Draghi, credibilità e riforme inascoltate
Sul numero di Panorama Economy in uscita domani, il mio commento a Draghi. Prosegui la lettura…
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La designazione da parte dell’Ecofin di Mario Draghi quale successore di Jean-Claude Trichet alla guida della BCE è un’ottima notizia, di quelle non troppo frequenti per il nostro Paese nel contesto internazionale. Che i governi dell’Unione europea abbiano trovato ed espresso una convergenza molto forte sul governatore della Banca d’Italia rappresenta infatti un tributo al merito sotto tre diversi punti di vista: per la persona prescelta, per il Paese che lo ha espresso, e insieme e soprattutto per il futuro dell’Unione monetaria. Prosegui la lettura…
All’Italia serve un liberista vero, perché c’è una questione trinitaria. No, non sono impazzito, non è la Pasqua mistica di resurrezione che si avvicina dopo le Palme. Prosegui la lettura…
Siamo tutti presi dal mancato sostegno europeo all’Italia sulla questione dei migranti che sbarcano a Lampedusa, e non ci rendiamo conto che l’Europa è ai minimi della sua credibilità e coesione. Il Capo dello Stato ha avuto ragione a richiamare tutti a toni e parole più misurate, quando si accenna all’ipotesi di exit italiano da Schengen e dall’Europa. Ma in realtà è l’intera Europa, oggetto di un exit drama perché incapace di una exit strategy. Prosegui la lettura…
Gli italiani trovano subito, alla pompa di benzina, l’effetto della crisi libica. Se continuerà il conflitto tribale nell’ex colonia italiana l’effetto sarà benedetto dai Paesi Opec, perché stabilizzerà il costo più elevato del barile sui 25 dollari rispetto alle previsioni di inizio anno. E si porrà un immediato problema a chi guida le politiche monetarie, cioè alle banche centrali. La BCE ha già risposto per bocca del suo presidente, Jean-Claude Trichet. L’euroarea potrebbe rialzare già ad aprile di mezzo punto il suo tasso ufficiale, per contenere l’ondata inflazionistica. Negli Stati Uniti, la FED non ci pensa proprio. In termini di exit strategy, che cosa implica di fronte al caro-barile la divaricazione dei tassi? Distinguiamo il problema teorico da quello pratico. Il primo spiega la posizione lassista americana. Il secondo, inficia la posizione rigorista dei banchieri centrali europei. Prosegui la lettura…
debito pubblico, energia, euro, macroeconomia, Stati Uniti, ue
Non ho la sfera di cristallo, non faccio pronostici. Ho scritto però molto mesi fa, quando si scelse il candidato portoghese per la vicepresidenza BCE sotto Trichet, che sin da allora l’Italia avrebbe dovuto pensare a come costruire una coalizione a favore di Draghi come successore di Trichet. L’endorsement di Tremonti allora non c’era. Ora è venuto, ed è un bene. E’ stato aiutato dalla crisi verticale di credibilità della politica italiana dovuta alle belle trovate di Berlusconi. Tremonti tesaurizza credibilità personale in Europa e nei sondaggi italiani. Gli inviti all’allineamento di Ferrara rimbalzano nel nulla. Per come si stanno mettendo le cose, anzi, è un bene che la candidatura di Draghi sia siata il meno possibile lanciata e sostenuta dal nostro Paese. Era evidente già da metà dell’anno scorso, che Axel Weber non avrebbe potuto guidare la Bce per l’intransigenza con cui aveva pubblicamente difeso il no tedesco ai salvataggi di altri membi dell’euroarea. Non sindaco il suo punto di vista, perché al suo posto l’avrei pensata allo stesso modo: semplicemente, un banchiere centrale e vieppiù se candidato a guidare la BCE, quanto più ha idee “toste” tanto meno ne deve fare oggetto di dibattito pubblico. Come invece ha colpevolmente fatto troppe volte Weber, invece di lasciarle alle sedi riservate. Inevitabilmente, rispetto alla pollktica anche tedesca che alla fine ha accettato la via di mezzo sui salvataggi, Weber si è trovato fuori linea anche a a casa sua e ha dovuto dimettersi. Ora, il punto vero è quello che è stato con inusuale brutalità oggi da Wolfgang Munchau sul Financial Times: nessun altro candidato, né quello belga né quello finllandese, hanno neanche lontanamente le qualità che tutti risconoscono a Draghi. Stimato oltreoceano per la presidenza del Financial Stability Board e avvertito dai mercati come un credibile civil servant con un passaggio anche in banche d’affari, Draghi misura le parole e non è né un falco keynesiano, né un servitore di governi, né un comunicatore disattento che eccede in parole e giudizi. Ha sempre preferito, dovesse scegliere, la direzione generale del Fmi all’eventuale incarico in BCE. Ma resta il fatto che, a questo punto, bisogna solo sperare l’Italia non gli nuoccia troppo. Per i tedeschi la perdita della guida della BCE post Trichet è uno smacco pesante. ma dal muio punto di vista dàò più forza che debolezza alla richeista di severi limiti in Costituzione a spesa pubblica e tasse, oggi puntualmente ribadita dal ministro Schauble a tutti gli europartner. Quand’ho letto che Tremonti ha giudicato il patto di rigore franco-tredesco come qualcosa che non può che aiutare l’Italia, non ho capito se il giuduizio vale per l’annacquamento del rigore germanico che si spera porteranno i francesi (ci stanno provando, si è visto benissimo all’ultimo vertice europeo) oppure se è un consenso ai tetti in Costitituzione a spesa pubblica e tasse. Io sono per la seconda cosa. E non ne posso più, nel constatare che siamo costretti a occuparci delle mutande di Ruby o delle piazze piene di chi non ne può più, invece che di cose serie.
Tra Natale e Capodanno i media italiani si sono un po’ distratti, anche perché una costante dei sondaggi è che le eurocronache annoino lettori e ascoltatori italiani. Ma in realtà è già sfumato l’apparente compromesso franco-tedesco, raggiunto al vertice europeo di metà dicembre sulla decisione di una modifica al Trattato di Lisbona per sostituire al 2013 l’attuale EFSF, il fondo si stabilità finanziaria messo in piedi alla bell’e meglio per evitare il default greco a maggio scorso, con un ESM, cioè un meccanismo permanente allo scopo di dare il segnale ai mercati che nessun paese membro verrà mai lasciato solo, perché l’euro è troppo importante per tutti. Non è così. L’eurodebito riballerà. E noi con lui, con l’attuale instabilità politica e l’attacco alla finanza pubblica per spendere di più di cui si legge ogni giorno sui media. Anche perchè c’è un precedente storico, che a ricordar bene è proprio di casa nostra. Prosegui la lettura…
Dunque come previsto all’Ecofin la Germania ha detto no. No sia al rafforzamento dell’EFSF: tradotto, significa non c’è capienza per salvare Portogallo e Spagna. Sia alla proposta Tremonti-Juncker di eurobond avanzata ieri sul FT. Il ministro italiano dell’Economia ha dichiarato di essere ottimista, anche l’EFSF l’Italia lo propose a fine 2008 e molti risero, poi la Grecia in panne nella primavera 2010 obbligò a vararlo. Lo stesso avverrà per gli eurobond, pensa Tremonti. Vedremo al Conmsiglio Europeo e al summit dei capi di Stato e di governo che lo segue. A me non pare probabile che le cose si smuovgano, e oltretutto la proposta di un’Agenzia del Debito Europeo che rilevi debito dei membri eurozona fino al 40% del Pil comune e cioè di ciascun membro, mantiene due punti che non mi sono affatto chiari e che anzi mi appaiono temibili. Continuo a pensarla come Roberto Perotti oggi sul Sole. Era meglio ristrutturare il debito greco a febbraio, avviare cioè un semidefault che avrebbe scoraggiato a insistere tutti gli altri membri “eurodeboli”. Congiuntamente credo che il problema irrisolto sia quello delle banche innanzitutto tedesche e francesi, come ho scritto ieri. E che comunque l’Italian dovrebbe fare tre cose, subito e di suo, senza confidare negli eurobond. Prosegui la lettura…
All’Eurogruppo di stasera e all’Ecofin di domani Tremonti e il presidente dell’Eurogruppo Juncker riproporrano gli eurobond europei, questa volta non per rilanciare gli investimenti pubblici ma anche e sprattutto per swappare titoli dei Paesi a rischio nell’eurozona. Ho dei fortissimi dubbi che per i tedeschi la proposta sia accettabile. E una controproposta, dovessi essere io al tavolo. Prosegui la lettura…
L’Europa è di nuovo piegata su se stessa nel tentativo di evitare la crisi dell’eurodebito. In molti tra coloro che in Italia lavorano per l’export almeno si consolano, all’idea che l’euro si deprezzi riscendendo verso quota 1,3 sul dollaro invece che verso 1,5. In realtà, la gara a deprezzare le valute è la vera guerra in corso tra dollaro e yuan, e l’euro rischia di fare il vaso di coccio tra vasi di ferro. Detto questo, chi qui scrive trova invece apprezzabile che sempre più numerose voci europee si levino polemicamente rilevando che non rende un servizio a nessuno, la FED, artificiosamente deprimendo il corso del dollaro e i rendimenti decennali del debito pubblico americano, con la sua politica eterodossa di acquisiti di titoli sul mercato e cioè attraverso la monetizzazione del debito, come avveniva in Italia prima che via Nazionale e Tesoro divorziasssero, sancendo la piena autonomia della banca centrale dalle tendenze deficiste della politica. La vera risposta a chi consiglia sempre il deprezzamento della moneta per difendere l’occupazione sul mercato domestico sta proprio nell’andamento dell’economia americana. Prosegui la lettura…