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	<title>CHICAGO BLOG &#187; banche</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Decreto liberalizzazioni: l&#8217;illusione bancaria</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 10:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Trovato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I commenti di chi mi ha preceduto nell&#8217;analizzare su Chicago Blog il decreto immaginificamente battezzato &#8220;Cresci Italia&#8221; &#8211; più che un invito, un&#8217;implorazione &#8211; hanno messo in luce la forte tensione tra la relazione al provvedimento e la sua caratterizzazione &#8211; per così dire &#8211; ideologica, da un lato, e molte delle sue previsioni concrete, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I commenti di chi mi ha preceduto nell&#8217;analizzare su Chicago Blog il decreto immaginificamente battezzato &#8220;Cresci Italia&#8221; &#8211; più che un invito, un&#8217;implorazione &#8211; hanno messo in luce la forte tensione tra la relazione al provvedimento e la sua caratterizzazione &#8211; per così dire &#8211; ideologica, da un lato, e molte delle sue previsioni concrete, dall&#8217;altro; in altre parole, la contraddizione tra <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/01/20/liberalizzazioni-quelle-vere-e-quelle-false/">vere e false liberalizzazioni</a>. Le misure in materia bancaria, concentrate negli articoli 28 e 29, non sembrano sfuggire a questa ambiguità.</p>
<p>L&#8217;articolo 28 interviene sulla disciplina dei sistemi elettronici di pagamento (nonché, en passant, sui conti correnti). Si prevede un meccanismo di concertazione a supervisione pubblica al fine di «assicurare una riduzione delle commissioni interbancarie a carico degli esercenti in relazione alle transazioni effettuate mediante carte di pagamento». Non vi è chi non colga la relazione causale tra questo intervento e i sempre più stringenti limiti alla diffusione del contante. L&#8217;Esecutivo ha, cioè, imposto una misura (la proibizione all&#8217;utilizzo del cash per pagamenti oltre i 1000 euro) senza valutarne attentamente le controindicazioni non tanto qui in tema di libertà personale, bensì quanto allo sbilanciamento della relazione contrattuale tra esercenti ed intermediari finanziari; e tenta così di ovviare con un&#8217;ulteriore vulnerazione della libertà economica, secondo lo schema classico dello statalismo circolare. L&#8217;archiviazione del tetto esplicito alle commissioni praticabili &#8211; affermato dal decreto &#8220;Salva Italia&#8221; nella misura dell&#8217;1,5% &#8211; è un miglioramento marginale che non altera la valutazione sulla misura.</p>
<p>L&#8217;articolo 29 prescrive, per le banche e gli intermediari finanziari che condizionino la concessione di un mutuo alla contestuale conclusione di un contratto di assicurazione, l&#8217;obbligo di presentare al cliente non meno di due preventivi, provenienti da due gruppi diversi. Si tratta di un onere che ricalca quello a carico delle imprese di assicurazione, <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/01/21/decreto-liberalizzazioni-le-assicurazioni-chiuse-in-una-scatola-nera/">alla cui analisi si può rimandare</a>. Aggiungo qui un paio di considerazioni. In primo luogo, la norma appare ancor più invasiva perché interviene principalmente non su una relazione di agenzia, ma su rapporti organici di dipendenza: e cioè non solo mira a modificare i modelli commerciali del settore, ma effettivamente costringerebbe un soggetto a promuovere prodotti di aziende concorrenti. Inoltre, la portata pro-concorrenziale del divieto in discorso &#8211; che, peraltro, l&#8217;Antitrust avrebbe potuto imporre puntualmente in presenza di abusi conclamati &#8211; appare discutibile allorché si ragioni su un suo prevedibile effetto: quello di incentivare tra i gruppi bancari e assicurativi forme di collaborazione speculare e reciproca orientate al rispetto della mera lettera della norma.</p>
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		<title>L’Italia ed il dilemma del prigioniero – di Piero Torazza</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 13:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Piero Torazza.
Questo scritto è la continuazione del precedente “Tutti giù per terra!”, giugno 2011 quando la Grecia era il problema e l’Italia sembrava messa bene. A posteriori direi che ho portato molta sfortuna.
Parto da una considerazione amara ma fondata: il problema economico numero uno dell’occidente non è più il Pil, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Piero Torazza</em>.</p>
<p>Questo scritto è la continuazione del precedente “<a href="http://www.chicago-blog.it/2011/07/03/tutti-giu-per-terra-di-p-torazza/" target="_blank">Tutti giù per terra!</a>”, giugno 2011 quando la Grecia era il problema e l’Italia sembrava messa bene. A posteriori direi che ho portato molta sfortuna.</p>
<p>Parto da una considerazione amara ma fondata: il problema economico numero uno dell’occidente non è più il Pil, non è più la Disoccupazione, non è più l’Inflazione. Oggi il problema numero uno è il Debito.<span id="more-10274"></span>Senza crescita non si paga il debito, ma la crescita a debito lo rinvia e lo aggrava. Non si fanno le nozze con i fichi secchi, ancor peggio facendosi prestrare i soldi dagli strozzini perchè le banche non si fidano più.</p>
<p>Partiamo dal leader: negli U.S.A il Debito Aggregato (pubblico+privato) nel 2011 è  peggio che nel 1929.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10276" title="Tora-01" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-01.jpg" alt="" width="472" height="348" /></a></p>
<p>I favolosi anni ’80/90 (deregulation, finanziarizzazione, crescita) sono stati una gigantesca illusione di massa.</p>
<p>Guardiamo il debito Pubblico Italiano: negli anni ’80 abbiamo raddoppiato il debito da 60% a 120% ponendo le basi per l’attuale declino. Negli anni ’90 ci avevamo messo una toppa facendolo scendere al 104% per entrare nell’Euro. Nel 2011 siamo ritornati al 120% senza dover salvare le banche come gli altri.</p>
<p>Una curiosa coincidenza: 1992 = debito 120% + tangentopoli; 2011 = idem:)</p>
<p>Il Debito Pubblico Aggregato Italiano (incluse Pensioni&amp;Enti Locali&amp;Partecipazioni) è circa il 300%.</p>
<p>Questo Debito non lo hanno fatto i marziani: lo abbiamo fatto noi, andando in pensione a poco più di 50 anni, facendoci assumere nella p.a. in esubero, eludendo o evadendo in massa le tasse (ognuno per quello che può), e perdonando una classe politica la cui corruzione (= maggiore spesa pubblica) credo abbia ben pochi eguali in occidente. Lo stato si è indebitato al nostro posto. Ma lo stato siamo noi.</p>
<p>Del ruolo che potrà giocare il tanto celebrato risparmio/patrimonio parlerò alla fine.<br />
Pure la mitica Germania è messa peggio di quel che si dice: non mette nel suo Debito una grossa Agenzia Pubblica (tipo la Cassa Depositi e Prestiti), se lo facesse passerebbe dall’80% al 100% dalla sera alla mattina. Poi ci sarebbero altre cosette. Ma basta questa.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-02.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10277" title="Tora-02" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-02.jpg" alt="" width="514" height="313" /></a></p>
<p>Non è fondata la tesi, numeri alla mano, che il colore politico dei governi  abbia influito più di tanto. Il Debito U.S.A è cresciuto con Repubblicani (Destra) e Democratici (Sinistra).</p>
<p>Ad esser precisi è cresciuto più con i Repubblicani, ma Clinton fu favorito da un Pil più veloce.</p>
<p>Aggiungiamoci qualche Guerra fatta a Debito per non metter le odiate tasse, i mega salvataggi delle Banche ed una Riforma Sanitaria socialmente condivisibile (x me) ma comunque costosa, e la frittata è fatta.</p>
<p>Pubblico una slide sul caso Italia: non la commento per evitare che le appartenenze politiche distraggano dal cuore del problema. Ognuno la valuti da sè. Teniamo conto degli Slittamenti Elettorali: spesso il governo uscente l’ultimo anno fa debiti per acquisire consenso a carico di chi verrà.</p>
<p>Non è neppure fondata la tesi che le opposte ideologie economiche abbiano influito più di tanto.</p>
<p>Gli U.S.A più Liberisti/Mercatisti hanno spinto su Debito Privato e Base Monetaria (un debito occulto comprato dalla banca centrale invece che dai risparmiatori).</p>
<p>L’Europa più Statalista/Keynesiana ha spinto su Spesa e Debito Pubblico.</p>
<p>Come Pil l’America è andata molto meglio dell’Europa, ma come Debiti Aggregati sta peggio di noi.</p>
<p>Ci sono sia i Fallimenti dello Stato sia i Fallimenti del Mercato: ogni estremismo è pernicioso.</p>
<p><strong><em>Il ruolo della Speculazione finanziaria</em></strong><br />
Nel dibattito sui media si fronteggiano due tesi manichee: “è tutta colpa della Speculazione” vs “è tutta colpa dei Debiti pubblici”. Rubo un cinico motto che ben rappresenta la mia opinione: “la speculazione è come un avvoltoio, arriva quanto sente l’odore del sangue, quando la preda è già (di per sè) in agonia”.</p>
<p>Alcune distorsioni della Speculazione sono decisamente fondate:</p>
<ul>
<li>due pesi e due misure: Banche d’Affari/Agenzie attaccano l’Europa ed ignorano America, Inghilterra e Giappone che a debiti son messe forse peggio (l’America è appesa al $ Riserva Mondiale = debito estero che si può non rimborsare); prima di attaccare a casa loro ci pensano due volte;</li>
<li>nel breve/medio periodo altera i prezzi come più gli conviene (Bull&amp;Bear Trap = Trappole per rialzisti&amp;ribassisti) rispetto ai fondamentali; il prezzo comunica informazione, ma l’informazione può essere scientificamente falsata =&gt; la crescita 2009/2011 era drogata dalle bolle monetarie, ma politici ed opinione pubblica non si lamentavano di questa bella bugia, mentre ora contestano l’amara verità;</li>
<li>la speculazione non è formata da milioni di operatori equipotenziali, il 90% dei Derivati U.S.A. è in mano a 5 Banche d’Affari, e l’ammontare dei Derivati Lordi (1) è 10 volte il Pil mondiale =&gt; questa concentrazione di potere (e di rischi!) è incompatibile sia con la visione Dirigista sia con quella Liberale che vuole contrastare ogni posizione Dominante (sia essa Statale o Privata);</li>
<li>il valore delle Borse Private Non-Regolamentate (cioè esterne alle classiche Borse di New York, Francoforte, ecc.) ha ormai superato quello delle Borse Regolamentate;</li>
<li>i CDS  (Credit Default Swap), contratti di assicurazioni per coprirsi dal rischio fallimento, sono quotati sui mercati Non-Regolamentati; è possibile comprarli allo Scoperto (Naked) cioè senza avere i titoli da coprire in portafoglio: “mi posso assicurare contro il rischio che la casa del mio vicino bruci” =&gt; potrei essere tentato di dar fuoco a quella casa non mia (il Codice Civile lo vieta) (2);</li>
<li>publicizzazione delle perdite: era forse utile salvare le banche (i risparmi della gente), ma non è bello permettere che gli stessi manager del crack continuino con de-merito ad auto-darsi i super bonus.</li>
</ul>
<p>Purtroppo queste distorsioni Speculative sono soltanto un’aggravante del problema del Debito.</p>
<p>Sono come i costi della Casta: vanno messi a posto ma non illudiamoci che così si risolve tutto.</p>
<p>La cinica Speculazione ha però un doloroso pregio: oggi costringe (per il proprio interesse) politici e ceto medio a guardare in faccia la realtà, e non fra qualche anno quando sarebbe pure peggio.</p>
<p>Perchè la speculazione nel 2010 attaccava i Piccoli (Grecia, Irlanda) mentre nel 2011 attacca i Grossi (Italia)?</p>
<p>Il nostro debito 2010 era un pò più basso ma comunque già fuori controllo. Secondo la mia esperienza il motivo è il seguente: le Banche d’Affari a fine 2010 si sono accorte che nel giro di 6 mesi il Pil mondiale entrava in stagnazione (era finita la benzina degli stimoli statali). Così dapprima hanno venduto senza farsene accorgere le loro azioni in portafoglio (distribuzione al parco buoi), poi fulminati sulla via di Damasco cascano da cavallo e si accorgono che il Pesce Grosso è a rischio, lo attaccano ad Agosto 2011 e scatenano il crollo dell’azionario.</p>
<p>Prima non gli conveniva vedere. Ora sì. E dopo i Grossi toccherà ai Giganti.</p>
<p><strong><em>Le cause fondamentali del Debito</em></strong></p>
<ul>
<li>fine del Baby Boom: aumento spesa sociale, spostamento risparmio dagli investimenti verso la rendita;</li>
<li>eccesso capacità produttiva: negli U.S.A. il tasso di utilizzazione è sceso dal 90% degli anni ’60 all’85% del ’90 al 78% odierno =&gt; non sappiamo più cosa produrre =&gt; siamo ingabbiati nelle trappola della crescita continua per evitare disoccupazione e reggere i debiti;</li>
<li>concorrenza globale: ha giocato un duplice ruolo, dapprima ha consentito al consumatore di comprare a basso costo, oggi l’industrializzazione dei paesi emergenti (ed il lento miglioramento del loro modesto livello di vita) delocalizza attività, genera disoccupazione e debito estero;</li>
<li>risorse naturali razionate: l’aumento dei consumi dei paesi emergenti nel lungo periodo ha ovvii effetti su domanda &amp; prezzi delle commodity (energia incluso uranio, alimentari, metalli);</li>
<li>mancanza di un salto tecnologico radicale: una volta c’era la ferrovia, poi l’automobile, frigorifero, tv, internet =&gt; oggi ci siamo ridotti a cambiare la cover del cellulare; speriamo nella fusione a freddo;</li>
<li>crescente concentrazione della ricchezza: sia negli Usa che in Europa, a causa della della pressione sui salari indotta dalla 2° fase della globalizzazione, è aumentata la quota assegnata ai profitti ed agli stipendi della struttura apicale (aumento del divario tra operaio e manager) =&gt; ma il ceto medio vuole consumare lo stesso in democrazia =&gt; quindi facciamo debiti pubblici e privati (3);</li>
<li>marketing commerciale: è una leva, oggi portata all’eccesso, per sostenere i consumi senza reddito;</li>
<li>marketing politico: la democrazia richiede responsabiltà da parte del ceto medio elettore, se i politici hanno paura di perdere consenso dicendo la verità allora mentono, rinviano, aggravano i problemi.</li>
</ul>
<p><em><strong>Prospettive per il 2012: il Deleveraging globale</strong></em><br />
Oggi mentre scrivo, 10 Ottobre 2011, sui mercati finanziari c’è calma apparente.<br />
E’ possibile che entro la fine del 2011 ci saranno nuovi crolli, è praticamente certo che ci saranno nel 2012.</p>
<p>E’ facile prevedere che il Pil scenderà ulteriormente, minori entrate, maggiori interessi.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-03.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10278" title="Tora-03" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-03.jpg" alt="" width="471" height="195" /></a></p>
<p>Nel 2012 sono previste tonnellate di Rinnovi di Debito Pubblico in tutto il mondo, ci sarà una concorrenza aggressiva per accappararsi finanziamenti razionati: il costo del danaro aumenterà per stati &amp; imprese &amp; privati.</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-04.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10279" title="Tora-04" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-04.jpg" alt="" width="471" height="250" /></a></p>
<p>Alcune analisi su particolari strumenti che prezzano i rischi impliciti lasciano intuire che, ai piani alti delle Banche d’Affari, prevedono un annus horribilis. I loro report ufficiali ad usum del fini van presi con le molle.</p>
<p>Il 2012 sarà l’anno del grande Deleveraging globale (rimborso forzato dei debiti). E sarà molto doloroso.</p>
<p>Il famoso Spread Btp-Bund rimane molto alto, per ora tenuto sotto controllo dagli acquisti della Bce.</p>
<p>Purtroppo per l’Italia il costo di quelle assicurazioni chiamate CDS è più alto dello Spread sui bond:</p>
<p>Per consolarci un pò, guardiamo pure il grafico del CDS medio delle Banche Americane:</p>
<p>Due commenti flash sui CDS comparati:</p>
<ul>
<li>il costo del rischio per l’Italia non è molto diverso da quello del sistema bancario americano;</li>
<li>il costo per le banche americane ha quasi raggiunto i livelli 2007/08 =&gt; pre-default Lehman.</li>
</ul>
<p>Un paradosso: oggi le Banche Europee sono in crisi di liquidità, hanno paura ad imprestarsi i soldi tra di loro, così li depositano al sicuro presso la Bce oppure li trasferiscono in America presso la Fed, cioè presso quella Banca Centrale che dovrebbe controllare i rischi del sistema bancario americano!</p>
<p>Qualche settimana fa è venuto in Europa il Ministro del Tesoro Americano, un certo Geithner, a spiegarci come risolvere i nostri problemi, e ci ha detto: fate come noi in America, date il permesso alla Bce di stampare nuova moneta, così evitate di andare sui mercati a chiedere prestiti (vedi il Fondo Salva Stati), non vi costa (apparentemente) niente, e poi ci comprate tutti i titoli spazzatura che volete. In pratica ha detto: create una bella Bolla finanziaria anche voi Europei, così si somma alla nostra. Il potenziale inflazionistico nel lungo periodo è dirompente. Nel medio si scarica su Borse&amp;Commodity. Poi brucerà implicitamente “debiti pubblici = risparmi/salari privati” senza dover fare manovre impopolari così difficili in democrazia.</p>
<p>Gli ottimisti dicono che dopo ripartirebbe la crescita dei salari reali e del Pil. I catastrofisti parlano di nuove guerre mondiali: speriamo di no. Personalmente credo che nessuno oggi sia in grado di dire cosa accadrà.</p>
<p>Lo Scioglimento dell’Euro è ormai una possibilità realistica: nel breve distruggerebbe patrimoni/salari degli Italiani di un 30/40%. Nel lungo la Svalutazione della Lira (od Euro 2 dei Poveri) migliorerebbe la competitività dell’industria italiana. E’ per questo che gli Industriali Tedeschi premono per un intervento (condizionato) a favore dei Piigs, mentre il ceto medio tedesco (i tax payer che dovrebbe pagare i salvataggi) è fortemente contrario. Anche qui credo che oggi nessuno sappia come andrà a finire.</p>
<p><strong><em>La situazione Italiana: una proposta</em></strong><br />
Nel precedente articolo di giugno 2011 concludevo: quando sarà chiara la portata della crisi, si scatenerà un gigantesco scaricabarile per far pagare gli altri (interno ed internazionale).</p>
<p>Ormai il Tempo è diventato una risorsa razionata: ogni ulteriore ritardo aumenterà i costi.</p>
<p>Mentre scrivo sento parlare di altri Condoni: oltre alle questioni di etica pubblica/cattivo esempio, seguire queste strade significa non voler capire la portata storica degli eventi.</p>
<p>È suicida sperare negli aiuti dal cielo: Bce, Germania, Fondo Salva Stati, Fmi, Cina (4).</p>
<p>Arrivo alla proposta per l’Italia, di cui sono sempre più convinto.</p>
<p>Per gestire il 2012 dovremmo accettare ulteriori sacrifici distribuiti su tutti i gruppi sociali di ogni colore.</p>
<p>La maggior parte di queste manovre sono recessive nel medio periodo, ma non c’è alternativa.</p>
<p>Colore di centro/sinistra:</p>
<ul>
<li>taglio costi pubblica amministrazione centrale&amp;locale;</li>
<li>riforma pensionistica (inclusi privilegi es. falsi invalidi, baby pensioni, cassa dirigenti);</li>
<li>riforma lavoro: meno diritti al tempo indeterminato e più diritti ai precari (gap generazionale);</li>
</ul>
<p>Colore di centro/destra:</p>
<ul>
<li>vera lotta evasione + trattato Svizzera (x capitali non scudati come Usa/Germania/Francia) (4);</li>
<li>patrimoniale over xxx euro (escluse le attività produttive non di comodo);</li>
<li>snellimento albi professionali (bloccato in estate da sommossa avvocati parlamentari);</li>
</ul>
<p>Ceto politico bipartisan:</p>
<ul>
<li>privatizzazioni (incluse molte municipalizzate: ma attenzione a prezzi di saldo e favori agli amici);</li>
<li>abolizione provincie, soppressione piccoli comuni e riduzione parlamentari&amp;consiglieri regionali.</li>
</ul>
<p>Due le ragioni per cui queste politiche dovrebbe essere a 360° gradi:</p>
<ul>
<li>quantitative =&gt; i problemi da risolvere sono di portata storica;</li>
<li>sociali/morali =&gt; distribuzione dei sacrifici =&gt; consenso democratico per attuarle.</li>
</ul>
<p>Due postille:</p>
<ul>
<li>la patrimoniale deve generare una riduzione del cuneo fiscale lavoro/imprese=&gt; dalla rendita al lavoro;</li>
<li>massima vigilanza su rischio che privatizzazioni finanzino spesa corrente invece di ridurre debito.</li>
</ul>
<p>Accennavo in precedenza al Risparmio Privato degli Italiani che astrattamente compensa il Debito Pubblico (di cui siamo al 50% creditori ed al 100% debitori). E’ giunta la fase storica in cui la teoria si materializzerà: volontariamente o forzatamente, questo dipenderà da noi.</p>
<p>Alcuni dicono: ripudiamo il debito estero  =&gt; e poi ? =&gt; che fine fa quel 50% di Stato finanziato da fuori?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Il dilemma del prigioniero</strong></em><br />
Per ridurre il Debito volontariamente è indispensabile che i vari gruppi riducano l’egoismo intrinseco nella nostra natura umana. Secondo me questa via sarebbe collettivamente il male minore.</p>
<p>Propongo il Dilemma del prigioniero (6): fa parte della Teoria dei giochi e studia il comportamento.</p>
<p>Le scienze economiche non sono scienze esatte (come quella dei neutrini:)<br />
Sono in buona parte dei modelli in cui la psicologia sociale (individui e masse) ha il ruolo determinante.</p>
<p>Meccanica del gioco: due malandrini vengono beccati nel loro appartamento con la refurtiva.</p>
<p>Li portano davanti al giudice che gli spiega la legge di quel paese:</p>
<ul>
<li>se confessa uno solo, quello che confessa si becca 8 anni (max della pena), l’altro 0 anni (il più furbo);</li>
<li>se confessate entrambi avrete 2 anni per uno (25% del max) come premio per la collaborazione;</li>
<li>se non confessa nessuno, siccome c’è la prova della refurtiva, 5 anni per ognuno (60% del max);</li>
<li>prima del processo potete comunicare tra voi per mettervi d’accordo;</li>
<li>ma poi in udienza non potrete più comunicare.</li>
</ul>
<p>Date queste condizioni: la Scelta Ottimale per il “Singolo A” (non confessare = media probabilistica 2,5 anni) danneggia il Gruppo (dagli 8 ai 10 anni totali vs un minimo di 4).</p>
<p>E nel caso in cui il “Singolo B” imiti “A” (non confessi), allora anche “A” soffre un danno (5 anni invece di 2) rispetto alla Scelta Ottimale per il “Gruppo” (confessare entrambi).</p>
<p><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-05.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10280" title="Tora-05" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2011/10/Tora-05.jpg" alt="" width="499" height="101" /></a></p>
<p>Il trucco sta nella Fiducia: perchè in udienza non possono più parlare tra loro.<br />
Se fossi uno Statalista direi: la logica ho smontato la “Favola delle api” (7) dove “i vizi  privati si risolvono in pubbliche virtù” e la mano invisibile del mercato produce sempre bene collettivo. Se fossi un Liberista mi basterebbe cambiare qualche “punteggio” e/o “regola” per dimostrare l’opposto.</p>
<p>Logicamente  noi  Possiamo  dimostrare ciò che  Vogliamo.</p>
<p>Possiamo, Vogliamo, Fiducia =&gt; queste le 3 parole che cambiano tutto.</p>
<p>L’economia è una scienza sociale quindi alcune delle condizioni (regole e punteggi) le decidiamo noi.</p>
<p>Gli psicologi nella “teoria del lutto” ci descrivono diverse fasi: negazione, rabbia, rassegnazione, accettazione. Qualche mese fa eravamo nella negazione di massa, oggi siamo a cavallo tra rabbia e rassegnazione. Se raggiungeremo la fase dell’accettazione sarà meglio (meno peggio) per tutti.</p>
<p>In questo autunno 2011 (per il 2012) siamo chiamati a scegliere velocemente tra:</p>
<ul>
<li>accettare volontariamente altre dure riforme fiscali strutturali  (per tutti);</li>
<li>subire forzatamente una prossima iper-inflazione e/o default (per tutti).</li>
</ul>
<p>In buona fede<br />
Piero Torazza</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
Nota (1) : i puristi della finanza osserverebbero che i Derivati Netti sono molto meno: Tizio ha un debito con Caio che ha un debito con Sempronio che ha un debito con Tizio, quindi alla fine i debiti non esistono; la storia ci dimostra che i Singoli Agenti economici sono egoisti di breve periodo.<br />
Nota (2): non è una mera ipotesi di scuola: in America una di quelle 5 Banche ha speculato al ribasso contro quell’Assicuratore (il più grande al mondo) con cui lei stessa si era assicurata =&gt; conflitto di interessi al cubo!<br />
Nota (3): i puristi del liberismo direbbero che se diamo sgravi fiscali ai ricchi poi questi investono e danno nuovo lavoro al ceto medio che alla lunga ne beneficia; a guardare la storia degli ultimi 30 anni non sembrerebbe, forse per l’aumento della mobilità dei capitali e per l’eccesso di capacità.<br />
Nota (4): recentemente i Cinesi sono venuti per salvarci, gli abbiamo chiesto: compratevi altri Btp, cioè una promessa senza garanzie reali, e loro ci hanno risposto (giustamente): se volete compriamo il 30% dell’ Eni.<br />
Nota (5): il trattato con la Svizzera potrebbe fruttare 100 miliardi di botto (tassati al 20/30%), più lo rinviamo più diamo il tempo agli evasori di spostarli verso altri lidi fiscali; la Svizzera chiede di non pubblicare i nomi proprio per conservare i capitali post-condono.<br />
Nota (6): è una versione da me modificata dell’originale di Albert Tucker, un logico/matematico americano del ’900.<br />
Nota (7): breve e gustoso poemetto scritto Bernard Mandeville nel ’700</p>
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		<title>Gli indignados hanno ragione?</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 19:58:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò D.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi la città in cui Nicolò vive è stata teatro di una grande manifestazione di giovani indignados. Sono successi gravi incidenti, proprio nella zona dove Nicolò vive. L&#8217;odore dei lacrimogeni e della gomma bruciata gli è entrato fin dentro casa. Nicolò ne è rimasto colpito. Ha visto in TV ragazzi con caschi e passamontagna sfasciare tutto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi la città in cui Nicolò vive è stata teatro di una grande manifestazione di giovani <em>indignados</em>. Sono successi gravi incidenti, proprio nella zona dove Nicolò vive. L&#8217;odore dei lacrimogeni e della gomma bruciata gli è entrato fin dentro casa. Nicolò ne è rimasto colpito. Ha visto in TV ragazzi con caschi e passamontagna sfasciare tutto. Li ha considerati delinquenti, e di loro non ha null&#8217;altro da dire. Ma non lo hanno affatto convinto neanche gli altri manifestanti. Hanno sì il merito &#8211; ma è poi un merito? &#8211; di manifestare pacificamente. Ma in nome di idee in larga misura sbagliate.</p>
<p><span id="more-10270"></span>Nella celere sintesi che ne può fare un bimbo di sei mesi, che certamente non può capire tutto, gli<em> indignados</em>:</p>
<p>- sono contro le banche</p>
<p>- sono per il ripudio del debito</p>
<p>- chiedono allo Stato di spendere più soldi per la scuola, per l&#8217;università, per la ricerca, per i trasporti etc.</p>
<p>- chiedono allo Stato un lavoro stabile, garantito e a tempo indeterminato.</p>
<p>Nicolò non ha ancora concepito alcuna idea trasformabile in una intrapresa economica. Ma ha già capito che, se mai gli verrà un&#8217;idea simile, l&#8217;unica possibilità di realizzarla risiederà in una banca gli conceda credito. Senza le banche, nessuno che non sia ricco di famiglia potrebbe intraprendere alcunché. Nicolò quindi crede che i giovani non dovrebbero prendersela con le banche; semmai dovrebbero sperare che facciano meglio il loro lavoro.</p>
<p>Quanto al ripudio del debito, Nicolò la considera una cosa abbastanza immorale. Se lo Stato per primo non mantiene la parola, e non rimborsa i soldi presi a prestito, di chi ci si potrà mai fidare? Come potrà quello stesso Stato credibilmente assicurare a chi presta dei soldi che li riavrà indietro? Ma allora nessuno presterà più i propri soldi; di nuovo, ai giovani che non siano ricchi di famiglia sarà inibita ogni possibe intrapresa.</p>
<p>Veniamo alla richiesta che lo Stato spenda più soldi. A differenza di Nicolò, gli <em>indignados</em> forse non frequentano il sito dell&#8217;Istituto Bruno Leoni, e quindi non sanno che lo Stato ha già molti debiti. E altri ne fa continuamente, perché è in deficit. Dove dovrebbe prendere i soldi da spendere a favore delle tante cose buone richieste dagli indignados? Non potrebbe che indebitarsi ulteriormente. Ma se avrà ripudiato il debito, chi volete che gli faccia credito? A Nicolò sembra che ci sia una contraddizione fra ripudio del debito e più spesa pubblica in deficit.</p>
<p>Infine, la questione del lavoro. Nicolò ha presente che circa un terzo dei giovani che cercano un lavoro non lo trova. E gli sembra un serio problema. Gli sembra però difficile immaginare che la soluzione sia dare a tutti questi giovani un lavoro alle poste o all&#8217;anagrafe. Di nuovo: con quali soldi? (e si torna ala contraddizione fra ripudio del debito e ricorso al debito) . Dunque, questo lavoro i giovani lo dovranno avere da imprese private. Che li assumeranno, pensa nella sua semplicità infantile Nicolò, se renderanno più di quanto costeranno. Quanto renderanno dipenderà da cose tipo la tecnologia, l&#8217;organizzazione, troppo complicate perché un bimbo possa dire alcunché. Ma quanto costeranno, questo anche a un bimbo è chiaro, dipende da quanto entrerà nelle loro tasche e da quanto, a titolo di tasse, di contributi previdenziali etc. finirà allo Stato. A Nicolò sembra che questi <em>indignados</em>, se vogliono più lavoro e se non vogliono salari e stipendi più bassi, dovrebbero chiesto di avere meno Stato e non più Stato.</p>
<p>Mentre faceva queste riflessioni, Nicolò ha sentito che il nuovo capo della banca centrale europea diceva che i giovani che protestano hanno ragione. Avranno ragione a protestare, ma dovrebbero ragionare un po&#8217; di più.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Draghi, credibilità e riforme inascoltate</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 09:19:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul numero di Panorama Economy in uscita domani, il mio commento a Draghi.
Cinque buoni anni. E’ questo il bilancio lasciato da Mario Draghi alla Banca d’Italia, con le sue ultime considerazioni finali prima di divenire presidente della BCE. Ancora una volta, il suo, un testo asciutto. Appena più lungo di quelli cui ci aveva abituati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sul numero di Panorama Economy in uscita domani, il mio commento a Draghi.<span id="more-9153"></span></em></p>
<p>Cinque buoni anni. E’ questo il bilancio lasciato da Mario Draghi alla Banca d’Italia, con le sue ultime considerazioni finali prima di divenire presidente della BCE. Ancora una volta, il suo, un testo asciutto. Appena più lungo di quelli cui ci aveva abituati, così diversi dalle lunghe analisi di Antonio Fazio, appunto perché si è trattato di aggiungervi il bilancio del quinquennio, unendo per il centocinquantesimo italiano le parole di Cavour alla lezione di Ciampi, accompagnato in sala da Draghi stesso.</p>
<p>Il declino italiano non è ineluttabile, tornare a crescere si può e si deve. Su questo, Draghi non ha riservato sorprese.  L’aggiornamento consiste nel forte appoggio al pareggio del bilancio al 2014 posto da Giulio Tremonti come obiettivo dell’Italia in Europa, il che comporta un taglio della spesa primaria corrente al netto degli interessi  del 5%, riportandola al livello di inizio decennio. E’ lo stesso appoggio venuto da Confindustria, e sarà utile nei prossimi mesi, viste le nubi che nella maggioranza post voto si addensano sul capo di Tremonti, accusato di troppo rigore. Al contempo, Draghi e la  Marcegaglia hanno concordato al millimetro anche nel giudizio, però, che i tagli lineari sono l’opposto di ciò che serve: cioè un accurato esame voce per voce della spesa corrente, per concentrare lo Stato laddove dovrebbe essere presente ed efficiente ma non c’è, e tagliarlo molto invece nell’infinità di settori in cui c’è ma non dovrebbe esserci. Di questa azione capillare di revisione dello Stato &#8211; annunciata da 17 anni puntualmente a ogni elezione &#8211; non è umanamente pensabile da parte mia che sia capace il centrodestra oggi dopo la botta elettorale, al terzo anno di legislatura, con la forte crisi d&#8217;immagine e sostanza e credibilità di Berlusconi. La sinistra uscita vincente dalle urne amministrative, sterzata su antagonismo e giustizialismo, mi pare lontanissima da una revisione dello Stato capace di alleviarci di punti di Pil di spesa pubblica e tasse. Dunque, il quadro è fosco. E di questo si è sempre fatto forte Tremonti: tra lo statalismo di destra e quello di sinistra, lui efferma e difende il suo come minore dei mali, perché almeno contiene il deficit e ci salva in Europa e non è poco.</p>
<p>Nell’esame degli interventi strutturali necessari al rilancio della crescita, da meno imposte sui lavoro e impresa al rilancio delle infrastrutture,da una riforma del mercato del lavoro che si estenda anche alla flessibilità in uscita all’esigenza di un’intesa sulla rappresentanza in azienda che consenta di andare avanti sulla via delle intese aziendali e delle deroghe al contratto nazionale, Draghi ha rilanciato l’agenda riformista per far crescere insieme produttività delle imprese e reddito dei dipendenti. E&#8217; un messaggio in bottiglia a una politica che non c&#8217;è, ad attori politici che non mi sembrano minimamente in grado di far propria questa via. Ripeto: esattamente come avviene per il programma di Confindustria, che è del tutto analogo e non è stato un caso, che all&#8217;Assise di bergamo come all&#8217;Assemblea di Roma iconfindustriali abbiano tributato a Draghi vee e proprie ovazioni, come all&#8217;unico italiano istituzionale &#8211; insieme a Napolitano &#8211; capace di farci stare all&#8217;onore del mondo. (Tremonti s&#8217;incazza, quando lo si dice, e non capisce che lui ha dei meriti ed è rispettato in Europa, ma il discredito del premier cade su di lui come su tutti i componenti del governo, inevitabilmente).</p>
<p>In che cosa Draghi è stato invece tagliente? Innanzitutto nel rivendicare l’autonomia e l’indipendenza di Bankitalia, perché è un monito al governo in vista della nomina del suo successore. E poi nelle materie che attengono al suo mandato di presidente del FSB, e  a quello futuro in BCE. Personalmente condivido moltissimo il pensiero di Draghi in materia di intermediari finanziari sistemicamente importanti, i cosiddetti <em>Too Big To Fail</em>: è errato aver indotto la convinzione che essi non debbano e non possano fallire, con procedure che colpiscano azionisti e manager e alcune classi di creditori, ma senza investire depositanti e stabilità di sistema. Senza rischio di fallimento, l’azzardo morale non si riduce perché si spera sempre nel salvataggio a spese del contribuente.</p>
<p>In materia di debito europeo, Draghi si è attenuto deliberatamente alla linea del massimo rigore germanico: la Grecia non si lamenti, può e deve fare come l’Italia all’inizio degli anni Novanta ed è meglio per lei. La BCE deve debellare l’inflazione, dunque implicitamente i tassi saliranno. Concordo: non abbiamo bisogno di una BCE al laccio della politica, di un bis della FED.</p>
<p>Sulle banche italiane, mi aspettavo francamente di più. E anche alcuni passaggi di ottimismo sulle misure di ordinamento assunte dal G20 mi sono sembrate eccessivamente “rosa”. Ma è evidente che Draghi pensa ormai al futuro, ed evita su queste materie di sollevare diffidenze e sfiducie, che sarebbero molto pericolose in queste ultime settimane decisive per assurgere alla BCE.</p>
<p>C’è stato invece un passaggio solo implicito, nelle ultime considerazioni di Draghi, che merita di essere richiamato. Quando il governatore ha sottolineato che la  Banca d’Italia  deve avere il potere di intervenire su manager e decisioni bancarie in materia di remunerazioni e dividendi che possano avere effetti sistemici, è ovvio che la polemica non dichiarata era verso il governo, visto che quei poteri sono spariti all’ultimo secondo dal testo del decreto legge sviluppo varato tre settimane fa. Ma la polemica ancora più implicita era verso le banche italiane. Perché in realtà è stato l’Abi, a chiedere al governo che quei poteri non venissero affidati al regolatore. Un errore che spero verrà presto rimediato. Perché è ovvio e giusto, che il regolatore indipendente non possa e non debba sempre far la felicità e la tranquillità delle banche regolate.</p>
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		<title>Il veto di Tremonti alla direttiva sul risparmio trasfrontaliero</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 13:47:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è riproposto ieri all&#8217;Ecofin il veto italiano alla bozza di revisione della direttiva europea in materia di tassazione del risparmio transfrontaliero. Il problema è rappresentato dal fatto che ormai l&#8217;Italia è l&#8217;unica, a insistere sul veto e a bloccare l&#8217;adozione delle nuove norme. Ed è del tutto paradossale, a mio giudizio almeno, che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è riproposto ieri all&#8217;Ecofin il veto italiano alla bozza di revisione della direttiva europea in materia di tassazione del risparmio transfrontaliero. Il problema è rappresentato dal fatto che ormai l&#8217;Italia è l&#8217;unica, a insistere sul veto e a bloccare l&#8217;adozione delle nuove norme. Ed è del tutto paradossale, a mio giudizio almeno, che il governo di centrodestra italiano superi quelli di tutta Europa nell&#8217;invocare l&#8217;armonizzazione assoluta su una questione che per un liberale vero dovrebbe essere considerata principio di massima importanza, perchè attiene alla sfera delle libertà individuali e alla tutela che ad esse va accordata. Sempre che si sia liberali e non statalisti, di dstra o di sinistra a me poco importa. Evidentemente, chi per il governo ha delega piena sulla questione è uno statalista di destra. E si chiama Giulio Tremonti. Mi dispiace dirlo, ma è così. Vediamo di che si tratta, per i non addetti ai lavori.<span id="more-9041"></span></p>
<p>La questione è sorta con l&#8217;attacco di esosità che ha colpito nella grande crisi i diversi Stati membri dell&#8217;Unione europea . Con l&#8217;esplosione dei deficit e dei debiti pbblici, tutti hanno iniziato a cercare di stringere le maglie del proprio fisco nazionale per accrescere il gettito.  Ricorrendo, nel caso di Francia e Germania, a far pagare milioni di euro dai propri servizi segreti a funzionari nfedeli di banche svizzere o lussemburghesi, allo scopo di assicurarsi liste di depositanti illecitamente sottratte agli istituti di credito dai funzionari stessi, alla ricerca di una svolta di bella vita per sempre. naturalmente, tutto ciò è stato fatto in nome della giustizia fiscale. Ne abbiamo più volte parlato, e su questo blog siamo inorriditi, all&#8217;idea che Stati sovrani acquisiscano tramite illeciti &#8211; nel minimo de casi, si chiama concorso in ricettazione, aggravata da truffa e da molteplici altre violazioni penali, a seconda delle dverse legislazioni vigenti nei Paesi in cui tali banche operano -  dati bancari da incrociare con quelli del proprio sistema fiscale.</p>
<p>Inevitabilmene, il problema che si è posto a quel punto è stata la modifica della direttiva vigente da 7 anni in materia di tassazione del risparmio transfrontaliero. E la convergenza si è trovata in un sistema basato su un&#8217;alternativa: o il pieno scambio di informazioni bancarie tra Paesi diversi cioè lo scambio delle liste dei contribuenti con pieno accesso all&#8217;ammontare e variare dei loro depositi e investimenti, oppure un euroritenuta alla fonte del 35% sugli interessi maturati, dei quali due terzi vanno a fisco del Paese di cui è citadino il depositante, e il rimanente 25% a quello del Paese che pratica la ritenuta.  Il 35% è un&#8217;aliquota elevata e congegnata a crescita nel tempo, in modo da incoraggiare i paesi alla piena disclosure reciproca.</p>
<p>Il ministro Tremonti all&#8217;inizio ha avuto i colleghi francesi e tedeschi dalla sua, ma col tempo &#8211; i processi avviati e gli accordi raggiunti tramite FMI da quei grandi Paesi con la Svizzera extraeuropea &#8211; l&#8217;Italia ha finito per trovarsi sempre più sola, nel suo veto.  Perché il punto è diventato quello di pretendere sanzioni ai Paesi che dovessero risultare inottemperanti al pieno adempimento o dello scambio di informazioni, oppure della ritenuta  alla fonte. Laddove per pieno adempimento l&#8217;Italia sostiene che bisogna che tutti i Paesi si mettano i condizione di farsi comunicare depositi e investimenti attuati anche offshore ai quattro angoli del mondo, tramite trust o fiduciarie e veicoli comunque costituiti per beneficiare di aliquote ancora più basse in ordinamnti che praticano tradizionalmente la piena concorrenza al ribasso degli oneri fiscali. E&#8217; una richiesta particolarmente inaccettabile per quei Paesi che, come Lussemburgo e Austria, hanno previsto nel proprio ordinamento tutele legali &#8211; in Austria, addirittura e santamente costituzionali &#8211; alla riservatezza bancaria.</p>
<p>E&#8217; proprio questo principio di tutela, che l&#8217;Italia si propone di abbattere con il suo veto. Nessuna tutela alla riservatezza, sanzioni anzi automatiche per chi rifiuta di esercitare le prerogative dello Stato d polizia come fanno in Italia Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate ed Equitalia su ogni forma di impiego, transazione  o ricavo di capitale.</p>
<p>L&#8217;Italia, grazie al cielo, è rimasta sola. Tremonti batte persino i francesi, in materia di armonizzazione statalista del controllo totale sull&#8217;uso ciò che ciascuno  liberamente  dei propri denari. Piacerà molto agli statalisti di tutti i colori e fedi politiche, piacerà moltissimo ai paladini dello sdegno permanente antievasione. A me non piace per niente. Chi si batte per armonizzazione  e sanzioni dimentica che l&#8217;equilibrio del bilancio se sei liberale si ottiene tagliando la spesa, soprattuitto se è superiore al 52% del Pil come in Italia, non alzando le tasse e colpevolizzando un contribuente così tanto vessato come quello italiano. E&#8217; da queste vicende tecniche che non finiscono in prima pagina, che si capisce in maniera indelebile chi è statalista e chi liberale. E&#8217; ovvio che lo statalista antievasione sia più popolare nei sondaggi, pettinando per il verso giusto il mantra nazionale della lotta ai ricchi ed avidi evasori. Ma se è uno statalista di destra, per i liberali è persino peggio degli statalisti di sinistra. Ripeto: niente di personale, Tremonti resta bravissimo ad aver difeso con le unghie e i denti i saldi pubblici italiani, evitandoci così &#8211; sostanzialmente lui da solo, contro la sua stessa coalizione &#8211; di finire dritti anche noi nella crisi dell&#8217;eurodebito. Ma visto che si inzia a parlare di post Berlusconi &#8211; vediamo con una transizione quanto lunga e ulteriormente incasinata &#8211; tanto vale da liberali per ilmercato parlare schietti, e dire pane al pane. Viva l&#8217;Austria tutt la vita, per quel che mi riguarda.</p>
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		<title>Risposte sbagliata a domande sbagliate – di Andrew Lilico</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 09:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il rapporto della commissione indipendente britannica sul settore bancario
Il fondamentale problema del settore bancario è che i creditori delle banche non sono esposti al rischio di perdite. Chi sono questi creditori? Si possono dividere in due gruppi: i detentori di obbligazioni bancarie e i titolari di depositi. Pertanto una riforma effettiva del settore deve mirare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il rapporto della commissione indipendente britannica sul settore bancario</strong></p>
<p>Il fondamentale problema del settore bancario è che i creditori delle banche non sono esposti al rischio di perdite. Chi sono questi creditori? Si possono dividere in due gruppi: i detentori di obbligazioni bancarie e i titolari di depositi. Pertanto una riforma effettiva del settore deve mirare ad aumentare il rischio di perdite a carico di queste due classi di creditori (riducendo così la tentazione da parte dei governi di correre al salvataggio di una banca in cattive acque).<span id="more-8760"></span>Le soluzioni prospettate nel Rapporto ad interim della ICB (Independent Commission on Banking) [<a href="http://s3-eu-west-1.amazonaws.com/htcdn/Interim-Report-110411.pdf" target="_blank">PDF</a>] britannica vanno invece nella direzione opposta, <em>aumentando</em> la probabilità che i depositanti e i titolari di obbligazioni nei settori al dettaglio delle banche vengano soccorsi dallo Stato. Il concetto che sottende la separazione delle attività bancarie al dettaglio da quelle di investimento è che le prime possono essere salvate dal governo senza che questo abbia l’obbligo di evitare il fallimento del settore investimenti della stessa banca. Ma in realtà <em>non dobbiamo</em> salvare le attività al dettaglio! Di fatto <em>vogliamo</em> che il settore bancario al dettaglio possa fallire esattamente come ogni altra attività economica!</p>
<p>Peraltro, isolando le attività al dettaglio delle banche non facciamo che accrescere i danni causati all’economia reale dagli incentivi ad un’assunzione eccessiva di rischi da parte delle banche (incentivi creati dalla promessa di salvataggio). Le attività bancarie al dettaglio sono (come quasi ogni altra impresa) un’attività intrinsecamente rischiosa. Le banche concedono mutui e prestiti a imprese e a persone: alcuni di essi risulteranno infruttuosi, mentre altri saranno più rischiosi. Se i creditori delle divisioni al dettaglio delle banche sono garantiti dallo Stato (come avverrebbe certamente accogliendo le proposte della commissione indipendente), le banche saranno indotte a dedicarsi ad attività più imprudenti, concedendo prestiti a società meno solide, o mutui e prestiti personali più arrischiati. Le prospettive di queste attività appariranno rosee in un periodo di espansione economica, ma la conseguenza saranno recessioni più gravi, aumentando così l’instabilità macroeconomica.</p>
<p>La commissione indipendente inglese spera di mettere al riparo il settore bancario al dettaglio dalle perdite più ingenti causate dall’adozione delle sue proposte imponendo alle banche requisiti di capitale più stringenti. L’idea di richiedere che una banca mantenga un ammontare di capitale così ingente che le sue attività al dettaglio non possano mai fallire, tuttavia, non è attuabile. Per giunta, quand’anche fosse possibile, sarebbe una pessima idea. Aumentare i requisiti di capitale per le divisioni bancarie al dettaglio rappresenta un’illusione molto costosa, una soluzione posticcia che ci permetterebbe di far finta di credere che le attività bancarie al dettaglio non possano mai fallire anche se non è vero e che comporterebbe per le banche un costo enorme per le difficoltà di raccogliere il capitale richiesto.</p>
<p>Certamente non tutto nel Rapporto è da scartare. Vi è una utile (anche se un po’ confusa) disamina dei cosiddetti bail-in, in virtù dei quali i possessori di obbligazioni hanno titolo ad una conversione semi-automatica dei loro crediti in azioni di una banca che dovesse trovarsi in condizioni di insostenibilità del debito (esattamente quello che io e altri osservatori avevamo proposto nel 2008 al posto della ricapitalizzazione delle banche a spese dei contribuenti). Anche il capitolo dedicato alla concorrenza meriterebbe una riflessione più approfondita.</p>
<p>Ma la proposta più importante è la risposta sbagliata alla domanda sbagliata.</p>
<p><em>Andrew Lilico è Direttore e Socio Principale di Europe Economics, una società di consulenza economica. Questo articolo è stato <a href="http://www.iea.org.uk/blog/icb-interim-report-%E2%80%93-the-wrong-answer-to-the-wrong-question" target="_blank">originariamente pubblicato</a> sul blog dell’Institute of Economic Affairs di Londra</em>.</p>
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		<title>Politiche industriali: la dottrina dei fatti – di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 12:08:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
Recentemente, il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha auspicato il ritorno a IRI e Mediobanca come modelli in grado di “organizzare e difendere il sistema” da piani antiscalate estere. Il Ministro è sempre stato ideologicamente incline a riservare allo Stato un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale includendolo tra le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p>Recentemente, il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha auspicato il ritorno a IRI e Mediobanca come modelli in grado di “organizzare e difendere il sistema” da piani antiscalate estere. Il Ministro è sempre stato ideologicamente incline a riservare allo Stato un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale includendolo tra le forze economiche decisive del sistema sociale. Tempo fa invitò il pubblico ad acquistare i titoli di stato come la “cosa più buona che ci sia”.<span id="more-8708"></span>Come dire che il risparmio, cioè il capitale, debba affluire allo Stato perché in grado di spenderlo meglio delle imprese private. Il sogno di molti politici in Europa è il ritorno ad un dirigismo economico in grande stile per sopperire alla incapacità dei privati di sostenere gli investimenti e creare occupazione. Essi pensano che in tempi di recessione la riesumazione della politica industriale sarebbe l’ideale per superare le emergenze economiche. Su questo tema è opportuno richiamare alla memoria il modello di pianificazione italiana a cui si è riferito il Ministro.</p>
<p>Nel dopoguerra l’Italia ebbe una politica industriale che si basò sull’Istituto della Ricostruzione Industriale (IRI)  e sulle  partecipazioni statali. L’obiettivo era di pianificare  una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole grandi imprese. Con la creazione dell’IRI si affermò in Italia una forma di economia mista che non ha avuto eguali nei paesi occidentali. L’IRI era una conglomerata di proprietà dello stato, con una dotazione iniziale della Banca d’Italia e la facoltà di emissione di obbligazioni a garanzia statale per convogliare il risparmio ai fini dello sviluppo industriale. Questo sistema guidato da amministratori e manager pubblici di nomina politica rappresentò la politicizzazione dell’economia e fu travagliato da memorabili scandali, ai quali non rimase estraneo il settore privato (come testimoniano le vicende del banchiere Roberto Calvi e del finanziere Michele Sindona, finite tragicamente). L’IRI, che fu estinto nel 2000 e comprendeva 250 complessi industriali e finanziari, assorbì praticamente un quarto dell’intera raccolta bancaria prosciugando l’Italia di risparmi e capitali. La politica industriale, che dette origine ad una simbiosi tra potere politico, bancario e il capitalismo delle grandi famiglie consacrata nei “salotti buoni” dell’epoca, si fondò sulla massimizzazione dei debiti, sul salvataggio di gruppi industriali fallimentari, e fu il veicolo del finanziamento dei partiti politici. E’ in quest’epoca che nasce la “finanza corsara” appoggiata dai politici pigliatutto. Tutte le istituzioni furono contagiate da questo sistema di corruzione, in primis gli istituti bancari di diritto pubblico. Esempio paradigmatico di commistione dei vertici con i poteri politici dell&#8217;epoca che più che una casta rappresentava un sistema di clan, fu il dissesto del Banco di Napoli, una delle più antiche banche italiane, entrato poi nell’orbita di Banca Intesa. A causa delle ingenti sofferenze riportate grazie all’opera di “valorizzazione industriale” del Sud, lo storico istituto nel 1993 risultò insolvente e il salvataggio del governo costò 2.000 miliardi di vecchie lire. In realtà le risorse finanziarie bruciate nel corso di un decennio ammontarono al doppio cioè ad una cifra equivalente alla spesa sostenuta per entrare in Europa. Come spesso avviene in Italia, questo immane scandalo non impressionò più di tanto forse perché tutto il paese era diventato una bisca gigantesca a cui tutti si erano assuefatti. Di recente è stata rilanciata da Tremonti la Cassa Depositi e Prestiti come strumento di intervento a sostegno dell’economia. Attenzione: la storia non si ripete ma fa la rima, diceva Mark Twain.</p>
<p>Quanto agli istituti bancari privati come la vecchia Mediobanca di Enrico Cuccia a cui il Ministro si ispira per il rafforzamento di gruppi privati, fu definita un cimitero di elefanti decrepiti. Essa creò un sistema finanziario protetto per salvare e riesumare cadaveri industriali. Memorabile è il caso dell’industria chimica italiana (Montedison) salvata quattro volte e mai decollata. Ad ogni salvataggio il contribuente italiano pagò il conto. In compenso la grande industria chimica in Italia fu estinta.</p>
<p>Questo dunque, per sommi capi, è stato il profilo della politica industriale italiana, un intreccio fra affarismo politico, industriale e finanziario che si era posto l’obiettivo di esercitare un controllo oligarchico sull’economia. Ma fu un tentato omicidio a danno del mercato. Che sopravisse, ma la ferita è ancora aperta e sanguinante per la somma di questi infortuni: un immane debito pubblico. E’ superfluo spendere parole sul fatto che la politica industriale proprio perché “politica”, è sempre associata ad un regime fiscale punitivo per finanziare inefficienze e corruzioni sottraendo capitali all’industria privata scoraggiandone l’espansione, gli investimenti e l’occupazione.</p>
<p>Grazie alla politica industriale l’Italia ha dunque ha perso decenni di sviluppo industriale.<br />
Ci si domanderà come sia riuscita a salvarsi dopo tante dissipatezze. Ad assorbire i danni e a difendere l’economia italiana contro “il colpo di stato economico”, perché questo è l’obiettivo della politica industriale, fu l’economia di mercato dell’imprenditoria minuta considerata dai politici come un retrobottega, la quale tenacemente e silenziosamente senza l’appoggio di salotti, di politici e di politica industriale creò il made in Italy il terzo marchio al mondo per notorietà dopo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Coca-Cola" target="_blank">Coca-Cola</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/VISA" target="_blank">VISA</a> e che designa quel processo di creazione <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Artigianato" target="_blank">artigianale</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Industria" target="_blank">industriale</a> che ha portato l’Italia a competere nel mondo ad onta degli orrori della politica industriale. Le piccole e medie imprese scamparono al massacro fiscale rifugiandosi nel sommerso e destinando i capitali sottratti allo stato predatore ad investimenti produttivi.</p>
<p>Fra i protagonisti “organici” al processo di pianificazione industriale bisogna naturalmente ricordare il sindacato, che con il suo strapotere e collettivismo egualitario rese impossibile la governabilità delle aziende costringendo l’elite imprenditoriale o alla fuga dei capitali o a accomodamenti con la politica per scaricare le perdite sul settore pubblico. Questo è l’unico “patto sociale” (tacito) che in Italia abbia veramente funzionato.</p>
<p>Si potrebbe osservare che la politica industriale sia fallita per le caratteristiche intrinseche alla società italiana e che in un contesto diverso di articolazione di potere il sistema avrebbe potuto funzionare. Non bisogna infatti dimenticare che, dalla fine degli anni ‘50, dopo la democrazia cristiana, il Partito Comunista fu il secondo partito politico ed il più forte dell’Europa occidentale con l’obiettivo dichiarato dell’abbattimento dello Stato  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Borghesia" target="_blank">borghese</a>. Il capitalismo misto, nella forma di politica industriale, avrebbe rappresentato dunque una soluzione intermedia capace di attenuare l’ostilità al mercato di gran parte del ceto politico e, attraverso l’interventismo, garantire rapporti sociali ed economici meno conflittuali.</p>
<p>Ma è illusorio pensare che in un contesto sociale e culturale mutato la politica industriale possa funzionare.Essa si basa su un compito impossibile destinato a degenerare in arbitrio: quello di pensare di pianificare una struttura industriale ottimale.</p>
<p>Per aver successo, infatti, dovrebbe essere capace di identificare meglio del mercato quali industrie favorire per la crescita e quali escludere cioè sapere come e dove allocare capitale e lavoro meglio di quanto lo possa fare un regime di libera concorrenza. Il che è impossibile perché dovrebbe sostituirsi al processo imprenditoriale che può essere guidato solo dalle informazioni che rendono possibile l’uso efficiente delle risorse cioè quelle che provengono dal conto profitti e perdite. Alcune imprese crescerebbero a spese di altre e crescerebbero, come sappiamo, quelle legate al potere politico da cui la politica industriale direttamente emana e che non ha per guida l’efficienza, ma l’elettorato.</p>
<p>Il governo parlamentare trasformandosi in governo di lobbies falserebbe tutto il processo conoscitivo di mercato dirottando le risorse di capitale verso quelle incapaci di produrre ricchezza netta. Avrebbe luogo l’inefficienza economica permanente che significa consumare più risorse di quanto se ne producano.</p>
<p>Se non si crede alla teoria ci si attenga almeno all’esperienza e si consideri l’esito fallimentare del dirigismo economico  in tutti quei paesi dove è stato applicato. Non si cerchi nulla dietro i fenomeni, essi stessi sono la dottrina, diceva Goethe. E  la dottrina dei fatti ci dice che le politiche industriali rappresentano il dissesto programmato dell’industria attraverso la dissipazione di capitale per generazioni.</p>
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		<title>Per crescere di più, aiutare ad aiutarsi chi fa di più: 2) le &#8220;medie&#8221; che esportano, il Sud un disastro</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 10:57:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri tre notizie sul fronte dell&#8217;economia. La prima, annunciata in una conferenza stampa congiunta del governo con banche e associazioni d&#8217;impresa, è la protrazione della moratoria bancaria per le aziende. La seconda la conferma da parte del ministro dell&#8217;Economia che, al di là dei primi deludenti provvedimenti messi allo studio nel Consiglio dei ministri della settimana scorsa, si mette mano alle misure che formeranno il piano nazionale di riforme che ad aprile dovrà essere presentato dall&#8217;Italia in sede europea, per costituire banco di giudizio della nostra affidabilità insieme alla tenuta dei conti pubblici. La terza è che Giulio Tremonti ha detto a fianco di Silvio Berlusocni  che anche a suo giudizio per la crescita occorre fare di più, dopo che nei due anni alle nostre spalle l&#8217;Europa e i mercati mondiali hanno dovuto riconoscere l&#8217;abilità sua e del governo nel tenere sotto controllo il deficit aggiuntivo molto più rigorosamente di quanto avvenisse da parte del più dei Paesi avanzati. E&#8217; una risposta a chi ha immaginato o scritto che il ministro dell&#8217;Economia anteponesse considerazioni politiche alla priorità dello sviluppo. Vedere per credere. Ma perché non ammettere che sappiamo benissimo tutti, che per crescere di più bisognerebbe aiutare ad aiutarsi chi già fa meglio e di più? La risposta è: nel dirlo, si commette un delitto rispetto alla logica egualitaria, quella che ripete sempre che gli interventi devono pensare innanzitutto al Sud. So che è tosto affermarlo, ma i fatti sono i fatti. Il gap meridionale chiede una rivoluzione civile e amministrativa di lungo percorso e incerti risultati &#8211; è fallita in 150 anni &#8211; la crescita aggiuntiva a breve si ottiene puntando su altro.<span id="more-8380"></span>Due parole ancora su Tremonti. Ieri non ha perso l&#8217;occasione per &#8220;abbellire&#8221; la bassa crescita italiana.  Ha messo in guardia da una lettura comparata della crescita italiana che non tenga conto del fatto che, in alcuni casi, altri Paesi hanno ottenuti risultati migliori ma grazie alle bolle mobiliari o immobiliari di cui hanno finito poi per pagare il conto loro, estendendolo anche all&#8217;intera Europa. Ha ragione, il superministro dell&#8217;Economia? Secondo me solo in parte. Al netto delle basse tasse che hannio spinto le econoie e che restano un bene per me, e non un bene per il ministro &#8211; una differenza nopn da poco, in termini di idea generale di che cosa lo Stato debba o non dbba fare, per la crescita , rispetto al mercato e alle imprese &#8211; è sicuramente questo il caso della Spagna o dell&#8217;Irlanda. Ed è anche vero che nel 2010 e 2011 la Francia cresce più dell&#8217;Italia ma con un deficit pubblico superiore del 50% al nostro, superiore al 75 del Pil rispetto al 5%. Ma non è questo il caso della Germania, il leader dell&#8217;euroarea che è ai record di crescita come di occupazione dai tempi della riunificazione, grazie a due scelte concomitanti. Grande rigore nella finanza pubblica, perché ha posto in Costituzione limiti tanto al deficit pubblico che alla pressione fiscale, e questo le ha consentito di riallocare il welfare con meno spesa pubblica laddove esso serviva di più al contempo abbassando le tasse. E&#8217; vero altresì come ha detto Tremonti che la Germania resta il grande Paese dell&#8217;euroarea con il maggior problema di attivi bancari poco affidabili, da parte delle grandi banche regionali pubbliche che si erano spinte molto in avanti nella finanza ad alta leva. Ed è giusto per questo che nel grande patto europeo di cui si discute in queste settimane, e che si chiuderà entro aprile, non pesino solo il deficit e il debito pubblico ma altresì il debito totale di famiglie e imprese, e la solidità patrimoniale dei rispettivi sistemi bancari, visto che  i salvataggi dell&#8217;eurodebito sono stati sin qui innanzitutto ancora una volta salvataggi delle banche tedesche e francesi, piene di titoli pubblici greci, irlandesi e spagnoli (i nostri più grandi creditori pubblici sono i francesi, secondo le stime della BRI di qualche mese fa). ma è anche vero che nessuno di questi argomenti sfiora il punto vero di fondo, secodno me, della bassa crescita italiana. Che presiste alla crisi, e non si deve al fatto che virtuosamente avremmo evitato bolle. Per dirne una, abbiamo il sistema bancario meno instabile tra grandi paersi europei, ma ne abbiamo pagato un ben caro prezzo, in termini di spread aggiuntivi a parità di unità di capitale intermediate a imprese e famiglie. E non si è trattato &#8211; e non sin tratta &#8211; di spread a copertura di una più bassa soglia di rischio di controparte, bensì di premi all&#8217;inefficienza del sistema bancario (restiamo per esempio l&#8217;unico grande sistema dl credito che esce dalla crisi senza grandi ristrutturazioni industruiali e di addetti e occupati, e che cosa pensi dell&#8217;industria dell&#8217;asset management l&#8217;ho scritto pochi giorni fa a proposito del caso Eurizon-Pioneer: su cui la grande stampa continua a dormire, evidentemente d&#8217;accordo con tremonti sull fatto che viene prima l&#8217;esigenza di avere un grande compratore nazionale di titoli del debito pubblico, che un&#8217;industria del risparmio gestito efficiente per il risparmiatore. Per me vale l&#8217;esatto opposto).</p>
<p>Purtroppo il problema della bassa crescita italiana è una costante da diversi anni. Crescevamo meno dei Paesi avanzati prima della crisi, usciamo dalla grande recessione con lo stesso guaio. Fatto pari a 100 il Pil italiano nel 2001 e quello dei paesi avanzati Ocse, quello italiano nel 2007 era solo arrivato a 103,5. Quello OCSE a 113,5. A metà 2009, il punto più grave della crisi mondiale, il nostro Pil era sceso a 97, quello medio OCSE a 111. Se cresciamo dell&#8217;1% nel 2011 come nel 2010, a fine di quest&#8217;anno il nostro PIL sarà tornato poco sopra il 100 del 2001. Quello OCSE sarà a quota 116.</p>
<p>Sappiamo ormai molto bene, grazie a studi come quelli dell&#8217;Ufficio Studi e Ricerche di Mediobanca guidatro da Fulvio Coltorti e della Fondazione Edison del professor Fortis, quali sono le imprese che sostengono meglio l&#8217;economia italiana. Se consideriamo il valore aggiunto, il metro per salire nella graduatoria di competitività dei prodotti per un Paese che dipende al 70% della sua crescita a breve dall&#8217;export manifatturiero, sono le meno di 10mila imprese medie del quarto capitalismo italiano, quelle che hanno fatto e fanno meglio.  Il loro valore aggiunto, da 100 nel 2001 era a 127 nel 2007, è sceso a 112 a metà 2009 e ora è risalito a 117. Molto meglio dei grandi gruppi privati italiani, che da quota 100 erano solo a 106 nel 2007, e che ancor oggi restano a quota 90. Idem dicasi per le esportazioni. Le medie imprese internazionalizzate  hanno innalzato il loro export da 100 nel 2001 a quasi 160 nel 2008, sono scese a 135 nel 2009 e ora sono tornare a quota 145. I grandi gruppi sono passati da 100 nel 2001 a 132 nel 2008, per poi scendere a 111 nel 2009 e risalire ora a quota 120.</p>
<p>So bene che errate convinzioni egualitarie vorrebbero che incentivi e politica andassero a chi se la cava peggio, invece che a chi va meglio. Ma è dando una mano proprio ai settori e alle tipologie d&#8217;imprese che creano il più dell&#8217;export e della crescita aggiuntiva, che noi ci possiamo mettere in condizioni di aggiungere crescita a breve al nostro Paese, occupati e reddito. Ricordando bene un&#8217;alta particolarità: siamo il Paese avanzato in cui le piccole imprese non sono solo enormemente più diffuse, ma che già oggi e anche nella crisi hanno mostrato una vitalità nell&#8217;export e nell&#8217;internazionalizzazione senza pari. Il 21% del nostro export viene dalla piccola, il doppio esatto di quanto capiti in Francia e quattro volte ciò che avviene in Germania. Le piccole hanno bisogno di più capitale e di migliori manager e formazione  per crescere, oltre che di meno tasse visto che il sistema per come è congegnato fa gravare su di loro un prelievo sul reddito lordo anche di 30 punti superiore a quello dei grandi gruppi.</p>
<p>C&#8217;è poi il problema del Sud, che realizza solo il 7% dell&#8217;export italiano. Che non ha saputo mettere a frutto oltre 400 miliardi pubblici spesi in 4 decenni. E che non si fida del federalismo in corso di esame. E&#8217; il capitolo sul quale occorrono non più risorse, ma più discontinuità di procedure – per decidere siti e far lavorare i cantieri delle infrastrutture – e soprattutto di responsabilità delle classi dirigenti locali. Non sarebbe male, se il piano nazionale delle riforme che l&#8217;Italia presenterà in aprile all&#8217;Europa nascesse proprio dalla volontà di rilancio e riscatto, di un&#8217;unità che in un secolo e mezzo ha fallito molte delle sue promesse. Se fosse così, dovrebbe puntare soprattutto su chi ha mostrato di saper fare di più. L&#8217;egualitarismo non serve, della crescita anzi è nemico.</p>
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		<title>Copn un Iran senza Ahmadinejad, l&#8217;Italia guadagna miliardi</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 19:49:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tengo da parte ogni mia profonda e totale avversione al regime di Ahmadinejad e degli ayatollah, che opprime per un tragico errore dell&#8217;Occidente dal 1979 quello straordinario Paese di meravigliosa cultura e finezza che è l&#8217;Iran e il suo popolo, verso il quale nutriamo tonnellate di infondati pregiudizi. Pongo qui un altro porblema. Ci guadagniamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tengo da parte ogni mia profonda e totale avversione al regime di Ahmadinejad e degli ayatollah, che opprime per un tragico errore dell&#8217;Occidente dal 1979 quello straordinario Paese di meravigliosa cultura e finezza che è l&#8217;Iran e il suo popolo, verso il quale nutriamo tonnellate di infondati pregiudizi. Pongo qui un altro porblema. Ci guadagniamo o ci perdiamo, se casca il regime. Ci guadagniamo, datui alla mano, molto più di qualunque altro Paese (tranne la solita Germania). E lo abbiamo dismotsrato nei difficili anni in cui, sanzioni o non sanzioni, il nostro export ha fatto boom in Iran.  OPrima che, ultimamente, ce la facessero pagare cara, gli americvani e gli altri partner europei. Guardiamo le cifre.<span id="more-8345"></span></p>
<p>Che cosa significa, per l&#8217;economia italiana, l&#8217;interscambio con l&#8217;Iran entrato in una nuova fase di instabilità? Innanzitutto energia e petrolio, visto che la presenza dell&#8217;Eni in Iran data addirittura al 1957. Fin dall&#8217;inizio la presenza in Persia per la giovane compagnia italiana significava rendersi indipendente dal cartello delle allora “sette sorelle” angloamericane . E&#8217; una presenza alla quale gli americani hanno continuato a guardare con preoccupazione e fastidio negli ultimi anni di sanzioni all&#8217;Iran. Ne abbiamo avuto conferma dai documenti rivelati da Wikileaks, settimane fa.</p>
<p>Attualmente, dopo le sanzioni rafforzate dall&#8217;ONU lo scorso giugno per i programmi atomici di Ahmadinejad e quelle europee di luglio, dopo investimenti per circa 3 miliardi di dollari in Iran nell&#8217;ultimo decennio attualmente gli impegni dell&#8217;Eni si limitano al completamento di due contratti petroliferi assegnati nel 2000-2001 in base al meccanismo del buy-back, che comporta per un determinato periodo di tempo lo sfruttamento di un giacimento per poi essere riconsegnato con tutte le strutture alle autorità sovrane locali.</p>
<p>Dal 2007 è avviata  dall&#8217;Eni l&#8217;attività a Darquain, un giacimento petrolifero sulla terraferma che è stato inaugurato nel luglio del 2005 e che dovrà essere consegnato a partner locali. C&#8217;è poi attivo un secondo contratto per l&#8217; estrazione di gas naturale, nel sito di South Pars al largo del Golfo Persico. In questo caso l&#8217;Eni si limita al recupero degli investimenti: parte del gas estratto ripaga gli impianti che vengono lasciati dall&#8217; Eni alla società di Stato iraniana. Da Darquain entrano in Italia 35mila barili di petrolio al giorno, sui 150mila totali dall&#8217;Iran di approvvigionamento giornaliero italiano, quota che vale oltre il 10% del nostro import petrolifero totale. Dei 115mila barili non Eni, gli importatori sono gruppi italiani come Saras e Api, che ne curano la raffinazione.</p>
<p>Ma Iran non significa per l&#8217;Italia solo energia importata, anzi. L&#8217;Italia è quinto Paese al mondo nella graduatoria dell&#8217;export iraniano, dopo Cina, Giappone, Turchia e Corea del Sud. Ma nel 2010 è salita anche al quinto posto nella lista dei Paesi da cui l&#8217;Iran importa di più. Siamo il secondo paese europeo dopo la Germania.</p>
<p>Mentre nel 2009 l&#8217;export italiano in Iran aveva subito un tracollo, nel 2010 e soprattutto fino all&#8217;estate l&#8217;aumento era vertiginoso. Nelle macchine utensili e robotica la crescita era del 384%, nelle turbine a vapore del 236%, del 250% nelle macchine per la lavorazione del pane e mulini. Per l&#8217;intero settore meccanico si profilava un vero e proprio exploit, superiore ai 4 miliardi di valore. Ma, da settembre in avanti, è subentrato un problema serio di pagamenti. Vendute sempre più macchinari, dopo il giro di vite Onu e quello europeo da agosto si è fatta sentire la richiesta americana alle grandi banche internazionali di non garantire ed effettuare più i pagamenti di controparte iraniana. Per l&#8217;industria italiana è diventato sempre più difficile essere pagata, tanto che Tremonti d&#8217;accordo con Confindustria ha accentrato le procedure di garanzia presso il Comitato Sicurezza Finanziaria, al Tesoro. Attualmente è sottoposta a procedura di autorizzazione ogni transazione superiore ai 40mila euro, e nessuna grande banca neanche degli Emirati è più disposta alle anticipazioni.</p>
<p>Da questo punto di vista, un Iran a diversa conduzione politica potrebbe essere per l&#8217;economia italiana uno sbocco molto più ricco e interessante di quanto non sia stato nell&#8217;ultimo decennio “a rischio”. Abbiamo dimostrato di essere ottimi e apprezzati interlocutori delle imprese iraniane: senza sanzioni, non potremmo che crescere nell&#8217;interscambio.</p>
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		<title>Parmalat: Tanzi paga, le banche no</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 19:01:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La condanna in primo grado per bancarotta fraudolenta a Calisto Tanzi per 18 anni comminata oggi a Parma si aggiunge a quella per 10 anni e 100 mila euro da restituire ai 32.000 piccoli risparmiatori  fregati per aggiotaggio, comminata a Milano nel 2008 e nel 2010 confermata dalla Corte d&#8217;Appello. E&#8217; una condanna dura, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La condanna in primo grado per bancarotta fraudolenta a Calisto Tanzi per 18 anni comminata oggi a Parma si aggiunge a quella per 10 anni e 100 mila euro da restituire ai 32.000 piccoli risparmiatori  fregati per aggiotaggio, comminata a Milano nel 2008 e nel 2010 confermata dalla Corte d&#8217;Appello. E&#8217; una condanna dura, che colpisce anche con pene diverse numerosi amministratori, revisori e sindaci dell&#8217;allora capogruppo e delle società collegate estere ed italiane. Ed è una condanna a mio avviso giusta, stante i 14 miliardi di euro del più grave crac della storia societaria italiana.  E in considerazione delle incredibili falsficazioni degli attivi e delle disponibilità di cassa perpetrate per anni dalla Parmalat.  Cerchiamo però di non dimenticare una cosa. Le banche la stanno facendo franca. Hanno transato per miliardi con la nuova Parmalat condotta inn forma di public company da quello specchiato galantuomo che è Enrico Bondi, e solo dalla sua cocciuta onestà vengono i fondi volti a ristorare almeno in parte le perdite dei risparmiatori. Ma penalmente le banche la stanno facendo franca. A Milano resta aperto un filone di responsabilità per aggiotaggio per soli pochi funzionari di banche estere, come BofA , Citigroup, UBS, Deutsche Bank, Morgan Stanley. Per il resto le banche, che hanno continuato per anni a piazzare sul mercato titoli Parmalat secondo Bondi nella piena consapevolezza dello stato di crescente e poi totale insolvenza, mentre gli istituti si dichiarano invece agnellini inconsapevioli e dunque prime vittime delle frodi di Tanzi e compagnia , quelle stesse banche ci hanno gua da gna to. E questo grida vendetta. I conti sono questi, noti da ben tre anni fa quando furono presentati da Enrico Bondi in Tribunale.</p>
<p><span id="more-7815"></span>Gli arranger bancari dei bonds Parmalat hanno infatti mediamente portato a casa il 93% della loro esposizione verso il gruppo, facendo marameo ai risparmiatori fregati. Per alcuni di essi l&#8217;incasso ha abbondantemente superato il  100% del credito. Questo è il risultato che si ottiene se si mettono a confronto  i  crediti delle banche così come apparivano nel giorno del default e gli  importi da esse recuperati nel corso degli anni, e gli importi comprensivi dei  proventi percepiti prima del crack, dei &#8220;collaterali&#8221; incassati al  default e del valore delle azioni Parmalat ottenute con la conversione  dei crediti. Il risultato di questi calcoli è pazzesco.<br />
Ci ha guadagnato non poco Deutsche Bank: l&#8217;istituto tedesco, che il 27 dicembre 2003, all&#8217;insolvenza della Parmalat, vantava crediti per più di  154 milioni di euro, è uscito dal gruppo con quasi 217 milioni. Il 40%  in più del credito originario. Deutsche Bank aveva curato parecchi  prestiti obbligazionari di Collecchio, tra cui l&#8217;emissione &#8220;fantasma&#8221;  del 13 settembre 2003, cosiddetta perché annunciata e annullata nello  stesso giorno. E aveva lasciato correre le indiscrezioni di Borsa che le  attribuivano, a pochi mesi dal crack, il 5% della Parmalat, con  l&#8217;effetto di rassicurare gli investitori mentre l&#8217;azienda camminava  sull&#8217;orlo del baratro.<br />
Ci hanno guadagnato non poco UniCredit e Capitalia, poi fuse:  le due banche hanno recuperato dalla Parmalat il 124% e  il 123% dei rispettivi crediti, vale a dire 212 milioni e 533 milioni (Capitalia ci andava giù pesante, a favore di Tanzi).  Il Monte dei Paschi e l&#8217;Ubs sono invece usciti alla pari: il primo ha  recuperato il 102% del credito (113 milioni contro i 110 del default) e  il secondo il 99% (451 contro 455).<br />
Ma perché i crediti delle banche  sono aumentati di valore? Ped diversi motivi. Le  quotazioni di Borsa della Parmalat di Bondi sono molto salite per il  buon andamento della soctà. Le arcigne revocatorie di Bondi sulle cause per danni intentate sono andate benissimo, a cominciare da quelle americane. da Bondi  negli Stati Uniti. I recovery ratio, i criteri di  conversione adottati per trasformare i crediti  in azioni, hanno naturalomente avvantaggiato le banche e punito i &#8220;piccoli&#8221; risparmiatori.  Alla  Eurolat, per esempio, all&#8217;atto del concordato banche come Capitalia si sono viste riconosciute una conversione totale pari al valore nominale del credito. Anche tra i fornuitori di latte, alcuni hanno visto triplicato il valore della conversione e altri no.<br />
Le banche molto avevano lucrato sui sostegni che procuravano a Tanzi, altro che agnellini inconsapevoli. Dei 14,1  miliardi di risorse finanzarie assorbite dal gruppo nei cinque anni  prima del crack — scrive il commissario governativo nella sua relazione  sull&#8217;insolvenza — 13,2 miliardi erano stati procurati, in maniera  diretta o indiretta, dal sistema bancario italiano e internazionale. Orbene la bellezza di 5,3 miliardi su 13 si era  automaticamente tradotta in oneri finanziari e commissioni sul debito incassati dalle stesse banche. In particolare, 2,8  miliardi erano finiti alle banche per nuove emisisoni e 2,5 erano serviti a rifinanziare le stesse banche che ruotavano emissioni precedenti con nuove a più alto rendimento e commissione. La Parmalat di Tanzi era costruita su cifre fraudolentemente false in maniera senza precedenti. Ma le banche ci hanno fatto fiumi di denaro. Tra  proventi e commissioni percepiti negli anni pre default,  UniCredit ha incassato 107 milioni di euro, Capitalia  267, Sanpaolo-Imi 104, Citibank 182.<br />
In più, le banche avevano oculatamente coperto dal rischio i propri crediti. Ubs, Citibank, Deutsche Bank, Bank  Of America, Crédit Suisse avevano stipulato dei credit default swap,  comprando e rivendeendo protezione contro il rischio d&#8217;insolvenza di parmalat da cui doviziosamente attingevano, dandole alcol come a un etilista. I cds bancari su Parmalat  ammontavano a 7 miliardi di euro al momento del default. Ed è una stima di Bondi, perché naturalmente nessuna banca ha fornito i dati precisi.<br />
Altre banche oltre ai cds avevano anche acceso cash collateral, cioè chiesto e ottenuto dall&#8217;etilista Parmalat  garanzie in denaro versate dalla Parmalat stessa, che la  banca avrebbe successivamente incassato in caso di default. Così è stato per Bank of  America, che la notte del 23 dicembre 2003 ha incassato puntualmente  148,1 milioni di euro di cash collateral che erano stati costituiti in  precedenza da Parmalat: operazione ritenuta legittima dalla banca  creditrice, ma indicata da Enrico Bondi come  esempio di condotta delittuosa.</p>
<p>Questa è l&#8217;amara realtà, non cancellata dai 10 anni per aggiotaggio e dai 18 anni per bancarotta decretati dai giudici a Tanzi. I162mila ex obbligazionisti poi divenuti azionisti della nuova Parmalat devono solo ringraziare Enrico Bondi, per quel po&#8217; che hanno recuperato.</p>
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