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	<title>CHICAGO BLOG &#187; BCE</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Ancora Grecia, i mille paradossi e l&#8217;exit che serve all&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 17:05:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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Ccelebiamo il diciassettesimo vertice europeo dedicato alla sostenibilità dell&#8217;eurodebito, dall&#8217;inizio della crisi greca cioè in 24 mesi. E ancora una volta la crisi greca è al centro del confronto. Alcuni mi criticano perché da mesi inizio tutte le mattine la mia trasmissione a Radio24 con The End dei Doors, quella in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal prossimo numero di Tempi</em></p>
<p>Ccelebiamo il diciassettesimo vertice europeo dedicato alla sostenibilità dell&#8217;eurodebito, dall&#8217;inizio della crisi greca cioè in 24 mesi. E ancora una volta la crisi greca è al centro del confronto. Alcuni mi criticano perché da mesi inizio tutte le mattine la mia trasmissione a Radio24 con <em>The End</em> dei Doors, quella in apertura di <em>Apocalypse Now</em>, fantastico film non di guerra ma dello sgretolarsi delle convinzioni occidentali. Ebbene la copertina ultima dell&#8217;<em>Economist</em> mi ha dato ancora una volta ragione, col titolo Acropolis Now e gli elicotteri di Apocalypse incomenti sul Partenone. La cosa peggiore è che a questo vertice si è giunti riuscendo ancora una volta a incattivire ulteriormente opinioni pubbliche già tanto provate. Perché la richiesta tedesca di un vero e proprio commissariamento della Grecia con un bilancio pubblico scritto a Bruxelles e Berlino, &#8211; richiesta non ufficiale ma avanzata sui media da autorevoli membri della coalizione di governo tanto della Cdu-Csu che del Fdp – ha suscitato reazioni ufficiali e ufficiose greche ormai assolutamente esasperate, con le maggiori testate d&#8217;informazione giunte ormai a evocare l&#8217;ombra di un nuovo Gauleiter germanico come quando davanti all&#8217;Eretteo si pavoneggiavano azzimati ufficiali della Wehrmacht e della Luftwaffe. Il cumulo di paradossi e contraddizioni del procedere a zigzag delle classi dirigenti europee sembra non avere mai fine. Ecco perché secondo me l&#8217;Italia dovrebbe costruirsi un exit strategy &#8220;sua&#8221;, in ogni caso. <span id="more-11495"></span></p>
<p>Alcuni esempi di paradossi. La Grecia non riesce a rispettare i programmi di rientro pattuiti. Il suo deficit pubblico 2011 sarà ancora più vicino al 10% del Pil che all&#8217;8% promesso (quello dell&#8217;Egitto è di poco superiore, poi terzo viene il Regno Unito con il 9 e rotti per cento del Pil, tanto per ricordare chi sfora di più oggi al mondo). Le privatizzazioni promesse non sono andate oltre decisioni e incassi di 1,4 miliardi. E via proseguendo.</p>
<p>E&#8217; impietoso, il rapporto consegnato all&#8217;eurovertice dalla troika, Ue-Fmi-Bce. Ma è anche vero che la recessione sarà a fine 2011 più vicina al 6% che al 4% previsto, e che se il governo greco avesse accettato il taglio nominale del suo debito contenuto al 50%  più il riscadenzamento della parte restante su un orizzonte trentennale a un tasso superiore al 4% come immaginavano i tedeschi, ancora alla fine di questo decennio il debito pubblico sarebbe al 130% del Pil, per effetto di un denominatore che continua a contrarsi. Richieste di rigore e rigore insostenibile sono il paradosso da affrontare. Ma il paradosso non è figlio dell&#8217;imprevedibile. Quando a maggio 2010 i tedeschi fecero passare la linea della compartecipazione “volontaria” dei privati a riduzioni del valore nominale del debito di Paesi in semi-default, per evitare che divenisse default vero e incontrollato, furono essi a mettere a verbale che dunque i default non erano affatto esclusi da aiuti cooperativi. Dunque il mercato ha avuto le sue ragioni a fuggire ulteriormente dalla Grecia, abbassandone ulteriormente le attività, deprimendone le banche che hanno abbattuto gli impieghi, e spingendone la disoccupazione verso il 20%.</p>
<p>Dopodiché, se le banche private devono mettere in conto una riduzione del valore reale dei bond greci nella misura del 69-70%, tra taglio nominale e riscadenzamento a bassi tassi, è un altro paradosso voluto dai tedeschi che a simile compartecipazione dell&#8217;ingente costo di ristrutturazione debbano sottrarsi la Bce e/ l&#8217;EFSF, per i titoli pubblici greci da essi detenuti.  Dopodiché ancora, è ovvio e comprensibile che Washington e il Fmi premano da due settimane energicamente sui tedeschi perché questo invece avvenga – di qui il parziale rasserenamento dei mercati della scorsa settimana -  visto che altrimenti dopo la Grecia salta il Portogallo, e l&#8217;effetto su una crescita mondiale già scesa dal 55 al 3% diventa ancora più serio e incontrollato. Ma a quel punto significa che entra in crisi la credibilità del meccanismo di estensione dei collaterali decretato dalla Bce per le sua aste straordinarie di liquidità che hanno ridato fiato alle banche eruropee, perché è come ammettere che in realtà la carta pubblica, accettata da Francoforte come garanzia a pieno valore nominale, vale invece di fatto il più basso prezzo che ha sul mercato secondario. Ma allora ancora significa che in realtà le aste di liquidità tanto lodate servono solo a salvare le banche europee – che portano in garanzia mutui e prestiti a bassa solvibilità &#8211; ma non gli Stati, a copertura delle cui emissioni ad alto rendimento le banche si trovano ad avere finalmente liquidità che pagano alla Bce meno dell&#8217;inflazione.</p>
<p>E infine: poiché l&#8217;Fmi deve a sua volta sostenere la Grecia, Washington si chiede a che titolo debba farlo in un quadro non chiaro, dove la chiarezza che manca è relativa al punto centrale, cioè se Berlino e Bruxelles vogliano far seguire alle parole i fatti, all&#8217;intento cioè di tenere la Grecia nell&#8217;euro le misure cooperatiove necessarie per rendere tale impegno credibile sul serio. Sul portale della Brookings Institution, che è storicamente vicina ai democratici americani e non certo sospettabile di isolazionismo, trovate in questi giorni <a href="http://www.brookings.edu/opinions/2012/0125_european_debt_crisis_yeyati.aspx">un giudizio</a> chiarissimo e coerente: fateci per una volta capire con chiarezza, cari amici europei, se intendete fare dell&#8217;euro la moneta davvero comune cioè quella in cui sono denominati anche i debiti pubblici fin qui in valuta nazionale cioè straniera e dunque non sostenuti da Bce-Efsf-Esm o comunque vogliate chiamare i  parti della vostra immaginazione comune, oppure no. Perché in questo secondo caso affiancare l&#8217;intervento a sostegno degli SDR – i diritti speciali di prelievo ai quali è commisurato l&#8217;aiuto Fmi – cioè di una terza moneta ulteriore, è un pasticcio ancor meno difendibile.<br />
Potrei continuare così a iosa. Il problema è che che quel che vale oggi – fa ridere dire oggi, da due anni! &#8211; per la Grecia vale in linea di principio e conseguenze per tutti gli eurodeboli. E niente di tutto questo può esser risolto dalla più rigorosa disciplina di bilancio indicata nel fiscal compact , che varrà negli anni prossimi mentre le decisioni sul sostegno o sul mancato sostegno agli eurodeboli vanno assunte ora, dove ora significa appunto due anni fa. La drammatica alternativa non comporta tanto facilmente terze vie.</p>
<p>Se davvero i governi europei credono alle loro parole e cioè alla difesa dell&#8217;euro comune – anche il 70% dei greci continua a volere l&#8217;euro, anche se non a queste condizioni – è fisiologico che accettino perdite di sovranità nazionali su bilancio e produttività, e che muovano a mercati davvero comunicati in cambio di una banca centrale prestatore di ultima istanza. Ma significa che la politica deve ammettere di aver sbagliato di grosso, nei paesi eurodeboli, a cominciare dall&#8217;Italia che tra tutti è il più grosso e quello con maggiore debito pubblico e minor crescita precrisi. Il 58% dell&#8217;intera spesa mondiale per welfare pubblico è nella sola euroarea, per dirne una: pensate davvero che sia sostenibile nel continente di vegliardi che ci candidiamo a essere? In cambio di questa colossale operazione-verità, l&#8217;euroarea può concentrare il suo bilancio di aiuti di medio periodo sui paesi che dovranno sostenere il maggior sforzo di convergenza partendo da medie di reddito procapite più basse, e mutare natura alla Bce. Altrimenti sono solo chiacchiere. Perché senza convergenza vera e rinunce alla sovranità la liquidità straordinaria della Bce è un palliativo. Al debito non si risponde con altro debito senza maggior produttività. Significa solo nascondersi che qualcun altro dovrà pagarlo. O con fallimenti, o con inflazione.<br />
Questo dicono la logica, e la storia cioè l&#8217;esperienza. Cosa diversa è se mi chiedete se davvero ci creda, all&#8217;operazione-verità e a massicce rinunce a sovranità da parte di Francia, Italia, Spagna e via proseguendo. No, non ci credo. Per questo penso che dovremmo ridurre a gogo il nostro debito con massicce dismissioni pubbliche e tagli corposi a spesa e tasse. Pronti alla malaparata, cioè a riprenderci sovranità su tassi d&#8217;interesse, di cambio e sul budget, piuttosto che continuare a credere  che il salvataggio verrà da quella sinora si è portata come una barca di matti.</p>
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		<title>L&#8217;euroscelta che obbliga allo scetticismo: miracoli in tre mesi dopo anni di vizi?</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 20:09:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Unione europea distinta dall&#8217;euroarea non c&#8217;è più, dopo l&#8217;accordo della notte scorsa. Nove Paesi dell&#8217;Ue dei 10 che non aderiscono alla moneta unica hanno accolto la proposta tedesca di impegnarsi duramente insieme ai 17 dell&#8217;eurozona per far nascere insieme entro pochi mesi l&#8217;abbozzo di una vera Unione Fiscale Europea. Il Regno Unito è rimasto fuori. Non è stato l&#8217;accordo che salva l&#8217;euro una volta e per sempre. Restano delusi sia i sostenitori degli eurobond per dar corpo immediatamente a politiche comuni, sia coloro che invocavano subito una BCE pronta a monetizzare i debiti pubblici. L&#8217;accordo prevede esattamente quanto Angela Merkel aveva illustrato con chiarezza a tutti gli altri governi. La Germania non ha ceduto di un millimetro. In 10 anni di euro, troppi governi hanno approfittato dei bassi tassi garantiti dalla moneta comune per rinviare riforme incisive e necessarie, sia per mettere in equilibrio e sicurezza la finanza pubblica sia per accrescere la produttività dell&#8217;economia reale. Ora, per la Germania credibilità ed esistenza stessa dell&#8217;euro si salvaguardano solo imparando la lezione. E la lezione si impara facendo in fretta e con procedure ferree le riforme mancate da ciascuno in ambito nazionale. E&#8217; una scelta molto rischiosa, giusta ma rischiosa. Non so quanto davvero la politica nazionale europea ne sia in grado. A me, pare di no. In quel caso l&#8217;euro salta.<span id="more-10935"></span>In ogni caso,invece, probabilmente scommettendo per l&#8217;ennesima volta che si tratti di comprare tempo con mere dichiarazioni d&#8217;intenzioni, i 26 governi aderenti all&#8217;impostazione tedesca prendono impegno a mettere in Costituzione il divieto di deficit pubblico superiore allo 0,5% di Pil, a procedure di bilancio verificate ex ante e sottoposte al controllo ex post, a sanzioni automatiche e al giudizio della Corte europea di giustizia.</p>
<p>Il difetto è che tali intenzioni dovranno essere tradotte in una forma giuridica cogente entro tre soli mesi, e che tale accordo o non sarà un nuovo Trattato ma in quel caso non dovrà confliggere con quello dell&#8217;Unione, e allora al regno Unito resterà aperta la possibilità di sollevare molti problemi, oltre al fatto che una mera cornice di accordi bilaterali avrà efficacia minore agli occhi dei mercati. Oppure sarà un nuovo Trattato vero e proprio, aperto però a ratifiche naziomali e referendum dall&#8217;esito assai incerto.</p>
<p>La posizione tedesca è stata condivisa anche sul no ad aumenti di dotazione rispetto agli attuali 500 miliardi dell&#8217;attuale Efsf, lo strumento salvabanche e salvaStati varato per la Grecia, e che non ha funzionato. Se ne riparlerà a marzo, quando si prenderanno gli ultimi accordi per sostituire all&#8217;Efsf un più solido Esm, il Meccanismo di Stabilizzazione Europea che viene anticipato a metà 2012. Sarà gestito dalla Bce, ma non potrà essere una banca. Cioè non avrà un&#8217;autonomia d&#8217;intervento propria, resterà soggetto al vincolo del consenso all&#8217;85% dei consensi dei Paesi membri invece che all&#8217;unanimità come accadeva all&#8217;Efsf.</p>
<p>Un accordo siffatto continuerà deliberatamente a esporre al morso di mercati e spread i Paesi a maggior debito e deficit e a bassa produttività. Solo così i governi, la politica e le opinioni pubbliche capiranno che le riforme vanno fatte in fretta, che d&#8217;ora in poi contano i fatti e non le promesse. Per gli interventi d&#8217;emergenza di ristrutturazione del debito pubblico che dovessero rendersi necessari a seguito di spread insostenibili, l&#8217;Unione Fiscale finanzierà con 200 miliardi aggiuntivi il Fondo Monetario Internazionale, che a quel punto potrà intervenire con le sue tradizionali procedure d&#8217;emergenza. Innanzitutto alla politica italiana deve essere chiaro che il rischio di intervento rapido del Fmi resta aperto innanzitutto per noi, perché il nostro spread continuerà a ballare se non procediamo spediti sul pacchetto Monti, e poi a riformare il mercato del lavoro, ad abbattere il debito con dismissioni pubbliche invece che con nuove stangate fiscali, a crescere di più con meno imposte su lavoro e imprese.</p>
<p>Londra ha detto no scommettendo che le regole comuni su banche e investimenti finanziari – si varerà una tassa europea sulle transazioni – sarebbero un danno intollerabile per la City, mentre attualmente malgrado l&#8217;alto deficit e debito il Regno Unito paga un premio al rischio inferiore a quello tedesco. Fossi britannico, ragionerei anch&#8217;io così. Senza nascondermi che è comunque un azzardo, perché se l&#8217;Unione Fiscale Europea dovesse invece funzionare malgrado i mille ostacoli formali e sostanziali che avrà di fronte, a quel punto a Londra starne fuori costerebbe caro.</p>
<p>Il fatto sostanziale è che l&#8217;accordo di ieri rifiuta che debiti pubblici nazionali possano essere salvati da una Banca Centrale che stampa moneta. Per chi la pensa come me, è un bene. Bestemmia, per chi pensa invece che alla politica spetti decidere quel che vuole, e che le banche centrali debbano stare alla cavezza. La Bce di Mario Draghi non salverà gli Stati a malpartito per colpa dei loro politici, ma farà altre due cose. Abbasserà i tassi, e farà tutto il necessario per mettere in sicurezza e salvare le banche. Ha già cominciato entrambe le cose. Le banche saranno le più esposte, nelle prossime settimane, e potrebbero occorrere misure anche eccezionali.</p>
<p>Ma il rischio terribile è che la rapidità e l&#8217;intensità del deterioramento dell&#8217;economia reale, con molti euromembri a crescita zero o in recessione come l&#8217;Italia, renda imperseguibile intanto politiche restrittive di finanza pubblica troppo a lungo rinviate. C&#8217;è il rischio che si ripeta l&#8217;errore compiuto nel 1931 e 1932 da Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, che sboccò in un 1929 bis e da cui nacquero le premesse del secondo conflitto mondiale. Vedi l&#8217;articolo in proposito dell&#8217;Economist, sul numero in edicola oggi.</p>
<p>E&#8217; un rischio ben chiaro, si spera, a tutti i governi europei. Washington per questo avrebbe preferito più crescita e meno ortodossia subito. Ed è la stessa cosa che continueranno a chiedere molti politici europei, indisponibili a dire la verità ai propri elettori, e convinti che eurobond e torchio monetario subito siano l&#8217;unica risposta per reggere. L&#8217;eurocompromesso di ieri ha invece un altro segno. Se l&#8217;euro reggerà, sarà solo se la politica nei fatti aprirà all&#8217;unificazioe dei mercati dei beni e dei servizi che oggi restano separati, se accetterà diminuzioni reali di sovranità nei deficit, se promuoverà produttività e crescita del valore aggiunto. Dopo e solo dopo, arriveremo a una BCE che sostiene il debito pubblico comune. Se non si seguirà questa strada l&#8217;euro salterà, o meglio resterà strumento comune solo dei Paesi disposti a fare quella scelta. E&#8217; una scommessa molto ambiziosa. Soprattutto per Paesi in forte ritardo di crescita ed efficienza e già ipertassati, come l&#8217;Italia. Messa in questi termini, con le prove che abbiamo dato nel recnete passato, lo scetticismo mi embra più che dovuto. necessario.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Si ballerà eccome e comunque, dopo l&#8217;eurovertice</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 10:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ammettiamo per ipotesi che l&#8217;eurosummit di stasera e domani vada al meglio. Che il six pack, i sei punti convenuti &#8211; conven uti davvero? -tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a inizio settimana vengano condivisi entusiasticamente da tutti. Che il Protocollo 12 &#8211; come i tedeschi definiscono con disprezzo la proposta minimalista di van Rompuy avanzata ieri &#8211; venga scartato, in nome di una modifica vera e rapida ai Trattati per far nascere l&#8217;Unione fiscale. Non ci credo ma immaginiamo che accada davvero, e che inizi il complesso processo di ratifica a tappe forzate dei Trattati, a favore di procedure di bilancio “blindate” e con ruolo ispettivo e sanzionatorio della Corte di giustizia europea. Che l&#8217;Esm sostituisca l&#8217;Efsf già entro il 2012. Ammettiamo tutto questo per ipotesi. La domanda diventa: quanto durerà il test dei mercati sulla solidità, tempestività ed efficacia di tali nuovi determinazioni? che cosa avverrà, nel frattempo? E&#8217; possibile immaginarlo senza la pretesa di voler fare gli auguri che interrogavano con il volo degli uccelli la volontà dei dei, superni o inferi a seconda di quale fosse il quadrante da cui i pennuti si manifestavano? Con una certa approssimazione, certo che è possibile immaginarlo. Nel senso che i politici e tantissimi con loro possono forse immaginare che come ad opera di una bacchetta magica il selling colossale di asset europpei si arresti, il beta e la volatilità dei mercati si plachi,gli spread convergano di nuovo come ai vecchi tempi, e tutti vissero felici e contenti. Naturalmente, però, l&#8217;esperienza ci dice che molto probabilmente non sarà così. Per diverse ordini di ragioni. <span id="more-10882"></span></p>
<p>La prima è che il mercato ha buone ragioni per diffidare di una neoconvergenza virtuosa,  quando le politiche nazionali europee al di là dell&#8217;ufficialità recalcitrano più o meno dovunque. La seconda è che squilibri tanto rilevanti da eccesso di consumi privati o pubblici finanziati a debito impiegano anni e non settimane a riequilibrarsi. E nel frattempo i mercati continueranno a testare per ciascuno degli eurosquilibrati la volontà di imboccare davvero e perseverare sulla via dell&#8217;aggiustamento al ribasso di salari e pensioni, l&#8217;unica maniera – non potendo svalutare monetariamente – per rendersi virtuosi quando non si vuole procedere a un default totale o pilotato.</p>
<p>I problemi più seri continueranno dunque ad essere quelli del sistema bancario. Non solo nel sistema europeo delle banche centrali, ma nelle banche ordinarie.</p>
<p>Per avere un&#8217;idea dello squilibrio attualmente raggiunto nel SEBC, basta dare una rapida occhiata all&#8217;analisi effettuata da Aaron Tornell dell&#8217;Università di California e Frank Westermann dell&#8217;Università di Osnabueck (<a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/7391%29.n">http://www.voxeu.org/index.php?q=node/7391).</a> Negli ultimi mesi, le banche centrali di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna hanno dovuto estendere sempre più i propri crediti agli intermediari finanziari nazionali. Un meccanismo che si è sommato ai massicci ricorsi degli intermediari alle linee di liquidità straordinaria apprestate dalla Bce (siamo arrivati a quasi 290 miliardi di euro enon è un errore, duecentottantasette per la precisione, nella settimana pre varo della manovra Monti, da parte di 187 banche europee). Per finanziare i propri crediti alle banche commerciali, le banche centrali degli eurodeboli non hanno potuto rivolgersi alla Bce, per evitare che la cosa si traducesse in espansione dell&#8217;offerta monetaria. Si sono tutte rifinanziate presso la Bundesbank attraverso l&#8217;eurosistema  Target. La Bundesbank, a propria volta, per non estendere la base monetaria equivalente al proprio balance sheet, equilibrava l&#8217;espansione fino a quasi quota 500 miliardi di euro di prestiti alle altre banche centrali dell&#8217;eurozona abbattendo simmetricamente la quota si securities tedesche detenute, da quasi 300 miliardi a meno di 20 miliardi. Poiché siamo arrivati a una quota di assets tedeschi detenuti da Bundesbank  prossima allo zero, perché gli eurofinanziamenti Target possano continuare bisognerebbe immaginare che la banca centrale tederca accettasse di vendere parte delle proprie riserve auree, o a propria volta si indebitasse sul mercato internazionale. Per quello che sappiamo da Berlino, è inipotizzabile. Il mercato lo sa benissimo. Per questo è ragionevole attendersi che provi presto un attacco concentrico sugli asset di un solo paese eurodebole, per vedere in poche ore se Bundesbank continua nel suo ruolo di prestatore a costo di impegnare riserve, oppure se si sfonda la renitenza della Bce a stampare denaro visto che la sua attuale limitata base di capitale non è coerente con acquisti illimitati di eurosecurities a rischio.</p>
<p>Per le banche commerciali, che sono la catena esposta di questa scommessa all&#8217;insolvenza e del mtrasferimento all&#8217;economia reale della recessione,  rimanere impegnate sul sentiero tracciato dall&#8217;EBA – ricapitalizzazioni rapide ad opera del mercato tutte le volte che si può -  è incredibilmente rischioso. Non è un caso che il governo tedesco abbia rapidamente deciso di rifinanziare Soffin, il braccio pubblico attraverso il quale sono stati operati i salvataggi bancari nel post Lehman. In modo che essa possa tornare a offrire fino a 400 miliardi di garanzie alle banche tedesche a rischio. La più esposta? Commerzbank, la seconda banca tedesca, piena di eurocarta nella sua EuroHypo, e che ha ancora un 25% di capitale pubblico dopo il salvataggio del 2009.</p>
<p>No, decisamente anche se le cose andassero al meglio, il 9 dicembre, l&#8217;euromare resterà agitato e occorreranno ottimi nocchieri. Tutte le grandi banche svizzwere e biritanniche hanno pronti contingency plans per frorteggiare l&#8217;eurobreak eventuale, questa è la verità.</p>
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		<title>L’intervento del FMI aiuta l’Italia, ma non risolve i problemi europei</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 18:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perchè l’Italia non dovrebbe accettare l’eventuale aiuto del Fondo Monetario Internazionale per 400-600 miliardi di euro, come anticipato oggi da “La Stampa”? Più di tre settimane fa, il direttore Oscar Giannino su queste colonne annunciava “arriva pure il FMI, il Governo non lo sa”.
Si parlava in quel caso del monitoraggio da parte dell’Istituzione creata a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Perchè l’Italia non dovrebbe accettare l’eventuale aiuto del Fondo Monetario Internazionale per 400-600 miliardi di euro, come anticipato oggi da “La Stampa”? Più di tre settimane fa, il direttore Oscar Giannino su queste colonne annunciava “<a href="http://www.chicago-blog.it/2011/11/04/arriva-pure-il-fmi-il-governo-non-lo-sa-anche-a-noi-tocca-decidere/#more-10471">arriva pure il FMI, il Governo non lo sa</a>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parlava in quel caso del monitoraggio da parte dell’Istituzione creata a Bretton Woods, mentre oggi si parla ormai di un intervento diretto con denaro sonante.</p>
<p><span id="more-10600"></span></p>
<p>Tali finanziamenti sarebbero estremamente importanti per il Governo Monti che attualmente riesce a trovare crediti dal mercato a dei tassi intorno al 7 per cento, sia per i buoni a due anni, che per quelli a dieci anni. Come si è piú volte ripetuto, si è ormai invertita la curva dei rendimenti dei tassi, con dei tassi a due anni addirittura superiori a quelli a dieci anni.</p>
<p>Si parla di tassi d’interesse da parte del Fondo Monetario intorno al 4-5 per cento, vale a dire almeno due punti percentuali dei tassi pagati ora dal nostro Paese.</p>
<p>Tenendo conto che entro la fine del 2012 sono in scadenza circa 400 miliardi di euro di buoni del Tesoro Italiano, il risparmio potrebbe essere molto importante.</p>
<p>Una stima molto semplice: se i tassi d’interesse del mercato non dovessero scendere dai livelli attuali, l’intervento del FMI porterebbe ad un risparmio di spesa per interessi di circa 8 miliardi di euro. La durata media del debito è di poco piú di sette anni e dunque l’intervento del FMI porterebbe ad un risparmio complessivo di quasi 60 miliardi di euro di interessi.</p>
<p>L’intervento del Fondo Monetario Italiano potrebbe essere dunque un sospiro di sollievo per le casse pubbliche italiane ormai esauste.</p>
<p>Certo l’immagine dell’Italia, nel caso di un eventuale salvataggio, ne verrebbe compromessa, ma ormai non è più tempo di pensare all’immagine, dato che si è sull’orlo del fallimento di tutto il sistema Euro.</p>
<p>L’Italia in cambio del prestito dovrebbe fare delle riforme molto dure, ma in definitiva queste riforme sono quelle che la stessa Banca Centrale Europea ci aveva chiesto nella ormai famosa lettera di agosto al Governo Berlusconi.</p>
<p>Mettere dei vincoli esterni alla manovra potrebbe aiutare il Governo Monti a prendere delle decisioni impopolari, come quella riguardo <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/11/25/e-se-abbassassimo-gli-stipendi-pubblici/">la diminuzione dei salari pubblici</a>. Una manovra impopolare che tuttavia è stata fatta da un Governo di sinistra in Spagna (Zapatero).</p>
<p>L’intervento del FMI potrebbe tuttavia non essere abbastanza, non tanto per quanto riguarda il caso specifico italiano, ma inteso per l’intera zona Euro. La crisi del debito sovrano è ormai estesa alla Spagna e si sta estendendo rapidamente verso Belgio e Francia.</p>
<p>Non basta più il solo salvataggio di un singolo Stato, come è stato dimostrato anche dai precedenti interventi nei confronti della Grecia.</p>
<p>La sfiducia è totale nei confronti dell’Euro e dell’Unione Europea. I leader sono considerati incapaci dai mercati; ogni volta che si riunivano per “non prendere decisioni” le Borse cadevano e gli spread dei PIIGS nei confronti dei <em>bund</em> tedeschi aumentavano.</p>
<p>Una riforma dell’Unione Europea è necessaria, così come una maggiore coordinazione delle politiche economiche.</p>
<p>L’intervento del FMI può dunque aiutare l’Italia in termini di spesa per interessi da pagare in meno, ma non risolverá certo i problemi enormi dell’Unione Europea.</p>
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		<title>L’Europa allo sbando</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 17:18:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le elezioni spagnole, tenutesi lo scorso weekend hanno stabilizzato la situazione spagnola. La vittoria di Mariano Rajoy, con una schiacciante maggioranza assoluta, era prevista e prevedibile, dopo i grandi problemi economici irrisolti dal Governo Zapatero. Nonostante questo lo spread spagnolo rimane molto elevato nelle ultime settimane.
E non solo dalla Spagna arrivano grandi preoccupazioni. Il contagio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le elezioni spagnole, tenutesi lo scorso weekend hanno stabilizzato la situazione spagnola. La vittoria di Mariano Rajoy, con una schiacciante maggioranza assoluta, era prevista e prevedibile, dopo i grandi problemi economici irrisolti dal Governo Zapatero. Nonostante questo lo spread spagnolo rimane molto elevato nelle ultime settimane.</p>
<p style="text-align: justify;">E non solo dalla Spagna arrivano grandi preoccupazioni. Il contagio della crisi del debito sovrano è ormai una questione europea. Il Belgio e la Francia hanno visto il loro spread esplodere nella scorsa settimana in un clima di sfiducia totale nei confronti dell’Euro e dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-10583"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Proprio l’Unione Europea è l’anello debole dell’euro. Mentre la Banca Centrale Europea  fa il possibile per immettere liquidità sul mercato, acquistando il debito di Italia e Spagna, le istituzioni europee non riescono a trovare un accordo sul fondo salva Stati, o almeno sul suo rifinanziamento, e su una politica economica più coordinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Che sia chiaro: più coordinazione non significa avere una politica economica unica dove si aumentano le tasse, ma si può pensare ad un modello di federalismo competitivo come accade negli Stati Uniti d’America o Svizzera dove esiste un’unica moneta.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stato attuale in Europa si dibatte solo di eurobond, come se questi potessero risolvere tutti i mali dell’Unione Europea. Ovviamente la Germania si oppone. Giustamente perché la cancelliera Angela Merkel difficilmente può accettare un accordo per il quale il paese teutonico si accolla a pagare maggiori interessi sul debito a causa del cattivo comportamento dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi dell’euro è dunque molto forte e di difficile soluzione, ma non sembra che questi leader europei abbiano le capacità di risolvere le problematiche; anche perché sono gli stessi leader che hanno creato un enorme debito pubblico con spese keynesiane assurde per cercare di fare uscire inutilmente dalla recessione i loro rispettivi Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esito è stato scontato e tragico al contempo. I Paesi europei si sono trovati sul “groppone” un enorme debito pubblico che adesso devono cercare di ripagare aumentando le tasse e di fatto andando verso ad una distruzione dell’Euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spread dunque, così come il declassamento del debito da parte delle agenzie di valutazione internazionali, non è dunque un accanimento della speculazione finanziaria internazionale, ma una giusta conseguenza di politiche economiche molto allegre, per non dire folli.</p>
<p style="text-align: justify;">E proprio sullo spread vi è un’analisi interessante riguardo gli ultimi mesi fatta da Tito Boeri per lavoce.info.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/SPREAD.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10584" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/11/SPREAD-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>Si può effettivamente notare che il differenziale dello spread rispetto ai bund tedeschi di Italia e Spagna ha avuto dei cambiamenti molto repentini negli ultimi mesi. Fino all’agosto di questo anno la Spagna scontava una situazione peggiore rispetto al nostro paese, ma proprio durante l’estate la situazione è cambiata repentinamente. Mentre in Spagna si andava verso le elezioni e la scontata vittoria del Partito Popolare che si impegnava a  fare i tagli necessari, in Italia, la situazione politica diventava sempre più incerta.</p>
<p style="text-align: justify;">Le continue manovre finanziarie non venivano prese sul serio dal mercato, che le puniva continuamente con un peggioramento dello spread sui <em>bund</em> tedeschi. L’apice è stato raggiunto ad inizio novembre, quando poi si è arrivato al cambio di Governo e ad una maggiore stabilità politica dell’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane la crisi si è allargata a quasi tutta l’Europa, fino a raggiungere ieri, con l’asta deserta dei <em>bund</em> tedeschi anche la Germania. D’altronde i tassi d’interesse pagati erano estremamente bassi e l’eventuale fallimento dell’euro avrebbe molte conseguenze negative anche sul paese guidato da Angela Merkel.</p>
<p style="text-align: justify;">I problemi europei sono dunque enormi e non sembra che la classe dirigente attuale sia in grado di risolverli.</p>
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		<title>Eurocrisi, way out o big bang</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 11:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; venuto il momento di allargare il punto di osservazione  sulla crisi in corso, ora che il governo Monti con la fiducia parlamentare entra nella pienezza delle sue funzioni, salutato e sostenuto dal consenso esplicito dei vertici europei, di Germania e Francia tanto per sottolineare ancora una volta l&#8217;attenzione tutta particolare riservata al potenziale di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; venuto il momento di allargare il punto di osservazione  sulla crisi in corso, ora che il governo Monti con la fiducia parlamentare entra nella pienezza delle sue funzioni, salutato e sostenuto dal consenso esplicito dei vertici europei, di Germania e Francia tanto per sottolineare ancora una volta l&#8217;attenzione tutta particolare riservata al potenziale di instabilità sistemico rappresentato dal debito pubblico e dalla bassa crescita del nostro Paese. Ora che l&#8217;Italia si pone in condizione di rassicurare i mercati- se farà e se farà bene, se la politica non si mette troppo per traverso, sde si conferma dopo mesi il sorpasso al ribasso sullo spread spagnolo di stamane &#8211; è tempo anche da noi di aprire il dossier della crisi vera, rispetto alla quale l&#8217;Italia non deve fungere da detonatore, ma che rischia comunque di investire tutto il continente. Diciamolo chiaramente. Nel 2012 è l&#8217;euro in quanto tale, a rischiare di saltare. <span id="more-10560"></span></p>
<p>Questo ci dice la tumultuosa vendita da Oltreoceano che ogni giorno si sta realizzando sotto i nostri occhi nei confronti di tutti gli asset europei, a partire dal debito pubblico di tutti i componenti dell&#8217;euroarea ad eccezione della Germania, ed estendendosi ai titoli bancari che portano a sempre nuovi record verso il basso i listini di Borsa dell&#8217;intera Europa, perché le banche sono la cintura più esposta alla crisi di sistema che si sta scatenando.</p>
<p>I segnali sono assai preoccupanti e chiari, per chi li vuole leggere. I differenziali sul Bund che s&#8217;inerpicano verso l&#8217;alto non sono solo quelli greci, e portoghesi e spagnoli.  La Francia stava a 40 punti base di premio sul Bund decennale a fine 2010. Oggi  supera i 200 e da due settimane peggiora ogni giorno, ha di fatto già perso nel giudizio dei mercati la tripla A di cui andava così fiera. Il Belgio è passato da 103 punti a 318. L&#8217;Austria, pur considerata integrata alla Germania euroleader, è salita da 54 a 190. Lo stesso fondo salva-Stati e salva-banche, l&#8217;Efsf, in teoria tripla A anch&#8217;esso, ha dovuto rinviare l&#8217;emissione di una sua obbligazione dopo averne ridotto l&#8217;ammontare, e paga rendimenti in crescita quotidiana allineati a quelli francesi. Tre mesi di incorporazione da parte del sistema bancario di questa stima crescente dei rischi sovrani implicano problemi gravissimi per il credito non più solo dei Paesi sin qui a rischio, ma innanzitutto delle banche francesi, le più esposte al totale di carta pubblica europea.</p>
<p>Perché i mercati scommettono che nel 2012 l&#8217;euro salta, se non si assumono decisioni efficaci e adeguate al rischio a cui l&#8217;euro esposto? Per comprenderlo, è necessario compiere un passo indietro. Diciamo che, con qualche approssimazione tecnica, al mondo esistono due tipi di aree monetarie concepite come ottimali. Una è quella del dollaro. L&#8217;altra quella dell&#8217;euro. Sono due modelli pressoché agli antipodi. Per ragioni serie e storiche però, non per follia o inettitudine come vorrebberom oggi alcuni improvvisatori che gridano soluzioni da bar, anche se hanno nomi e cognomi autorevoli nel giornalismo italiano. E neanche perché i padri dell&#8217;euro ieri e Mario Draghi oggi avrebbero compiuto un golpe a nome delle banche, come strepitano blogger stralunati e cospirazionisti di estrema destra come di sinistra antagonista.</p>
<p>Il modello americano si è evoluto dal 1913 in avanti secondo una concezione per la quale a una valuta comune corrisponde l&#8217;unificazione reale dei mercati sottostanti, dei beni, dei servizi, del lavoro come della relativa regolazione. Lo scopo è quello di consentire che un unico tasso di interesse abbia sì effetti asimmetrici nelle diverse aree dell&#8217;Unione, che sono caratterizzate da tassi di crescita, costi dei fattori produttivi e prezzi degli asset comunque tra loro diversi visto che un continente non ha certo condizioni omogenee. Ma l&#8217;unificazione dei mercati e della regolazione consente che l&#8217;equilibrio a unico tasso d&#8217;interesse tra costi diversi, salari e disoccupazione avvenga per autoregolazione attraverso vasi comunicanti. Ti puoi spostare da uno Stato con più disoccupazione a uno che tira di più, con prezzi diversi, ma senza mettere a rischio risparmio e patrimonio.</p>
<p>In questo modello, quando il ciclo scende e a maggior ragione quando si aprono grandi crisi, la via prescelta è quella di attenuarne i morsi monetizzando il debito – tanto l&#8217;eccesso di debito privato, che delle banche che di quello pubblico – facendo stampare dollari alla FED. Dal 2008 in avanti, la banca centrale americana lo ha fatto per oltre 20 trilioni di dollari per il solo sistema banco-finanziario, praticamente per l&#8217;equivalente dei due terzi del valore attuale di tutti gli asset quotati nelle borse americane. Se si somma il debito pubblico,delle famiglie, delle imprese e delle banche Usa, nel giugno 2011 la quota era pari al 289% del Pil americano. Per fare paragoni, il Regno Unito è a quota 497%. Il Giappone a quota 492%. La Spagna a 388%. La Francia a 341% L&#8217;Italia al 303%.</p>
<p>La differenza tra la sostenibilità del maggior debito americano, britannico e giapponese rispetto al nostro – più basso – dipende dal fatto che le banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito e Giappone monetizzano il debito con il torchio monetario, pressoché illimitatamente (non solo da questo, per essere corretti, conta anche la caratteristica delle economie di ciascuno, la percentuale di debito detenuto dai non residenti, etc etc, ma questo aspetto è comunque fondamentale). Certo, è un sistema che produce bolle nel prezzo degli asset, come quella di Internet prima, dell&#8217;immobiliare poi. E produce inflazione. Ma l&#8217;America, finché il dollaro è la moneta in cui sono denominati i mercati di tutte le commodities mondiali e dunque è riserva prioritaria per tutte le banche centrali, l&#8217;inflazione monetaria l&#8217;esporta verso il resto del mondo, anche grazie alla sua sostenuta produttività domestica. Meglio le bolle ogni tanto di una più alta disoccupazione stabile, pensano in America.</p>
<p>Poi c&#8217;è il secondo modello, quello dell&#8217;euroarea. Vediamo di spiegarlo storicamente, perché questa è la risposta da dare a coloro che non capiscono come mai siamo stati per così dire “commissariati” dai tedeschi, insieme a greci, portoghesi, spagnoli e irlandesi. Il modello BCE nasce dall&#8217;esperienza tragica fatta dalla Germania ai tempi di Weimar. L&#8217;eccesso di torchio monetario e di inflazione, stante l&#8217;enorme debito accumulato nella sconfitta della prima guerra mondiale, portò comunque a disoccupazione di massa e perdita reale e verticale di risparmio. L&#8217;effetto fu il nazismo, la presa sugli strati popolari dei totalitarismi neri e rossi.</p>
<p>Per questo la Germania per decenni, prima della moneta comune, ha affinato il modello su cui l&#8217;euro è poi nato. A differenza degli Usa, nessuna unificazione reale dei mercati sottostanti, del lavoro, dei beni e dei servizi come della regolazione: tranne che nel comparto finanziario. In più, il debito pubblico resta garantito da ciascun Paese membro. Senza un debito comune europeo è come se esso sia denominato in una valuta straniera, rispetto all&#8217;euro. Infine, la BCE non può e non deve monetizzare debiti di alcun tipo, deve solo pensare a tenere bassa l&#8217;inflazione, deve astenersi dal sostenere il ciclo.</p>
<p>Come può reggere un sistema di tal tipo, visto che la curva dei costi come della produttività, e le bilance dei pagamenti tra i diversi paesi dell&#8217;euroarea sono tanto divergenti? Per dire, la Germania è forte perché ha il più grande attivo al mondo di parte corrente dopo la Cina, quasi il 7% del Pil, il Portogallo era in passivo del 14% prima della crisi. Oppure, se consideriamo il costo per unità di lavoro fatto pari a 100 nel 2000,  quello tedesco nel 2008 era a 98 e ora è a 105, quello portoghese  nel 2008 era a 128 e ancora oggi è sceso solo a 125.</p>
<p>Il meccanismo tedesco prevede che, per reggere con queste asimmetrie e avvantaggiarsi tutti dell&#8217;euro, siano le classi politiche dei diversi Paesi a dover tenere la finanza pubblica in equilibrio al più basso livello di spesa pubblica coerente con un welfare decente e la sostenibilità del proprio debito pubblico, e a indurre con adeguate riforme l&#8217;economia reale ad un&#8217;elevata produttività. In caso contrario, con bassa crescita e alto debito e senza torchio monetario della Bce, l&#8217;unico aggiustamento possibile è quello della deflazione interna, cioè del drastico abbassamento in termini di valore reale dei salari e delle pensioni, degli attivi patrimoniali delle banche come delle imprese. Una volta che il conto salato, in termini di disoccupazione e impoverimento reale, cade sulle spalle di lavoratori,  contribuenti e risparmiatori, allora essi richiameranno al dovere i politici mentitori e inadeguati, sostituendoli con politici più virtuosi. E&#8217; un meccanismo kantiano che scommette sulla virtù e sulla saggezza, altrimenti &#8220;il giudice a Berlino&#8221; passa per brutte botte in testa ai popoli.</p>
<p>Siamo esattamente a questo punto. Il conto amaro si abbatte su milioni di portoghesi e spagnoli, italiani e &#8211; tra pochissimo- francesi. Perché i politici mentono e preferiscono dare la colpa al mercato o alle opposizioni, perché i sindacati resistono alle riforme, perché ciascuno dice che la colpa è di un altro. E alla fine a pagare sono imprese e lavoro, coloro che non decidono alcunché ma subiscono.</p>
<p>Perché il mercato scommette che l&#8217;euro salta? Perché, al momento, non ci sono segni che tedeschi e francesi – entrambi sotto elezioni nel 2012 e nel 2013 &#8211; siano pronti ad assumere alcuna delle tre decisioni diverse che ci potrebbero portare fuori dal gorgo. Dico tre non perchè siano davvero tre, il mix può essere molto ampio. Le indico solo per far capire quanto possano essere diverse.</p>
<p>La prima decisione è quella di cambiare con procedura d&#8217;urgenza Trattato e Statuto della Bce, mutandone la natura e inducendola a monetizzare il debito. I tedeschi non si fidano e dal loro punto di vista hanno ragione, con mercati separati è un premio a chi ha accumulato più squilibri traendo a quel punto il massimo vantaggio dall&#8217;euro. Ora molti inneggiano a questa soluzione, Giuliano Ferrara la grida ai quattro venti: la loro ricetta quasi sempre è rimanere padroni a casa propria e lotta senza paura contro il vincolo estero, tranne che poi ci deve pensare la Bce a risolvere il problema degli squilibri insostenibili. Sembrano saggi, e sono matti.  La monetizzazione senza limiti del debito comunque induce i politici ad accumulare debito, tanto ci penserà una banca centrale a evitare il default. Per questo chi la pensa come noi ha sempre pensato che i freni alla monetizzazioen fossero più che giustificati, dagli andamenti della storia e dall&#8217;irresponsabilità crescente dei politici. Ha più titolo per chiedere la monetizzazione chi a quel punto abbraccia l&#8217;armonizzazione fiscale e la cessione ulteriore di sovranità a favore dell&#8217;Unione. Non mi sembra abbondino, tra i nostalgici urlatori del Cavaliere. Diciamo che è una proposta che alberga con maggior titolo a sinistra, che nella destra estrema (altro paio di maniche è la tradizione popolar-cattolica, rispeto alla quale la cessione di sovranità comporta menio problemi fin dai padri fondatori del trattato di Roma).<br />
La seconda è una via intermedia. Senza monetizzazione integrale da parte della Bce,  si potrebbe comunque formare un fondo comune in cui i diversi Paesi membri facessero confluire una quota di debito pubblico eccedente una certa soglia- diciamo il 70% &#8211; chiamandone a garanzia  in parte la Bce, e in parte le stesse riserve accumulate dalla Germania grazie al fatto che tutti comprano solo i suoi Bund vendendo il resto dell&#8217;eurocarta (la fuga dei fondi monetari dalla Francia è ormai massiccia, e i tedeschi se ne avvantaggiano grazie ai loro meriti). E&#8217; una proposta simile a quella avanzata qui in Italia da Paolo Savona. Ha il vantaggio di affriontare l&#8217;emergenza con strumenti comuni, senza pretendere però di varare in due settimane o due mesi uno schema nuovo di unificazione dei mercati e della politica e una Bce &#8220;alla FEd&#8221;: la politica non riuscirebbe mai a farlo, secondo me.</p>
<p>La terza proposta, fuori dai denti, è quella ancora più traumatica. Intavolare un confronto riservato su come uscirne, dall&#8217;euro. In breve &#8211; i problemi tecnici sono immensi &#8211; le ipotesi sono due. Se ad uscirne sono i Paesi eurodeboli, si troverebbero con gli attivi e passività esteri di banche e imprese che restano in euro e dollari, con quelli domestici invece in lire o franchi svalutati tra il 20 e il 40%. L&#8217;effetto sarebbe di fallimenti e disoccupazione di massa. Se invece fossero gli euroforti – Germania, Olanda e Nordeuropea -  allora l&#8217;effetto sarebbe opposto, l&#8217;avvaloramento degli attivi e passivi domestici reggerebbe l&#8217;effetto del maggior valore che il marco o il N-Euro, l&#8217;euro del nord, acquisterebbe sul dollaro rispetto all&#8217;euro attuale, penalizzandone le esportazioni sì, ma non tanto da annullare il vantaggio di competitività tedesco di questi anni. Detta così sembra semplice, non lo è affatto. Ma è anche vero che senza alcuna risposta, l&#8217;esplosione è certa.</p>
<p>I mercati però non vedono i segni, nelle classi politiche tedesche, francesi ed europee, né della consapevolezza del rischio terribile a cui tutti siamo esposti. Né dei rimedi possibili da adottare. La Merkel non passa giorno che non dica no a ciascuna di queste diverse ipotesi. La Germania del resto ha un suo piano B. Ha un suo Lebensraum economico ottimale, che non coincide affatto con l&#8217;euroarea ma si estende all&#8217;est Europa e all&#8217;intera Scandinavia, ha una politica propria e non europea nel braccio di ferro tra yuan e dollaro, in quanto il rapporto di Berlino con la Cina è diretto e  nonpassa certo né per Bruxelles né per Francoforte .Gli altri governi tacciono. I francesi con Sarkozy per grandeur non hanno capito che l&#8217;esposizione del loro sistema bancario pretendeva un rulo diverso dalla fuinzione di essere &#8220;come la Germania&#8221;.</p>
<p>Per questo i mercati scommettono che l&#8217;euro salterà. E per questo l&#8217;Italia deve al più presto recuperare l&#8217;autorevolezza per tornare a sedersi al tavolo europeo, come ha detto ieri Mario Monti.  Non si è mai visto una carrozza trainata da un tiro a quattro in cui il passo debba essere quello del cavallo più veloce. Perché o gli altri tre cavalli crepano oppure, ancor prima, si ribalta la carrozza. Finché siamo in tempo, evitiamolo. Perché di tempo ne è rimasto veramente poco.</p>
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		<title>La crisi greca e la responsabilità franco-tedesca</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2011/06/15/la-crisi-greca-e-la-responsabilita-franco-tedesca/</link>
		<comments>http://www.chicago-blog.it/2011/06/15/la-crisi-greca-e-la-responsabilita-franco-tedesca/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 19:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sono un  fanatico dell&#8217;Europa a tutti i costi.  Ho sempre condiviso l&#8217;ammonimento che veniva da Chicago all&#8217;illusione europea di darsi una moneta unica senza unificare i mercati sottostanti e senza politica comune. Le asimmetrie di costi e produttività sarebbero esplose alla prima crisi seria: è successo da un anno e mezzo. E l&#8217;Europa politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono un  fanatico dell&#8217;Europa a tutti i costi.  Ho sempre condiviso l&#8217;ammonimento che veniva da Chicago all&#8217;illusione europea di darsi una moneta unica senza unificare i mercati sottostanti e senza politica comune. Le asimmetrie di costi e produttività sarebbero esplose alla prima crisi seria: è successo da un anno e mezzo. E l&#8217;Europa politica sta facendo una figura di cacca, altro che europeismo come virtù. A parole, sembra la vittoria della linea rigorista nella quale io credo fermamente, in Italia come per tutti . In realtà, non è affatto così. Dopo le balle raccontate agli elettori greci anni fa, oggi paghiamo il prezzo alla volontà di Berlino e Parigi di non voler dire la verità agli elettori tedeschi e francesi. <span id="more-9298"></span> La nuova esplosione della protesta di piazza ad Atene coincide con la fine del governo socialista Papandreou. A 18 mesi dall’esplosione della crisi dell’eurodebito innescata da un deficit pubblico greco occultato per 15 punti di Pil dal precedente governo conservatore, la colpa della politica e dei cittadini greci ormai non è ormai la più grave. E’ l’Europa politica ad avere una gravissima responsabilità, perché la dilazione e diluizione del problema greco, irlandese e portoghese (con quello spagnolo dietro l’angolo) si deve a una radicale divisione in sede di Eurogruppo, Ecofin e Consiglio Europeo. E la responsabilità di questa divisione è innanzitutto del Paese leader dell’Europa attuale, di quella Germania che per produttività privata e rigore pubblico ha costruito nel precrisi la solida posizione di un’economia che cresce oltre il 4% annuo ed è avviata all’azzeramento del deficit. Tuttavia, ciò non significa affatto che la Germania abbia sempre ragione. Anzi, nella crisi dell’eurodebito la posizione dei tedeschi, e dei francesi che la condividono, ha seminato vento e ora raccoglie tempesta.</p>
<p>La Merkel e Sarkozy, all’esplosione della crisi greca, si trovavano con le maggiori banche tedesche e francesi piene di titoli greci, ad alto rendimento e dunque a guadagno facile. I due terzi dell’esposizione pubblica greca era nei loro confronti, mentre le banche italiane erano state giustamente assai più prudenti. Tra novembre 2009 e febbraio 2010, sarebbe stato possibile e anzi necessario avviare la Grecia, d’intesa con il Fondo Monetario, a una ristrutturazione del proprio debito, delle sue scadenze e anche delle sue rate, con una perdita di capitale per le banche prestatrici nell’ordine del 15-20%. Berlino e Parigi hanno rifiutato. In cambio di 105 miliardi di euro prestati dagli euromembri e dal FMI, la Grecia è stata obbligata a una manovra durissima di rigore che l’ha spinta a perdere quasi 6 punti di Pil. Il tasso d’interesse degli aiuti avrebbe dovuto essere compatibile col tasso di crescita del Pil greco, ma per non rimetterci un euro né dei titoli precedenti acquistati da francesi e tedeschi né delle somme prestate, il suo rendimento reale è  invece del 5% in più rispetto ai tassi europei. Anche un bambino capisce che, in queste condizioni, comunque la Grecia in recessione non avrebbe potuto onorare né il nuovo debito in scadenza – sono circa altri 145 miliardi di euro entro il 2014 – il cui prezzo sarebbe schizzato alle stelle, né tanto meno gli interessi sugli aiuti ricevuti.</p>
<p>E’ puntualmente avvenuto. La Grecia ha subito in questi mesi ben tredici abbassamenti successivi del suo rating, e ormai i suoi titoli decennali pagano il 15% in più rispetto ai Bund tedeschi. Alla Grecia servono oggi altri 110 miliardi, di cui 25-30 da una nuova manovra di rigore che ha fatto saltare il governo Papandreou, e il resto suddiviso tra Europa e Fmi. La crisi ha fatto rischizzare verso l’alto anche i rendimenti pubblici dei titoli irlandesi e portoghesi. Perché il mercato scommette che in nessun modo possa funzionare la strategia franco-tedesca, non rimetterci un euro consentendo alle banche rispettive di disintermediare i titoli greci e rinviare la soluzione finale al 2013, cioè dopo le elezioni tedesche alle quali raccontare che Berlino non paga per gli errori degli altri, e quando finalmente nascerà il nuovo veicolo europeo Esm per fronteggiare con capitali comuni crisi simili.</p>
<p>L’ostinazione franco-tedesca è ammantata di rigore, per il quale ogni Paese deve imparare a proprie spese l’equilibrio dei conti. Ma di fatto ha quattro vizi di fondo. Nasce da avidità, mette a serio rischio l’euro – la BCE anche ieri ha giustamente ammonito sui rischi terribili aperti davanti a noi tutti &#8211; e ha inoltre scatenato in mezza Europa una più che prevedibile ondata popolare di protesta contro Bruxelles e Francoforte, in nome dell’autarchia e del protezionismo contro stangate fiscali e disoccupazione a vagonate per tutelare quelle grandi banche che in Germania e Francia sono state salvate coi soldi dei contribuenti. In più, il costo del salvataggio greco, portoghese e irlandese dopo un anno e mezzo e le rispettive economie piegate alla recessione è così diventato enormemente più oneroso.</p>
<p>E’ stata compiuta una lunga catena di gravi errori, e lo dico pour essendo straconvinto che l’azzeramento del deficit con meno spesa pubblica e meno tasse sia la strada obbligata. Ma non è una strada che si può imporre da un momento all’altro a Paesi affetti da gravi squilibri, mettendoli ancor più in ginocchio al solo fine di tutelare i propri crediti. Si è accentuata la divisione tra un’Europa rigorosa nordica che cresce esportando, e una fascia eurodebole a crescita negativa o stentatissima. Con un euro giunto quasi a un dollaro e mezzo (idem dicasi sullo yuan cinese) che per i tedeschi è ancora sottovalutato ma che per il nostro export è una penalizzazione.</p>
<p>L’Italia, proprio per aver evitato col suo basso deficit in questi terribili anni di finire nel mirino dei mercati, ha tutto l’interesse a porsi alla testa in Europa di una soluzione che eviti traumi all’euro ed esplosioni di piazza. Aver previsto che solo dal 2013 chi compra titoli di Paesi a rischio debba comparteciparne ai rischi, è stato come dire al mercato che entro il 2013 gli eurodeboli sarebbero saltati. Per Mario Draghi, alla BCE, non sarà una bella eredità da raccogliere.</p>
<p>La soluzione più gusta, sin dall’inizio, era dare ascolto alla richiesta italiana. Se l’Europa vuole diventare politica, questa era l’occasione per coprire almeno parte del vecchio debito pubblico nazionale con emissioni di eurobonds. Altrimenti, se l’euroarea è solo una convenzione monetaria, è giusto che il mercato creda che piuttosto che finire in pezzi alcuni Paesi escano dall’euro, e svalutino tornando alle vecchie monete nazionali. La svalutazione monetaria è un’illusione, come sa bene l’Italia dei tempi della liretta, ma per diventare rigorosi nella finanza pubblica e produttivi nell’economia privata occorrono per Paesi lontani dall’obiettivo riforme talora lunghe nel tempo, non cure da cavallo che lo uccidono.</p>
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		<title>Draghi, credibilità e riforme inascoltate</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 09:19:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul numero di Panorama Economy in uscita domani, il mio commento a Draghi.
Cinque buoni anni. E’ questo il bilancio lasciato da Mario Draghi alla Banca d’Italia, con le sue ultime considerazioni finali prima di divenire presidente della BCE. Ancora una volta, il suo, un testo asciutto. Appena più lungo di quelli cui ci aveva abituati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sul numero di Panorama Economy in uscita domani, il mio commento a Draghi.<span id="more-9153"></span></em></p>
<p>Cinque buoni anni. E’ questo il bilancio lasciato da Mario Draghi alla Banca d’Italia, con le sue ultime considerazioni finali prima di divenire presidente della BCE. Ancora una volta, il suo, un testo asciutto. Appena più lungo di quelli cui ci aveva abituati, così diversi dalle lunghe analisi di Antonio Fazio, appunto perché si è trattato di aggiungervi il bilancio del quinquennio, unendo per il centocinquantesimo italiano le parole di Cavour alla lezione di Ciampi, accompagnato in sala da Draghi stesso.</p>
<p>Il declino italiano non è ineluttabile, tornare a crescere si può e si deve. Su questo, Draghi non ha riservato sorprese.  L’aggiornamento consiste nel forte appoggio al pareggio del bilancio al 2014 posto da Giulio Tremonti come obiettivo dell’Italia in Europa, il che comporta un taglio della spesa primaria corrente al netto degli interessi  del 5%, riportandola al livello di inizio decennio. E’ lo stesso appoggio venuto da Confindustria, e sarà utile nei prossimi mesi, viste le nubi che nella maggioranza post voto si addensano sul capo di Tremonti, accusato di troppo rigore. Al contempo, Draghi e la  Marcegaglia hanno concordato al millimetro anche nel giudizio, però, che i tagli lineari sono l’opposto di ciò che serve: cioè un accurato esame voce per voce della spesa corrente, per concentrare lo Stato laddove dovrebbe essere presente ed efficiente ma non c’è, e tagliarlo molto invece nell’infinità di settori in cui c’è ma non dovrebbe esserci. Di questa azione capillare di revisione dello Stato &#8211; annunciata da 17 anni puntualmente a ogni elezione &#8211; non è umanamente pensabile da parte mia che sia capace il centrodestra oggi dopo la botta elettorale, al terzo anno di legislatura, con la forte crisi d&#8217;immagine e sostanza e credibilità di Berlusconi. La sinistra uscita vincente dalle urne amministrative, sterzata su antagonismo e giustizialismo, mi pare lontanissima da una revisione dello Stato capace di alleviarci di punti di Pil di spesa pubblica e tasse. Dunque, il quadro è fosco. E di questo si è sempre fatto forte Tremonti: tra lo statalismo di destra e quello di sinistra, lui efferma e difende il suo come minore dei mali, perché almeno contiene il deficit e ci salva in Europa e non è poco.</p>
<p>Nell’esame degli interventi strutturali necessari al rilancio della crescita, da meno imposte sui lavoro e impresa al rilancio delle infrastrutture,da una riforma del mercato del lavoro che si estenda anche alla flessibilità in uscita all’esigenza di un’intesa sulla rappresentanza in azienda che consenta di andare avanti sulla via delle intese aziendali e delle deroghe al contratto nazionale, Draghi ha rilanciato l’agenda riformista per far crescere insieme produttività delle imprese e reddito dei dipendenti. E&#8217; un messaggio in bottiglia a una politica che non c&#8217;è, ad attori politici che non mi sembrano minimamente in grado di far propria questa via. Ripeto: esattamente come avviene per il programma di Confindustria, che è del tutto analogo e non è stato un caso, che all&#8217;Assise di bergamo come all&#8217;Assemblea di Roma iconfindustriali abbiano tributato a Draghi vee e proprie ovazioni, come all&#8217;unico italiano istituzionale &#8211; insieme a Napolitano &#8211; capace di farci stare all&#8217;onore del mondo. (Tremonti s&#8217;incazza, quando lo si dice, e non capisce che lui ha dei meriti ed è rispettato in Europa, ma il discredito del premier cade su di lui come su tutti i componenti del governo, inevitabilmente).</p>
<p>In che cosa Draghi è stato invece tagliente? Innanzitutto nel rivendicare l’autonomia e l’indipendenza di Bankitalia, perché è un monito al governo in vista della nomina del suo successore. E poi nelle materie che attengono al suo mandato di presidente del FSB, e  a quello futuro in BCE. Personalmente condivido moltissimo il pensiero di Draghi in materia di intermediari finanziari sistemicamente importanti, i cosiddetti <em>Too Big To Fail</em>: è errato aver indotto la convinzione che essi non debbano e non possano fallire, con procedure che colpiscano azionisti e manager e alcune classi di creditori, ma senza investire depositanti e stabilità di sistema. Senza rischio di fallimento, l’azzardo morale non si riduce perché si spera sempre nel salvataggio a spese del contribuente.</p>
<p>In materia di debito europeo, Draghi si è attenuto deliberatamente alla linea del massimo rigore germanico: la Grecia non si lamenti, può e deve fare come l’Italia all’inizio degli anni Novanta ed è meglio per lei. La BCE deve debellare l’inflazione, dunque implicitamente i tassi saliranno. Concordo: non abbiamo bisogno di una BCE al laccio della politica, di un bis della FED.</p>
<p>Sulle banche italiane, mi aspettavo francamente di più. E anche alcuni passaggi di ottimismo sulle misure di ordinamento assunte dal G20 mi sono sembrate eccessivamente “rosa”. Ma è evidente che Draghi pensa ormai al futuro, ed evita su queste materie di sollevare diffidenze e sfiducie, che sarebbero molto pericolose in queste ultime settimane decisive per assurgere alla BCE.</p>
<p>C’è stato invece un passaggio solo implicito, nelle ultime considerazioni di Draghi, che merita di essere richiamato. Quando il governatore ha sottolineato che la  Banca d’Italia  deve avere il potere di intervenire su manager e decisioni bancarie in materia di remunerazioni e dividendi che possano avere effetti sistemici, è ovvio che la polemica non dichiarata era verso il governo, visto che quei poteri sono spariti all’ultimo secondo dal testo del decreto legge sviluppo varato tre settimane fa. Ma la polemica ancora più implicita era verso le banche italiane. Perché in realtà è stato l’Abi, a chiedere al governo che quei poteri non venissero affidati al regolatore. Un errore che spero verrà presto rimediato. Perché è ovvio e giusto, che il regolatore indipendente non possa e non debba sempre far la felicità e la tranquillità delle banche regolate.</p>
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		<title>I tre meriti di Draghi alla BCE</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 17:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La designazione da parte dell&#8217;Ecofin di Mario Draghi quale successore di Jean-Claude Trichet alla guida della BCE è un&#8217;ottima notizia, di quelle non troppo frequenti per il nostro Paese nel contesto internazionale. Che i governi dell&#8217;Unione europea abbiano trovato ed espresso una convergenza molto forte sul governatore della Banca d&#8217;Italia rappresenta infatti un tributo al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La designazione da parte dell&#8217;Ecofin di Mario Draghi quale successore di Jean-Claude Trichet alla guida della BCE è un&#8217;ottima notizia, di quelle non troppo frequenti per il nostro Paese nel contesto internazionale. Che i governi dell&#8217;Unione europea abbiano trovato ed espresso una convergenza molto forte sul governatore della Banca d&#8217;Italia rappresenta infatti un tributo al merito sotto tre diversi punti di vista: per la persona prescelta, per il Paese che lo ha espresso, e insieme e soprattutto per il futuro dell&#8217;Unione monetaria.<span id="more-9022"></span></p>
<p>I meriti personali di Mario Draghi sono da molti anni sotto gli occhi di tutti. Il suo contributo è stato inestimabile al Tesoro, in una delle fasi più difficili della storia economica italiana. Quando cioè  occorreva insieme smontare i resti dell&#8217;inefficiente e pachidermica impresa pubblica italiana e al contempo disegnare regole nuove per i mercati finanziari, come recuperare il ritardo accumulato sotto il profilo della tutela della concorrenza. Alla testa di una schiera di giovani e preparati economisti, dalle massicce privatizzazioni seconde solo a quelle della Gran Bretagna alla legge Draghi sulla finanza, l&#8217;allora direttore generale del Tesoro portò nelle stanze della vita pubblica italiana una ventata di competenza, decisione e precisione prima sconosciute. A chi ha criticato e critica negli anni le privatizzazioni allora compiute, accusandolo di svendite e e di aver trasferito monopoli dal pubblico a imprenditori privati poco desiderosi di concorrenza, la replica giusta da dare resta che era il mercato a dover trovare poi le soluzioni migliori, ma intanto il Moloch pubblico era indifendibile. E solo con grande energia e professionalità poteva essere smontato in così poco tempo.</p>
<p>C&#8217;è poi chi ha criticato la parentesi intermedia della vita professionale di Draghi, tra il Tesoro e il governatorato di Bankitalia, cioè l&#8217;esperienza in una grande banca d&#8217;affari come Goldman Sachs. Molti hanno nascosto nell&#8217;ultimo biennio la propria avversione a Draghi alla Bce sostenendo che, vista la pesante responsabilità delle grandi banche d&#8217;affari nella crisi mondiale, quella era una macchia nera difficilmente superabile. Al contrario, chi conosce il governatore sa che la sua scelta fu motivata proprio dalla volontà di capire meglio dal di dentro come funzionava uno dei maggiori intermediari finanziari sui mercati mondiali, e come la tecnica di impacchettamnto  rivendita di prodotti di debito portasse alla fine a errori come credere nell&#8217;nnulamento del rischio dell&#8217;emittente come del prenditore.</p>
<p>La parentesi in Goldman ha consentito a Draghi i sapere ancor meglio quali cure fossero necessarie, al mercato della finanza mondiale dopo la grande crisi nata proprio per effetto di quelle tecniche di  moltiplicazione del debito ad alto rendimento e, in apparenza, rischi bassissimi. Ed è forte di quell&#8217;esperienza, che a Draghi è venuta all&#8217;unanimità la scelta di porlo alla testa del Financial Stability Forum, che in questi anni ha tentato l&#8217;opera titanica di sottoporre al G20 e al G8 lo schema di nuove regole prudenziali condivise tra le tre aree del mondo, Asia, Europa e Usa. Un&#8217;opera lungi dall&#8217;esser conclusa, ma che in Draghi ha avuto un motore instancabile, contribuendo a far crescere la sua stima a ogni vertice mondiale e a ogni tappa delle nuove regole.</p>
<p>Infine, a via Nazionale Draghi ha portato l&#8217;istituto fuori e lontano dalle polemiche che, per le scalate del 2005, condussero la magistratura e la politica a decidere un cambio di marcia. Con qualche superficiale leggerezza se non peggio, a mia opinione. Se non abbiamo avuto salvataggi bancari, il merito è di via Nazionale negli anni precedenti, come in quelli di Draghi. Ma il mandato affidato al governatore è stato onorato appieno, con autonomia che spesso è valsa a Bankitalia le solite polemiche che la politica riserva ad Autorità davvero indipendenti. Ciò che conta, dopo le polemiche giornalistiche, è che alla prova dei fatti gli aumenti di capitale bancari recenti siano stati varati a raffica per comune e concorde spinta di Draghi e Tremonti.</p>
<p>Se i meriti di Draghi sono questi e così rilevanti, è fuori discussione che la sua candidatura avrebbe trovato gravi ostacoli, nel caso in cui le banche come i conti pubblici italiani non fossero oggi in regola. Per questo la sua designazione è un successo che l&#8217;intera Italia deve sentire proprio e condividere. Proprio mentre banche e debito pubblico di molti Paesi europei hanno registrato pessime performance, non era scontato che l&#8217;Italia si trovasse sulla linea del rigore incontestabile. Merito a Giulio Tremonti pciò che ha fatto meglio cioè la sua presa da mastino sul deficit, e a un sistema di intermediazione finanziaria che continua ad avere molto difetti in termini di prezzi praticati, ma per effetto dell&#8217;occhiuta presenza e intervento del regolatore non ha il difetto sistemico di verniciare di rosa i suoi attivi patrimoniali. Motivo per il quale ora, per la successione di Draghi a Bankitalia, la soluzione più opportuna è quella che meglio salvaguardia la massima autonomia del prossimo governatore sia dal sistema bancario italiano, sia dalla politica e dal governo.</p>
<p>Infine, è una buona nuova anche per l&#8217;Unione monetaria. A 15 mesi dall&#8217;inizio della crisi greca, l&#8217;Europa non ha risolto affatto il problema. I governi nazionali hanno dato risposte alla crisi ciascuno a casa propria. Dividendosi in quattro cerchi: al centro la Germania e l&#8217;area baltica ad alta crescita ed elevata diffidenza; poi la Francia che cresce meno ed è in crisi di leadership; l&#8217;Italia ottima a tenersi fuori dall&#8217;occhio del ciclone ma a crescita bassa; infine i disperati greco-ibero-irlandesi, ai quali l&#8217;Europa ha indicato la via della recessione per evitare di uscire dall&#8217;euro. In questo difficile contesto, i governi non fanno scelte come l&#8217;eurodebito che potrebbe essere un passo verso un&#8217;Unione davvero federale, e  tendono a criticare la BCE perché rialza i tassi, a differenza della FED americana che obbedisce alla politica. Perché l&#8217;Europa faccia passi politici efficienti e condivisi, serve una BCE autonoma: autonoma a cominciare dal governo ch per la sua crescita e rigore è il più forte in Europa, quello tedesco, che è però anche il governo che meno ha risolto la sua crisi delle banche regionali pubbliche. Draghi la garantirà nei fatti meglio di altri, l&#8217;autonomia di Francoforte.</p>
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		<title>Perché all&#8217;Italia serve un liberista</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 17:05:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[All&#8217;Italia serve un liberista vero, perché c&#8217;è una questione trinitaria. No, non sono impazzito, non è la Pasqua mistica di resurrezione che si avvicina dopo le Palme.  L’Europa è o no alle prese con una versione aggiornata della trinità diabolica, l’impossibile trilemma della politica monetaria  alias trilemma Mundell-Fleming? I due economisti, dovendo estendere il tradizionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;Italia serve un liberista vero, perché c&#8217;è una questione trinitaria. No, non sono impazzito, non è la Pasqua mistica di resurrezione che si avvicina dopo le Palme.  <span id="more-8841"></span>L’Europa è o no alle prese con una versione aggiornata della trinità diabolica, l’impossibile trilemma della politica monetaria  alias trilemma Mundell-Fleming? I due economisti, dovendo estendere il tradizionale modello keynesiano IS LM da economie chiuse a economie aperte, conclusero che dati tre obiettivi economici &#8211; e cioè la libertà internazionale dei capitali, tassi di cambio fissi, e politiche monetarie indipendenti &#8211; se ne possono perseguire solo due alla volta. E’ la scelta che ci ha condotto all’euro, se ci pensate: abbiamo scelto di avere una sola moneta nel mondo aperto, e dunque abbiamo rinunciato a politiche monetarie nazionali delegandole alla Banca Centrale Europea.</p>
<p>Dani Rodrik, che insegna economia politica internazionale alla J. Kennedy School of Government di Harvard, in questi anni ha aggiornato ed esteso la diabolica trinità. Di tre condizioni politiche di fondo – l’estensione della democrazia, la sovranità nazionale, la globalizzazione internazionale – anche in questo caso se ne possono solo perseguire non più di due, abbandonando o restringendo la terza.  In altre parole se siete un politico che voglia corrispondere alle attese popolari decidendo in piena libertà le politiche nazionali, dovrete obbligatoriamente sospendere o fortemente attenuare la piena integrazione del vostro Paese alla globalizzazione economica e finanziaria. Se invece volete comunque difendere l’autonomia della politica nazionale ma restando ben fermi nella globalizzazione, allora dovrete scontentare vaste constituencies elettorali e limitare le illusioni e i colpi di testa del suffragio universale. O ancora, se volete  corrispondere al meglio alle domande crescenti dell’elettorato ma restando nella globalizzazione, allora dovrete rinunciare all’autonomia della politica nazionale e confidare che nel medio-lungo periodo il vantaggio del solo mercato si traduca in benefici concreti per chi , però, non avrà più un grande interesse a votarvi come se da voi dipendesse chissà che, e vi chiederà al massimo di non contrastare troppo i mercati.</p>
<p>Con tutte le approssimazioni di una formula che nasce e deriva come quella Mundell-Fleming dal keynesismo – e che postula infatti per sovranità nazionale ovviamente politiche di tax and spending, mica liberismo con meno Stato, basse tasse e più efficienza -  in effetti la trinità impossibile di Rodrik descrive abbastanza bene i guai con i quali siamo alle prese. Gli eurodeboli le cui opinioni pubbliche e parti politiche a un anno di distanza dal guaio greco rifiutano di seguire pedissequamente la via della deflazione imposta da Berlino – come nel caso di Portogallo e Irlanda – difendono la sovranità nazionale e il consenso democratico, e dunque i mercati ne portano gli spreads alle stelle bocciandone la possibilità di restare globalizzati. Gli euroforti come la Germania, ribadiscono che per restare sui mercati l’unica modalità di costruire soddisfazione democratica nel medio e lungo periodo è quella di rinunciare alla libertà di deficit e debito pubblico  non solo incontrollati ma in realtà bisogna più propriamente dire “discrezionali”, cioè decisi dalla politica a livello nazionale secondo proprie valutazioni di opportunità. Gli eurodeboli comunque convinti della globalizzazione, come gli irlandesi che dalla concorrenza fiscale al ribasso hanno costruito la premessa per anni di crescita impetuosa sfociata poi nel dramma della bolla immobiliare e della nazionalizzazione bancaria, ritengono che il vincolo di bilancio sovrannazionale sia necessario, ma senza intaccare la libertà nazionale di realizzarlo al più basso livello di pressione fiscale possibile. I francesi replicano invece che il vincolo alla sovranità va inteso anche come armonizzazione fiscale, per evitare quello che considerano un dumping fiscale improprio.</p>
<p>Tutti, però, qualunque sia la loro singola posizione nella graduatoria delle performances di bilancio e fiscali, di produttività e di crescita, rifiutano però procedure di governance condivise sui salvataggi o sui fallimenti bancari, poiché illudendosi considerano il credito non un sistema globalizzato bensì parte integrante indivisibile della propria piattaforma di autonomia e sovranità nazionale.</p>
<p>Descritta così, è una vera e propria trappola che inevitabilmente si chiuderà, come le acque del mar Rosso, sulla testa di diversi faraoni nazionali europei, presentando amari conti ai loro cittadini. In assenza di una politica davvero integrata a livello europeo &#8211; che significa innanzitutto un debito pubblico comune come sostiene Tremonti,  prima che tasse unificate e bilanci decisi a Bruxelles che tutte le opinioni pubbliche respingono, mi sembra più che giustamente e comunque a me l&#8217;ipotesi integrazione politica non convince– ci sono solo due soluzioni.</p>
<p>Quella intermedia è di politici che capiscano che quanto meno occorre metter mano con decisione all’unificazione dei mercati, perché si attenui il divario delle curve di costo che rende un unico tasso d’interesse asimmetrico nei suoi effetti nazionali: il che significa aprire all’unificazione dei mercati dei servizi, abolire le specifiche nazionali professionali, abbattere le divergenze regolatorie nei mercati delle tlc e delle radiodiffusioni, creare un mercato unico dell’elettricità e del gas, unire i mercati del lavoro e via poseguendo. L’esatto opposto di quanto è avvenuto con la marcia indietro su tutta la linea realizzata sulla Direttiva Bolkenstein, un paio di anni fa.</p>
<p>Altrimenti, se non si unificano i mercati, solo per politici liberisti muniti di un forte consenso a meno tasse e meno Stato con più produttività per e da parte di tutti, sarà possibile risolvere con successo il satanico trilemma. Questa è la strada giusta per l’Italia, che è insieme stato-latrica stato-latrina e stato-ladrona, secondo me almeno. Se vedete tracce in giro di leader simili, un fischio prego</p>
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