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Posts Tagged ‘competizione’

Ryanair, l’Unione Europea e le tasse italiane

10 febbraio 2012

Quale è la seconda compagnia italiana, ormai grande quasi quanto Alitalia? L’irlandese Ryanair. Che sia irlandese vi sono pochi dubbi, dato che la società ha la propria sede in Irlanda, a Dublino precisamente.

Non la pensa così lo Stato italiano che ha intimato la compagnia guidata da Micheal O’Leary di pagare 12 milioni di euro perché i dipendenti sarebbero a tutti gli effetti da considerarsi italiani, nonostante abbiano firmato un contratto a Dublino alle condizioni salariali irlandesi.

Era già successo in passato alla compagnia irlandese di doversi scontrare con qualche Stato. Lo scontro più famoso è quello con la Francia per l’aeroporto di Marsiglia, dove i francesi volevano che i dipendenti Ryanair avessero il contratto di lavoro ai costi e i diritti del paese transalpino.

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Competizione fiscale – lavori in corso

13 settembre 2009

L’iniziativa dei cantoni svizzeri è uno splendido esempio di come funziona la competizione fiscale, e perché è positiva. Fornisce anche un piccolo frammento di evidenza a favore della curva di Laffer, secondo cui all’aumentare delle aliquote il gettito fiscale può diminuire. Secondo quanto riferisce il Financial Times, qualche giorno fa un rappresentante di Zugo, Peter Müllhaupt, intervenendo a Londra ha rimarcato che, nel suo cantone,

[paghereste] le tasse più basse della Svizzera… [in] una pittoresca cittadina sul lago con le montagne sullo sfondo.

Gli occhi dei presenti devono essersi messi a brillare non tanto peri pur indiscutibili pregi naturalistici di Zugo, ma per la sua attrattattività fiscale. Nel Regno Unito, infatti, la scure di Gordon Brown rischia di portare l’aliquota marginale sul reddito addirittura al 50 per cento. Già diversi hedge fund si sono spostati in terra elvetica per sottrarsi al mobbing fiscale britannico. Ma adesso si aprono le corse vere.

Mi sembra, questa, una prova molto trasparente del perché tutti, compresi quelli di noi che non sono particolarmente facoltosi, traiamo benefici dall’esistenza dei paradisi fiscali. La minaccia di un trasferimento in massa dei contribuenti più facoltosi verso altri paesi più accoglienti funziona, di per sé, come un constraint rispetto all’intenzione di un governo di inasprire le tasse. Se lo fa, sa che la platea dei contribuenti si restringerà, e lo farà soprattutto nella parte teoricamente colpita dagli aumenti fiscali. Quindi, l’efficacia di tali misure è per definizione inferiore a quanto ci si attende. Inoltre, questo processo significa che lo Stato perderà gettito, anziché guadagnarlo, ossia che il baricentro del prelievo si sposterà ulteriormente verso i redditi medio-bassi: i quali, a questo punto, dovrebbero correttamente intendere il proprio interesse e schierarsi contro gli aumenti fiscali.

E’ bene che Gordon Brown ci pensi due volte, prima di applicare aliquote troppo alte: il turismo fiscale è una tentazione troppo forte. L’aumento delle imposte non lo aiuterà ad altro che a perdere più sonoramente ancora le prossime elezioni.

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Debutta il federalismo. Anzi, no

1 maggio 2009

Era necessario approvare il tutto prima delle elezioni europee, perché Bossi doveva incassare il dividendo di maggioranza. Ma non si creda che la nuova “legge quadro” sul federalismo fiscale cambi qualcosa, perché non è così.
Si tratta di un testo nato da mille compromessi, dato che durante l’estate Calderoli ha girato tutte le parrocchie per ottenere il loro placet, e alla fine ha messo insieme un progetto che accontenta il Sud e il Nord, le province e i comuni, le regioni e lo Stato centrale, la destra e la sinistra. Insomma, un pasticcio.
Anche la decisione di passare dai costi storici a quelli standard sarà, nel migliore dei casi, un modo per passare da una gestione centralista confusa ad una gestione centralista un po’ meno confusa. Sempre che la definizione dei costi standard non metta in moto un meccanismo infernale e non finisca quindi per moltiplicare il caos.
Resta che, se proprio saremo fortunati, avremo avuto una razionalizzazione dell’esistente, dato che nel contorto catalogo di possibilità messe sul tavolo dal testo della riforma vi è un netto prevalere di tributi decisi dal centro e in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale.
Quella che sembra mancare, in primo luogo, è la scelta di innescare una competizione tra territori che permetta a comuni e altri enti di “manovrare” le aliquote e anche di elaborare autonomamente tributi propri. Ma senza lo sviluppo di un’intensa concorrenza tra governi locali non ci può essere alcun federalismo.
Eppure non è lecito essere del tutto pessimisti, dato che quello che prende il via – di tutta evidenza – è un processo destinato a conoscere tappe che oggi non possiamo immaginare. Come è stato immaginato e prefigurato fino, il disegno dell’Italia di domani non ha nulla di federale. Ma nulla esclude che cammin facendo l’introduzione di qualche tributo davvero affidato all’arbitrio degli enti locali e quindi tale da mettere in concorrenza le differenti realtà non inneschi qualche circolo virtuoso e non educhi un po’ alla volta una popolazione ancora del tutto digiuna di ciò che è veramente il federalismo competitivo.
Roma non fu fatta in un giorno, e neppure la Svizzera.

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