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	<title>CHICAGO BLOG &#187; conad</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Boicottando le aziende israeliane si condannano i territori al sottosviluppo</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 14:33:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giordano Masini</dc:creator>
				<category><![CDATA[mercato]]></category>
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		<category><![CDATA[boicottaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[La polemica nata in questi giorni attorno all&#8217;ipotesi, comunicata con toni trionfalistici da alcune associazioni pacifiste, che Coop e Conad avessero aderito ad una campagna di boicottaggio dei prodotti di aziende  israeliane con impianti nei territori occupati, ipotesi che pare essere finora smentita solo da Conad, suggerisce alcune riflessioni.
Lo sviluppo e le opportunità di crescita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La polemica nata in questi giorni attorno all&#8217;ipotesi, <a href="http://stopagrexcoitalia.org/comunicati/110-cs-coop-conad.html">comunicata con toni trionfalistici da alcune associazioni pacifiste</a>, che Coop e Conad avessero aderito ad una campagna di boicottaggio dei prodotti di aziende  israeliane con impianti nei territori occupati, <a href="http://lavalledelsiele.com/2010/05/25/il-comunicato-di-conad/">ipotesi che pare essere finora smentita solo da Conad</a>, suggerisce alcune riflessioni.</p>
<p>Lo sviluppo e le opportunità di crescita dei territori occupati, così come di qualsiasi altra zona disagiata del mondo, deriva dagli investimenti che le imprese decidono di fare in quelle zone. Solo questo può creare posti di lavoro, maggior reddito procapite, sviluppo ed emancipazione. Per i territori occupati è una straordinaria fortuna la presenza delle imprese israeliane, una fortuna che in genere non hanno le altre zone non ancora pacificate del pianeta, dove in genere nessuno va a rischiare i propri soldi. Certo, le imprese israeliane possono investire in Cisgiordania, al di qua e al di là della <em>green line</em>, grazie allo stato di relativa sicurezza garantito dall&#8217;esercito israeliano.</p>
<p><span id="more-6057"></span></p>
<p>E non potrebbe essere altrimenti: quando, nel 2006, gli israeliani abbandonarono la striscia di Gaza, lasciarono a disposizione dei palestinesi serre ed impianti all&#8217;avanguardia, che avrebbero fatto la fortuna di chiunque. Ebbene, questi impianti furono distrutti da Hamas nel giro di pochi giorni, e questo più di ogni altra cosa ha condannato gli abitanti di Gaza all&#8217;indigenza. Il fatto che sui siti delle associazioni pacifiste che sostengono il boicottaggio si parli di sfruttamento dei palestinesi da parte delle aziende israeliane in cerca di profitti, la dice lunga sul senso della realtà e sulla matrice ideologica di queste campagne che purtroppo stanno avendo successo un po’ in tutta Europa, in questo caso sospinte anche dal vento dell’antisemitismo arabo: lo stesso terzomondismo marxista che individua negli investimenti stranieri la causa del sottosviluppo e non la sua più efficace medicina.</p>
<p>Chi oggi vorrebbe che le aziende israeliane abbandonassero i territori occupati, vorrebbe in realtà condannare i palestinesi della Cisgiordania allo stesso destino di quelli di Gaza: senza opportunità, senza lavoro, e con la magra soddisfazione di poter strumentalmente additare Israele come capro espiatorio per le loro disgrazie. Un bel risultato. Dovremmo rifletterci quando sentiamo <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_24/supermercato-coop-conad-agexco-cisgiordania_territori%20occupati_13f5d344-6732-11df-a510-00144f02aabe.shtml">i dirigenti della Coop</a> parlare di modalità di tracciabilità commerciale che risolvano</p>
<blockquote><p>l&#8217;esigenza di un consumatore che voglia esercitare un legittimo diritto di non acquistare prodotti di determinate provenienze.</p></blockquote>
<p>Chi ha a cuore l&#8217;emancipazione dei palestinesi e lo sviluppo della loro terra dovrebbe acquistare proprio quei prodotti, piuttosto che boicottarli.</p>
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		<title>13,9 contro 1,6, per 7,1</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 16:19:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[carburanti]]></category>
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		<category><![CDATA[de berardinis]]></category>
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		<category><![CDATA[liberalizzazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il presidente della Conad, Camillo De Berardinis, non si arrende (per abbonati). I cinque impianti che la catena è riuscita ad aprire presso i propri supermercati hanno un erogato medio di 13,9 milioni di litri all&#8217;anno, contro una media nazionale nelle &#8220;normali&#8221; stazioni di servizio di 1,6 milioni di litri. E&#8217; una sproporzione talmente evidente, da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente della Conad, Camillo De Berardinis, <a href="http://www.quotidianoenergia.it/n.php?id=38711&amp;p=1&amp;src=1">non si arrende</a> (per abbonati). I cinque impianti che la catena è riuscita ad aprire presso i propri supermercati hanno un erogato medio di 13,9 milioni di litri all&#8217;anno, contro una media nazionale nelle &#8220;normali&#8221; stazioni di servizio di 1,6 milioni di litri. E&#8217; una sproporzione talmente evidente, da spingere necessariamente a porsi delle domande. Tanto più che, secondo De Berardinis, nei distributori Conad gli automobilisti hanno risparmiato mediamente 7,1 centesimi al litro &#8211; un valore enorme, reso possibile sia dall&#8217;incremento dei volumi, sia dalle condizioni vantaggiosi che un acquirente come Conad può spuntare. Questi numeri non sono però la testimonianza di un successo, ma di un fallimento. Perché in tutta Italia, Conad ha aperto solo cinque impianti, e i suoi concorrenti pochi altri.</p>
<p><span id="more-3990"></span></p>
<p>Le resistenze dei gestori degli impianti tradizionali sono fortissime, e si traducono in interpretazioni restrittive delle norme, soprattutto a livello regionale (visto che, a livello nazionale, il settore è sostanzialmente liberalizzato). Recentemente, molte regioni &#8211; a partire dalla Lombardia &#8211; hanno approvato norme che, in risposta alle procedure di infrazione europee, impongono a tutti i nuovi entranti di dotarsi di pompe per carburanti eco-compatibili (almeno uno tra Gpl, metano e idrogeno). L&#8217;Antitrust ha <a href="http://www.agcm.it/agcm_ita/DSAP/SEGNALA.NSF/19e21b77c8a807b1c12564b40050925a/9df1cf806f7a5fddc125757b005602ea?OpenDocument">attaccato</a> queste norme, vedendone chiaramente l&#8217;effetto anticoncorrenziale (sarei tentato di dire lo <em>scopo</em> anticoncorrenziale). L&#8217;Autorità sostiene che le regioni possono incentivare i carburanti ecocompatibili, ma dovrebbero farlo in modo non discriminatorio: o si obbligano tutti, <em>incumbent </em>e nuovi entranti, a dotarsi di nuove pompe, o non lo si fa (magari erogando aiuti a favore di quanti, <em>incumbent</em> e nuovi entranti, intendono installare carburanti ecocompatibili accanto a quelli tradizionali). L&#8217;obbligo costituisce una rilevante barriera all&#8217;ingresso, sia per una ragione di costi, sia per una di spazi.</p>
<p>Il problema non è, naturalmente, limitato al settore dei carburanti. Come ha <a href="http://www.brunoleoni.it/dettaglio-eventi.aspx?ID=145">argomentato Serena Sileoni</a>, l&#8217;attività delle regioni si è molto spesso tradotta, nel settore del commercio, in un freno alle liberalizzazioni. Evidentemente, la cultura del ceto politico regionale, o il potere lobbistico delle associazioni esistenti di commercianti, o entrambe le cose, sono tali da non consentire una vera apertura del settore. Lo ha detto bene lo stesso De Berardinis:</p>
<blockquote><p>Occorre favorire una maggiore concorrenza in tutti i settori economici, superando la legislazione vincolistica che per anni, anche nel commercio e nei servizi, ha impedito la crescita delle imprese più efficienti.</p></blockquote>
<p>Paradossalmente, però, il settore dei carburanti sembra coagulare il massimo delle tensioni anticoncorrenziali e delle pulsioni interventiste. E&#8217; di questi giorni <a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=77548">l&#8217;emendamento</a> del deputato leghista Maurizio Fugatti (divenuto famoso per il suo <a href="http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/economia/autorita-sanziona-eni/via-ortis/via-ortis.html">blitz notturno</a>, poi fallito, contro Sandro Ortis), che punta a &#8220;multare&#8221; con un aggravio fiscale le compagnie petrolifere che non adeguano, entro nove giorni, i listini al ribasso (chissà perché, non al rialzo). La proposta è talmente surreale che non merita particolari commenti &#8211; del resto, lo stesso sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, l&#8217;ha già stroncata. Solo che dà molto bene il polso di quanto sia facile e populistico intervenire con la scure sul prezzo del pieno: senza però comprendere che le conseguenze di questo continuo flusso interventista, a prescindere dall&#8217;esito delle singole proposte, è il modo migliore che i nostri politici hanno per far lievitare il nostro &#8220;rischio paese&#8221;.</p>
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