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	<title>CHICAGO BLOG &#187; Berlusconi</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>La manovra Monti fa paura ai mercati</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 17:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ci voleva certo un &#8220;governo di professori&#8221; per fare questa manovra finanziaria. Questo e&#8217; il commento più comune che si possa sentire nell&#8217;ultimo periodo in giro per l&#8217;Italia.
Certo un commento molto semplicistico, ma che evidentemente e&#8217; condiviso anche dai mercati, guardando un po&#8217; l&#8217;andamento dello spread italiano.

Negli ultimi giorni sembra che molti mezzi d&#8217;informazione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Non ci voleva certo un &#8220;governo di professori&#8221; per fare questa manovra finanziaria. Questo e&#8217; il commento più comune che si possa sentire nell&#8217;ultimo periodo in giro per l&#8217;Italia.<br />
Certo un commento molto semplicistico, ma che evidentemente e&#8217; condiviso anche dai mercati, guardando un po&#8217; l&#8217;andamento dello spread italiano.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-11022"></span><br />
Negli ultimi giorni sembra che molti mezzi d&#8217;informazione, in luna di miele con il nuovo Governo Monti, non guardino più l&#8217;andamento dello spread. Siamo di nuovo a circa 500 punti sopra il livello dei bund tedeschi a dieci anni, un livello pari al periodo di forte incertezza durante la caduta del Governo Berlusconi.<br />
E tutto questo mentre in Europa la tensione sui tassi d&#8217;interesse si e&#8217; leggermente allentata. Non e&#8217; un caso che lo spread sui bonos spagnoli sia intorno a 380 punti, circa 1,5 per cento in meno di quanto sia quello italiano. Siamo ai massimi di differenza tra Italia e Spagna e questo non perché il nuovo Governo di Mariano Rajoy abbia preso chissà quale misura, quanto per le decisioni del nuovo Governo Italiano.<br />
Infatti il leader del partito popolare spagnolo non e&#8217; ancora in funzione, dato che il periodo di cambio di governo in Spagna non e&#8217; brevissimo. Dunque tutta l&#8217;enorme differenza tra Italia e Spagna e&#8217; dovuta al nostro paese e alla manovra lacrime e sangue.<br />
La domanda che si potrebbe fare al nuovo governo e&#8217; molto semplice e indirettamente e&#8217; quella che si e&#8217; posto <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/12/14/fisco-lo-stato-di-monti-non-mi-piace-lignoranza-e-schiavitu/">Oscar Giannino </a>ieri su queste colonne: dove sono finite le liberalizzazioni e la dismissione del patrimonio pubblico? Perché aumentare ancora una volta la tassazione portando l&#8217;imposizione reale al 54 per cento?<br />
I mercati non sono scemi e le previsioni sull&#8217;economia italiana fanno il resto. Dalle previsioni di pochi mesi fa che vedevano il prodotto interno lordo crescere dello 0,5 per cento nel 2012 si e&#8217; arrivati a quelle catastrofiche dell&#8217;ufficio studi di Confindustria che prevedono per il prossimo anno una caduta del PIL dell&#8217;1,6 per cento.<br />
E se tutto va male, non finirà qui. Questo perché la manovra e&#8217; completamente recessiva e se aumenterà anche l&#8217;IVA di 2 punti percentuali, l&#8217;economia italiana potrà contrarsi di ben oltre il 2 per cento.<br />
L&#8217;Italia non e&#8217; la Grecia, ma ne sta seguendo tutti gli errori del Governo Papandreou. L&#8217;incapacità di toccare gli interessi precostituiti ha portato ad una manovra tutta tasse, con pochissime liberalizzazioni e praticamente zero dismissioni. Il PIL della Grecia probabilmente cadrà del 6 per cento nel 2011 e tutte le nuove tasse non sono servite a risolvere i problemi di deficit del paese ellenico.<br />
Una situazione tragica quella italiana, che il Governo Monti deve comprendere in fretta per evitare che si arrivi ad un default italiano.</p>
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		<title>Attenti a ciò che rischiamo! Già 50 miliardi di oneri e sarà peggio</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 10:48:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli spread stanno impazzendo, tra poche ore rischiamo di essere a quota 600, l&#8217;intera curva dei rendimenti per ogni scadenza è sopra il 7%. L&#8217;Italia rischia non la misisone ordinaria di monitoraggio del Fmi entro fine mese, ma dopodomani una squadra speciale del Fondo che sbarchi dagli elicotteri e ci imponga la secessione temporanea dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli spread stanno impazzendo, tra poche ore rischiamo di essere a quota 600, l&#8217;intera curva dei rendimenti per ogni scadenza è sopra il 7%. L&#8217;Italia rischia non la misisone ordinaria di monitoraggio del Fmi entro fine mese, ma dopodomani una squadra speciale del Fondo che sbarchi dagli elicotteri e ci imponga la secessione temporanea dai mercati, vincoli di capitale obbligatori e sanguinose manovre di ripresa di contatto con la realtà reale: il mondo non intende farsi coinvolgere nella follia di un&#8217;Italia che non è la Grecia ma non per quello che crede la sua classe politica, cioè troppo grande per fallire, ma non lo è appunto perché siccome siamo una fonte di contagio enorme il mondo interverrà con la cavalleria aerea per sbatterci alle corde, finché cambiamo marcia e disinnestiamo il pedale dell&#8217;irresponsabilità. Forse è bene porsi una domanda precisa. Quanto costa all&#8217;Italia, la drastica accelerazione del rischio di insolvenza pubblica che i mercati hanno iniziato a stimare da luglio ad oggi? E&#8217; un esercizio contabile che vale la pena di fare, anche se pone rilevanti problemi economico-statistici, visto che le cifre su cui si può lavorare sono per lo più da stimare per approssimazione. Tuttavia dovrebbe rappresentare un esercizio obbligato per tutti i cittadini italiani, lavoratori e imprenditori, risparmiatori e contribuenti, in modo da sottoporre a un preciso rendiconto le responsabilità politiche di ieri, oggi e domani. E&#8217; comprensibile che vasta parte degli italiani tenda a graduare le proprie valutazioni riferendosi al tradizionale asse valoriale destra-centro-sinistra. Ma non è male tentare anche di appoggiare il proprio ragionamento a qualche numero che si riferisca anche ai valori economici. Ieri sera  ci ho provato, quando lo spread era a 495 e non a 563 dove svetta ora che posto.<span id="more-10493"></span></p>
<p>Cominciamo dal contribuente. Il voto di ieri a Montecitorio è stato letto dai mercati come un aggravamento ulteriore dell&#8217;instabilità politica italiana, e della distanza da ciò che i mercati, Europa e Fondo Monetario ci chiedono per abbattere il debito pubblico più rapidamente che con il solo avanzo primario, per crescere di più, per mettere in ulteriore sicurezza spesa pubblica e pressione fiscale troppo alte per un&#8217;economia sana. Per questo abbiamo toccato quota 500 di spread tra Btp e Bund. Oltre 300 punti base in più rispetto a dove eravamo partiti a fine giugno, quando il differenziale era inferiore ai 200 punti.</p>
<p>Per calcolarne l&#8217;onere sui più alti interessi pubblici da pagare, bisogna ricordare che il debito di Stato attuale è oltre i 1900 miliardi di euro, ha una quota nel 2012 in scadenza compreso il disavanzo pari a circa il 23,5% dell&#8217;ammontare, superiore a quella di ogni altro Paese dell&#8217;euroarea (Grecia 16,5%, Spagna 20,6%, Portogallo 22,3%). La durata media del nostro debito è però la più alta e questo riequilibra, è pari a 7,2 anni rispetto ai 6,9 della Grecia. E la quota detenuta da stranieri è la più bassa, solo al 42%. (Grecia 55%). Tenuto conto di ciò, cento punti base di rendimenti in più significano nei tre anni successivi maggiori interessi sul debito pubblico pari a 1,2 punti di Pil, se incorporati per tre trimestri come media. Nell&#8217;ultimo quadrimestre, bisogna contare non tutti i 300 punti base in più a ieri, ma la media della maggiorazione rispetto alle aste di titoli effettivamente svolte. Siamo a circa 200 punti base in più nella media del quadrimestre. L&#8217;effetto di maggior spesa pubblica per interessi è pari a circa 2,7 punti di Pil nel triennio, circa 47 miliardi di euro. Ma poiché non voglio fare il menagramo, e mi auguro che per miracoloso sussulto di responsabilità questo o qualunque altro governo riesca in due settimane a varare tutti i provvedimenti necessari a riportare lo spread dov&#8217;era – non ci credo, ma formulo questo auspicio – allora ecco il conto di ciò che è intanto avvenuto nei 4 mesi alle nostre spalle: cioè un aggravio già determinatosi e certo intanto pari a 1 punto di Pil, pari cioè a circa 15 miliardi in più. Se li dividiamo per tre anni, ecco che l&#8217;intero piano di dismissioni pubbliche – miserello a mio giudizio &#8211; presentato dal governo nella lettera al Consiglio europeo della settimana scorsa è già andato in fumo, mangiato dagli accresciuti interessi.</p>
<p>Viene poi il conto per le banche. I 300 punti di spread vengono integralmente inglobati nel maggior costo a carico delle banche per la provvista di capitale a breve liquida, e su quella obbligazionaria nel mercato all&#8217;ingrosso. L&#8217;aumento del rischio sovrano genera perdite sul portafoglio finanziario, indebolendone i bilanci e aumentandone la rischiosità. Inoltre i titoli pubblici utilizzati dalle banche perdono valore come collaterale per le operazioni pronti contro termine o presso la BCE. In più, diminuiscono le garanzie pubbliche sulle passività bancarie. Infine, l&#8217;abbassamento del rating pubblico determina un abbattimento del rating delle stesse banche. E&#8217; per questo che nei Paesi sin qui più colpiti dalla crisi, Grecia Irlanda e Portogallo, i depositi in conto corrente di famiglie e imprese sono in forte calo, mentre la remunerazione media sui depositi è aumentata dall&#8217;inizio della loro crisi, un anno e mezzo fa, di un punto mezzo percentuale, cosa che per le banche è una ulteriore compressione del margine di intermediazione.</p>
<p>Sommando tutte queste componenti, per le banche italiane direi che siamo nell&#8217;ordine di grandezza tra 4 e 5 punti di Pil nel biennio, cioè tra 60 e 75 miliardi di maggiori oneri e minori utili e dividendi a tutti gli effetti, se i 300 punti di spread dovessero confermarsi nel tempo diciamo per un altro quadrimestre. Intanto, un punto di Pil in più di maggior capitalizzazione è stato appena comminato dall&#8217;EBA, l&#8217;autorità bancaria europea. Tra giugno e settembre sono venuto meno con certezza già 48 miliardi di raccolta complessiva effettuata attraverso certificati di deposito e carta commerciale dagli intermediari bancari nei Paesi avanzati, siamo in presenza di un vero e  proprio inaridimento dei mercati all&#8217;ingrosso, simile a quello post Lehman.</p>
<p>Per finire il conto approssimativo, bisogna stimare infine il costo per i prenditori a cui i maggiori interessi e la restrizione degli impieghi viene naturalmente traslata dalle banche. Cioè sui bilanci delle famiglie, per i mutui e prestiti al consumo,e su quelli delle imprese. E infine ancora aggiungere l&#8217;abbattimento che lo spread esercita sui titolari di redditi immobiliari, visto che più lo spread sale più indici e capitalizzazione della Borsa scendono. Troppo lungo spiegare le metodologie per un calcolo approssimativo. Diciamo che per l&#8217;ultimo quadrimestre c&#8217;è da aggiungere un altro punto di Pil almeno, nell&#8217;anno a venire, e che l&#8217;elasticità è ben superiore all&#8217;unità se la cosa perdura, cioè il punto si raddoppia se dal quadrimestre giungiamo al semestre.</p>
<p>Come si vede, lo spread non riguarda solo le aste pubbliche ma colpisce tutti, e in tempo reale. Se sommiamo gli effetti del solo quadrimestre ultimo per i contribuenti, per le banche e i loro clienti e su chi ha investito in Borsa, siamo già ben oltre i 3 punti pieni di Pil nel 2012, intorno a 50 miliardi di euro. Tutto ciò avviene in un contesto economico complessivo di forte rallentamento delle economie reali. Ieri il centro Studi di Banca Intesa ha stimato che per questo solo effetto reale nei mesi tra giugno e settembre il fatturato delle imprese italiane perde 94 miliardi di euro nel prossimo biennio. E attenti che il conto sale ogni giorno. Ce n&#8217;è abbastanza, per chiedere alla politica un sussulto di responsabilità? E agli italiani per aprire gli occhi, e per un po&#8217; smetterla di dividersi in tribù pensando invece a come evitare di finire ancor più sputtanati e impoveriti ora che siamo alle corde? O no?</p>
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		<title>Arriva pure il Fmi, il governo non lo sa. Anche a noi tocca decidere</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 15:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi sono astenuto dal seguire sul blog giorno per giorno l&#8217;andamento &#8220;obbligato&#8221; della perdita di credibilità italiana, l&#8217;ho fatto ogni giorno su radio24. Alla componente di credibilità soggettiva &#8211; che riguarda personalmente Berlusconi in maniera crescente da due anni a questa parte, ed è irreversibile a mio giudizio da tempo &#8211; si è aggiunta in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono astenuto dal seguire sul blog giorno per giorno l&#8217;andamento &#8220;obbligato&#8221; della perdita di credibilità italiana, l&#8217;ho fatto ogni giorno su radio24. Alla componente di credibilità soggettiva &#8211; che riguarda personalmente Berlusconi in maniera crescente da due anni a questa parte, ed è irreversibile a mio giudizio da tempo &#8211; si è aggiunta in sede internazionale e in maniera conclamata da luglio quella oggettiva, che riguarda la politica economica del governo. E&#8217; una perdita di credibilità che investe Berlusconi e Tremonti insieme, anzi aben guardare dovrebbe riguardare  più il secondo del primo.</p>
<p><span id="more-10471"></span>Perché è il ministro dell&#8217;Economia da solo regista e motore immobile come della positiva astensione da deficit eccessivi, così del negativo mancato taglio a spesa e tasse, della mancata riforma fiscale, e della mancata cessione di quote rilevanti dell&#8217;attivo patrimoniale pubblico per abbattere quote consistenti di debito. C0n l&#8217;avanzo primario &#8211; virtuoso &#8211; che possiamo vantare da questo 2011 a costo dello strangolamento fiscale del Paese, comunque la riduzione del debito pubblico sarà troppo lenta, e a propria volta minacciata da una probabile decrescita del Pil che alla fine non potrà che rispecchiarsi in minor entrate ordinarie, per quanto dura e repressiva sia l&#8217;amministrazione tributaria nel perseguire l&#8217;evasione e innalzare l&#8217;ammontare del riscosso sull&#8217;effettivamente accertato.  Non ho aggiornato i giudizi sulla caduta di credibilità perché il suo esito mi appare scontato. Ma che si arrivasse addirittura a un G20 all&#8217;indomani del quale il governo italiano non sa, non dice e invece disdice intorno a un punto così delicato come il monitoraggio sull&#8217;Italia da parte del Fondo Monetario Internazionale, questa come figuraccia mondiale vale milioni di risatine di monsieur Sarkò. E&#8217; una figura da Paese che ha perso ogni standship, da Paese operetta. Il lungo tramonto pubblico di Berlusconi lascia senza parole perché non avviene su scelte sbagliate &#8211; quelle hanno riguardato la sua vita e la confusione demenziale tra privato e  istutuzionale  -  bensì sull&#8217;assenza di scelte, sulla furbesca confusione di parole, sull&#8217;autosuggestione che sfocia in narcosi. E&#8217; tanto suonato il vecchio campione del ring, che Tremonti saltellandogli intorno ed evitando ogni incrocio di guantoni ed  emissione di voce in pubblico sta riuscendo nella notevole impresa di uscirne incolpevole: non solo come se le politiche economiche considerate deficitarie dai mercati non fossero le sue, ma come una vera e propria quinta colonna interna al governo della comprensibile e responsabile strategia del Quirinale di evitare sia un Gotterdammerung ancor più sanguinoso per il Paese, sia una campagna elettorale al buio con spread lanciati verso quota, chissà, 700.</p>
<p>E&#8217; però il momento di qualche sparsa considerazione più di fondo.</p>
<p>Il monitoraggio da parte del Fmi ci è stato &#8211; attestano fonti ufficiose ma autorevoli dal G20 &#8211; calorosamente &#8220;consigliato&#8221; da parte non solo di Germania e Francia, che allontanano così l&#8217;amaro calice di aiuti ulteriori da parte dell&#8217;Efsf che non ne avrebbe dotazione, comporterebbe tempi lunghi, reazioni scomposte e dileggianti da parte dell&#8217; opinione pubblica tedesca e francese e soprattutto impegnerebbe finanzia aggiuntiva da parte di quei Paesi.  Soprattutto per la Francia alle prese con un delicatissimo problema di iperesposizioni bancarie, meglio che sia sin dall&#8217;inizio Washington a fare da badante all&#8217;Italia.</p>
<p>Ci è stato imposto perché al G20 si è capito chiaramente che nessuno dei Paesi emergenti intende al momento contribuire con propri capitali alla leva dell&#8217;Efsf, attraverso il SPV previsto a tale scopo per giungere fino a 1 trilione di euro. Nemmeno la Cina, non l&#8217;India, non il Brasile. La Russia &#8211; la Russia! &#8211; come la Cina si è riservata di capirci prima qualcosa di più, in ordine a regole e condizioni dello SPV. Visto che l&#8217;Efsf stesso la scorsa settimana ha dovuto rinviare l&#8217;emissione di un proprio bond sui mercati vista l&#8217;aria pesante che tirava all&#8217;indomani dell&#8217;annuncio del referendum greco, è l&#8217;intera credibilità del barocco edificio dei salvataggi a Stati e banche europee europee a risultare incomprensibile al resto del mondo. La scarsa credibilità europea ha deciso di non rischiare oltremodo sobbarcandosi alla totale mancanza di credibilità italiana, questa è l&#8217;amara verità.</p>
<p>Mai, in ogni caso, mai nella storia italiana precedente è avvenuto che il monitoraggio da parte del Fmi avvenisse con questo meccanismo di annuncio da parte altrui, visto che sono stati Barroso, van Rompuy e Sarkozy ad annunciarlo, mentre palazzo Chigi emetteva note tra l&#8217;imbarazzo e la smentita. L&#8217;Italia ha &#8211; purtroppo &#8211; una lunga tradizione di aiuti d&#8217;emergenza, chiesti sia al Fondo con Guido Carli nel 1974 e Stammati nel 1976-77, sia direttamente alla Germania come avvenne ancora nel 1993, offrendo quasi sempre a garanzia riserve auree. Ma in nessun caso i governi dell&#8217;epoca scesero così in basso sulla scala della credibilità da far annunciare ad altri il regime speciale  di scrutinio sulla nostra affidabilità che ufficialmente siamo noi stessi a chiedere, anche se ci viene appunto imposto. Evidentemente, a palazzo Chigi e al ministero dell&#8217;Economia credono che nel resto del mondo valga la stessa regola che vale per alcune testate d&#8217;informazione italiane &#8220;amiche&#8221;, far sparire le cose perché non siano mai avvenute e non risultino. Ma il resto del mondo  vede, stravede e provvede. Provvede a declassare sempre più l&#8217;attendibilità dell&#8217;Italia.</p>
<p>Infine, ciò che risulta ancor più amaramente digeribile è che a tutto ciò si arrivi per mancanza assoluta di decisioni rilevanti.  Berlusconi si è arreso da tempo a non forzare né con la Lega sulle pensioni di anzianità, né su Tremonti per la delega fiscale e le privatizzazioni immobiliari come mobiliari. Va a fondo in un sempre più confuso balbettio di centinaia di micromisure mai attuate negli anni e che oggi si accumulano in un grande libro dei desideri incompiuti. Restando prive di decreti attuativi &#8211; per le due sole manovre estive ne occorrono oltre 130 &#8211; e &#8211; quel che è più grave &#8211; ignorando ed eludendo abbattimento rapido del debito pubblico e incentivi a effetto rapido sulla crescita, cioè quelli fiscali visto che tutti gli altri, dalle liberalizzazioni alla flessibilità del mercato del lavoro, sarebbero benedetti ma hanno effetti di medio-lungo. Incentivi alla crescita quali l&#8217;abbattimento del cuneo fiscale &#8211; chiesto anche non casualmente al Portogallo &#8220;monitorato&#8221;  &#8211; che dal solo azzeramento in due anni delle pensioni di anzianità avrebbero potuto ricevere  decine di miliardi di euro di copertura.</p>
<p>L&#8217;unico vero effetto di questa giostra di micromisure è che alla fine, nell&#8217;assenza dei decreti attuativi, è l&#8217;Economia a restare titolare ancor più unica e indiscussa dei rubinetti pubblici e dunque dell&#8217;unico strumento messo all&#8217;opera in questi anni a fianco del giro di vite fiscale, cioè al centralizzazione assoluta dei mandati di pagamento e degli stanziamenti di cassa al di là di quanto previsto dalla competenza.</p>
<p>Ma l&#8217;effetto vero, che rischia di essere di lungo periodo, è l&#8217;azzeramento di credibilità per chi sostiene idee liberali e di mercato. Azzeramento di credibilità non culturale, ovviamente, perché la credibilità culturale  quella non ce la può levare nessuna vicenda politica. Ma l&#8217;azzeramento di credibilità nella politica italiana per idee antitassaiole e mercatiste è invece un rischio fortissimo. Più volte ho scritto e molte volte detto per radio, negli ultimi due anni, che per i liberali occorre una drastica modifica bottom up dell&#8217;attuale offerta politica.  Dal basso, non dall&#8217;alto. Se qualche residuo liberale si fosse staccato per tempo in parlamento dall&#8217;obbedienza berlusconiana, potrebbe essere utile. Ma è dal basso, che occorrerà tirarsi su le maniche, faticare, e darsi da fare perché libera persona e libero mercato possano rappresentare un&#8217;alternativa a redistribuzuione massiccia di Stato, ad ancora più tasse, a uno Stato ancor più famelico, giustificato come effetto necessario della colpa di 17 anni di mancate promesse del Cavaliere e dei suoi seguaci, prima ancora che della favola &#8211; iperpopolare in Italia tra media e accademici, ma anche sia a destra sia a sinistra &#8211; della crisi mondiale figlia del neoliberismo.</p>
<p>Rispondete,per favore. Dobbiamo limitarci a fare cultura e approfondimento di idee, sui nostri blog, scrivendo e parlando alla radio e in tv, oltre che con papers e libri come fa ottimamente da anni l&#8217;Istituto Bruno Leoni, in costante guadagno di visibilità e impatto con le sue elaborazioni, proposte e studi,  grazie allo straordinario impegno di amici fuoriclasse come Alberto Mingardi, Carlo Lottieri, Carlo Stagnaro e tanti altri?</p>
<p>Oppure dobbiamo sporcarci le mani, provare a riempire teatri, e vincere la ritrosia profonda a un impegno diretto in quell&#8217;arena assai poco allettante che è la politica, mentre al populismo berlusconiano esecrato se ne propongono oggi successori di altri e diversi idealtipi, chi catodico e chi impiombato su carta, chi ex confindustriale e chi ex pm, chi ex comunista e chi neocomunitarista?</p>
<p>Dite la vostra. Non sono le idee a mancare.  Qualche tempo fa, Alberto Mingardi ve ne chiese di aggiuntive, e ci avete risposto. Ma in una lunga fase politica italiana che si chiude, c&#8217;è una decisione da prendere. Non sulle idee, ma sull&#8217;iniziativa da assumere. Perché ad aver totalmente fallito è l&#8217;offerta concreta messa in piedi sul versante liberale  da un Mr Consenso per sè e i suoi affari incapace di diventare mai Mr Governo per gli altri. Mica è un caso, che a risultare meno coinvolto e più contento sia chi, in fondo e al di là delle apparenze, liberale non è stato mai, come il ministro dell&#8217;Economia. E a me, di dover star zitto per chissà quanto per colpa loro, non sembra una gran bella assicurazione a una serena vecchiaia.</p>
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		<title>La risposta a chi dice &#8220;lavori per la sinistra&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:32:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Tempi
Il direttore di Tempi mi pone una domanda che secondo me vorrebbe essere sdrucciolevole. Prima la domanda, poi il perché potrebbe essere scivolosa. Il quesito è: ammesso e non concesso che Berlusconi e il suo governo abbiano esaurito la loro spinta e capacità di governo, l&#8217;opposizione sarebbe forse in grado di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Tempi</em></p>
<p>Il direttore di Tempi mi pone una domanda che secondo me vorrebbe essere sdrucciolevole. Prima la domanda, poi il perché potrebbe essere scivolosa. Il quesito è: ammesso e non concesso che Berlusconi e il suo governo abbiano esaurito la loro spinta e capacità di governo, l&#8217;opposizione sarebbe forse in grado di adempiere appieno o comunque meglio a ciò che l&#8217;Europa ci chiede? Domanda chiara, chiarissima. Che potrebbe  sottindere una convinzione che avverto comunque in crescita, tra lettori e ascoltatori che mi prestano attenzione, e tra costoro in quelli che sono o sono stati elettori di centrodestra, e che pensano mi sia spinto negli ultimi mesi un po&#8217; troppo oltre nelle critiche al governo. Molti di loro mi dicono infatti: con le tue critiche sei diventato un sostenitore della sinistra. O lo sei diventato per convinzione, e allora restiamo stupiti ma dovresti dire perché. Oppure lo sei comunque diventato di fatto, e in tal caso come sostenitore inconsapevole  sei per certi versi anche peggiore di uno che cambia liberamente idea. Poiché questo genere di obiezioni fioccano davvero, per esempio in molti sms in tempo reale sul pc quando ogni mattina vado in diretta su Radio24, rispondo alla domanda di Tempi con ancor più gratitudine, perché mi consente di chiarire un punto importante.<span id="more-10343"></span></p>
<p>No, dal mio punto di vista non penso affatto che l&#8217;attuale arco eterogeneo dell&#8217;opposizione, dal Pd a Di Pietro alla sinistra antagonista che ha ritirato su la testa di fronte ai morsi della crisi e alla protesta che sale nelle piazze, sia o sarebbe meglio in grado di adempiere a ciò che ci ha chiesto l&#8217;Europa. O meglio: a ciò che responsabili uomini di governo avrebbero dovuto capire da mesi che andava fatto, per evitare che fosse comunque l&#8217;Europa a imporcelo con una poco gratificante e molto umiliante dimostrazione di superiorità nei confronti della nostra Italia. Il risolino di Sarkozy è rimasto sul gozzo anche a me, visto che si tratta di salvare le banche francesi assai più piene di carta pubblica di quelle italiane, tanto per cambiare esattamente come tre anni fa erano assai più piene di asset illiquidi di debito privato invece che pubblico. Proprio perché mi sta sul gozzo, ne avrei fatto volentieri a meno e da mesi sono stato tra chi ha chiesto al governo Berlusconi di azzerare le pensioni di anzianità risparmiando decine di miliardi di euro di spese correnti da destinare in parte all&#8217;abbattimento del cuneo fiscale, e di varare un maxipiano di cessioni immobiliari per abbattere lo stock di debito pubblico, e di centinaia di società pubbliche locali.</p>
<p>E&#8217; evidente a chiunque sia un osservatore appena appena spassionato, che le opposizioni italiane attuali non sarebbero minimamente in grado di varare queste misure. La pensano diversamente, e non ne fanno mistero. Per l&#8217;abbattimento del debito pubblico pensano alla patrimoniale pescando nelle tasche dei cittadini – spero che il centrodestra non voglia fare lo stesso errore – e quanto al deficit pensano a tasse ancora più elevate di quelle aggiuntive introdotte quest&#8217;estate dal centrodestra, non certo a tagli di spesa né nelle pensioni né altrove. Vi è chi nel centrosinistra e nel Pd lo ammette del resto onestamente, e per esempio Enrico Letta proprio per questo ha ripetuto da mesi che nessuna coalizione oggi è in grado da sola di sostenere queste misure, ed è pe tale ragione che personalmente è a favore di un governo tecnico di emergenza che assuma sulle sue spalle l&#8217;impopolarità di misure che apparirebbero contrastanti le promesse del centrosinistra, come lo sono oramai risèpetto a molte promesse illusorie del centrodestra, vedi la posizione della Lega sulle pensioni.</p>
<p>Detto questo, per chi la pensa come me – liberare e liberista, antistalista non solo in generale ma perché convinto che da noi troppa spesa pubblica e troppo fisco rendano la crescita asfittica – la domanda vera è un&#8217;altra. Questa: bisogna pensare che parlare a voce alta delle magagne macroscopiche del centrodestra si fa un favore all&#8217;opposizione attuale che non è né liberale né liberista, oppure è due volte giusto farlo perché, oltre a puntare il dito nei confronti di fatti e responsabilità evidenti, è l&#8217;unico modo per immaginare un centrodestra domani capace di fare ciò che per mille ragioni e tutto quel che volte voi non è stato oggi in grado di fare? Ecco, io la penso proprio così. Penso che le idee che albergano nella mia testa e nel mio cuore vengono da prima di me e per fortuna mi sopravviveranno. Sopravviveranno anche alla cattiva prova data dal governo attuale. E perché sopravvivano meglio e non da sconfitto prigioniero dileggiato e incatenato al carro dello statalismo predatore – qualunque sia il diverso e rispettabilissimo ideale di giustizia sociale di chi ne sia invece convinto a differenza di me – allora bisogna non sottrarsi, al dovere della giusta critica anche spietata di Berlusconi e del suo governo. Solo così, chi la pensa come me sarà forse meno deriso domani. E in quel domani qualcuno avrà più possibilità di fare &#8211; da eletto in parlamento e da membro del governo &#8211; ciò che richiedono e pretendono i nostri princìpi e la nostra visione della persona e del benessere, della produttività e della globalizzazione mondiale, con tutta la sua carica di infinita umanità alla ricerca del riscatto che nel mondo nuovo dal mercato aspetta una risposta, non da economie pianificate e da megapatrimoniali a favore di Stati falliti.</p>
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		<title>Mi spiace, sulla patrimoniale non cambio idea</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 12:46:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Panorama in edicola giovedì
Il meteo dell&#8217;economia, di questi tempi, varia solo nell&#8217;area delle basse pressioni. L&#8217;opinione pubblica si scoraggia, sotto i colpi della sfiducia. E in tutto questo c&#8217;è qualcosa di singolare davvero, nei sondaggi. In un mesetto, infatti, gli italiani almeno una certezza l&#8217;avrebbero luminosamente conquistata. A stragrande maggioranza, sarebbero diventati convinti sostenitori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da Panorama in edicola giovedì</em></p>
<p>Il meteo dell&#8217;economia, di questi tempi, varia solo nell&#8217;area delle basse pressioni. L&#8217;opinione pubblica si scoraggia, sotto i colpi della sfiducia. E in tutto questo c&#8217;è qualcosa di singolare davvero, nei sondaggi. In un mesetto, infatti, gli italiani almeno una certezza l&#8217;avrebbero luminosamente conquistata. A stragrande maggioranza, sarebbero diventati convinti sostenitori di una bella tassa patrimoniale. Oro alla Repubblica che rolla tra i marosi! Vien quasi da plaudire, all&#8217;idea che nel 150° dell&#8217;Unità d&#8217;Italia i suoi cittadini siano così fervidi di amor patrio. Senonché i conti non tornano, almeno per me.<span id="more-10107"></span></p>
<p>Avrà sicuramente pesato l&#8217;effetto spiazzamento delle successive stesure della manovra. E la famosa “quota 90”. Non il cambio lira-sterlina difeso dal Duce, no.  La versione  napoletana, “90 la paura”. Perché di fronte a un eventuale default quasi qualunque cosa appare a molti preferibile. Eppure, ne sono abbastanza sicuro. Non è stata la facondia dei fautori della prima ora della patrimoniale, i Giuliano Amato e i Carlo De Benedetti, a convincere tanti italiani, a far mutar partito anche a pezzi importanti della società prima contrari, come la Cisl. Non credo neanche sia stato Alessandro Profumo, che ne ha adombrata una addirittura da 400 miliardi.</p>
<p>Temo che tanti italiani dicano sì alla patrimoniale per tutt&#8217;altre ragioni. Spremuti già all&#8217;inverosimile da tasse e contributi, e nella prospettiva di esserlo ancor più nei prossimi anni, moltissimi pensano allora che è meglio siano i ricchi a pagare. Il sì di massa alla patrimoniale diventa così un modo per allontanare da sé l&#8217;amaro calice, per rimbalzarne l&#8217;onere sul vicino, che naturalmente lui sì che mente al fisco. La patrimoniale viene insomma preferita all&#8217;attuale sistema di prelievo, esoso e inconcludente, visto che negli ultimi 15 anni ha estratto dalle tasche degli italiani 500 miliardi di euro (a prezzi correnti 2000) più di quanto si sia speso, come ha scritto Marco Fortis, eppure siamo ancora e anzi più di prima sul ciglio del default Ma viene abbracciata in quanto alternativa senza dettagli, perché tutti s&#8217;illudono così che siano pochi ricchi a pagarla. Dimenticando l&#8217;amara lezione della storia, anche italiana ed anche recente (il prelievo notturno sui conti correnti di tutti, l&#8217;avete dimenticato?).</p>
<p>Quando Stato e politici si convincono a una patrimoniale forzosa, perché valga l&#8217;effetto allora bisogna prendere dove si può, Cioè dove occhi e orecchie dello Stato sanno che c&#8217;è da prendere. Nelle tasche dei più, non dei meno.</p>
<p>Forse è meglio che gli italiani se ne ricordino. E che il centrodestra rifletta, se può, se vuole, veda lui perché la sua causa a me pare perduta da un pezzo. Esser riusciti a far abbracciare agli italiani la soluzione indicata dall&#8217;opposizione non è l&#8217;ultimo dei segnali, di ciò che va messo a posto.</p>
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		<title>Bandiera bianca: il governo si arrende a Visco</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 19:28:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Quando un governo basa fonda la sua politica di bilancio sulla lotta all&#8217;evasione vuol dire che è a corto di idee e di volontà politica”. Questo scriveva ieri del governo italiano il Financial Times, commentando l&#8217;ipotesi che  ha trovato puntualmente conferma, e cioè che è la lotta all&#8217;evasione la posta con la quale il governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Quando un governo basa fonda la sua politica di bilancio sulla lotta all&#8217;evasione vuol dire che è a corto di idee e di volontà politica”. Questo scriveva ieri del governo italiano il Financial Times, commentando l&#8217;ipotesi che  ha trovato puntualmente conferma, e cioè che è la lotta all&#8217;evasione la posta con la quale il governo ritiene di poter integralmente coprire il buco da 3,8 miliardi determinato dalla caduta della sovrattassa sui redditi oltre i 90 mila euro annui denominata “contributo di solidarietà”. Travolta in 24 ore l&#8217;idea di defalcare il riscatto di laurea, specializzazione e militare dal computo degli anni di lavoro necessari a godere attualmente delle pensioni di anzianità, pressato dalla dura protesta di Comuni e Regioni di cassare tutti i 6 miliardi di tagli aggiuntivi alle Autonomie e non solo i meno di due miliardi che il governo ricava dalla Robin Hood Tax sui gruppi energetici, il governo non ha trovato misure strutturali aggiuntive di contenimento della spesa. Dunque, la soluzione è quella di una nuova intensificazione della lotta all&#8217;evasione. Un grave errore. Vediamo perché.<span id="more-9993"></span></p>
<p>E&#8217; ovvio che la scelta nasce dal fatto che le misure antievasione godono di vasta popolarità, in un Paese da anni intossicato e diviso sul tema di chi sia davvero a evadere tra 100 e 150 miliardi di euro di imposte. Ma prima di entrare nel merito delle nuove misure, va detto che per una vota il Financial Times non sbaglia di molto. E&#8217; un&#8217;autorevole testata internazionale, ma spesso parla dei temi italiani esprimendo opinioni di un mondo finanziario anglosassone talvolta non scevro di pregiudizi, e ben lontano dall&#8217;aver risolto il problema di banche e intermediari finanziari troppo disinvolti, il nodo da cui è nata la crisi mondiale quattro anni fa. Sulla lotta all&#8217;evasione come posta di bilancio e pilastro di risanamento, tuttavia, ha ragione. I conti della lotta a chi non paga il giusto tributo si fanno ex post, l&#8217;anno successivo. Se li si mette in bilancio ex ante, occorre prevedere un fondo egativo di spesa che non si effettuerà, se gli introiti mancano i sono inferiori alle attese. Porre invece ex ante gli introiti da meno evasione a copertura del deficit, non si può e non si deve.</p>
<p>Mentre i mercati, l&#8217;Europa e la Bce da un mese ci chiedono correzioni strutturali della spesa pubblica più che aumenti fiscali che strangolano ulteriormente la bassa crescita italiana, e abbattimenti del debito ttuate attraverso dismissioni mobiliari e immobiliari del patrimonio pubblico. Ciò che nella manovra continua a essere insufficiente, rispetto alle attese.</p>
<p>Con la differenza, rispetto a tre settimane fa, che rispetto alla coesione chiesta dal Quirinale ormai tutti gli interessi sono sul piede di guerra. I quotidiani zigzag del governo su Irpef, Iva e sulle ipotesi di patrimoniale hanno spinto sindacati e Autonomie, ordini professionali, dipendenti statali e pensionati a spianare le armi. Ieri anche Confindustria, in un&#8217;affollata riunione del suo Direttivo alla quale hanno partecipato tutti i grandi nomi dell&#8217;impresa privata italiana vista la gravità del momento, ha duramente espresso il suo allarme per una manovra che resta incerta nei saldi, priva di misure per la crescita, monca dei tagli ai costi della politica, opposta rispetto alle richiesta Bce di prevedere meno spesa e non più tasse.</p>
<p>E&#8217; molto difficile, a questo punto, prevedere se e come la perdita complessiva di credibilità dell&#8217;Italia di queste settimane possa difendersi da un più che prevedibile ritorno in grande stile dell&#8217;attacco all&#8217;Italia da parte dei mercati. Il governo sa che dovrà essere pronto ad aggiungere altro, rispetto agli emendamenti presentati ieri. Nel decreto stesso c&#8217;è un comma che autorizza il governo a emanare quando necessario un aumento dell&#8217;Iva, e bisognerà vedere se dopo questo caos basterà di un punto o dovrà essere di due. Anche perché le Autonomie che a questo punto sono compatte, con sindaci e presidenti di destra e sinistra uniti nel richiedere la marcia indietro totale sui 6 miliardi di tagli nel 2012 e sui 3,2 nel 2013, complessivamente decisi dalla manovra di luglio e di agosto, e mentre i 6 miliardi di tagli ai ministeri sono ancora tutti da attribuire.</p>
<p>Nel merito, la scelta di puntare tutto sulla lotta all&#8217;evasione ha anche un sapore politico amaro, per il governo. E&#8217; evidente che per il centrodestra si tratta di chiudere nel cassetto una volta per sempre le tante accuse e polemiche riservate per anni a Vincenzo Visco e a Romano Prodi. Il carcere per evasioni superiori ai tre milioni di euro è l&#8217;inveramento di quella formula, “manette agli evasori”, che per una vita suscitò in mezza Italia diffidenza e ostilità verso il suo inventore, Bruno Visentini che aveva introdotto i registratori di cassa. La pubblicazione – ma decideranno i Comuni se procedere – delle liste pubbliche di tutti i contribuenti con le relative dichiarazioni, è un chiaro invito a quella delazione fiscale che il centrodestra ha per anni avversato, sostenendo che alimentava una guerra tra poveri buona solo a coprire gli aumenti di spesa dello Stato e della politica. Personalmente, da testardo liberale io continuo a pensarla così, e a ritenere che lo Stato può e deve sapere tutto dei miei redditi, ma che la mia privacy verrà violata da questo metodi da Stasi. La destra è diventata populista e giacobina proprio sulla tasse, dopo 17 anni di promesse opposte. Vedremo poi se davvero arriva a due miliardi,d&#8217;incasso, la lotta attraverso sovraliquota Ires del 10% sulle società di comodo intestatarie di beni mobiliari e immobiliari. Quanto all&#8217;indicazione in dichiarazione dei redditi delle banche e degli intermediari coi quali il contribuente intrattiene rapporti, è evidente che si tratta di una mossa preparatoria per le patrimoniali di domani. E per scoraggiare la scelta da parte del cittadino italiano di intermediari esteri perché in quel caso l&#8217;Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza staranno sul chi vive.</p>
<p>E&#8217; vero, purtroppo. Ridurre una spesa pubblica di 815 miliardi di 4 o 5 punti di Pil senza voler intervenire sulle pensioni di anzianità e sull&#8217;aumento dell&#8217;età pensionabile, o senza meccanismi durissimi sulle forniture sanitarie – 70 miliardi l&#8217;anno – aumentate di oltre il 50% nei 6 anni precrisi, descrive l&#8217;impotenza della politica italiana. Ma è un grave errore dimenticare che l&#8217;evasione tanto estesa è figlia di entrate già altissime, che passeranno dal 46,6% del Pil nel 2010 a oltre il 49% nel 2014. Entrate che deprimeranno una crescita già bassissima. E che, soprattutto, non trovano riscontro in ciò che lo Stato offre ai suoi cittadini.</p>
<p>Chiunque abbia a cuore libertà e liberalismo non può più avere a che fare con chi compie scelte di questo genere, esponendo l&#8217;Italia primam di se stessi a un baratro.</p>
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		<title>Via la sovrattassa, la pressione resta bassa</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 10:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le aspre e giuste critiche rivolte al governo per la manovra bis hanno iniziato ieri a ottenere ieri qualche significativo risultato. Nel lungo vertice tra Berlusconi, Bossi e Tremonti, ciascuno ha dovuto fare marcia indietro rispetto ad alcuni punti del testo che era stato varato. Esso comprendeva scelte in violento contrasto con le promesse elettorali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le aspre e giuste critiche rivolte al governo per la manovra bis hanno iniziato ieri a ottenere ieri qualche significativo risultato. Nel lungo vertice tra Berlusconi, Bossi e Tremonti, ciascuno ha dovuto fare marcia indietro rispetto ad alcuni punti del testo che era stato varato. Esso comprendeva scelte in violento contrasto con le promesse elettorali del centrodestra, depressive per effetto sull&#8217;economia, inique perché aggravavano la pressione fiscale su chi, con aliquote tra le più alte nei Paesi avanzati,già le tasse le paga e sostiene una parte significativa dei consumi. Il centrodestra si apprestava ad alzare le aliquote delle imposte sia dirette sia indirette e ad introdurre anche una patrimoniale, mentre al contempo sblocca le tasse locali. Sarebbe stato un massacro sicuro: per i contribuenti prima, ma certo per il centrodestra poi.<span id="more-9971"></span></p>
<p>E&#8217; in particolare l&#8217;abolizione del cosiddetto contributo di solidarietà, che va considerata positivamente. Siamo stati molto critici sin dalla prima ora. Avevamo buone ragioni per picchiare duro, e solo grazie alle severe critiche il governo si è ricreduto sull&#8217;incredibile errore di considerare “ricco” da tosare chi ha un reddito di poco superiore ai 40 mila euro netti l&#8217;anno. Dopo le reazioni negative venute dalle parti politiche e dagli osservatori più disparati, Berlusconi si è reso conto che la misura non andava attenuata, come pensavano pezzi della maggioranza e autorevoli componenti  del governo, che anche al sottoscritto avevano ribadito trattarsi di misura equa “contro i ricchi indifferenti alle condizioni del Paese”. La sovrattassa sul reddito andava semplicemente spazzata via. Ed è un bene che il premier si sia ravveduto. Almeno su questo.</p>
<p>Il secondo motivo di soddisfazione è che il governo abbia rimesso nel cassetto l&#8217;ipotesi di una cervellotica “tassa sull&#8217;evasione”  elaborata dalla Lega, una tassa patrimoniale del tutto inattuabile visto che avrebbe dovuto prevedere un&#8217;istruttoria ad hoc per ogni contribuente, incrociandone stock patrimoniale e dichiarazioni dei redditi per elaborarne un&#8217;impensabile aliquota caso per caso.</p>
<p>La terza cosa buona è che finalmente si smorza l&#8217;ingiustificato veto leghista innalzato contro ogni ipotesi di innalzamento dell&#8217;età per i trattamenti previdenziali di anzianità, uno dei comparti invece su cui occorre intervenire con decisione, sia per le aumentate attese di vita sia per elementari esigenze di equità intergenerazionale, visti i costi crescenti che accolliamo ai giovani. Certo, il mancato computo del riscatto di laurea e militare per i requisiti di anzianità è solo un primo passo. Su questo il governo farebbe bene ad accogliere in parlamento emendamenti come quelli del terzo polo, parecchio più coraggiosi. Restiamo assolutamente ad anni luce di distanza da quella sostanziale parificazione a 67 anni in tre-quattro anni soli dei requisiti di anzianità e vecchiaia, che avrebbe dovuto costituire la scelta di elezione del centrodestra per dare equilibrio strutturale alla spesa &#8211; i saldi sarebbero stati di 60 e più miliardi di euro &#8211; e che avrebbe consentito di reperire al contempo risorse da destinare alla crescita, cioè a meno tasse e contribuiti per lavoro e impresa.  </p>
<p>Veniamo alle altre ombre. L&#8217;abolizione totale delle Province e il dimezzamento dei parlamentari, prendendo la via obbligata della riforma costituzionale, è di pressoché impossibile assunzione in questa legislatura. I piccoli Comuni restano con sindaci e consiglieri, anche se con funzioni accorpate. Inoltre, al primo esame delle modifiche profonde assunte ieri, diventa  per conseguenza obbligata una serissima vigilanza sui saldi finali da assicurare comunque invariati se non da migliorare, per l&#8217;azzeramento del deficit al 2013.</p>
<p>La rinuncia alla stangata sui redditi vale 3,8 miliardi di entrate in meno. Ai Comuni si promettono 2  miliardi almeno di minori tagli. Dall&#8217;altra parte, il mancato riscatto di leva e laurea per l&#8217;anzianità vale meno di un miliardo. Per altri 5 che mancano, il governo ha annunciato aggravi tributari alle cooperative di cui non si conosce il dettaglio, e infine un potenziamento delle misure antielusive con gettito lasciato in parte ai Comuni, e un giro di vite contro le società costituite a fini di frode per le intestazioni immobiliari e patrimoniali. Alla prima impressione, ci sono diversi miliardi aggiuntivi da lotta all&#8217;evasione, dunque di assai dubbia contabilità preventiva.</p>
<p>Meglio continuare gli occhi ben aperti. Nessuno, né Berlusconi, né Tremonti, néla Lega, esce bene  dal susseguirsi di giravolte e autosmentite che da due mesi a questa parte hanno costituito il tragitto zigzagante  della manovra e della manovra bis. Ai mercati e all&#8217;Europa è altra la certezza da dare, di sé  come delle misure da assumere per ridare equilibrio ai conti pubblici italiani, e, soprattutto, per aumentare il nostro basso tasso di crescita ormai quindecennale. Il governo continua a dire no a un più deciso intervento previdenziale come a un intervento sull&#8217;Iva, che entrambi avrebbero potuto per esempio generare risorse da destinare all&#8217;abbattimento contributivo per l&#8217;assunzione di giovani. E poiché la crisi dei mercati è ben lungi dall&#8217;essere finita, il governo a questo punto farà bene se rafforzerà ulteriormente la manovra in Parlamento. Berlusconi ha evitato il peggio. Ma, per il meglio che ancora manca, di spazio e tempo ce n&#8217;è ancora. Sarebbe bene se il governo lo utilizzasse. Onore ai frondisti come Martino, Stracquadanio e Crosetto che han detto chiaro che con le sovrattasse loro il voto non lo danno. Ma ho come l&#8217;impressione che non è con questi zigzag da continuo piede sul burrone, che governo e maggioranza eviteranno il redde rationem per esser diventati la pallida farsa di ciò che avevano promesso agli elettori.</p>
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		<title>Il mio no a Bossi, al tassatore dell&#8217;Economia, ai cuori rapinatori che dicono di grondare sangue</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Aug 2011 08:08:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un centrodestra coerente alle sue promesse mai mantenute in 17 anni ha avuto l&#8217;ultima occasione, di fronte alla clamorosa autosmentita cui era costretto. Io dico: l&#8217;ha persa. Per ungoverno di centrodestra, &#8220;essere costretto&#8221; ad affondare la lama nella spesa pubblica dovrebbe costituire una festa, tanto più se ce lo impone l&#8217;Europa. Invece tagli come frattaglie, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un centrodestra coerente alle sue promesse mai mantenute in 17 anni ha avuto l&#8217;ultima occasione, di fronte alla clamorosa autosmentita cui era costretto. Io dico: l&#8217;ha persa. Per ungoverno di centrodestra, &#8220;essere costretto&#8221; ad affondare la lama nella spesa pubblica dovrebbe costituire una festa, tanto più se ce lo impone l&#8217;Europa. Invece tagli come frattaglie, nessuna visione sui grandi aggregati di spesa da ridurre, e più tasse.<span id="more-9900"></span>Poteva e doveva dire agli italiani, il governo,  che a questo punto occorreva un drastico intervento capace di ridare equilibrio strutturale alla finanza pubblica per i prossimi anni, tutto sul versante della spesa, liberando diversi punti di Pil per meno tasse subito e più crescita domani, e senza colpire redditi e consumi attuali. Di conseguenza occorreva un intervento abbatti-spesa, concentrato soprattutto su un aumento consistente dell&#8217;età pensionabile. Sia di quella per i trattamenti di anzianità – si trattava di passare dall&#8217;attuale “quota 96” a quota 103-105 in 5 anni – sia per quelli di vecchiaia – deliberando da subito equiparazione per uomini e donne almeno a 67 anni sia nel pubblico sia nel privato. Tali misure draconiane da sole producono un alleviamento dei saldi di circa i due terzi dei 100 miliardi in meno di sopesa su 800 annuali attuali, di cui ipoteticamente parlo da qualche tempo. A questo, andavano affiancate misure di privatizzazione per invertire l&#8217;andamento del debito, cominciando dal patrimonio immobiliare perché le resistenze sui servizi pubblici locali saranno infinite, e associando le Autonomie a parte dei proventi, per rendere meno infuocata la trattativa sui tagli aggiuntivi alle loro spese correnti. Le misure sulle privatizzazioni annunciate ieri sono programmatiche, riguardano i servizi locali con la messa a gara ed è un bene, ma non la parte immobiliare statale.</p>
<p>Ciò che è più grave, dal nostro punto di vista,è l&#8217;errore ennesimo sulle tasse. Nella maggioranza la Lega è diventata paladina a oltranza della possibilità attuale di andare in pensione a 58 anni, e per questo ha portato a colpire con una mazzata fiscale ulteriore quell&#8217;1% di contribuenti che già paga oltre il 20% dell&#8217;Irpef, e gli autonomi sopra i 55 mila euro di reddito da oggi sanno che la Lega è il loro primo nemico. Alzare sistematicamente la curva dell&#8217;Irpef è un errore che ha del clamoroso. Un errore politico, finanziario e per gli effetti sulla crescita. E&#8217; un errore non emendato dal fatto che l&#8217;opposizione avrebbe inciso sui patrimoni ancor più duramente. E&#8217; un errore aggravato dal fatto che dei 20 miliardi di manovra aggiuntiva per scendere a un deficit dell&#8217;1,4% di Pil nel 2012 e dei 25 miliardi per ottenere l&#8217;azzeramento del deficit nel 2013, gli altri 6 miliardi di tagli aggiuntivi agli Enti Locali non appaiono oggi credibili, e in effetti il governo da subito concede il via libera alle addizionali locali: in altre parole saranno altri 6 miliardi di maggior prelievo traslato sui cittadini.</p>
<p>Quanto ai costi della politica, è apprezzabile l&#8217;annuncio della sforbiciata di 35 province sotto i 300mila abitanti, come l&#8217;accorpamento per 1500 Comuni e i nuovi limiti alla numerosità dei relativi consiglieri, ma l&#8217;annuncio nella conferenza stampa di ieri è già diventato un “c&#8217;è un testo in divenire”: Dunque bisognerà capire di che cosa si tratta. Un piccolo assaggio rispetto a quel che servirebbe la prevista sforbiciata all&#8217;indennità per i parlamentari con doppio stipendio. Ridicolo invece il taglio della tredicesima dai dipendenti pubblici di enti che non siano virtuosi nel bilancio: il budget non lo fanno i dipendenti, non reggerebbe all&#8217;esame di costituzionalità.</p>
<p>Nel decreto, passa la validità erga omnes delle intese aziendali già ragiunte, e la Fiat dunque ottiene la norma salva-Pomigliano. Quanto all&#8217;articolo 18, com&#8217;è prevista la sua modifica nel ddl significa che i sindacati devono essere tutti d&#8217;accordo in azienda per derogare, e dunque significa che non si deroga mai: al contrario andava prevista la monetizzazione certa ex ante in caso di scioglimentod el rpporto, parametrata alla durata del rapporto stesso, come da anni e anni ripete chi sa della materia. Le liberalizzazioni delle professioni sono per l&#8217;ennesima volta sparite, tranne una norma quadro che significa zero.</p>
<p>Le tasse salgono. Il mancato intervento previdenziale non libera risorse da destinare allo sviluppo, come sarebbe assolutamente necessario.</p>
<p>Certo, capisco che sotto l&#8217;incalzare degli eventi per il centrodestra è stato difficile doversi autosmentire. Da quel che si è capito ieri, i saldi miglioreranno ma con più tasse e non con più crescita. Si può essere commissariati dall&#8217;Europa perché non si ha avuto fegato di riallineare il pachiderma pubblico italiano alla Germania che cresce con 4 punti di Pil di tasse e spesa pubblica meno di noi, e a quel punto approfittarne per farlo. Oppure continuare a non farlo, per difendere il diritto dei lavoratori del Nord di andare in pensione a 58 anni. In questo secondo caso, inutile lamentarsi poi che il commissariamento prosegua. Si legge in queste ore che Berlusconi voiglia sostituire Tremonti, divisi dal rapporto con Draghi che il premier ha coltivato. Non vedo qon quale conseguenze, visto che nel testo il premier ha perso su tutta la linea ed è ridicolo presentarsi agli italiani sostenendo &#8220;il mio cuore gronda di sangue perché vi mettiamo le mani nel portafoglio&#8221;. Ridicolo e offensivo.</p>
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		<title>L&#8217;autocontraddizione in arrivo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 10:06:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Tempi, in distrubuzione al meeting di Rimini
Mentre scrivo queste righe, mancano ancora una decina di ore al Consiglio dei ministri incaricato di varare la manovra-bis per rassicurare i mercati. Di conseguenza, manil dettaglio dei provvedimenti che il governo alla fine avrà deciso di assumere. Si conosce un&#8217;ampia forbice di misure che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal prossimo numero di Tempi, in distrubuzione al meeting di Rimini</p>
<p>Mentre scrivo queste righe, mancano ancora una decina di ore al Consiglio dei ministri incaricato di varare la manovra-bis per rassicurare i mercati. Di conseguenza, manil dettaglio dei provvedimenti che il governo alla fine avrà deciso di assumere. Si conosce un&#8217;ampia forbice di misure che il governo ha esaminato, e il giudizio finale sarà solo sul decreto. Ma quel che si sa ora mi basta tuttavia per esprimere una personale valutazione. Che non impegna nessuno e discende dal mio punto di vista. Se sarà come sembra, l&#8217;occasione è persa, l&#8217;autocontraddizione è manifesta, la stangata fiscale demenziale. <span id="more-9890"></span></p>
<p>Primo: l&#8217;autocontraddizione è evidente. E&#8217; uscita sconfitta la linea di chi ha detto per anni che non saremmo finiti nel pieno dei sospetti di insolvibilità pubblica, e la cosa è grave perché a dire invece che sarebe avvenuto eravamo in non pochi, stante che la linea tedesca perseguita per un anno e mezzo avrebbe portato esattamente al ribasso di Paesi come l&#8217;Italia, troppo grandi per fallire e dunque da indurre politicamente a cambiare linea assumendo quella di un maggior rigore.</p>
<p>Secondo: bisognava approfittarne. Una volta che lo spread dei Btp era giunto a quota 400 sul Bund, senza aspettare la lettera Draghi-Trichet che ci metteva in mora per l&#8217;intervento di tutela della Bce sui titoli italiani, occorreva fare quel che sinora il centrodestra aveva sempre accuratamente evitato di fare. Cioè affermare che degli 800 miliardi di euro a cui ammonta la pesa pubblica italiana un buo centinaio sono di troppo, non tanto per fare un numero che impressionasse l&#8217;Europa ma perché effettivamente è quella la somma a cui si arriva se sommiamo i due punti e mezzo di Pil che ogni anno paghiamo alle pensioni in più della media europea, e la crescita fuori linea negli ultimi sei anni di alcune componenti “pesanti” dei consumi pubblici intermedi, come la spesa di forniture sanitarie aumentata del 50% e che da sola pesa 80 miliardi.</p>
<p>Terzo: contentare tutti non si può. Riallineare drasticamente la spesa pubblica avrebbe significato colpire interessi, ed è questo che occorre fare nelle grandi difficoltà. Non avere la pretesa di scontentarne il meno possibile. Pretendere di tenere insieme Confindustria promettendo la modifica imperativa dell&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e privatizzazioni e liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, e il sindacato colpendo con una pesante addizionale fiscale chiunque sia oltre i 90 mila euro di reddito lordo, è una mera illusione. La riforma del mercato del lavoro e dell&#8217;articolo 18 è utile e sacrosanta, ma credere  di equlibrarla andandoci leggeri con l&#8217;aumebnto dei tetti di anzianità previdenziale è sbagliato.</p>
<p>Quarto: pensioni e privatizzazioni. La mia opinione è che un centrodestra coerente alle sue promesse mai mantenute in 17 anni ha avuto l&#8217;ultima occasione, di fronte alla clamorosa autosmentita cui era costretto. Poteva e doveva dire agli italiani che a questo punto occorreva un drastico intervento capace di ridare equilibrio strutturale alla finanza pubblica per i prossimi anni, tutto sul versante della spesa, liberando diversi punti di Pil per meno tasse subito e più crescita domani, e senza colpire redditi e consumi attuali. Di conseguenza occorreva l&#8217;intervento abbatti-spesa di cui sopra, concentrato soprattutto su un aumento molto più consistente dell&#8217;età pensionabile. Sia di quella per i trattamenti di anzianità – si trattava di passare dall&#8217;attuale “quota 96” a quota 103-105 in 5 anni – sia per quelli di vecchiaia – deliberando da subito equiparazione per uomini e donne a 67 anni sia nel pubblico sia nel privato. Tali misure draconiane da sole producono un alleviamento dei saldi di circa i due terzi dei 100 miliardi di cui ipoteticamente parlo. A questo, andavano affiancate misure di privatizzazione per invertire l&#8217;andamento del debito, cominciando dal patrimonio immobiliare perché le resistenze sui servizi pubblici locali saranno infinite, e associando le Autonomie a parte dei proventi, per rendere meno infuocata la trattativa sui tagli aggiuntivi alle loro spese correnti.</p>
<p>Quinto: l&#8217;errore ennesimo sulle tasse. La strada preannunciata dal centrodestra è stata diversa. Tra chi anche nella maggioranza – la Lega – è contrario a drastiche modifiche dell&#8217;età pensionabile, e chi pensa che Berlusconi abbia sbagliato a prendere sul serio la linea Draghi-Trichet, si  tenta la strada del “di tutto un po&#8217;” compreso l&#8217;ennesimo maxi prelievo addizionale fiscale, riservato ad autonomi e ai redditi sopra la linea mediana. E&#8217; un errore secondo me, politico, finanziario e per gli effetti sulla crescita. E&#8217; un errore anche se l&#8217;opposizione non ha è credibile e avrebbe inciso sui patrimoni ancor più duramente. E&#8217; un errore pazzesco perché la prssione fiscale sui redditi medio-alti è già altissima rispetto alla media europea, dunque l&#8217;intera curva Irpef va abbassata e non alzata:NON è questione di negata solidarietà,  è l&#8217;abc che il centrodestra ha ripetuto per 17 anni smentendosi sempre al momento delle scelte.</p>
<p>Posso sbagliare, naturalmente. Ma se le misure saranno come sono state prospettate, i miei auguri a questo centrodestra per le elezioni, qualunque sia la loro data. Si può essere commissariati perché si è seguita una linea sbagliata, e trasformare l&#8217;evento in occasione per fare tutto quanto non si ha avuto il fegato di far prima. Oppure confermare l&#8217;idea che è giusto restare commissariati, perché quel fegato non lo si ha proprio.</p>
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		<title>Quel che rischia il ceto medio, con questo governo. E quel che faremmo noi.</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 14:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal prossimo numero di Panorama. 
D&#8217;accordo, a ogni manovra c&#8217;è chi esagera. Repubblica ma anche il Corriere, due settimane fa hanno impazzato. Per cinque giorni il quotidiano diretto da Ezio Mauro, per due quello da Ferruccio de Bortoli, hanno sparato pagine intere sui tagli da duemila a tremila euro a famiglia che deriverebbero dalla manovra. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Panorama. </em></p>
<p>D&#8217;accordo, a ogni manovra c&#8217;è chi esagera. Repubblica ma anche il Corriere, due settimane fa hanno impazzato. Per cinque giorni il quotidiano diretto da Ezio Mauro, per due quello da Ferruccio de Bortoli, hanno sparato pagine intere sui tagli da duemila a tremila euro a famiglia che deriverebbero dalla manovra. Dimenticando di dire che il più delle cifre veniva da simulazioni sulla riduzione lineare di deduzioni e detrazioni fiscali per 20 miliardi che il governo ha posto nel decreto legge a copertura dei saldi, invece che nella delega per finanziare la riforma fiscale com&#8217;era previsto nella versione originale. Dimenticando cioè di chiarire che quei tagli sono stati previsti solo per dare garanzia immediata ai mercati che comunque l&#8217;azzeramento del deficit si farà, non che l&#8217;intenzione di Tremonti e Berlusconi sia di farli davvero, perché al contrario il ministro dell&#8217;Economia ha sempre spiegato e ripetuto che è sula spesa che occorrerà incidere ancor più profondamente, che le deduzioni e detrazioni vanno ridotte scegliendo fior da fiore per levare a chi non ne ha bisogno, non per aggravare linearmente il carico fiscale alle famiglie povere e numerose. Ma ammettiamolo.I media e l&#8217;opposizione hanno fato bene a spara, è il governo che si è pazzescamene contraddetto. <span id="more-9777"></span><br />
Sarebbe stato non una ma cento volte meglio immolarsi sull&#8217;altare di tagli maggiori da subito e indirizzati su comparti strutturali, alzando l&#8217;età pensionabile a 70 anni in 5 anni e privatizzando patrimonio immobiliare pubblico, invece di evocare la minaccia di più tasse per 20 miliardi a famiglie e imprese. Non solo si regala un&#8217;arma facile all&#8217;opposizione. Che potrà dire: se ci votate, niente tagli lineari a chi già se la passa male ma una bella patrimoniale sui famigerati ricchi. Soprattutto, l&#8217;operazione è sbagliata perché esiste davvero, un grande rischio di impoverimento del ceto medio italiano. E lo sappiamo perché lo dicono i dati.</p>
<p>Preferisco non utilizzare i numeri “allarmati”, per esempio quelli elaborati dalla Caritas o dalla Cgi, due parrocchie contrapposte che fanno il loro mestiere. Fermiamoci ai dati Istat. Secondo i quali nel 2010 in Italia c&#8217;erano 8milioni 272mila individui in condizioni di povertà relativa pari all&#8217;11% delle famiglie italiane, e in condizioni di povertà assoluta 3 milioni 129mila persone pari a 1milione e centomila famiglie cioè il 4.6% del totale nazionale. E&#8217; meglio capirsi su come si elaborano questi dati, che gli “allarmati” contestano come sempre capita in Italia, dove ciascuno produce dati a capocchia. L&#8217;Istat aggiorna da anni con criteri scientifici al potere d&#8217;acquisto e alle medie di spese personali e familiari questi due dati, che sono dunque attendibili. Per la povertà relativa, si aggiorna ogni anno una media di spesa procapite per consumi atti a una vita dignitosa, e l&#8217;anno scorso era pari a 992 euro a persona per mese: una famiglia è in condizioni di povertà relativa se due persone possono contare su un reddito pari alla spesa media mensile di una sola, e il coefficiente varia a seconda della numerosità familiare. Per la povertà assoluta, si calcola invece una media di spesa minimale procapite al mese, sotto la quale c&#8217;è l&#8217;impossibilità di una vita di qualunque tipo se non da clochard mendicante. Nell&#8217;anno scorso quel minimo vitale era pari a 786 euro al mese per adulto ch vive da solo in una grande città del Nord, 686 in un piccolo Comune settentrionale, 516 in un piccolo Comune meridionale.</p>
<p>Innanzitutto: questi dati sono in peggioramento rapido? L&#8217;Istat – non io – dice di no, guardando complessivamente al Paese. La povertà relativa era all&#8217;11% delle famiglie italiane nel 207 pre-crisi, e lì è rimasta. La povertà assoluita era al 4,1% nel 2007, e dal 2008 entrando nlla crisi è salita al 4.6%, e lì è rimasta. Questo non significa però affatto che non ci siano linee emergenti che dovrebbero indurre la politica – di qualunque colore – ad aguzzare occhi e orecchie, per capire a che cosa bisogna fare fronte. Innanzitutto perché è cresciuta la fascia dei “quasi relativamente poveri”. Chi sono? Le famiglie comprese entro una fascia superiore del solo 20% a quella media di 992 euro di spesa ogni due componenti al mese. In questa fascia c&#8217;è un altro 7,8% delle famiglie italiane, cioè altri 2 milioni di famiglie pari a 6,8 milioni di persone. E se sommiamo questi “quasi relativamente poveri” a coloro che lo sono già, arriviamo a 20 milioni di persone su un totale di 65 milioni di residenti. E&#8217; dunque su questi 20 milioni, che dobbiamo fare un ragionamento per capire che cosa sta avvenendo nel ceto medio impoverito.</p>
<p>Qual è, l&#8217;identikit di chi a paragone degli altri se la sta passando peggio, cioè fatica più degli altri nell&#8217;ultimo anno a difendere reddito e consumi sul precedente? Innanzitutto chi ha famiglie numerose, visto che in un anno quelle con 5 figli e più passano in condizioni di povertà relativa dal 25% al 30%. Idem per le famiglie con membri aggregati, tipo anziani a carico, che passano dal 18% al 23% nella povertà relativa. C&#8217;è poi un problema generale nel Mezzogiorno, che registra percentuali doppie e triple del Nord: basta avere 3 figli, perché al Sud nel 2010 rispetto al 2009 la povertà relativa sia salita dal 36% addirittura al 47%.</p>
<p>Quanto alle condizioni di lavoro emerge in tutta Italia, e come al solito al Sud come una vera pandemia, il peggioramento delle famiglie in cui chi lavora esercita una professione autonoma: dal 6,2% del 2009 al 7,8% del 2010, e nel Sud la povertà relativa degli autonomi passa in un anno dal 19% al 23,6%. Per i pensionati, nelle famiglie in cui c&#8217;è un solo reddito da quiescenza il peggioramento è drastico: la povertà relativa passa dal 13,6% al 17%, quella assoluta dal 3,7 % a un terribile 6,2%.</p>
<p>Conclusione. L&#8217;emergenza famiglia nel ceto medio esiste e peggiora. Stiamo colpendo duro gli autonomi, additati come evasori ma in realtà vittime più degli altri della crisi, ed esposti a maggiori rischi previdenziali. In più, per i pensionati a basso assegno si apre un baratro, e impoveriscono anche i loro figli a bassa qualifica, nelle famiglie allargate. Tradotto: le deduzioni e detrazioni per carichi familiari vanno alzate, non abbassate, e tagliati al loro posto i trasferimenti a fondo perduto alle imprese. Per gli autonomi, la linea voluta dalla sinistra, dell&#8217;innalzamento contributivo avvicinandoli al lavoro dipendente, si traduce in una strage. Quanto ai pensionati, una parte dei 60-70 miliardi che si risparmiano se andiamo tutti in pensione a 70 anni al 2016 e non al 2050 come oggi previsto si può e si deve devolvere all&#8217;integrazione degli assegni al minimo. E il Sud ha un disperato bisogno, in generale, di aree franche fiscali. Altrimenti, per il ceto medio tra le maggiori tasse locali e nazionali saranno botte da orbi. Figuriamoci con la patrimoniale.</p>
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