli degni di nota che vanno letti in combinato disposto.</p>
<p>Il primo è l’articolo di apertura del decreto stesso, il quale, come varie volte si era tentato invano di codificare, rende più cogente il diritto all’iniziativa economica privata sancito dall’art. 41 Cost. L’articolo abroga infatti le norme che pongono limiti, programmi e controlli all’iniziativa economica privata incompatibili o irragionevoli o non proporzionati rispetto alle esigenze di tutela dei valori costituzionali, incidendo sulla libertà e sulla parità di trattamento tra operatori presenti e futuri. Ciò non si tradurrà in una totale libertà di attività economica, ma conferirà ad essa – se l’articolo sarà correttamente rispettato – un senso più pieno e coerente con l’art. 41 Cost., rendendo possibili i soli limiti compatibili e proporzionali alle esigenze di tutela di altri valori costituzionali, come, ad esempio, salute e sicurezza. Via, dunque, autorizzazioni, licenze o nulla osta all’avvio di un’attività che non superino il test di proporzionalità e ragionevolezza, così come divieti e restrizioni ad attività già iniziate che impongono la programmazione o la pianificazione territoriale o temporale di determinate categorie di attività economica, o ancora le norme che impediscono, condizionano o ritardano l’ingresso di nuovi operatori economici.</p>
<p><span id="more-11365"></span>Laddove rimarranno i limiti, l’articolo dispone che essi siano interpretati restrittivamente, presupponendo che le attività economiche debbano essere libere “secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e futuri”.</p>
<p>Infine, si prevede che tanto più gli ordinamenti territoriali si adegueranno a queste nuove regole tanto più saranno considerate “virtuosi” ai fini del rispetto del patto di stabilità interno.</p>
<p>Pochi articoli sotto, al fine di arginare la tendenza delle autonomie territoriali ad irrigidire l’iniziativa economica privata, il decreto prevede che lo Stato debba verificare che le regioni e le amministrazioni locali svolgano un’operazione di ricognizione della loro normativa contrastante con la tutela della concorrenza, e – secondo il meccanismo del potere sostitutivo – precetti le amministrazioni territoriali nelle quali vigono ancora limiti illegittimi e irragionevoli a rimuoverli entro un termine espresso.</p>
<p>Questa specificazione della facoltà governativa di sostituirsi agli enti territoriali inadempienti è particolarmente significativa se si pensa che, in effetti, l’impulso alla liberalizzazione in alcuni settori di competenza regionale, come il commercio, è stato ostacolato proprio dalla periferia, attraverso il ripristino di limiti o l’interpretazione restrittiva degli ambiti concorrenziali stabiliti dalla normativa nazionale.</p>
<p>Di entrambi gli articoli non può non apprezzarsi uno sforzo duplice e complementare: segnare dapprima un globale e significativo cambiamento di prospettiva del diritto alla libertà di impresa, e affiancare in un secondo momento due strumenti operativi che immunizzino da un possibile (anzi talora probabile, data l’esperienza pregressa) riflusso programmatorio a livello territoriale.</p>
<p>Tuttavia, e per certi versi inevitabilmente, tali articoli recano con sé elementi di debolezza.</p>
<p>Innanzitutto, quella che viene definita dal testo come liberalizzazione e semplificazione delle attività economiche non si applica ad alcuni settori cruciali: trasporto di persone e cose su autoveicoli non di linea, servizi finanziari e di comunicazione e attività sottoposte alla regolazione delle autorità indipendenti.</p>
<p>Al di là di queste esclusioni, in buona parte prevedibili, sono due i segni di fragilità del combinato disposto.</p>
<p>L’esercizio del potere sostitutivo dello Stato è una facoltà riconosciuta dalla Costituzione, dopo la riforma del 2001. L’uso di tale facoltà, ancora incerto ed esitante, è rimesso sostanzialmente ad una scelta di discrezionalità politica del governo. Nel presente caso, ad esempio, la legge prevede che presso la presidenza del consiglio dei ministri sia istituito, senza costi ulteriori, un apposito ufficio che, naturalmente, ha solo la facoltà e non anche un obbligo di sollecitare l’adozione del potere sostitutivo del governo. Si tratta quindi di una soluzione cogente sulla carta, ma tutta da costruire e di cui verificare l’efficacia. Probabilmente, meglio di così la norma non poteva essere scritta, e anzi una riflessione su di essa porta a riconsiderare criticamente la positività di un assetto decentrato, in mancanza di una chiara allocazione delle responsabilità.</p>
<p>In secondo luogo, il tentativo di ribaltare il senso della libertà di iniziativa economica privata, rendendo illegittime le norme che contraddicono lo spirito di fondo secondo cui è consentito tutto ciò che agevolmente può svolgersi senza recare danno a interessi unitari della convivenza sociale o a legittime pretese altrui, rischierà di essere annacquato dalla possibilità per il governo di approvare, entro la fine di quest’anno, dei regolamenti con cui esplicitare le attività per le quali permarrà l’atto preventivo di assenso dell’amministrazione o comunque non si applicherà, in tutto o in parte, la nova norma. Di fronte a una simile prospettiva di arretramento, il parere che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato deve rendere sugli schemi del regolamento appare, per la natura stessa dell’atto, poco incisivo e deterrente.</p>
<p>La lettura combinata di questi due articoli, in conclusione, apre di certo uno spiraglio per una nuova nozione giuridica della libertà di intrapresa economica, ma sopporta il rischio che esso venga agevolmente e rapidamente chiuso.</p>
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		<title>Decreto liberalizzazioni: La riforma delle professioni: il ballo sulla mattonella</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:15:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Boccalatte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La montagna ha partorito un topolino? Sì, e per giunta un topolino gracile. In estrema sintesi, e con un’espressione un po’ colorita, è questa la valutazione che si può offrire sulle norme in materia di servizi professionali contenute nel decreto sulle liberalizzazioni.
Tre sono i punti su cui il testo governativo vuole intervenire: le tariffe professionali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La montagna ha partorito un topolino? Sì, e per giunta un topolino gracile. In estrema sintesi, e con un’espressione un po’ colorita, è questa la valutazione che si può offrire sulle norme in materia di servizi professionali contenute nel decreto sulle liberalizzazioni.</p>
<p>Tre sono i punti su cui il testo governativo vuole intervenire: le tariffe professionali, il preventivo e il tirocinio.</p>
<p><span id="more-11363"></span>a) tariffe professionali. Ecco, in questo caso si tratta veramente di una “riforma” irritante, perché costituisce la mera riformulazione dell’esistente. E’ bene sapere, infatti, che, a partire dal 2006, ogni professionista poteva derogare ai minimi stabiliti dalle proprie tariffe professionali, ma sempre e comunque nei limiti di cui all’articolo 2233 del codice civile. E tale articolo recita che: “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. Quindi non esiste una libertà assoluta nella determinazione del compenso del professionista: volendo, gli Ordini possono eccepire che quanto liberamente pattuito non sia “adeguato” all’importanza della prestazione professionale svolta e non sia decoroso, irrogando, conseguentemente, le opportune sanzioni disciplinari nei confronti del professionista “scorretto”.</p>
<p>Il decreto sulle liberalizzazioni declama l’abolizione delle tariffe (tranne che in caso di liquidazione da parte dei giudici, il che è corretto), ma stabilisce che “in ogni caso la misura del compenso ……. deve essere dell’importanza dell’opera”. E quindi? Quindi si è legittimati a ritenere che non sia cambiato assolutamente nulla! Certo, non si menziona più il “decoro” della professione, ma un compenso reputato inadeguato all’importanza dell’opera sarà automaticamente da considerarsi “indecoroso”: un bel valzer di parole, ma ci si continua a dimenare sulla stessa mattonella, senza fare un passo in avanti;</p>
<p>b) preventivo. Visto che questo sarebbe un decreto sulle liberalizzazioni, una norma che introduce un ulteriore obbligo a carico del professionista sembra proprio assurda. Si impone, infatti, l’obbligo di rilasciare un preventivo scritto al cliente, a pena di commettere un illecito professionale: il professionista deve rendere edotto il cliente della complessità del servizio, degli oneri ipotizzabili e della polizza assicurativa. La misura del compenso, peraltro, va pattuita in modo omnicomprensivo, ma non si capisce esattamente cosa ciò significhi. Si deve indicare anche l’IVA e la cassa previdenza? Si deve determinare “a corpo” e non “a misura”, come si suol dire? Chi vivrà vedrà, nella speranza che il Parlamento spazzi via questa disposizione durante l’iter della conversione in legge del decreto.</p>
<p>Si tratta, infatti, di una norma repressiva, che limita fortemente la libertà di contrattazione tra professionista e cliente; si tratta di una norma che muove sempre dal presupposto che il professionista sia sempre la “parte forte” del rapporto contrattuale, il che è profondamente inaccettabile, e che voglia costantemente abusare del fiducia del cliente;</p>
<p>c) tirocinio. Viene ridotto a diciotto mesi: i primi sei mesi potranno svolgersi in università, ma solo a seguito di apposite convenzioni con gli ordini professionali. La riduzione del periodo di tirocinio/praticantato è positiva, ma l’attesa di apposite convenzioni per poter svolgerne sei mesi in università durante il corso di laurea riduce di molto la portata innovatrice della norma. Nella sua versione originaria, circolata alcuni giorni fa, infatti le università avrebbero potuto liberamente determinare se permettere lo svolgimento del tirocinio e le sue concrete modalità: ciò avrebbe potuto favorire una sorta di concorrenza tra università, che, invece, la formulazione attuale preclude completamente.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Decreto liberalizzazioni: I nuovi poteri dell’antitrust: un freno al socialismo municipale?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/01/22/decreto-liberalizzazioni-i-nuovi-poteri-dellantitrust-un-freno-al-socialismo-municipale/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 09:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Boccalatte</dc:creator>
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		<category><![CDATA[governo Monti]]></category>

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		<description><![CDATA[È difficile esprimere un parere favorevole su una norma che attribuisce un potere di controllo ad un ente pubblico, specie se al Governo. Però questa volta qualcosa di buono c’è.
Si tratta del nuovo potere che l’articolo 4 della bozza del decreto sulle liberalizzazioni attribuisce al Governo in ordine alla rimozione delle disposizioni contrastanti con “la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È difficile esprimere un parere favorevole su una norma che attribuisce un potere di controllo ad un ente pubblico, specie se al Governo. Però questa volta qualcosa di buono c’è.</p>
<p><span id="more-11358"></span>Si tratta del nuovo potere che l’articolo 4 della bozza del decreto sulle liberalizzazioni attribuisce al Governo in ordine alla rimozione delle disposizioni contrastanti con “la tutela o la promozione della concorrenza”. Per far comprendere la situazione: è prassi invalsa nelle amministrazioni locali di ogni grado la redazione di norme subordinate (regolamenti, bandi…) che interpretano la legge in modo da limitare la concorrenza; il soggetto privato che subisce un danno dal’esistenza di queste forme di regolamentazione non ha altre soluzioni se non quella di intraprendere un costoso procedimento giudiziario (normalmente) davanti al TAR.</p>
<p>In forza dell’art. 4, invece, il Governo acquista il compito specifico di controllare la normativa regionale e locale, e, qualora ravvisi ostacoli alla concorrenza, di esercitare il potere sostitutivo, cioè il potere di rimuovere d’imperio tali ostacoli, ovviamente dopo aver dato all’ente interessato il tempo necessario per procedere autonomamente.</p>
<p>C’è qualcosa di buono, come s’è detto, in questa norma, che forse può porre un argine al dilagato e dilagante socialismo municipale. C’è anche, però, una perplessità: il Governo è un organo centrale della Repubblica e certamente non un organismo indipendente. Sarebbe stato forse più appropriato attribuire sostanzialmente tale potere all’Antitrust, relegando il Governo al mero ruolo di adozione formale di decisioni in realtà assunte dall’Autorità: così si sarebbe rispettato l’articolo 120 della Costituzione, che individua nel Governo l’unico soggetto che può esercitare il potere sostitutivo, valorizzando le capacità tecniche e l’autonomia di un soggetto “terzo” quale l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.</p>
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		<title>Decreto liberalizzazioni: Il tribunale per le imprese: nulla di nuovo, nulla di utile</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 09:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Boccalatte</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[decreto legge]]></category>
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		<description><![CDATA[Manipolare e modificare la procedura applicabile ai processi in materia di diritto societario è diventato praticamente l’hobby dei nostri legislatori: siccome la memoria è sempre troppo corta, giova proporre un breve riassunto.
Nel 2003, il Governo Berlusconi II approvava un decreto legislativo recante un’intera procedura parallela applicabile in tutti i procedimenti in materia societaria: ovviamente si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Manipolare e modificare la procedura applicabile ai processi in materia di diritto societario è diventato praticamente l’hobby dei nostri legislatori: siccome la memoria è sempre troppo corta, giova proporre un breve riassunto.</p>
<p>Nel 2003, il Governo Berlusconi II approvava un decreto legislativo recante un’intera procedura parallela applicabile in tutti i procedimenti in materia societaria: ovviamente si moltiplicavano i problemi inerenti il regime transitorio, nonché tutte le questioni pratiche relative all’applicazione di un rito effettivamente innovativo. Per sicurezza, nel febbraio 2004 il medesimo governo modificava e integrava tale decreto legislativo sul “rito societario”, e, per non farci mancare nessuna emozione, un’altra quota di modifiche veniva aggiunta con un successivo decreto legislativo del dicembre del 2004.</p>
<p><span id="more-11356"></span>Ma il “nuovo rito” proprio non attecchiva, non ce la faceva: nel giugno 2009 il Governo Berlusconi V abrogava questa procedura parallela, integralmente. Tutta spazzata via. In soli sei anni di travagliata esistenza. Sei anni.</p>
<p>Lascio immaginare i notevoli benefici recati al valore della certezza del diritto da questa successione di leggi nel tempo, lascio immaginare le gradevoli sensazioni comunicate agli imprenditori stranieri che vogliano effettuare investimenti in Italia.</p>
<p>Adesso ci pensano i professori.</p>
<p>Nella bozza di decreto Monti sulle liberalizzazioni (articolo 2) viene introdotta una norma che sposta in capo alle sezioni specializzate di alcuni tribunali maggiori la competenza su svariate controversie (comprese quelle relative a forniture e appalti pubblici sopra la soglia di rilevanza comunitaria) inerenti la vita delle società per azioni e in accomandita per azioni, nonché per quanto riguarda le class actions. Si tratta di alcuni tribunali maggiori che, a partire dal 2003, sono stati incaricati di risolvere le controversie in materia di proprietà industriale ed intellettuale: in questi otto anni di vita hanno dato effettivamente buona prova di sé, soprattutto per quanto riguarda la tempistica di definizione delle cause. Ciò è ovviamente accaduto perché le controversie sulla proprietà industriale ed intellettuale non sono poi tantissime, e sono ben delineate con limitati problemi di intreccio di competenze.</p>
<p>Adesso queste sezioni ad hoc di questi tribunali <em>ad hoc</em> saranno inondate di nuove cause (peraltro ragionevolmente molto complesse) e v’è da pensare che accadrà come per le sezioni di lavoro durante gli anni Settanta: veloce ingolfamento, scomparsa di ogni vantaggio nel giro di pochissimi anni.</p>
<p>Non ci stancheremo mai di ripetere come nel diritto sostanziale sia essenziale ripristinare il soggetto unico di diritto, e come nella procedura sia necessario ripristinare un rito unico, senza deroghe, anche se si tratta di deroghe aventi ad oggetto la sola competenza territoriale.</p>
<p>No, così non si aggrediscono i problemi della giustizia civile: si fa il gioco delle tre carte.</p>
<p>Ah, intendiamoci: quatto quatto, ben nascosto, non manca anche l’aumento dell’imposizione fiscale. Il contributo unificato (cioè la tassa che bisogna pagare per iniziare un processo) per le cause in materia societaria oggetto della riforma viene simpaticamente quadruplicato. Avete capito bene: quadruplicato<br />
Per non farci mancare niente, ovviamente, e fino alla prossima abrogazione. Gli investitori stranieri sapranno gradire la modifica.</p>
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		<title>Liberalizzazione dei taxi. La torta e la mano invisibile del pasticcere</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 18:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Reali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Su Forbes, qualche giorno fa, è stato pubblicato un articolo in cui è stato tradotto un estratto dal Corriere della Sera che riportava, in relazione a una recente segnalazione dell&#8217;Antitrust a governo e parlamento, la proposta dell&#8217;Istituto Bruno Leoni di liberalizzazione del trasporto taxi.La proposta, già depositata in parlamento nel 2006, è stata ripresentata lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su Forbes, qualche giorno fa, è stato pubblicato un <a href="http://www.forbes.com/sites/stephensmith/2012/01/07/italys-austerity-plan-spurs-transport-deregulation/" target="_blank">articolo</a> in cui è stato tradotto un estratto dal Corriere della Sera che riportava, in relazione a una recente segnalazione dell&#8217;Antitrust a governo e parlamento, la <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/23/liberalizzazione-taxi-la-proposta-ibl-in-parlamento/" target="_blank">proposta dell&#8217;Istituto Bruno Leoni</a> di liberalizzazione del trasporto taxi.<span id="more-11203"></span>La proposta, già depositata in parlamento nel 2006, è stata ripresentata lo scorso 21 dicembre dal deputato Gianni Vernetti (API) e si basa sull&#8217;aumento delle licenze in circolazione e sulla concessione di una nuova licenza gratuita ai tassisti già operanti nel mercato: un creativo e razionale compromesso tra la necessità e la giustizia incontrovertibile di aprire il mercato alla concorrenza e l&#8217;interesse altrettanto legittimo dei tassisti di continuare a gestire la loro licenza come un capitale.</p>
<p>Intanto, nel dibattito pubblico è stata posta la questione del “perché andare a disturbare i poveri tassisti, quando i settori da liberalizzare che contano di più sono altri come energia, ferrovie, poste, ecc.?”</p>
<p>Ma una cosa non esclude l&#8217;altra (e il decreto annunciato dal governo dovrebbe fare altrettanto) e se è vero che la liberalizzazione di alcuni settori strategici avrebbe un impatto più significativo, da ciò non segue che sia allora da rimandare o evitare quella del servizio taxi. E non è nemmeno vero che sarebbe un danno per i tassisti.</p>
<p>Dai commenti postati all&#8217;articolo comparso su Forbes si può risalire ad alcune differenze in termini di regolamentazione dei <em>taxicabs</em> negli Stati Uniti e sembrerebbe che alcune città americane, quanto a <em>deregulation</em> e quindi a prezzi e qualità del servizio di trasporto taxi, se la passino molto meglio di altre. È il caso, per esempio, di Phoenix, Arizona, dove la liberalizzazione ha portato a un apprezzabile calo dei prezzi, a un incremento dell&#8217;efficienza del servizio e, con qualche aggiustamento introdotto dall&#8217;amministrazione locale, anche alla garanzia della sicurezza. È una “open entry city” per i tassisti, i quali differenziano l&#8217;offerta del loro servizio per conto di agenzie o gestendone loro stessi una.</p>
<p>A New York, invece, la resistenza della categoria è così forte che nonostante le tariffe inaccessibili per molti abitanti e  le risapute inefficienze in diverse zone della città, a danno specialmente dei ceti più poveri e dei disabili, ci sono circa 1100 licenze in meno in circolazione dal 1937 e in ottobre 2011 il prezzo di una <em>medallion</em> (la licenza dei tassisti neworkesi) è arrivato a 1 milione di dollari, una “pura posizione di rendita” secondo gli economisti americani.</p>
<p>La letteratura &#8211; che non è solo quantitativamente, ma qualitativamente (poiché in prevalenza economica) a favore della liberalizzazione &#8211; fornisce studi teorici ed empirici che dimostrano che la concorrenza creata dall&#8217;apertura del mercato:</p>
<ol>
<li>abbassa le tariffe;</li>
<li>eleva la qualità del servizio (decoro, affidabilità, sicurezza, onestà);</li>
<li>crea nuove nicchie di mercato più su misura per clienti con esigenze particolari, come i disabili;</li>
<li>come conseguenza di 1, 2, 3 aumenta la domanda.</li>
</ol>
<p>L&#8217;analisi di particolari casi, inoltre, mostra come sia falso che la liberalizzazione sia la causa di fenomeni di fallimento di mercato e sovrabbondanza &#8211; che è pur vero che in alcuni casi si sono verificati &#8211; e dimostra che il mercato trae beneficio non da “se” ma da “come” avviene la liberalizzazione.</p>
<p>Ritornando al caso italiano, il “Parlamentino” dei tassisti, che riunisce 19 sigle fra sindacati e cooperative del settore, ha indetto lo sciopero nazionale per il 23 gennaio.</p>
<p>È stato deciso di adottare una posizione di resistenza forzata e un atteggiamento acritico rifiutandosi di valutare come si procede a liberalizzare. Eppure, proprio la qualità della liberalizzazione proposta dall’Istituto Bruno Leoni creerebbe delle condizioni vantaggiose sia per i tassisti già sul mercato, sia per i consumatori.</p>
<p>Ricevere una seconda licenza, come viene proposto, per i tassisti che già ne possiedono una non solo sarebbe la compensazione della perdita di valore della prima licenza, ma aprirebbe anche alla possibilità di gestire la seconda come un capitale da investire: vendendolo oppure affittandolo, aumentando quindi il volume d’affari e, per i più propensi alla libera intrapresa, anche l’imprenditorialità della propria attività.</p>
<p>La preoccupazione principale può essere riassunta in una considerazione fatta da un tassista che, intervistato da Ballarò, si è espresso affermando che “la torta è sempre quella” e quindi dividerla ulteriormente non può che svantaggiare l&#8217;attuale categoria tassinara.</p>
<p>Ma se di torta si parla, allora il tassista sbaglia a considerarla come rappresentativa della scarsità di lavoro per i tassisti. Le risorse scarse – stabilite in numero fisso – sono le licenze, quindi i taxi, non i clienti. Al contrario, all’aumentare del numero dei taxi i prezzi scendono e aumentano anche i consumatori, che significa nuove fette di mercato, nuove fette di torta.</p>
<p>Dunque, la liberalizzazione non produrrebbe danni ma nuove opportunità: nuovi clienti per i tassisti,  nuove possibilità di lavoro per i newcomers, servizio più efficiente e tariffe più basse per i consumatori, crescita economica nell’interesse collettivo grazie a un irrimandabile aumento di libertà economica (oggi L&#8217;Heritage Foundation ci ha informato che l&#8217;Italia è scesa al 92° dell&#8217;<a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=11100" target="_blank"><em>Index of Economic Freedom 2012</em></a>).</p>
<p>Se, però, si inizia a dire che si sta andando “contro” i tassisti, che sono il “capro espiatorio delle liberalizzazioni” e che non fa la differenza come la farebbe intervenire su altri monopoli più importanti, si rischia il solito immobilismo del “prima quello, no prima quell’altro e ci sarebbe quell’altro ancora…”, si finisce allora che non si va da nessuna parte: è il caso di dirlo se si pensa a quando si attende un taxi in una giornata di pioggia o in altri casi frequenti di asimmetrie tra domanda e offerta.</p>
<p>A proposito, anche l&#8217;economia comportamentale fornisce argomenti a favore della liberalizzazione dei taxi. È stato condotto uno studio proprio sul comportamento economico dei tassisti di New York, che spiega perché nei giorni di maggiore domanda ci sia sistematicamente meno offerta di taxi. È stato osservato che i tassisti tendono a stabilire per ogni giornata un obiettivo di guadagno, raggiunto il quale terminano il servizio. Così capita che lavorano meno ore proprio nei giorni di maggior richiesta quando, infatti, riescono in meno tempo a raggiungere il loro obiettivo di guadagno quotidiano. Se si considera il calcolo economico, i tassisti dovrebbero calibrare lavoro e tempo libero in modo tale da lavorare di più quando il tasso di salario è più alto e consumare più tempo libero quando quest&#8217;ultimo “costa meno”, cioè quando il salario a cui si rinuncia è più basso, ma è risultato che avviene regolarmente il contrario.</p>
<p>La risposta dell&#8217;economia cognitiva è che gli individui, diversi dall&#8217;<em>homo economicus</em>, tendono a considerare la disutilità di una perdita maggiore dell&#8217;utilità di una vincita delle stesse dimensioni; è la Prospect Theory che è valsa a Daniel Kahneman, insieme a Vernon Smith, il Nobel per l&#8217;economia e per la quale il fallimento nel raggiungere l&#8217;obiettivo di guadagno della giornata è percepito da tassisti come una perdita da evitare lavorando più a lungo; mentre il superamento dell&#8217;obiettivo è percepito come una vincita, ottenuta la quale i tassisti sono meno incentivati a continuare il servizio.</p>
<p>La risposta della politica economica dovrebbe invece essere liberalizzare, perché la mano invisibile di Adam Smith del libero mercato, diversamente, non smette mai di lavorare.</p>
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		<title>Manovra Monti: la liberalizzazione dei trasporti è cosa buona e giusta</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 09:43:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[authority]]></category>
		<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[regolamentazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La manovra è davvero “lacrime e sangue”, visto l’impatto pesante delle nuove tasse. In questo aumento generalizzato di accise, bolli e scudi vi è tuttavia una novità importante e che va nella giusta direzione: la liberalizzazione del settore dei trasporti e la connessa creazione dell’Autorità dei trasporti.
Questa Authority era attesa da diversi anni e nessun [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La manovra è davvero “lacrime e sangue”, visto l’impatto pesante delle nuove tasse. In questo aumento generalizzato di accise, bolli e scudi vi è tuttavia una novità importante e che va nella giusta direzione: la liberalizzazione del settore dei trasporti e la connessa creazione dell’Autorità dei trasporti.</p>
<p>Questa Authority era attesa da diversi anni e nessun Governo, né di centro-destra né di centro-sinistra era riuscito a superare le resistenze interne dei diversi partiti.<span id="more-10831"></span></p>
<p>L’Autorità dei trasporti è un passo in avanti e nei prossimi sei mesi dovrebbe essere già attiva all’interno di una delle autorità esistenti, senza quindi costi aggiuntivi. Questa nuova Authority va di pari passo con il giusto taglio dei componenti direttivi delle Autorità esistenti, tagliando così i costi di queste particolari Istituzioni.</p>
<p>Il controllo <em>ex-post</em> delle condizioni concorrenziale era già in atto grazie all’Autorità Garante della Concorrenza e del mercato, mentre ora come ora vi erano grandi problemi per far si che la partita concorrenziale si basasse su regole “fair” per tutti i giocatori.</p>
<p>In molti casi il regolatore era il regolato, creando così non pochi problemi concorrenziali. Si pensi al trasporto pubblico locale dove i Comuni, che assegnavano le risorse alle aziende di trasporto, erano anche coloro che facevano i bandi di gara e al contempo controllavano l’azienda pubblica di trasporto locale.</p>
<p>Quelle poche volte che non c’era l’assegnazione <em>in house</em>, la gara si concludeva con la vittoria scontata da parte dell’<em>incumbent</em>.</p>
<p>Cosa fa la nuova autorità dei trasporti? Quali sono i compiti? È bene evidenziare che proprio sulle gare d’appalto l’Italia deve fare dei grandi passi in avanti e il decreto del Governo, all’articolo 37 comma 2, assegna all’Authority il compito di “definire gli schemi dei bandi delle gare per l’assegnazione dei servizi di trasporto in esclusiva”. Finalmente dovrebbe cambiare la “musica” e non dovrebbero più ripetersi i casi nei quali l’<em>incumbent</em> era sempre il vincitore. Vi è la possibilità dunque che la concorrenza entri in tutti i settori dei trasporti, ma in particolare nel trasporto pubblico locale, dove oggi esistono solamente dei piccoli monopoli locali.</p>
<p>Questi monopoli locali sono direttamente controllati dalla politica e provocano dei costi aggiuntivi per il TPL di almeno due miliardi di euro. Se la concorrenza sarà garantita da questo decreto, i risparmi per lo Stato potrebbero essere importanti. Gli effetti non sarebbero immediati, ma certamente la direzione intrapresa è quella giusta.</p>
<p>L’autorità avrà molti poteri, poiché le sanzioni che potrà comminare potranno arrivare fino al 10 per cento del fatturato. In questo ricalca le maggiori <em>authority</em> dei trasporti esistenti nel settore dei trasporti esistenti in tutti i Paesi dell’Unione Europea, dalla Gran Bretagna fino alla Svezia.</p>
<p>L’Autorità potrà inoltre “stabilire le condizioni minime di qualità dei servizi di trasporto connotati da oneri di servizio pubblico o sovvenzionati”. In questo modo, con la creazione di questa autorità tecnica, dovrebbe terminare la pratica attuale, dove Regioni e Comuni subiscono una forte asimmetria informativa da parte delle aziende pubbliche di trasporto. Certo bisognerà fare attenzione alla cosiddetta “cattura del regolatore”, ma la norma sembra creare un’autorità molto indipendente.</p>
<p>Il decreto prevede che l’Authority sia creata nei prossimi sei mesi, tramite uno o più regolamenti da parte del Governo sentite le Commissioni parlamentari. L’iter legislativo non sarà breve, ma questa volta l’Autorità dei trasporti potrebbe davvero nascere.</p>
<p>Certo la creazione di questa autorità dovrebbe essere seguita da altre misure pro-liberalizzazioni. In particolare dovrebbe essere presa in considerazione la vendita da parte dello Stato e degli Enti Locali di tutte le aziende pubbliche, in modo che non continui ad esistere quella commistione tra politica e business che tanti danni ha creato negli scorsi anni. Si pensi al caso Alitalia, dove la gestione pubblica ha portato al fallimento dell’azienda e oltre 4 miliardi di euro di costi per i contribuenti.</p>
<p>La “Manovra Monti” nel settore dei trasporti va dunque nella giusta direzione e potrebbe aiutare ad eliminare diversi miliardi di euro di sprechi pubblici.</p>
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		<title>Il caos elettrico</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 15:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[autorità per l'energia]]></category>
		<category><![CDATA[capacity payment]]></category>
		<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[elettricità]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;attesa che i decreti attuativi del decreto Romani facciano chiarezza sul futuro delle fonti rinnovabili (a partire dal funzionamento dei meccanismi di asta) il mondo elettrico è nella confusione più totale. Infatti, leggi e regole sbagliate &#8211; a partire dall&#8217;eccesso di incentivazione del fotovoltaico, vera grande madre del caos in corso &#8211; hanno aperto buchi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;attesa che i decreti attuativi del decreto Romani facciano chiarezza sul futuro delle fonti rinnovabili (a partire dal funzionamento dei meccanismi di asta) il mondo elettrico è nella confusione più totale. Infatti, leggi e regole sbagliate &#8211; a partire dall&#8217;eccesso di incentivazione del fotovoltaico, vera grande madre del caos in corso &#8211; hanno aperto buchi che vengono, oggi, tappati con pezze peggiori.</p>
<p><span id="more-10331"></span>Il problema è semplice: a fine 2011 saranno entrati in funzione 11 o 12 GW di potenza fotovoltaica, più l&#8217;eolico e tutto il resto. Queste fonti, che producono energia non quando lo chiede la domanda ma quando la risorsa primaria (sole o vento) lo decide, creano una serie di difficoltà nell&#8217;equilibrio della rete. La difficoltà è legata, da un lato, alla loro intermittenza: una nuvola che passa (o che se ne va), un venticello che si avvia (o cessa) possono causare l&#8217;improvvisa immissione in rete (o l&#8217;improvviso distacco dalla rete) di un carico sufficiente a destabilizzarne l&#8217;equilibrio. Questo crea una serie di difficoltà tecniche al gestore della rete, rispetto alle quali vengono proposte diverse possibili soluzioni tra cui la realizzazione di un&#8217;importante capacità di accumulo (attraverso pompaggi o batterie) per controbilanciare le variazioni della produzione rinnovabili. Terna sostiene che, in questo modo, i costi di sistema potrebbero essere contenuti. Alcuni (<a href="http://www.qualenergia.it/articoli/20111019/accumulo-rete-elettrica-rinnovabili-procedere-rapidamente">come GB Zorzoli</a>) ritengono che questa sarebbe la via d&#8217;uscita migliore; altri, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/05/23/patologia-chiama-patologia-lo-strano-caso-dei-pompaggi/">come me</a>, temono invece che così il funzionamento del mercato verrebbe snaturato, perché il gestore di rete si troverebbe, nei fatti, a essere un importante (o addirittura il principale) produttore, eventualità peraltro negata dal <a href="http://energia24club.it/articoli/0,1254,51_ART_142335,00.html">Terzo pacchetto energia</a>.</p>
<p>Sul piatto, comunque, non c&#8217;è solo il problema, tecnico, di come gestire l&#8217;intermittenza delle rinnovabili. L&#8217;ingresso di così tanta potenza rinnovabile ha avuto due effetti sgradevoli per l&#8217;industria: da un lato, poiché l&#8217;energia verde gode della priorità di dispacciamento, ha ridotto i volumi a loro disponibili; dall&#8217;altro, come spiegano <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/13/e-tutta-colpa-delle-rinnovabili/">Giuseppe Artizzu e Carlo Durante</a>, dato il sistema di <em>pricing </em>della borsa elettrica la curva di merito si è &#8220;spostata a destra&#8221;, con una riduzione dei prezzi in borsa. Attenzione: il prezzo per i consumatori <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/com_stampa/11/110930.pdf">non si è ridotto</a>, perché la contrazione del prezzo propriamente detto è stata più che controbilanciato dagli aumenti tariffari. Però, se il consumatore si è accorto di poco o nulla, il produttore non rinnovabile (complice la crisi) ha visto assottigliarsi volumi e margini.</p>
<p>C&#8217;è, poi, la modalità dell&#8217;incentivazione. Il decreto Romani introduce (tranne che per il fotovoltaico, che sarà finanziato da un pur generoso quarto conto energia) un sistema di aste, i cui confini non sono affatto chiari: tanto che non mancano critiche fondate (<a href="http://www.webaper.it/public/sitoaper/FontiRinnovabili/Pubblicazioni/Paper%20APER%20Le%20aste%20per%20l_incentivazione%20alle%20rinnovabili.pdf">qui Tommaso Barbetti</a>) a cui anche i sostenitori delle aste si trovano in difficoltà a rispondere, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/10/12/rinnovabili-lasta-chi-lha-vista/">data l&#8217;incertezza sul disegno</a>. L&#8217;incertezza è tale che se ne sentono di tutti i colori, e spero davvero che almeno alcune tra quelle che si sono sentite siano ballon d&#8217;essai, perché se fosse vero quello che ha anticipato <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=15OCQ0">Federico Rendina sul <em>Sole 24 Ore</em></a>, saremmo davvero al paradosso. Per Rendina, sarebbe allo studio un meccanismo per costruire incentivi inversamente proporzionali alla producibilità degli impianti: cioè, gli impianti solari dove non c&#8217;è sole ed eolici dove non c&#8217;è vento sarebbero remunerati maggiormente di quelli posti in siti migliori. Se non altro questo meccanismo avrebbe il pregio di far venire meno l&#8217;illusione che le fonti rinnovabili servano a produrre energia, anziché sussidi. Ma, se fosse vero, a perderci sarebbero soprattutto quei produttori che davvero credono nelle potenzialità delle fonti verdi, e che diverrebbero a questo punto una minoranza in via d&#8217;estinzione in un settore dominato dai rentier, i quali &#8211; apparentemente &#8211; sopravvivono a dispetto dei tagli agli incentivi e dell&#8217;incertezza di fondo che ha, per ora, ammazzato gli investimenti al di fuori del fotovoltaico.</p>
<p>Con un ulteriore effetto indiretto: buona parte della potenza convenzionale installata, per ragioni sia congiunturali sia strutturali, è sistematicamente sottoutilizzata. Da qui la richiesta d&#8217;introdurre un meccanismo di &#8220;capacity payment&#8221; per remunerare il mantenimento di capacità non utilizzata ai fini, si dice, di sicurezza e bilanciamento. Sul capacity payment, che nella sostanza è uno strumento alternativo alla corsa alle batterie, è scesa in campo la stessa Autorità per l&#8217;energia, che ne ha fatto l&#8217;oggetto di una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/docs/11/098-11arg.pdf">delibera</a> la scorsa estate e ne ha difeso le ragioni in <a href="http://www.autorita.energia.it/it/com_stampa/11/110722_capacity.htm">questo comunicato</a>. Personalmente <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/09/22/di-elettricita-e-cospirazioni/">sono assai scettico</a>, perché mi pare che il capacity payment sia il primo passo su un piano inclinato che ci porterà verso un mondo nel quale metà della capacità esistente è sussidiata in quanto rinnovabile, e l&#8217;altra metà in quanto non rinnovabile. Che poi tutto ciò venga ammantato di intervento per la sicurezza del sistema nasconde una indiscutibile verità circondata da una grande ipocrisia dettata dalla convenienza in quanto, per riprendere l&#8217;interrogativo necessariamente senza risposta<a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=94457">lanciato da Gionata Picchio</a> molti mesi fa (ben prima della delibera e ben prima che la tensione raggiungesse i livelli attuali):</p>
<blockquote><p>il modello scelto per il nuovo capacity payment può fare la differenza per i risultati futuri delle imprese, per alcune segnando il confine tra andare avanti e uscire dal gioco. Ma si può chiedere al sistema (ai consumatori, per essere chiari) di pagare il conto perché aziende private hanno fatto quello che fanno tutte le imprese: esporsi ad un rischio? Anche se prevedere il crollo dell&#8217;economia del 2008-2009 non era possibile, il problema resta: in un sistema liberalizzato se un investimento non si remunera è segno che non ce n&#8217;è bisogno e il mercato sfoltisce i rami secchi.</p></blockquote>
<p>La costosa confusione in cui ci siamo ficcati &#8211; che, lo ripeto, è il frutto bacato dell&#8217;albero della politica &#8211; rischia di travolgere, tra l&#8217;altro, la riforma della borsa elettrica, che teoricamente dovrebbe far sostituire l&#8217;attuale meccanismo di <em>system marginal price </em>con uno di <em>pay as bid</em>. I segnali si moltiplicano: per esempio con l&#8217;intervento di <a href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/2011/10/17/commenti/010ruggero.html">Agostino Conte</a>, che a nome del &#8220;tavolo della domanda&#8221; ha difeso la riforma e ha rimarcato il paradosso per cui</p>
<blockquote><p>diamo gli incentivi più elevati al mondo per produrre energia soprattutto dove non riusciamo a consumarla e rischiamo di dover sussidiare gli impianti termici appena costruiti per evitarne la chiusura (perché &#8220;lavorano&#8221; poche ore), impianti che sono però indispensabili per tenere il sistema elettrico in sicurezza.</p></blockquote>
<p>(Per inciso: ce ne sarebbe anche per i grandi consumatori, non esenti da forme di sussidio più o meno implicito in bolletta, che vanno dalla tariffa agevolata per Trenitalia alla cosiddetta interrompibilità, ma magari di questo ne parleremo un&#8217;altra volta). Eppure, dato lo scenario politico non sembra ci sia particolare sensibilità per il tema, peraltro bocciato dalla stessa Autorità nella più recente <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/021-11pas.pdf">segnalazione</a>. A prescindere dall&#8217;opinione che abbiamo della riforma della borsa, in ogni caso, l&#8217;aspetto rilevante è che gli elementi di mercato vengono gradualmente rimpiazzati da elementi di pianificazione.</p>
<p>Per questo è paradossale che, ai guasti della pianificazione, si risponda con la richiesta di più pianificazione, o programmazione che dir si voglia. Non c&#8217;è <em>stakeholder</em> che non canti la litania della pianificazione, che oggi va di moda rubricare sotto la categoria della mitologica &#8220;Strategia energetica nazionale&#8221;. Ora, sia chiaro: la Sen può anche essere un innocuo file pdf di nessun peso e nessuna utilità depositato sul sito del ministero, nel qual caso andrebbe bene. Oppure può essere un documento di indirizzo privo di influenza reale. Ma se davvero fosse pubblicata, e se davvero avesse elementi di cogenza, allora sarebbe una vera disgrazia perché metterebbe in discussione tutto quello di buono che si è fatto negli ultimi dieci anni. Perché una cosa, che quasi nessuno dice, va invece detta: sull&#8217;elettrico l&#8217;Italia ha fatto passi da gigante. Abbiamo il parco di generazione più efficiente d&#8217;Europa, abbiamo uno tra i mercati più competitivi e, ingerenze politiche a parte, abbiamo un regolatore rispettato e rispettabile, che ha dato prova di indipendenza e competenza nel passato e che continua a darla. Un regolatore che proprio per questo mi sento in dovere di criticare quando prende strade che ritengo discutibili (come, appunto, il capacity payment) ma che è senza dubbio un interlocutore importante del mercato. Ora, sarebbe davvero un peccato se questo edificio costruito con pazienza e fatica dovesse accartocciarsi sotto provvedimenti sbagliati partoriti all&#8217;unico scopo di correggere errori precedenti. La pianta della politica è una mala pianta: lo è sia quando si rende responsabile di invasioni di campo, come fa ormai sistematicamente, sia quando, oltre a invadere il campo, perde l&#8217;orientamento e diventa un generatore casuale d&#8217;incertezza, come sulle rinnovabili e di riflesso su tutto il resto.</p>
<p>Così, arriviamo dove siamo. Il combinato disposto tra sussidi alle rinnovabili e capacity payment rischia di essere insomma la pietra tombale per il mercato &#8211; o almeno per il mercato come lo conosciamo noi, per la concorrenza nel mercato. Del resto, qualche giorno fa un grande operatore elettrico mi ha detto che &#8220;il giocattolo si è rotto&#8221;. Forse è così, ma allora varrebbe la pena dirlo apertamente e prendere seriamente in considerazione l&#8217;ipotesi di rinazionalizzare. Se dobbiamo avere un gosplan, che sia almeno un gosplan onesto.</p>
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